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La prima donna

Front matter (continued 2)

Reading edition

— Filippo.... Filippo!...

Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato, e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabile ebetudine che faceva loro smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente, dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa era entrata.

La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione teatrale minacciava d’intervenire pure in questo senso; ma il maestro teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera. Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico, di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro. Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate, nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo, dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni provate di attraversare un momento di allucinazione; l’aveva chiamata, supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a civettare tranquillamente con colui....

Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola, anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’ a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, ma la voleva affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.

Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi, accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito, pure desiderandolo ed amandolo, non erano la miglior garanzia dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia, ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima, per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di riedificazione della loro distrutta fortuna....

Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione. Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso ed inutile; quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello; andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:

— Sta bene, sposala pure quella donna, ma pensa ch’io non vorrò rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una maledizione!...

Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine, gli avea mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza di un distacco estremo....

Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola, s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....

Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta! Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte, mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “Figlio mio, sia fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai più!...„

Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.

— Anzi — gli disse col più seducente dei suoi sorrisi — se vorrai essere gentile, non dimenticherai di mettere in fondo alla corbeille di nozze una piccola corona baronale da appuntare qui, sul petto....

VIII.

Tutto il periodo iniziale del loro matrimonio passò per Torreforte in una continua e violenta ubbriacatura di sensi. Egli si tuffava nell’ebrezza del possesso avidamente, con una specie di cupo accanimento, di furia rabbiosa che rasentava il delirio. Troppo egli l’avea desiderata, troppo le avea sacrificato per averla alla fine!... E voleva almeno ch’ella gli rendesse ora tanto di godimento, quanto gli era costata di dolori; poichè s’era buttato ciecamente tra le sue braccia, perdendovi tutto, voleva, non foss’altro, trovarvi un’ora di oblio, di voluttoso abbandono! Così, egli cercava di stordirsi per non pensare a ciò che avea fatto, nè a sua madre, nè all’avvenire, nè più a nulla.... Ma non vi riusciva che a brevi intervalli e, dopo, l’angoscia a cui voleva sfuggire lo riprendeva più forte di prima, come avviene a coloro che s’alimentano di morfina. Anzi, era la stessa scomposta furia dei suoi trasporti che recava la luce nella coscienza di lui; s’egli l’avesse amata, se le avesse assegnato nel cuore il posto che doveva tenervi la donna eletta a compagna della sua esistenza, l’avrebbe dunque investita con tal brutale smania di piacere, quasi aggressivamente, e senza abbandono d’anima, senz’ombra di vera tenerezza?... No, egli non l’amava, non l’aveva mai amata! Improvvisamente, in un crudo lampo di coscienza, la verità gli appariva: egli aveva fatto di lei l’eletta, la compagna di tutta la vita sua, solo perchè ella avea saputo abilmente resistergli, perchè non gli s’era offerto altro mezzo per giungerne al possesso, quel possesso che un accesso delirante, ma passeggiero di febbre, gli aveva reso necessario. L’amante mancata di cui in capo a qualche mese di ardore si sarebbe saziato, era divenuta la sposa, s’era insediata per sempre, sino alla morte, nell’esistenza di lui, al posto di colei che solo dal più puro amore e dalla più intima stima avrebbe dovuto esservi chiamata....

La benda gli cadeva inesorabilmente dagli occhi, in un momento, dopo aver loro fatto velo per tanto tempo, dopo avergli creato un’assurda illusione d’amore e di felicità che il primo raggio di luce bastava a distruggere! Ma egli voleva illudersi ancora, o almeno non pensare a niente, perchè la certezza della propria irreparabile sciagura gli faceva paura troppo. E s’abbandonava sempre più per ciò alla febbre dei sensi, a quella malsana avidità di godimento in cui voleva trovare l’oblio completo di sè.

Quanto a lei, non gli lesinava le carezze e non si tratteneva dal secondare il suo ardore. Poichè l’assorbente preoccupazione della sua voce, del pubblico, del successo, dominata sin’allora incontrastatamente, s’addormentava in lei, la sua fibra robusta di superbo animale ricco di sangue ed esuberante di vitalità prendeva la rivincita. Nel vederlo preso di lei così, fino al midollo delle ossa, tanto follemente cupido delle sue carezze, ella poteva inoltre misurare tutta la propria forza, l’esaltante potenza d’attrazione fisica che esercitava; questo la faceva orgogliosamente sorridere di segreta compiacenza, la rendeva facile all’abbandono con lui, per l’intima soddisfazione che gliene veniva. E non sospettava neppure quanto di oltraggioso per lei ci fosse nei trasporti del marito, che torbida feccia di amarezza, di disistima, quasi di ostilità gli restasse sul cuore dopo quelle ubbriacature!...

Avevano passato i primi mesi della loro unione in un albergo di campagna, presso la città; Torreforte sembrava si fosse dimenticato di aver quivi la sua professione da esercitare, degli affari, dei clienti rimastigli fedeli che l’aspettavano.... Finalmente, un giorno, parve ricordarsene, e tornarono in città. Allora, la triste evidenza della sua situazione gli s’impose nettamente. Davanti alle rovine del recente e lieto passato — la numerosa clientela in gran parte dispersa, il buon ordine con tanto stento rimesso nell’amministrazione della propria casa distrutto in un momento — davanti alla muta, ma desolante tristezza dei suoi cari lontani, alle difficoltà materiali della vita, i fumi dell’ebrezza voluttuosa che gli annebbiava il cervello, a poco a poco si diradavano. La sua energia, lungamente sopita, ebbe un risveglio; egli sentì ch’era in tempo ancora per dominare la situazione, per salvare sè ed i suoi dall’avvilimento in cui cadevano. Non voleva esaurire il suo coraggio nella contemplazione delle proprie miserie, non voleva pensare che a sua madre, vivere solo per riscattarla dall’angoscia in cui la sentiva consumarsi, per la conquista del suo dolce perdono. Anelava di rituffarsi nell’attività più febbrile e feconda, di riprendere il suo ascendente cammino verso la prosperità ed il sicuro avvenire promessi alla famiglia.... Ma egli non s’era peranco messo all’opera, che un inatteso ed allarmante avvenimento venne a distogliernelo: sua madre era gravemente ammalata, sua madre lo chiamava presso di sè, senza indugio!

Torreforte accorse, in preda alla più crudele agitazione, conducendo con sè la moglie. Quando si trovò dinanzi alla malata, quando vide l’adorata testina soave così trasformata dal male, col viso gonfio e terreo, gli occhi torbidi, le labbra come di cera sporca, egli si sentì morire d’angoscia e l’orribile presentimento della prossima fine gli agghiacciò l’anima. La malattia — una ipertrofia cardiaca — era assai innanzi, e i primi attacchi risalivano al giorno in cui ella avea fatto ritorno a casa dopo l’inutile e doloroso viaggio per persuadere la sua creatura a rinunziare a colei, a non compiere la propria rovina. E sempre, sino al punto in cui la malata, sentendosi perduta, non aveva più saputo soffocare il bisogno furioso di vederlo, gliene aveano fatto mistero per espressa volontà di lei, non volendolo affliggere e mettere in allarme — mentre egli si abbrutiva di piacere tra le braccia di chi lo aveva indotto a portarle quel colpo mortale!... Egli credeva di ammattire pensando a questo; e per non perdere tutto il suo coraggio quando più era necessario averne, gli occorreva mentire a sè stesso, farsi illusione ad ogni costo, ad onta della troppo palese gravità del male. Pure, nei primi giorni del suo arrivo, la malata sembrò sensibilmente migliorare, per quanto l’emozione seguìtane, le lunghe crisi di pianto senza dire una parola, accarezzando instancabilmente la testa del benamato, pareva dovessero sfinirla dippiù. Ed il figliuolo quasi incominciava a trarne, trepidando, sincero conforto di speranza....

Contro ogni sua aspettativa, la novella sposa era stata assai benevolmente accolta nella casa materna. Le due ragazze anzi, ancora all’età delle sentimentali amicizie femminili, troppo solitariamente e oscuramente vissute in quel recondito angolo di provincia per non subire il fascino ch’ella, forestiera ed artista, esercitava naturalmente su loro, le s’erano subito affezionate.

Ma ciò che oltremodo sorprese Torreforte fu il buon viso fatto a lei da sua madre, mentr’egli la riteneva armata d’inestinguibile ostilità contro la nuora. Invece, la malata s’intratteneva spesso con lei, le prendeva anche qualche volta una mano tenendola tra le sue, si raccomandava alle figlie perchè non le facessero mancare nulla. Era una grande ed insperata consolazione per lui, e già egli non dubitava più del mutamento avvenuto nel cuore di sua madre, quando, ad un tratto, una scoperta procurata dal caso gli diede la certezza contraria.... A guardia dell’inferma era rimasta per un momento soltanto sua moglie, intenta a leggere presso alla finestra; egli s’era allontanato, sentendosi soffocare da un gruppo di lacrime, poichè constatava che il miglioramento dei primi giorni proveniva solo dall’eccitamento dell’emozione sui nervi e che la malattia tornava a trionfare.... Ma dalla stanza contigua, dov’era passato, poteva osservare ancora sua madre, e allora aveva veduto che ella, credendosi non guardata, si lasciava cadere dal viso la consueta maschera di dolcezza verso la nuora e le fissava addosso gli occhi con tale espressione di durezza, di disperato accanimento, da farlo rabbrividire! Quell’apparenza di cordialità non era dunque che tutta una pietosa commedia, una simulazione impostasi chissà a costo di quale dolorosa violenza, per amore di lui, perchè egli non se ne crucciasse, così come prima gli avea dato ad intendere d’essersi di buon grado rassegnata, così come gli avea nascosto per lungo tempo la sua malattia!... Egli ne provò uno stringimento ineffabile di cuore, ma nessuna reazione di tenerezza verso l’altra. Tutta la sua tenerezza, tutta la sua pietà erano per la madre; all’idea dello sforzo eroico ch’ella si imponeva nelle stato di esaurimento e di sofferenza in cui languiva, si sentiva anzi agitare anche lui da una sorda ostilità contro la moglie.

Un tale stato di cose sfuggiva interamente all’occhio ed all’intuito della giovane donna. In fondo, ella trovava troppo naturale d’essere ricevuta a braccia aperte, per non ritenere affatto sincera l’accoglienza avuta. Si lasciava voler bene e vezzeggiare dalle due cognate quasi passivamente, con un fare bonario di graziosa protezione. Per distrarsi, per mostrarsi alla mano, ella teneva loro compagnia mentre accudivano alle mille faccende di casa, le seguiva dappertutto, dalla cucina all’orto. Le pareva di scoprire un mondo nuovo e così curioso per lei, vissuta sempre di pensione in pensione, di albergo in albergo, senz’alcuna nozione delle abitudini e del meccanismo d’un interno di casa borghese. Passava dalla cucina ampia e linda, coi fornelli continuamente accesi, provvista d’una luccicante batteria di utensili, spesso d’incomprensibile uso per lei, alla dispensa piena di cento cose, al lavatojo, alla stanza da stirare, sgranando gli occhi, con un’aria attonita che incantava le ragazze. Si divertiva a vederle andare attorno infaticabilmente per la casa disimpegnando con prontezza e abilità le loro doppie mansioni, di massaje e di infermiere; stava ad osservarle in cucina, tutte intente ai loro estratti di carne, alle loro gelées per la malata, con la religiosa gravità d’un alchimista in mezzo alle sue storte.... Ma non riusciva neppure a prestar loro qualche aiuto, sentiva che mai sarebbe stata capace di fare altrettanto. Da bambina, da quando viaggiava con sua madre — artista lirica anche lei — ella s’era abituata, per via della sua vita zingaresca sempre tra un albergo e l’altro, a non darsi il menomo pensiero d’ogni cura domestica, a lasciar perire in lei quello spirito d’intima operosità femminile, quelle istintive attitudini casalinghe con cui le donne nascono, e che più o meno coltivano, anche se allevate fra gli agi e le raffinatezze. Si sentiva stranamente fuor di posto colà, e infatti non avrebbe potuto mettere una nota più falsa e più stridente di contrasto nell’onesto ambiente così laborioso, modesto e raccolto di quella famiglia di provinciali, su cui la sventura tristemente incombeva, e dove ella strascinava con pigro abbandono i suoi abbigliamenti vistosi e teatrali, le sue abitudini d’ozio, la sua inutilità, la caratteristica d’egoismo e di vanità particolare della propria natura!

Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un soggetto di grandi risate per le ragazze, poichè allora tutto andava incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre, come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!... Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione, e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente ostilità.

Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice, immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena la giovane donna le si accostava.

Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come dentro di lui il sentimento materno trovasse eco ogni giorno dippiù. Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.

Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restava sul cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!... Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora, cavava fuori i grossi albums dove avea raccolto tutti i giudizii dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo marito agonizzava di dolore presso la morente.

La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze, a volte s’attaccava disperatamente alla vita, non volendo lasciare così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella, per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.

L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima crisi era stata superata e segnava il principio d’una miracolosa guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto, l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie, portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità, la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria, appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava, ch’ella era spirata benedicendo....

IX.

Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta, separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima comunione della vita conjugale?...

Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era. Con la sventura subìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente. Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di liquidare definitivamente la successione della eredità paterna, accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcun pensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè, un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per essere padre!

Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli ai quali era facile soccombere. E non era tutto; vi s’aggiungeva ancora lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!

La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè, come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione morale, di restaurare in essa l’impero dei sentimenti migliori, e più che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....

Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là, tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera, la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta neppure d’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....

Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito di rouge-théatre sul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la facevano torcere come un serpe sul letto!

Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale. Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente, dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo — glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo lasciava miseramente piombare nel vuoto....

Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia, l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la sua dignità d’uomo per lui, per dargli una fine educazione, un’onesta agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più di rialzarsi.

X.

Passata l’esaltazione violenta del nuovo dolore, Torreforte tornò a chiudersi più di prima nella sua desolata attitudine di passività e d’indifferenza a tutto. Soltanto, avea ceduto all’assedio senza tregua postogli dalla moglie, e avea abbandonato la casa paterna, l’oscuro angolo di provincia ov’era nato. Così, dopo un’assenza di quasi due anni aveano fatto ritorno nella grande e rumorosa città, ma egli avea continuato a vivervi come nella sua muta bicocca natale, inattivo e segregato da ogni consorzio.

Questo contrariava moltissimo l’ex-prima donna, e costituiva un soggetto continuo d’irritazione e di dispute fra loro. Rimessasi a poco a poco, e non senza stento, dalle conseguenze del suo parto disastroso, ella sentiva operarsi dentro di lei una rifioritura turbolenta di salute, un rinnovamento oscuro di vita. Le pareva di soffocare, così chiusa nell’angusto ed opprimente cerchio della sua casa, tra il marito sempre silenzioso, sempre cupo, ripugnante a tutto, e la serva ebete, sudicia, brontolona. Provava un’irrequietezza tormentosa, uno stimolo esaltante di vaghe aspirazioni verso una mèta ignota a lei medesima. Come mai suo marito poteva ridursi ad un tal grado di stupida apatia, d’inerzia bruta?... Dove se n’era andata dunque la vantata energia del suo carattere, la sua forte tempra di lavoratore, di uomo destinato ad un grande avvenire, di cui avea fatto tanta pompa con lei prima del loro matrimonio?!... Perchè si abbandonava a quel modo in braccio all’ozio ed all’avvilimento più profondo, e avea rinunziato affatto alla sua lucrosa professione? E dove mai si sarebbero trovati di lì a qualche tempo, dopo aver dato fondo al capitale riscosso dalla sua parte d’eredità?...

Ella lo sentiva calare ogni giorno dippiù nella sua stima, gli faceva continuamente il processo con la severità d’un giudice, senza intendere nulla di ciò che avveniva in lui, senza coscienza d’essere il principio e la fine del pietoso dramma interiore di cui egli era la vittima. Non lo comprendeva, nè gli aveva compassione, ma si rivoltava. Non avea abbandonato le scene, dato addio alla sua lieta e luminosa vita di successi morali e materiali per finire nel modo più oscuro ed umile, privandosi di tutto, soffocando ogni desiderio, ogni giusta ambizione!... Egli poteva pure segregarsi completamente dal mondo, ridursi a vegetare come un bruto, ma per suo conto non si sentiva proprio d’imitarlo, era troppo giovane e bella, troppo ricca di vitalità per questo. Sopratutto, non sapeva adattarsi a perdere affatto il gusto della sua arte, a viverne addirittura al di fuori. E vessava dalla mattina alla sera Torreforte perchè buttasse il suo danaro dietro a tutti gli abbonamenti di giornali artistici, perchè la conducesse al teatro, ai concerti.

Quando al Massimo tornarono a rappresentare la Gioconda, per la prima volta dopo che tale opera stata eseguita da lei su quelle scene quasi tre anni innanzi, suo marito dovette rassegnarsi ad accompagnarvela, tanto la cosa l’avea messa in orgasmo e le avea suscitato una voglia acutissima di intervenire allo spettacolo. La nuova edizione dell’opera con una cantante ancora ignota al pubblico, destava molta curiosità fra gli assidui e gli amatori di teatro. I più, ricordando la forte impressione lasciata dalla Gioconda precedente, non dubitavano che la nuova restasse schiacciata dai confronti inevitabili: era appunto ciò che l’ex-prima donna aspettava e desiderava ardentissimamente, e per cui ad ogni costo non aveva voluto mancare a quella rappresentazione, sicura di assistere per via indiretta al proprio trionfo. Durante i primi tre atti, ella potè infatti gustare la più deliziosa soddisfazione d’amor proprio; la sua rivale lasciava il pubblico freddo e scontento, non aveva saputo strappargli un solo vero applauso con la sua voce corta, poco squillante, affiochita dal panico che la dominava. Nella sala, piena di spettatori e di animazione, si sentiva quasi gravare la musoneria del pubblico deluso, che faceva prevedere una sommaria giustizia a sipario definitivamente calato; molti, avendo scorto nell’ombra del suo palchetto la indimenticabile artista così presto ritiratasi dalle scene, se l’additavano tra loro con certe scrollatine assai significative del capo, attirandole così, a poco a poco, gli sguardi dell’intera platea, che salivano a lei come delle ondate voluttuose d’incenso.

Ella assaporava l’inesprimibile gioia estaticamente, col cuore in dolce tumulto, tutta ridente di piacere. Ed attendeva con impazienza l’apoteosi finale che i fischi del pubblico, seppellendo all’ultimo l’opera così eseguita e la sua protagonista, avrebbero decretata a lei.... Invece, contro l’unanime aspettativa, il successo mutò radicalmente di faccia all’atto quarto: la cantante già condannata vi rivelò ad un tratto una tale rara potenza d’arte, di talento, e d’efficacia drammatica da farsi in un momento perdonare la sua voce non bella e la debole esecuzione degli atti precedenti. Alla fine del suo monologo, il pubblico vinto, vibrante d’entusiasmo e di commozione le avea battuto le mani per dieci minuti, e da quel punto ad ogni aria, ad ogni frase principale, gli applausi erano echeggiati fragorosi, scoppiando all’ultimo come un vero uragano, interminabilmente. Allora, Torreforte aveva veduto sua moglie diventare incredibilmente pallida, quasi convulsa, col labbro serrato a sangue tra i denti, gli occhi pieni di lagrime, e una fretta smaniosa di andarsene, di sottrarsi a quel supplizio.... Ah, il pubblico! Com’era incostante ed ingrato, come rassomigliava ad un amante perfido e fatale, tanto più volubile quanto più adorato!... Un giorno avea posto lei sugli altari, dichiarandola insuperabile: ora le preferiva un’altra, l’acclamava sotto i suoi stessi occhi, con un calore d’entusiasmo ch’ella non era riuscita a suscitare mai, neppure nelle sue serate migliori!... Ella avrebbe dato dieci anni della sua esistenza in quel momento per poter prendere il posto dell’altra sul palcoscenico e ripetere la sua parte, in una gara suprema. E per vincere la rivale, per strappare al pubblico un applauso più nutrito, un urlo più assordante d’approvazione, ella si sentiva capace di concentrare e di consumare nel canto tutta la sua vita, come certi rosignuoli si rompono il petto a furia di gareggiare tra loro, ed esalano gorgheggiando l’anima canora....

A lenire tale ferita, di cui il dolore tardava a calmarsi, le venne tra le mani in quei giorni un giornale teatrale dove, a proposito dell’annunziata rappresentazione di Lucrezia Borgia — uno dei suoi cavalli di battaglia — al Regio di Torino, vi si affermava che difficilmente la protagonista dell’opera avrebbe potuto lottare con gl’incancellabili ricordi lasciati da lei colà, nella medesima parte. E altrove, un altro giornale, all’indomani dell’andata in scena di Norma con una cantante preceduta da gran fama, usciva in un vero inno in memoria della esecuzione fattane da lei sulle stesse scene qualche anno prima, concludendo col dire che la pretesa diva aveva fatto rimpiangere amaramente al pubblico unanime la grande artista allontanatasi troppo per tempo dal teatro. Così, non peranco era spenta l’eco del suo nome nel mondo lirico!... A più di due anni di distanza dalla sua scomparsa dal palcoscenico, si continuava a parlare di lei, la si rimpiangeva malinconicamente, quasi che ella fosse del tutto morta per l’arte, mentre si sentiva tuttavia capace di sollevare l’entusiasmo di cento platee, di aggiungere al suo passato artistico ancora dieci anni di carriera e di successi.

Invece era finita!... Ella dovea contentarsi di assistere al trionfo delle altre, lasciare impassibilmente che le nuove venute occupassero il bel posto conquistato da lei in arte con tanta fatica! L’unica consolazione sua nell’eccesso della tristezza che l’invadeva pensando a ciò, era di raccogliersi tutto il tempo nel passato, riandandolo attraverso i mille documenti che stavano ad attestarne imperituramente lo splendore. Gli albums nei quali avea collezionato tutti i giudizii dei giornali su di lei, i sonetti d’occasione nella ricorrenza delle serate d’onore o d’addio, erano divenuti la esclusiva e costante lettura di lei; nel suo salottino da lavoro ci si poteva a stento muovere, tanta era la folla di corone, di ricchi nastri e d’ogni genere di regali ricevuti sul palcoscenico e disposti colò come trofei di guerra gloriosamente conquistati. Ma ci voleva ben altro, per appagare la sete ond’era arsa!... Ella voleva trarre dalla lunga inerzia la sua ugola preziosa e rimetterne in circolazione i tesori; voleva avere degli ascoltatori almeno nel cerchio ristretto d’un salotto, in casa propria o altrove, pur di cantare per qualcuno, di essere ammirata, di riprovare l’ineffabile ebrezza d’un applauso.... E suo marito la contrariava anche in questo, non voleva vedere nessuno, nè condurla in alcun luogo!

Per vendicarsi, ella non gli lasciava più un minuto di riposo, gli assordava dalla mattina alla sera le orecchie ripassando tutto il suo repertorio, esercitando la gola ad una sfrenata ginnastica di vocalizzi e di scale. Un momento, aveva tremato di paura: le era parso di non ritrovare più la sua voce, di averne perduta la freschezza e la forza, dopo il grave travaglio del parto. Ma poi, si convinse che si trattava soltanto d’un fenomeno passeggiero prodotto dal troppo lungo riposo dell’organo vocale, e per ridargli la primitiva elasticità e robustezza, s’abbandonava più che mai a quella sua pazza ginnastica d’ugola. Cantare significava già godere per lei, ma così, era un piacere sterile, di cui non poteva contentarsi, che anzi le inacerbiva dippiù la tormentosa voglia della quale languiva.... E non potendo soddisfarla altrimenti, nel parossismo della sua febbre malsana, ella s’era ridotta ad offrirsi persino in accademia alla propria serva, a cantare per esclusivo piacere di colei. Spesso, magari andava ella medesima a trovarla in cucina; la megera lasciava di occuparsi dei suoi fornelli o del suo bucato, e si raccoglieva ad ascoltare, a bocca aperta, colle braccia conserte sul ventre sudicio ed enorme. Quindi, ogni volta, alla fine si metteva a battere furiosamente le manacce nere, accompagnando l’applauso con rauche grida di brava, bene, bis, facendo quanto più chiasso le riusciva, poichè sapeva di procurarle tanto più piacere.... Allora, ella restava a sentire col cuore sospeso, gli occhi brillanti, e una fiamma viva di sangue sulle guancie.... Non aveva più la coscienza d’essere in quel luogo e in quella compagnia degradanti; si ritrovava come per incanto altrove, in una vasta sala scintillante di lumi e piena di gente.... E per un analogo fenomeno d’allucinazione, lo sconcio assolo d’applausi della serva si trasformava alle sue orecchie nell’ovazione strepitosa, esaltante di centinaia di persone, di un intero pubblico trascinato dall’entusiasmo!

In seguito, sempre più incalzata dal crescendo morboso della sua manìa, s’era spinta anche in là, sino a cavare dalle grandi casse relegate nel solajo i costumi delle sue opere favorite ed a vestirsene, acconciandosi in tutto come per la scena. Gioconda, Norma, Aida, rivivevano in lei; ella si metteva ad illustrarne per la sua unica ed ignobile spettatrice, col canto e con l’azione insieme, i patetici casi, animandosi quasi che calpestasse davvero le tavole del palcoscenico, e la serva ebete e sudicia spalancava allora tanto d’occhi, senza troppo capirci, presa spesso da irresistibile ilarità come davanti ad una mascherata carnevalesca, con le nere manacce pronte a sollevare l’indiavolato rumore di applausi per cui la sua padrona andava pazza....

Ora, ella non ignorava più quale fosse la mèta delle sue vaghe aspirazioni, il tarlo segreto che le avea roso sordamente l’anima e lo spirito tutto quel tempo! Era la nostalgia del teatro che la riprendeva furiosamente e non le dava più tregua; ella s’era sbagliata di troppo immaginandosi di potervi rinunziare sul serio, di poter vivere per sempre senza le sue febbri e le sue gioie! L’imperdonabile errore commesso abbandonando le scene per maritarsi, le appariva adesso in tutta la sua enormità, pur non tenendo calcolo delle condizioni particolarmente tristi della propria esistenza conjugale. E nel tempo medesimo, nettamente s’imponeva al suo spirito l’ineluttabile necessità di annullare l’errore fatto, avesse dovuto per questo spezzare qualunque ostacolo, perchè ella aveva bisogno del palcoscenico come dell’aria per respirare, e non poteva starne più a lungo lontana!

Suo marito però non si sarebbe piegato mai senza vivissima lotta ad acconsentire al ritorno di lei sulle scene, n’era sicura. Pure, cominciò ad insinuargli la cosa delicatamente, con ogni tatto e dolcezza, cercando di riuscire così. E gli dipingeva l’avvenire coi più lieti colori, sempre tra viaggi, emozioni gradite e nuovi successi; gli mostrava i numerosi esempî di cantanti ritornate all’arte dopo aver contratto matrimonio, anche nelle più alte sfere sociali, e col placet del marito. I testi da citare non mancavano: Siglinda Wederlson — l’usignuolo norvegese, come la chiamavano — che aveva sposato un gran signore russo e poi s’era rimessa a girare insieme a costui di teatro in teatro; Dora Neuman, la più bella voce di contralto dell’arte, tornata al palcoscenico dopo due anni di matrimonio con un milionario napoletano — e via, via così, sino al caso classico di Adelina Patti e del marchese di Caux.... Ma Torreforte aveva troncato subito, senz’altro, ogni tentativo di persuasione, con un reciso rifiuto. All’idea di ciò che la moglie pretendeva da lui, egli si rialzava bruscamente dal suo avvilimento per difendere la sua dignità dal minacciato ludibrio. Avea vissuto abbastanza in palcoscenico per non sapere quale sarebbe stata inevitabilmente la propria parte accanto a lei, se avesse ceduto alla sua volontà; mariti di prime donne ne aveva conosciuti parecchi — quello di Regina Morelli fra gli altri — e al solo pensiero della vergogna riserbatagli si sentiva avvampare di rossore il viso! Allora, ella lo prese di fronte con brutale audacia, mise da parte le moine per piantargli crudamente dinanzi il problema dell’avvenire. Poichè egli aveva abbandonato affatto la professione e non voleva occuparsi di nulla, poichè non si decideva nè si sarebbe mai deciso ad uscire da quello stato di triste ignavia, come pensava di provvedere all’esistenza di lei, quando, in un giorno non lontano, a furia di sbocconcellare il capitale di cui vivevano, senza produrre nulla, si sarebbero ritrovati fatalmente sulla paglia?!... Ah, egli non si preoccupava punto di ciò, restava senza risposta davanti al quesito propostogli?! Ebbene, toccava a lei di pensarci allora, mentre era giovane ancora ed a tempo per farlo, e non sapeva con che diritto ed a qual titolo egli potesse impedirle di provvedere ai casi suoi, dopo averla abbandonata a sè stessa per l’avvenire!...

Sapientemente, con perfido intuito, ella avea posto il dito giusto sul punto vulnerabile; affrontato così, Torreforte perdeva ad un tratto ogni energia di resistenza, restava disarmato dinanzi a lei. Sì, era giusto: che diritto aveva di sbarrarle la via dell’avvenire, quando egli non era stato e non era capace di assicurargliene alcuno, malgrado che in faccia a lei ed alla società gliene incombesse l’obbligo più rigoroso?... Per assumere onestamente ed a cuor sereno la responsabilità a cui ella lo aveva richiamato con l’imperiosa esigenza d’un creditore brutale, egli doveva imporsi uno sforzo eroico, riattaccarsi con ardore e fede alla vita, ridiventare un uomo infine, in tutta la dignità e la nobile energia della parola. E non sapeva, non poteva galvanizzare a tal segno la propria volontà ed il proprio spirito, schiacciato com’era dalla coscienza della sua infelicità, della sua vita sbagliata, col cuore tuttavia sanguinante per la morte della madre ch’egli addebitava a sè stesso, e per l’ultimo e atroce colpo ricevuto in pieno petto davanti al cadaverino della sua creatura nata morta, del povero piccolo Messia, tanto atteso e sognato, da cui doveva venirgli la salvezza!...

Così, ella lo avea sentito cedere a poco, a poco, e da quel momento, era ritornata dolce e insinuante come prima, aveva preparato abilmente la vittoria finale. Una volta, gli aveva mostrato la lettera d’un agente teatrale che le proponeva delle condizioni superbe se avesse voluto accettare una scrittura, eppoi il telegramma di un impresario famoso, concepito nei medesimi sensi, senza ch’ella avesse fatto nulla per provocare simili offerte, diceva, tal quale come a Sant’Antonio sorgevano da ogni parte le irresistibili tentazioni. Ed infine, un bel giorno, comparve in iscena l’impresario del Massimo, pregandola in nome di tutti gli amatori di teatro di cantare per poche recite straordinarie di Aida, offrendo magnifici patti.... Un’occasione veramente eccezionale: nessun disturbo, nessun’apparenza di ritornare per forza maggiore al teatro, ma avendo quasi l’aria invece di accondiscendere per cortesia, come certi celebri artisti ritiratisi dalle scene da un pezzo, si piegano qualche volta al desiderio dei loro ammiratori. Ricusare sarebbe stata una vera follia; un volerla danneggiare a qualunque costo, per puro capriccio! Che fare?... Egli si sentiva stanco di lottare, incapace di resistere alla corrente che lo travolgeva: cedette. Almeno, pensava — chi sa? — che sarebbe riuscito a togliersi bene o male d’addosso la camicia di forza della sua desolata apatia, che avrebbe ritrovato la malsana febbre di desiderio d’una volta, davanti all’entusiasmo rumoroso della folla per lei!...

Le indicibili amarezze alle quali aveva preveduto di andare incontro lasciandosi trascinare da sua moglie, non si fecero attendere per Torreforte. Sin dal primo giorno che ella aveva rimesso piede in teatro per le prove dell’opera, tutti i suoi antichi corteggiatori, i vecchi topi di palcoscenico, con Valdora e l’onorevole Ascani alla testa, erano ritornati al loro posto di combattimento, aveano ripreso l’assedio di un tempo, nè più nè meno come se nulla fosse mutato d’allora, come se l’uomo che le aveva dato il suo nome e consacrato l’esistenza fosse ancora il timido aspirante di prima, inscritto insieme a loro in quello steeple-chase galante, e di cui non s’erano mai dati troppo pensiero. Ed ella pure ritornava tal quale la consumata civetta che sapevasi armeggiare fra cento adoratori senza alienarsene alcuno, alimentando sapientemente le speranze e la vanità di tutti e prendendo da ognuno quello che le tornava utile! Ma Torreforte non aveva perduto ancora del tutto il sentimento della sua dignità; se non era più geloso di lei, lo era sempre del proprio onore, del rispetto di sè stesso, ed intendeva mostrare con i fatti che non avrebbe mai permesso ad alcuno di attentarvi, in nessun modo.... Allora, sua moglie gli si rivoltò come una furia. Al vedergli prendere un tale energico e fiero atteggiamento che le avrebbe inevitabilmente inimicato i suoi influenti amici, gli autorevoli critici che aveva saputo accaparrarsi, ella si sentì minacciata nel suo successo, e questo le dava una violenza estrema di reazione, la rendeva capace di tutto.... Quindi, per paura di qualche scandalo, per evitare guai peggiori, Torreforte dovette sopportare ancora e tacere.

Ma alla prima donna ciò non era giovato a nulla; il lungo travaglio del parto era stato realmente disastroso per lei e le avea addirittura devastato la voce. Talchè la sera che ella riapparve sul palcoscenico del Massimo, dopo tanta attesa, fu una enorme delusione pel pubblico e quasi un fiasco per lei, tanto più umiliante, quanto meglio gli spettatori aveano mostrato di esser disposti in suo favore, applaudendola interminabilmente al primo vederla in iscena. Ella pareva quasi sul punto d’impazzirne! Però, non pensava neppure lontanamente ad arrendersi; credeva in buona fede d’essere stata vittima di un improvviso abbassamento di voce, fors’anche delle solite cabale di palcoscenico, e non anelava che ad una rivincita solenne, strepitosa. Un agente teatrale che formava una grande compagnia lirica per l’estero, le offerse di scritturarla: ella accettò con gioia. A Torreforte, che rimaneva a fare?... Lasciarla andar via sola, abbandonando il suo nome in balìa di lei, perchè ella ne facesse qualunque scempio?... Si decise dunque a seguirla!

D’allora, la sua esistenza, non era stata che una corsa ininterrotta, vertiginosa verso la rovina finale. Era come se un vortice lo trascinasse, senza resistenza possibile, nella caduta; egli aveva talmente questa sensazione spaventevole, che se avesse dovuto ritessere per raccontarla ad altri tutta la triste trama del suo povero dramma, mentre si sarebbe a lungo indugiato per illustrarne il corso dal principio sin’allora, da quel punto in poi non avrebbe saputo trovare che poche, sintetiche frasi per dire il resto. S’era messo a seguire la moglie rassegnatamente, di teatro in teatro. Il termometro del successo calava ogni giorno dippiù, e quindi era incominciata per loro la parabola umiliante attraverso i piccoli teatri di provincia, la vergognosa caccia all’applauso, la corte ai giornalisti, le lunghe ed inutili attese nelle anticamere delle agenzie — un supplizio senza nome per Torreforte, tutto il rosario di miserie della sua degradante parte di marito della prima donna!... Quand’anche avesse trovato in sè la forza d’energia necessaria per arrestarsi su quella china, egli non si sarebbe sentito il coraggio di usarla contro di lei, tanto ella gli faceva pietà in fondo, trascinata com’era da un vero soffio di follìa, invasa ad ogni nuovo insuccesso da un delirio di disperazione e di furore. Per tal modo, si abbandonava passivamente alla sua sorte, lasciando ad ogni stazione del crudele calvario gli ultimi resti di forza volitiva e di fierezza....

Finalmente, quel martirio aveva dovuto trovar termine, perch’ella era stata costretta a riconoscere, malgrado ogni disperata illusione in contrario, che bisognava abbandonare il teatro. Però, non voleva e non poteva rinunziare del tutto all’arte sua: forzata ad uscirne dalla porta, aveva imaginato di rientrarci per la finestra adoperando i propri talenti musicali nell’aprire una scuola di canto. Un nuovo avvilimento, anche peggiore, era incominciato per Torreforte. Degli estranei aveano invaso la sua casa, vi portavano in giro a tutti i momenti le loro faccie sconosciute ed insolenti per lui; qualche giovanotto elegante s’era sentito nascere, per via delle forme giunoniche dell’ex-prima donna, delle improvvise disposizioni pel canto, e s’era inscritto alla nuova scuola. Tra gli altri, Santo Stefano, ricomparso ad un tratto sull’orizzonte, figurava in prima linea. Egli s’era fatto cordialmente perdonare i propri torti con un apologetico medaglione della diva in ritiro, pubblicato su di un giornale a proposito della sua scuola, solleticando la vanità di lei in tutti i modi, ed era divenuto uno degli allievi più assidui....

E Torreforte aveva accettato anche questo, non sapendo opporsi più a nulla, adagiandosi supinamente nell’abisso scavatosi.... Tutto, tutto egli avea subìto, impotente a ribellarsi, come un ebete; aveva vuotato l’orribile calice della sua miseria sino alla feccia, sino a quel giorno in cui aveva sentito di toccarne l’ultimo fondo!... Egli era rientrato a casa sua improvvisamente. Attraversando l’anticamera, avea riconosciuto il cappello e la mazza di Santo Stefano, ma dalla stanza del pianoforte nessuna voce, nessun suono veniva: la porta n’era chiusa di dentro, e ai suoi picchi nessuno rispondeva.... Allora, una collera cieca, spaventevole, l’avea invaso, un bisogno imperioso, delirante, di travolgere anche loro nella catastrofe che lo atterrava, ed era corso di là, ad armarsi di una rivoltella!... Ma non era stata che una vampata; un immenso abbandono, una disperata calma, lo aveano vinto a poco, a poco, gli aveano mostrato l’inutilità di un delitto che solo sarebbe servito a renderlo più miserabile di prima, aumentando l’orrore ch’egli ispirava a sè stesso. Perchè poi — egli pensava — l’avrebbe uccisa?... Era assurdo pretendere ch’ella fosse diversa di così, più stimabile oggi di ieri, del giorno in cui, non riuscendogli per la calcolata resistenza di lei di farsene un’amante, l’avea innalzata al grado di moglie!... No, meglio valeva finirla altrimenti, sotto le ruote del primo treno incontrato lungo un binario di ferrovia!... E se n’era andato chetamente, lentamente, con le spalle curve, senza badare ad asciugarsi le lacrime che gli inondavano il viso....

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