CAPITOLO XVII. (continued 2)
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«Proposi vivamente di non tener conto nessuno della promessa data a Gian-Luigi; ed egli me ne ripigliò con severe parole. Avrei fatto maggiore ancora il mio fallo; creder egli di certo che la condizione da lui procacciatami sarebbe stata migliore sotto ogni riguardo, ma ora mio obbligo esser quello di mantenere la data parola; imparassi da ciò ad andar cauto a prendere impegni, ma allorquando ne avessi assunti, mi facessi una legge ad adempirli.
«Mi lasciò con queste parole non offeso, chè troppo buono è il suo cuore per offendersi mai, ma disgustato; ed io da mia parte, nell'animo sentii una malavoglia, una scontentezza che era come il presentimento delle poco liete cose che mi aspettavano.
«Ciò però non tolse che una settimana dopo, guarito, ma debolissimo ancora, io non fossi insediato nel mio ufficio in casa di messer Nariccia.
«Messer Nariccia aveva allora intorno a cinquant'anni. Un ometto piccolo e grassotto a collo torto, a mani rozze e grossolane, a piedi enormi, con ventre proeminente e voce fessa che mi ricordava quella del ladro Graffigna. La faccia piena, la carnagione di color terreo, un'aria sommessa e da buonuomo, un sorriso improntato sulle labbra, troppo costante per essere sincero; i capelli grigi gli venivano giù bassi sulla fronte piccola; gli occhi piccini e birci guizzavano via, per dir così, innanzi allo sguardo degli altri, come timidi vergognosi. Portava un po' di barba d'un biondiccio slavato alle gote, la quale sembrava ancora lanugine; la cravatta bianca, pantaloni, panciotto e soprabito scuri di panno sempre logoro; orologio d'argento con grossa catena d'acciaio, scarponi da montagna, cappello a larga tesa da quacchero, e, suo fido compagno, un grosso bastone.
«Mi accolse con quel suo sorriso che mi parve ghiacciato; mi fece un discorso impacciato in cui le parole si affoltavano senza troppo senso e senza nessun ordine, mentre uno dei suoi occhi guardava la punta delle sue scarpe e l'altro il luciore degli stivalini di vernicato di Gian-Luigi. Trovò la maniera di ficcare in tutti i periodi la Madonna, i Santi, le piaghe di Gesù, il timor di Dio e il gesuita padre Bonaventura del Carmine, suo confessore.
— Buono! Interruppe Giovanni Selva. Gli è anche il confessore di mia madre; e conosco che pollo è.
«— Mi disse in sostanza, continuò Maurilio, che, giovane com'ero, col lavoro e coll'ingegno, avrei potuto arrivare ai favori della fortuna se avessi saputo guadagnarmi colla religione gli aiuti del Cielo. Prendessi ad esempio lui; venticinque anni prima egli era venuto a Torino dalle sue montagne di V... più povero e più solo di quello che fossi in allora, sapendo appena appena leggere e scrivere e già presso ai 25 anni. Ma egli aveva coraggio, buona voglia di lavorare e il santo timor di Dio. Egli entrò come servitore — vero servitore, a spazzar camere e lavar anche i piatti di cucina, e non se ne vergognava, perchè Iddio gli aveva fatta la grazia di non lasciargli perdere mai la umiltà, — entrò dunque come servitore nel collegio-convitto tenuto dai PP. Gesuiti al Carmine, dove tutte le principali famiglie torinesi della nobiltà e della borghesia facevano educare i loro figliuoli. Era appunto allora il 1815, quando colla ristaurazione in Piemonte dell'antico Principato Sabaudo, tornavano a regnare, secondo ch'egli diceva, i buoni principii e la vera religione; ed egli diede prove serie, costanti e solenni ai suoi superiori di essere il meglio pensante e il più zeloso e fedel servo della buona causa, onde si cominciò a distinguerlo e ben volergli, e poichè la Madonna dei sette dolori e quella della Consolata e S. Luigi Gonzaga di cui era specialmente devoto, lo aiutavano per loro bontà celeste, più che non fossero i poveri meriti suoi, ebbe campo di avere al suo zelo sì buona riuscita che quei santi uomini dei PP. Gesuiti lo elevarono a poco a poco di grado e di uffici, e giunse ad essere il dispensiere del collegio.
«Sempre aiutandolo Iddio, secondo la sua espressione, e la più severa economia, era già riuscito a mettersi in disparte un piccolo nucleo di capitale cui si guardava bene dal lasciare inoperoso, ma faceva senza riposo lavorare come lavorava instancabilmente egli stesso. I superiori del collegio, incantati delle sue virtù e della sua abilità, ne parlavano tanto bene che il marchese di Baldissero, avendo avuto bisogno d'un intendente, non volle saperne d'altri che di lui, e benchè assai gli rincrescesse abbandonare i buoni Padri del Carmine, tuttavia dietro le istanti sollecitazioni del marchese, animato a cedere anche dai Reverendi i quali contavano fra i primi loro protettori e amici il marchese medesimo, egli finì per acconsentire.
«Questo marchese di Baldissero non era mica l'attuale padre del marchesino, ma quello che Nariccia chiamava il vecchio marchese, padre al capo presente della famiglia ed avolo di quel tracotante insultatore di Benda. Ah quello era un uomo! esclamava pieno di compunzione e di ammirazione il sig. Nariccia. Il marchese attuale, soggiungeva egli, è certo un degno signore pieno di mille meriti; oh non era egli che ne volesse dire il menomo male; era ben pensante ancor egli, certo, ma il padre suo!... Che fermezza! che rigore! che testa e che mano d'acciaio contro i liberali! Che zelo per la buona causa, la religione, la monarchia legittima, i privilegi della nobiltà! Era un piacerone, per uomini della stampa di cui Nariccia si vantava di essere, lo aver da fare con lui.
«Egli era entrato al servizio del marchese nel 1821, quando, dopo il ridicolo tentativo dei Costituzionali, diceva il buon messer Nariccia, quel capo duro di Carlo Felice era venuto a metterli alla ragione. Il figliuolo — l'attuale marchese — aveva in quell'occasione dato qualche dispiacere al vecchio gentiluomo. Trentenne allora, il padre del marchesino erasi intromesso in quella schiera che si radunava intorno al principe di Carignano, nobili con velleità liberali, e benchè non fosse stato veramente compromesso nella rivoluzione, il partito dei puri lo guardava con occhio sospettoso. Il padre lo aveva fatto partire per un viaggio, e quindi lo aveva fatto nominare addetto all'ambasciata in Ispagna, così che durante quasi tutto il tempo in cui Nariccia fu al servizio della famiglia, egli era stato assente dal paese.
«Quando poi il vecchio marchese, nel 1825, morì e fu capo della famiglia l'attuale, Nariccia già da un anno era uscito di quella casa. Iddio aveva continuato, diceva egli, a favorirlo, e con quel poco di ben di Dio che aveva potuto raggranellare coi suoi risparmi, s'era posto più definitivamente in certi traffichi che già aveva intrapresi, e colla benedizione del Cielo, colla protezione della Beata Vergine e dei Santi a cui lo legava una particolare divozione, i suoi affari avevano prosperato. Dunque accogliessi buona speranza anche pel mio avvenire, se avevo la ferma intenzione di seguitare il suo esempio e di adottare le sue umili virtù da buon cristiano. Egli, da canto suo, avrebbe fatto di tutto per tenermi nella buona via del Signore e rendermi degno dei favori del Cielo.
«— Amen! Disse a questo punto Gian-Luigi, il quale aveva già sbadigliato più volte durante quel lungo ed indigesto e scomposto discorso.
«Io mi sentiva invadere l'anima da un freddo morale, che era uguale e fors'anche conseguenza a quello fisico onde avevo tutte oramai ingranchite le membra, per lo star fermo in piedi in quel freddo salotto dove il sig. Nariccia ne aveva accolti. La casa in cui egli abitava ed abita tuttavia, di sua proprietà, è posta in via **, una delle più anguste di Torino. Tutto era grigio colà dentro; il color delle pareti, la vernice delle intelaiature delle porte, il pavimento, il soffitto, il colore del legno e della stoffa dei mobili, le cortine delle finestre sopraccariche di polvere, la poca luce che si stacciava traverso ai vetri sporchi in quella nuvolosa giornata d'inverno. Non c'era pure una favilla di fuoco, e il camino ornato d'un marmo grigio, con un po' di cenere rammucchiata nel focolare pareva, invece di calore, com'è suo ufficio, mandare anzi nella camera un freddo maggiore. Con quella freddolosità che ci entrava nel corpo per tutti i pori veniva compagna una mestizia, quasi un abbattimento che ti ammortava ogni vigore dell'anima. Ascoltai tutta la lunga diceria del mio nuovo padrone a capo basso; e sentivo una stanchezza, una malavoglia, quasi un'antipatia per quest'uomo, una impressione sgradevole insomma, che era forse accresciuta in me dalla debolezza in cui mi trovavo ancora per la recente malattia.
«Gian-Luigi, che era impaziente di finirla, fece osservare a Nariccia che io aveva bisogno di due cose: di riposarmi, perchè ero ancora in convalescenza, di venir vestito un po' convenientemente, perchè portavo tuttavia gli abiti rozzi e laceri che avevo nel villaggio.
«Nariccia mi guardò alla sfuggita con un occhio, mentre coll'altro pareva sbirciare Gian-Luigi, e poi mi disse:
«— Vi condurrò nella vostra camera. Vi permetto anche di andare a letto, se ne avete bisogno... D'ordinario io mi alzo alla mattina alle cinque — anche d'inverno — e occorrerà che siate in piedi a quell'ora anche voi, ma pei primi giorni potrete stare in letto a crogiolarvi anche sino alle sei... Quanto agli abiti, cercherò fra i miei vecchi panni se qualche cosa potrà adattarvisi, e ve lo manderò dalla Dorotea. Venite.
«Gian-Luigi si partì, ed io seguii messer Nariccia nella camera che mi aveva assegnata.
«Era un camerino stretto ed alto, posto verso il cortile, non illuminato che da un finestruolo così elevato da non poterci arrivare senza una scala, più nudo, più grigio, più uggioso del salotto che avevamo lasciato. In un angolo stavano per terra due grandi casse di quelle che si usano pel trasporto delle mercatanzie e sopravi gettato un pagliericcio che mi aveva da servire per letto; al disopra di esso tendeva le braccia, appesa al muro, una gran croce di legno nero; li presso, da una parte, un vecchio baule di cui la pelle, liberatasi dalle bullette, si rivolgeva contorta allo insù con volute che avresti detto rabbiose, dall'altra parte un tavolino che aveva perduto la vernice ed aveva acquistato una ricca crosta di polvere accumulata, zoppo e reggentesi a stento contro la parete; compieva il novero di quelle masserizie una seggiola che perdeva l'impagliatura del suo piano ed aveva perduto affatto la traversa della sua spalliera.
«Non era a me, avvezzo al fenile di Menico ed uscito allor allora di prigione e dell'ospedale, che la povertà di quella stanza e di quelle robe potesse parer soverchia o produrre soltanto alcun effetto; ma pure, entrando colà dentro, io sentii rinnovarsi e più forte quella specie di freddo onde avevo provato l'impressione sensibilissima al primo porre il piede in quella casa. Parvemi che una voce interna mi dicesse che la vita che avrei dovuto passare colà dentro sarebbe stata la più ingrata del mondo; feci girare intorno l'occhio quasi atterrito, come per cercare un mezzo di fuggire, e poichè l'uscio spesso e grossolano di abete si serrò con fracasso dietro di noi, e il mio sguardo non corse più che sulle pareti nude e scuramente grigiastre, mi sembrò d'essere entrato in una nuova carcere.
«— Suvvia, mettetevi a letto, mi disse il mio nuovo padrone, riposatevi, dormite, e domani stesso comincierete le vostre funzioni.
«Si avviò per uscire, ma quando fu alla porta si fermò per soggiungere:
«— Forse avete bisogno di qualche cosa; or ora che venga Dorotea da voi, le direte ciò che v'occorre. Qui già non si mangia mai fuori pasto, ma per voi che siete ancora convalescente, credo bene che vi sarà un po' di brodo. Intanto dite le vostre orazioni e se aggiungerete un pater e una ave alla mia intenzione, mi farete piacere. Io da mia parte non vi dimenticherò nelle mie.
«Strinse le mani come uomo che prega, storse il collo e borbottò fra le labbra con aria compunta come chi dice una giaculatoria, quindi uscì. Io stetti un poco li piantato al luogo in cui mi trovavo, senza quasi sapermi render conto esattamente delle mie condizioni, di quello che succedeva e di me stesso. Una nuova vita incominciava per me, ciò era certo. Il passato cadeva irrevocabilmente nel baratro delle cose distrutte per sempre e che non tornano più. Questo passato ben era stato abbastanza infelice perchè io non avessi a rimpiangerlo: eppure sentivo un'esitazione, quasi una paura nell'affacciarmi all'oscurità di quel futuro che stava per incominciare.
«Mi riscossi sentendo invadermi sempre più le membra da quel freddo fisico a cui andava compagno un freddo morale che mi veniva avvolgendo l'anima. Tutto intirizzito mi affrettai a pormi a letto, il quale trovai ben diverso, quanto a comodità ed agiatezza, da quello che avevo all'ospedale. Ero inoltre non coperto abbastanza e per quanto rammontassi addosso a me quei pochi panni mezzo laceri che avevo allor allora svestito, sentivo tuttavia crescermi lo intirizzimento che mi faceva battere i denti come a chi è assalito dalla terzana.
«Poco stante entrò una vecchia trascinando le pianelle entro cui teneva i piedi, burbera d'aspetto, grossa e robusta della persona, con qualche cosa di virile nelle sembianze, che mi fece il più scontroso effetto del mondo. Come certe volte si è mai ingiusti nell'apprezzamento fatto dietro la prima impressione! Per quella creatura brutta e grossolana, io provai di botto una viva ripugnanza che mi fece sembrare di vedermi davanti risuscitata la Giovanna, più niquitosa che mai. Ella portava sopra il suo braccio in un fascio alcune vestimenta, destinatemi da messer Nariccia.
«— Ebbene, giovinotto, mi diss'ella coll'accento con cui si parla colle persone che si vogliono strapazzare, di che cosa avete bisogno? Orsù parlate.
«Io levai timidamente lo sguardo verso quella megera e il suo viso scuro colle sopracciglia aggrottate mi fece una vera paura. Mi parve che se domandassi alcuna cosa a quella donna, avrei incorso chi sa qual pericolo: risposi tremando e di freddo e di suggezione:
«— Non ho bisogno di nulla, non voglio nulla.
«La vecchia Dorotea mi guardò con aria più feroce di prima.
«— Che storie sono queste? Come, non avete bisogno di nulla? Avete mangiato? Non vedete che avete l'aria d'un pulcino colla pipita? E se monsù mi ha detto di venirvi a domandare se volete qualche cosa, bisogna prendere qualche cosa. È già un fatto straordinario che monsù offra una goccia d'acqua; andate là, che se fate delle cerimonie siete uno stolido.
«La verità era che io mi sentiva proprio un gran bisogno di ristoro; ma pure non osavo muovere la menoma domanda. Tacqui non osando pur levare più lo sguardo sulla faccia per me terribile di quella vecchia colossale.
«Dorotea stette un poco, gettò sopra il baule le vesti che aveva recate, poi crollò le spalle con impazienza soggiungendo colla sua voce più aspra ed ingrata:
«— E tal sia di voi! E così non avrò da pigliarmi altri incomodi, che se credete ch'io vi avessi da servire anche voi, la sbagliereste di grosso. Ne ho già di soverchio a servire monsù, che non c'era nessun bisogno che venisse a ficcarsi in casa un terzo che sarà buon da niente e che mi accrescerà lavoro, alla mia età!..... Eccovi intanto i panni che monsù vi manda. Li vestirete domani. Oh ci starete proprio bene dentro, come un bastone in un sacco.
«Mi pareva sempre più di riaver dinanzi viva e tal quale la moglie di Menico; onde la mia ripugnanza e il mio disagio crescevano sempre più.
«Ad un punto Dorotea s'accorse che battevo i denti.
«— Avete freddo? Mi domandò.
«— Sì, un poco: risposi con voce mozzicata, appena da potersi udire.
«Mi cacciò bruscamente le mani sotto le coltri a soppesarle.
«— Parevami pure che queste coperte dovessero bastare.
«Toccò le mie guancie e le braccia e le mani.
«— Questo babbuino è freddo come una manciata di neve. E' non ha niente affatto sangue nelle vene. Bel coso che monsù s'è andato a caricare! Egli ci basirà qui come un pippione da imbeccare tolto troppo presto dal nido.
«Stette un momentino in silenzio, poi mi disse ruvidamente, colla guisa che altri avrebbe fatta una minaccia o scaraventata in faccia un'ingiuria:
«— E vostra madre? Dove l'avete vostra madre?
«Queste parole mi scesero profondo nell'anima come una punta di lama che mi ferisse. A quell'essere sconosciuto che era stato mia madre pensavo cotanto e sentivo verso di essa tante e sì forti aspirazioni! Il rammentarmi ad un tratto in quelle condizioni che non avevo, nè mai avevo avuto intorno a me una madre, mi fece sentire più doloroso, più disperante il mio isolamento, così che, senza potermi in nessun modo frenare, ruppi in un subito pianto.
«Dorotea stette un poco a guardarmi come stupita, poi mi disse collo stesso accento, senza che la sua voce avesse pure il menomo cenno di pietà:
«— Che? vostra madre è morta?
«Mi rasciugai le lagrime, soffocai a forza i singhiozzi, e risposi con più ferma voce che potei:
«— Non la ho mai conosciuta.
«E poi, come sentivo l'emozione vincermi nuovamente, nascosi la faccia sotto le coltri e mi premetti coi pugni chiusi gli occhi che a forza volevano piangere. Dopo un poco, non avendo udito più alcun rumore, alzai la testa, e non vidi più nessuno. Dorotea, forse infastidita di quelle mie lagrime, avevami lasciato lì, senza tentar pure una parola di consolazione. Provai quasi un sentimento di sollievo a trovarmi solo; ma il bisogno di ristoro si faceva sempre più forte, aumentava quel freddo che m'intirizziva e cominciava a darmi un vero tormento. Eppure domandare non osavo; avevo rifiutato un minuto prima ciò che mi si era offerto; ed ancora, se avessi pur domandato, non ero sicuro che alcuno sarebbe venuto al mio appello.
«Il bisogno divenuto incomportabile era lì lì per farmi superare la mia timidità e spingermi ad un tentativo di chiamar per aiuto, quando udii nello andito che conduceva al mio stambugio lo strascico delle pianelle di Dorotea, e tosto dopo vidi l'uscio aprirsi e quella vecchia con faccia da megera comparirmi dinanzi più burbera e stizzosa che mai, tenendo sopra un braccio una coperta e in una mano una scodella fumante.
«Non disse una parola ned io parlai. Io guardava quella benedetta scodella coll'occhio intentamente desioso d'un affamato. Dorotea s'avanzò, pose la scodella sul tavolino, e poi di mala grazia mi gettò addosso la coperta, cui non si diede punto cura di aggiustarmi intorno, ma lasciò spiegazzata come volle stare; poi ripigliata in mano la scodella me la pose innanzi a farmi venire alle nari l'odore riconfortante di un sugoso brodo di carne.
«Presi avidamente la ciotola con ambe le mani che mi tremavano.
«— Grazie! Mormorai osando levare lo sguardo su quella terribile faccia di donna.
«Ella nè rispose, nè parve tocca in alcun modo dal sentimento di riconoscenza che pur c'era nell'accento della mia voce. Mi volse le spalle ed uscì col suo passo lento e pesante, trascinando quelle sue ciabatte come aveva fatto venendo.
«Quella scodella di buon brodo mi riconfortò tutto; mi ravviluppai poscia per bene colla coperta stata aggiunta alle mie coltri e tornando nelle mie membra per ciò un benefico calore, io sentii un certo benessere invadermi il quale mi condusse senza ritardo un tranquillissimo sonno.
«E in quello stato incerto di dormiveglia che precede l'addormentarsi mi apparve annebbiato, ma non più spaventoso il sembiante di Dorotea che ora mi pareva confondersi con quello della Giovanna, ed ora mi pareva pigliare una tinta di benignità, facendomi oscillare fra la prima, istintiva ripugnanza che quella donna mi aveva ispirata, e quel certo sentimento di gratitudine che quel suo ultimo tratto mi aveva lasciato nell'animo.
«Il domattina dormivo ancora della grossa, quando una mano venne a scuotermi per una spalla ed una voce sottile e strillante mi gridò:
«— Ehi là giovinetto! Svegliatevi su! Altro che le sei, sono le sette.
«Mi destai in sussulto. A tutta prima non ebbi coscienza di dove mi trovassi. La mia stanza era tuttavia oscura ed appena se dall'alto finestrino discendeva un incerto albore in essa. Mi fregai gli occhi, guardai intorno, pensai in un attimo al fenile di Menico, alla prigione, all'ospedale, vidi che non ero in nessuno di questi luoghi, mi ricordai ad un tratto di ciò che era avvenuto il giorno prima, sorsi a sedere sul letto e riconobbi nell'uomo che mi aveva svegliato il signor Nariccia.
«— Orsù è più che il tempo di levarsi, soggiunse messer Nariccia. Avete dormito oltre il bisogno, Tognino.
— Tognino! Esclamò a questo punto Selva, stupito d'udir così chiamato Maurilio. Avevi tu cambiato di nome?
«— Era stato Nariccia medesimo, rispose Maurilio, a volere che così mi chiamassi. Appunto, mi sono dimenticato di narrartelo. Gian-Luigi aveva inventata una storiella sui fatti miei che si prese incarico egli stesso di narrare a Nariccia per farmene accettare. Io era figliuolo di certi negozianti che, avendo visto andare a male i loro affari, n'eran morti di crepacuore, lasciandomi orfano in tenerissima età alle cure d'uno zio prete, il quale mi aveva preso con sè, allevato ed istrutto in quel modo di cui non avrei tardato a dargli prova. Che adesso, morto essendo, e poverissimo ancor egli, lo zio, m'ero trovato affatto solo al mondo e nella massima miseria, ch'egli, Gian-Luigi, statomi compagno di scuola, s'interessava vivamente a me e perciò gli premeva vedermi allogato così bene ecc. ecc.
«Nariccia aveva egli creduto a codesto? Io non so; il fatto è ch'egli non se ne diede altra briga e forse, perchè io gli servissi all'uopo, niente gli importava donde venissi e che cosa fossi: soltanto, al dire di Gian-Luigi, poichè io a quel colloquio tra di loro non fui presente, soltanto gli dispiacque assai il mio nome di battesimo, e qualunque ne fosse la ragione, che io mal saprei indovinare, Gian-Luigi mi disse come all'udire ch'io mi chiamava Maurilio, Nariccia avesse dato in un trasalto, avesse corrugato la fronte e sclamato con una emozione che invano avea cercato dissimulare:
«— Si chiama Maurilio?... Che razza di nome!... Ma ci sono dei Maurilii qui in Piemonte? Non ho mai sentito nessuno del nostro paese che fosse battezzato così.... Di che paese è egli mai?
«— Di Pinerolo, rispose francamente Gian-Luigi che non si lasciava punto imbarazzare da nulla al mondo.
«Questa risposta parve acquetarlo.
«— È un nome che non mi piace: riprese egli poi. Un nome che appena è se ha l'apparenza di esser cristiano. Non è un santo che abbiamo scritto nel calendario della nostra diocesi. Ditegli che si chiamerà Antonio. È il mio santo protettore; e sarà bene anche per lui l'essere sotto la sua protezione.
«Io dunque doveva rassegnarmi a diventar Tognino per quanto tempo sarei rimasto in casa di messer Nariccia, e benchè mi rincrescesse non poco abbandonare il mio nome cui posso credere postomi da mia madre medesima, Gian-Luigi facilmente mi persuase che sarei stato pazzo a rinunciare a quel posto per sì futile ragione, protestando ch'egli in caso simile si sarebbe acconciato a lasciarsi chiamare anche Bernardone.
«Per continuare adunque, Nariccia, quella prima mattina mi svegliò come io ti ho detto, e fattomi levare e vestire in fretta di que' suoi panni, che secondo l'espressione di Dorotea mi stavano proprio come un sacco ad un bastone, mi condusse poscia in un suo studiòlo che era mille volte ancora più triste del melanconico salotto in cui mi aveva accolto il giorno prima, e del tetro stambugio che mi era dato per istanza da dormire.
«Figurati una camera più lunga che larga, illuminata da una sola finestra, la quale, munita d'una grossa inferriata, poi d'una fitta graticola di ferro lasciava passare a stento la luce traverso i vetri sporchi tanto da esser ridotti poco meno che opachi. Pareva che quella benedetta luce si avesse in odio nella casa di messer Nariccia e le si misurasse a stento il passaggio e si premunisse contro di lei l'accesso come contro un nemico. Verso la finestra in questo freddo studiòlo senza camino, nè stufa, eravi una scrivania con sopravi una piccola scancia divisa in caselle da riporvi delle carte. La scrivania era del tutto adattata al resto della casa; vecchia, sverniciata, polverosa, il panno verde tirato sul piano dove scrivere frusto con larghe macchie d'olio e d'inchiostro, scollato da una parte, ed a chiamarlo verde ancora era un adularlo, tanto n'era misto di mille tinte sporche il colore. In faccia, presso l'altra parete, un semplice tavolino. Verso la parte più scura un cancello di sbarre di ferro con una fitta grata separava dal resto un angolo della stanza: in questo cancello s'aprivano un usciòlo per entrarvi ed uno sportello come quello che si trova presso i cambiamonete, per cui dare e ricevere il denaro, sportello che si chiudeva con una specie di cateratta che scorreva fra due scanalature da sottinsù e viceversa. Perchè non si vedesse entro questo cancello per i fori della grata, dietro di questa era tirata tutt'intorno una cortina di tela verde. Nessuno penetrava mai in quel sacrario, ma quando lo sportello ora aperto, chi vi gettasse dentro un'occhiata poteva sorgere nell'angolo una voluminosa e pesante cassa-forte di ferro, irta di grosse capocchie di chiodi piantati nelle lastre.
«Dietro la scrivania era un seggiolone frusto, di cuoio spellato, a spalliera altissima; sopra questa spalliera pendeva appeso al muro un almanacco, e lì vicino appiccata alla parete per quattro bullette una tavola di riduzione delle antiche misure, pesi e monete del Piemonte in monete, pesi e misure decimali. In prospetto a quel seggiolone e quindi al disopra del tavolino stava attaccato per un chiodo al muro un'incisione grossolana, grossolanamente colorita della Santa Vergine, inquadrata in una cornice di legno inverniciato a color naturale. Nel mezzo della stanza un braciere di ferro a tre piedi conteneva molta cenere ed un poco di carboncina mezzo spenta.
«Nariccia mi menò innanzi al tavolino sotto il quadro della Vergine e mi disse:
«— Questo è il luogo in cui lavorerete, in cui lavoreremo insieme, poichè io starò là (e mi additava la scrivania); e coll'aiuto del Signore e della Madonna della Consolata, spero che sarà benedetto il nostro lavoro.
«In quella fredda, oscura stanza, seduto a quel tavolino, passai poco meno di un anno, quasi incatenato, scrivendo lettere, facendo conti, compilando discorsi per conto del mio padrone, del quale non tardai molto a conoscere ed a prendere in disprezzo profondo l'industria scellerata. Quell'uomo, sotto la sua volgare ipocrisia religiosa, non ha altro sentimento, altro affetto, altra guida alle sue azioni che l'amor del guadagno, che la smania di far denaro. Colla sua impostura cerca di gettar polvere negli occhi alla gente, colla sua prudenza s'industria di fare il peggio male possibile che gli frutti, senza dar di cozzo nel Codice penale. Nello scrivere molte delle sue lettere, delle sue memorie, di cui egli mi dava una traccia confusa perchè le mettessi in netto, essendo che nè lingua, nè grammatica, nè sintassi egli non sapeva affatto che si fossero; nello scrivere certe di quelle infamie, la mia mano fremeva con ripugnanza e l'onestà che era in me si ribellava con disdegno. Più volte fui lì lì per andar a gettar in volto all'ipocrita quelle carte che conchiudevano la rovina di un onest'uomo, che stavano per recar la disperazione in una povera famiglia; ma me ne trattenevano la soggezione che quell'uomo mi aveva saputo ispirare, il non saper di poi come avrei potuto guadagnarmi un tozzo di pane quando egli mi avesse scacciato, e poi ancora un allettamento potente che avevo trovato in quella dimora.....
— Ah ah! Interruppe Giovanni Selva, sorridendo, una sottana ci scommetto.
Maurilio arrossò sino sulla fronte e rispose vivamente:
«— No. Di donne colà non c'erano altre che la vecchia Dorotea. Io poi non aveva che diciasette anni, e ti assicuro che mai ancora il mio pensiero si era a quest'argomento rivolto. Per una stranezza della mia natura, in me s'era desto prima lo spirito che il cuore, e mentre quello s'affannava precocemente in quelle peste ch'io t'ho detto, questo ancora taceva per l'affatto. Era appunto un vivo allettamento pel mio spirito quello di cui ti voglio parlare, ed era il seguente.
«Ti ho detto che per giaciglio avevo un pagliericcio gettato sopra certe grandi casse in quello scuro stanzino che mi era stato assegnato. Un giorno, rifacendomi il letto, mi venne la curiosità di sapere che cosa fossevi colà dentro. Il coperchio inchiodato tutt'intorno, si sollevava un po' da una parte, dove mancava uno dei chiodi. Tirai con tutte le mie forze insù per allargare quell'apertura, e ci riuscii tanto da poterci ficcare la mano. Rimasi tutto sorpreso di quel che ci rinvenni, ch'io difatti non avrei mai immaginato di trovarci. Erano libri. Il primo volume ch'io ne trassi era un volume dell'Enciclopedia francese del secolo scorso. Figurati il mio disappunto! A sentire sotto la mia mano un libro, io che da tanto tempo non avevo più potuto averne neppur uno, il mio cuore aveva palpitato come all'incontro d'un amico da troppo lungo non più visto; l'avevo preso con una desiosa sollecitudine, quasi tremando, e i miei occhi s'erano spuntati, per così dire, contro pagine scritte in una lingua che ben conoscevo essere la francese, ma non sapevo leggere nè capire.
«Fui preso da una specie di furore che mi diede la forza di strappar via tutto quel coperchio, e mi posi a frugare in quella cassa con una ardenza quasi febbrile. Erano quasi tutti francesi i libri che vi si contenevano. Libri di storia, di economia politica, di filosofia. Una sola opera trovai in italiano e su quella mi gettai sto per dire rabbiosamente. Erano i primi volumi, usciti non era guari, della prima edizione della Storia Universale di Cesare Cantù.
«Questo titolo mi ricordò quel libro che primo aveva dischiuso la mia mente a più vasti e profondi pensieri e fattomi concepire l'idea dell'umanità come un complesso armonico e solidario svolgentesi nella storia traverso i secoli; il discorso del Bossuet, che Don Venanzio m'aveva dato da leggere tradotto, e senz'altro indugio cominciai la lettura del primo volume a quella fioca luce che in quell'ora mattutina pioveva stentatamente dall'alto finestruolo della mia stanza.
«Non potei continuare a lungo questa lettura che messer Nariccia venne a disturbarmene. Ero in ritardo a recarmi allo studiòlo, ed egli se ne veniva a vedere che cosa mi fosse capitato. Per fortuna io ne udii il passo nell'andito che conduceva alla mia stanza, e m'affrettai a gettare il libro e saltar fuori, così ch'egli non potè cogliermi intento alla lettura. Temevo che se ciò fosse avvenuto, Nariccia mi avrebbe proibito di toccare quei libri, e forse toltili dalla mia stanza; ed io pensava e sperava che avrei avuto in quelle casse un bel tesoro di ore di sollievo e di diletto da godere.
«Lasciai tutto in disordine per uscir presto: la cassa scoperchiata, i libri sparsi sul pavimento, pagliericcio, lenzuola e coperte gettate a casaccio; ma ero certo che Dorotea non ficcava mai il piede nella mia camera per ripulire, riordinare od altro, e se non era impossibile che ci andasse Nariccia, il quale soleva spesso visitare ogni parte della casa scrupolosamente, pure speravo di poter tornare a rimettere ogni cosa in sesto prima ch'egli ci venisse.
«— Che cos'è ciò? Mi domandò severamente messer Nariccia guardandomi con l'occhio destro incollerito, mentre il sinistro fulminava l'oscurità del corridoio in cui ci trovavamo. Cominciate già a fare il negligente? Questo non mi piace e non lo tollero. Siete in ritardo stamattina quasi di mezz'ora.
«Non tentai neppure di scusarmi, come non facevo mai, e perchè non è nella mia indole il raumiliarmi ne il difendermi innanzi ai rimbrotti, e perchè Nariccia — come ben presto ebbi scoperto — sotto la sua falsa arrendevolezza, affettatamente dolcereccia, è uomo a volere assoluto e di carattere imperioso che non ammette contrasti ai suoi desiderii, nè osservazioni alle sue parole.
«Lo seguii nello studiòlo, e lavorai tutto il giorno, come se di nulla fosse; ma la mia mente era sempre e tutta là, in mezzo a que' libri. Appena potei, corsi nella mia stanza e riposi i volumi entro la cassa e vi rifeci su il letto, lasciando però fuori, nascosto sotto le lenzuola, quel primo volume del Cantù che avevo già incominciato.
«Ma un gran desìo mi pungeva: quello di poter leggere in que' libri francesi che erano lettera chiusa per me. Mi pareva che avrei dato non so che cosa per poter possedere un libro di grammatica francese da imparar quella lingua.
«Come fare a comprarmela? Nariccia non mi aveva ancora dato neppure un soldo dello stipendio promessomi; inoltre io non usciva quasi mai: prima perchè il mio padrone non me lo consentiva che raramente alla festa soltanto per andare alle funzioni di chiesa, e poi perchè, vestito sempre degli abiti frusti di messer Nariccia, facevo la più ridicola e brutta figura di questo mondo, e tutti i biricchini delle strade, vedendomi, mi correvan dietro facendomi le beffe.
«A levarmi d'impiccio venne giusto in quel torno di tempo il mio buon Don Venanzio. Lui pregai di provvedermi di quel libro onde avevo desiderio, ed a lui dissi averne anche bisogno per ragione del mio impiego, e quell'eccellente sacerdote, senza pure la menoma obbiezione, s'acconciò a fare la mia volontà. Al parroco, la faccia e i modi del mio nuovo padrone, benchè questi torcesse il collo e invocasse Dio e i Santi più che mai, non erano andati molto a sangue, e da parte sua messer Nariccia se aveva in sua presenza fatto mille esagerate dimostrazioni di riverenza a Don Venanzio, costui partito mi aveva detto bruscamente:
«— Chi è quel prete? In che modo vi appartiene? Che cosa è di voi?
«Io fui lì per ismentire tutta la storiella inventata da Gian-Luigi, dicendo la verità; ma me ne trattenni a tempo, e risposi, esser quello un amico di quel mio zio che mi aveva allevato, avermi visto bambino e perciò postomi un certo affetto paterno; però siccome a mentire non avevo l'abitudine e forte mi ripugnava, come anche oggidì mi ripugna, divenni rosso sino alla radice dei capelli e non potei pronunciare quelle parole che balbettando impacciatamente.
«Nariccia mi guardò ben fiso coll'uno e poi coll'altro di que' suoi occhi birci, e poi disse colla sua voce più acuta:
«In somma, non vi è nulla di nulla, e non saprei perchè avesse da venire a ficcare il naso in casa mia.
«Per fortuna Don Venanzio, tra che le sue gite a Torino si facevan sempre più rade per gli anni crescenti, tra perchè l'istintivo suo sentimento di profonda onestà lo respingeva dal cercare la presenza di messer Nariccia, più non venne a vedermi in tutto quel tempo che rimasi ancora nella casa di quest'ultimo.
«Io intanto ero in possesso della mia grammatica francese, e la studiavo con ardore. Il tempo che mi rimaneva per ciò era poco in verità, perchè appena alzato, e m'alzavo sempre prima che fosse giorno, mi toccava andar nello studiolo a lavorar pel padrone, in quella fredda, triste atmosfera, al melanconico chiaror d'una lampada mezzo moribonda; e colà seduto a quel tavolino stavo la giornata intiera con pochissimo riposo per l'ora dei pasti soverchiamente parchi e troppo scarsamente misurati. Ma quel libro portavo meco sempre, e quando Nariccia non era là, affrettatomi più che potevo a finire il lavoro affidatomi, studiavo la mia grammatica con tanta intensità di volere che il tempo pei risultamenti poteva contarci pel doppio. Ma ciò non mi bastava ancora. Volevo leggere eziandio i volumi del Cantù, volevo giungere il più presto possibile a poter divorare quegli altri che tanto mi facevan gola. Non c'era altro mezzo fuor quello di rubar delle ore al mio sonno e trar profitto della notte, in cui almeno ero libero dello sguardo inquisitore di Nariccia e di Dorotea. Ma qui c'era un altro guaio: bisognava procacciarsi del lume, e come giungere a tanto?
«Per andare a coricarmi non mi si dava mai altro che un piccolo moccolino di candela e guai ancora se il mattino seguente Dorotea avesse trovato che il consumo n'era stato soverchio! Pensai di raccomandarmi alla fante e di ottenere da lei un tanto favore; ma sempre quando fui sul punto di aprirmene con esso lei, il coraggio mi venne meno, e poscia la prudenza medesima me ne trattenne. Dorotea avrebbe voluto sapere che cosa ne avrei fatto, non l'avrebbe taciuto al padrone a cui le toccava pure di rendere strettissimo conto di tutto. Che scusa avrei allegato? Il mio segreto sarebbe stato scoperto e toltomi in conseguenza quell'unico sollievo che avessi. Denari da comprarmi ciò che mi occorreva non possedevo a niun modo. Un giorno, entrato per qualche bisogna nella cucina, vidi la serva, che giustamente approntava i lumi per la sera, aprire un certo cassettino riposto in un armadio ordinariamente chiuso a chiave e in tal momento aperto, e da quel cassettino trar fuori una candela. Gettai là dentro uno sguardo, dirò così di ardente cupidigia; quel cassettino era quasi pieno di candele. La vista di tutti i tesori del mondo non avrebbe esercitato una sì irresistibile tentazione sull'animo mio quale mi destò la vista di quei bastoncini di sego. Sentii come una fiamma invadermi tutto; delle stille di sudore mi spuntarono sulla fronte. La sorte voleva proprio farmi sostenere per intiero e in tutta la sua forza la prova tentatrice. La voce di Nariccia chiamò in quel punto Dorotea, e con quella insistenza e con quell'accento che esigevano di prontamente obbedire.
«La serva se ne partì lasciando aperto l'armadio, lasciando aperto il cassetto e me innanzi a quelle candele, per prender le quali non avevo che da allungare la mano. Ciò che provai in un attimo allora, mi occorrerebbe non so quanto tempo a spiegartelo, tanti e sì diversi e sì complessi sentimenti contenne un solo minuto secondo. Per prima cosa mi precipitai sulla cassetta per afferrare una di quelle desiate candele, e tosto poi mi rigettai indietro vivamente, come se respinto con forza da una invisibil mano. Una voce mi aveva gridato nell'anima: «Disgraziato! questo è rubare!» Volli fuggire quel luogo, e non potei. Si fecero riudire le pianelle trascinanti di Dorotea che ritornava; l'occasione — se io tardava ancora un minuto — era persa, e chi sa se sarebbe tornata più! Mi trovai di nuovo presso presso alla cassetta senza pure essermi accorto d'avere fatto il passo, e la mia mano abbrancò una candela. Il passo di Dorotea era lì, proprio sulla soglia dell'uscio. Nascosi la candela sotto a' miei panni e corsi via senza dir parola, senz'alzar lo sguardo; corsi a riparare nella mia stanza, dove nascosi in fretta entro il pagliericcio il conquistato oggetto del mio desiderio.
«Ma appena ebbi ciò fatto, io fui assalito da paura, da rimorso, da vergogna de' fatti miei. Se Dorotea se ne fosse accorta! E come non accorgersene? La mia stessa fuga non mi accusava ella? Cielo! Quello che io aveva commesso era un latrocinio. Ero dunque degno compagno di que' tali con cui avevo divisa la carcere? Le parole di Graffigna mi tornarono alla mente. Egli aveva dunque avuto ragione nell'affermarmi predestinato al delitto, nell'assicurarmi che sarei caduto necessariamente in esso? Mi venne in pensiero di andarmi ad accusar tosto io stesso da Dorotea e restituire senza ritardo il mal tolto oggetto.
«Nariccia mi chiamò in quella per nome, ed io allibii; tremai tutto; prima un brivido mi assalse, poi una vampa di calore; mi credetti scoperto. Ripetendosi la chiamata, andai con passo vacillante dov'era il padrone, certo d'udire la mia condanna. Nulla era scoperto, Nariccia non mi chiamava che per darmi nuovo lavoro.
«La notte seguente, quando tutto fu quieto, saltai giù del mio giaciglio, accesi la candela e quasi tutte quelle silenziose ore impiegai nello studio e nella lettura. Ma la candela non istette gran tempo ad essere consumata, e oramai che il primo passo era fatto, oramai che il bisogno di quelle nottate era divenuto ancora più imperioso in me, gli scrupoli cedevano affatto innanzi al mio desiderio, che come tutte le passioni, ricorreva al sofisma per legittimare il suo soddisfacimento.
«Nariccia, mi dicevo, aveva promesso pagarmi uno stipendio, e di esso in parecchi mesi che già lavoravo da lui non avevo ancora visto neppure un centesimo. Non era che una piccolissima parte di ciò ch'egli mi doveva, ch'io veniva prendendomi sotto forma di candele, e quando il padrone mi avesse totalmente pagato del fatto mio, allora avrei trovato il modo di restituirgli quello che avevo preso per anticipazione. E così con mille industrie ed accortezze, di cui prima mi sarei creduto affatto incapace, io giunsi a provvedermi continuatamente di lume per la notte.
«Ma intanto, lavorando tutto il giorno, vegliando a studio la notte, non uscendo quasi mai, dormendo troppo poco, nutrito troppo male, pensati come se ne dovesse avvantaggiare la mia salute! Io diventava allampanato che era una compassione il vedermi, cotanto che ne fu tocca quella rozza, grossolana e burbera Dorotea.
«Costei aveva una certa influenza su messer Nariccia: era anzi l'unica persona ch'io mi accorgessi mai che avesse alcun potere su quell'uomo che non sentiva nulla, che non si preoccupava di nulla che non fosse l'oro e l'amor del guadagno. La sua ipocrisia medesima, la smania che sembrava avere di conseguire stima ed osservanza presso il pubblico non erano altro per lui che un mezzo maggiore con cui, ingannando la gente, aumentarsi gli spedienti e le probabilità degl'illeciti profitti. Ebbene a quest'uomo, quella vecchia donnaccia, sempre aspra ed incollerita, pareva incutere quasi direi una certa paura, e fosse abitudine presa da lungo tempo (erano di begli anni che que' due stavano insieme), fosse una dipendenza stabilita per qualche segreta ragione, il fatto è che Nariccia, per tutto quello che non toccava i suoi traffichi impuri e scellerati, in certa proporzione sottostava alle volontà della Dorotea.
«Or bene, questa donna che in fatto fin dal primo giorno, come ti ho narrato, non era stata senza pietà a mio riguardo, una bella volta manifestò più spiccatamente la sua compassione per me.
«Messer Nariccia era il più incontentabile uomo del mondo. Per quanto uno si industriasse a far con zelo il dover suo, non solamente egli non trovava mai una parola di lode per esso, ma non desisteva pur mai, ciò nulla meno, dal brontolare e rampognarlo. Con me gli era un rimprovero continuo, e il quale aumentava di intensità in due occasioni: quando veniva alcuno in istudio, e non si trattava d'affari segreti che io non dovessi ascoltare, perchè in tal caso ero sempre mandato in altra stanza, e quando ci sedevamo al desco per mangiare quello scarso cibo che ci era ammanito. Nel primo caso egli pigliava qualunque pretesto per entrare a dire della gran pazienza che io gli faceva esercitare, della croce che per causa mia gli toccava portare, della grandissima carità che egli usava a mio riguardo tenendo seco un buon da nulla ed un ingrato; e torceva il collo più che mai, e giungeva le mani, e diceva le più infervorate giaculatorie del mondo. Nel secondo caso, cioè a tavola, egli mi rivolgeva per punta, come dice Dante, quella lama che già di taglio mi tornava troppo acre, e siccome s'era accorto, io credo, che per la commozione ond'era preso non potevo più mandar giù che pochi bocconi, sono persuaso che lo faceva apposta, avarissimo secondo che egli è, a cominciare quei discorsi appena ci trovavamo seduti a tavola.
«E se avesse almeno prorotto in una sfuriata, e poi smesso, pazienza! Per quanto frequenti fossero quelle sfuriate ci sarebbe sempre stato frammezzo un po' di tempo di riposo; ma no, il suo era un continuo tatamellare colle più untuose sembianze e colle esclamazioni della più afflitta anima del mondo. Non era un temporale che passa e cessa, e lascia venire il sole a rasciugare; era una piova continua che immolla senza riparo e senza interruzione.
«Una volta adunque ch'egli aveva incominciato all'ora del pranzo la sua solita tiritera contro di me, ed io, rimasto lì col groppo nella gola, non potevo più mandar giù il boccone, Dorotea interrompendo colla sua voce grossa quella esile e sottile del padrone, disse in quel tono di collera che le era abituale:
«— Eh! lasci un po' stare tranquillo un momento questo povero scempiatello, che la vede bene non ha più tanto fegato da tirar nemmanco il fiato. Certo che la non lo ingrassa, che lo manda pasciuto di rimbrotti e di trafitture.
«Nariccia alzò verso la serva il suo volto flosciamente paffuto, ed una fiamma di sdegno lampeggiò ne' suoi occhi balusanti.
«— Che temerità è questa vostra, Dorotea? Diss'egli. Voi abusate stranamente, mi pare, della bontà con cui tollero le vostre impertinenze.
«Dorotea mise le mani in sui fianchi nell'attitudine battagliera d'una treccona che si appresta a mandare ed a ricevere una bordata di ingiurie nella lotta con una sua compagna.
«— Abuso? Gridò essa con voce più sonora che mai. Le mie impertinenze? Ella tollera?... Un corno! Oh! non mi guardi pure di cattiv'occhio che a me la sa che non mi fa paura... Nè lei ned altri musi più brutti del suo. E le mie buone verità glie le ho sempre dette e voglio continuare a dirgliele.... Ah! Ed a me di questo cazzatello me ne importa tanto quanto delle prime scarpette che ho frustato, va benissimo; ed ella poteva far benissimo senza d'una nuova bocca da alimentare, e se avesse dato retta a me non si sarebbe caricato d'un impiastrino che non so a qual cosa le possa servire. Ma poichè le è piaciuto far di sua testa e condursi in casa questo tristanzuolo, io le dico che bisogna almanco trattarlo come un cristianello e non farlo morire a pizzichi ed a piccol fuoco.
«La fiamma di sdegno balenò più intensa e più viva negli occhietti di messer Nariccia, ed io credetti vicino il momento in cui fra quei due avvenisse un aspro battibecco; invece di botto quel lampo nel padrone passò, gli occhi suoi ed anche il volto si chinarono verso terra, le mani si congiunsero e le labbra mormorarono col solito tuono di giaculatoria:
«— Sant'Antonio, mio protettore, datemi voi pazienza, e che io possa sopportar tutto di buon animo, in espiazione de' miei peccati.
«— Sì, bravo, continuava più fiera la fante, intanto la espiazione de' suoi peccati la fa sostenere agli altri.
«E rivolgendosi a me, con aspetto ed accento così grazioso come un cane che voglia mordere:
«— E voi, povero martuffino che siete, non lasciate sgomentarvi così e fatevi un po' più di animo. Mangiate, sostentatevi, mettete un po' di carne addosso; non vedete che non avete altro che un po' di pelle tirata su quattro ossa mal giunte insieme?.... To', prendete, nutritevi, e non date retta più alle malignità di questo pilastro d'acquasantino.
«Nel dir così aveva afferrato il piatto di mezzo al desco e mi aveva fatto cadere nel tondo che avevo dinanzi una enorme porzione della pietanza.
«Nariccia si drizzò in piedi, levò gli occhi al soffitto, torse il collo, mandò un sospiro e poi a schiena curva, con quei suoi passi riguardosi che non facevan rumore, uscì dalla stanza senza più aggiunger nemmanco una parola.
«— Oh oh! Sì ch'io so tenergli il bacino alla barba: esclamò con tono di trionfo Dorotea colle mani nuovamente in su' fianchi guardando dietro al padrone che partiva.
«Anch'io mi levai di tavola e mi disposi ad uscire.
«— Ebbene, che cosa fate? Mi disse Dorotea. Suvvia mangiate quella roba.
«Io aveva sempre più stretto il groppo nella gola.
«— Grazie: risposi: non posso, non mi sento.
«La donna mi guardò con espressione tra di collera e di disprezzo.
«— Andate là che siete proprio un povero baggiano voi!
«Questa era la sola persona che mi manifestasse alcun interesse, e questo il modo in cui me lo dimostrava.
«Messer Nariccia aveva sofferto in tal occasione una vera sconfitta, ma i danni di questa toccò sopportarli tutti a me, il quale se prima non poteva vantarmi d'avere l'affetto del padrone, di poi dovetti accorgermi che ero divenuto oggetto speciale della sua antipatia. Nell'ora dei pasti, ei non mi diceva più nulla; ostentava anzi di non badar più menomamente a me e faceva proprio come se io non esistessi, ma come se ne ricattava durante le lunghe ore che mi toccava passare con lui in quel tristissimo studio!
«Per mia fortuna mi rimaneva il compenso dei miei diletti studi, delle mie care letture la notte.
«Ti ho già detto come la grande soggezione che avevo per Nariccia, fosse ancora superata in ampiezza dalla grandissima disistima che avevo dovuto acquistare di lui.
«Diffatti non passò molto tempo che io dai lavori che venivo facendo e dai colloquii che udivo di coloro che venivano nel suo studio, avevo dovuto esser chiaro di tutta la scelleraggine che quell'uomo nascondeva sotto la sua schifosa ipocrisia. Ciò che peggio mi sdegnava era lo spietato rigore ch'egli, padrone di casa, usava verso i poveretti che avevano tolto da lui in affitto e non potevano pagare la pigione. Mentre ostentava di far parte di non so quante congregazioni di carità, egli toglieva a povere famiglie le ultime loro masserizie, mettendole sul lastrico, affine di esser pagato di ogni aver suo; e tutto ciò sempre invocando al suo solito Dio, la Madonna e tutti i Santi del calendario.
«Quelli poi che ricorrevano a lui per imprestito di denaro non potevano trovare altrove un peggiore usuraio. Fra questi vidi anche venire Gian-Luigi, e fu l'unica volta che lo vedessi dappoi che egli mi aveva allogato in quella casa. Nariccia trovavasi assente in quel momento, ma per tornare fra poco, e Gian-Luigi volle aspettarlo, stando meco in istudio a discorrere.
«Mi disse: che la somma avuta come legato del suo protettore era tutta consumata; che, avendo impreso a vivere con una certa eleganza non poteva nè voleva smetter più; che la professione della medicina avrebbe ancora tardato troppo assai a rendergli qualche cosa e i guadagni di essa non sarebbero pure stati mai tali da bastargli all'uopo; ch'egli perciò aveva rinunciato al proposito di farsi medico non sentendosi acconcio per istentar la vita ad arrampicar sulle soffitte a visitare degl'infelici che crepano di miseria, come deve fare ogni medico principiante, oppure per andarsi a seppellire in qualche paesucolo remoto, felice di avere uno scarso tozzo di pane in quello che si suol chiamare una condotta, non potendo aspirare a un po' di agiatezza e un po' di fama, anche avendo e mostrando molto talento, se non quando i capelli fossero brizzolati e la bella età tutta trascorsa. Egli aveva però, soggiunse, trovato il modo di pure strappare a questa nefasta matrigna che è per noi la società, i mezzi onde soddisfare ai suoi desiderii imperiosi. Il mondo era secondo lui un paese nemico da conquistare, e vi occorrevano forza, ingegno e tenacità di propositi. Egli possedeva tutto questo, e avrei dovuto vedere come sarebbe riuscito. Ma frattanto, durante il tempo della lotta, egli veniva a cercare munizioni di guerra anche all'usura di messer Nariccia e di altri suoi pari.
«Poichè il mio padrone tardava, discorremmo a lungo su tali argomenti: Gian-Luigi trascurava un poco le ragioni e le necessità d'ordine morale; nel suo materialismo scettico ed egoistico, egli veniva abituandosi a non discernere altro più che il suo vantaggio, inteso a modo suo. Dimenticava, anzi non curava appositamente, e quasi direi disdegnava tutti gli argomenti d'una filosofia superiore al sensismo epicureo, che in ogni fatta di quistioni pone per base e per norma il solo soddisfacimento dell'individuo. In me i libri avevano istillato qualche insegnamento superiore; gli amorosi ammonimenti della religione di Don Venanzio avevano lasciato tuttavia un tipo più elevato, un ideale più sublime della vita e del compito dell'uomo anche nell'ordine sociale come nel morale e nell'intellettivo. Abbracciavo col pensiero vedute e concetti più generali, e il motto del nostro destino mi pareva più grandioso che non quello cui affermava la smania di godimenti personali onde era travagliato Gian-Luigi.
«Fu quella la prima volta che io, contro il fascino seducente della persona e della parola ornata ed attraente del mio compagno d'infanzia, ebbi la fermezza di proclamare i miei diversi principii. Gian-Luigi se ne stupì. Volle ribattere, e il calore della disputa unita colla convinzione dovette darmi alcuna maggiore efficacia di discorso, di quella ond'egli mi credesse capace, perchè tutto attonito esclamò ad un punto:
«— Dove hai tu appreso cotante cose? Onde il tuo ingegno ha egli attinto tanta forza e tanto sviluppo? Se queste tue qualità tu impiegassi al conseguimento d'uno scopo preciso e definito, alla croce di Dio, che tu riusciresti senza fallo nell'intento.
«Nariccia sopraggiunse, ed entrato con Gian-Luigi dietro il cancello, discorsero abbastanza lungamente a voce bassa, senza ch'io potessi capire pure una parola, ma in tal modo che sembrommi l'usuraio opporre molte difficoltà alle domande del giovane, e finire per arrendersi poi sotto condizioni che udii Gian-Luigi in un momento in cui alzò la voce, chiamare enormi.
«Partendo, il mio compagno d'infanzia mi disse che sarebbe tornato a vedermi e che avremmo ripreso il nostro discorso, ma non lo vidi più in quella casa per quel poco tempo durante cui ancora ci rimasi.
«Chi ci veniva sovente era quel gesuita che Nariccia diceva suo confessore, padre Bonaventura....
— Quello è uno scellerato di frate, interruppe Giovanni Selva. In quante famiglie egli ha cacciato la dissensione e seminato l'odio! La mia è una di quelle. Quante eredità ha captate! Quante intelligenze ha castrate per farne ciechi stromenti alle voglie ed alle ambizioni del suo ordine! Un povero giovane che caschi in quelle mani, ne viene impastato, maneggiato, plasmato al modello di quel menno San Luigi che i gesuiti han creato per ideale della gioventù educata da loro. Ho visto ciò che hanno fatto di mio fratello. Un automa a cui essi tirano i fili. Non ci hanno lasciato nemmanco più il posto per un po' di cuore.
— Quando veniva costui, così riprese la sua narrazione Maurilio, io era inevitabilmente mandato fuor della camera, e lunghe lunghe ore passavano prima che il gesuita partisse, ed io fossi richiamato al mio tavolino. Approfittavo di questo tempo, che avrei voluto si rinnovasse anche più spesso, per correre ai miei libri nella mia stanza.
— Ma come mai messer Nariccia, il quale non mi pare molto amante di libri e d'istruzione, aveva egli in suo potere quelle tali casse?
Così domandò Selva; e Maurilio rispose:
— Avevo pensato ancor io a codesto e mi ero immaginato che ciò fosse in dipendenza di qualcheduno di quei suoi prestiti da usuraio cui lo vedevo fare tutti i giorni agli infelici che gliene capitavano tra mano. E mi ero diffatti bene apposto come un giorno mi venne chiarito.
«Vidi entrare un uomo di età matura, vestito di poveri panni, ma pulitissimo, con aspetto di onestà e di dignità modesta insieme, che lo rendeva affatto rispettabile.
«Dal colloquio che ebbe con Nariccia appresi chi fosse e quali rapporti avesse con codestui.
«Egli era un libraio, il quale, volgendo a male i suoi affari, era stato costretto a ricorrere a quell'arpia affino di averne danari in imprestito. A poco per volta il debito del povero libraio si era cresciuto talmente, che non potendo bastar più a pagare nonchè il capitale, ma gli interessi enormi che erano pattuiti per Nariccia, questi avealo minacciato di fargli vendere ogni cosa sua per giustizia e il povero libraio pregando e strapregando aveva ottenuto un po' di respiro col patto di dare in pegno al creditore tutto quel meglio che aveva della mercanzia del suo fondaco. Si era egli obbligato a pagare in certe rate a dati tempi il suo debito a Nariccia, il quale credendosi che mai più il debitore sarebbe a ciò riuscito aveva già intanto in sua mano il più prezioso di quanto avesse mai potuto prendere al suo debitore, e ne sarebbe stato padrone senza intromissione di tribunali o d'altro e senza ulteriori spese di sorta.
«Il buon libraio aveva ristretto il suo negozio ad un modesto baraccone sotto i portici, e vivendo con ogni fatta di privazioni egli e la sua famiglia, coll'aiuto, com'egli diceva, di qualche caritatevole persona, era giunto a tale da poter mettere insieme i denari occorrenti per la prima rata, e si era affrettato a venirli portare. Pregava intanto Nariccia a volergli restituire se non tutti quei libri che avevagli dato in pegno, almanco una parte; ciò, soggiungeva, sarebbegli stato di gran vantaggio, perchè avrebbe potuto così dare nuovamente maggiore sviluppo al suo commercio che ora pareva volersi ravviare, e così porsi in grado eziandio di più sicuramente adempire a tempo agli obblighi assunti verso il creditore.
«Ma per quanto egli dicesse e pregasse e scongiurasse, Nariccia fu incrollabile. Il pegno doveva stare presso di lui fino a totale estinzione del debito; egli non voleva privarsi dell'unica guarentigia che avesse, e quindi non avrebbe consentito a nulla di codesto, finchè non avesse ricevuto sino all'ultimo centesimo il pagamento dell'aver suo.
«Durante questa discussione il mio animo era combattuto da diversi sentimenti. La pietà mi faceva desiderare che Nariccia cedesse alle domande del libraio; ma l'idea che sarei privato dei miei libri diletti mi era pur dolorosissima. Senza quell'unico conforto qual vita sarebbe stata la mia in quella casa? Mi dicevo fra me che certo, ove ciò avvenisse, non avrei resistito più e sarei partitomi di là. Ma per andar dove? Per far che?
«Frattanto l'idea che il libraio avrebbe potuto pagar quanto prima tutto il suo debito e riavere i suoi libri, mi pungeva continuamente e mi dava nuovo ardore a studiare. Non dormivo più che un'ora appena per notte, la mia salute se ne stremava sempre più, e le candele consumavano in fretta, così che la sottrazione ch'io ne faceva doveva pur finalmente apparire alla Dorotea. Ben lo pensavo alcuna volta, e un gran spavento mi occupava, ma come fare altrimenti?
«In questo frattempo ecco un giorno avvenire tal cosa che tutto mi conturbò più che non ti possa dire.
«Ero, secondo il solito, nello studiolo con Nariccia. Entra un uomo piccolo, mal in arnese, sottile, con faccia di faina, il quale interpella con una strana domestichezza il mio padrone:
«— Eh buon giorno, messer Nariccia. Come va? Mi riconoscete ancora? Gli amici non si debbono dimenticar mai.
«Quella voce non mi era ignota. Alzo gli occhi e figurati come io mi rimanessi nel vedermi innanzi il naso affilato di Graffigna, il mio compagno di carcere!
«La presenza di codestui non parve andar molto a sangue neppure a messer Nariccia. La bassa di lui fronte s'intorbidò, gli occhi rotarono inquieti intorno, come a cercar uno scampo.
«— Chi siete voi? Che volete? Diss'egli, volendo assumere un aspetto imponente ed altezzoso.
«Graffigna s'inchinava umilmente, ma ad un tratto drizzando la persona, mettendo il suo muso volpino sotto il naso di Nariccia e piantandogli in faccia gli occhi, rispose con una certa sicurezza che toccava l'impertinenza:
«— Chi sono? Possibile che abbiate perduto siffattamente la memoria, messer Antonio, o che io mi sia tanto cambiato da non riconoscere più in me un antico amico?
«A questa parola Nariccia diede in un soprassalto, e uno de' suoi occhi fece scivolare uno sguardo verso di me, che tutto stupito di codesto stavo a guardare a bocca larga colla penna in mano.
«— Sono Graffigna, continuava quell'altro con accento e con sorriso ironici, e se volete che aiuti un poco la vostra memoria...
«— No, no: interruppe affrettatamente Nariccia, dando alla sua fisionomia l'ipocrita mansuetudine che soleva portarvi stampata su per maschera. Non vi avevo di subito ravvisato. È tanto tempo che non vi ho visto!...
«— Ma! Esclamò Graffigna con un dolentissimo sospiro. Non è la mia volontà che m'abbia tenuto lontano da voi sì a lungo. Sono le circostanze; è quel maledetto destino che non cessa di perseguitarmi, sapete. La calunnia si accanisce dietro di me e la persecuzione non si stanca mai contro questo povero diavolo. Ultimamente ancora, figuratevi che venni accusato....
«Nariccia lo interruppe di nuovo con sollecita premura:
«— Aspettate, venite qui, sedete, discorreremo più a bell'agio delle cose vostre.
«Poi si rivolse a me e mi disse con insolita dolcezza:
«— Andate da Dorotea, Tognino; può essere ch'ell'abbia bisogno di venire aiutata in qualche cosa. E vi riposerete anche un poco dal lavorare al tavolino.
«Uscii molto volentieri, perchè, oltre il resto, la presenza di Graffigna mi era supremamente impacciosa; invece di recarmi in cucina da Dorotea, fui nella mia cameretta intorno ai miei libri.
«Graffigna mi aveva egli riconosciuto? Avrei detto di no, avrei detto ch'egli non mi avesse neppur scorto, o quanto meno dato non mi avesse alcuna attenzione, se nel momento appunto in cui uscivo dalla stanza non mi avesse scoccato ratto e di sottecchi uno sguardo in cui c'era come un saluto, come una segreta intelligenza, come un segno di convenzione.
«Per un poco non potei attendere alla mia diletta lettura a cagione dell'ansietà in cui ero posto dal timore che Graffigna dicesse al mio padrone chi fossi e dove mi avesse conosciuto; poi, secondo il solito, lo studio prese tutta l'anima mia, e non badai più e non pensai più ad altro.
«Quando cessai, già stanco dallo studiare, mi stupii che tanto tempo di libertà mi fosse stato lasciato, senza venirmi ad interrompere, ed uscii dal mio stanzino assai peritoso. Nariccia era andato fuor di casa ned era ancora tornato. Dorotea impaziente ed inquieta, brontolava che il pranzo pel troppo ritardo andava a male.
«Il padrone rientrò con faccia evidentemente preoccupata, non mangiò nulla, non aprì bocca neppure per rispondere alle interrogazioni di Dorotea, e fu sollecito a ritrarsi nella sua camera.
«Due giorni dopo ricorreva la domenica. Nella mattina io aveva un'ora di libertà per andare a messa, e ne profittavo sempre per recarmi fuori porta a respirare un po' d'aria libera.
«Quel giorno appena fui sotto i viali di porta Susa, udii dietro me il passo d'un uomo che pareva affrettarsi sulle mie peste; mi rivolsi a guardare, e vidi con isgradita sorpresa Graffigna, il quale mi fece segno lo attendessi e camminava ratto per raggiungermi. Lo avrei evitato molto volentieri; mi venne in mente di correr via per isfuggirlo; ma in un attimo egli mi fu accosto e mi prese famigliarmente pel braccio.
«— Buon giorno, caro figliuolo, mi disse. Ho tanto piacere di vedervi; il diavolo mi porti, che sono stato più di un'ora stamattina alla porta della casa di Nariccia, aspettando che ne usciste. Non vi ho voluto fermare per le strade e per non darvi suggezione, e per prudenza; ma quando vi ho visto venir fuori di città, ho detto: bene! Giusto quello che ci vuole. Qui si può discorrere senza che vi sia un orecchio di troppo ad ascoltare.
«Prese a camminarmi accosto, avviandoci giù per lo stradale di Rivoli.
«— Misericordia! Come siete gramo, mio povero Maurilio; riprese egli a dire. Pare che viviate di lucertole e di brodo di malva. Quel caro messer Nariccia, birbone matricolato, brav'uomo d'un avaro degno della galera, che leverebbe la pelle ad una pulce, vi fa patir della fame, ci scommetto. Eh! lo conosco da un pezzo io. Sono sicuro che questa mattina non avete ancora fatto colazione. Lo si vede chiaro su quella vostra bella faccia verde da minchione intisichito. Buono! Graffigna è un amico, sapete! C'è in questi dintorni una spelonca di bettolaccia che è la migliore del mondo, in cui uno scellerato di taverniere, mio buon amico, avvelena la gente nel modo più squisito del mondo. Venite meco che ci mangieremo una fetta di eccellente salame e due peperoni coll'olio che vi dico io!...
«Me ne scusai a gran pena. Quando vide che non poteva trarmi dov'egli voleva, Graffigna disse:
«— Ebbene, pazienza, discorreremo all'aria aperta. Si tratta del vostro interesse. Io sento, in fede di galantuomo, che il boia mi strozzi, una viva sollecitudine de' fatti vostri. Che bella vita è quella che vi tocca con quell'animale d'un usuraio, mio buon amico, ladro, impostore che vorrei vedere affogato nella pece bollente! Vi fa lavorare da un'alba all'altra quel cane e vi mantien magro come siete, e vi veste di questa bella guisa da farvi suonar le tabelle dietro, e sono più di certo che non vi lascia veder mai la croce d'una mezza muta. Ditemi un po' se la sbaglio.
«Non potei a meno di consentire che tutto codesto era vero.
«Graffigna strinse il pugno e lo levò con atto di minaccia verso il cielo.
«— Uh! appenderlo per la gola e poi dargli da bere. Gli è proprio un ingrataccio scellerato quel caro uomo che merita non so che cosa. E a me sapete che cosa ha fatto, a me che sono suo amico da vent'anni, a me che, non fo per dire, ma gli ho resi dei bei servigi, e sono stato causa ch'ei guadagnasse delle rotonde sommette di denaro? A me che, come sapete anche voi, ho avuto delle disgrazie, a me che esco di carcere pulito e liscio come un soldo frusto, egli ha il coraggio di rispondere che non può dare nè far nulla a mio vantaggio, e poichè io mi credo in diritto di ricordargliene alcune delle cagioni per cui mi dovrebbe essere riconoscente, sto birbone va dal commissario Tofi e mi denunzia come un individuo pericoloso che gli ha fatto delle minacce e che merita di essere sorvegliato da quella p.... invenzione che è la polizia. A me Graffigna se ne fanno di queste! Buono! Me la sono appiccata qui all'orecchia e tosto o tardi glie la farò pagare. Se fosse tosto mi piacerebbe tanto di meglio, ma se avessi ad aspettare ei non ci perderebbe nulla per questo, che vorrei dargliene il capitale coll'usura, usuraio che egli è appunto! Or dunque voi, giovinotto, potreste servirmi appuntino nei miei disegni, e fareste con un colpo un fatto e due servizi, perchè contentereste me ed aggiustereste nello stesso tempo i fatti vostri di guisa che non avreste mai più freddo ai piedi e vi impipereste di quanti sono al mondo.
«— Io? Che cosa c'entro io? Domandai, non comprendendo affatto le intenzioni di Graffigna.
«— Voi, sicuro. Egli rispose. Prima di tutto, mio caro ragazzo, se non siete proprio quel babbuino di cui avete l'aria, dovete rendervi conto della condizione in cui vi trovate. Nariccia vi tiene a rosicchiar le croste del suo pane, perchè non sa che siete stato in prigione. Lo sappia stassera, e domani voi siete messo bravamente sul lastrico con un caritatevole calcio dove m'intendo io. Vi converrebbe imbrogliar qualchedun altro perchè vi prendesse seco, per vedervene mandato via con quel medesimo garbo il primo momento ch'egli apprendesse il vostro passato. Ad un miseruzzo che si presenta colla vostra figura, coi vostri panni per guadagnarsi un tozzo di pane, tutti domandano donde viene, che ha fatto, che cos'è, e via dicendo. Ad un messere che comparisca vestito da milorde, colla borsa piena d'oro, nessuno cerca altro più per inchinarlo, riverirlo e stimarlo il più rispettabile uomo del mondo. Perchè dunque vorreste ostinarvi a far la brutta figura e crepar di miseria, mentre non avreste che ad allungar la mano e procacciarvi la più agiata esistenza?
«Io feci un movimento di stupore, e fors'anco di curiosità. Egli mi strinse forte il braccio e continuò, abbassando la voce, ma con molta forza nell'accento:
«— Sì, carissimo amico, stupido come un orciuolo, che il fistolo vi colga. Niente altro che allungar la mano. Ma non sapete voi che dietro quel cancello di ferro, in quella cassa-forte, in presenza della quale voi poverino, tòcco d'imbecille che Dio vi benedica, vi state sciupando gli occhi e la vita per guadagnarvi tanto da non morire di fame, colà vi stanno rammontati a centinaia di migliaia i marenghini? Or bene, è la cosa più semplice del mondo. Io vi do quattro pezzetti di cera: voi, un bel momento che vi trovate solo in quell'antro, applicate discretamente questi pezzi di cera alle serrature dell'uscio del cancello di ferro.... non dico alla cassa-forte, perchè avrei alcuni bravi amici, fior di gente, che verrebbero ad aiutarmi e senza tanti discorsi, per guadagnar tempo, se la porterebbero via in ispalla come un cuscino di piume! Poi date a me le impronte, ed io in pochi giorni ho le mie brave chiavi, per cui entro, e faccio, e dispongo, e porto a cambiar aria il tesoro di Nariccia...
«Io feci a liberarmi dalla mano di quel scellerato che mi teneva ancora pel braccio, e volli allontanarmi da lui.
«— Oh non c'è da aver pure un'ombra di paura: egli soggiunse interpretando in un altro senso il mio movimento di disgusto e d'orrore. Graffigna è prudente: sa disporre le cose, e non lascia nessuno de' suoi amici nelle peste. Voi, mio bell'angioletto da f..., dopo che ci avreste aiutati nell'opera, verreste con noi, piglieremmo tutti il volo che nessuno dei segugi della polizia, per quanto di naso fino, potrebbe averne pure il minimo sentore; avreste la vostra buona porzione da vivere da signore in altro paese, e chi s'è visto si è visto.
«Io lo respinsi da me con disdegno.
«— Sciagurato, esclamai, per chi mi prendete? Ringraziate che qui non c'è anima viva; se fossimo in città, griderei al ladro per farvi arrestare.
«— Oh oh! Diss'egli con ironia. Che virtù delle mie ciabatte, caro il mio santino d'un maccherone! Ne ho sentito dei panegirici di santi meravigliosi, ma un tanto esempio di virtù non ci fu ancora mai! Bravo! Pensate che il vostro rifiuto vi può far mettere alla porta da Nariccia senza che abbiate più altro mezzo di sussistenza.
«— Come?
«— Una lettera anonima che dicesse a Nariccia: badate che quel vostro miseruzzo di segretario è un galantuomo di ladroncello uscito dalle carceri....
«— E voi scriverete questa lettera?
«— Se rifiutate di assecondarmi, certo che sì.
«Stetti un momento in silenzio, non perchè fossi dubbioso o perplesso, ma perchè la tristizia di quell'uomo mi gettava in una dolorosa attonitaggine.
«— Fate pure quello che credete contro di me: gli dissi poscia fermandomi sui due piedi; ma qualunque minaccia anche più terribile di questa, non m'indurrà mai a fallire all'onestà.
«Egli accennò voler parlare, ma io non gli lasciai pronunziare parola.
«— Ora basta. Esclamai con forza. Vi ho già dato retta di troppo; di troppo già ho tollerato la vostra compagnia. Lasciatemi, lo voglio, ve l'impongo!
«L'aspetto e l'accento dovettero avere in me una certa nuova autorevolezza onde quello sciagurato fu come sovraccolto. Mi guardò un poco ma fu costretto a chinare innanzi ai miei quei suoi piccoli occhi affondati; esitò un istante, e poi si decise ad allontanarsi.
«— Come volete: diss'egli: eccelso stupido che siete, caro figliuolo che la peste vi affoghi! Il colpo si farà lo stesso e voi avrete il gran merito di non avere neppure un da due denari. Così la vostra eroica virtù sarà contenta... Ma andate pur là che un giorno o l'altro la fame e il bisogno di ogni cosa vi faranno cascare, e invece di aver per primo un bel colpo, come quello che vi propongo io, mercè cui sareste colla pignatta provveduta per tanto tempo, sarete costretto a qualche miserabile ladroncelleria che vi manderà a marcire in prigione in causa di un tozzo di pane. Fate a vostro modo: vi lascio e non vi dico più nulla: ma vi pentirete, ne sono certo, e vi rincrescerà all'anima di avermi oggi risposto a questo modo.
«Dopo tali parole si allontanò a passo lento, e fermandosi tratto tratto, quasi nell'attesa ch'io lo richiamassi.
«Io guardava dietro lui con animo turbatissimo, le sue parole mi avevano richiamato alla mente che già pur troppo ero cascato là dov'egli diceva, e quello delle candele era un vero furto da me commesso.
«Tornando a casa ero agitato e perplesso. Graffigna mi aveva detto che, non ostante il mio rifiuto d'entrar complice, quel delitto si sarebbe compito la stessa cosa. Era certo il mio dovere farne avvisato il mio padrone. Parevami che se il fatto avvenisse e ch'io non avessi posto in sulle guardie Nariccia, anche su me avesse da ricadere parte della colpa. Ma come governarmi affine di renderne avvertito il padrone? Dirglielo io stesso non avrei osato mai; e come spiegargli il modo onde ero venuto in cognizione di codesto? Ad un tratto mi ricordai la minaccia di Graffigna, di svelare il mio passato a Nariccia per mezzo d'una lettera anonima.
«— Ecco il mezzo! Esclamai tra me stesso, e camminai di buon passo verso casa per mettere in esecuzione quel disegno, ed affrettandomi a scrivere la lettera falsando più che mi fosse possibile la mia scrittura, non fui tranquillo finchè ebbi visto ingoiata quella carta dalla buca della posta.
«Quella stessa sera Dorotea mi apparve assai sopra pensiero. Si sarebbe detto che alcuna cosa stava sulle sue labbra per venir fuori, e ch'ella tuttavia si studiava di trattenere. Due o tre volte colsi il suo sguardo fisso su di me con una certa acutezza osservativa che mi faceva intimamente tremare. Sentivo come una incognita minaccia incombermi sopra. Ero inquieto di tutto e ad ogni momento il cuore mi balzava con palpito quasi doloroso.
«La sera non potei addormentarmi che a stento; mi svegliai all'ora solita della notte, ed acceso il lume, secondo l'usato, mi posi allo studio. Non era gran tempo che io mi trovava tutto assorto in esso, quando mi sembrò udire uno strascico di pianelle nel corridoio. Sorsi di scatto, coll'idea di spegnere il lume, nascondere il libro e gettarmi sul pagliericcio: non era più tempo, l'uscio s'aprì e comparve la grossa faccia di Dorotea più burbera e più brutta del solito.
«A quella vista io stetti come annientato. La donna guardò me, guardò il lume acceso, e i suoi occhi mandarono lampi e faville; poi con uno scoppio di quella sua terribil voce da omaccione:
«— Ah! Sei dunque tu, gridò, lo scellerato di ladro che mi ruba le candele! Da un po' di tempo mi pareva e non mi pareva che le consumassero troppo più che non per l'addietro; ma stamattina poi mi sono convinta che le mi sfumavano proprio dalla cassetta, e quantunque non ci sia altri che te in questa casa, tristanzuolo, non volevo credere che tu fossi capace di tal birbonata. Non ho voluto dir nulla ancora al padrone...
«Io la interruppi pregandola, scongiurandola a tacere la cosa. La paura mi aveva ridonata un po' di energia, cui dapprima tutta mi aveva tolta la vergogna. Le dissi il perchè di quel mio fallo, le affermai essere mio intendimento pagare tutte le prese candele, coi primi denari che avrei esatti dal padrone pel dovutomi stipendio; non volesse perdermi, non volesse precipitarmi per l'affatto, svelando la cosa a Nariccia che io prevedeva, che sapeva inesorabile.
«Non so se Dorotea si sarebbe acconciata ad accondiscendere alle mie preghiere; ma la cosa fu ridotta ad ogni modo impossibile, perchè Nariccia medesimo, il quale non dormiva che il sonno leggiero degli avari, sveglio dagli scoppi di voce della donna, accorreva sollecito a vedere che cosa fosse.
«Ti lascio immaginare il suo furore nell'apprendere la verità. Mi investì colle più atroci ingiurie. Le galere, che? il capestro erano poca pena al mio delitto. Egli non voleva tenere neppure un'ora, nemmeno un momento di più sotto il suo tetto un simil birbante: partissi in sull'atto e senz'altro; ma poi tosto si ravvisava e decideva serbarmi a peggior sorte. Gli era ai R. carabinieri che mi si doveva consegnare, affinchè pagassi del mio delitto il meritato fio.
«Se colla Dorotea avevo pregato, innanzi alla collera di Nariccia ero stato fermo, immobile e silenzioso; e quella mia calma pareva aizzarlo ancora di vantaggio. Ma quando udii minacciatami di nuovo la carcere, innanzi allo spavento di ritornare in quella bolgia infernale, la mia fierezza cedette.
«— Oh no, per carità! Esclamai, congiungendo le mani con ineffabile supplicazione.
«Ma Nariccia non era uomo a intenerirsi così per poco; ond'egli riprese le sue minaccie ed i suoi oltraggi, finchè Dorotea, quasi impazientita, lo interruppe col suo brusco parlare:
«— Per ora lasciamola un po' lì, e torniamo a dormire. Domani mattina discorreremo.
«Nariccia seguì la serva borbottando, ma non prima che avesse frugato in ogni dove nella mia stanzuccia per vedere se qualche cosa avessi di nascosto, e non senza portarmi via quella malaugurata candela. Uscendo chiuse a doppia mandata colla chiave la serratura dell'uscio, affinchè non me ne potessi fuggire.
«Il domani le determinazioni di messer Nariccia erano ancora più severe a mio riguardo. Egli aveva ricevute due lettere anonime; quella con cui Graffigna manteneva la sua parola e gli svelava l'esser mio; e quella che io gli aveva scritta per farlo avvisato del pericolo di latrocinio tramato a suo danno. L'usuraio si persuase tostamente che colui del quale gli si denunziavano le cattive intenzioni verso di lui, senza scriverne il nome, non poteva esser altri che io stesso già uscito di prigione, già côlto in flagrante di una ruberia. Gettò, come si suol dire, fuoco e fiamme; e la sua volontà di pormi in mano alla giustizia parve più irrevocabile che mai.
«Fui allora ad un pelo d'essere perduto. Alla vecchia Dorotea dovetti la mia salvezza, e glie ne consacrai perciò una riconoscenza eterna. Ella in quel frangente tolse dall'abisso in cui tutto congiurava precipitarla, un'anima umana, e per quanto quella donna sia stata cattiva, di quella buona opera, spero che glie ne sarà tenuto conto. Come conviene andare a rilento nel condannare i colpevoli! Soltanto chi non è stato nelle occasioni della tentazione, chi non ebbe nemica alla sua onestà la fortuna, colui soltanto può avere un disdegnoso disprezzo per l'infelice che soccombette. Quei che conosce la vita, quegli che ebbe da lottare colle difficoltà del destino, se impara a stimar tanto più l'uomo che si è serbato incolume, impara eziandio a sentir meno orrore e più compassione per chi ha fallito. Dove io fossi stato allora incarcerato per la seconda volta con un vero reato, come i giudici non avrebbero mancato di sentenziare che era il mio; quando parecchi mesi ancora avessi dovuto passare in quella orrida e scellerata compagnia che si trova in prigione, quale ne sarei venuto fuori?
«Dorotea ebbe pietà di me. Per sua intercessione Nariccia si contentò di mettermi alla porta riprendendomi financo i suoi logori panni e tornando a farmi vestire quei villerecci che pareva aver conservato in previsione d'una simile circostanza; ed io mi trovai sul lastrico della strada, senza un soldo, senza un tozzo di pane, senza sapere che far di me, nè dove rivolgere i passi.