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La straniera

LA PAROLA DRAMMA IN TRE ATTI.

Reading edition

PERSONAGGI

Il Maggiore Conte Vittorio Bermond della Motta.

Il Cavaliere Amedeo Bermond della Motta.

Il Capitano Conte Carlo D’Aldengo.

La Contessa Sabina D’Aldengo.

La Contessa Ortensia Datis.

La Baronessa Sofia Milliet.

Il Marchese Del Cerreto.

Di Pranero, La Torretta, ufficiali.

San Vito, quartiermastro.

Un chirurgo militare.

Il suo garzone.

Gaudenzio.

Michele.

Un sergente.

Un soldato.

Altri soldati.

Atto 1º — Al campo piemontese sul Piccolo San Bernardo.

Atto 2º — A Torino; nel palazzo D’Aldengo.

Atto 3º — A Torino; in casa dei fratelli Bermond.

L’inverno del 1793 — L’inverno del 1794.

ATTO PRIMO.

L’interno d’un meschino tugurio. Porta in fondo che aprendosi lascia vedere il terreno coperto di neve. Focolare con rozza panca davanti; in un angolo alcuni bastoni ferrati, una brocca per l’acqua, un pane di munizione; a destra una tavola con carte, libri, un cannocchiale, oggetti diversi. È notte, ma si fa giorno a poco a poco.

SCENA PRIMA. Vittorio Bermond, Carlo D’Aldengo, Di Pranero, La Torretta.

(Di Pranero e La Torretta, avvolti nei loro mantelli, dormono su due sacconi. Carlo seduto sul suo è assorto in profondo pensiero. Vittorio mette in ordine la tavola, al lume d’una candela piantata in una bottiglia. S’ode un rullo di tamburo affievolito, lontano).

Vitt. (senza voltarsi) La diana, signori.

Di Pran. (si scuote, si alza).

La Tor. (si muove, sbadiglia, guarda intorno mezzo assonnato).

Di Pran. (va ad aprir l’uscio, guarda fuori).

La Tor. Oh! chiudi, chiudi, da bravo!... Cos’abbiamo? Tormento sempre?

Di Pran. (richiudendo). Nebbia.

La Tor. Meno male che i lupi ci hanno lasciato dormire.

Di Pran. Giù, i Tricolori si avanzano e i lupi scappano. Ci stanno addosso oramai.

La Tor. Cospetto! s’è visto ieri... (si alza). Facciam colazione? (va a prendere il pane e la brocca e li porta vicino al fuoco).

Di Pran. Ci sarà ancora del formaggio? Spero.

La Tor. Neanche una briciola.

Di Pran. E chi l’ha finito?

La Tor. S’è finito da sè. (Mettendosi a cavalcioni sulla panca e cominciando ad affettare il pane). Bermond?...

Vitt. Grazie, più tardi.

La Tor. D’Aldengo?...

Carlo. (Rifiuta col gesto).

La Tor. (mangiando di voglia). Pranero, pensa un po’: due belle tazze di cioccolatte caldo, spumante... alcune fette di prosciutto...

Di Pran. Non seccare, non seccare.

La Tor. Bella campagna, eh! Nessuno certo ha mai osato attendare un esercito in luoghi come questi, e mantenervelo per tutta l’invernata.

Di Pran. No, non si trovano esempi, neanche nelle storie più antiche.

La Tor. Doveva toccare a noi, ecco!

Di Pran. Per star appena bene, ci vorrebbero muraglie, invetriate, stufe, tutto in regola.

La Tor. E vino, vino, vino...

Di Pran. Vino, caffè, liquori...

La Tor. E invece manca anche il necessario.

Vitt. (che sta prendendo misure sur una carta topografica, notandole poi sopra un taccuino). I soldati stanno peggio di noi.

Di Pran. (tra’ denti). I soldati sono soldati.

Vitt. Dormono entro baracche sconnesse, sotto tenda stracciate, in cui penetrano la nebbia e la neve; sempre in lotta col vento che spegne i loro fuochi; col gelo che spella le mani; mal nutriti, mal vestiti...

La Tor. Mal guidati.

Vitt. (severo). Non l’ho detto.

La Tor. (piano). Lo dico io.

Vitt. Soffrono, si battono, e non si lagnano mai.

Di Pran. (brontolando). Se almeno ci lasciassero tentar qualche cosa... Ma no! Allo stato generale si discutono i piani, e l’esercito aspetta.

La Tor. Quei signori sono al caldo, vedi, stanno bene; cosa vuoi che lor importi di noi?... (riporta a posto il pane e la brocca).

Vitt. (imponendo quasi il silenzio). Basta! Tacere e ubbidire. Contro mala fortuna, cuor fermo.

La Tor. Intanto noi siamo di pattuglia (cingendo la spada). Siam di pattuglia, mio caro Pranero!

Vitt. Pattuglia di scoperta: ordine d’avanzare fin oltre la linea dei piccoli posti. Potete partir anche più tardi.

La Tor. Bene (disponendosi a uscire). Faccio un giro pel campo e vi porto le nuove.

Di Pran. T’aspetto qui, io.

La Tor. Bravo. E prepara quel che occorre. (Via).

Carlo (si alza e va a seder davanti al fuoco).

Di Pran. (cerca intorno e sulla tavola).

Vitt. (a Di Pranero). Che vuoi?

Di Pran. Scusa... La borraccia?

Vitt. È qui.

Di Pran. (scuotendola). Niente: neanche più una gocciola! Fortuna che c’è il fiasco...

Vitt. Il fiasco? L’ha vuotato La Torretta ier sera.

Di Pran. (stizzito). Evviva! Sgocciola i fiaschi, smaltisce i viveri, e se la gode, lui! Gliene ho già dette tante... Ma va raddrizzare il becco allo sparviero!

Vitt. La baracca della vivandiera è qui a due passi.

Di Pran. Già (avviandosi). Purchè non abbia vuotato anche la baracca, colui!

SCENA SECONDA. Vittorio, Carlo.

Carlo (sempre seduto davanti al fuoco).

Vitt. (spegne il lume e si volta a guardar Carlo). E tu D’Aldengo.

Carlo. Sarò di gran guardia domani.

Vitt. E oggi?

Carlo. Oggi starò qui.

Vitt. (un po’ duro). Così, senza far niente? Male. Nelle condizioni in cui siamo non bisogna stare inoperosi. Guai!... Io, per esempio, sin cercando un nuovo sistema di difesa per queste montagne. Una cosa chimerica, vedi, eppure...

Carlo. Tu sei un bravo ufficiale.

Vitt. (continuando). Questo mi distrae, mi occupa, mi contenta...

Carlo. Sei un bravo ufficiale.

Vitt. (sorridendo). E batti! Vuoi un complimento anche tu?

Carlo (con amarezza). Non lo merito.

Vitt. (con forza). Animo, animo! Bisogna scuotersi: così non si va più avanti.

Carlo (risentito). Cosa vuoi dire?

Vitt. Quello che t’ho già detto più volte.

Carlo (alzandosi e avvicinandosi all’uscio). Allora è inutile ch’io stia qui a sentire.

Vitt. (severo). Fermati! Come superiore non dovrei permetterti di parlarmi in quel tono. Ma ti sono amico... (dopo una pausa, rabbonito). Dove vuoi andare?

Carlo (volgendo altrove la faccia). Così... un po’ fuori.

Vitt. Fuori del campo? No eh? Sarebbe un avventurar la vita da pazzo, inutilmente.

Carlo. Penso di scender al quartier generale.

Vitt. Tu! a far che?

Carlo. Voglio presentar una domanda a Sua Altezza, o se non mi riesce, al generale d’Argenteau.

Vitt. Ah, ah! E che domanda? (lo guarda fissamente).

Carlo (muovendosi). Questo riguarda me solo.

Vitt. (tagliandogli il passo). Tu vuoi chiedere il permesso di andare a Torino? Nega se puoi!

Carlo. E quando fosse?

Vitt. In questo momento!

Carlo (alzando le spalle). Se non si fa niente.

Vitt. Ma durante la tua assenza potrebbe venir l’ordine di pigliar l’offensiva. Non s’aspetta che questo!

Carlo. Tanto peggio per me.

Vitt. (vibrato). Ti sconsiglio dal domandar un favore che ti sarebbe negato.

Carlo (cupo, a mezzo voce). Oh allora... Allora poi...

Vitt. (imperioso). Taci! Non sai quel che dici!

Carlo (torna a sedere sulla panca, curvo sulle ginocchia accavalciate).

Vitt. (si accosta con calma) Non sei più padrone di te: lo vedo bene. È una cosa grave, alla quale bisogna trovar rimedio. Cerchiamo insieme? Vuoi?... Fa conto di parlar con un fratello.

Carlo. Tu non mi puoi capire.

Vitt. Perchè?

Carlo. Hai il cuor contento; l’hai detto poc’anzi; e col cuor contento non c’è male che vi tocchi.

Vitt. Come se non vedessi ciò che ci accade d’intorno!

Carlo. Ecco! Ma di questo siete in tanti a soffrire: l’esercito, la Corte, tutto il Piemonte. Del mio male soffro io solo; (voltando bruscamente la faccia) e guarda come!

Vitt. (dopo una pausa con impeto) Santo Dio! Come mai t’è saltato in mente di prender moglie?

Carlo (fa alcuni gesti scomposti: scatta in piedi come per correr via).

Vitt. (fermandolo). No!... Senti! Dimmi: non potevi aspettar dopo la guerra?

Carlo. La guerra?... E chi se la sognava la guerra, pochi mesi fa, dopo quasi cinquant’anni di pace?!... Il dieci settembre io chiesi in moglie Sabina; la notte del ventuno i francesi passavano il nostro confine. Un fulmine! (camminando agitato, e fermandosi tratto tratto). Tiriamo via! La cattiva stagione ci riduce ai quartieri d’inverno, in Aosta. Ottengo una licenza; vado a Torino; mi sposo. Contavo sur una tregua... (con passione crescente). Fui richiamato subito, il giorno dopo! Dovetti lasciar mia moglie il giorno dopo, tutt’a un tratto, così!... Ma se lo sai! Non rivanghiamo, per amor di Dio, che mi sento impazzire!

Vitt. (con tristezza). È la separazione, non è vero? È la lontananza che ti accora, che ti tormenta? (pensoso). Infatti... se penso a mio fratello, a cui voglio bene...

Carlo (interrompendolo). C’è altro! C’è altro! Sabina non risponde al mio amore come io vorrei. Capisci? Mi sembra che il tono delle sue lettere si venga mutando. Non so come, nè perchè mi sorgono nell’animo mille dubbi. La mia immaginazione è d’una fecondità inesauribile nel trovare, nel dirmi tutti i casi, tutte le combinazioni che possono riuscirmi più amare.

Vitt. Sei geloso?

Carlo. Ebbene sì, è questo, è la gelosia! E gli impeti sono continui e così disperati che mi passano il cuore come vere stoccate.

Vitt. (vivamente). Ma dunque son fantasie che non hanno nulla di vero? Abbi pazienza, tu manchi di senso comune; lasciatelo dire (energico). Scuotiti, metti giudizio, portati da uomo, per Dio!

Carlo (abbattuto, desolato). Vittorio, la volontà non mi serve più... Mi sento dominato da una forza ignota, malvagia... Cerco di contenermi, di resistere, ma...

Vitt. (severissimo, scrutandolo). Ma?... E poi? Avanti, sentiamo.

Carlo (scostandosi). Finora... ho potuto viver così, lontano, separato da lei...

Vitt. (insistendo con forza). Cosa vuoi fare? Rispondi.

Carlo (disperatamente). Ma non me la sento più, non me la sento più...

Vitt. (sempre con gran forza). Cosa vuoi fare? Andartene? Fuggire? Disertare? (accentuando la parola). Disertare?... È a questo che pensi, sciagurato?

(Un silenzio).

SCENA TERZA. Vittorio, Carlo, Soldati al di fuori, poi Di Pranero.

Voci (che si vengono avvicinando):

Noi d’Oneja, noi d’Sardegna Imitand la virtù degna Difendroma ’l bel Piemont.

Di Pran. (sull’uscio, voltandosi). Silenzio, voi altri!

Vitt. (aspro). Lasciali cantare; che male ti fanno?

Di Pran. (ai soldati). Alla buon’ora: cantate fin che volete.

Voci (ripigliano e si allontanano).

Carlo (si lascia andar sulla panca).

Vitt. (riprende il suo lavoro).

Di Pran. (brontolando). Bei cantanti! Farebbero una bella figura sur un teatro; gialli, irsuti, magri come il cavallo dell’Apocalisse... Fortuna che i sans-culottes hanno poco da invidiare ai nostri. Ho visto i prigionieri di ieri. Barbe e facce! Oh siamo allegri tutti, amici e nemici!... E la Volpianina se n’è andata stanotte.

Vitt. Chi! La vivandiera?

Di Pran. Già. E la baracca è chiusa, e ci toccherà star senza acquavite.

Vitt. (attristato). Morta! Povera donna! E di che?

Di Pran. Della febbre maligna che ci ammazzerà tutti quanti (brontolando). Quella lì poi era una brava ragazza: cuciva e lavava le nostre robe, dava il bicchierino a credito ai soldati, e...

Vitt. (dopo aver aperto l’uscio e data un’occhiata al di fuori). Ohe, mi par tempo d’andare.

Di Pran. Per me son pronto; ma la Torretta cosa fa?

Vitt. D’Aldengo, a te.

Carlo (senza muoversi). Son di gran guardia domani.

Vitt. (duramente). Su, su; non c’è tempo da perdere.

Carlo (alzandosi, con sarcasmo). Mi parli come superiore, eh?

Vitt. Per Dio!

Carlo (va lentamente a prendere un bastone nell’angolo, e si dispone a uscire).

Di Pran. (munito anche lui d’un bastone). Posso parlare? Bada che presto non avremo più legna.

Carlo e Di Pranero (escono).

SCENA QUARTA. Vittorio, un Soldato.

Vitt. (segue Carlo e Di Pranero fino alla soglia, di là alza la voce, accennando). Olà? uno di voi.

Soldato (con un fazzoletto annodato sotto il mento, viso ed atti esprimenti gran freddo, entra e si mette sull’attenti).

Vitt. Portami una bracciata di legna.

Soldato (esita, crolla il capo).

Vitt. Cosa c’è?

Soldato. Aspettiamo la distribuzione da ieri.

Vitt. Sta bene; va.

Soldato (saluta e via).

SCENA QUINTA. Vittorio, poi La Torretta.

Vitt. (rimane un momento immobile, pensieroso in mezzo alla scena; poi scuote il capo come per cacciare un’idea molesta).

La Tor. (entra, guarda intorno). E... Cospetto! E Pranero? Non è ancor venuto, o non mi ha aspettato?

Vitt. (grave). Hai fatto tardi. D’Aldengo è andato in vece tua. Tu lo sostituirai domani. Per questa volta si rimedia così.

La Tor. (mortificato). Diavolo! mi rincresce per D’Aldengo. Non è piacevole andar fuori. Senza contar le schioppettate, c’è di che buscarsi un’oftalmia, o rimetterci la pelle del viso. La nebbia è andata via; adesso tira un vento che pela; chi sa cos’avremo più tardi! E lui, D’Aldengo, la deve tener da conto la sua persona. Cospetto! Se torna a casa sfigurato, la sposina si rifarà con un altro. Ti pare?

Vitt. (freddo). Non è argomento da scherzi, questo.

La Tor. Tutt’altro! Cose serie. Povero D’Aldengo! Ha il corpo in montagna e il cuore in pianura (ride).

Vitt. (un po’ infastidito). Che c’è di nuovo nel campo?

La Tor. Niente. Si dànno le verghe a un soldato.

Vitt. (scotendosi). Oh! E perchè?

La Tor. Non so, non ho domandato.

Vitt. (va per uscire).

La Tor. Toh! Vai a vedere?

Vitt. Sì, a veder se posso impedire il supplizio. (Disgustato). Queste punizioni barbare, odiose, io le vorrei assolutamente abolite.

La Tor. Corri, allora, perchè quando son passato io, il plotone era già formato.

Vitt. (via rapidamente).

SCENA SESTA. La Torretta, poi San Vito.

La Tor. Chi lo capisce! Tanto cane con noi altri ufficiali, coi soldati... latte e miele. (Siede davanti al fuoco tentennando la testa).

San Vito (affacciandosi). Tenente.

La Tor. (alzandosi salutando). Avanti, avanti.

San Vito (entrando). Brrr... Chiudiamo fuori il vento, eh! (chiude l’uscio con cura).

La Tor. Lei chiude fuori anche il maggiore, sa!

San Vito. Busserà. Qui quanti siete?

La Tor. Quattro, sor quartiermastro.

San Vito. Quattro?!... Quattro qui e tredici nella catapecchia vicina! Tredici ufficiali che lavorano, mangiano, dormono, cantano tutti insieme, nella stessa stanzuccia! Troppi là, pochi qui. Penso io.

La Tor. Senta...

San Vito (chetandolo col gesto). Zitto! (calcolando). Quattro e tredici: diciassette. Perciò: nove là e otto qui, oppure nove qui e otto là.

La Tor. (seccato). Scusi, non vede quanto siamo stretti?

San Vito. Cari voi, guadagnerete in calore quello che perderete in spazio. Sicuro. E Sua Altezza Reale vuole che i suoi ufficiali stiano al caldo. Positivamente. S’è degnato di farmelo sapere. Penso io (presentando la sua tabacchiera a La Torretta). Gradite?

La Tor. (imbroncito). No, grazie.

San Vito (con modi insinuanti, guardando intorno). E voi... Non avete niente da offrirmi?

La Tor. (indicando il focolare). S’accomodi: aggiungo un pezzetto di legno.

San Vito. Nè vino, nè acquavite, nè rosolio? Un po’ d’anisetta, per esempio? No? Ah non bisogna stare sprovvisti! Non per offendervi: un buon militare deve aver sempre modo di mostrarsi cortese coi suoi camerati (dopo una pausa). Vi annoiate, eh?

La Tor. Peuh! tanto o quanto.

San Vito. Caro voi, se l’ozio è il padre, la noia è la madre dei vizi. Saprete almen qualche gioco? Dadi, carte, tarocchi. Giocate a tarocchi?

La Tor. (con un sospiro). Giocavo, ma adesso...

San Vito. Penso io. (Toglie di tasca un mazzo di tarocchi). Una partitina?

La Tor. (rasserenato). Cospetto!

San Vito (si mette a cavalcioni sulla panca). A noi!

La Tor. (imitandolo). A noi!

(Giocano. Dopo un poco due colpi all’uscio).

SCENA SETTIMA. La Torretta, San Vito, un Sergente.

La Tor. Ehi?

San Vito. Sarà il maggiore.

La Tor. (alzando la voce). Chi va là?

Serg. (dall’esterno). Sergente Chiodo, signore.

San Vito. Mandatelo via.

(I colpi si ripetono affrettati e più forti).

La Tor. (balzando in piedi). Ma cosa diavolo c’è?

Serg. (dall’esterno). Disgrazia grossa; un capitano ferito!

La Tor. (correndo ad aprire). Cospetto! (al sergente). Chi è? Su, parla, di’ subito...

Serg. (trafelato, con gli abiti in disordine). È il signor conte D’Aldengo.

La Tor. Misericordia! Oh poveri noi! È grave? Dov’è ferito? Dove l’hai lasciato?

Serg. Lo portano qui.

San Vito. Qui? E perchè non all’ambulanza? Per che cosa è fatta l’ambulanza?! Questo non è regolare.

Serg. È lui che vuole...

La Tor. (affannato). Andiamo! Lasciamo!... Il chirurgo maggiore è già avvertito?

San Vito. Penso io. (Via).

La Tor. Bravo! Pensateci voi... (al sergente). E noi... Noi accomodiamogli il letto. Dammi una mano (eseguendo). Così... Adesso va bene, cioè meno male. All’ambulanza, no: muoiono come le mosche. Adesso va a pigliar un po’ d’acqua. La brocca è là... Ah! E manda un uomo a cercare il maggiore Bermond: e che corra, che corra...

Serg. (via).

La Tor. (camminando agitato per la scena). Oh poveri noi! Poveri noi!...

(Mormorio e calpestio all’esterno)

SCENA OTTAVA. La Torretta, Di Pranero, Carlo, alcuni Soldati, il Sergente.

(Carlo avvolto nel mantello è portato da due soldati. Altri soldati si affollano confusamente all’uscio. Il sergente ritorna coll’acqua).

Di Pran. (a La Torretta). Siamo qui... Brutta faccenda, sai, brutta faccenda (ai soldati, indicando il saccone di Carlo). Mettetelo giù, pian pianino... così, così.

Carlo (pallidissimo, con gli occhi chiusi, si abbandona come svenuto).

I Soldati (dopo averlo deposto si ritirano verso il fondo).

Di Pran. Non vi allontanate: si può aver bisogno di voi. Accostate l’uscio.

La Tor. (considerando Carlo). Par morto.

Di Pran. Ssst!

La Tor. (sottovoce). Ma come mai?...

Di Pran. Cosa vuoi! Si attraversava il gran piano, su due file, lui ed io in testa, cheti, cheti... A un tratto: boum! da un’altura, un colpo di spingarda: e me lo vedo là sulla neve...

La Tor. Nella gamba?

Di Pran. Quattr’once di palla due dita sopra la noce del piede.

La Tor. Ahi!

Di Pran. Ssst!

Carlo (senza aprir gli occhi). Bere.

La Tor. (al sergente). Acqua, presto!

Di Pran. (togliendo la brocca dalle mani del sergente ed accostandola alle labbra di Carlo). Adagino, eh, non ti far male...

Carlo (dopo aver bevuto, girando gli occhi torbidi all’intorno) Il maggiore?... Non c’è Bermond? Voglio vederlo. Chiamate, cercatelo...

La Tor. Quieto! Quieto! Sarà qui a momenti. L’ho fatto avvertire.

Carlo. Voglio vederlo! Ho bisogno di lui, subito!

Di Pran. Calmati... (vedendo Vittorio che entra). Eccolo! Vedi!

SCENA NONA. La Torretta, Di Pranero, Carlo, Vittorio, San Vito, il Chirurgo maggiore, il Sergente, i Soldati.

Vitt. (accostandosi rapido). Ah Carlo, amico mio!...

Carlo (con un sorriso spasmodico). In che stato, eh?

La Tor. Sarà niente, vedrai.

Carlo (subitamente irritato, agitandosi come per sciogliersi dal mantello). Niente? Con una piaga così? Guarda!... Sarai sempre uno sventato!

Vitt. Calmati, via. Vedi, qui c’è il nostro chirurgo.

Carlo. Grazie.

Chirurgo. Mio dovere. Dunque, mi dica: cos’abbiamo buscato?

La Tor. Un po’ di piombo nella gamba sinistra.

Chirurgo (si abbassa ed esamina con molta attenzione).

Carlo (con voce fioca). Non ho sentito niente. Volli guardare chi aveva tirato e mi trovai in terra.

Chirurgo. L’osso è rotto, spezzato. Già qui abbiamo un piede un po’ malconcio.

Carlo (fissandolo). Oh dica, dica pure.

Chirurgo. Bene. Lei non si oppone a che io... a quel ch’io dovrò fare?

Carlo. No... Ma è finita.

Vitt. Non devi creder questo!

Carlo. Se lo sento! Se lo so!

Chirurgo. Si calmi (esitando). La gamba già... temo assai di non poterla salvare. Voglio dire che bisognerà aver pazienza.

Carlo (interrompendolo). Parli chiaro. Cosa importa oramai!

Chirurgo. Dobbiamo deciderci...

Carlo (interrompendolo ancora). Son deciso, son pronto a tutto. Ma sarà inutile. Sono un uomo morto io (dopo una pausa, cambiando tono). Bermond, ho bisogno di te. Lasciatemi... lasciatemi tutti vi prego.

(Escono tutti, meno Vittorio).

SCENA DECIMA. Carlo, Vittorio.

Carlo. Mettiti qui, vicino, molto vicino a me. Ho bisogno di te, dell’amico. L’amico d’una volta... di prima della guerra.

Vitt. (mettendosi accanto). Sì, sì, sono quello. Cosa vuoi? Di’ pure.

Carlo. Non ho altri che te... (Colpito da un’idea subitanea). Bisognerà avvertire il cappellano!

Vitt. Se sarà il caso... Sta tranquillo. Ma io spero...

Carlo. No, no, no, non dirmi niente d’inutile. Non abbiamo tempo da perdere. Piuttosto rispondimi: ti pare ch’io abbia sempre fatto il mio dovere?

Vitt. Ma sì...

Carlo (con intenzione). Anche... anche in questi ultimi giorni?

Vitt. Ma sì, ma sì, senza dubbio.

Carlo. Non m’inganni, eh? Sta bene. Lo dirai a mia moglie. Tu la vedrai (animandosi). Le dirai pure ch’io ti parlavo di lei, tanto, tanto, sempre... e che sono morto col suo nome sulle labbra... Sarà così.

Vitt. Non dimenticherò niente. Adesso riposati.

Carlo (dopo breve pausa). Non ho finito. La pregherai sopra tutto di ricordarsi di me. Ah su questo bisogna insistere! È l’essenziale. Non vi è parola che possa esprimere quanto l’ho amata. (esaltato). Guarda, penso a quel che potrebbe accadere dopo la mia morte, e soffro. Soffro più di quel che soffrirò tra poco, a momenti, quando...

Vitt. (angustiato). Non pensare, non pensare.

Carlo. Una cosa orrenda! Patirei ancora anche morto. Non posso credere che dopo sia tutto finito. Porterei con me il mio tormento; e allora, e allora, e allora...

Vitt. (raccogliendo tutta la sua energia). Basta! Fida in me, che son tuo amico. Adesso voglio vederti tranquillo. Tu non te ne accorgi e aggravi il tuo male.

Carlo. Non parlarmi (col capo tra le mani). Vedi, vengono adesso le idee! Le cose importanti! Vengono, vengono. Aiutami tu a fermarle (tornando al pensiero di prima). Ma sarai là, eh? Conto su di te, come su un altro me stesso. Ricordati questo, nel nome di Dio: se è possibile, se le condizioni dell’altra esistenza mi lasciano libero, io t’ispirerò, ti guiderò, ti darò forza, coraggio... e... e tu ti opporrai!

Vitt. Oppormi? A che? A che vuoi che mi opponga?

Carlo (con ira). Oh! ma bada a quel che dico! Sta attento: fa di comprendere mentre i pensieri mi obbediscono ancora. Non voglio che Sabina mi dimentichi. Ecco. Non voglio. È stata così poco mia! Così poco! E non voglio che appartenga ad un altro. Pensa! È questo che mi devi promettere.

Vitt. (sbalordito). Io?!

Carlo. Le ripeterai semplicemente ciò che ti ho detto. Mi fido di te. E ti opporrai. Non voglio che diventi moglie di un altro.

Vitt. (con dolcezza). Ho capito. E adesso non pensar più a questo; ne riparleremo.

Carlo. No, no, no! È adesso che mi devi dir sì: adesso, sull’atto.

Vitt. (con calma). Perdonami, ma bisogna ancor ch’io ci pensi... Il mandato è difficile, molto difficile. Mettiti un po’ nella mia condizione morale; dove prendo il diritto? Dove prendo la forza? Come troverò le ragioni? Rifletti, rifletti, ti prego.

Carlo (con un singhiozzo furioso). Vittorio, tu non devi lasciarmi morire così!

Vitt. Bada che è la febbre che ti fa preveder certe cose. La febbre e forse un po’ di delirio. Passerà e discorreremo. Adesso mettiti giù, sta fermo, sta quieto.

Carlo (smaniando). Lasciarmi andar nella tomba senza questa promessa! Lasciarmi morir disperato!

Vitt. (accorato). Carlo, mio povero amico...

Carlo. No, no, no, no, non lo sei mio amico!

Vitt. Pensa a Dio! Rimettiti in lui!

Carlo (agitandosi convulsamente). Guarda come soffro! Ho male, ho male nel corpo e nell’anima e tu mi neghi il conforto!... A un uomo che muore!... L’ultima consolazione! Puoi e rifiuti! (a mani giunte, con accento straziante). Aiuto, Vittorio! Aiutami presto! La tua parola che farai quel che t’ho detto! La tua parola! La tua parola!

Vitt. (vinto, con la mano sul petto). La mia parola!

Carlo (ricade indietro, rovesciando la testa).

Vitt. (va rapidamente all’uscio).

(Entra il chirurgo, seguito da un garzone che porta una cassetta)

Cala la tela.

ATTO SECONDO.

Sala nel palazzo D’Aldengo. Una porta in fondo che serve d’ingresso comune; due altre laterali. Canapè, sedie, poltrone, altri mobili ricchi ed eleganti disposti per la scena. È giorno.

SCENA PRIMA. Gaudenzio, il Cavaliere Amedeo Bermond.

Gaud. (introducendo Amedeo). Sì, signore, la contessa Sabina è uscita.

Amedeo. Ne sei sicuro?

Gaud. Sì, signore. Se vuole, avviso la signora contessa madre.

Amedeo. Sta bene, avvisala.

Gaud. (via a destra).

Amedeo (passeggia un po’ nervoso).

SCENA SECONDA. Gaudenzio, Amedeo, la Contessa Ortensia, Datis.

Gaud. (rientra, traversa la scena ed esce dalla porta comune).

Ort. (affabile). Buon giorno, Bermond. E così?

Amedeo (inchinandosi). Contessa...

Ort. Voi avete qualche cosa da dirmi?

Amedeo. Io? Come fa a saperlo?

Ort. (con malizia fine). Capita così di rado che domandiate di me!

Amedeo (confuso). Oh! Lei non mi deve dir questo. Al solito non domando di lei, perchè la so occupata...

Ort. (sorridendo). Via, via, non cercate di giustificarvi, fate peggio! Dunque che c’è di nuovo?

Amedeo (lietamente). Ieri sera è arrivato mio fratello.

Ort. Ah!

Amedeo. È a Torino con altri ufficiali, venuti per veder le famiglie. Quest’anno i granatieri reali passan l’inverno in Asti.

Ort. Una cara improvvisata, eh? Siete contento?

Amedeo. Oh! sì, felice! È maggiore di me e mi ha sempre fatto anche un po’ da padre. Mi ama tanto! Io poi gli voglio un bene dell’anima.

Ort. Si fermerà molto?

Amedeo. Non so. È arrivato tardi, stracco morto; mi abbracciò, mi baciò, e andò a riposare. Stamattina uscì presto per presentar certe sue note al generale. Suppongo che questo l’abbia trattenuto a colazione, perchè a casa non è più tornato. Cosicchè appena posso dir d’averlo veduto.

Ort. (seria). Egli non ripartirà senza farci una visita, ne son certa. (Dopo una breve pausa). Fu lui che chiuse gli occhi al povero D’Aldengo; lui che ce ne annunziò la morte...

Amedeo (piano, a capo basso). Lo so, lo so.

(Un silenzio)

Ort. (cambiando tono). Perchè state in piedi?

Amedeo. Non vorrei trattenerla, incomodarla...

Ort. (benevola). Mia figlia non starà molto a tornare; volete aspettarla, o preferite andarle incontro?

Amedeo. Ma da che parte? dove trovarla a quest’ora?

Ort. Alla passeggiata della Cittadella, semplicemente. Sabina non voleva saperne d’andare, ma la baronessa Milliet ha tanto insistito!

Amedeo (rannuvolato). La baronessa, eh? Avrà avuto con sè suo fratello?

Ort. (con un sorriso fine). Naturalmente!

Amedeo (per congedarsi). Allora vado. Anche per non disturbarla di più.

Ort. (ridendo). Ma non sapete dir altro! Vi ripeto che... (s’interrompe e porge l’orecchio). Ecco una carrozza che entra nel portone. Non possono che esser loro. Buon per voi che non siete andato! (ascoltando ancora). Sentite, sentite la voce di Sabina.

SCENA TERZA. Amedeo, Ortensia, Sabina, la Baronessa Sofia Milliet, Il Marchese del Cerreto.

Sab. (entrando allegra, vivace). Eccomi, mamma! Oh! Bermond!... Come va?

Amedeo (dopo aver fatto un inchino alle dame e ricambiato freddamente un saluto col marchese). Non volevo venir che più tardi, ma poi...

Sab. Avete fatto benissimo a venir presto. Anche noi, eh, siamo andati e tornati con una prestezza!...

Sof. Cara, prima di far a questo modo, valeva meglio non muoversi.

Mar. Una passeggiata? — Un sogno è stato, un fugacissimo sogno! (come improvvisando, ma senza caricatura):

Oh! quanto mai fu rapida La mia ridente scena!...

Sof. (al marchese). Vogliamo andare?

Mar. (seccato). Oh, Dio! Così, subito?

Sab. Infatti! Poichè vi siete preso l’incomodo di salire le scale perchè non volete sedervi, star ancora un po’ con me?

Sof. Voglio trovarmi a casa per le quattro. Vien sempre qualcuno.

Ort. Non sono ancora le tre.

Mar. Io poi ho promesso alla contessa Sabina di recitarle i miei nuovi versi «Amor sovrano nelle moderne politiche agitazioni». E come si fa?

Sab. Vedete un po’. È vero. Se ve n’andate, come si fa?

Mar. Stasera infallibilmente devo declamarli nell’adunanza dei Pastori della Dora (con sussiego). Capirete che il pastor Mirtillo non può mancare a un impegno. D’altra parte vorrei che la contessina fosse la prima a sentirli. È un omaggio... (continua a discorrere con Ortensia).

Sof. (sottovoce a Sabina con un po’ di stizza). So perchè hai voluto tornar subito a casa!

Sab. (con semplicità). Ignoravo affatto che Bermond fosse qui, te lo assicuro.

Sof. Non te l’hai a male se non ti credo?

Sab. Figurati!

Mar. (sempre a Ortensia, ma alzando un po’ la voce):

Mentre il gallico sistema Mette il mondo in iscompiglio, E vorrebbe ogni diadema Orgoglioso conculcar, Anche amor, che ha scettro e regno...

Sof. (interrompendolo). Scendi dalle tue nuvole, fammi il piacere! Andiamo, che è tempo. (A Sabina). Mi dai un bacio?

Sab. Due, cara!

(Si baciano).

Sof. Contessa Ortensia... Cavaliere... (si avvia).

Mar. (a Sabina, baciandole la mano):

Quanto fu la mia gioia instabil breve!

I miei ossequii, contessa Ortensia (s’inchina). Bermond, vi saluto (segue Sofia).

SCENA QUARTA. Amedeo, Ortensia, Sabina.

Ort. (a Sabina, avviandosi a destra). Bada che Bermond ti deve dar una nuova. Io la so già. (Prima di uscire, bonariamente). E non bisticciatevi, mi raccomando. (Via).

SCENA QUINTA. Amedeo, Sabina.

Sab. Una nuova? Buona o cattiva? Cos’è? Presto!

Amedeo. Speravo di trovarvi, di vedervi subito e invece...

Sab. Ecco! L’avete con me perchè sono uscita con Sofia! Ma se esco quasi tutti i giorni!

Amedeo. Sì, ma oggi era con voi anche il marchese. Quel poeta!

Sab. (ilare). Ah! ah! sicuro, il poeta mi fa la corte. E Sofia lo incoraggia, e vorrebbe che lo incoraggiassi anch’io (con sentimento, con grazia). Ma questo a voi deve importar così poco... La nuova, la nuova, fuori la nuova!

Amedeo. Vittorio è qui.

Sab. Oh! Il conte? Da quando?

Amedeo. Da ieri sera.

Sab. E non siete venuto a dirmelo subito!

Amedeo. Ma è arrivato tardi, tardissimo.

Sab. Bisognava venir stamattina! E poi? Vi sarà altro: vi sarete parlato, mi immagino?

Amedeo. Sì, al momento dell’arrivo. Oggi non l’ho ancor veduto. Spero di star con lui un po’ a lungo stasera... Appunto son venuto per sapere, per concertar con voi...

Sab. (come se non avesse capito benissimo). Concertar che?

Amedeo. Quello che gli devo dire a proposito di... A proposito del nostro... (si ferma titubante).

Sab. (con freddezza simulata, fingendo di raccapezzarsi). Ah! Sì, sì, ho capito. Ma c’è tempo, eh? Che ve ne pare?

Amedeo. Oh!

Sab. Siete d’un altro parere, voi?

Amedeo (timidamente, quasi sottovoce). Il lutto è finito.

Sab. Questo non significa niente.

Amedeo (attristato). No?! Credete di dover aspettare? Aspettiamo pure. Sapete che la vostra volontà è tutto per me. Ma vi avverto che non rispondo di nulla (animandosi via via). Mio fratello può ripartire quando che sia, da un momento all’altro. Non avete voluto mai ch’io gli scrivessi; adesso sarò io che non vorrò più. E per una buona ragione. Potrebbe rispondermi: — Perchè non hai parlato mentr’ero a Torino, con te? Segno che non avevi fiducia. Adesso aspetta; ne riparleremo quando tornerò. — E chi sa quando tornerà! (cambiando tono, con tenerezza). Io non mi stancherò d’aspettare: ma voi?... io non mi stancherò, perchè vi amo, vi amo, vi amo... Vi adoro, io!

Sab. Ecco! Parlatemi così. Questo sì ch’è un argomento stringente! (gaia). Che fatuo! Non si può scherzare? Non avete capito che fingevo? Basta così (andando al canapè). Qui, venitemi vicino. Parliamo sul serio, concertiamo, combiniamo. A voi. Cosa intendete di fare?

Amedeo (rasserenato). Non so quel che mi direte.

Sab. (con gravità). Bisognerà tener conto di tutto; delle nostre condizioni rispettive; della mia particolarmente. Agir con prudenza, con delicatezza, per non far cattiva impressione alla prima. Non conosco personalmente il conte Vittorio, ma so che è un uomo serio, austero: ne avrò suggezione... e voi non dovrete dire a vostro fratello spiattellatamente: — Io amo, eccetera, eccetera; e voglio eccetera, eccetera. Ci vorrà qualche riguardo, qualche cautela. Pensiamo un momento.

Amedeo (le prende la mano e fa per baciarla).

Sab. (ritirandola con grazia). No, non divaghiamo! Animo, concentratevi in voi, cercate, studiate, calcolate... (dopo un silenzio, con qualche impazienza) E dunque?

Amedeo. Ci penso.

Sab. Com’è vostro fratello? Vi somiglia? No! Non ditemi niente. Vedrò io... Sarei solo curiosa di sapere se, incontrandolo per istrada... Non ditemi niente! (dopo una brevissima pausa). Vittorio Bermond! (ripetendo con compiacenza). Bermond... Bermond... Un bel nome, sapete. A me mi par bello (subitamente più seria). Chi m’avesse detto, quando l’ho visto sotto la lettera... terribile che dopo avrei conosciuto voi, e che... Cos’è il destino, eh? Cos’è la vita!

Amedeo (cercando di distrarla). Amica mia, adesso siete voi che divagate.

Sab. (come trascinata dai suoi pensieri). Quando penso a quei giorni...

Amedeo. Sabina, vi prego...

Sab. (senza ascoltarlo). Passai ore, traversai angoscie, che prego Dio di non mandar mai più a nessun’anima umana. No, non credevo di poter tornare quella di prima! (alzandosi). Eppure, che volete? le impressioni vennero perdendo vivacità, a poco a poco mi acquetai, mi rimisi, e.... eccomi qui, eccomi qui, eccomi qui.

Amedeo (fissandola stupito). Contessa... Sabina... Che c’è adesso? Che cosa avete? (Si alza, ma non osa accostarsi).

Sab. (sempre agitata). Questo però era inevitabile. Ditemi voi. È quel che accade ai giovani, eh?

Amedeo. Santo Dio, è quel che accade a tutti!

Sab. Ma è un brutto lato della nostra natura! Un brutto lato! Un brutto lato! (rimane immobile, con la testa china sul petto).

Amedeo (avvicinandosi dolcemente, sempre più sorpreso e addolorato). Ma che idee! Perchè mai questi... come devo dire?... questi scrupoli. E proprio oggi! Proprio adesso che dobbiam pensare a... a tutt’altro. È la prima volta che vi vedo così. È una cosa nuova per me, nuova e dolorosa. Che avete, Sabina? Vi prego, ditemi, che avete?

Sab. (con le lagrime nella voce). Ma se non so! Ero così gaia, così gaia, e a un tratto m’è venuta addosso una inquietudine, un malessere... Non v’è capitato mai di sentire all’improvviso farsi come un gran silenzio tutto intorno, e dentro di voi anche?... Non credevo di doverla provar più questa sensazione paurosa... Quest’informe presentimento... Quando avevo Carlo lassù, continuamente esposto al pericolo... Ma ora? Perchè ora? Oh ma mi passa, mi passa.

Amedeo. Ma che ubbie! Che sogni! Avete fatto paura anche a me, sapete! (attirandola verso il canapè). Venite, torniamo qui. E pensiamo a noi. Pensiamo al nostro amore, alla nostra dolce intimità, che a me pare ch’abbia sempre, sempre esistito (con passione) Lasciamolo stare il passato. Tutto quello che è stato deve sparire dalla nostra memoria. Le nostre due vite devono unirsi, formarne una sola. E adesso raccogliamo le idee. Sabina, Sabina mia...

SCENA SESTA. Amedeo, Sabina, Gaudenzio.

Gaud. (sull’uscio). Il signor conte Bermond chiede di vedere la signora contessa D’Aldengo.

Sab. Venga.

Gaud. (Via).

Amedeo. Lui!

Sab. (pensosa). Sì.

Amedeo. È naturale però?

Sab. Sì, sì, è naturale.

Amedeo. Avrà qualche cosa da dirvi?

Sab. Non so...

Amedeo. Vi lascio.

Sab. No!... Sì! Fate come volete.

Amedeo. Sabina...

Sab. Silenzio!

Amedeo (s’incammina come per muovere incontro al fratello, poi quasi senza accorgersene si mette un po’ in disparte).

Sab. (si alza e si volge all’uscio).

SCENA SETTIMA. Amedeo, Sabina, Vittorio, Gaudenzio.

Gaud. (introduce Vittorio e si ritira).

Vitt. (in abito civile, nero, si avanza e s’inchina).

Sab. Signor conte... Sapevo già il suo arrivo, ma non avrei osato sperar mai che si sarebbe ricordato così subito di me.

Vitt. Lei sapeva il mio arrivo? E come mai? (s’accorge che Sabina guarda altrove, si volta e vede Amedeo; con un atto di stupore) Tu! Tu qui?

Amedeo. Sono io che l’ho avvertita. Ho fatto male?

Vitt. No.

Amedeo (inchinandosi). Contessa...

Sab. Ve ne andate? A rivederci.

Amedeo (con intenzione). Domani...

Sab. (parlandogli anche con gli occhi) Domani, stasera, quando vorrete. È ancor presto. Se all’ora in cui venite al solito non saprete come impiegar meglio il tempo, mi troverete in casa.

Amedeo. Siete mille volte troppo gentile. Addio Vittorio (via dal fondo).

Sab. (a Vittorio). Lei non sapeva ch’io conoscessi suo fratello?

Vitt. Infatti! E, a quanto vedo, viene qui molto spesso?

Sab. (suonando il campanello). È un giovane serio, garbato, e la sua compagnia è piacevole a tutti.

Gaud. (entra).

Sab. Avvertir la contessa.

Gaud. (via a destra).

Sab. (a Vittorio). Non voglio privar mia madre del piacere di trovarsi subito con lei.

SCENA OTTAVA. Sabina, Vittorio, Ortensia, Gaudenzio.

Gaud. (rientra e via dal fondo).

Ort. (entrando, molto affabilmente). Conte! Quanto le dobbiamo esser grate di questa sua gentile premura! Abbiamo parlato tanto di lei! Se sapesse com’era vivo in noi il desiderio di conoscerla!

Sab. Per ringraziarla...

Ort. Sì, per ringraziarla di quanto ha fatto per il nostro povero...

Sab. Di questo, sì, e della sua lettera così piena di commiserazione, di benevolenza, di bontà. Ha ricevuta la mia risposta?

Vitt. L’ho ricevuta, l’ho ancora e la conserverò sempre.

Sab. Davvero? (con espressione). Lei immagina come dovevo trovarmi in quei giorni!... Temevo di non aver saputo, di non aver potuto esprimerle tutta la mia riconoscenza. E m’era rimasto come un rimorso! Però prevedevo, anzi ero sicura, che, o prima o poi, lei sarebbe venuto. Nella chiusa della sua lettera accennava anzi a un colloquio che avrebbe dovuto aver luogo fra noi.

Vitt. È vero... Ed ho pensato molto a questo incontro. E lei non può credere con quanta ansietà!

Sab. Oh! Non comprendo il perchè! Doveva pur sentire come l’avremmo accolto! (come raccapezzandosi). Ah! forse il timore che la sua presenza potesse riuscirmi penosa? È questo forse? Ebbene, no, no, no! (dopo una pausa, lentamente, con sentimento). Lei deve sapere che la memoria di Carlo mi ritorna serena, sempre mestamente serena... È il ricordo d’un amico lontano, d’un amico smarrito, ma non perduto.

Vitt. (con effusione). Grazie! La ringrazio di parlarmi così! (cambiando tono, porgendole una scatoletta di ricco lavoro). Ecco: qui sta quanto le devo rimettere.

Sab. (siede, apre la scatola, la considera in silenzio).

Ort. (avvicinandosi a lei dietro le spalle). Gli anelli, eh? L’orologio, i capelli...

Sab (commossa). Sì, mamma: le sue reliquie...

Ort. (dopo un poco, togliendole dolcemente la scatola dalle mani). Adesso basta. Riguarderemo queste cose quando saremo tra noi.

Sab. (ancora commossa, accostandosi a Vittorio). E adesso mi dica... E lei? Non ha ritenuto niente? Non le resta alcuna memoria di lui?

Vitt. Quella che ho nel cuore.

Sab. Dunque tocca a me... Si compiaccia d’aspettarmi un momento (via a sinistra).

SCENA NONA. Vittorio, Ortensia.

Vitt. (in atto di chi pensa).

Ort. (respirando). Ah! Creda che avevo il cuore stretto in modo da non si dire. (Dopo una pausa, cangiando tono). Lei ci favorirà ancora, non è vero? Verrà spesso a trovarci?

Vitt. (scotendosi) Riparto domani, signora.

SCENA DECIMA. Vittorio, Ortensia, Sabina.

Sab. (entra tenendo in mano un piccolo ritratto, che porge a Vittorio). Ecco: questo è uno dei primi doni che ho ricevuto da Carlo. — È per lei, lo tenga.

Ort. È una miniatura, fatta proprio benino.

Vitt. Grazie! Ma io non vorrei privarla...

Ort. Io ne ho un’altra copia, che darò, com’è giusto, a mia figlia. Per tutte e due poi, c’è un bel ritratto al naturale di là nel salone (a Vittorio che contempla la miniatura). Com’è lui!

Vitt. Sì, sì, è lui (quasi tra sè). È lui, ancora tranquillo, ancora felice...

Ort. (a Sabina). Il conte ci lascia, sai: parte domani.

Sab. (con accento di meraviglia dolorosa). Oh! (a Vittorio). Lei parte? Ma perchè?

Vitt. L’andare o lo stare non dipende sempre dalla mia volontà.

Sab. Mi concederà ancora qualche momento? Almeno questo.

Ort. Almeno questo, sì! La prego anch’io. Non è possibile che non abbia più niente da dire a mia figlia. Li lascio en tête-à-tête (porge la mano a Vittorio e via a destra).

SCENA UNDICESIMA. Sabina, Vittorio.

Sab. (andando al canapè e accennando a Vittorio di sederle vicino). Sa perchè l’ho trattenuta?

Vitt. In verità... (siede).

Sab. Perchè spero d’indurla a restare.

Vitt. Son soldato, contessa.

Sab. Come mi risponde!

Vitt. Mi perdoni; voglio dire che devo fare di necessità virtù.

Sab. Se penso a insistere, è unicamente perchè mi rincresce che lei vada via (con forza). Sì, sì, è così: la sua partenza m’affligge.

Vitt. (sorridendo). Possibile! Lei vuol vedermi confuso...

Sab. (seria). Non rida... Speravo tanto d’aver acquistato un amico!

Vitt. (serio anche lui). Lo sono.

Sab. Sì, ma lontano da domani in poi, ed io lo vorrei vicino, sempre vicino. Mi sento sola...

Vitt. (stupito). Oh! Lei però ha sua madre...

Sab. Guai se non avessi la mamma! È buona, indulgente, mi vuol bene, tanto, troppo bene. Vede coi miei occhi, pensa con la mia testa, e mi dà sempre ragione. Io avrei bisogno d’una persona che, occorrendo, mi sapesse dar torto.

Vitt. E lei crede ch’io avrei questo coraggio?

Sab. (con brio). Diamine! Un soldato! Se mai si può provare.

Vitt. La conosco da un’ora.

Sab. Rimanga, e la difficoltà si appiana. E poi che importa, se a me par d’averla sempre conosciuta? Se mi sento disposta, inclinata, spinta a confidare in lei? E viene a tempo, sa; capita in un momento opportuno. Mi spiego. (Blandamente). Ho vissuto un anno... come dovevo vivere. Adesso l’anno è finito. Mettiamo pure ch’io non avessi alcuna intenzione di tornare al mondo, il mondo verrebbe a me. Capisce perchè vorrei vicina una persona di buon consiglio?

Vitt. (che ha tenuti gli occhi fissi su di lei, mostrando attenzione profonda). Sì.

Sab. A meno che non mi risolvessi a cercar un luogo di sicurtà e di scampo... Che mi direbbe di fare?

Vitt. (pensoso). Non so...

Sab. Scusi, ma lei è altrove!

Vitt. Perchè!? No!

Sab. (con vivacità) Ma dunque ci sarebbe mai dubbio? Mi vede lei chiusa in qualche vecchio castello, o rifugiata sulla cima d’un monte? E per la vita, s’intende. Mi meraviglio! Ho vent’anni!

Vitt. (perplesso). Mi perdoni...

Sab. (sempre lieta e disinvolta). Ci sarebbe anche il convento, eh? Ma la vocazione, la vocazione, dove la piglio?

Vitt. Prenda la vita come viene, si abbandoni.

Sab. Già! E le par semplice questo?

Vitt. No, nè semplice, nè facile. Ma perchè voler prevedere, prestabilire? S’ottiene così di rado quel che si spera! E, per fortuna, anche non sempre accade quello che si teme! E poi, guai se si conoscesse il futuro! Dunque, si affidi a Dio, a sè stessa... e (alzandosi) si ricordi di me.

Sab. (restando seduta). Almeno, mi dica: posso contar su di lei?

Vitt. Sì. Mi scriva, mi scriva spesso: io le risponderò.

Sab. (insistendo). Posso contar su di lei come sopra un fratello?

Vitt. (baciandole la mano). Senza dubbio.

Sab. Quando ci rivedremo?

Vitt. Chi sa! (si scosta da lei).

Sab. Non abbiamo proprio più nulla da dirci?

Vitt. Per ora...

Sab. Le scriverò presto, sa... (con significato). Forse prima di quello che crede.

Vitt. (colpito). Oh! (fissandola). Io non posso immaginare di che si tratti; però mi dica la verità: lei ha già in mente quello che mi comunicherà poi?

Sab. (con grazia). Eh sì, press’a poco. Ma non so ancor bene. Forse la pregherò semplicemente, ma caldamente, di tornar qui. Forse no... forse sì... Insomma vedremo.

Vitt. (studiando di contenersi). E non vuole, e non può dirmi nulla?

Sab. (ridendo). Quando ci dicono che siamo curiose!

Vitt. (tornandole vicino d’un balzo). La supplico di rispondermi!

Sab. (un po’ stupita). Ma, signor Iddio! Vi sono cose che non si possono dire nè in due, nè in quattro parole. Lei è lì per andarsene; domani sarà lontano... Non mi resta che scrivere.

Vitt. (risoluto). Disponga liberamente di me, del mio tempo. Non so se lei parlasse sul serio dianzi, quando ha detto di volermi considerar come un fratello: ma suo amico lo sono, amico vero, fino alla morte. Mi raccomandò questo colui che non è più.

Sab. Ah! E lei si dimenticava di dirmelo? Vede? E se ne andava!

Vitt. (turbato). È giusto! Mi perdoni. E mi perdoni pure se, in conseguenza appunto di questa raccomandazione, mi trovo come obbligato a rivolgerle una domanda. Le parrà strana; indiscreta, ma la prego di rispondermi.

Sab. (inquieta) Avanti, dica.

Vitt. (con mal repressa ansietà). Avrei indugiato, aspettato ancora... rispettando scrupolosamente non solo un segreto, ma anche, ma anche...

Sab. (sempre più inquieta, con impeto). Ma non vede che questi preamboli mi fanno rabbrividire!

Vitt. (fissandola). Quello che non mi voleva dire per mancanza di tempo, quello che intendeva di scrivermi, riguarda... riguarda forse il suo avvenire?

Sab. (angustiata). Sì. — E poi? Adesso tocca di nuovo a lei a parlare. Io ho risposto. Non le basta? Ebbene, ecco: penso che posso essere ancora felice, e lo vorrei esser presto. Ecco tutto. Vedo che ha capito. Non mi guardi così: potrei indovinare. E non voglio. Non voglio indovinar niente! Voglio sentire, voglio sapere da lei. Ecco!

Vitt. (addoloratissimo). Come avevo ragione di pregar Dio che tenesse lontana l’ora in cui avrei dovuto compiere intero il mio mandato!

Sab. (atterrita). E io!... Io sentivo bene intorno a me un non so che d’avverso, d’occulto, d’insidioso... È l’avviso interno di poco fa! Oh! (risoluta). Presto! Dunque, c’è un ostacolo? È questo, eh? Cos’è? Cos’è? Abbreviamo il supplizio.

Vitt. Il desiderio di Carlo.

Sab. (quasi inorridendo). Ah!... Mio marito è morto desiderando che io... Possibile? Sì, questo si può desiderare, ma dirlo? Che cosa! Dirlo!... (scattando.) E adesso voglio tutto. Voglio le sue parole, una a una, per ordine, come le ha pronunziate. Devo poter pesare il loro significato, giudicar della loro portata. Può andarne la vita! Che ne sa lei! M’han voluta legare: ho il diritto di veder la catena. A noi, a noi: desiderio o volontà?

Vitt. (sommessamente). Volontà.

Sab. Ah! (come sollevata). Sta bene. Non devo passar a nuove nozze, perchè l’ultima volontà di mio marito vi si oppone. Son questi i termini esatti? Possiamo parlar chiaro quanto ci piace, oramai. La volontà! La volontà! La volontà! (a Vittorio). E lei... Lei ha ricevuto l’incarico di farla eseguire? (amaramente). S’è preso un bell’assunto, lei!

Vitt. (tristamente). Lo so: l’ho visto subito; è più d’un anno ch’io penso a questo. Oramai, non mi può fare un’obbiezione ch’io non abbia fatto cento, mille volte a me stesso. Non potrei ribatter pur una delle sue ragioni. Son disarmato nel campo della logica, la vittoria è sua. Perciò non mi rivolgo alla mente, io, mi rivolgo al cuore. Mi secondi, signora; torni indietro con me, venga al giorno in cui si è separata da Carlo... Rammenti l’angoscia dell’ultimo addio!... E poi, e poi, e poi... io vorrei aver modo d’esprimere ciò che quell’infelice pativa diviso da lei. L’acerba ed intensa tristezza che l’opprimeva, lo spasimo di certe ore, le ribellioni insensate... Vivevo con lui nella stessa capanna: so tutto, le posso dir tutto. Sempre così, sempre turbato da uno stesso pensiero, sempre con quell’immagine sola, che non si spostava mai dalla direzione del suo sguardo, che non lo lasciava mai, nemmeno fra i rischi, le ansie, le spietate fatiche di quei giorni. La vedeva nel cielo, nella nebbia; nel candor della neve, nell’ombra dei burroni. Lei, lei, lei! Sempre lei!

Sab. (Immobile, muta, lo guarda, come affascinata dalle sue parole).

Vitt. (dopo una breve pausa, con gran forza). E quello che deve aver provato quando sentì che stava per lasciarla per sempre! Ero là. Soffriva, e non pensava che a lei. Non vedrò cosa più orrenda in mia vita! Un’anima disperata in un corpo straziato (con grandissima forza). Come potevo negargli il conforto che implorava a mani giunte? Non era possibile lasciarlo partire così!

Sab. (si lascia andar seduta: ha le palme strette ai due lati del volto, gli occhi spalancati, come se vedesse realmente ogni cosa).

Vitt. (accostandosi ancora, ripetendo con voce soffocata le parole di Carlo). Dirai a Sabina che ti parlavo tanto, tanto di lei; sempre di lei. Che son morto col suo nome sulle labbra... (cambiando tono). Spirò tra le mie braccia: fu così! (Dopo una pausa, intenerito). Povero amico! Poveri morti! Voi non mutate: l’amore che ci avete portato è un fatto sempre vero e reale. Perchè dobbiamo mutar noi? Perchè piangervi oggi, e fra mesi, fra un anno, ridere, scherzare, dimenticar tutto...

Sab. (sopraffatta nasconde il volto tra le mani).

SCENA DODICESIMA. Sabina, Vittorio, Gaudenzio, Amedeo.

Gaud. (introduce Amedeo e si ritira).

Amedeo (entra, fa due passi, poi vede, si ferma attonito).

Vitt. (correndo a lui, con voce bassa, concitato). La contessa non può riceverti. Non è il momento. Va via!

Amedeo (sbigottito). Cos’è successo?

Vitt. (spingendolo verso la porta). Taci! Saprai poi. Vattene.

Amedeo (resistendo). Perdonami! Così no! È inutile: non vado via così. (Alzando la voce). Sabina...

Sab. (si scuote, balza in piedi). Voi!

Amedeo (angosciato). Cos’avete?... Che hai? Sabina, che hai?

Vitt. (con un grido). Tu?!... Dunque sei tu che... Oh! (afferrandolo). Via, via, via!

Amedeo (impetuoso, dibattendosi). Lasciami!... Voglio una parola... Sabina!

Sab. (piegata a lui, con le mani protese). Va! Adesso devi andare... Va! (con uno scoppio di passione e di pianto). Ma spera, sai! Spera ancora! Spera! spera! spera!

Cala la tela.

ATTO TERZO.

Stanza in casa dei fratelli Bermond. Due porte laterali: quella di destra serve d’ingresso comune; quella di sinistra mette agli appartamenti interni. Caminetto acceso nel fondo. Tavola, sedie, poltrone. — È sera: la scena è scura.

SCENA PRIMA. Vittorio, Amedeo, poi Michele.

Vitt. (immobile, seduto sur una poltrona davanti al caminetto).

Amedeo (apre l’uscio di sinistra, dà una rapida occhiata all’intorno, non vede Vittorio e s’avvia a destra).

Vitt. (con voce tranquilla, senza voltarsi). Amedeo!

Amedeo (trasalendo). M’hai chiamato?

Vitt. (alzandosi). Oh guarda: non m’accorgevo d’essere al buio! E anche tu, di là, eh? (gli passa davanti e va all’uscio di destra). Michele!... lume, presto! (ad Amedeo). Tu stai con me.

Amedeo. Perchè?

Vitt. Mi fai piacere.

Michele (entra con una lucerna che posa sulla tavola, e via).

Amedeo. È un desiderio, od è un ordine?

Vitt. (non risponde).

Amedeo. Perchè, se mai... di là son più tranquillo.

Vitt. (blando). Però te ne andavi.

Amedeo (aspro). Se sono tuo prigioniero, dimmelo. Lo devo sapere!

Vitt. Sentiamo: è la mia presenza che ti è uggiosa?

Amedeo (prorompendo). Non dovevi promettere.

Vitt. T’ho detto tutto. Mi hai chiesto tempo per riflettere. Te l’ho accordato. Ora...

Amedeo. Non dovevi promettere.

Vitt. Quello che è fatto è fatto.

Amedeo. Sei spietato.

Vitt. (porgendogli la mano). Vieni qui, senti...

Amedeo. Lasciami stare.

Vitt. (con dolcezza). Soffro, sai, nel vederti così... Tu rendi l’obbligo mio mille volte più imperioso ed amaro. Sei mio fratello! Devo fare per te quello che farei per me. Devo contrastarti la felicità più severamente, più duramente che a qualunque altro. Ecco.

Amedeo. La tua promessa è assurda, assolutamente assurda. Non la dovevi dare.

Vitt. (calmo e grave). T’ho detto e ti ripeto che non ho potuto sottrarmi. Che vuoi? Nella vita si dànno questi casi urgenti, queste circostanze che vincolano implacabilmente tutto l’avvenire... Momenti terribili, che non si possono stornare, nè con ragioni, nè con pianti, nè con alcun mezzo umano. Tu dici che quello che ho fatto è assurdo? Che ne so io? Che me ne importa?

Amedeo. Tu ti sei attaccato a un’idea, ne hai vissuto, l’hai nel sangue (con forza). Ma io posso, io voglio discutere!

Vitt. Non devo considerar nulla. Eh già, lo so, è un sentimento. Non è che un sentimento!... Non si spiega, non si afferra, non si definisce. Prova a mancarvi. Prova a esitare in fatto di lealtà, di generosità, di coraggio; prova a non respingere un insulto; prova a non pagare i debiti che la legge non tutela; prova a non considerar come sacra qualunque promessa! (severamente). I doveri di noi gentiluomini verso Dio, verso il prossimo, e verso noi stessi, non si contano e non si pesano.

Amedeo. Ma una promessa vincola chi la fa! Io sono libero! Sabina è libera! E poi, senti, mi hai detto tu stesso che D’Aldengo era ferito, morente. Puoi tu affermare ch’egli fosse ancor sano di mente? Eh? Vedi? La stranezza della sua richiesta è una prova chiara, lampante ch’egli non lo era più. E mi vuoi sacrificare a un delirante, a un demente? Ti par giusto?

Vitt. (angustiato, tra sè). Fa quel che devi, e avvenga quel che può (percorre la scena accigliato, col capo basso).

Amedeo (addoloratissimo). Ma questo è un sogno d’inferno! Non posso, non posso, non posso romper così col passato!

Vitt. Affidati a me.

Amedeo (amaramente). Oh!

Vitt. Ti guarirò. Farò tutto al mondo per renderti la calma, per farti felice.

Amedeo. Taci, taci, mi fai male! Oppure no; senti: son calmo. Mi calmerò anche di più. Lascia ch’io torni a lei, ch’io la veda ancor una volta...

Vitt. (accenna dolcemente di no).

Amedeo (implorando). Chi sa? Forse trovandola tranquilla, persuasa... Lei stessa mi dirà... Ragioneremo. Sai, alle volte una parola può far un gran bene. Mi lasci andare, eh?... No? Perchè così soffro troppo, vedi: soffro proprio troppo!... Non conviene nemmeno a te pretendere tanto, spingermi così. Son tuo fratello, Vittorio, son tuo fratello!... (fa l’atto di lanciarsi all’uscio).

Vitt (si frappone).

Amedeo (indietreggia e si getta singhiozzando sopra una seggiola). (Un silenzio).

(Si sente picchiar sommessamente all’uscio di destra).

Vitt. (a Amedeo). Su, su! Presto, che nessuno ti veda!

Amedeo (alzandosi). Chi sarà? (pieno di speranza). Chi può essere? Chi credi che sia?

(Si picchia ancora).

Vitt. Avanti!

SCENA SECONDA. Vittorio, Amedeo, Michele.

Michele. Il signor conte Di Pranero, il signor cavaliere La Torretta.

Amedeo (si allontana lentamente, cupo, e va a porsi davanti al caminetto).

Vitt. (a Michele). Dirai loro che... (dopo aver pensato). No: falli entrare.

Michele (via).

SCENA TERZA. Vittorio, Amedeo, Di Pranero, La Torretta.

La Tor. (entrando, seguito da Di Pranero). Deo gratias!

Vitt. Venite, venite.

La Tor. (vedendo Amedeo). Oh guarda! Bermond iuniore! Quanto tempo è che non ci vediamo! (avvicinandosi). Si sta bene, eh, vicino al fuoco?

Vitt. Sedete, vi prego.

La Tor. e Di Pran. (seggono intorno al camino)

Amedeo (si scosta, si avvia verso l’uscio di destra: d’un tratto si volta titubante a guardare Vittorio).

Vitt. (lo fissa, lo ferma con lo sguardo).

Amedeo (siede vicino alla tavola).

Di Pran. Dunque si parte o non si parte, domani?

Vitt. Si parte. Non eravamo rimasti intesi così?

Di Pran. Eh altro! Ma non avendoti visto in tutta la giornata...

La Tor. Che diavolo hai fatto?

Vitt. Che volete... gli affari...

Di Pran. Noi abbiamo girata la capitale in cerca di notizie.

Vitt. Ah sì? Ebbene?

SCENA QUARTA. Vittorio, Amedeo, La Torretta, Di Pranero, Michele.

Michele (entra portando un vassoio con bottiglie e bicchieri).

La Tor. (vedendolo). Bravo!... Come ti chiami?

Michele. Michele, signore.

La Tor. Bravo, Michele.

Di Pran. (a Vittorio). È La Torretta, sai, che s’è preso la libertà...

La Tor. Di domandar del vino, dopo che tu avevi ordinato i liquori.

Vitt. Avete fatto benissimo (a Michele). Mesci e va pure.

Michele (eseguisce e via).

La Tor. (prima di bere). Viva la guerra! eh?

Di Pran. E viva l’amore!

La Tor. Lascialo stare, l’amore! Non c’è tempo adesso. Non si può bere e fischiare a un tratto. Non parlerei così, se qui ci fossero dame, ma... (rivolto ad Amedeo) cavalierino, e voi?

Amedeo. Grazie, non bevo vino.

La Tor. Cospetto! Si vede.

Amedeo. Perchè?

La Tor. Siete pallido.

Di Pran. Avete brutta cera.

Vitt. Dunque, e coteste notizie?

La Tor. Oh buone, eccellenti! Si prepara una campagna coi fiocchi!

Vitt. (attento). Dite, dite: che cosa sapete?

Di Pran. Si muovono tutti.

Vitt. (con gli occhi scintillanti). Che! la leva in massa?

Di Pran. No: se fosse stata ordinata, lo sapresti anche tu...

La Tor. Ma fa quasi lo stesso. Giovani e vecchi, ricchi e poveri, contadini e borghesi, nobili e plebei, tutti in moto, tutti in faccende. All’armi! all’armi! L’altro anno si sono ammessi nei reggimenti i fanciulli? Ebbene, guarda, sarà molto se quest’anno si riuscirà a far stare a casa i lattanti!

Di Pran. Euh! È tutto dire!

La Tor. Naturalmente che esagero un poco.

Di Pran. (brontolando). Sì, ma l’argomento è serio...

La Tor. Ed io so parlar anche sul serio (alzando il bicchiere). Al Re! Al Piemonte! A noi! Va bene così?

Vitt. Benissimo.

Di Pran. (avviandosi). A domani, dunque!

Vitt. A domani, a domani.

Di Pran. (ad Amedeo). Cavaliere, buona notte. E curate la vostra salute.

La Tor. Cospetto! E se mai... ricordatevi che l’aria di montagna è una gran medicina.

Vitt. (accompagnandoli). All’alba!

La Tor. Non quella dei tafani, eh?

Di Pran. e La Tor. (escono).

SCENA QUINTA. Vittorio, Amedeo.

Vitt. (accostandosi ad Amedeo, e battendogli sopra una spalla). Tu vieni con me.

Amedeo (lo guarda trasognato).

Vitt. Hai sentito come ti hanno parlato quei due ufficiali? E, bada, senza nessuna intenzione di offenderci. Il tuo posto non è più qui.

Amedeo (si scosta con un atto rabbioso).

Vitt. Partiamo insieme, domattina.

Amedeo. Senza vederla più?... No!

Vitt. Ricorda. Volevi venire quando si entrò in campagna. Non ho consentito. Pareva non si trattasse che di respingere una torma di furibondi, e profittar della vittoria per tentar la conquista. Era un errore, era un sogno. Il nemico ha vinto, rivinto; si fa ogni giorno più esperto e feroce. (Con forza). La casa brucia, tutti dobbiamo correre al fuoco!

Amedeo (animandosi un poco). Ti raggiungerò.

Vitt. Parti con me e ti darò il modo di farti subito onore. Staremo in Asti fin che ci lascieranno. Oh, ma non si andrà per le lunghe! Alla metà di gennaio ci metteremo in marcia verso le montagne: andremo a rilevare i battaglioni che avranno svernato lassù. Vedrai un’accolta di spettri... e ti sentirai un altr’uomo.

Amedeo (amaramente). È un rimprovero, questo?

Vitt. Seguimi, e domani a quest’ora non potrò fartelo più.

Amedeo. Verrò, te lo giuro.

Vitt. Devi dire: vengo (con forza persuasiva). Senti, Amedeo: anche adesso là si battono, sai. Le maledette carmagnole brulicano lungo il confine, e stuzzicano, e provocano, e sfidano senza posa i nostri avamposti. Appena il sole squaglierà le nevi, daremo battaglia (con entusiasmo). E noi due ci saremo: saremo là, fianco a fianco. Ah! tu non sai ancora cosa sono i colpi, gli urli, la lotta, le bandiere al vento! Vedrai, vedrai, vedrai che nella vita non c’è soltanto l’amore.

Amedeo (con voce sorda). E se... se, diviso da lei, io non potessi sopportarla la vita?

Vitt. (fissandolo). Vale a dire che, in un momento di disperazione, di follia, potresti anche pensare a... E sta bene (dopo un silenzio, con molta calma). L’anno passato, dopo le giornate di giugno, sul Raus, dentro un ridotto, si trovarono i corpi di due giovinette. Avevano indosso l’assisa, e le armi alla mano. Come, perchè fossero là, nessuno seppe: nessuno, credo, lo saprà mai. Forse, chi sa, non potendo anch’esse sopportare la vita, le povere donne, l’avevan buttata via... da uomo (dopo una pausa). Hai inteso?

Amedeo (sottovoce). Sì.

Vitt. (energico). Allora, a noi: occupiamoci!

Amedeo (come risvegliandosi). Aiutami tu! Assistimi! Dimmi tu quel che devo fare. Io non so più: non posso pensare...

Vitt. (affettuoso). Son qui, non ti lascio. Chiameremo Michele. Egli penserà alla roba. Una piccola valigia, niente più del necessario. Noi, noi penseremo all’essenziale. Alle armi. Sta bene attento. Porterai la tua spada, quella d’acciaio brunito: l’altra non è buona che per la parata. Le pistole lunghe, quelle di Versailles, sono eccellenti. E poi vedremo (avviandosi a sinistra). Bisogna vedere subito, anzi. Vengo di là, con te. (Fermandosi). Prima però... prima però, vieni qui. Ti voglio qui, sul cuore. (Lo prende fra le braccia). Non ho che te! Sei la mia speranza. D’ora in poi starai con me; sempre, sempre, sempre con me...

Amedeo (intenerito). Vittorio...

(Rimangono abbracciati in mezzo alla scena).

SCENA SESTA. Vittorio, Amedeo, Sabina.

Sab. (entra frettolosa).

Amedeo (vedendola). Dio!... Lei.

Vitt. (turbato). Signora!

Sab. (indicando Amedeo). Voglio parlare con lui.

Vitt. Devo ritirarmi? Lo esigete?

Sab. No, potete restare. Anzi, ve ne prego. (Con ironia). La discussione sarà più animata. Prima però voglio parlar sola: io sola con lui.

Vitt. (risale la scena e va ad appoggiarsi al camino).

Sab. (ad Amedeo) Ti eri già arreso, eh!

Amedeo (esita a rispondere).

Sab. Lo vedo. Lo prevedevo. Lo sentivo, sai. Ho pensato: Che farà il conte?... Vorrà condur via Amedeo, domani, stasera, subito forse! E son venuta. Dunque è così? Ti ha persuaso a partire? Dimmi la verità. E saresti andato? Senza una parola, senza pur salutarmi? E il tuo grande, il tuo immenso amore?

Amedeo. Ho lottato, ho lottato...

Sab. Eh, ma non quanto occorreva per vincere!

Amedeo. Ma tu, tu stessa, quando t’ho lasciata...

Sab. (con impeto). Io?! Ma io ti ho gridato di sperare. E credevo tutto finito. E provavo la sensazione di scendere, di scendere in un gran vuoto buio, senza fondo. Ho anche desiderato di morire! Ma poi, ma poi, ma poi... Insomma, sono venuta, son qui, e bisogna decidere (accostandosi rapida). Avanti, sentiamo: rinunzi a me?

Amedeo (vivamente). No!

Sab. Bene (indicando Vittorio). E allora che rispondi a lui? Come ti svincoli?

Amedeo (abbassa gli occhi, confuso).

Vitt. (stendendo il braccio, ancor calmo). Amedeo, non vi è mai stata una nube fra di noi, mai, mai, mai... T’ho sempre trovato docile, buono, condiscendente. (Con forza crescente). Son maggiore di te, tuo tutor naturale. Posso, come capo della nostra casa, anche comandare.

Amedeo (ribellandosi tutt’a un tratto). Ah! Non lo farai!

Vitt. (severo). Non bisogna costringermi.

Amedeo. La tua potestà non può essere nè arbitraria, nè assoluta.

Vitt. Rappresento tuo padre.

Amedeo. Mio padre era giusto.

Vitt. (offeso). Amedeo!

Amedeo. Mio padre era giusto. (Con sarcasmo). E la giustizia, fratello? E la lealtà? E i sentimenti tanto vantati poc’anzi?

Vitt. (esasperato). Tu adesso m’insulti!

Amedeo. Sei il più forte, non devi abusare.

Vitt. (violentissimo). M’insulti, m’insulti, m’insulti!

Sab. (interponendosi accorata, tremante). Pace, signori! pace, pace! Questo è terribile, che per me...

Vitt. Bada, Amedeo, non ragioniamo più!

Amedeo (furibondo). Mi difendo! Difendo il mio avvenire, la mia felicità... (indicando Sabina). Difendo i diritti di noi due vivi contro la prepotenza insensata di un morto!

Vitt. (con grandissima autorità ed energia). Ma, Dio santo! Sei pur mio fratello! Il sangue deve bollir con vigore nelle vene a te come a me. La guerra sta per farsi accanita, terribile... Io parto e tu resti! Dimmi: vuoi dunque il biasimo, il disonore, la vergogna?

Sab. (allibita). Oh!

Amedeo (perplesso, abbattuto). Vedi... È così che mi hai vinto!

Sab. (con voce soffocata, con un rapido gesto di deliberazione) Ebbene, sì. Anche tu... Quando sarà tempo. Quando ti parrà tempo. Quando vorrai. Non t’impedirò (singhiozzando e torcendosi le mani). Ma adesso no! Adesso no!... Tu sei mio.

Amedeo. Sabina!

Sab. (risoluta). Basta così. Andiamo.

Amedeo (a Vittorio). Tu! Dimmi una parola...

Sab. (andando incontro a Vittorio). Parlerò io! (Di fronte, con veemenza). Non ho che una ragione. Amo. Sento un immenso tesoro di affetti nel cuore. Ho sete, tanta sete di vita. (Dopo una pausa). Ora a voi. Replicherò poi, se potrò (si scosta).

Vitt. (crollando il capo mestamente). Che vi posso dire ch’io non abbia già detto, o che voi stessa non possiate pensare... Badate a voi! Passati i dì dell’amore: può venire il rimpianto... Ve le ho ripetute le ultime parole di Carlo. Esse mi risalgono continuamente dal cuore all’orecchio. E ora mi suonano già come un lamento. Badate a voi! Sono terribili i lamenti dei morti: sordi a ogni discolpa, inflessibili a fronte di qualunque pentimento, tornano, tornano; non si acquetano, non si stancano, non dànno più pace. Badate a voi!

Sab. No!... Non posso credere questo. Guai se i morti potessero influir così su di noi... Guai se potessero abbrancarsi così ai vivi! Non lo ammetto. Vi deve essere una legge che ripara, rinnova, conserva. Una legge provvida, naturale. Vedete bene: d’inverno tutto muore, poi a primavera rinasce. Pensate un po’, se le foglie cadute potessero soffocare i germi nascenti? Tutto sarebbe finito! Chi vive va avanti, si sa. Anche senza l’amore, basta l’istinto!

Vitt. E il rimorso? Non credete al rimorso?

Sab. Ma sì, ma sì, ma sì: credo al rimorso, ma per chi mal fa. Io penso a Carlo... (a fronte alta). Vedete come pronunzio questo nome. Penso a Carlo con sicurezza, con calma. Quest’è un’ora grave, eh? Un’ora decisiva, solenne. Non ho paura. Vorrei vederlo apparir qui, tra noi; vorrei saper presente il suo spirito, e non parlerei in altro modo. (Guardando intorno). E chi sa! Chi sa! Questo è certo: l’immagine di lui morto, più grande e buono di quel che non mi sia mai parso vivo, mi riempie la mente. Egli adesso meglio sa, meglio ama... Non temo rimorsi. Non ho paura... (dopo un lungo silenzio). Amedeo!

Amedeo (dolorosamente implorando). Vittorio, Vittorio!

Vitt. (li guarda immobile, con le braccia incrociate).

Sab. (ad Amedeo, con espressione, con grazia allettatrice). Son venuta sola, per le strade oscure, deserte. Vuoi lasciarmi tornar via così?

Amedeo (a Vittorio, supplichevole). Perdonami...

Sab. (con passione). Vieni, vieni, vieni! Non senti che nel fondo del suo cuore egli ci ha già perdonati? (via).

Amedeo (si abbandona e la segue).

Vitt. (guarda ancora per un momento la porta donde sono usciti, poi scioglie, lascia cadere le braccia). Così!... Doveva andare così! (Guardando intorno, quasi con un senso di speranza). Sì, Carlo... anch’io ti vorrei qui: per sentirmi assolvere prima... poi per vederti convinto che il tuo volere mancava veramente di sapienza e di bontà. (Risale lentamente la scena, meditabondo).

Cala la tela.

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