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La Principessa

II.

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Non si creda che tutto fosse disinteresse, o vi fosse soltanto stranezza, nella condotta di Enrica verso il banchiere.

Dacchè Enrica avea sposato il principe di Caprenne, egli, dopo la morte del duca di Mondrone, padre di lei, le avea lasciato la libera amministrazione di tutti i suoi beni.

Al principe il duca avea fatto un lascito tutto speciale, e come un ricordo personale gli avea legato la stupenda tenuta di Battifolli, computata a lire seicentomila.

L'avvocato del duca, Francesco Costella, che abbiamo già conosciuto, affermava che il duca avea lasciato al genero circa la quarta parte del suo patrimonio, ch'era quasi tutto in terre, avendo già scorto le tendenze di Enrica al dissipare, e non volendola contristare col toglierle una maggior parte de' beni.

Enrica, non cupida, pianto il padre, che amava sinceramente, fu lieta del lascito ch'egli avea fatto al marito, stimandolo un nuovo legame fra loro: un eccitamento al principe di essere benevolo verso di lei.

Ma il principe indulgente, un po' indolente, gaio, era pur capace di grande severità, serbava intatti i suoi sentimenti d'uomo d'onore.

Da quattro anni, cioè dacchè il principe, diventato ambasciatore, stava lontano da Napoli, Enrica avea più che raddoppiato le spese della sua casa. Essa spendeva oltre le sue rendite: la gente, mal sicura, o non pratica, di cui si serviva per amministrare, era già costretta a mettere in opera ripieghi.

Il principe, sulle prime, avea chiesto qualche congedo: ma, da due anni, non era più tornato a Napoli.

Enrica si faceva vedere spesso alla Corte: il Re le parlava molto familiarmente: un ufficiale delle guardie reali, appartenente all'aristocrazia napoletana, pranzando un giorno in campagna, nella villa di sua sorella, maritata al conte di L…., eccitato un po' dal vino, dal buon pranzo, avea confidato alla contessa d'aver veduto uscire una mattina di buon ora la principessa di Caprenne dagli appartamenti del Re, vestita come una semplice modista, e il Re stesso le avea aperto la porta di una scaletta segreta.

L'ufficiale si pentì presto di ciò ch'avea detto, tanto più che la donna da lui vista fosse la principessa non era ben sicuro: tornò alla sorella, la supplicò non ne parlasse ad alcuno: essa gli giurò di tenere il silenzio, ma disse il fatto soltanto a una sua cognata, che lo riferì soltanto a sua suocera: la duchessa d'I., che non potè stare senz'informarne alcune delle sue vecchie conoscenze.

La notizia corse dai salotti nelle anticamere, dalle anticamere nelle botteghe: in breve, volò sul labbro di tutti.

Si dipingeva il principe per un marito compiacente: un uomo nullo, ma ambizioso, assetato di onori: che abbandonava la propria moglie perchè ella potesse dar prova di devozione al Sovrano: ed egli avvantaggiarsene.

Così, per leggerezza della moglie, una taccia d'infamia si apponeva al nome del principe.

Egli avea i suoi difensori, ma più, com'abbiamo già detto, i suoi denigratori: gli emuli, gl'invidiosi: coloro, che son sempre avidi, magari per ozio, di sfruttare, propalare una calunnia.

Enrica diveniva così sempre più oggetto di curiosità. Per tutto ove andava, raddoppiava l'attenzione verso di lei: i suoi ricevimenti erano sempre più frequentati.

Ella sfoggiava un lusso, da anni, si diceva, non veduto in Napoli: gareggiava con la Sovrana. Avea attorno un nugolo di parassiti. La sua casa pareva una seconda Corte.

Senza attitudine ad amministrare, senza discernimento a scegliere chi dovea per lei curar i suoi affari, assottigliava il suo patrimonio in modo vistoso. Tra le rapine e le spese favolose, si trovava già, ripetiamo, molto imbarazzata.

A chi ricorrere?

Ella avea un giorno visitato la Banca del Weill-Myot: costui le avea fatto una mostra studiata e abbagliante delle sue ricchezze, della sua potenza commerciale.

Le avea fatto vedere in una cassaforte due milioni in oro, un milione in titoli.

Ciò indicava davvero la sua forza, il suo credito.

—Domani,—le avea detto,—questi denari non saranno più qui; fra otto giorni avranno fruttato una somma, da empir d'oro tutta questa cassetta….

E tirava a sè febbrilmente una gran cassetta, di ferro, profonda. Essa si richiuse con un cigolìo stridente.

Il Weill-Myot avea guidato la principessa ne' suoi uffici ove fervea tanto lavoro: le avea spiegato minutamente qualcuna delle sue grandi combinazioni.

La principessa era uscita da quella visita inebriata: infatuata di quel desiderio dell'oro, che diventa, a poco a poco, irresistibile.

Enrica pensò, nella rovina da cui si sentiva incalzata, ricorrere al Weill-Myot.

Ella non lo amava: non avrebbe ceduto a' suoi capricci: per questo avrebbe osato domandargli qualche cosa.

Gli parlò un giorno molto destramente de' suoi imbarazzi.

L'allusione era velata, discreta, fatta con molto garbo e molta finezza, in mezzo a' segni della più grande opulenza, poichè il banchiere era in visita dalla principessa e, girando gli occhi attorno a sè, vedea per tutto oggetti di molto prezzo e acquistati solo per mera fantasia: cinquantamila lire un quadro del Grenze: diciottomila una statuetta di bronzo, di cui era proibita la riproduzione.

Il banchiere capì subito l'allusione, benchè molto velata; e capì il profitto che potea trarne, in ispecie dopo ch'ebbe incoraggiato la principessa a parlargli aperto. Egli—le diceva—era suo servitore: felice di poter obbedir a un cenno di lei; metteva tutta la sua immensa fortuna a' suoi piedi: ella ne disponesse come voleva.

La principessa, che non nutriva per quell'uomo se non una sincera amicizia, senz'alcuna mischianza di passione, si fece a parlargli liberamente come a un uomo d'affari.

Egli ascoltava attentissimo; intendeva tutto; vedeva dov'era il bene ed il male: cercava e trovava fra una parola e l'altra i provvedimenti: in pochi minuti comprendeva, scopriva ciò che la principessa non avea, e non avrebbe mai potuto capire.

E, intanto, egli tendeva le sue reti.

Avrebbe persuaso la principessa a entrare in speculazioni: le avrebbe fornito egli stesso tutto il denaro che le occorreva; le avrebbe fatto firmare obbligazioni: un bel giorno, per uscir dal viluppo in cui egli l'avrebbe destramente intricata (pur dandosi aria d'esserle d'aiuto), ella sarebbe stata costretta a gettarsi nelle sue braccia.

Così nulla sarebbe mancato al suo successo nel mondo,—si diceva l'uomo, senz'altra nobiltà che quella del denaro,—se avesse potuto avere per amante una principessa e giovane e bellissima.

La sera stessa uno de'segretari della Banca Weill-Myot si presentava alla principessa, e le rimetteva, contro regolare ricevuta, una somma enorme.

Nella sua spensieratezza, ella si vide liberata per lungo tempo da ogni molestia e in condizione da proseguire la sua solita allegrezza.

Intanto, da quella sera, a insaputa del principe, cui avrebbe potuto rivolgersi, ella diveniva debitrice della Banca Weill-Myot.

III.

Dobbiamo tornare a occuparci di uno de' nostri personaggi: il marchese Piero di Trapani; non abbiamo più parlato di lui, dacchè egli ebbe finito il suo colloquio con Marco, fra le rovine del casolare presso il parco di Mondrone, dopo il ratto della bambina.

Marco era entrato al servizio del marchese di Trapani: sempre tutto abbigliato di nero, in cravatta bianca, calzoni corti, era irriconoscibile per chi lo vedeva nel palazzo. Solenne, severo, impartiva ordini a tutti gli altri servitori e anche al padrone, su cui aveva un'assoluta autorità: poichè egli possedeva sempre la lettera del dottor Krag.

Quest'uomo misterioso e sinistro era il vero marchese di Trapani.

Non parlava mai con gli altri servitori, se non per dar loro comandi: mangiava solo: nelle ore di riposo lo vedevano seduto nel giardino, nei vestiboli, o nelle anticamere, sempre dove era facile qualcuno passasse, con un libro di preghiere in mano.

Andava con molta assiduità alla chiesa: usava larghezza nel far elemosine: i giorni di vigilia l'ex-galeotto si facea servir un pranzo, tutto magro, e ne rimandava in cucina più della metà; non bevea vino, per non rompere, egli dicea, l'astinenza: tanto era scrupoloso. I preti della parrocchia lo salutavano con un certo riguardo: si tenevano quasi di parlare con un uomo sì grave e di tanta virtù.

Il vecchio uomo riappariva soltanto ne' colloqui che Marco avea col padrone.

Quando il marchese Piero meno se l'aspettava, lo vedeva comparir nella sua camera, nel suo salotto, pian piano, come se, in apparenza, temesse disturbarlo; e subito faceva domanda di grosse somme.

Costui operava verso il marchese Piero come Cristina verso la principessa.

Le due ricchissime parenti della defunta marchesa non si mostravan disposte a morire: passavano al marchese cospicui assegni, in riguardo della figliuola: assegni, che non erano sufficienti a quell'uomo vizioso: e che avea già sperperato tesori. Le eredità si faceano troppo aspettare.

Come la principessa, il marchese s'impazientiva dei continui ricatti; volea irritarsi contro sì forti estorsioni.

L'altro ripicchiava:

—Non rammentate ciò che mi diceste la sera in cui rapivo la fanciulla, e la ponevo nel letto, accanto al cadavere di vostra moglie?… Non mi avete voi… detto ch'io vi salvavo l'onore, la vita?… E oggi, da che traete i lauti assegni, che vi danno modo di menar sì buona vita? se non dall'atto che io ebbi l'intelligenza, l'audacia, la premura di compiere in vostro favore?… Sono io, e non altri che io, l'autore di tutta questa prosperità che vi circonda…. E oggi, se voi pensate a innalzarvi, a chi lo dovete? Alla fanciulla, che io vi ho procurato…. Voi…. parliamoci franchi…. poichè le reticenze sono tra noi inutili…. e ci leggiamo l'un l'altro nell'animo, e siamo sì degni di comprenderci, voi vi preparate a speculare sulla grande bellezza della figliuola…. Alla Corte, lo so, si parla già molto di lei: si racconta sommesso ch'ella possa succedere all'attuale favorita…. bellissima sempre, ma un po' matura…. Il Re ha inviato alla vostra figliuola un vezzo di perle per l'onomastico di lei. E il fatto è un po' insolito…. Tutta Napoli conosce l'avarizia del Re…. Voi non m'avete detto nulla: avreste voluto che un tal fatto rimanesse un mistero per me….

Tali cose aggiungeva un giorno a' soliti rabbuffi ond'era avvezzo a torturare il marchese. E in quel giorno, appunto, proseguiva:

—Siete stato ispirato male…. Vi ricordate che io sono vostro associato: rammentate la nostra ditta: Marchese Piero di Trapani e Marco Alboni…. Voi non potete, non dovete stipulare nessun affare senza di me…. Non solo io debbo partecipare agli utili, ma voglio esser informato dei rischi…. E qui vi sono….

—Che rischi?—domandò il marchese, che poi, in fondo, riconoscea Marco un'autorità nel saper condurre a bene una bricconata.

—Che rischi?… Vero o no che sia, si dice in tutta Napoli che la ben accetta al Re è la principessa di Caprenne…. E quella donna deve aver un'arte somma per incatenare a sè chi l'ama: deve aver segreti, tutti suoi, per piacere…. Io non voglio dire che ella sia la favorita: non bisogna basar un affare sull'incertezza…. Ma, senza dubbio, ella ha nell'animo del Re predominanza…. Che si presenti una rivale, più giovane, e bella, la principessa, che è focosissima, si porrà subito contro di lei e contro di voi…. La principessa è capace d'ogni vendetta: anche di percuoter la giovane in pubblico, se fosse eccitata all'estremo…. il Re, disgustato, si ritirerebbe allora da un'avventura, che potrebbe arrecargli troppe molestie….

La porta della stanza fu aperta, senza che alcuno avesse bussato, e comparve una giovane di alta statura, di una incantevole grazia, una figura veramente ideale.

—Diana!—disse il marchese, alzandosi e andandole incontro.

E le dette un freddo bacio sulla fronte.

L'altra corrispose con un bacio anche più freddo.

Diana era in abito da passeggio.

—Babbo,—gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno metter di solito in tale parola,—vado a far visita alla principessa di Caprenne…. È oggi il suo giorno.

Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra. S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di allettare: era pretenziosa.

Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane, che chiamava sua figliuola.

—Va', va' dalla principessa,—rispose il marchese alla ragazza,—va', e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti…. Saluta intanto la principessa….

Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.

All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un abbigliamento di cerimonia.

Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a ben altre fatiche.

Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la principessa.

Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che avesse Napoli.

Diana fu lasciata sola alla porta del palazzo dalla signora che l'accompagnava e che le allegò di dover fare molte piccole commissioni: sarebbe tornata a prenderla fra un'ora. Un giovinottino di vent'anni, del quale ella faceva l'educazione, l'aspettava in un luogo convenuto. Essa era tutta palpitante, impaziente d'arrivare. Anche senza il belletto, l'impazienza avrebbe colorito di rosso le sue guancie paffutelle.

Diana entrò nel salotto della principessa: la trovò sola con un giovane elegantissimo: Adolfo Venosa, di famiglia molto agiata e che avea impreso per amor della scienza lunghi, difficoltosi viaggi in regioni inesplorate, facendo, in sì fresca età, noto il suo nome a tutti gli scienziati.

Nella società napoletana il Venosa era ben veduto e apprezzato per il suo ingegno, il suo amore della coltura, per la serietà, la modestia, la vigoria del carattere.

D'impeti generosi, era quasi un fanciullo nelle cose del mondo, poichè toccava i vent'anni e gli aveva trascorsi, dalla prima età, nello studio e nelle imprese arrischiate.

Avea conosciuto Diana mentr'ella era nel convento di Santa Chiara, ove era pure la sorella di lui.

Quando Diana uscì dal convento, e Adolfo la rivide, i due giovani parlarono insieme d'amore: Adolfo, con tale gentilezza d'animo, Diana, con un sentimento sì squisito e sì casto, che tutt'e due si trovarono affini a segno, da non dubitar più, come si dice in tali congiunture, che Dio li avesse destinati l'una all'altro.

Diana avea capito che il marchese di Trapani non vedea di buon occhio questo amore; nella onestà, nel carattere franco, leale di Adolfo, egli scorgea tante accuse a sè stesso: sentiva per lui una repulsione: mentre Diana e Adolfo si sentiano attirati l'un verso l'altra, appunto in forza della loro virtù, il marchese si sentiva ripugnante, alieno da Adolfo, inclinato ad allontanarsene: tutt'e due erano, ciascuno, all'opposto polo nel mondo morale.

Adolfo si era accorto della antipatia che ispirava al marchese, nè a Diana era sfuggita la ripugnanza di colui, che ella chiamava padre, verso il giovane che essa amava con tutte le forze dell'anima sua.

Però tenevano nascosto più che poteano il loro amore, ma già molti e molte se ne occupavano.

Quando entrò nel salotto della principessa e vide Adolfo in intimo colloquio con essa: le poltrone su cui eran seduti quasi si toccavano: Diana impallidì.

La principessa era di quelle donne che ispirano sempre alle altre una forte gelosia. Le donne, che sanno sì ben giudicare quali sieno i più irresistibili mezzi di seduzione, li riconoscono subito in chi li possiede.

Al rumore che fece Diana entrando, poichè il servitore L'avea accompagnata fin nell'attiguo salotto, aprendo l'uscio, e ciò avrebbe dovuto assicurarla sull'indole del colloquio fra Adolfo e la principessa, Enrica si voltò; e veduta Diana, dette in una risata argentina.

S'alzò di scatto per correrle incontro. Voleva dirle, come sempre, alcune di quelle parole con cui solea vezzeggiarla: angiolo mio; mia bellezza, figliuolina cara…. arrivava sino a chiamarla così, inconsapevole; ma si ritrasse subito al veder Diana sì pallida e sì vacillante.

Anche Adolfo si era subito alzato.

Diana, ritta in mezzo alla stanza, li guardava: un po' come si guardan due esseri di cui si ha paura, mentre pur si amano e se ne vogliono scrutare i veri intendimenti: un po' come un giudice, che esamina due, reputati colpevoli.

La principessa non sapea spiegarsi il terrore che si andava dipingendo sul volto di Diana: vedeva che ella era in preda a una grande sofferenza.

—Ma che hai?… che hai?…—le domandò correndole incontro, e cuoprendola di baci.

Diana avea scorto su un tavolino una lettera, il cui indirizzo alla principessa era scritto da Adolfo.

Essi erano, dunque, in corrispondenza fra loro?

Nella sua passione, quasi infantile, poichè Diana varcava di poco i sedici anni, essa, appoggiando la testa al seno della principessa, dette in uno scoppio di pianto.

Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.

La principessa si sentì veramente commossa.

Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.

Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un influsso buono, che la consolava.

Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una contentezza indicibile.

Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile, seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.

Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.

Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.

E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.

La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa, ripeteva:

—Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?… Ti coricherò: ti assisterò io.

A quelle parole Diana parve rasserenarsi.

Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la felicità che ne avea risentito.

Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa, si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.

Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana ad amare la bella, elegante gentildonna.

—È così,—avea detto un giorno,—ch'io mi sono spesso figurata mia madre, che non ho mai conosciuto….

Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il momento opportuno.

Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.

Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.

Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà di linee, con tanta vivacità di seduzione?

Per la prima volta, il Venosa, guardando le due teste di Enrica e di Diana, l'una sì presso all'altra, fu colpito dalla grande somiglianza di tratti eh'era in esse.

—Si direbbero due sorelle!—pensava fra sè: poichè la principessa si manteneva sì giovane, per la naturale freschezza, per l'arte che certe donne belle hanno di conservar que' tesori che le rendon sì care.

A poco a poco, Diana si rinfrancò.

Era in lei nato un disegno: non volea che i due, lì presenti, e che ella tanto amava, subodorassero il motivo del suo conturbamento: era meglio si porgesse loro con volto sereno: così avrebbe il destro di sorvegliarli tranquillamente.

—Non so,—rispose a una domanda della principessa,—mi ha colto a un tratto questo malessere: nè riesco a spiegarmene neppur io la cagione…. ma ora sto bene.

E si gettò al collo della principessa per darle i due baci, che le dava, e ne riceveva, di solito, ogni volta che s'incontravano.

Era la prima simulazione, che essa commetteva, la prima volta che fingeva, dacchè era nata. Ma nelle donne anche più candide è sempre latente, sempre facile a prorompere il potere di simulare.

È la grandissima forza del sesso, che non accadrebbe di chiamar debole, secondo alcuni, eziandio se pur non avesse altra arma a nuocere, che questa terribile del mentire, ond'è formidabile.

Dopo ch'ebber fatto altri commenti sull'accaduto, intavolarono una briosa conversazione.

La principessa si rallegrava tutte le volte che vedea la sua giovane amica.

Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di stoffa color granato.

Ella soffriva e si mostrava ilare.

Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre: Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato, non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde erano pronunziate.

A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea esser accaduto.

Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e domandava di parlarle.

Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse che avrebbe subito ricevuto l'intendente.

Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.

Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò una mano.

Poi, con rozza familiarità, esclamò:

—Eccellenza, abbiamo cattive nuove!

—E a quale proposito?—domandò la principessa con l'alterezza che usava con i suoi e onde solea sfidare i colpi della fortuna.

—Si prepari Vostra Eccellenza a udire una brutta notizia.

—Parlate!—disse la principessa già in collera.

L'uomo cercava in una tasca del suo abito.

La mezza oscurità in cui eran rimasti sin allora e che era sì propizia allo stato di animo, alla disposizione al fantasticare in cui tutti e tre si trovavano, prima che giungesse il campagnuolo, conferiva ora solennità alla scena.

—Stamani,—continuò l'intendente con accento fiero e scolpito,—abbiamo trovato un uomo impiccato a una inferriata del castello…. È provato che egli s'è impiccato, durante la notte, mentre imperversava l'uragano tra le raffiche del vento e una pioggia fortissima…. Aveva posto sotto una pietra su la soglia della gran porta di mezzo questa lettera….

E porse alla principessa un gran plico, che teneva in mano già da qualche istante.

La principessa esitava.

—La lettera è indirizzata a V. E.,—proseguì l'intendente.

—E chi è l'impiccato?—disse negligentemente la principessa, prendendo il plico.

—Ciccillo Jannacone!

La principessa si alzò. Niuno potè veder in quell'istante la fisonomia di lei.

Con un tono di voce, che si sforzava render sicuro, disse:

—Non voglio che tu ti spaventi, Diana, coi ragguagli di questa storia…. Poco fa eri già tanto abbattuta!… Vado a finir di parlare con l'intendente in un altro salotto…. Voi, Venosa, tenete a Diana un po' di compagnia….

Mentre la principessa si alzava, era giunto nel salotto attiguo il marchese di Trapani, che veniva a riprendere la figliuola.

S'incontrò con Enrica e la salutò appena, inchinandosi: già avea saputo dal maggiordomo che la principessa in quel momento dovea aver ricevuto una tristissima notizia: ed egli mostrava non volerla disturbare.

La principessa rispose al saluto cerimonioso con un cenno che significava quanto ella fosse angustiata.

—Povera principessa!—esclamò il marchese, entrato nel salotto ove Diana e il Venosa eran rimasti soli appena un secondo.

—Sì, povera Enrica! ella deve aver ricevuto un bel colpo da questo fatto…. L'ho capito al tono della sua voce,—rispose Diana.

I servitori entravano coi lumi.

La principessa, nella sua concitazione, aveva veduto illuminata la sala da pranzo e vi era entrata, facendo segno all'intendente, che la seguiva, di richiuder la porta. Un'altra porta, di rimpetto, era chiusa.

Enrica si accasciò su una sedia e disse all'intendente:

—Continuate!

—Poco ho da aggiungere a V. E. Il nominato Ciccillo Jannacone, da qualche tempo, era pazzo. Avea, da molto, lasciato il suo lavoro, e girava sempre intorno al parco: si recava spesso, sopra tutto di notte, alla casetta ove avea passato tanti anni: e vi è stato visto più volte, seduto sugli scalini della porta…. Un contadino l'ha veduto arrampicarsi al muro e baciar più volte il davanzale della finestra della camera, già abitata dal suo figliuolo. In breve, Ciccillo Jannacone tre settimane or sono entrò nel parco e vi è rimasto, nutrendosi non si sa come…. Non si sa ove passasse le notti…. si vedea talvolta sgattaiolare fra gli alberi, nella foresta, come un animale inseguito, si perdeva d'occhio….

Era lacero, scarmigliato, e avea varie ferite…. I cani del castello l'aveano un giorno addentato. Stamani, io, per il primo, ho esaminato il corpo del vecchio per accertarmi s'egli era morto; assicuro V. E. che quel corpo era sì straziato dai denti degli animali, dalle punture degl'insetti nocivi, forse dai rovi che il vecchio nella sua demenza non sapeva scansare, dalle stesse intemperie, ch'io ho detto, se non si fosse impiccato, avremmo trovato uno di questi giorni Ciccillo morto lungo la strada della foresta…. E debbo aggiungere un particolare a V. E. Sembra che il povero Ciccillo non avesse idea di uccidersi…. Il casiere del castello dice che stanotte ha udito dare varii colpi sull'uscio, ma ha creduto fosse il vento che smuoveva i battenti. Certo il fragore, lo scrosciare dell'uragano ne attuavano i colpi…. Si crede fosse l'infelice Ciccillo, il quale, non potendo più sostenere la crudezza della tempesta, fosse venuto a chieder asilo, soccorso…. Chi sa…. può darsi…. Tutti piangono la morte del vecchio: tutti maledicono al figliuolo assassino, causa di tanta desolazione.

L'intendente, come ligio alla casa del duca, e fino allora anima dannata, cieco schiavo della duchessa, non era fra quelli che credevano all'innocenza di Roberto.

Egli singhiozzava.

La principessa era rimasta imperterrita.

Uscì alfine dalla sua gola come un ruggito: un che di terribile e di indistinto: crollò la testa, e i suoi belli e lunghi capelli si arruffarono un istante: non altrimenti un leone tien irta la criniera nel procinto di avventarsi ad alcuno.

—Siete licenziato dal mio servizio!—mormorò, per tutta risposta.—Dite qual rimunerazione volete, qual compenso vi spetta, ma desidero lasciate fra due giorni e, se si può, domani, il vostro posto.

L'intendente era trasecolato.

—E che,—continuò la principessa, alzandosi,—dovrò io tollerare quello che il principe, mio marito, non tollererebbe, se fosse qui?… Si abusa troppo di me, della mia bontà, lo so,—e fingea accento commosso.—Il parco di Mondrone è doventato un nido di scandali: scandali, che sono per noi spiacevolissimi! Vi avvenne un assassinio, anni or sono,—qui la voce della principessa tremava, e non per istudio.—Sarebbe accaduto, se una delle nostre guardie si fosse trovata lì? Non debbono esse vigilare nella foresta? E ora si lascia che, per settimane, un uomo erri, fuor di sè, nel parco: si lascia che i miei cani l'addentino, non si pensa…. non dico a scacciarlo…. ma a nutrirlo, a soccorrerlo, a persuaderlo di far meglio…. no…. no…. si aspetta che quest'uomo…. già pazzo…. commetta la più grande delle follie. E voi sapevate chi era quest'uomo. Il padre di uno che avea contaminato il nostro parco con un altro delitto!

La principessa era tutta impetuosa di collera, sublime: commediante perfetta, sapea valersi della passione, della forza che naturalmente erano in lei.

L'intendente allibiva: non sapea trovar parola da rispondere.

Egli aveva già contribuito a rovinare la principessa, con una mala amministrazione e con rapine: ma non gli pareva d'avere ancor fatto abbastanza.

Devoto alla principessa sino ad arrischiare per lei la vita, non le era stato mai devoto sino all'onestà. Bizzarrie che si danno: facile è trovar uomini che si affezionino altrui soltanto in proporzione dell'utile che ne ritraggono, e ciò non è poco, o da dispregiare: assai più sovente trovate chi vi spoglia e vi odia, vi vitupera, pel bene onde gli siete origine.

L'intendente facea atto d'inginocchiarsi dinanzi alla principessa, per supplicarla: ella, con un gesto rabbioso, gl'impedì di fornire quel movimento e gli accennò che uscisse.

Mentre l'intendente si ritirava, la principessa suonava il campanello, e accorse il maggiordomo.

—Ho licenziato l'intendente,—gli disse;—entro due giorni egli non deve esser più al castello. Gli sieno date tutte le indennità che chiede…. Accomodate voi tutto col mio procuratore…. Farete attaccare una carrozza e andrete a portar un mio biglietto al conte Guicciardi.

—Ma il pranzo, Eccellenza?

La principessa guardò la tavola apparecchiata per diciotto persone; e, fra tre quarti d'ora, gl'invitati doveano arrivare.

Ella avea tutto dimenticato, e non si era ancora abbigliata.

Quale contrasto fra la tavola, tutta splendente di fiori, di argenterie; i ricchi menus accomodati sul dorso di graziosissimi nani d'argento, dalla schiena ricurva: le piramidi di frutti canditi: la varietà dei bicchieri posti dinanzi a ogni convitato, e la tristissima sorte di Ciccillo Jannacone, freddo cadavere, penzolante alle intemperie nel bel parco di Mondrone!

La principessa avea posato sulla tovaglia, tutta tessuta di corone e d'iniziali, il plico, quasi lurido, lasciato da Ciccillo.

—Va bene,—aggiunse, rispondendo al maggiordomo,—mandate un altro…. Intanto, io vado a scrivere il biglietto che deve essere recapitato al conte….

Ella volea sapere qualche cosa sul suicidio del povero contadino; volea sapere che ne pensasse il giudice inquirente.

Si era rivolta, non senza un perchè, al conte Guicciardi.

Sapeva che, nel giudizio contro Roberto, egli le era stato un po' avverso: volea conciliarselo: e col cercar sempre mezzo di vederlo, mostrare che ella non aveva alcuna ragione per temere di lui.

Non lasciava nulla d'intentato nel lottare a pro della sua salvezza.

In tutto il palazzo, dalle cucine, sotto il pianterreno, ove eran raccolti i servitori sino all'ultimo piano ove erano le cameriere, occupate a riordinare la guardaroba, si parlava del suicidio di Ciccillo Jannacone: e si rammentava il delitto commesso dal figliuolo di lui.

E su tali argomenti si parlava anche nel salotto, ove il marchese Piero, Diana e il Venosa aspettavano la principessa, nè si accorgeano del tempo che passava.

Diana stava attentissima: non perdeva una sillaba.

Il marchese Piero insisteva nel dire che la famiglia degli Jannacone avea voluto tribolare in ogni modo i duchi di Mondrone e la loro gente.

—Tutti noi,—continuava il marchese,—rammentiamo lo spavento che ebbero il duca ed Enrica, allora non maritata, e tutte le persone al loro servizio, quando il figlio di colui che la notte scorsa s'è impiccato, uccise il vostro cugino: il conte di Squirace!

Il Venosa sospirò.

—Mi duole—ripigliò il marchese—aver forse commesso un'indiscrezione, nel tornare su tali memorie.

—Oh, potete immaginare—replicò il Venosa—ch'appena quell'uomo pronunziò il casato Jannacone, già subito il mio pensiero corse al delitto, commesso nel parco sedici anni or sono, e al delinquente…. Volete vi dica tutto l'animo mio?… e anche a voi, Diana….—seguitò il Venosa, con la sua voce simpatica, e strinse, nella sua eccitazione, la mano della fanciulla,—mio padre non credette mai che Roberto Jannacone avesse ucciso mio cugino…. Era sicuro che egli, incauto, avesse incontrato a caso la morte: e fosse caduto da sè nel precipizio, se pure non ve l'avesser gittato altri che quel Roberto…. E non per dire: voleva bene al suo nipote, al conte di Squirace, come ad un figliuolo…. Ne sapeva i difetti, ma li scusava,—secondo ripeteva,—perchè erano conseguenza più della sua educazione che d'un'indole cattiva…. La sua morte, così repentina, così tragica, lo colpì tanto ch'ebbe una lunga malattia…. Egli volle parlare col supposto assassino….

—Supposto?—interruppe il marchese.

—Vi dirò….

—Ma io non so nulla del fatto,—esclamò Diana.—Datemi qualche ragguaglio.

Il Venosa le raccontò con molta commozione l'assassinio del conte di Squirace nel modo si credeva, generalmente, fosse avvenuto e ch'egli stesso, cresciuto in età, avea udito raccontare più volte nella sua famiglia.

—Mio cugino, figuratevi,—aggiungeva Adolfo,—era un bel giovane, elegante, uno di quei giovani che non si curano d'altro, se non di far una vita allegra… almeno essi la chiaman così… era conosciuto da tutta Napoli….

—E l'assassino?—chiese Diana, ben lungi dall'immaginare in quale stretta, sin allora ignota relazione, ella fosse con lui.

—L'assassino, anch'egli un bellissimo giovane, e di più… un valoroso. Avea compiuto atti eroici; avea salvato la vita, e le ricchezze a molti; uscito da una condizione oscura, si era inalzato, si era fatto amare per la sua virtù….

Diana piangeva.

—O come mai,—ella disse,—questo giovane sì bravo, sì buono, potè assassinare vostro cugino?

—Ecco il gran punto… cara Diana,—esclamò il Venosa, e la voce gli tremava.—Mio padre, ripeto, nutriva l'assoluta convinzione che costui non avesse assassinato il conte.

—È strano che Giacinto Venosa… vostro padre… ch'io ho ben conosciuto, potesse pensare che un uomo, senz'alcuna colpa, sia per anni e anni sottoposto alle più atroci sofferenze, chiuso in una prigione.

—Fu questo un segreto martirio della sua vita… ed è per ciò appunto che or ora io ho sospirato…. Chiamatomi a sè, durante la sua lunga malattia, un giorno ch'egli avea potuto alzarsi e la poltrona su cui si adagiava era stata spinta nel giardino, fra quelle piante, che gli piaceva tanto di rivedere, mi disse:—Ti ho già parlato più volte di quel giovinetto che deve esser ormai un uomo maturo… forse un vecchio per i patimenti del carcere…. Egli non è un assassino: è una vittima…. Sono sicuro che il conte di Squirace non avea mai avuto alcun rapporto con lui…. Sento impossibile una causa di rancore fra loro. Quando la nostra famiglia volle costituirsi parte civile, io mi opposi, come potevo, senza urtare certi legittimi sentimenti, poichè non avea nulla, se non la mia opinione, da metter a contrasto con certi gravi indizi…. L'animo mi diceva che un avvocato accusatore sarebbe stato una nuova e valida forza a intorbidare quella causa, a impedire, contro un infelice che si scoprisse il vero!

E prendendomi per mano,—continuava il Venosa,—il mio vecchio padre mi affermò ch'egli avea lavorato molto, pensato molto, dacchè il giovane era in prigione, allo scopo di porne in luce l'innocenza…. Che era già su una traccia… che non volea confidarmi nulla, poichè si trattava di meri sospetti; e, sentendosi vicino alla sua fine, non voleva lasciar la vita, accusando e forse calunniando taluno. Ma,—mi disse,—tu, figliuolo mio, promettimi che ti adopererai allo stesso scopo, in cui mi sono io adoperato indarno; al trionfo di un innocente….

—Ma che contegno tenne il giovane accusato durante il processo?—domandò Diana trepidante e che, nel suo carattere, si commovea, come sempre, per ogni motivo generoso.

—Un contegno nobilissimo,—rispose l'amante di Diana,—a quanto diceva mio padre: evitò di scolparsi: cercò ogni modo di aggravare la sua posizione: pareva dicesse: sbrigatevi a condannarmi, ho fretta di uscire dalla tortura delle vostre domande per timore che mi sfugga una parola compromettente…. Compromettente per chi? Questo, diceva mio padre, era il segreto del suo riserbo; e mio padre aggiungeva che tutto il mistero di tal affare dovea essere in mano d'una donna.

—Ma la testimonianza della principessa?—osservò il marchese.

—Oh…—rispose il Venosa, agitando in aria un braccio,—mio padre si meravigliò sempre, e lo disse nei crocchi, che i giudici annettessero tanta importanza a una tale deposizione… si tratta, egli diceva, di una fanciulla, paurosa, che ha veduto un uomo cadere nel precipizio… I ragguagli, da lei dati, sono molto incompiuti…. Nella età, nella condizione di salute in cui era, può darsi ella abbia asserito di aver veduto ciò che non ha mai veduto, ciò che forse le è apparso, come un'illusione destata dall'eccitamento de' suoi nervi…. Mio padre avea studiato legge, e profondamente, nella sua gioventù: che questo Jannacone fosse innocente, era una sua idea fissa.

Poco prima di morire mi disse di nuovo:

—Quel giovinetto era soldato, e valoroso…. Egli ha taciuto, si è immolato per una donna…. Tu devi cercare questa donna, che è forse fra le tue conoscenze: impadronirti del suo segreto: costringerla a far rendere la libertà, l'onore a un innocente. Ah fossi stato io giovane come te: sarei riuscito: e già sento che ero vicino a riuscirvi…. Però non posso dirti altro….

Tale fu l'ultimo colloquio che ebbi con mio padre su questo argomento.

Cercare la donna—ecco il punto ove dovea volger le mire—la donna che avea spinto quel giovane innocente nel carcere per tutta la vita.

—Non avrei creduto mai che Giacinto potesse nutrir tali fantasie!—esclamò il marchese, in tono di compassione.

—Io,—rispose Adolfo,—che ebbi per mio padre l'affetto più sviscerato, e ne venero la memoria, non potei partecipar mai sinceramente a queste sue convinzioni…. Mi mancò sin ora l'animo, e forse il tempo, per i miei studii, di farmi nella società l'avvocato dell'assassino di mio cugino….

—Del supposto assassino, come diceva vostro padre,—interruppe Diana.

—Ecco Diana… testolina esaltata,—esclamò il marchese,—ella ormai simpatizza col prigioniero….

—Sicuro,—rispose Diana.—Chi soffre ha sempre la mia simpatia… E quell'infelice non avea una moglie, una figlia?…

—No, egli non avea se non il padre: uomo rispettabilissimo, cattolico fervente, il cui suicidio, appunto per le idee religiose da lui professate con tanto zelo, deve aver molto turbato i suoi amici e compagni…. Mio padre dicea sempre di lui: è una grand'anima….

Diana rifletteva a questo vecchio cristiano, spinto dalla follìa, cagionata dal dolore, al suicidio: rifletteva a quel giovane valoroso, stimato, condannato a un tratto come assassino, per un fatto inesplicabile.

Le sue simpatie crescevano per questa famiglia di sventurati: uno de' quali sceso con violenza nel sepolcro: l'altro chiuso vivo in una tomba d'altra specie.

—C'è qualche cosa d'incomprensibile,—disse,—di straziante nella sorte che perseguita questa famiglia. Il padre è lasciato solo, senza cure, senza conforti, a errare nei boschi, non trova pace altro che nel suicidio; ed è un uomo che tutti dicono virtuoso, esemplare: il figlio è condannato, senza che si difenda… e da uomini ragguardevoli, com'era vostro padre, è creduto innocente…. L'opinione di vostro padre ha per me maggior peso della vostra,—disse Diana, bellissima nella sua indignazione, volgendosi al Venosa.—S'io avessi conosciuto quel vecchio, che s'è tolta la vita in modo sì strano, lo avrei aiutato a vivere, soccorso, consolato; accetto io l'incarico, che a voi affidava vostro padre…. Una donna vi darà l'esempio che certe debolezze sono intempestive…. Bisogna, mio caro amico, saper lottare per chi soffre: bisogna saper inchinarsi verso gl'infelici: bisogna, sopra tutto, saper vincere con energia certi pregiudizi, certi egoismi, che ci rendon cattivi….

Il marchese sorrideva di quell'entusiasmo: egli non era uomo che potesse comprenderlo.

Diana, in un istante, credeva esser guarita dalle sue gelosie verso la principessa e il Venosa: paragonava grandi dolori, de' quali avea udito parlare, con certi suoi risentimenti; e questi ultimi le parevano inezie.

Dopo un breve silenzio, ella disse a Adolfo:

—Non voglio esser sola nel far un'opera buona: voi mi aiuterete a compiere ciò che vostro padre desiderava: a provare, se è possibile, l'innocenza di Roberto Jannacone…. Mi sembra quasi appartenere alla sua famiglia, aver un dovere di amarlo, di proteggerlo, dopo ciò che ho udito di lui….

—Diana! Diana!—interruppe il marchese,—tu non conosci misura: ti esalti per il più strano motivo…. Il nostro modo di sentire è sempre così diverso!

La fanciulla, senza badare a quella interruzione, e come seguendo sempre un suo pensiero, continuò:

—E troveremo la donna, se c'è, che ha cagionato la rovina di questi disgraziati….

In quel punto entrò la principessa.

Il Venosa si alzò per andarle incontro, e metter fine alla importuna conversazione.

Egli aveva per la principessa una devozione senza pari, e tutto avrebbe fatto pur di risparmiarle un disturbo.

Ma Diana, che non conosceva malizie, avvicinandosi alla principessa:—Qui si parlava,—le disse,—del caso di quel pover uomo che s'è impiccato la notte scorsa, e della prigionia del suo figliuolo…. Non te l'avrai per male? Io mi voglio accingere a provare, se è possibile, l'innocenza di quel prigioniero; a metter in chiaro che tutti i guai avvenuti, e di cui tu pur soffri stasera, si debbono all'influsso di una creatura malvagia, che scopriremo…. Vuoi anche tu aiutarmi a scoprirla?

—Ben volentieri!—rispose la principessa; col suo più maligno sorriso.

—C'è chi crede,—insistè Diana con la crudeltà della inesperienza,—che tu stessa nelle tue testimonianze ti sia lasciata ispirare da allucinazioni, e tu abbia detto quello che la paura ti faceva vedere anzi che quello che tu avevi veduto; se pure eri in condizione di poter ben vedere i ragguagli d'una tale scena.

La principessa avea un grande dominio sopra di sè; pure riuscì a stento a simulare l'acuto dolore che le procuravano le parole di Diana.

Per la prima volta, qualcuno, al suo cospetto, osava metter in dubbio, discutere la sua deposizione nel famoso processo.

—Ah… tu sei una bambina,—le disse amorevolmente la principessa,—e spieghi molto zelo in cose, che spesso non lo meritano… probabilmente, tu non fai se non ripetere ciò che ti fu detto da qualche malvagio, e credi sia vero nella tua semplicità….

Il marchese redarguì Diana aspramente: si dolse di non aver alcun impero sull'animo della figliuola. Non voleva, per nulla al mondo, la principessa sospettasse ch'egli l'avesse sobillata.

Il Venosa rimase male; non ebbe il coraggio di fiatare. La principessa non volea ferir lui, ma il colpo lo investiva.

Enrica raccontò che avea licenziato l'intendente: e prese una sfuriata, parlando della negligenza della sua gente cui si doveva la morte del vecchio; gente barbara, essa diceva, idiota, senza costume.

—Avevo conosciuto, da bambina, quel povero vecchio!

E le lacrime, le sue solite lacrime, la soccorsero. Vi aggiunse un po' di tremito; il preludio d'una convulsione.

Diana le cinse la vita con un braccio per soccorrerla; le loro labbra s'incontrarono: e si baciarono.

Poco dopo, la principessa era sola nella sua camera e finiva di abbigliarsi per il pranzo. Ravviava le pieghe del suo abito color di rosa, dinanzi allo specchio. Ma, a un tratto, uscì dalla camera quasi di corsa. Le pareva di veder, a ogni istante, dinanzi a sè il gramo corpo di Ciccillo, pendente dall'inferriata, e la faccia pallida di Roberto, esprimente la disperazione.

Arrivarono gl'invitati; nessuno di loro sapeva nulla del tristissimo fatto avvenuto a Mondrone. La principessa li accolse tutti con la solita affabilità.

Finito il pranzo, addusse in iscusa che era indisposta e si ritirò subito nelle sue stanze.

Il conte Guicciardi, il giovane magistrato, a cui aveva scritto, le veniva a far visita, in ora assai tarda.

Egli la studiava!

L'allegra parente del marchese di Trapani, che, di solito, accompagnava Diana, giunse a prenderla a casa della principessa nel punto in cui la fanciulla ne usciva, insieme col Venosa e col marchese Piero.

—Arrivate sempre tardi!—le disse il marchese.

—Oh se sapeste,—rispose,—quante cose ho fatto in questo tempo.—E ne avea fatte davvero.

Il marchese sorrideva: si compiaceva di quella corruzione, poichè immaginava qualche galante scappatella della cugina.

—La vostra pettinatura,—le disse,—è molto disfatta!

E, a un'indicazione del marchese; gli protendeva il suo collo grasso e bianco, e che era stato in altri tempi bellissimo, affinchè egli vi accomodasse alcuni riccioli.

Dall'altro lato della strada era il giovinottino di vent'anni. La donna matura l'avea condotto con sè nella carrozza del marchese, dopo il loro convegno, ed egli la guardava, beandosi.

Avea alla cravatta uno spillo, che essa gli avea poco prima donato, in segno della sua alta soddisfazione pel profitto nelle lezioni che da lei gli erano date.

Fra tali pericoli cresceva immacolato il candidissimo fiore della innocenza di Diana: il Venosa stesso però non si spaventava; conoscendone l'illibato, forte carattere, della corruttela ond'era attorniata e dalla quale sperava toglierla presto.

Ma il marchese non voleva, come sa il lettore, tale unione: e Diana stessa avea provato verso il Venosa le punture della gelosia, della diffidenza.

L'acerbo sentimento, per un poco attutito, dovea presto risvegliarsi.

La principessa, col suo furore di vanità, era destinata a contristare anche il cuore di Diana: a disputare ad essa come avea fatto ad altre il suo unico amore.

Chi le avrebbe detto ch'ogni legge di natura vi si opponeva?

In casa del marchese quella sera, durante il pranzo, fu parlato del fatto di Ciccillo Jannacone.

La signora Teodora, così si chiamava la parente del marchese, si commosse tutta.

Furon ricordate, con ogni ragguaglio, le due tragedie avvenute nel parco di Mondrone.

—Povero conte di Squirace!—esclamava la signora Teodora,—era un discreto giovinetto…. Ma l'altro: quello che fu condannato come assassino, che bell'uomo: un uomo come oggi se ne vedono pochi!… E che spalle!… Per me era innocente!

Il marchese crollava la testa.

—Oh, allora lo dicevano molti,—soggiunse la signora Teodora.—Anche mio zio, che era un avvocato di molto grido….

Diana facea sempre qualche domanda intorno a Roberto Jannacone.

La sera ne riparlò con la signora Teodora, accompagnandola nella sua camera.

—Per me,—le diceva costei,—quel giovane non era colpevole…. Ho sempre desiderato che scappasse dalla sua prigione. Venisse qui, lo accoglierei a braccia aperte. Povero giovinetto! Eh che bel giovinetto! A tempo della condanna, pensai molto a lui, a tutti i ragguagli di quel processo…. Ora me n'ero, da anni e anni, dimenticata…. Però, un innocente, dover stare tanto tempo in prigione, dovervi morire… poichè il suo processo, fu detto, non ammettea revisione…. Ma che condizione terribile! Sentirsi senz'alcuna colpa, e dirsi: nessuno mi giustificherà mai, non potrò uscir mai di qui…. Speriamo che riesca a fuggire!

—Oh, vorrei poterlo aiutare io nella sua fuga!—esclamò Diana.—Povero prigioniero! non lo scorderò mai, d'ora in avanti, nelle mie preghiere!

Ella sentiva verso di lui una simpatia inesplicabile.

Già le pareva, per quella corrispondenza misteriosa che è tra certi cuori amanti, eziandio senza si conoscano, ch'egli aspettasse da lei il suo massimo conforto, e le tributasse un culto, nel quale il rispetto arrivava all'adorazione.

In quella notte ella pensò molto a Roberto, e i discorsi da lei uditi, poche ore prima, pinsero i suoi sogni di strane immagini.

IV.

Da lungo tempo, il lettore non vede in scena l'eroe del nostro racconto: Roberto Jannacone.

Chiuso nel carcere di *** in Calabria, a poco a poco egli si assuefece a quella solitudine.

Sapea che atti impetuosi sarebbero tornati vani: una condotta savia, regolare gli avrebbe conciliati gli animi: potea render men dura la sua prigionia.

Soprintendente del carcere era un uomo ruvido e buono: Filippo Cardella, nato a Ischia. Egli era stato marinaro come Roberto: ma a causa d'una ferita assai grave, riportata alla gamba destra, in una manovra durante una burrasca, avea dovuto lasciar il servizio.

Filippo, salvo che zoppicava un po' dalla gamba, la cui ferita spesso gl'iterava il martoro, si conservava robusto e sapea farsi rispettare da chi si sia.

Per due o tre anni, Roberto restò nella sua prigione in un silenzio quasi assoluto. Egli stesso, per mesi, non udì il suono della sua voce.

Una sola idea ormai l'agitava: fuggire: ritrovarsi con la donna che l'avea sì vilmente, sì atrocemente tradito: vendicarsi in modo proporzionato all'ingiuria.

Che cosa era accaduto di lei? Avrebbe ella osato contrarre un nuovo matrimonio?

E immaginava di trovarsi libero, di scuoprir il domicilio di lei, rapirla a forza, e recatasela in luogo sicuro, sottoporla poi alle torture che egli, uomo sì mite, le andava preparando nella sua mente.

Accettava nella prigione volentieri ogni lavoro che gli era commesso: e, a poco a poco, vedendone l'indole tranquilla, il carceriere lo aveva unito a sè in certi umili servizi.

Dopo tre anni dacchè Roberto era nella prigione, venne a morire un vecchio settantenne, che avea passato circa quarant'anni in quello speco. Egli avea commesso un delitto orribile; giovane, ingolfato nei vizi, si era di notte recato alla casa di una sua zia, quasi ottuagenaria, che viveva sola, per sordidezza e per diffidenza che in altri destasse cupidigia il denaro da lei accumulato, e che tenea in calze sotto il letto in sacchi, in buche fatte studiosamente nel pavimento…. Il giovane si era fatto aprire la porta e avea ucciso la vecchia, dandole ripetuti colpi sul cranio con una leva di ferro…. Il delitto esecrando avea sollevato nel pubblico un orrore indescrivibile. Il giovane frequentava l'università, ed era per laurearsi: i professori lo avean sempre lodato come molto sveglio d'ingegno: avea scritto versi, novelle: sapea far benissimo distici latini, anche all'improvviso: era dissipato, ma colto, si credea capace di sentimenti gentili. Quel delitto stupì addirittura.

Nel carcere si condusse a meraviglia. Tutti ne erano contenti. O fosse il pentimento, o che realmente la sua indole buona fosse stata soverchiata in un periodo d'irresistibile frenesia, egli non cadde mai nel più piccolo trascorso: nè con parole, nè con atti mancò, sia pur lievemente, alla disciplina.

Dopo alcuni anni di prigionia, era stato chiamato dal soprintendente nel suo ufficio per tener la scrittura e per trentacinque anni ogni mattina, senza aver mancato una volta sola, poichè la sua salute si mantenne sempre floridissima, si recò in quella stanza, al far del giorno, e vi durava nel lavoro sino a ora inoltrata della notte; dolce, affabile, senza alcun rammarico; quasi non avesse avuto coscienza di un tenore di vita migliore di quella; e ogni impressione del passato fosse in lui spenta.

Una mattina indugiò dieci minuti a recarsi al suo lavoro. Ciò parve enorme. Si mandò per lui: era steso, immobile nel letto. Era morto nel sonno. La fisonomia placida, veneranda, le mani conserte sul petto, lo avresti detto un santo, piuttosto che un vecchio assassino.

Il giorno stesso della morte di lui fu chiamato a sostituirlo, nella stanza del soprintendente, Roberto.

Dopo tre anni, egli respirava; con quella prova di fiducia, acquistava una libertà relativa: ad ogni modo, assai maggiore di quella che avea potuto aver sin allora.

Fermo nel pensiero di tentar ad ogni costo una fuga, egli sperava aver miglior agio di esaminar bene l'edificio in cui era rinchiuso; farsi capace di tutte le difficoltà, che si opponevano al suo disegno. Ma più che esaminava, più che potea vedere, più queste difficoltà gli apparivano immense, e forse insormontabili.

Ad ogni modo, la fuga dovea esser preparata da molti anni di lavoro, di osservazione.

Di questo si persuase Roberto, senza scorarsi: ciò che a lui stava nell'animo era di arrivar al suo scopo, quello di vedere Enrica, prima di morire.

Si hanno molti esempii della tenacia che prendono certe idee nella mente di un prigioniero.

Trascorsero gli anni monotoni: a ogni suo nuovo tentativo di osservazione, Roberto vedea nuovi ostacoli. Per tutto mura altissime, porte di ferro, raddoppiate da grossi cancelli, e per tutto a ogni porta, a ogni scala, quasi sotto ogni finestra, sentinelle.

La fuga non era da tentarsi, se non di notte, e Roberto avea un giorno avuto in mano il ruolo delle sentinelle, che la notte circondavano l'edificio: avea veduto su la pianta, annessa, come eran disposte:—una sentinella, a ogni quindici passi.

Come tentare una fuga?

E pure, egli si diceva, deve esser possibile, e sarà.

Gli avevano impedito qualsiasi corrispondenza: un arbitrio, che i nemici di Roberto avean saputo giustificare. Da anni, egli non avea più notizia neppure del suo vecchio padre.

Eravi nel mezzo all'edificio della prigione uno stupendo cortile, di architettura antichissima: e spesso, di sera, in estate vi si raccoglieva la famigliuola del soprintendente: cioè la moglie di lui, e due bambini.

Da un lato del cortile, sotto un bell'arco, con la fronte ricoperta di marmi, v'era un pozzo, stretto, ma di una straordinaria profondità.

Non se ne adoperavano le acque perchè, fatto o leggenda che fosse, anni prima vi s'era gettato un prigioniero e riusciva vano ogni sforzo per ripescarlo.

Si diceva, e vi credevano tutti, che il cadavere si fosse lì decomposto.

Vi era sovra il pozzo una gran carrucola e intorno ad essa scorreva una fune, all'un de' capi della quale era legata una grossa pietra, che serviva di sonda: e la gettavan nel pozzo per misurarne la profondità e sostenevano che, fosse pur lunga la fune, non si poteva trovare: che, calata la pietra alcuni metri nell'acqua, era respinta in su (si diceva) chi sa da qual forza: e, a proposito di quel pozzo, si spargevano terrori, superstizioni, che si radicavano sempre più tra i prigionieri e i loro custodi. Roberto, affacciatosi un giorno a questo pozzo, si era accorto come a un certo punto, si apriva in esso uno spiraglio, che mandava alcuni bagliori di luce.

Donde quella misteriosa luce veniva?

Roberto pensò che forse lo spiraglio dava in una grotta, verso i campi, sull'aperta campagna; o immettesse in una di quelle capricciose anfrattuosità, specie di corridoi, che si trovan talvolta ai piedi di certi monti.

Non ebbe più requie. Poteva esser quella la via della sua salvezza.

Un giorno d'estate, mentre tutti dormivano, salvo le guardie poste a' lor luoghi, e non era probabile che altri passasse dal cortile, egli preparato, come se dovesse fuggire, si avvicinò al pozzo, tutto palpitante.

Scavalcò l'orlo: guardò con la sua vista acuta, dopo che si fu un po' calato, per abituarsi all'oscurità, e vide che le mura del pozzo eran tutte a bozze, e quasi a scaglioni, a qualche braccio dall'orlo.

Avea preso in mano l'estremità della fune, dal lato opposto a quello ove era legata la pietra e scese giù, con molta cautela, tenendosi sempre alle mura.

Arrivò, a, poco, a poco, e assai facilmente, allo spiraglio di luce, che avea scorto le tante volte, dall'orlo. La luce veniva da una buca, che dall'alto parea uno spiraglio ma larga a segno che Roberto capì di potervi passare.

In fatti, v'entrò: e vide subito di là da essa una grande estensione di macerie.

Andò carponi per uno stretto, lungo corridore e arrivò finalmente ad una inferriata, formata da quattro file di grossissime sbarre.

Roberto vi si arrampicò: da' piccoli interstizii, che esse lasciavano, si scorgea il verde della campagna.

Ma subito Roberto udì il passo cadenzato di una sentinella: la sentinella, anzi, si fermò dinanzi alla inferriata e mise a terra il fucile.

Di lì a poco sopravvenne un'altra sentinella. E, per un pezzo, Roberto stette in ascolto: e si convinse che due sentinelle andavano e venivano l'una da un lato, l'altra dall'altro lato della inferriata, facendo una ventina di passi in distanza e poi tornando sul loro cammino.

Tentare una fuga da quella parte era, dunque, impossibile.

Roberto risalì il pozzo, lentamente, ma ormai ne conosceva tutte le anfrattuosità, le buche, le pietre in rilievo sulle quali si poteva mettere il piede con sicurezza.

E tornò subito al suo ufficio, temendo qualcuno cercasse di lui.

La sua gita sotterranea era durata ben due ore.

Da secoli, nessuno era entrato in quel pozzo: ed egli era forse il primo che avesse avuto il coraggio di calarvisi, coraggio che rendevano in lui più ammirevole le tante leggende e superstizioni, di cui avea rintronate le orecchie, dacchè era nella prigione.

Se i suoi compagni di cattività avesser saputo del suo ardire, egli sarebbe per essi diventato oggetto di stupore.

E vedremo quanto i pregiudizi circa quel pozzo fossero radicati:—come il nostro eroe dovea ritrar giovamento dalla misteriosa sua visita.

A forza di una continua, ansiosa osservazione su tutte le probabilità d'uscita, che offria l'edificio ad un prigioniero, sottoposto alla più dura vigilanza, ebbe a persuadersi che un solo modo gli rimaneva a effettuare una fuga: quello di limare, a poco a poco, l'inferriata della sua prigione: e procurarsi una lunga scala di corda.

Ciò era facile a pensare: ma il solo procacciarsi gli oggetti necessari a tentare la fuga, sentiva esser impresa superiore alle sue forze.

Non volle però disperare: aspettar per anni non lo spaventava: avea imparato la rassegnazione, e lo tenea vivo la speranza di tornare nel mondo a vendicarsi di chi l'avea offeso sì amaramente.

Passarono alcuni mesi.

Una sera, il soprintendente e la sua famiglia erano nel cortile della prigione; vi si trovavano pure alcuni prigionieri, occupati in certi servizi, e vari impiegati.

A un tratto fu udito un grido straziantissimo: la moglie del soprintendente si slanciava verso il pozzo, e dopo il suo grido di spavento, si mise a urlare:

—Salvatelo! salvatelo!

Tutti le furono appresso: poi si guardarono attorno: e si accorsero che era scomparso il bambino del soprintendente.

Pochi momenti prima, tutti l'aveano veduto baloccarsi intorno al pozzo: la madre lo avea leggermente sgridato.

—Chi lo salva? chi lo salva?—-domandò il padre atterrito.

La ferita della gamba gl'impediva di tentar egli l'ardua discesa.

Nessuno si mosse: eran tutti impietriti dallo spavento, sgomenti per la paura, che davan loro le malnate superstizioni.

Immaginavano alcuni, e si leggeva ne' loro sguardi, e il concetto si era così comunicato ad altri, che il bambino non fosse caduto, ma una potenza malefica e formidabile, nascosta in quel pozzo, l'avesse attirato a sè.

Tutti stavano muti, impensieriti; alcuni si rimanevano dall'accostarsi al pozzo più che tanto, sconvolti da' loro strani timori.

La madre, spenzolandosi all'orlo, guardando quella cupa voragine, tutta sonante dell'eco della caduta, chiamava con voce, dimezzata dal pianto, il figliuolo.

Ciò accadeva nello spazio di pochi secondi.

Roberto si trovava in una stanza attigua al cortile, e sorvegliata da un secondino, stanza ove si custodivano varii attrezzi.

Egli udì tutto. Uscì fuori, tenendo in mano una torcia accesa, si fece largo tra' compagni, gl'impiegati, e, in un attimo, si calò nel pozzo. Guardò bene verso il fondo: poi dette la torcia al soprintendente, dicendogli come dovea tenerla appoggiata all'orlo.

Egli scese pian piano; nessuno si accostava al pozzo, dal soprintendente all'infuori, e aspettavano, tremando, che, da un istante all'altro, Roberto vi perdesse la vita.

A un tratto si staccarono alcune pietre e caddero giù, sbattendo per le pareti con molto fragore, e facendo nell'acqua un gran tonfo.

Roberto gridò disperato: temeva quelle pietre potessero uccidere il bambino.

Credettero, udendo il grido e lo scroscio delle pietre, che Roberto fosse caduto; e si alzarono urla da tutti que' petti, ripercosse insieme nel vasto edificio come un sinistro ululato.

Alcuni de' prigionieri fuggirono, cedendo a un solo sentimento: la paura; ma gl'impiegati, benchè quasi non fossero più in condizione di provvedere a checchessia, ebber la forza di ricuperare la coscienza del loro dovere e d'impedire a' prigionieri d'allontanarsi.

Allora, tornati indietro, si accorsero che Roberto tirava sempre la fune, un'estremità della quale si era legata alla vita.

Il soprintendente e la moglie di lui erano al supremo dell'agonia.

Per essi, ognuna di quelle pietre staccatesi dovea aver ferito il loro figliuoletto, ne dovea aver colpito il gramo corpicello.

—Sciagurato,—pensava il soprintendente, che non avea più fiato da proferir parola,—me l'ha ucciso: e forse il bambino poteva salvarsi….

Mentre s'imprecava a lui, che tentava un'impresa quasi sovrumana, tanti n'erano i pericoli che sarebbero a ogni altro sembrati insuperabili, Roberto continuava la sua discesa.

Scorsero dieci minuti, un quarto d'ora d'aspettativa mortale. Nel pozzo non si udiva più alcun rumore. Il soprintendente ebbe il coraggio di toccar la corda: gli parve fosse lenta: tirò su: essa non resisteva: non v'era più attaccato alcun peso.

Sempre più il terrore occupava gli animi de' circostanti, lo stesso soprintendente avea il sangue agghiacciato in ogni vena. La moglie di lui era caduta in deliquio da un lato del pozzo, senza che alcuno le badasse, tanto eran tutti sossopra, in preda a un turbamento sempre eguale.

Il soprintendente riuscì alla fine a trovare un filo di voce e si irrise a chiamare, protendendosi innanzi: Trentanove!… Trentanove!…

Con questo numero Roberto era conosciuto nell'ergastolo. Un secondino ripetè lo stesso numero più volte, e a voce più alta.

Non si ebbe alcuna risposta. Roberto era morto.

Convintisi di questo, si allontanarono tutti: il soprintendente si chiuse nei suo appartamento, assistendo la moglie il cui stato pareva grave; ma, a un certo punto, anch'egli fa colto dal delirio.

Le ore passavano: la costernazione s'accresceva in tutti.

Alcuni, risensati, si rimproveravano di non esser discesi insieme con Roberto: di non aver almeno tentato d'aiutarlo: poi si dicevano: che se ciò avesser fatto, forse a quell'ora sarebber cadaveri.

La notte passò per molti fra angoscie.

La prigione fa visitata dai magistrati, che vennero a prender atto delle due morti. Accorsero medici, militari, altri ufficiali. Tutti s'accostavano al pozzo: vi si affacciavano: e se ne allontanavano inorriditi.

Sul far della mattina le due sentinelle, che erano di guardia nel cortile, gettarono il grido d'allarme!

Aveano udito un certo rumore verso l'orlo del pozzo: poi un uomo, che sembrava tenere con un braccio un pesante fardello, avea fatto l'atto di scavalcare.

Le sentinelle avean creduto a uno spettro.

Avean chiamato i loro compagni, per raccapriccio di trovarsi sole.

Ma accorsi tutti, e coi lumi, videro davvero un uomo che scavalcava l'orlo del pozzo e poneva in terra un bambino.

—Il numero Trentanove!—esclamò il graduato, che comandava il picchetto.—Sei tu?

Non era ancora ben persuaso della realtà: e non osava avvicinarsi.

La superstizione, tra quei popoli, era allora fortissima: e non v'era cosa, in fatto di spettri, apparizioni, che non fosse agevole il dar loro ad intendere. E anch'oggi, l'istruzione o lo scetticismo, non hanno ancor potuto spegnere nelle menti questa vaghezza di correr sì di leggieri al soprannaturale.

—Sono io, sono io!—rispose Roberto.

Io breve, accorsero tutti.

Roberto era riguardato come un oggetto di meraviglia; lo palpavano, lo interrogavano per accertarsi che fosse lui: circondavano il fanciullo, che li guardava esterrefatto.

I medici non vollero che il fanciullo fosse subito mostrato a' genitori. Una gioia sì improvvisa, nello stato d'animo in cui si trovavano, poteva ucciderli.

Quando il soprintendente ebbe ricuperato il figlio, chiamò a sè Roberto nella sua stanza, e gittandosegli al collo, piangendo, gli disse:

—D'ora innanzi, tu avrai in me un amico, anzi un fratello: e un uomo sempre pronto a renderti, magari con ogni suo rischio, il beneficio!

Ecco quello che voleva Roberto.

Nessuno sapea spiegarsi in che modo egli avea potuto rimanere tante ore nel pozzo.

Era questo il suo segreto, nè volea palesarlo.

Cominciarono a riguardarlo come un po' fattucchiero e negromante: era pur ciò ch'egli voleva e che dovea agevolar la sua fuga. Sentiva quanto doveva approdargli che si supponesse, o si credesse, fosse in lui qualche forza misteriosa.

Protetto ora dalla famiglia del soprintendente, amato e venerato in essa com'egli era, cioè un salvatore; riguardato da tutti gli altri com'un uomo che avesse commercio con potenze occulte, egli esercitava su quanti lo circondavano, nell'ergastolo, un vero dominio.

Chi lo amava: chi lo temeva: tutti lo rispettavano.

Inutile dire che Roberto, volendo appunto ammaliar quella gente col meraviglioso, dopo aver salvato con rara felicità il bambino, era entrato con esso nel sotterraneo, ove già l'abbiamo veduto, e ivi si tratteneva varie ore, cercando ripigliar forze per la salita, e assistendo il suo piccolo compagno, che di ben poca assistenza ebbe bisogno, poichè cadde subito in un profondo letargo.

Roberto godeva ormai la massima libertà, che può esser goduta da un prigioniero.

Andava, veniva per la prigione: alcune sentinelle, anzi, lo salutavano familiarmente.

Il soprintendente s'intratteneva spesso con lui: lo avrebbe voluto far entrare nella sua casa, ma i regolamenti vi si opponevano. La moglie del soprintendente procurava, di soppiatto, a Roberto, cibi delicati, affinchè egli potesse nutrirsi meglio che stando all'ordinario della prigione: gli forniva vino, liquori.

Filippo Cardella, il soprintendente, antico marinaro, siccome abbiam detto, discorreva volentieri con Roberto, sulla professione da lui un tempo esercitata, su le peripezie sofferte, su le avventure, sui paesi veduti. Anche Roberto potea dir molto in tale argomento e non se ne rimaneva; sapeva così di cattivarsi l'animo di quell'uomo; e, benchè molto modesto, egli volle raccontar un giorno al soprintendente gli atti d'eroismo, ch'avea compiuti in occasione del naufragio.

Il Cardella lo ascoltava commosso, e, battendosi la fronte, esclamava, come avea fatto in altre congiunture:

—Non so spiegarmi in che modo voi vi troviate qui…. e per un sì grave delitto…. Debbo confessarvelo?… Invece di temervi, vi rispetto: invece di disprezzarvi, o compatirvi, sento che voi siete uomo di virtù molto superiori alle mie, e di pochi, che passano per onesti nel mondo, mi fiderei come di voi, che siete qui con nome d'assassino.

Roberto provava un po' di rimorso.

Egli mal corrispondeva a tanta fiducia; così pensava nella sua squisitezza di carattere; poichè cercava, con lo studio che poneva nel preparar la sua fuga, di compromettere un tale amico, di dar alla bontà di lui ben tristo guiderdone.

Ma egli ardeva di riveder Enrica, di domandarle conto della sua perfidia: per gioire di quell'istante tremendo gli sarebbe sembrato un nulla fin la sua vita.

Corsero anni, prima ch'egli potesse possedere gli oggetti necessari al suo scampo: una scala formata di corde, una lima.

Raccoglieva pazientemente per la sua scala tutte le cordicelle, tutti i piccoli stracci che trovava: e lavorava, di notte, nel formarla a pezzo a pezzo; nè gli rincresceva il lavorar cinque o sei mesi a farne pochi centimetri.

La pena maggiore era il tenerla nascosta; or la portava con sè; e avresti udito i battiti del suo cuore: ogni secondino, ogni guardia in cui s'avveniva temea lo frugassero. Ne avea nascosti alcuni pezzi nell'ufficio del soprintendente. Il luogo non potea esser più propizio: chi avrebbe pensato di andar a frugarvi? Ma passava le notti insonni. Gli parea che di certo qualcuno andasse a smuovere il mobile, per imprevista circostanza, e avrebbe voluto poter passare a traverso le mura della sua prigione per impedire che gli fosse tolto il frutto di un sì lungo, penoso lavoro.

La mattina, all'alba, appena gli aprivano la sua prigione correva nella stanza d'ufficio del soprintendente; e toccava le sue funi con la stessa ansietà con cui un avaro avrebbe tocco il suo tesoro, dopo essere stato in tra due d'averlo perduto.

E ancora non era a nulla del suo terribile lavoro.

Come procurarsi una lima?

Spesso il soprintendente gli domandava particolari di ciò che avea potuto fare nelle lunghe ore, durante le quali era rimasto tra le cupe mura del pozzo.

Egli rispondeva sempre, ad arte, di non esser in grado di fornire alcuna spiegazione; avea molto sofferto in quelle ore, specie dopo essersi impadronito del bambino: credeva di esser caduto in deliquio; non sapea per qual forza avesse potuto sostenersi; certo non per forza umana…. Gli era sembrato…. forse, aggiungeva a causa della stanchezza, della eccitazione, udir strani rumori, voci….

Così teneva accese le fantasie di costoro e si preparava la via al suo intento.

Un giorno disse, con molta gravità, al soprintendente:

—Occorrerebbe chiuder quel pozzo: qualcuno potrebbe cadervi di nuovo: non serve a nulla: offre un pericolo continuo.

Il soprintendente disse che era pur quella la sua idea. Fu deliberato chiuderlo con un grosso sportello di ferro. Ma Roberto dava, sempre più, maggior divulgazione alle sue storielle.

Nessuno volle calarsi nel pozzo, anche a mezza vita, per prender certe misure, infiggere certi ferri. Si offrì Roberto; e per due giorni lavorò con febbrile attività e con successo.

S'era fatto come una gabbia di legno e di funi e in quella, che avea raccomandato alle grosse campanelle dell'arco sovrastante al pozzo, lavorava.

Teneva la scatola degli arnesi sull'orlo del pozzo e ogni tanto allungava il braccio per prender ciò che gli occorresse.

Il secondo giorno, mentre rimaneva ormai poco da fare, ed erano presenti il soprintendente e altri impiegati, Roberto si mise a raccontare che vedeva, circa il punto ove cominciava l'acqua del pozzo, uscir dal muro alcune fiammelle, e che parea salissero, andando qua e là, verso di lui.

Urtò quindi, come avea disposto, nella scatola degli arnesi, che precipitò nel pozzo con tutto ciò che conteneva.

Roberto saltava fuori, dopo essersi accertato che tutti, non ostante che fossero assai turbati, avean veduto cader la scatola.

La mattina appresso, Roberto, levatosi di buonissima ora, con altri sei prigionieri, ch'egli incuorava, e a' quali rimaneva garante nulla sarebbe accaduto, accomodarono sul pozzo il pesantissimo copertoio di ferro e fu saldato, alle parti, perchè niuno lo smovesse.

Allora tutti que' prigionieri parvero più contenti.

La notte Roberto dormì più tranquillo e felice!

Egli avea cavato due buone lime d'acciaio dalla cassetta, innanzi di precipitarla nel pozzo.

Il suo stratagemma era ben riuscito!

Non volle subito mettersi all'opera: volle aspettare la notte appresso: gli pareva aver davvero meritato un po' di riposo.

E la notte dopo, cominciò il suo lento lavoro: ma ebbe subito a giudicare che, nel silenzio di tal ora, troppo si udisse quel rumore.

Non udiva egli, benchè a grande altezza, il passo delle sentinelle?

Più che vedeva vicino, sicuro, il giorno della sua fuga, più egli si addimostrava rassegnato a rimanere nella prigione, quasi contento della sua sorte, già sì mitigata, e addolcita di molti rigori, per la gratitudine, l'affetto del Cardella.

Questi solea spesso dire:

—Il Trentanove è un santo: ci edifica tutti per la virtù con cui sopporta la sua condizione!

Peccato, osservava un giorno, non si possa ottenere la grazia di lui!

E a Roberto ripeteva sempre:

—Io vi sono tanto e tanto debitore: e vorrei poter offrirvi un compenso del vostro beneficio!

Già ormai tutto era a buon punto per la fuga: e Roberto ringraziava il cielo d'averlo recato sì presso alla meta de' suoi desiderii.

Dopo sedici anni di prigionia, l'idea di trovarsi libero gli rendea tenui le difficoltà che doveva ancor superare: le ultime e le maggiori: quella di calarsi a salvamento da una sì grande altezza:- quella di passare senza intoppi, potersi allontanare inosservato fra le sentinelle.

Un colpo di fucile potea fermarlo nel momento in cui avrebbe creduto cogliere il frutto di tante, sì lunghe fatiche, sostenute per anni, con tenacia incrollabile, con la fede ardente verso uno scopo.

Il giorno che forse dovea esser per lui l'ultimo ch'egli trascorresse nella prigione pensò:

—Stanotte, allorchè scoccheranno le tre all'orologio del castello, effettuerò la mia fuga!

Si sentì un empito di affetti verso la gente che gli era stata sì benevola, nella sua prigionia: quel giorno volle accarezzare di più il bambino del soprintendente, ch'egli avea salvato, e, nel baciargli i biondi capelli inanellati, gli spuntava dagli occhi una lacrima.

Baciò la mano alla moglie del soprintendente, rammentando quanto era stata buona con lui.

—Mi auguro,—essa gli rispose,—che mio marito sia sempre lasciato qui, affinchè possiamo continuare ad esservi utili!

Fra i terrori provati da Roberto nel corso di vari anni, e che aveano sì scosso la sua fibra, uno dei più pungenti era stato quello che il Cardella fosse traslocato, e venisse un altro soprintendente, che gli toglierebbe i piccoli privilegi di cui godeva.

In tal guisa la sua fuga, preparata da anni, diverrebbe impossibile.

Gli era duro il pensare che tanto lavoro potesse andar perduto.

Tenne quel giorno un lungo discorso con il soprintendente: l'uno e l'altro non erano mai stati più espansivi.

Poi Roberto, sul tardi, si ritirò nella sua prigione.

Il cielo si era rannuvolato: si udiva fragoreggiar il tuono in lontananza: e il vento avea cominciato a fiottare impetuosissimo.

—Ecco la notte propizia per la mia fuga,—pensava Roberto.—Caderà certo la pioggia: le sentinelle si raccoglieranno nelle loro guerite: e potrò discendere, allontanarmi più facilmente, senz'essere scorto….

Tra i boati del vento e del tuono, salì alla finestra, per dar con le lime il colpo maestro: l'ultimo colpo di cui niuno avrebbe udito in quel momento il rumore….

Ma, mentre era tutto intento all'opera, sentì che qualcuno raschiava la parete della prigione a destra.

Interruppe il lavoro: si pose in ascolto: ogni suono era cessato. Credette ad una illusione. Intanto, egli era disceso. Il rumorio ricominciò, lento, lento, sordo, si avvicinava sempre. Egli, carponi, aveva accostato un orecchio alla parete. E ormai sentiva fino il grave ansare d'un uomo, oppresso da un'immensa fatica.

Si alzò, esterrefatto, gli era sembrato che un punto della parete si smovesse. Caddero alcune pietre, e dall'apertura, ch'esse lasciavano, si affacciò una testa calva, sparuta, si alzò una mano scarna.

—Non mi denunziate!—disse subito, con piglio di spavento, fissando i grandi occhi su Roberto, l'uomo comparso sì all'improvviso.

—Fratello!—rispose Roberto, con l'usata sua dolcezza,—sono anch'io un prigioniero come voi….

—Non più infelice di me!—riprese l'altro, cui appena restava un filo di voce.

E, strisciando sul pavimento, entrò affannoso nella prigione di Roberto.

Egli lo raccolse: lo aiutò a sedersi sul letto. Si accorse di avere dinanzi a sè un uomo esausto, febbricitante.

—Ah,—egli disse, appena ebbe ripreso un po' di fiato,—non ho fortuna io!—E le lacrime rigavano le sue guancie smunte, rugose, anzi tempo.—La mia prigione è distante dalla vostra per quasi un centinaio di passi…. Nelle passeggiate, che un tempo mi eran concesse, avevo osservato che attiguo alla mia prigione era un terrapieno: e a' piè di esso un fosso largo, profondo: di là dal fosso rocce, alberi…. Già avrete veduto voi pure que' terreni.

Si tacque: la disperazione gli toglieva ogni forza; scoppiò in un pianto dirotto: un pianto da fanciullo.

—Ho lavorato undici anni per far questo scavo: ho passato intere notti sotto la terra, fra miasmi d'ogni maniera…. Vedete come sono ridotto…. io che era uno degli uomini più robusti…. Per cinque o sei anni, mi portavo addosso, quando andavo alla passeggiata, una certa quantità di terra, e la seminavo qua e là: la gettavo, a poco a poco, dalle finestre ne' giorni in cui soffiava il vento: ne ho buttata molta fra le immondizie, nel cantuccio più orrido della prigione….

Quante volte sono risalito nella mia stanzaccia, e mi sono posto a letto con la febbre e quasi con la certezza di non svegliarmi più il giorno appresso…. E, dopo tanti stenti, tanti atroci dolori, tanti palpiti, nel momento in cui credevo toccare la meta, mi trovo in un'altra prigione….. Ah, il mio figliuolo…. il mio povero figliuolo!…

Avea un gran coltello in mano.

—Tale quale voi mi vedete, se una fuga mi fosse possibile, sentirei l'energia di lottare, a mano armata con due, tre sentinelle, e di ucciderle!

Roberto, guardandolo, sospirava.

Andò a vedere il pertugio pel quale era entrato lo sconosciuto; perchè egli non sapea ancora chi fosse.

E chi potea essere quel misterioso personaggio?

Le tre pietre, che eran cadute, parean non divelte, ma tagliate con un'abile incisione.

—È il mio segreto di lavorare…. In tal guisa, per tanti anni, ho potuto tener occulto ciò che facevo. Quelle pietre possono esser rimesse al posto, senza che niuno si avvegga che sono state smosse,—disse lo sconosciuto, che avea sorpreso un'occhiata di Roberto.

—Tornate alla vostra prigione,—disse Roberto, dopo breve riflessione.—Più tardi, dopo la cena, ci rivedremo… Di notte non si fanno visite da questo lato del castello…. voi apparite loro tanto malato, che non vi suppongono capace di tentar una fuga: in me hanno piena fiducia e….

A un tratto Roberto s'interruppe. Gli cadde in animo d'aver detto troppo. Se costui fosse una spia?

Ma lo scrutò; nel suo volto si leggeva ben altro che la perfidia, o qualsiasi sentimento insidioso.

—Andate! andate!—e richiudeva ermeticamente, dietro al prigioniero, il pertugio.

Quasi subito udì un rumore di passi nel corridoio.

La prigione fu aperta. Entrò il soprintendente. Gli si leggea nell'aspetto una grande, sincera costernazione.

Roberto gli mosse incontro.

Il soprintendente allargava le braccia verso di lui; e Roberto, per un movimento instintivo, vi si gettò.

—Devi esser uomo!—gli disse il soprintendente con voce rotta dal pianto.—Ho da darti una triste notizia….

—Morto?—esclamò subito Roberto con un accento, che rintronò per le vôlte dei corridoi.

E, appoggiato il capo alla spalla del soprintendente, si dette a singhiozzare.

Ogni singulto parea dovesse fracassare quel petto robusto.

Il soprintendente non disse di più; volle tenergli, per impulso di pietà, celata la tragica fine del padre.

Nel lasciarlo, gli bisbigliò:

—Il mio dovere, come impiegato, era di tacerti tale notizia…. Sono questi gli ordini che abbiamo…. Tu devi esser trattato come se non avessi un'anima, un cuore…. Ma il mio ufficio d'amico era di non tacere…. Che avresti detto tu un giorno, se ti fosse venuto a notizia ch'io t'avevo ingannato, facendoti creder sempre che tuo padre vivesse?… Il tuo dolore non deve aver qui testimoni, o si comprenderebbe che qualcuno ha parlato….

Si abbracciarono di nuovo.

Senza dir motto, Roberto avea trovato modo d'assicurare con quell'abbraccio il Cardella della sua discrezione.

Il soprintendente uscì.

Roberto si gettò sul suo lettuccio, soffocando il pianto nel rozzo origliere, che gli forniva l'amministrazione dell'ergastolo.

V.

Di lì a un'ora, Roberto si sovvenne che l'altro prigioniero lo aspettava.

Già udiva un piccolo rumore verso il punto ove le pietre erano state smosse.

Si levò: tolse le pietre, con ogni precauzione, apparve di nuovo la scarna figura dello sconosciuto.

Nella sua generosità, Roberto pensò tener ad esso nascosto il suo grande dolore e occuparsi piuttosto delle sofferenze di lui.

Il sopravvenuto si accasciò di nuovo sul misero letticello della prigione, e lì seduto, disse a Roberto:

—Vi racconterò la mia storia…. Io sono meccanico e incisore: e sono stato condannato col nome di ingegnere Amoretti. Pochi mi conoscevano in Napoli, avendo quasi sempre lavorato in Roma per ricchi forestieri, co' quali sopra tutto avevo contatto. Tornai a Napoli, mia patria; e fui pregato incidere alcuni emblemi…. Si trattava degli emblemi d'una setta: e credo si chiamasse de' carbonari…. Mi si fece pur incidere una specie di proclama contro il Re…. Un mio alunno mi tradì; egli era innamorato della mia moglie, donna virtuosissima, e che avea resistito a tutte le sue importunità…. Credette in tal modo sbarazzarsi di me, riuscire nel suo intento, e mi denunziò…. Fui arrestato, condannato…. Mia moglie cadde colpita da sincope, vedendomi passare, mentre mi riconducevano alla prigione, il giorno stesso della condanna. Essa mi avea dato un figlio, un anno prima; un figlio che era tutta la mia gioia, tutta la mia speranza per l'avvenire….

Fece una breve pausa, quindi riprese:

—Perchè mi condannavano?… Io era innocente. Alieno dalle cospirazioni, assorto nell'arte mia, per mera compiacenza avea fatto que' piccoli lavori…. La incisione degli emblemi era riuscita un capolavoro. Ci sono nelle mani di ricchi signori d'Europa e d'America incisioni mie, di cui si offrivano fin d'allora centinaia di sterline: e che a me pure erano state ottimamente pagate.

Feci professione di fedeltà al Re: chiesi la mia grazia e non ho ancor nulla ottenuto…. E notate che offrivo di tornarmene subito a Roma, ove avea passato quasi tutta la mia vita.

Che è divenuto mio figlio, rimasto solo, abbandonato nel mondo?… Vive egli sempre?… Lo scarso peculio da me lasciato, ha servito alla sua educazione? Ama egli suo padre; la gente che lo circonda gl'ispira la reverenza filiale, o l'orrore verso di me? Dov'è? Vive? Si trova in grandi pericoli, in grandi necessità, posso io salvarlo, soccorrerlo?

Ecco i dubbii che m'angustiano, ecco la mia tortura, una tortura indescrivibile, che ho sopportato per anni ed anni, che mi ha avvelenato i giorni e le notti, mi ha tolto la pace, il sonno, mi ha dato ogni strazio, mi ha ridotto come voi mi vedete. Mio figlio!… Siete voi padre?

Roberto rispose di no.

—Ah, allora non potete intendere ciò ch'io ho sofferto…. Ed è inutile ve lo spieghi…. Mio figlio, il mio unico figlio!…. Tante volte, nelle notti, mi è parso veder un'ombra bianca, l'ombra della mia diletta sposa; mi è parso di udir susurrare al mio orecchio: va', non lasciar solo quel fanciullo, che ha bisogno di te; trova nel tuo affetto di padre le forze, il segreto, per fuggire.

Se sapeste che cosa sono queste memorie della famiglia per un uomo che si trova solo, in una squallida prigione!

Così pensai, tentai la mia fuga: la mia cara sposa sembrava m'aiutasse nel lavoro…. Aspettavo la grazia, e cercavo il mio scampo. Due speranze! Una di più che non occorra a consolar la vita del prigioniero…. E ora, ora le ho perdute tutt'e due…. Nel mio lavoro sotterraneo ho scambiato direzione…. La provvidenza non ha voluto potessi rivedere mio figlio…. E, dopo un lavoro prodigioso, che sembra sfidare le forze umane, e che ho superato per virtù d'amore di padre, rinunziar alla propria idea…. Se sapeste che immensa amarezza! Io non vi resisterò. Fatte sparire le traccie del mio tentativo di fuga, perchè non si raddoppino rigori, e non nuocere ad altri, m'impiccherò all'inferriata della mia prigione….

—Oh,—esclamò Roberto inorridito da quella risoluzione, esaltato dal dolore cui era in preda, per la notizia avuta.

Gli si offriva alla mente ch'egli poteva compiere un'azione generosissima: una di quelle azioni, cui suo padre l'avea educato, e ch'egli, nella sua semplicità, avea saputo compier sì spesso: sarebbe stato il miglior omaggio alla memoria di lui.

Il dolore, sì recente e sì forte, aveva purificato l'animo di Roberto: l'avea inalzato a Dio, staccandolo da tutte le miserie della terra.

Sentì vergogna di sè. A che egli avea preparato con tanto studio, una fuga? Per soddisfare una vendetta. E alla sua fuga tutto sembrava promettere un esito felice.

Invece quel prigioniero avea lavorato, e indarno, mosso dal più nobile, dal più puro de' sentimenti: l'amore paterno.

S'egli avesse avuto un figlio, una figlia, la prigionia gli sarebbe riuscita mille volte più dura, incomportabile: no, non avrebbe potuto sostenerla!

Poi,—rifletteva,—quel prigioniero era davvero innocente. La tirannide che non si placava mai, la diffidenza politica, che ingigantiva la colpa, paurosa di pericoli, lo aveano gettato in quel carcere: a terrore, esempio d'altri, anzi che ad equa espiazione di un suo fallo.

Ma egli, egli, che avea tanto imprecato, la sorte, era davvero innocente quanto si credeva?

Nella sua passione focosa per Enrica, nel modo con cui l'avea dominata, conquistata, nella forza brutale ch'avea spiegato contro di lei, non v'era già una trasgressione delle leggi morali?

La sua espiazione era eccessiva, ma era sempre più meritata di quella dell'altro.

Egli non aveva più alcuno al mondo che lo amasse; non potea indovinare ciò che Diana, la gentile fanciulla, facea, perchè trionfasse la innocenza di lui; e sapeva che, morto il padre, non gli restavano altro che nemici.

A che pro una lotta con essi?

Il sacro dolore che l'opprimea gli dava a sentir più forte la vanità della vita.

—No, no,—ripetè al prigioniero,—non dovete disperarvi di più…. rivedrete il vostro figliuolo!

—Che dite?…—esclamò l'altro, scendendo dal letto, e rimanendo in piedi. La sicurezza con cui Roberto parlava lo aveva scosso. Splendeva a lui di nuovo un raggio di speranza. E, sia pur debole, gli uomini infelici sono sempre sì pronti ad accoglierlo.—Che dite?…

—Anch'io ho preparato la mia fuga.

E gli spiegò della scala di corda, e della sbarra limata, che dovea lasciarlo passare.

—Ho osservato—soggiunse—che allo scocco delle tre si mutan le guardie. Arriva qui dinanzi un picchetto di soldati. La sentinella che è sotto l'inferriata va a parlare, alla distanza d'un cinquanta passi, col picchetto…. Fa il suo rapporto, scambia alcune parole di consegna…. In otto o dieci minuti, la sentinella torna al posto…. Preparata la scala, rimossa la sbarra, in una notte buia, tempestosa, come questa, ecco lo spazio di tempo che deve servire alla mia fuga….

—Ma allora potremo fuggire insieme.

—No, poichè la distanza da percorrere, per arrivare dalla inferriata sul suolo sottoposto, è assai lunga, e non si può scendere se non con molta cautela: e, quando la sentinella ritorna, bisogna essere già lontani dalla muraglia della torre.

—O dunque?—disse l'altro, di nuovo piombato nella costernazione.

—Fuggirete voi solo!… io non ho motivi serii come voi per desiderare sì pronta la libertà.

—E quando potrò fuggire?—rispose l'Amoretti, senza pensar ad altro, baciando le mani del suo benefattore.

—Io aveva stabilito di fuggire stanotte…. Fra poche ore, potete esser fuori…. Ma guardiamo.

Si fece all'alta finestra: la pioggia era cessata: le nubi erano spulezzate dal vento: si rasserenava.

—Il cielo è contro di noi,—disse Roberto.—Torna il bel tempo; stanotte si vedrà chiaro: sarebbe imprudente, dannoso tentare una fuga…. Ma la stagione è instabile; una di queste notti, forse nella notte di domani, potrete mettervi in salvo….

—Grazie, grazie: e Dio vi rimuneri con le sue benedizioni!

—Oh, se anch'io fossi stato padre, sento che il mio cuore sarebbe scoppiato fra le mura di un carcere…. Vi sarei soffocato!

VI.

Roberto non uscì il giorno appresso dalla sua prigione.

Il soprintendente non lo cercò; capiva com'egli dovesse desiderare di rimaner solo, immerso nel suo dolore.

I prigionieri lavoravano; e poteano disporre d'una piccola parte de' loro guadagni.

Un secondino avea facoltà di vender loro vino e acquavite: ma soltanto in una certa misura.

Verso sera, mentre Roberto era disteso sul letto, accasciato nella sua afflizione, sentì cigolare la chiave nella porta della prigione; entrò il secondino che vendeva l'acquavite.

Non era il solito secondino.

Era un uomo più attempato e di aspetto più gaio.

—Numero…. numero….—egli cominciò a cincischiare, appena entrato—numero Trentanove!

A quella voce Roberto si scosse.

Il secondino s'avvicinava al letto e avea posato la candela sul tavolino, che v'era accanto: s'inchinava verso il prigioniero.

—Ah!—esclamò.—Si stropicciò gli occhi e tornò a guardare; temeva che forse il vino, o l'acquavite, tracannati nella calda giornata, gli facessero un brutto scherzo.

—Domenico: il giardiniere di Mondrone!—mormorò Roberto.

L'altro rabbrividì.

Teneva da una mano un paniere con bicchieri e bottiglie. Senza deporre il paniere, disse:

—Chi sei?… Sei qualcuno che ho molto conosciuto…. I tuoi occhi…. Ma il resto della fisonomia non corrisponde…. Chi, fra le persone da me conosciute, può trovarsi in un ergastolo?…

Pensò e ripensò: stette un po'titubante: quindi, facendosi molto vicino a Roberto, e posando sulla tavola il paniere:

—Dagli occhi,—mormorò,—e da quello che io mi ricordo direi tu fossi Roberto….

—Sono io…. Roberto…. Jannacone!

—Roberto… l'assassino!—come ti chiamano nel paese.

—Ah, sì!—rispose Roberto, tremando. Egli avea avuto un gran colpo, le parole di Domenico gli aveano ricordato troppo bruscamente quanto egli fosse caduto nel concetto universale.

—Ma come ti sei cambiato!—aggiungeva Domenico.—È impossibile di riconoscerti…. Appena, appena ne' tuoi occhi…

Roberto mise subito da parte questa idea; che, nel caso di una fuga, avrebbe dovuto procurarsi un paio d'occhiali per non essere ravvisato.

—Beviamo, già che ci siamo incontrati…. Mi hai dato tu tante volte da bere…. Beviamo e ricordiamo i tempi passati.

—Ma tu mi credi reo?… Vuoi bere con un assassino?

—Io credo che sia un'ingiustizia l'aver condannato a una pena sì lunga un uomo ammodo, che avea fatto fare un tuffo a uno zerbinotto insolente….

Roberto capì che anche Domenico lo teneva per reo.

Gli sembrò inutile confutarlo: il tempo stringeva: e voleva muovergli qualche altra domanda.

Fece sembiante di bere il bicchierino d'acquavite, offertogli da Domenico, ma, veramente, costui tracannò, un dopo l'altro, i due bicchierini, che avea posto sulla tavola.

—Come mai ti trovi, qui, in Calabria?

—Licenziato dal servizio del duca di Mondrone, venni qui per consiglio di Cristina, la cameriera della duchessa Enrica…. Aveva mutato tanti padroni: si sparlava di me…. gl'invidiosi, per screditarmi, han sempre mormorato ch'io sono un bevitore…. e Cristina mi diceva: è meglio che tu ti allontani. Aveva ragione. Qui in Calabria mi accadde il solito. Mutai, in varii anni, parecchi padroni; e, a poco a poco, sono arrivato qui….

Si versò un altro bicchierino.

—Come si stava bene a Mondrone, ve ne ricordate?

A Roberto batteva il cuore con veemenza.

—Quanti cambiamenti sono avvenuti…. Il duca è morto…. La sua figlia Enrica ha sposato il principe Gorreso di Caprenne…. E abita Napoli…. Si parla molto di lei….

—In qual modo?

—Anche qui in Calabria è voce popolare che essa sia l'amica del Re…. Si discorre continuamente del suo lusso, de' suoi sfoggi, delle sue feste…. È certo la donna più famosa di Napoli…. e si può dir la più bella….

—E il marito?

—Uno de' primi signori di Napoli: ma…. uomo poco scrupoloso…. Perchè la moglie fosse più libera alla Corte, ha accettato un'ambasciata, altri favori dal Sovrano…. Si fa pagare la bellezza della moglie, dicono, e se ne sta per anni lontano da casa sua. In Napoli tutti si beffano di lui…. specialmente i suoi antichi amici della nobiltà: alcuni lo giudicano un uomo a dirittura infame…. La principessa mena vita da sovrana: si sa che il suo patrimonio è rovinato: è facile indovinare donde attinga i mezzi per condur quella vita…. Si tratta di splendidezze inarrivabili….

Roberto non potea starsi dal far un confronto tra le sorti, sì differenti, toccate a lui e ad Enrica; dal paragonare alle splendidezze in cui essa viveva, le squallide mura, il duro letticello della sua prigione, ov'era ormai rassegnato a trascorrer tutta la vita.

—Ed Enrica ha avuto figli?—chiese Roberto, movendo tale domanda per semplice curiosità.

L'altro, che ogni tanto si accostava alle labbra il suo liquore prediletto, non rilevò la familiarità con cui Roberto avea pronunziato il nome della principessa. E, tutto acceso in volto, gli occhi lustri, continuò:

—Se ha avuto…. figli?…

Poi rimase a mezz'aria, come se il resto della frase gli facesse groppo alla gola e non gli volesse ad ogni costo uscir fuori.

—Perchè cotesto mistero?…—domandò Roberto un po' imbarazzato.

—Oh, un mistero, sì, un segreto: ma un segreto, che si confidi a me, non mi sfugge e non mi sfuggirà mai!

—Non t'intendo,—proseguì Roberto che si faceva sempre più attento.

Egli sapeva che Domenico era stato licenziato dal servizio del duca, da molti anni; qual poteva essere il segreto a lui confidato?

Una viva inquietudine s'impadronì di lui, gli entrò in cuore uno strano presentimento.

—Basta: io ti lascio!—disse Domenico,—mi sento cascare dal sonno: e ho da far visita ancora ad altri due prigionieri….

—No, no, beviamo insieme un po' di questa bottiglia, prima che tu mi lasci.

E Roberto, affannato da un pensiero, sebbene in vista ilare e distratto, toccava una bottiglia, sin allora rimasta in disparte.

—Beviamo pure!—rispose Domenico.

E i due amici propinarono.

Roberto però avea gittato soltanto una goccia del liquore nel suo bicchiere.

—Oh, davvero,—ripigliò Domenico, mentre Roberto si torturava per cercar con quale astuto espediente l'avrebbe potuto indurre a scioglier di nuovo la sua parlantina.—S'io volessi, potrei ora, con un mio segreto, compromettere una gran signora….

Non si rammentava più d'aver pronunziato il nome di Enrica.

—Potrei far minaccia, ricavar danaro…. ma…. sono stato sempre onesto, onesto…. e quest'uomo sarà sempre onesto—proseguì, con la persistenza degli ubriachi, battendosi le palme aperte sul petto.

—Sì, tu fosti sempre la perla dei galantuomini, Domenico; sei il vero tipo del popolano meridionale: buono, gaio, servizievole, espansivo…. sebbene con me oggi tu abbia voluto dimostrare una diffidenza, che mi ha offeso…. Ti ho sempre stimato molto; e mi sono assicurato, nel tempo in cui vivevamo insieme, che coloro stessi, i quali t'accusavano d'intemperanza, d'essere un po' focoso, erano invidiosi, che non vedean di buon occhio il tuo disinteresse, la tua onestà, la tua capacità a fare, e bene, tutto ciò che volevi.

Il vanaglorioso andava in solluchero: Roberto l'aveva proprio toccato dove gli doleva.

—Hai ragione…. sono stato diffidente, e a torto…. Ma si tratta di un segreto, che avevo giurato a Cristina di non rivelare: e di cui non ho fatto motto a persona viva…. Con te perchè dovrei riguardarmi?… Pur troppo, rimarrai sempre chiuso in questa prigione: e il segreto, che io ti posso rivelare, morirà qui con te…. Nella tua condizione, lo capisco, tutto eccita la curiosità…. il non soddisfarla è spesso un tormento: e non voglio io aver aggiunto un tormento alle tante tue sofferenze….

—Dunque, la principessa ha avuto figli?…

—Sì, una figlia…. sedici anni fa!

—Che dici?—esclamò Roberto, stringendo convulsivamente un braccio a Domenico.

Egli ebbe paura, e fu per gridare.

Ma Roberto si rimise subito: e Domenico, imbroncito, senza proferir sillaba, si dette a raccoglier le bottiglie, i bicchieri nel suo paniere, risoluto a partire.

—Te ne supplico,—continuò Roberto, inginocchiandosi dinanzi a lui.—Tu vedi ch'io soffro; non mi lasciare così!

Roberto era pallidissimo; grosse goccie di sudore gli cadeano dalle tempie; le sue labbra, divenute sbiancate, tremavano in una contrazione, suscitata da vivo spasimo.

L'altro, ubriaco, s'inteneriva; e, vanarello com'era, s'inorgogliva di vedersi supplicato.

E poi credeva Roberto fosse l'unico essere, a cui egli potesse dir tutto, senza alcuna conseguenza.

—Sedici anni or sono—egli disse, alzando Roberto fra le sue braccia e spingendolo di nuovo verso il letto ov'egli si era subito appoggiato—proprio il giorno in cui si dovea festeggiare il ritorno del duca di Mondrone, Cristina mi disse…. Io adoravo Cristina…. Mi aveva concesso i suoi favori…. e non era donna facile….

Nella sua ansietà, Roberto non potè trattenere un impercettibile sorriso.

—Tu devi rendermi stasera un grande servizio…. ecco ciò che Cristina mi disse…. dovrai prendere una creaturina, nata da due giorni, e condurla in una casetta di montagna, ch'io t'indicherò…. Là troverai gente pronta a riceverla, appena avran letto una mia lettera: e vi avrà tutta l'assistenza…. Ma, bada, è un gran segreto: il segreto di una povera donna….

Quanto al segreto, ero sicuro di custodirlo! Ma quanto al resto…. Che povera donna! Non ci credeva davvero!… Una povera donna non ha i mezzi di ravviluppare un bambino in tele finissimo, in drappi di seta. Non può mandare un sacchetto di ducati alle persone, che raccolgono la creatura…. Indovinai subito di che si trattava…. La duchessina…. E, in quei giorni, era accasciata, malatissima; si alzò soltanto per poche ore, il giorno in cui tornò suo padre; poi si richiudeva nelle sue stanze!

Di tratto in tratto, un ruggito uscia dal petto di Roberto.

—Non so come si trovasse sì lontano nel parco il giorno in cui tu fosti arrestato….

—Ah…. ah!—disse Roberto in tuono spaventevole.

Credeva che Enrica lo avesse vilipeso, ingannato, tradito, con perfidia, che sembrava superar le forze di una fanciulla: non si sarebbe mai indotto a credere che gli restasse ad apprendere di peggio: un inganno maggiore di tutti: e pure ne aveva la prova.

Ora sì che si pentiva della promessa fatta all'ingegnere Amoretti di lasciarlo fuggire. Non ne aveva egli lo stesso diritto? Non era anch'egli un padre, che non sapea quel che fosse della sua unica creatura? E un padre, più infelice dell'altro, poichè non avea mai conosciuto questa creatura, che gli era stata rubata?

Ora sì che il desiderio di vendetta riavvampava in lui: ora sì che il suo animo era spinto verso l'idea della fuga da due sentimenti gagliardissimi: odio e amore.

—Domenico, raccontami, per pietà, ciò che facesti…. Non so, da anni ed anni, non ho udito cosa che attirasse tanto il mio cuore. Non ti meravigliare della mia curiosità….

—La sera io partii in una carrozza, mentre nel parco andava innanzi la festa. Io guidavo…. Entro la carrozza era, in una specie di culla, accomodata la bambina….

—Era una bambina?—domandò Roberto, con accento di tenerezza ineffabile.

—Debbo dire che Cristina mi aveva raccomandato di non fermarmi ad osterie…. Mi fermai ad alcune osterie: ciò non potea far alcun male alla bambina. La carrozza era ben chiusa…. Quando la riaprii, per veder come stesse, la trovai morta!

—Oh, tu sia ringraziato!—esclamò Roberto, gettando le braccia al collo di Domenico.

—Ringraziato di che?—pensò Domenico.—È costui pazzo? Mi ringrazia perchè gli dico che è morta una bambina?

—E tu, naturalmente, raccontasti a Cristina che la bambina era morta?—domandò lentamente Roberto.

—Sicuro!—riprese l'altro senza esitare.

E, ripreso in mano il suo paniere:

—Fra due o tre giorni—disse—tornerò a farvi visita…. Il regolamento non permette l'acquavite ai prigionieri, se non due volte la settimana e in certa misura…. Voi,—soggiuse ridendo, e guardava le bottiglie,—oggi l'avete sorpassata!

—Addio, buon Domenico!—rispose Roberto, sorridendo forzatamente. E, rimasto solo nella stanza, si dette a saltare, a batter le mani, a divincolarsi come un ossesso. Dacchè era al mondo, non avea mai provato simile gioia. Sapeva di aver una figlia, sapeva ove essa era, chi gliel'aveva rubata: ne sapeva ben più di Cristina, di Domenico, della principessa.

Il lettore rammenterà che un uomo stava nascosto tra le rovine del casolare ove Marco Alboni, altrimenti detto Jacopo Scovatto, si era fermato a parlare col marchese di Trapani del ratto d'una bambina.

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