Front matter (continued 2)
Reading edition
— La vita è una feconda palestra per l'uomo che sente tutta l'importanza del dovere. (Si fermò un momento ammirandosi, trovando che la sua provvista di buone letture non lo aveva mai servito tanto bene.) Se non fosse per questo alto ideale, crede lei che vorrei darmi tutta la pena che mi dò a raddrizzare le gambe ai cani? Non escludo quel disutilaccio che per vergogna mia è mio parente, lontano però; non lo escludo per l'ottima ragione che fra i cani è il più cane di tutti. Sa che appena terminato il liceo prese il volo? Sa che manca da oltre un anno? Sa che si è messo in testa di fare il pittore? Sa che io ne creperò di bile?
— La conseguenza sarebbe immorale — interruppe il vecchio con una placida ironia — essa scemerebbe assai la fede nel dovere.
Il signor Pompeo preso nei propri lacci ammutolì. L'altro continuò, animandosi, coi pomelli delle guancie che gli si accendevano nel volto scarno.
— Un cerotto anche questo del dovere! Non faccio per difendere il suo parente che conosco appena e del quale non mi importa nulla; dico solamente per dire. Che razza di un dovere può mai far conoscere ad un uomo ciò che sarà meglio per un altro? Lei giudica che il suo ottimismo vale più del mio pessimismo, ma a buon conto quando vuol essere sincero cade nel pessimismo anche lei.
— Un momento, un momento. Posso essere amaro nel vedere il nessun frutto delle mie fatiche, ma ciò non mi distoglie dal far quello che ritengo il mio....
— E dàlli! Io sono più vecchio di lei, ma ho sempre visto che se l'uomo vuole rinchiudersi in una teoria sbaglia certissimamente.
— Allora anche lei! — esclamò il signor Pompeo con un gesto così ingenuamente trionfante, che le fanciulle sorrisero.
— Sicuro, anch'io, ed è questo il peggio, ed è per questo che non credo a nulla.
Grave fu il silenzio che seguì tale dichiarazione. Nè Anna, nè Elvira non osavano prendere la parola, quantunque Anna accompagnasse con un evidente movimento di simpatia lo sguardo perduto che il vecchio scettico sembrava sprofondare al di là della vita. Il signor Pompeo, disorientato, pensò di accomodar tutto con una frase solenne e la pronunciò quasi pontificando:
— Una volontà superiore ci domina; dobbiamo piegare il capo ad essa.
— Non credo a nulla — ripetè il vecchio.
— Scusi, scusi, non è possibile.
— Perchè non è possibile?
— Una fede ci vuole. Non siamo mica bestie, che diamine!
— Eh! Eh!
— Ebrei o cristiani o mussulmani, è la fede che ci distingue dalle bestie.
— La fede?
— Una fede.
— “Questa o quella per me pari sono„ — mormorò il vecchio tamburinando sul bracciuolo della poltrona. — Scommetto che lei le coltiva tutte per misura di precauzione. Se ciò non farà del bene, almeno non farà del male. Che ne pensano le signorine?
Elvira, scandalizzata, non si degnò neppure di rispondere, e mentre il signor Pompeo l'approvava alzando e abbassando il mento coi denti stretti, le palpebre socchiuse, Anna arrischiò timidamente un:
— Forse è questione d'intendersi?
— Cioè?
— Il dubbio è talvolta la prova più sicura della presenza della fede.
Gli occhi del vecchio scintillarono; il vermiglio delle gote gli salì alla fronte investendolo di una fiamma repentina.
— Così giovane e già così profonda?
Anna si confuse, volle schermirsi, ma egli replicò con fuoco:
— No, no, continui; mi dica che ho torto, che questi vecchi occhi non sanno più vedere, nè questo vecchio cuore sa intendere. Mi dica che il sole sorge per opera di un Dio benefico a rischiarare un mondo che deve servire solamente di passaggio a un altro mondo di luce imperitura; io non le crederò, ma mi farà tanto bene sapere che qualcuno crede — qualcuno come lei così pura e buona.
— Ma ammirare non è credere?
— Ah! signorina, ammirare è difficile, credere è più difficile ancora. La fede sta in alto al pari dell'amore; molti si illudono di potervi giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: “Ti vedo! Ti vedo!„ ma la loro voce non è che un suono vano. Quanto a me vorrei credere e non posso, no, non posso!
— Io pregherò per lei — disse Anna piano, così piano che le sue parole assumettero il mistero di una confidenza.
— Sì, preghi.
Il vecchio, che si era proteso vivamente verso la fanciulla, si arrestò.
Comprese che il singolare colloquio, lì, in quel posto, davanti agli sguardi ostili di Elvira e del signor Pompeo non poteva continuare. Disse ancora qualche parola insignificante e poi prese congedo.
— Se Dio vuole! — esclamò il signor Pompeo sollevando tutte e due le braccia al cielo. — Non mi meraviglierei che quel signore avesse la pretesa, lui che non crede a nulla, di credersi un uomo educato. Domando io se sono discorsi da fare in presenza di due signorine.
— Per parte mia non mi sono scandalizzata affatto — si affrettò a dichiarare Anna.
— Oh! tu non ti scandalizzi mai!
— Elvira, perchè dici questo?
— Non so; probabilmente perchè è vero.
— Perchè perdo tratto tratto una messa?
— Forse per questo.
— Perchè le mie orazioni non sono lunghe come le tue? Perchè non divido il tuo abborrimento per chi professa una religione che non è la nostra?
— O anche non ne professa affatto.
— O anche non ne professa affatto — ripetè Anna malinconicamente con le mani abbandonate in grembo, gli occhi alti seguenti un sogno.
Il signor Pompeo non giudicò prudente di continuare una conversazione che gli aveva già guasta la serata. Augurò in fretta la buona notte e se ne andò. Anna soggiunse allora con molta dolcezza:
— Io, vedi, preferisco il dubbio doloroso di un'anima ardente alla tranquilla acquiescenza di chi non si è mai domandato una volta nella vita: dove vado? Religiosa è per me la persona che si inchina davanti al mistero e lo rispetta, non colei che sul mistero non ha mai palpitato e professa i riti nello stesso modo che metterebbe un paio di guanti.
— Nostro padre....
— Babbo — interruppe Anna divampando improvvisamente — diceva che il miglior modo di riconoscere Dio è quello di trasformare tutta la nostra vita in un profondo ed occulto atto di adorazione.
— E chi lo giudica?
— Chi lo deve giudicare se non Dio stesso?
Non era la prima volta che fra le due sorelle veniva sollevata una questione di alta morale. Anna vi portava tutto il calore della sua anima maturata nella poetica eloquenza di Gentile Lamberti, ma Elvira che aveva oramai compiuta la sua educazione attaccandosi rigidamente alle formole concrete di una morale dottrinaria, si rifiutava a seguirla nei campi trascendentali della speculazione.
— La religione — rispose un po' seccata — è quella che è. Noi dobbiamo accettarla senza discuterla, specialmente noi donne.
— Veramente, trattandosi di anima, il sesso non dovrebbe contare e non capisco, se non facendo un'offesa agli uomini, perchè la donna abbia maggior obbligo di credere che non essi.
— È pur naturale, certe anormalità alle donne non stanno bene....
— Come i cappelli di feltro allora? Ed è per ciò che se ne astengono? Per ciò?
La voce di Anna tremava; una grande amarezza le piegava gli angoli della bocca. Il fantasma dello sconosciuto era là, davanti a lei; le stesse idee, lo stesso modo di giudicare, lo stesso concetto delle convenienze umane, quasi le stesse parole risorgevano: “La felicità della donna non può fondarsi che in una grande normalità di condotta e di ambiente„. In quell'istante Elvira le parve così odiosa che per frenarsi dovette fingere di cercare qualche cosa intorno a sè.
Elvira intanto piegava il suo ricamo, attenta, ponendovi nel mezzo un foglio di carta velina; le sue palpebre sbattevano impercettibilmente sulla pupilla immobile e le labbra semiaperte toglievano ogni intellettualità alla sua fisionomia.
Anna, che avrebbe voluto non guardarla, era invincibilmente attratta a scrutare in quel volto l'altro essere che ne prendeva possesso quando la curiosità o la vanità femminile rallentando la tensione dello sforzo lasciava emergere la piccola animuccia volgare che stava in fondo. Ed ella vedeva chiaramente un uomo serio e metodico, chino a suggellare una lettera, il volto regolare, la tenuta irreprensibile, passando la mano densa e forte sulla fronte nitida....
— Buon riposo — disse Elvira porgendo la guancia al bacio della sorella.
— Buon riposo — rispose Anna sfiorandola appena e con sì manifesta riluttanza che si impose di seguirla per alcuni passi finchè trovò la forza di soggiungere — Dormi bene. — E ancora, quando fu presso a scomparire, le gridò dietro — A rivederci domani.
Questa specie di penitenza che si decretava da sè stessa tutte le volte che l'antipatia l'aveva spinta ad un atto meno che affettuoso, la faceva però soffrire orribilmente. Quando fu sola si lasciò cadere sopra una sedia, scoraggiata. Da tanti anni che durava la lotta non aveva guadagnato un sol punto. Il vecchio scettico aveva detto quella sera stessa: “La fede sta in alto al pari dell'amore. Molti credono di potervi giungere perchè tenendo i piedi nella mota gridano: Ti vedo! Ti vedo! ma la loro voce non è che un suono vano„.
Egli aveva paragonato la fede all'amore?... Anna non aveva pensato mai all'amore. Certo non amava sua sorella; tutti gli sforzi che faceva per raggiungere questo scopo non servivano che a dimostrargliene sempre meglio la impossibilità. Chi avrebbe dunque amato? Il ricordo di suo padre la occupava tanto che sembrava non dovesse restare nessun posto per altri. Non poteva nemmeno supporre che uno dei pochi giovinotti che ella conosceva venisse un bel mattino a chiederle la mano di sposa; meno ancora che ella potesse accettare. Temperamento d'eccezione, iniziata di buon'ora ai godimenti intellettuali, nessuna delle solite impazienze femminili aveva turbata la sua forte e casta gioventù. Gli anni maturavano la bellezza del suo corpo conservandole il carattere verginale di fiore ed ella sembrava compiacersi in questa purità d'elezione e se ne appagava.
Le parole del vecchio però non volevano uscirle di mente. Egli doveva conoscere la vita. Doveva aver amato e creduto e patito assai.
Come aveva fatto in principio di sera, Anna tornò ad accostarsi ai vetri del terrazzo, attirata dall'abisso delle tenebre; ma non vedeva più in mezzo ad esse un lungo convoglio corrente cogli occhi di fiamma. Pensò: “Per quest'oggi non arriva„. Si fece accanto al tavolino e in piedi, sotto la lucerna, rilesse una lettera che teneva nell'alta cintura di seta nera serrata da una fibbia d'argento. Diceva la lettera:
“Mia signora e mia amica, il tempo della prova è quasi passato. Io potrò arrivare da un giorno all'altro, non so quando precisamente e perciò non dico ancor nulla a nessuno, ma a lei sì. Lei ha diritto di saper tutto da me. Non è forse la mia coscienza? In qual modo avrei potuto resistere in questo anno di lotta e come avrei trovato la forza stessa della decisione se ella non mi avesse assistito col suo affetto e co' suoi consigli? se facendosi veramente la mia coscienza e la mia anima non mi avesse indicata questa che oso ora chiamare la mia via? Non dubito più. Lei che mi vuol bene se ne rallegri. So quello che posso; sopratutto so che devo tutto a lei. Lo scrivo con gioia perchè ciò mi permette di dirmi suo e tutto suo
“Flavio.„
Ogni volta che Anna rileggeva quella lettera, ed era già la quarta, le scendeva al cuore una grande dolcezza. La vivace riconoscenza del fanciullo che ella aveva protetto e di cui aveva indovinato l'ingegno le schiudeva un orizzonte di sensazioni nuove. Ricordando il giorno in cui era partito tra le furie del signor Pompeo, tra i sarcasmi di Elvira, e tutto quel periodo di lontananza confortato da lettere così soavi, l'impazienza di rivederlo si faceva acuta.
Ripiegò la lettera lentamente e senza accorgersene la sollevò all'altezza della faccia come per provare la morbidezza della carta. — Forse — mormorò a fior di labbra — verrà domani.
Quando, un mattino, Flavio senza farsi annunciare aperse l'uscio del salotto, Anna, che pure vi era preparata, gettò un piccolo grido e arrossendo di piacere gli corse incontro colle mani tese.
Lo slancio era stato così spontaneo, l'espansione così affettuosa, che solo qualche istante dopo Flavio si accorse della presenza di Elvira, arrestandosi dubbioso davanti all'espressione indefinibile degli occhi della fanciulla — quegli occhi che già lo avevano avvolto nelle loro elissi freddamente scrutatrici — onde egli istintivamente cercò di discolparsi balbettando:
— Ero smanioso di rivederle e non avendo trovato in casa il signor Pompeo sono corso qui subito senza nemmeno scuotere la polvere del viaggio. Ho avuto torto?
— No — disse Anna.
— Sì — risposero gli occhi di Elvira.
Tuttavia l'imbarazzo fu passeggiero. Flavio si pose subito a raccontare le impressioni sommarie di quell'anno trascorso nel visitare le bellezze artistiche dell'Italia per mettere a prova la sua vocazione. Una sicurezza giovanile e pure pensata traspariva dai suoi detti, dalla voce, dallo sguardo luminoso. Aveva ancora qualche cosa della primitiva timidezza, specie nel colorito che passava rapidamente dal pallore abituale a rapide accensioni fiammee, ma tutt'insieme e nello sviluppo del corpo e nella coscienza di sè stesso egli aveva fatto progressi tali che Anna lo guardava stupita e commossa. Il suo piccolo volto dai lineamenti fini ma risentiti sembrava conservare il riflesso di tutte le commozioni che lo avevano attraversato. Quante cose nuove, quante rivelazioni, quante scoperte avevano concorso alla trasformazione del fanciullo in uomo!
Anna lo scandagliava con un'ansia confusa e ardente di vergine casta, notando certi suoni speciali della voce che prima non aveva, certe pose che le erano ignote; e nell'esame lento e profondo si sentiva mordere al cuore da una inquietudine singolarissima, quasi un presagio, quasi una gelosia cieca e selvaggia di fatti conosciuti, forse insussistenti, ma possibili e sopratutto inafferrabili.
— Come è mutato!
— Non molto, le assicuro — disse Flavio sorridendo, colla mano sollevata ad un vago accenno nel vuoto.
Anna seguì collo sguardo quella mano magra e nervosa che conosceva così bene; se la ricordò tinta d'inchiostro, screpolata dal freddo, convulsa sui doveri di scuola e sui pensi latini, timida e commossa sempre. Essa non aveva cambiato. Anna vi sentiva, come una volta, la potente attrazione che fa della fisonomia della mano uno dei mezzi più sicuri per conoscere il sentimento; e così, come essa amava particolarmente certe abitudini dell'anima di Flavio, amava pure il suo modo di stendere la mano, di ripiegarla, di esprimere con un semplice tocco le oscillazioni più delicate e più sensibili della sua psiche. Fu con gioia che la riconobbe, che la afferrò e la strinse, come una volta, come una volta.
— Un po' vedere se c'è il segno fortunato.
La aperse, stese il pollice e guardò curiosamente la piega in mezzo alle due falangi. Scosse il capo, lasciando ricadere la mano che era la sinistra.
— Mi dia l'altra. Ah! ecco; l'elissi qui è perfetta, non interrotta dalla più piccola linea. In uno almeno de' suoi voti otterrà ciò che vuole.
— Anna crede a queste sciocchezze! — disse Elvira.
— No, non credo positivamente....
— E allora perchè ne fai l'esperimento?
— Perchè.... perchè....
— Perchè — interruppe Flavio — non tutto è positivo nella vita. Ci priveremmo di una quantità di sensazioni squisite se dovessimo accettare solamente quelle che rispondono in stretto modo alla ragione.
— Giudica che sarebbe un gran male ad avere qualche sensazione di meno? — chiese Elvira ironicamente.
— Certo, certo, certissimo! Ah! pensi, l'arte non avrebbe più ispirazioni.
Elvira si morse le labbra soggiungendo:
— Un grande filosofo lo ha già detto. “Non è cosa saggia nè filosofica pretendere che tutta la vita lo sia„. Mi arrendo; anzi vorrei sapere che cosa dicono in proposito i miei pollici. Non c'è male, mi pare. In ambedue le falangi si uniscono senza linee di interruzione. Viva la negromanzia!
Anna sentì stridere dentro di sè quella tal nota scordata che le faceva tanto male.
Ora Flavio si guardava attorno con affettuosa curiosità.
— Ancora tutto eguale! Il soffitto a vôlta cinto dalla fascia cilestrina, il tappeto di panno rosso ripetuto in tutte le camere colla striscia di tela tigrata, gli stessi mobili allo stesso posto.... E i nastri azzurri e gli stipiti dorati....
— Ne ha mai veduto altri di simili in altre case? — domandò Anna.
— Sì, qualcuno, a Venezia principalmente, in un palazzo antico dove ritornai non so quante volte....
— Per gli usci?
— Per gli usci, signorina Elvira, ed anche per certi affreschi del Tintoretto; ma quegli usci mi attiravano invincibilmente. Non mi vergogno a dirlo, io sono un sentimentale incorreggibile.
— Spero bene — pensò Anna più che non disse.
— Le ore belle della mia vita furono sempre dischiuse da uno di quegli usci fioriti. Come potrei non amarli?
— Ciò è molto gentile per noi; ma francamente, queste grandi tavole che ingombrano metà della parete non sono affatto comode. Se Anna volesse essere un po' più condiscendente dovrebbe farle levare.
— Ah! no, Elvira, no. Chiedi quello che vuoi, non di mutare questa casa. Tu — soggiunse dopo una pausa esitante — anderai ad abitarne un'altra più moderna; io resterò qui sola....
— A custodire il fuoco sacro; ma se ti decidi poi a prendere marito porterai gli usci con te.
Anna finse di non udire.
— I più graziosi — disse volgendosi a Flavio — sono nella camera di babbo. Ricorda?
— Hanno nel centro una ghirlanda di roselline gialle alternate a pervinche ed a caprifogli e qualcuno dei caprifogli sale sullo stipite fino alla cima. Vede se ricordo?
— E una delle pervinche, sull'uscio della finestra che mette al terrazzo, ha la forma di un cuore spezzato.
— E accanto a quella pervinca, a destra, una farfalla si slancia a volo.
— Una piccola farfalla bianca — completò Anna.
Si erano alzati. Quasi senza accorgersene, trovandosi all'entrata della camera del babbo, Anna spinse la larga imposta.
— Che freddo! — esclamò Elvira. — È un'altra fissazione di mia sorella quella di non voler mettere i caloriferi nell'appartamento.
— Noi veramente non soffriamo troppo freddo. I muri sono così grossi, le finestre ben riparate, i tappeti folti e il caminetto scintilla così gaiamente bruciando della vera legna....
— Ma non si usa più. Scommetto che in tutta Milano siamo le sole a scaldarci in questa maniera preistorica.
— Felici i soli.
Elvira ebbe una vaga idea che l'affermazione recisa di sua sorella si potesse contraddire apertamente con un passo della Bibbia, ma davanti alla corrente rigida della camera socchiusa non si sentì la forza di discutere e chiuse vivamente l'uscio dietro a Flavio e ad Anna che erano passati dall'altra parte.
Anna fu sul punto di chiedere al suo giovane amico, per cortesia, se avesse freddo anche lui, ma vide subito l'inutilità della domanda. Era lontano il giorno in cui misero, avvilito, perduto nella nebbia e nel terrore ella se lo era stretto al seno con amorevole atto materno.... Una leggera malinconia l'assalì improvvisamente.
Egli intanto girava per la camera pieno di quell'attenzione religiosa e pudica che Anna annoverava tra le sue maggiori attrattive, che lo rendeva qualche volta impacciato, ma che conferiva a' suoi detti, a' suoi sguardi, perfino a' suoi silenzi, una significazione profonda. Si fermò davanti alla pervinca che aveva la forma di un cuore spezzato e ponendovi sopra la punta dell'indice:
— Qui! — disse.
Tutto il passato rinasceva.
— In questo cantuccio, così, precisamente, mentre io seguivo le fantasie delle ghirlande dipinte, suo padre mi parlò dei diritti dell'uomo — la prima volta — la prima volta, intende? Fino allora avevo sempre creduto che l'uomo fanciullo e giovane dovesse essere proprietà dell'uomo vecchio, plasmati l'uno sull'altro come i fogli che escono tutti egualmente bianchi e levigati dalla macchina. Egli mi disse per la prima volta: “Sii te stesso„. Allora, subito, non intesi la grandezza di queste parole, ma quanto vi pensai in seguito!
Si erano portati davanti al ritratto di Gentile Lamberti e lo contemplavano in silenzio. Adorare insieme lo stesso ideale non è amarsi nel modo più raro e più profondo? Quale amplesso, quale bacio, li avrebbe avvinti più strettamente di quell'istante muto e solenne in cui, davanti all'immagine che per essi rappresentava la perfezione terrena, i loro cuori si fusero nella stessa tenerezza, salirono e divamparono nella medesima fiamma? Un soave calore li invase mentre stavano in piedi e vicini contemplando il ritratto amato. In quell'istante Anna sentì distintamente che la sua famiglia, il suo mondo, la sua vita erano lì, personificati nel cuore sensibile, nella delicata intelligenza di Flavio. E Flavio pure godeva l'istante. La nobile femminilità di Anna lo soggiogava, penetrandolo di un fascino sottile.
— La mamma. La nonna — disse Flavio riconoscendo i due ritratti che fiancheggiavano quello di Gentile Lamberti.
— Sì — fece Anna chinando lo sguardo sotto lo sguardo abbassato di sua madre.
— È singolare come lei non assomiglia niente a sua madre; e neppure sua sorella le assomiglia.
Un sospiro violento gonfiò il petto di Anna. Perchè non poteva parlare? Dire tutto a Flavio, confidarsi a lui, metterlo intero nella sua anima, in ogni suo pensiero; nel bene, nel male, negli slanci di fiducia eroica e nelle cadute angosciose. Quando, alcuni momenti prima, ella aveva proclamato: “Felici i soli„ non pensava certo ad una solitudine frammentaria fatta di rimpianti e di desiderî, ma alla divina solitudine di un tutto armonico e completo. Gli posò leggermente una mano sul braccio traendolo verso un'altra parete quasi tutta occupata dalla libreria; ivi la sosta fu breve. Avrebbero voluto leggere ad uno ad uno i frontispizi, toccare le pagine, ridire almeno il titolo dei cari volumi noti; era lavoro troppo lungo. Vi gettarono uno sguardo complessivo pieno di memorie e si ritrovarono da capo a guardare insieme la pervinca in forma di cuore.
— È veramente curioso — mormorò Anna a voce bassissima.
— Che cosa?
— Il fatto che senza comunicarci le nostre impressioni, perchè io mi ricordo benissimo di non avergliene parlato mai, tanto io che lei abbiamo trovato lo stesso simbolo doloroso in questo fiore.
— Ma non è evidente?
— Non saprei. Il signor Pompeo vi trova la forma di un ipsilon e la linea che dovrebbe essere la gamba dell'ipsilon e che per me è una lama che squarcia il cuore, Elvira sostiene non essere altro che una screpolatura del legno.
Flavio sorrise.
Ma Anna sembrava incalzata dalle visioni malinconiche. Ella disse ancora stringendo senza accorgersene il braccio di Flavio:
— Una volta sognai che questo fiore piangeva. No, non può immaginarsi che strazio! Piangeva come una persona viva, come un fanciullino inerme nelle mani del carnefice. Piangeva senza lagrime con un lamento lungo....
Si fermò per guardare Flavio: temeva che sorridesse e se ne sentiva già offesa, ma egli l'ascoltava pallido e serio.
— Crede che gli oggetti inanimati non sentano proprio nulla? Crede che i fiori non soffrano quando si lacerano?
— Ad ogni modo — rispose Flavio come se stimasse inutile una risposta diretta — noi prestiamo loro la nostra anima e tanto basta per renderli degni della nostra compassione. Qual significato avrebbe l'anima chiusa e costretta nel piccolissimo recinto di un cervello umano? L'anima è immortale perchè è infinita.
Avevano dietro a loro il piccolo divano che teneva lo spazio fra le due finestre. Anna vi si lasciò cadere pensosa, col busto ritto, le mani abbandonate in grembo.
Quante cose sapeva ora Flavio! Che slancio aveva preso la mente! Quasi provava un rimpianto dei tempi passati, quando nessuno si interponeva fra lui e lei e che ella poteva liberamente stringerselo al seno da quel povero fanciullo che era.
Flavio non ebbe un vero sospetto dei pensieri che agitavano la sua amica, ma la vide triste e con atto semplice ed affettuoso le si sedette accanto aspettando che parlasse, con un ritegno di tutta la persona, con una espressione negli occhi così umile e devota che Anna ne fu profondamente commossa.
— Oh! Flavio, mi pare che non un anno dieci anni ci abbiano divisi.
— Perchè dice questo? Io non mi sentii mai diviso da lei.
Le dolci parole fluttuarono nel breve spazio, molcendo il cuore di Anna come un'onda di lago che accarezza la riva.
— Non glie l'ho scritto che lei è la mia coscienza? Che cosa sarebbe stato di me, solo, senza consigli, senza aiuto, senza simpatie, solo per il mondo, per città straniere, tra gente ignota e indifferente?
— Aveva il suo sogno d'arte.
— No, avevo lei. Il sogno mi tormentava e la sua immagine, le sue parole, mi calmavano. Si ricorda una sera di primavera, oh! ero ancora quasi un fanciullo, sul terrazzo, in mezzo alle glicini? Ella mi disse che il mio dovere era di seguire la mia vocazione, contro tutti, a qualunque costo. Io credo bene di averla sempre amata.... Scusi, non si offende, vero?... ma da quella sera la venerai. Non si offende?... Se sapesse che cosa è lei per me!
Si fermò, quasi cercando una parola, dubbioso se fosse veramente la parola che egli voleva. Mormorò pianissimo:
— Una santa.
Anna scosse il capo con vivacità, arrossendo.
— No, no, sbaglia. Sono piena di pensieri cattivi. Anche in questo momento, vede, invece di esserle grata per tante buone parole....
— Non sono parole, sono sentimenti.
— ... per tanti buoni sentimenti, ho un cruccio qui.... Non so spiegarmi, non mi comprendo io stessa, ma creda, creda che non vorrei essere così. Mi esamino; è forse orgoglio che soffre nel trovarsi superato? è gelosia della sua gloria futura?
— La mia gloria futura! — esclamò Flavio scuotendo il capo — essa, se mai verrà, si umilia fin d'ora a' suoi ginocchi. Mi ascolti, che non ho mai parlato tanto seriamente. Le giuro che tutto ciò che sono, tutto ciò che potrò diventare è opera sua, è merito suo. Qualunque posto mi riserbi la fortuna, il mio posto preferito sarà sempre qui, come ora. Mi guardi, dove sono cambiato? Nel volto? Mi guardi bene, no. Nel cuore? No, no, no. Non lo vede che sono ancora il suo poverino?
Fu Anna questa volta che sorrise con una tenerezza che la scuoteva tutta e la faceva tremare.
— Mi chiami il suo poverino, mi faccia l'elemosina....
Anna gli pose una mano sulla bocca per farlo tacere, ed egli vi impresse un bacio devoto.
Per qualche istante nessuno parlò. Si udivano dal salotto vicino i lievi rumori che Elvira faceva rimuovendo le forbici, il ditale, i piccoli svariati oggetti del tavolino; fuori, sul terrazzo, qualche pigolìo di passero, qualche rapido sbatter d'ali; lontano la campanella del convento. Niente altro.
— Non è orgoglio offeso, non è gelosia di gloria futura — dibatteva Anna fra sè — che sarà dunque?
Il profilo di Flavio si disegnava nella sua correttezza di piccolo cammeo sul velluto cupo del divano, illuminato da un raggio di sole che vi pioveva obliquo. Anna non ricordava il momento in cui il sole era apparso e voleva ricordarlo, inquietata e sviata dalla tinta di oro pallido che prendevano sotto a quel raggio i baffi nascenti del giovine.
— Se le dicessi che ho pensato a lei davanti a tutti i capolavori, sarebbe certamente la verità, ma una verità un po' volgare e forse anche superficiale. Lei mi è stata molto più vicina, più intimamente e più dolcemente vicina, a Siena per esempio. Conoscesse Siena!
— Bella?
— Oh! bella, non è ciò che voglio dire. Vi sono delle città, come vi sono delle donne che dovrebbero offendersi a sentirsi chiamare belle. È un altro aggettivo che occorrerebbe; più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo....
— Sì, sì, comprendo.
— Era un giorno tanto melanconico, pioveva; un lutto cittadino abbrunava quasi tutte le vie; sulla piazza, nei caffè, non si parlava che di morte; le Sibille del Duomo, quelle Sibille che nella snella e dignitosa persona somigliano a lei....
— Mi somigliano?
— Non lo sa? Davvero, le somigliano; ebbene, esse pure sembravano quel giorno addolorate. Probabilmente la tristezza stava in me; ma quand'è che possiamo staccarci così completamente da quanto ne circonda da poter dire che noi soli diamo il colore alle cose?... Entrai nella botteguccia di uno scodellaio che stava riproducendo certi puttini del Sodoma e mi venne la nostalgia dei secoli sereni dell'arte, quando Alighieri s'intratteneva a motteggiare con un umile intarsiatore di chitarre.
— Pensava a Belacqua?
— Sì, invidiandolo. L'artefice senese però era un rozzo calunniatore dei dipinti del Sodoma e la mia tristezza si fece anche maggiore mentre seduto sopra un trespolo ritraevo gli occhi dalla profanazione figgendoli disperatamente per terra, una terra nuda e compatta, dove la pioggia scorreva a rivoletti clandestini. Che gioia fu allora pensare a lei! Pensare che nella tristezza, nel lutto, nell'abbandono, nello scoraggiamento, nelle ore più nere, nei luoghi più tetri e meschini, una voce che esiste, che non è un sogno nè una fantasmagorìa, ci ripete: Credi.
Flavio si era fermato, sorpreso di aver saputo trovar tante parole per esprimere ciò che riteneva inesprimibile. Egli vide allora che vi sono veramente degli istanti nella vita in cui pare che l'anima trabocchi. Un'ora prima o un'ora dopo forse non avrebbe saputo dire altrettanto. E Anna lo ascoltava in estasi chiedendosi con grande trepidazione: “Io dunque gli ho fatto tanto bene?...„
Ma l'attimo volava. Le cose esterne cambiavano già: lo sguardo di Flavio, il suo gesto, seguivano la nuova attitudine del suo silenzio: l'aria intorno aveva trasmesso a distanze indefinite l'onda sonora della sua voce; le parole calde e vibranti non erano più, il pensiero stesso si era già trasformato.
— Ancora! — supplicò Anna.
E Flavio continuò:
— Forse ella era con me fin da quando, adolescente, entravo nelle chiese a imbevermi della dolcezza spirituale dei dipinti antichi visti nella trasparenza colorata delle ogive; sopratutto in certe giornate d'autunno intense di passione o nei mattini teneri di primavera, quando le madonne irradiate improvvisamente nel fondo delle cappelle sembrano sorridere colla loro grazia ingenua di vergini. Molte volte, sgridato per le mie lunghe assenze, non osavo confessare di essere stato in chiesa; non avrebbero creduto; ma a lei, se me lo avesse chiesto, avrei detto subito di sì; ed anche a lui!
I loro occhi si volsero insieme al ritratto di Gentile Lamberti. Flavio continuò:
— Fu in questa cara vecchia casa che nacque veramente, ma fu nelle chiese che maturò la mia vocazione per l'arte. In una piccola chiesa, qui, vicino a noi, ho provato le estasi più squisite.
— Il Monastero Maggiore?
— Appunto. Ha mai osservato lei quel rettangolo di vetro color viola, dietro l'altare? Sì, nevvero? Sopra la finestra per la quale dalla sacristia si confessavano un tempo le monache? È strano come le gradazioni di quel colore in tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni dell'anno, io le abbia davanti agli occhi sempre; talvolta tragiche qual macchia sanguigna, talvolta ardenti e cupe, talvolta raggianti di luce mistica, celestiale. È questa l'aureola in cui per molto tempo ondeggiarono tutte le mie visioni d'arte e di amore.
All'ultima parola Anna arrossì in un modo così violento e ingiustificabile che si passò una mano sul volto per nascondersi.
— La annoio?...
— Come mai può pensarlo? Ho sempre avuto anch'io una grande preferenza per quella chiesa; vi trovo un fascino raccolto e misterioso. Lei forse saprà trovarvi altra cosa, delle ragioni artistiche che ignoro.
— Ma no. Ero un fanciullo quando incominciai a frequentarla. Essa ha davvero quel fascino indistinto che lei dice e che emana dalle opere d'arte a guisa di una bellezza incorporea, più sentita che ragionata. È per questo che tutti le possono ammirare. L'opera d'arte non ha duopo di spiegazioni: deve apparire in mezzo alle turbe nella stessa guisa di un raggio. Chi ha occhi lo vede.
Tacquero alcuni istanti, avvinti dalla profonda simpatia delle loro anime, per cui anche nel silenzio provavano l'impressione di continuare a parlarsi. Anna trasalì quando Flavio di lì a non molto disse:
— Fu in quelle soavi figure del Luini che cercai le prime forme femminili.
Ella pensava precisamente a ciò e non rispose. Una figura dell'ultima cappella a destra le venne repentinamente innanzi nell'abbandono della persona florida, nella veste discinta che scopriva le ricchezze del seno, e come prima, arrossì, presa da un turbamento che in lei non era affatto solito.
— Ma non riuscii mai a fissarmi in nessuna. Esercitavano tutte insieme una dolce eccitazione nel mio essere, piuttosto come sogno di un desiderio, che come desiderio concreto.
Anna continuava a tacere; pure il suo silenzio aveva un sommesso ardore che non permetteva alla parola del giovane di morire. Egli sentiva che ella era appoggiata a lui, stretta al suo cuore, devota a' suoi pensieri ed a' suoi ideali. Momento divino per il suo orgoglio d'uomo, sentiva di dominarla incondizionatamente. Ma l'uomo era quasi un fanciullo, le sue sensazioni adombrate ancora di pudore, se non di mistero, e la gioia inconscia del dominio prendeva nella sua mente un'attitudine ingenua che ne scemava la portata.
— Lontano, lontano, lontano vanno le memorie! — mormorò Flavio. — Non è lei la piccola fata che io vedevo scendere, salire, nascondersi negli ampi cortinaggi cremisi che ornavano il salotto di mio zio vescovo? Lei sa pure che ebbi uno zio vescovo, che i parenti volevano farmi percorrere la carriera ecclesiastica?... Prima di essere laureato professore fui unto prete.
Un malinconico, un dolce, un buon sorriso di chi ha già perdonato sfiorò le labbra di Flavio.
— È per questo — soggiunse Anna nello stesso tono di malinconia dolce — che ama le chiese.
— E gli angeli.
Flavio aveva pronunciato questa parola angeli senza saperne il perchè; ma il blando suono della parola stessa lo commosse.
— Angeli o fate che fossero, femminili visioni mi apparivano nelle pieghe del damasco antico. Ero così piccino allora, così mingherlino, che penetravo in qualsiasi cantuccio, ed accoccolarmi per terra dietro le tende era una delle mie grandi gioie. L'ondeggiamento della seta mi faceva pensare a gonne misteriose, a fruscii d'ali.... Oh! certe sensazioni dell'infanzia come tornano.
Non disse a proposito di che gli tornavano ora quelle sensazioni. Si alzò in piedi, mosse alcuni passi e riprendendo il suo posto vicino ad Anna, la voluttà delle confidenze lo riprese:
— Ricordo una cugina, grande; era maritata; non so di che età, ma giovane o almeno mi sembrava tale; una mite creatura che vedevo raramente in casa del vescovo e mai altrove; aveva i capelli neri neri, pettinati lisci intorno alla fronte bianchissima. Mi voleva bene, mi proteggeva; quando mi sgridavano troppo (perchè io fui sempre sgridato in tutta la mia vita) mi attirava a sè e mi nascondeva la faccia nel suo grembo.
Ebbe una pausa. Si guardò in giro, guardò l'abito di Anna, parve cercare una parola.
— Come si chiama quella stoffa morbida, che non è seta, non è cotone, non è lana?... Mia cugina aveva un abito così, morbido, cadente con pieghe floscie.... Filugello?
— Non so che si facciano abiti di filugello: dovrebbero essere ruvidi — disse Anna.
— Mi sbaglierò dunque; non sarà filugello; infine non importa. So che era morbido e fresco, e siccome ella mi teneva contro i suoi ginocchi finchè avessi cessato di piangere, piangevo qualche volta un po' più a lungo per sentire contro il volto l'abito di mia cugina.
Anna tentò di sorridere, pure avvertendo una certa contraddizione con un sentimento ben più intimo e profondo che l'andava martoriando da qualche istante.
— È molto tempo che siam qui — disse alzandosi.
— Sì? — fece Flavio con sincera meraviglia.
Ed Anna allora completò più francamente il sorriso.
Un chiaro sole della fine di marzo raggiava nella vecchia casa traendone effetti di luce inaspettati, bagliori civettuoli di gemma sul capo di donna matura che non ha perduta tutta la sua bellezza; così gli embrici rosseggiavano, asciutti e lucenti, nell'aria fatta trasparente per la grande purezza e, digradando ora chiari ora scuri sul pendìo, interrompevano colla nota sorridente della loro fioritura rosata la bianchezza grigiastra dei muri. Il terrazzo, ornato appena di qualche semprevivo e di qualche impaziente tralcio di glicine che incominciava a inturgidire, scopriva per intero l'ampia balaustra barocca dentro ai cui riccioloni il sole giocava a rimpiatterello, guizzando sui rigonfi lucenti, internandosi nelle avvallature dove la patina di un bruno verdastro riluceva sotto ai suoi raggi con una marezzatura calda di bronzo.
Flavio contemplava tutto ciò dalla finestra della sua camera, ebbro della primavera che gli entrava per gli occhi a incontrare la primavera del suo cuore, avendo uno sguardo simpatico anche per il portinaio che girava silenzioso nel cortile a tendere i fili alla glicine, anche per il balconcino del vecchio pensionato dove spenzolava uno scialle di flanella a scacchi bianchi e neri. E non gli erano ugualmente cari gli orti che circondavano la casa, turgidi già per le sementi che gonfiavano la terra, velati qua e là da una nivea cortina di mandorli in fiore? tutto, fino al muro lontano del convento, fino ai due o tre comignoli che chiudevano l'orizzonte? Quale linea gli era ignota? Quale punto o quale colore era sfuggito al suo occhio perspicace ed amante? Egli rivedeva ora ogni oggetto con criterio maturato, con una più larga intelligenza del bello; si inteneriva a pensare la sua adolescenza trascorsa tutta lì, in quella che egli considerava ampiamente la sua casa, che racchiudeva tutte le sue memorie, i suoi dolori, le sue lotte, le sue speranze, le sue rare ma profonde gioie.
Nella recente e incompleta e pure viva esperienza del mondo aveva imparato ad apprezzare più ancora la solitudine di quel cantuccio primitivo, rimasto incolume ai fianchi di una grande città, sfuggito per miracolo alla manìa innovatrice; vi sentiva un tepore particolare di nido, di seno materno, dove è dolce riposare. La meridiana dipinta sul muro del convento aveva una scritta per metà cancellata. Alcune parole si leggevano ancora coll'aiuto di una lente, ma Flavio non ne aveva bisogno: le sapeva a memoria e proprio allora, in quella dolcezza di nido che si rinnovella, gli apparvero fiammeggianti sul muro lontano, quasi aureolate dal vivido sole che vi batteva sopra: Il tempo stringe, facciamo il bene. Fatidiche parole per un giovine che se le sente penetrare nelle carni e nel sangue a guisa di nobile sperone! Nella serena cornice della sua finestra, dinanzi agli orti sbocciarci, l'epigrafe della antica meridiana perdeva il suo carattere monastico per vestire una forza nuova di conquiste, di audaci tenzoni a cui la stagione prestava intime essenze eccitanti che Flavio respirava nell'aria come fumo di prossime battaglie. L'ora del tempo e l'ora della vita si univano insieme per renderlo felice. Egli gustava questa profonda ebbrezza di sentirsi giovine in un mattino di primavera.
Improvvisamente una rondine attraversò lo spazio: era la prima rondine dell'anno. L'agile forma bruna, dopo di avere punteggiato per un istante l'azzurro del cielo, sparì.
Una folata di vento passò ratta. Essa portava in grembo pollini di fiore, pelurie di nido, fiocchi indistinti caduti da ali invisibili e profumi teneri di foglie non odoranti ancora che di freschezza.
Nell'orto più vicino due gattini novelli giuocavano al sole, rincorrendosi con cento moine e capitomboli, carezze, finte, parate, assalti. Al disopra di essi un ciliegio metteva i primi boccioli; poco lungi un pesco agitava alla estremità delle esili braccia, come piccole mani di bimbo, i suoi fiori rosei.
Un grido uscì dal petto di Flavio; uno di quei gridi inconsulti che i giovani lanciano nello spazio per esuberanza di vita nella stessa guisa che i puledri nitriscono in mezzo al prato e che i falchi novelli stridono fendendo l'aria. Se ne stava ascoltando ancora l'eco del suo grido ripercosso contro i vetri aperti che il sole iridava, quando vide Anna ritta sul limitare del terrazzo che gli faceva un cenno amichevole; e perchè Flavio sorrideva senza muoversi, arrotondò le due mani intorno alle labbra mormorando un invito a cui finalmente Flavio corrispose con grande vivacità di gesti e di parole, mentre Anna si ritirava nelle sue camere.
Egli rimase ancora per un po' di tempo immobile al davanzale. L'apparizione della sua protettrice, benchè rapida, gli aveva suscitato una specie di tenerezza malinconica. Anna non gli era mai sembrata così pallida e un po' patita come in quel mattino acerbo di primavera, nella luce intensa del cielo e dell'aria, nel trionfo prepotente di un vigore che fugava tutte le ombre e cresceva la tonalità dei colori rendendoli quasi stridenti. Sì, doveva essere quell'orgia di turchino e di giallo che faceva apparir cereo il bel volto, sottolineando la leggiera emaciatura delle guancie. Tuttavia questa impressione non era isolata: qualche cosa di stanco interrompeva l'armonia generale della figura che egli aveva conosciuta fiera e quasi rigida, e che ora sembrava cedere ad un inesplicabile languore. Flavio si domandò quanti anni ella poteva avere. Non era più un fanciullo, lui. Conosceva la vita, aveva letto, aveva osservato. Per la prima volta pensò perchè Anna non prendeva marito. Ciò era per lo meno singolare; bella, ricca.... Improvvisamente scosse il capo: dove mai si sarebbe trovato l'uomo degno di lei?
Si staccò dalla finestra recando nel cuore l'immagine dell'amica bella e melanconica e già tòcca dal doloroso fascino che circonda sulla terra tutto quello che è inaccessibile. Il suo affetto profondo, confinante colla venerazione, ne ricevette alimento maggiore. Gli parve veramente di non potere allontanarsi da lei mai più.
Ma Anna lo aveva chiamato ed un'onda di pensieri giulivi invase l'animo del giovane. Egli andò subito a staccare dalla parete a cui stava appoggiata una tela amorosamente ricoperta con un drappo; rimosse il drappo e si pose a contemplar l'opera sua.
Quante volte aveva già guardato quel rettangolo di tela dipinta? Quante volte! Assai prima di stemperare i colori sulla tavolozza, in quei divini e febbrili momenti che l'autore solo conosce, non l'aveva egli abbracciato tutto il suo lavoro, palpitante ancora della voluttà della concezione? E quante ansie erano sopraggiunte in seguito alla ebbrezza prima! Ansie fatte più di ardore che di timore, perchè Flavio, non ambizioso, non presuntuoso, sentiva però la sicurezza che sta in fondo ad ogni vera anima di artista. Sulla sua vocazione, nessun dubbio; sulla sua forza qualcuno, ma efficacemente combattuto dalla sincerità della sua fede e dal baldo irrompere di tutti gli entusiasmi di vent'anni. Ricordava il giorno in cui Gentile Lamberti aveva detto: “Perchè non sarebbe poeta?„ e il lungo desiderio che gliene era rimasto e l'affanno del non trovare in sè le caratteristiche volute. Ecco, non era egli poeta adesso? Il diletto maestro aveva indovinato. Egli era veramente poeta nel significato più sacro di questa parola, poichè il suo pensiero ardeva e bruciava nell'amore di tutte le cose belle, ed il suo cuore gonfio di commozione non cercava che di mescersi ai palpiti dell'universo. “Orsù, orsù,„ gridavano dentro di lui tutte le forze della giovinezza, “cammina, questo è il momento!„
Flavio aveva promesso alle signorine Lamberti di portare il quadro per mostrarlo loro, innanzi di mandarlo alla Esposizione che doveva rivelare al pubblico il suo nome ignoto. Compreso di molta dolcezza e di una certa piacevole agitazione, nella quale i ricordi avevano tanta parte, almeno quanto la speranza, si diede a spolverare, a lisciare la tela, allontanandola di qualche passo per giudicarne l'effetto e poi riavvicinandosi precipitosamente per verificare un piccolo punto nero, un errore di ombreggiatura, un granello di sabbia: meno ancora, un sospetto.
Contento era e non era. Il dualismo esistente in ogni uomo, ma non mai così vivo come quando un'opera sta per uscire dai misteri del nulla, si imponeva alla sua coscienza vigile. Se egli considerava l'opera nel riflesso del fuoco interno che l'aveva concepita la vedeva rifulgere della più vivida luce. Ma corrispondeva la forma al concetto? Le ore lente del lavoro avevano plasmato in una veste incorruttibile l'istante fulmineo della visione? Le linee, i colori che gli stavano davanti, erano veramente le linee e i colori da lui intravveduti prima che un'asta di legno irrigidisse le sue dita nelle difficoltà della formazione? prima che il colore uscito dalle storte di un chimico materializzasse in un piano uniforme gli ondeggianti fantasmi della sua immaginazione? Era egli, come tanti altri, il poeta soave ed infecondo che sogna ma che non crea? od era — ciò che solamente voleva essere — il virile poeta dalla mente lucida come cristallo, dai polsi fermi, d'acciaio?
Flavio non diede a sè stesso una risposta precisa. Gorgogliava nel suo petto un torrente di vita; chino su di esso, egli stava ad ascoltarne il muggito profondo, attratto dalla incertezza del mistero più che dal bisogno di spiegarlo, ed era tutto il suo essere pari ad un albero in fiore sospeso al disopra di un abisso con intorno mille profumi d'altri fiori e sul suo capo il cielo.
Si decise finalmente a sollevare il quadro colle stesse delicate precauzioni di una giovine madre verso il suo neonato. A passi leggeri discese la scaletta che faceva capo alla grande scala dei Lamberti. Si sapeva aspettato, e per questo sfiorò appena il cordone del campanello pendente nell'angolo, lungo la parete di stucco, e quando la porta si aperse attraversò di volo l'ampia anticamera, dove due cassoni di legno autenticamente decrepiti si perdevano nella vastità dell'ambiente soleggiato per gli alti finestroni privi di cortinaggio che lasciavano entrare tutta la gaiezza del giorno.
Anna gli venne subito incontro tenendogli aperti gli usci perchè potesse passare senza ostacoli. Quasi nel medesimo punto apparve anche Elvira, vestita di chiaro, coi capelli rialzati in una foggia differente dalla solita. Anna la guardò sorpresa come fosse un'altra persona, morsa al cuore da una improvvisa diffidenza. Pensò che sua sorella aveva avuto ben fretta a vestirsi d'estate, ma non disse nulla.
Flavio intanto cercava il posto favorevole per il suo quadro, alzandolo, abbassandolo, finchè trovasse la luce opportuna. Diceva qualche parola ad Anna, ma mentre si voltava per ringraziarla urtò Elvira. Le chiese perdono, confondendosi un poco, colpito anche lui improvvisamente dall'abito chiaro che la modellava con un vago accenno di statua.
Il quadro era allora a posto e Flavio, rifugiato in un cantuccio, lasciava che le due sorelle ne ricevessero la prima impressione senza preconcetti. La tela, di proporzioni singolarmente armoniche, rappresentava una camera buia dove un giovinetto protendendosi da un seggiolone di convalescente con un palpito che dava espressione a tutto il suo corpo, ascoltava. Dall'uscio spalancato si vedeva il lume di una candela che una persona, avvicinandosi teneva in mano; l'oscillazione della fiamma dava veramente l'impressione del moto, così che l'ansia del giovinetto si comunicava allo spettatore, costringendolo a fissare quasi con uguale intensità di attesa l'orlo pressochè invisibile di un velo bianco sul limitare dell'uscio. Questa composizione idealista rappresentata con un verismo umano ed appassionato portava per titolo: Viene!
Elvira fu la prima a parlare. Ella si rivolse gentilmente a Flavio e con una voce che, pur non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa, appariva sincera, disse:
— Ma bello, bello.
La freddezza di tale elogio rimase senza eco. Parve che Flavio non lo avesse neppure udito. Fu ancora Elvira che cercando con gli occhi la sorella esclamò:
— Anna, che hai? Come sei pallida!
La commozione impediva ad Anna di formulare nessuna parola. Forse ella pensava, come aveva detto una volta Flavio, che occorresse un aggettivo più complesso, più misterioso, sopratutto più profondo. Che dire quando il sangue sembra congelarsi nelle vene adducendo sulla pelle un brivido di ignoto terrore? No, a nessun patto ella avrebbe pronunciata la comune, la limitata parola, sotto l'impressione che le dava l'opera d'arte sfolgorante.
Elvira, indispettita che le sue intenzioni gentili non fossero state meglio accolte, si allontanò di alcuni passi fingendo di rintracciare un suo ricamo attraverso il momentaneo disordine che il quadro aveva occasionato.
— È così che lo immaginava? — mormorò Flavio pianissimo accostandosi ad Anna.
La giovane donna trasalì alla voce di Flavio e come tratta da un sogno rispose senza guardarlo:
— Io non avevo immaginato nulla, ma mi pare che non potrebbe essere in modo diverso di così.
— Non ha dunque alcuna osservazione a farmi?
— No.
— Non posso presumere tuttavia che sia perfetto? — insinuò Flavio sorridendo.
— Non so — disse Anna seria. — La perfezione, quando esce dai limiti del desiderio e si concretizza in date forme, può prestarsi ad una disamina direi quasi matematica che è ben lungi dal mio pensiero. Non mi chieda ciò che non posso dare. Mi guardi piuttosto.
Il bel viso pallido e un po' patito si rivolse a Flavio con una tale luminosità di espressione che egli si sentì venire le lagrime agli occhi. La medesima malinconia che lo aveva assalito quel mattino, vedendo dalla finestra la sfiorente bellezza della sua amica, gli dava anche allora un tormentoso ardore di bene vicino e inafferrabile. Avrebbe voluto gettarsi a' suoi ginocchi, baciarle le mani, piangere disperatamente per un dolore che non conosceva ancora, ma che presentiva nella sua sensibilità acuta di nevrastenico. Entrambi, senza dire più nulla, tornarono a figgere gli occhi nel quadro dove la suggestione, che colpiva fin dal primo sguardo, si faceva sempre più intensa all'esame. Quell'adolescente che in una camera buia aspetta mentre presta l'orecchio ad un fruscio che lui solo ode, mentre spalanca le pupille sui bagliori della luce che si avvicina e il silenzio e l'indifferenza che lo circondano, mentre nell'espressione del suo volto fremono tutte le impazienze della vita, rispondeva bene al grido trionfante che l'arte sa sprigionare dalla rozza materia quando l'artista è riuscito a stringere nelle sue mani un cuore.
— È troppo — sospirò Anna afferrata improvvisamente da un senso arcano di paura, sentendo una lama diaccia nel filo delle reni e un fluttuare di veli dentro gli occhi.
Flavio la sorresse fino al divano — il piccolo divano fra le due finestre — e le stette in piedi davanti, palpitante, muto. Nulla li avvinceva come questi silenzi in cui le loro anime si stringevano al di là di ogni possibile amplesso.
Un raggio di sole batteva sulla fronte di Anna. Egli si accostò ad una finestra per abbassare la tenda e intanto vide Elvira che passeggiava sul terrazzo. L'abito chiaro la faceva apparire più alta, più complessa. Sul terrazzo quasi nudo, in mezzo ai rami della glicine che incominciavano appena a germogliare ella emergeva, simbolo vivo della primavera, nell'aria crudamente azzurra. Flavio abbassò la tenda e ritornò presso ad Anna. Restava tuttavia un interstizio fra la tenda e lo stipite e attraverso a quel raggio di luce si vedeva passare e ripassare l'abito chiaro con un movimento cadenzato, molle, dolcemente ritmico.
— Vincerò? — disse Flavio ad un tratto prendendo la manina esangue della sua amica.
— Non ne ho mai dubitato.
— Ma ora, ora?
— Le preme molto di vincere?
— Oh! sì — esclamò Flavio ingenuamente. — Mi pare che debba dipendere da ciò la felicità della mia vita.
— La felicità?... — ripetè Anna con un accento incredulo, intanto che una vaga ambascia le attraversava lo sguardo. — La felicità è forse altra cosa, ma la vittoria sarà sua.
Il giovane trasse un lungo respiro che gli fischiò nella chiostra dei denti lasciandogli sul palato una impressione fresca come avesse trangugiato della menta.
Entrò allora il signor Pompeo. Egli, non avendo più trovato di sopra nè il pittore nè il quadro, veniva a prenderne notizie. La sua voce fessa richiamò Elvira dal terrazzo, per cui si trovarono tutti riuniti intorno a ciò che formava il grande avvenimento della casa.
— Già — disse subito il signor Pompeo, gettando sul quadro un'occhiataccia di sprezzo — incomincia il titolo ad essere sbagliato. Io domando cosa vuol dire Viene? Chi viene? Il titolo, quando non sia un nome proprio, come Andromaca, Caino ed Abele, ecc., oppure un nome che è per sè stesso un qualificativo, come Alba, Tramonto, Bosco, deve darci una proposizione completa col soggetto, oggetto e verbo. A questo modo lo spettatore saprà almeno quello che il pittore ha voluto fare. Ma qui chi ci capisce nulla? Viene! E perchè non Va? Anzi Sta, dal momento che non c'è nessuno che si muove? Questo titolo è una corbelleria, un gabbaprossimo, un nonsenso. Lo dico chiaro e tondo: un nonsenso.
Soddisfatto dell'esordio, il signor Pompeo non lasciò nemmeno la pausa necessaria ad una replica e facendo un passo violento verso l'autore continuò:
— Capisco ora perchè ci tenevi tanto al segreto. Sapevi che non ti avrei permesso di scrivere sotto quel titolo assurdo. Ma potevi bene interrogarmi. Quando si ha la mia cultura, quando si è letto come ho letto io, un titolo si trova subito.
— Non era facile — arrischiò Flavio.
— Per te! Oh! per te, lo credo — disse il professore con un ghigno sardonico.
— E poi quel titolo mi si è imposto. Io l'ho sentito così.
Il signor Pompeo si abbassò a darsi due grandi palmate sui ginocchi, sgangherando sempre più il ghigno.
— L'ha sentito così! Bella scusa, perbacco! Cosa vuol dire sentire? Ragionare si deve. Qui abbiamo un individuo che sta aspettando (voglio per il momento concedere che questa cosa si capisca). L'idea prima che verrebbe ad ogni persona di criterio sarebbe di intitolarlo: L'aspettativa. Alla buonora! Ecco per lo meno un titolo semplice, espressivo, preciso. Perchè questa è la grande qualità che manca a voialtri giovani: la precisione. Non mi voglio spacciare per artista, oh! no. Grazie al cielo di queste ubbie non ne ebbi mai. Ma quando si possiede una certa intelligenza, corredata dallo studio, il primo venuto non può darcela ad intendere. Ho visto i Raffaelli, ho visto i Leonardi (che mi piacciono meno ma che hanno del bonino) e dappertutto la precisione è rispettata. Scommetto che Lo Sposalizio di Maria Vergine, capolavoro che tutto il mondo civile ammira, non avrebbe avuto un eguale unanime successo se si fosse intitolato La verga mistica, obbligando lo spettatore ad un faticoso lavoro di immaginazione per arrivare a questo semplice risultato di un matrimonio.
— Lei scorda intanto — disse Anna senza muoversi dal divano — di giudicare il quadro.
Il signor Pompeo, che anche a tale proposito aveva già detto il fatto suo a Flavio, ma che non gli rincresceva di ripetersi, soggiunse sdegnosamente:
— Pittura nuova, scarabocchi, nessuna consistenza, prospettiva sbagliata, colori falsi, attitudini false. Mi dica un po' se lei od io od uno qualunque appoggia il gomito in quel modo?
Flavio diede un balzo, ma Anna fu pronta a replicare interpretando il di lui pensiero:
— Non è detto che l'arte abbia a valersi esclusivamente delle pose comuni e che ciò che è raro non debba per questo ritenersi possibile.
Elvira che non aveva ancora preso parte alla disputa accennò a parlare. Non ben sicura però o già pentita, si ritrasse, mentre Flavio completava con fuoco la difesa di Anna esclamando:
— E perchè il personaggio che io intendo di rappresentare deve ad ogni costo somigliare a lei od a me o ad uno qualunque? Non può essere un altro? Uno che lei non ha visto, che probabilmente non vedrà mai?
— E quella scarpa — interruppe il signor Pompeo, sdegnando di entrare in discussione col suo antico allievo — Dio sa mai che calzolaio l'avrà fatta! Non parliamo della luce nè del chiaroscuro: sono una aberrazione.
Detto ciò a guisa di sentenza inappellabile il professore voltò le spalle al quadro. Elvira lo seguì domandandogli piano:
— Crede veramente che non valga nulla?
Senza la menoma esitazione egli si arrestò netto sui due piedi e sollevando la mano con un gesto solenne e dando col pollice e il medio un buffetto nell'aria a qualche cosa di invisibile pronunciò:
— Zero.
Sul volto di Elvira, per quanto poco mutevole, rimase come ombra mal dissipata il contrasto di tali opinioni. Flavio non le era mai stato simpatico: cresciuti quasi insieme, ella aveva disprezzato in lui il fanciullo misero, vestito male; sopratutto nella sua qualità di scolara modello lo aveva sempre considerato un essere inferiore, incapace di distinguersi, di diventare un uomo a modo. Lo spirito gretto e calcolatore che era in lei, in aperto contrasto colle idee che avevano presieduto alla sua educazione, la guidava istintivamente verso le mete sicure. La sua scarsa sensibilità si alimentava nelle correnti riconosciute anzichè cimentarsi negli impulsi propri. Intelligente e fredda non si sarebbe mai perdonata uno sbaglio. Tuttavia ciò che vi era di bellezza esterna nel lavoro di Flavio non poteva sfuggirle, e se la commozione di Anna le riusciva impenetrabile, i dileggi del signor Pompeo non la convincevano interamente. Pensò infine che una seconda parola gentile la poteva arrischiare senza compromettersi troppo e si avvicinò al giovane nell'ondeggiamento chiaro della veste, con un amabile sorriso sulle labbra, dicendo:
— Il professore fedele ai principî rigidi dell'etica non vuole guastarla cogli elogi. Speriamo che il pubblico non avrà i suoi scrupoli.
Flavio corrispose sorridendo al sorriso della fanciulla; ed anche più tardi, ed anche il giorno dopo, doveva rimanergli impressa nella memoria la fossetta voluttuosa che si era disegnata in quel momento sulla guancia di Elvira.
Il successo del quadro alla Mostra apparve tanto grande quanto imprevisto. Questa seconda condizione specialmente lo aveva favorito perchè Flavio, ignoto la vigilia, sorgeva in un'accolta di nomi più o meno conosciuti rompendo le reti delle combriccole, dei preconcetti, dei partiti presi, delle simpatie e delle antipatie personali, le quali, preparate da lunghi odi e da gelosie feroci, aspettano il pubblico sulla soglia di ogni Esposizione per avvilupparlo nei loro sottili inganni.
Toccava a Flavio la ventura dell'eroe che oscuro fino al momento dell'azione piomba sul campo della lotta con tale vertiginosa prontezza da essere sollevato in alto prima che la folla abbia tempo di riconoscerlo. Verrà più tardi l'invidia a riannodare le file spezzate intorno al vincitore, verrà l'impotenza, tutte verranno le bieche sorelle, ma intanto il trionfo è suo.
Per quanto fu lunga la primavera, nella verde frescura dell'aprile, nel maggio odoroso, nei primi tepori del giugno, mischiata alle ebbrezze di tutta la natura Flavio assaporò l'ebbrezza della sua gloria nuova. Gli saliva sopratutto al cervello nelle dolci sere trascorse sul terrazzo, in mezzo ai ricordi dell'infanzia che si allungavano nel passato quali ombre scure destinate a dare maggior risalto a un paesaggio ridente da cui gli giungeva l'eco affievolita de' suoi pianti di fanciullo, de' suoi sospiri di adolescente, imprimendo a tutto il suo essere un movimento di ascensione e di conquista. Nell'irradiamento della felicità anche la bellezza gli era venuta; una bellezza delicata di cristallo che il sole indora, dove tutti i colori dell'iride danzano in una aureola di stelle multicolori; fragile bellezza che le sensazioni mutavano d'ora in ora idealizzandola.
Sulla vecchia casa, gli anni, i secoli, si adagiavano uniformi e Flavio era il rampollo nuovo, l'innesto felice di una linfa ricca di forze. Dal cuore della casa, dall'appartamento dei Lamberti, il suo trionfo si spandeva colla sonorità argentina di un riso di bimbo. Sembrava che il terrazzo lo accogliesse conducendolo lontano su per i rami della glicine fino alla finestra del signor Pompeo, il quale oramai non parlava più del giovine parente senza raschiarsi in gola con molta prosopopea avviluppando ogni parola in una nebulosa di se e di ma; fino al piccolo balcone dove il vecchio scettico terminava i suoi giorni in una gloria di sole e di fiori; fino al portinaio, muto filosofo suggestionato — intanto che trasportava i vasi dal cortile al portico e dal portico al cortile — dalla rinomanza onde stava per crescere alla casa il tradizionale lustro severo, protetta come era contro ogni volgarità dalla zona verde degli orti che difendeva la sua nobile solitudine, lasciando giungere ad essa quel tanto appena di rumore mondano filtratovi come attraverso una selezione.
Durante quattro mesi Milano si era appassionata per il giovine pittore che nessuno conosceva, ed ora, volgendo la fine di luglio, avvicinavasi il giorno della premiazione. Flavio l'aspettava senza paura e senza speranza, già pago dell'interesse suscitato dal suo lavoro in quel pubblico da cui solo potevano scaturire le commozioni più profonde che l'artista sogna.
— Eppure — disse Elvira la sera prima del gran giorno — sarebbe una bella cosa ottenere il premio.
— Perchè? — fece Flavio distratto.
— Il giudizio del pubblico non è alla fine che un giudizio di ignoranti, mentre il verdetto di una Commissione intelligente e competente....
— No, no — andava mormorando Flavio disteso a corpo perduto sopra una sedia a bilico nell'ombra della glicine.
— Come, no? Pensi che il pubblico si compone di gente meschina che non ha potuto o voluto studiare, che ignora ogni elemento d'arte; mercanti occupati dei loro affari, bottegai che non sanno giudicare al di là delle loro insegne, donne affatto digiune di coltura....
— O peggio ancora: uomini i quali per avere condotto a termine durante i loro anni giovanili le foglie d'edera e gli ovoidi della scuola di disegno si credono artisti; signore che giudicano i quadri dallo stesso punto di vista dei cappellini e che parlando quattro lingue non pensano in nessuna: snobs privi di gusto, della benchè menoma particella di sensibilità, attenti solo al cenno della maggioranza per dichiararsi. E ancora: artisti mancati che ebbero dalla natura il dono di sentire ma non quello di rendere, eterni Tantali cui morde la sete del bello ma che non giungono a tuffarvi le labbra riarse, che legati invincibilmente alla terra aspirano l'alto con uno spasimo di desiderio da cui germogliano le mille vipere della gelosia.
— Vede dunque?
Queste due brevi parole, pronunciate da Elvira con una risolutezza che ne dimostrava il convincimento, caddero nella silenziosa penombra del terrazzo ammorbidite dalle fronde e dai fiori che vi intrecciavano intorno una odorosa parete. Caddero interamente, si fransero, scomparvero dentro i ciuffi della glicine e dei semprevivi innanzi che Flavio parlasse, e già Elvira stava per riprendere la parola, quando egli saltò in piedi gridando:
— È appunto questa la gioia! Perchè la folla somiglia a un mostro immane dove tutte le laidezze si trovano riunite, perchè è stupida, maligna, senza pensiero e senza viscere, perchè è enorme e bruta, crudele e vigliacca, strisciante e ingrata; perchè è la folla, cioè la riunione prepotente di tutto quello che noi detestiamo, per questo è profonda la gioia di atterrarla, di batterla, di squarciare le sue membra lascive, obbligandola a urlare, a piangere, a versare per una volta almeno davanti a noi qualche goccia del suo sangue impuro! È lei la nemica di ogni cosa nobile e grande, la nemica della bellezza! e quando l'artista sembra andare a lei è nello stesso modo che il domatore va alla belva, per sottometterla.
Flavio si era trasfigurato. I suoi occhi, nell'ombra del terrazzo, gettavano lampi; il fremito di lotta che lo agitava internamente gli faceva passare delle scintille elettriche sulla pelle; tutta la sua virilità sembrava accendersi e divampare nel fuoco dell'idea dominante scaldando l'aria intorno.
— Ciò è bello, — disse Elvira travolta nella calda atmosfera del giovane, attratta inconsciamente dai due occulti misteri dell'ingegno e del sesso; — dominare la folla non è dato che ai forti. Lei è un forte.
E quasi l'affermazione non le sembrasse sufficiente gli si accostò più ancora, insinuante, serpentina, soggiungendo parole vuote di senso ma che apparivano grandiose nell'oscurità tiepida e molle del terrazzo, fra quel giovine di vent'anni e quella fanciulla di diciassette.
Un cuore si schiantava intanto. Anna, che era sopraggiunta sul limitare del terrazzo durante la violenta apostrofe di Flavio, tenevasi nascosta nell'ombra delle piante. Dal suo posto non le sfuggì nessuna inflessione della replica di Elvira, anzi, come avviene di una musica che si percepisce meglio a qualche distanza, ebbe campo di notarne le stonature, i passaggi stridenti, l'urto dell'istrumento inetto a rendere i suoni che il virtuoso avrebbe voluto trarne. Ma sentiva pure che mentre a lei, spettatrice, la verità intima delle cose si disvelava, era tra quei due un ondeggiante mistero complice che la riempiva d'ignoto terrore.
L'indomani, giorno del premio, le due sorelle ugualmente agitate si prepararono fin dal mattino alla visita che stava in cima ai loro pensieri, senza comunicarsi nulla però, come se l'abisso che le aveva sempre divise si andasse colmando di una oscura minaccia, di un pericolo sul quale non osavano ancora tendere gli sguardi. Solamente all'asciolvere, dopo un lungo silenzio, Elvira proruppe:
— Veramente il premio lo merita. È il più bel quadro della Mostra; ha un sentimento, un calore, una penetrazione....
Anna pensava come mai potesse Elvira pronunciare quelle parole che non rispondevano a nessun impulso della sua anima e se ne trovò quasi offesa, derubata di una sua proprietà. In quel momento avrebbe trovato giusto che si vietasse finalmente alle persone di adoperare le parole che non comprendono.
— La delicata intelligenza di Flavio non poteva rivelarsi meglio, — soggiunse Elvira.
Anna stava per dire: “Ma se non l'hai mai riconosciuta!„ Si contenne con uno sforzo che le fece salire tutto il sangue al viso, poichè, se con una sapiente disciplina di se stessa era giunta a domare l'antipatia verso colei che giudicava intrusa nella famiglia, la nuova attitudine di Elvira le risvegliava l'odio del sangue facendovi sorgere accanto un sottil lievito di una amarezza diversa ed ugualmente profonda che ella paventava di analizzare.
Ora, quando Flavio nella sincerità del suo grande affetto veniva a rassegnare il cuore ai ginocchi di Anna, non poteva più isolarla dalla sorella la quale aveva cessato di essere una maligna ragazzetta e le fioriva accanto, indivisibile, prendendo dalla di lei spiritualità il giusto riflesso che le occorreva per animare la sua fredda bellezza. Le due figlie di Gentile Lamberti si confondevano a poco a poco nella mente del giovane come due fiori sullo stesso ramo, ed egli non avrebbe potuto dire sempre se dall'uno o dall'altro gli giungesse maggiore il profumo. Anna sentiva questo. Per lei, così altera della sua nascita, così devota alla memoria paterna, attaccata con tanta tenacia alle tradizioni della famiglia e insofferente d'ogni menzogna e sdegnosa dei cuori volgari e già offesa a morte dalla macchia che lei sola conosceva e che non poteva togliere, quella continuità di inganno che minacciava di traviare anche Flavio, oltraggiandola in tutti i suoi ideali, le scatenava in seno orribili tempeste. Il furto e la menzogna si erano dunque radicati nella vecchia casa?
— Flavio — disse ancora Elvira — si stacca dalla sua famiglia così modesta ed oscura; non si capisce nemmeno come abbia potuto uscirne.
— Chi ne sa nulla! — esclamò Anna con impeto, interrompendola. — Cos'è la famiglia? Una parola di convenzione. L'eredità degli affetti? Un'impostura. L'atavismo? Ah! sì, questo è un bel tema per gli scienziati che lo studiano a tavolino allineando numeri e teorie, ma chi ci dà la verità? Chi osa squarciare questo mistero di carne e di ossa che è l'uomo per vedere realmente come è fatto? Si risale con dei sistemi il corso dei fiumi, non il segreto delle vite. Oh come tutto è tenebra, falsità, menzogna!
La singolare eccitazione di Anna paralizzò per un istante la mente della fanciulla che rispose alfine, non senza nascondere la sua meraviglia:
— Non ti riconosco più! Quanto dici ora contrasta con la fede che hai sempre professata, colle tradizioni della nostra famiglia, coi precetti stessi di nostro padre....
Anna agitatissima gridò:
— Taci! taci! — e alzandosi e movendo verso la finestra per un istintivo bisogno di cambiare aria, quasi di purificarsi, si fermò sul limitare del terrazzo appoggiando contro i vetri la sua fronte che ardeva.
Elvira, rimasta presso alla tavola, pose a scaldare il bricco per il caffè, disponendo per lei e per la sorella due tazzinette bianche a fregi dorati, non senza essersi prima indugiata a misurare la simmetria dei posti. Le tazzettine, come tutto il resto della casa, erano antiche; Gentile Lamberti le aveva viste fra le inanellate dita di sua madre e raramente si lasciavano in balìa delle persone di servizio: l'oro fino che ne ricopriva gli orli era appena intaccato dalle labbra reverenti che vi attingevano quasi una dolcezza di reliquia, ed Anna udiva con una sorda irritazione il leggero tintinnio della porcellana nelle mani di sua sorella.
— Vuoi? — disse Elvira.
Anna si volse, così turbata e con uno sguardo così insolitamente duro, che anche Elvira provò il contraccolpo di quella violenta antipatia. Anna era veramente troppo aspra, nè il fatto di essere la maggiore glie ne dava alcun diritto. Elvira ebbe per la prima volta l'impressione che nulla la legava a sua sorella. Versò il caffè e glielo porse con alterezza. Improvvisamente Anna si sentì gli occhi pieni di lagrime; volle accostare la tazza alle labbra, ma la depose subito e corse a rifugiarsi nella sua camera.
Quando finirebbe quel martirio? Chi verrebbe in suo aiuto impedendole di diventare volgare? Perchè anche questo si aggiungeva alle sue smanie; la paura di decadere. Ad ogni giorno, quasi ad ogni ora, ella vedeva con terrore scemare il livello della propria superiorità. Colla reale sensazione di qualche cosa che scrosciasse intorno a lei si sentiva mancare sotto il terreno, calare, calare abbasso.... Era ella dunque impari alla lotta? Tutto il suo orgoglio, tutte le sue visioni di altezza dovevano frangersi così miseramente in una amaritudine infeconda? Era solamente per sdegnarsi e per adirarsi ch'ella aveva un cuore sensibile, e la sua profonda facoltà d'amare non doveva produrre che dell'odio? Invano un sottile sofisma egoistico le mormorava dentro: Odiare il male, è bene. Non basta! Non basta! Questo grido di protesta sorgeva da tutto il suo essere e la scuoteva non altrimenti che una furibonda bufera fa di un alberello. Ma l'alberello era tenace: torcevasi gemendo e non si spezzava, quasi nemmeno si piegava.
Appoggiata alla sponda del letto, in una muta concentrazione, Anna non si accorgeva dello scorrere del tempo. La sua camera aprivasi sulla via deserta, più che mai deserta in quelle ore meridiane di luglio in cui il sole flagellando i muri penetrava nel chiuso ritiro, smorzato appena attraverso le stecche delle persiane. Da una fessura un po' larga una striscia di luce gialla, entrando, tagliava per metà la camera e i due segmenti svanivano in una penombra dolce d'alcova, dove leggiadri fantasmi si allungavano sulle pareti evocando le scene tenere dell'Orlando Furioso. Questo affresco antichissimo era stato la ragione per cui Anna aveva scelta la camera. Interno al letto si stendeva il mistero della foresta con una arborescenza frondosa che saliva fin quasi alla vôlta, rotta nel suo verde cupo dalle biancheggianti forme di Angelica seduta accanto a Medoro. Dell'eroico poema l'anonimo illustratore di quelle pareti, nell'origine forse destinate ad una sposa, aveva tratto solamente i motivi gentili, per cui gli amori del pastore e della bella non venivano mai interrotti da guerresche e paurose apparizioni, ma era tutto all'ingiro una dolcezza di vita felice, un rameggiare di arboscelli, una luminosità di cielo pallidamente rosato che lasciava nella camera, con parchi rarissimi mobili arredata, l'incerto fluttuare di una visione.
A poco a poco la calma fantastica dell'ambiente avvinse Anna. La voluttà del sogno la prese, aggravata dal torpore del meriggio, in mezzo alla selva che era il suo asilo. Una voce gracile salì dalla strada cantando:
La rosa è il più bel fiore. Come la gioventù Nasce, fiorisce e muore E non ritorna più.
E la voce aveva note gutturali singolarmente dolorose, un po' tremule, che davano alle parole un fascino di passione, come se il cantore improvvisasse per sfogare un suo intimo schianto. La vecchissima canzone che Anna non conosceva, pianta più che modulata nel silenzio ardente del meriggio aveva perduto durante i lunghi anni d'oblìo la volgarità che accompagna tutto quanto cade nel dominio pubblico. Essa rinasceva nella sua freschezza ingenua, nella sua malinconia rassegnata; rinasceva nel signorile paludamento dei morti che non assomiglia a nessun altro e che i vivi guardano con rispetto. Essa, che mille bocche d'amanti avevano ripetuta nei giovani anni e poi scordata, ritentava l'eco della via solitaria, lungo il muricciuolo degli orti; e le note del nuovo cantore gutturali, dolorose, un po' tremule, sembravano tesserle intorno una corona di rose vizze dentro cui tremavano lagrime lontane.
Anna si affacciò al davanzale, ma la canzone era già tornata nel suo sepolcro; il silenzio imperava assoluto: un gobbetto attraversava la strada....
— Anna? — chiese Elvira toccando leggermente l'uscio — ti vesti?
— È già l'ora? — rispose Anna schiudendo l'imposta con una visibile intenzione di gentilezza.
Le due sorelle si trovarono di fronte. Elvira aveva un abito color di rosa sparso di sottili trifogli, stretto alla cintura da un nastro rosa e colle maniche un po' corte che lasciavano scoperto il braccio fino al gomito. Anna la guardò un istante senza parlare.
— Va bene?
Anna pensava come mai Elvira, che non era molto molto bella, si avvantaggiasse così particolarmente per un semplice cambiamento d'abito, ma volendo ad ogni costo cancellare il ricordo della durezza di prima, le cinse la vita con una mano e la baciò. Elvira non avvertì lo sforzo. Dopo averle raccomandato di essere sollecita, per non giungere troppo tardi alla Mostra, dileguò nella fuga delle ampie stanze che il suo abito rosa illuminava di un mobile splendore.
Un profumo di eliotropio, molle ed insipido profumo che ella non poteva soffrire, era rimasto sulle mani di Anna. Si affrettò a versare dell'acqua nel suo lavabo, ma tolto dalle mani il profumo persisteva, caldo ancora del contatto che lo aveva portato sul suo volto. “Odioso odore!„ mormorò Anna slacciandosi la vestaglia. Davanti a lei il lavabo apriva la conca azzurrognola colma d'acqua. Vi tuffò il viso e trascinata da un subitaneo senso di delizia sciolse rapidamente la leggera biancheria che la avviluppava gettandosi ondate d'acqua sulle spalle.
Questo esercizio le diede un benessere fisico così soave da indurla a ripeterlo più volte, eccitata dallo stesso piacevole rumore che l'acqua produceva rimbalzando dalle sue spalle al lavabo e da questo in minutissime perle sul pavimento di pietruzze alla veneziana che già luceva tutto come iridescente cristallo. La striscia di sole, attraverso il filtro delle persiane, si era nel frattempo allungata fino a toccare i piedi della bagnante. Una mezza luce aurea l'avvolgeva tutta e sullo sfondo verdeggiante del bosco dove Angelica e Medoro stavano abbracciati ella poteva credersi una ninfa antica. Le sue forme veramente ritraevano la grazia elegante che intorno al Partenone e fra le ceneri dissepolte di Pompei fa rivivere ancora sulla curva delle anfore la bellezza delle figlie di Nereo.
Sottili, fluide, aventi il raro dono della morbidezza nella esilità, le braccia di Anna riposavano alfine. Ella stava assaporando la frescura dei recenti lavacri, immobile e ritta, col pensiero preoccupato dalla strofa che aveva udito cantare alcuni istanti prima, non ricordandola esattamente, eppure colpita dalla tristezza che accomuna in un solo destino la gioventù e le rose. E si guardava le braccia, sollevandole lentamente fino al viso, al di sopra dei capelli, congiungendole in alto palmo a palmo con un arcano desiderio di amplesso che le fece mormorare sospirando: “Sarebbero pure una nobile coppa per l'amore!„
— Dov'è? Dov'è? — gridò dal corridoio la voce di Flavio.
Ella diede un balzo fino all'uscio, chiudendolo a chiave con un terrore irragionato e convulso, mentre Elvira rispondeva a Flavio:
— Si sta vestendo.
I due giovani entrarono nel salotto che faceva fronte alla camera di Anna. Il mormorio delle loro voci le giungeva distinto attraverso il breve spazio. Diceva Flavio:
— Però verranno?...
— Sì, sì, verremo e subito.
Così rispondeva Elvira con un trillo di allodola felice.
Anna si coperse rapidamente, smaniosa di sottrarsi ad una impressione penosa, o meglio a due impressioni; una penosa e l'altra irritante: e forse ad un'altra ancora più acuta, più indefinita, a cui si mesceva un bizzarro istinto di pudore segretamente offeso.
Per dispetto i nastri si spezzavano, i ganci non si congiungevano. Sotto la sua mano febbrile la stoffa sembrava prendere una attitudine di rivolta, e intanto che dibattevasi contro i piccoli ostacoli materiali tendeva con ansia l'orecchio alle voci dei due giovani che si erano straordinariamente abbassate di tono. Ora non percepiva che qualche sillaba, qualche motto staccato. Tuttavia il dialogo continuava animatissimo, passando dal sommesso bisbiglio della parola al fruscìo alato del sorriso ed al spezzato singulto che fa gorgogliare la voce nelle fauci con un canto di acque profonde.
Nell'ansia Anna sospendeva l'opera, madida la fronte di sudore. A un tratto le voci tacquero. Il silenzio altissimo non era più interrotto che dalle pulsazioni del suo cuore tumultuante. Che cosa avveniva? Erano forse partiti? o Flavio era partito? Provò un istante di vertigine. Dove, dove erano? Perchè tacevano? Le parve di udire un piccolo colpo di tosse, ma avendo in quel medesimo istante urtato in una spazzola che cadde rumorosamente a terra, non poteva essere sicura. Chiamò: “Elvira!„ Nessuna risposta. Forse si trovavano sul terrazzo. Ma perchè Flavio era venuto? Dovevano incontrarsi all'Esposizione. Sua sorella si era vestita prima del tempo: aveva sempre una gran premura di vestirsi. E il silenzio continuava! — Ah! una voce finalmente.... Non la loro voce, no. Era il cantore che ripassava per la via deserta
. . . . . . . . . Nasce, fiorisce e muore E non ritorna più!
Anna si affacciò questa volta alle persiane per vederlo. Cercava i suoi guanti, pur avendoli sotto gli occhi, toccandoli.
Finalmente eccola pronta. Si precipita fuori della camera ed urta Elvira che veniva alla sua volta.
— Dove eri?
— Quando?
— Ma ora.
— Qui.
— Sola?
Elvira solleva il capo e la guarda con una certa meraviglia. Anna arrossisce.
— Possiamo avviarci, — soggiunge Elvira. — Flavio ci precede.
— Che cosa aveva?
— Chi?
— Flavio.
— Nulla.
— Perchè è venuto?
— Voleva essere sicuro che noi andassimo.
Attraversano l'ampia anticamera, escono sullo scalone, scendono sotto il portico, il vecchio pensionato rientra allora e le saluta; il portinaio le arresta un momento per mostrar loro un ricciolone del terrazzo che ha bisogno di essere riparato: mostra in pari tempo una nuova piantagione de' suoi vasi, un cespuglio di dittamo, e ne offre un ramoscello a ciascuna. Sulla porta Anna chiede:
— Che cosa ha detto?
— Chi?
— Flavio.
— Nulla.
— Mi sembrava che aveste una discussione.
— No.
Il cielo ha quel pallore opaco delle giornate troppo calde. L'aria è immobile: non trema una foglia; le pietre del marciapiede scottano, bianche di luce e di polvere. Le due sorelle si avviano lentamente.
Sulla soglia della Mostra, proprio nella corrente del pubblico che entrava a frotte, due signori discorrevano con animazione senza perdere di vista i nuovi arrivati, ai quali anzi uno di essi faceva largo con un gesto semicircolare, imponente e grazioso insieme, che aveva dell'invito e della condiscendenza. Era costui un ometto magro, segaligno, il cui volto color limone ornavasi di alcuni cespugli di pelo bigio disposti bizzarramente qua e là, incerti ancora (benchè il loro proprietario toccasse i sessant'anni) se divenire baffi, barba o basette. Vestito accuratamente di panno nero, con uno spillo di mosaico nella cravatta nera e un paio di guanti color marrone, appariva chiaro che la sua dignità naturale si era per la circostanza agguerrita di minuziose cure esterne, incaricate di avvertire dell'esser suo anche i più distratti. Concorreva allo scopo un portamento della testa più eretto del solito, un girare in tondo degli sguardi dove era in eguali dosi compenetrata la sicurezza di sè e un benigno compatimento che distribuiva a caso sulla folla come spruzzi d'acqua benedetta.
— Capirai — diceva al suo interlocutore lasciando cadere le parole dall'alto, palleggiandole quasi prima di decidersi a regalarle — non si riceve per nulla una buona educazione. Mio nipote....
— È suo nipote?
— Già, già, stretto parente, strettissimo. L'ho allevato io dall'età di nove anni; è quasi mio figlio; l'ho coltivato veramente a guisa di una pianticella, potando, estirpando, innestando. Si può dire che egli non ha un'idea che non sia stata prima mia. Il disinteresse col quale noi educatori seminiamo nelle giovani menti germi di frutti che esse sole raccoglieranno è ciò che forma la serietà, direi quasi la santità della nostra missione.
Il signor Pompeo sospese di parlare per gettare un'occhiatina di sbieco sopra alcuni foglietti che l'altro s'era levati di tasca e che stava riempiendo di note. Il signor Pompeo lo conosceva benissimo, perchè era stato suo scolaro e lo aveva bocciato parecchie volte, ma ora essendosi messo a fare il critico d'arte gli incuteva una specie di soggezione dietro la quale stava pure l'ansia di vedersi quando che sia citato su per le gazzette. Non che la cosa gli dispiacesse, tutt'altro, ma capiva l'importanza del momento e la necessità di posare bene. Con una mano nello sparato dell'abito, pendente l'altra con nobile negligenza lungo il fianco, il signor Pompeo pensava: “Anche questo l'ho formato io. Chi sa mai che portato in alto dalla capricciosa fortuna non riesca ad avere il suo quarto d'ora di celebrità; allora deve necessariamente ricordarsi di me. Purchè sia riuscito a purgarsi dei neologismi!„
— Signor professore, lei dunque dice che suo nipote ha vent'anni?
— Ventuno.
— Ed ha sempre avuto questa passione per l'arte?
— Certo, certo.
— Dimostrata fino dall'infanzia?
— Dimostratissima. I suoi quaderni erano pieni di sgorbi.
— Di sgorbi?
— Voglio dire.... sai bene.... i primi tentativi.... Già anche Raffaello avrà incominciato così. Ars longa. Quel Raffaello che pittore!
Il signor Pompeo si lisciò i cespugli del mento inarcando le ciglia e sollevandosi sulla punta dei piedi perchè gli sembrava che la folla lo nascondesse troppo. Si avanzava difatti un gruppo di giovani che dalle corte casacche e dai larghi cappelli apparivano allievi della scuola di pittura: si avanzavano circondando rispettosamente un signore alto, corpulento, ben vestito, il quale procedeva in mezzo a loro nè più nè meno che Gesù fra gli apostoli, predicando il verbo con una voce volontariamente affiochita per non attirare l'attenzione dei profani, esprimendo giudizi brevi, recisi, che si limitavano qualche volta ad una crollata di spalle o ad un peuh! sdegnoso, accolti dalla turba devota con umile deferenza, con rossori e pallori improvvisi che dimostravano l'alta influenza del personaggio.
— È il commendatore professore X — susurrò piano il critico d'arte all'orecchio del signor Pompeo, — vado a sentire che cosa dice.
Facendo subito seguire l'atto alle parole il critico d'arte si cacciò così bene nel crocchio che la sua esile persona di giovinetto stremenzito non apparve più, tra le falde del commendatore e i cappelli degli allievi, che a guisa di un uccelletto saltellante in cerca di becchime.
Dietro le spalle del signor Pompeo entravano intanto senza che egli se ne avvedesse, le signorine Lamberti. Graziose, eleganti, severamente distinte, erano molto guardate sempre dovunque si recassero, ma più che le loro persone si imponeva l'aureola del loro nome. Muta da tanti anni la voce di Gentile Lamberti echeggiava ancora nei cuori che aveva fatto palpitare per quel privilegio che hanno certe anime ardenti di prolungare la loro vita oltre i confini della materia; ed accadeva spesso alle fanciulle di udir mormorare sul loro passaggio: “Sono le figlie di Gentile Lamberti„ con un accento di simpatia rispettosa che faceva vibrare profondamente il cuore di Anna e schiudere sui labbri di Elvira un sorriso di vanità soddisfatta.
La curiosità del premio e le polemiche che lo avevano preceduto attiravano quel giorno alla Esposizione una folla grandissima. Per le sale, dove si circolava a stento, il caldo era insopportabile. Un'afa impregnata di migliaia di esalazioni, corrotta da microbi invisibili, nauseabonda nel suo odore fondamentale che inutilmente veniva a tratti a tratti interrotto dalla presenza di qualche profumata signora, gravava su tutte quelle persone raccolte. I velari di tela bianca distesi a mezza volta per regolare la luce contribuivano a restringere lo spazio, imprigionando l'aria, rendendola vieppiù soffocante e irrespirabile. In quella atmosfera lattea, uniforme, la folla si pigiava più intontita che allettata, ricevendo nella retina degli occhi un'impressione confusa di colori che per la maggioranza si risolveva in una leggera emicrania: scossa tratto tratto da un soggetto impressionante, da una arditezza nuova di esecuzione che le traeva esclamazioni derisorie e faceva correre ratte le facezie di bocca in bocca, ma riprendendo quasi subito il suo andare pesante e rassegnato di branco umano davanti alla sfilata interminabile dei quadri.
— Fa troppo caldo, — disse Elvira.
Le due sorelle erano ansiose di sapere se la premiazione fosse già stata fatta. Non guardavano nulla e nessuno, seguendo docilmente la folla, intente solo a rintracciare Flavio. Una grossa famiglia borghese composta di tre generazioni, tutte ferme davanti ad una tela intitolata La stiratrice le arrestò contro lor voglia per qualche minuto.
— Questo meriterebbe il premio! — esclamò con voce potente il padre di famiglia.
Gli altri fecero coro, lodando chi la bella faccia tonda della stiratrice, chi la rimboccatura perfetta delle sue maniche, chi la trovata di un gattino accoccolato con fine accorgimento nella biancheria appena stirata, chi la naturalezza della pugnetta alla quale non mancava neppure una lieve sfrangiatura di stoffa bruciata. La madre di famiglia guardò a lungo prima di pronunciarsi, poi espresse l'opinione che non si stira sopra una tavola così bassa.
— Fa veramente troppo caldo, — disse ancora Elvira.
— È curioso. Tu non soffri mai il caldo — osservò Anna con dolcezza.
— Ma oggi è eccessivo.
— È vero. Se potessimo trovare una sala meno affollata....
— M'era parso di scorgere il signor Pompeo.
— Dove?
— Non si vede più.
Incontrarono delle amiche:
— Oh! il vostro giovine pittore, che successo!
— Hanno esposto la premiazione? — domandò Elvira.
— Non ancora.
L'onda della folla le divise. Le due sorelle furono sospinte innanzi mentre esse si riguardavano scansando i contatti, desiderose di giungere vicino al quadro di Flavio. Ma il quadro era in una delle ultime sale.
— Fermiamoci un momento, — propose Elvira.
A mala pena trovarono un posto sopra uno dei divani collocati nel mezzo delle sale. Intorno ad esse sedevano alcune persone della buona società, fra cui una signora di quelle che i giornali letterari e gli autori nelle prefazioni dei loro libri chiamano intellettuali. Ella stava appunto concludendo un discorsetto sulla pittura:
— .... è La Sizeranne che lo afferma, dobbiamo credergli.
— Non credo però — rispose un signore di mezza età che le stava ritto dinanzi facendosi fresco con un ventaglietto giapponese — che i nostri artisti farebbero bene ad imitare gli Inglesi.
— Non le piace Burne Jones?
Sì dicendo la signora intellettuale volse un'occhiata alle nuove persone che si erano sedute sul divano per giudicare su di esse l'effetto di quel nome.
— Sì, mi piace un Burne Jones; due sarebbero già troppi. Il genio non può far scuola; essendo la manifestazione di una forte individualità esso è principio e fine a se stesso.
— I preraffaelliti tuttavia non hanno detto la loro ultima parola.
— Eh! eh! — fece il signore dal ventaglietto senza spiegarsi maggiormente.
Due damine intanto si erano fermate a stringere la mano dell'intellettuale.
— Oh! cara, ma questo premio non si vede ancora.
— La giurìa sente il caldo — pronunciò il signore ventilandosi con maggior lena.
— E sì — disse la intellettuale sottolineando le parole — che la scelta non dovrebbe essere difficile. Procedendo per eliminazione, che cosa resta da giudicare? tre o quattro lavori, se pure!
— Per conto mio — rispose una delle dame cui il gran naso a becco usurpava il posto del viso e che portava una corona da marchesa — non vedo un solo quadro che mi ispiri il desiderio di averlo nel mio salotto.
— Quella testa è molto espressiva! — esclamò la sua compagna indicando un San Gerolamo che le stava davanti, nero e giallo come un tizzone abbrustolito.
— Ma ti pare! una bella figura che farebbe al di sopra del mio divano Louis quinze! Roba da Tebaide, cara.
— Sarebbero più in istile quelle fanciulle che il pittore chiama: Primavera ellenica, ma.... troppo nude — interruppe la intellettuale. — I pittori abituati alle crudezze dell'Accademia dimenticano spesso che vi sono al mondo anche delle signore.
— Delle vere signore, — accentuò la proprietaria della corona marchionale dilatando le narici del suo gran naso.
— Un quadro per il suo salotto, marchesa — interruppe il signore dal ventaglio — potrebbe essere quello del giovine simbolista: Viene!
— Ah: no, mi impressiona troppo. Non posso esimermi dal pensare che vi è un ladro nella camera vicina.
— Che idea!
— È così. Dal volto dell'adolescente spira un terrore, un'ansia....
— Ammetto l'ansia, ma la spiego diversamente.
La signora che aveva dimestichezza con Burne Jones e con La Sizeranne aperse una parentesi per dire:
— Non mi pare che appartenga alla scuola simbolistica. È al contrario di un verismo che colpisce.
— Si può essere simbolici e veri nello stesso tempo. Che ne pensa la marchesa?
— Penso che ad ogni modo la cornice è di cattivo gusto.
Le signorine Lamberti si alzarono.
— Se potessimo trovare Flavio! — mormorò Anna.
Elvira non rispose, pallida e oppressa da una stanchezza a cui la breve fermata non aveva recato alcun ristoro.
Ripresero così il lento andare in mezzo alla folla, afferrando a volo brani di conversazione, mezzi giudizi, parole staccate che si incrociavano bizzarramente.
Un vecchiotto arzillo, con baffi alla Vittorio Emanuele e cappello di panno verdone posto alla sgherra, si appoggiava fortemente sul braccio di un compagno, brontolandogli nell'orecchio con attitudine da congiurato:
— Bisogna che ritornino alla pittura storica; non c'è altra salvezza. Cosa vogliono dire tutti codesti fantocci? La fantasia! Il sentimento! Baie. Storia ci vuole; e disegno ci vuole. Non c'è più nessuno che sappia disegnare. Vedere a' miei tempi l'Induni, il Focosi.... Vedere l'Emanuele Filiberto che getta ai piedi dell'ambasciatore spagnuolo le insegne del Toson d'oro!
Il chiacchierio di due ragazze passò sopra alla voce del brontolone.
— .... il basso della gonna filettato di bianco.
— E i bottoni bianchi.
— No, neri.
— Meglio bianchi.
Le signorine Lamberti trasalirono all'improvviso. Qualcuno aveva detto: “Il premio....„ Ma non poterono udire altro. Elvira, tacitamente, infilò il suo braccio sotto il braccio di Anna.
Giunsero infine alle ultime sale. Un drappello di giovani mascherava il quadro di Flavio, tanto che sembrava poco possibile potersi avvicinare. Anna tuttavia che era più alta della sorella si sollevò un istante sulla punta dei piedi e ricadde subito, stringendo nervosamente il braccio di Elvira. Aveva visto il cartello del premio affisso sul quadro.
— Lascia vedere anche a me, — disse Elvira con voce velata da insolita commozione.
Tremanti, felici, pallide, le due sorelle bevettero insieme a quella larga onda di gioia. Si parlava molto e forte intorno a loro, ma non erano più in grado di intendere nulla. Appena se videro, e confusamente anche questo, il signor Pompeo ritto accanto alla tela premiata sorridendo al pubblico con benevolenza.
— Andiamo, — mormorò Anna.
Rifecero una sala o due, ma il bisogno dell'aria pura le portò ben presto nel piccolo giardino della Mostra il quale era stato per la circostanza provveduto di fiori e di alte felci che aggruppate artisticamente davano per gli occhi l'illusione della frescura. Si erano da poco accomodate sopra una panchina, in un cantuccio discreto e ombroso, quando Flavio venne a raggiungerle.
Il povero fanciullo raggiava tutto attraverso una velatura indefinibile di mestizia rimastagli dalla sua triste infanzia e che il successo non poteva cancellare interamente. Egli aveva inoltre quella vera modestia che fa del trionfo un piacere raccolto, che lo sottrae alle manifestazioni turbolente e chiassose per innalzarlo ad una specie di rito intimo, quasi ad un patto religioso e solenne coll'anima.
— Suo, suo, tutto suo! — Alludendo al trionfo così Flavio rispose stringendo la mano di Anna, turbata anch'essa e felice, eppure mesta di una mestizia che anzichè essere in lei l'ombra del passato sembrava un'oscura prossima minaccia.
Elvira indugiava a parlare. Col busto per metà rovesciato sull'appoggiatoio della panchina fissava Flavio con uno sguardo ardente, insolito in lei, che non tardò ad esercitare sul giovane una singolare potenza di attrazione. Ella era in quel divino momento della giovinezza che conferisce ad ogni cosa viva il massimo della sua potenza. Per quanto casta e severamente educata, ed anche innocente, usciva da tutta la sua persona un impetuoso fascino di desiderio. Flavio lo sentiva, e nello stato di sovreccitazione in cui trovavasi gli riusciva impossibile la difesa. Si guardavano così, rapiti, colle pupille molli di involontarie seduzioni.
Quel silenzio parve ad Anna insopportabile; volle romperlo in qualche modo e incominciò a volgere a Flavio una quantità di domande la cui volubilità era troppo palese perchè ella stessa non avvertisse un senso di stonatura. Avrebbe allora voluto muoversi, riprendere la passeggiata affannosa in mezzo ai quadri, ma si erano appena sedute ed Elvira sembrava stanca assai. Guardandola in quella sua posa languida, col momentaneo pallore che le ingentiliva il volto, col busto giovanile fasciato di rose e il collo nudo emergente nel trionfo della linea che nessuna orma di tempo aveva ancor tocca, ne subì suo malgrado il misterioso impero. Sua sorella le apparve in quell'istante più che mai straniera ma armata di invincibili diritti. Piegò il capo e seguendo distrattamente cogli occhi il disegno della ghiaia per terra cadde in un profondo silenzio.
Un'orchestrina mascherata da un gruppo di felci gigantesche eseguiva un'aria dell'Orfeo. Le note delicatamente appassionate cadevano nel piccolo giardino non ancora invaso dalla folla, dove aliava un fresco odore di azalee appena dischiuse, dove il caldo greve ancora ma non contaminato conciliava un soave torpore sognante.
— Come si sta bene qui! — sospirò Elvira a fior di labbro.
Nello stato di sensibilità acuta in cui si trovava Flavio, coi nervi vibranti, la fantasia in tumulto, tutto il suo essere sollevato da un'onda di vita, anche quelle semplici parole si vestirono di imagini dolcemente accese quali fiaccole sul limitare di un sentiero nuovo, sconosciuto e tentante. Gli occhi di Elvira erano quel giorno straordinariamente larghi, natanti in un'ombra violacea di una morbidezza sofferente e voluttuosa e si attaccavano a quelli del giovane con un lungo, insistente richiamo, con bagliori inconsci di febbricitante.
— Temo — continuò Elvira sorridendo di un sorriso infantile — che i suoi ammiratori vengano a rapirla.
— Non è facile, — balbettò Flavio senza sapere molto quel che si dicesse, invaso come era da un dolcissimo turbamento.
Quando Anna sollevò gli occhi li vide stretti in un colloquio di brevi parole: brevi e interrotte come le parole che si erano scambiate poche ore prima a casa e che non aveva potuto comprendere. Vide pure il braccio destro di Elvira, dal quale ella aveva tolto il guanto, abbandonato sulla spalliera in vicinanza di quello di Flavio e benchè l'atto fosse giustificato dalla lunga confidenza, Anna ne ricevette una impressione disgustosa. Deviando lo sguardo avvertì la singolare animazione degli occhi di sua sorella.
— Stai meglio, mi pare?
— Sì, molto meglio. Era il caldo eccessivo delle sale che mi opprimeva. M'è rimasto un po' di cerchio alla fronte, ma passerà anche questo.
Senza volerlo Anna tornava a guardare il braccio nudo di Elvira. Avendo fatto un movimento per accomodare il cappello la manica le era scivolata in alto scoprendo per un istante il gomito.
— Dov'è andato a finire il tuo guanto? — domandò Anna con calma.
Elvira e Flavio si mossero insieme per cercarlo; esso cadde dalla panchina e Flavio lo raccolse prontamente ridendo.
— Non sarà quello della sfida, — gli disse Elvira a bassa voce.
Flavio rise ancora senza rispondere. Cingeva entrambi una zona luminosa, calda di invisibili correnti, dove sbocciavano le loro tenere giovinezze come fiori che il sole ha raggiunti. Anna pensò che riso e parole si riferivano senza dubbio a qualche loro precedente discorso e fu presa da un sentimento penoso di umiliazione che la ripiombò nel silenzio. Ella sentì in quel momento l'amarezza della vita che passava.
················
La folla riversandosi ora nel piccolo giardino li fece fuggire. Elvira dimenticò ancora il suo guanto e intanto che Flavio tornava indietro a prenderlo Anna disse con una certa impazienza: