LIBRO QUINTO CONFRONTO DELLA PESTE DEL 1630 CON ALTRE, E SPECIALMENTE CON QUELLA DEL 1576.
Francesco Cusani translation
PROEMIO AL LIBRO QUINTO
Col Libro Quinto il Ripamonti dà termine alla Storia della Peste del 1630. Io cercai illustrarla per quanto mi concedeva l’ingegno e l’angustia del tempo; ed ora rendo pubbliche grazie a miei concittadini, che accolsero con vero favore quest’opera ai medesimi dedicata e in uno ai molti i quali mi furono cortesi di documenti e notizie.
Le ricerche negli archivj e biblioteche, sì pubbliche che private, le minuziose indagini per verificare fatti o date controverse, l’esame dei monumenti, iscrizioni e di quant’altro ricorda fra noi la pestilenza del 1630, sono per sè tali che esigono fatica e perseveranza non poco. Se quindi, malgrado la scrupolosa diligenza usata, incorsi in ommissioni e inesattezze, mi verranno, spero, condonate da chi conosce le molte difficoltà, inseparabili in lavori storici di simil genere.
Siami però concesso, data l’opportunità, di scolparmi d’una inesattezza che a torto mi venne rimproverata. Il signor Alfonso Frisiani nell’Appendice della Gazzetta Privilegiata di Milano del 25 gennajo, parlando del mio lavoro sul Ripamonti in modo per me lusinghiero, soggiunge:
«Noteremo soltanto al Cusani che il Lazzaretto di Milano da lui attribuito, secondo la comune opinione, a Bramante da Urbino (vedi pag. 18, nota 2.ª) lo è invece di Lazzaro Palazzi, siccome abbiamo scoperto e pubblicato in questa Gazzetta al n.º 13».
Il signor Frisiani annunziò d’aver rinvenuto nell’archivio del nostro Ospitale Civico documenti comprovanti che l’autore del Lazzaretto fu un Lazzaro de’ Palazzi, ingegnere architetto, ed io, lungi dal negare questa scoperta, che rivendica al vero autore di quel grandioso edificio la gloria d’averlo innalzato, me ne rallegro con lui. Ma come era possibile, senz’esser indovino, ch’io me ne giovassi nella citata nota del Libro Primo, pubblicato nell’ottobre 1841, mentre il Frisiani annunziò la sua scoperta il 13 gennajo 1842? Di ciò non avrei fatta parola se parecchi amici miei, studiosi delle cose patrie, non m’avessero tenuto discorso di quella supposta inesattezza.
Il Libro Quinto del Ripamonti può chiamarsi un’aggiunta alla sua storia, altro non essendo che un confronto del contagio del 1630 con altri. Nei primi tre capitoli, sfoggiando erudizione, com’era usanza de’ secentisti, il nostro autore compendia e traduce nel suo maestoso latino Tucidide ed il Boccaccio, le cui descrizioni della peste di Atene e di Firenze rimangono modelli di storica eloquenza. Poscia, tacendo, per buona fortuna! delle moltissime pestilenze che afflissero l’Italia e la Lombardia negli antecedenti secoli, viene a descrivere quella del 1576, detta comunemente di S. Carlo, e ne racconta i casi.
Ora intendendo io d’illustrare anche quest’ultimo Libro con note desunte specialmente dagli scrittori contemporanei, trovo necessario dire in breve dei più importanti tra questi, inserendo qui un altro brano del mio Ragionamento sui principali Storici e Cronisti milanesi.
Ascanio Centorio, Commendatore di San Giacomo di Compostella, raccolse e pubblicò in Venezia pel Giolito 1579 I cinque Libri degli Avvertimenti, Ordini, Gride, Editti, Fatti, osservati in Milano ne’ tempi sospettosi della peste negli anni 1576, 1577.
È un volume in 4.º di 450 pagine, dedicato a Gerolamo Monti Senatore e Presidente della Sanità, avo di quello che vedremo figurare nelle stesse magistrature durante la successiva peste del 1630. Il Monti accettò la dedica, lodando molto il Centorio, ed anche d’aver scritto in lingua volgare, perchè gli ordini possino essere meglio intesi da ognuno.
Questo è il libro più completo ed importante circa la peste del 1576, e per essere d’un contemporaneo che lo pubblicò subito dopo, e per la copia delle notizie, e giacchè contenendo gli editti, ordini, ec., risparmia la fatica, non di rado inutile, di andarle a pescare nei gridarj quasi tutti incompleti. L’esposizione e lo stile si risentono dei difetti del secolo; ma almeno trovasi l’ordine, chè il Centorio seguì passo passo l’andamento del contagio.
Il Padre Bugato, Dominicano a Sant’Eustorgio, diede in luce nel 1578 un libricciuolo di 60 pagine, intitolato: I fatti di Milano al contrasto della peste, over pestifero contagio dal 1 agosto 1576 all’ultimo dell’anno 1577. L’editore lo dedicò al cavaliere Gabrio Serbelloni, il quale, sendo luogotenente del governatore d’Ayamonte, adoperossi, benchè vecchio, con gran zelo in quella calamità a vantaggio della patria. Quest’operetta serve di raffronto, e nulla più, attesa la brevità sua.
Un Filippo Besta, procuratore milanese, raccolse e pubblicò la Vera Narrazione del successo della peste che afflisse l’inclita città di Milano l’anno 1576. Libretto di 140 pagine, dedicato a S. E. il Gran Cancelliere Ferrer. È di niun uso allo storico, perchè semplice compendio del Centorio, e perchè pubblicato mezzo secolo dopo l’epoca di cui tratta, cioè nel maggio 1630, quando, crescendo la pestilenza, si ristamparono molti opuscoli, ordini, discipline, ec., riguardanti il contagio del 1576, sia per ordine dell’autorità, sia per speculazioni private.
Molte rilevanti notizie si raccolgono dal Giussani, dal Bescapè, e dagli altri biografi di S. Carlo, il quale a tutti è noto con che zelo s’adoperò a mitigare pel suo gregge quel flagello. Nel 1579 egli diede in luce per Michele Zini, stampatore del Seminario, il Memoriale di Mons. Ill.mo et Rev.mo Cardinale di Santa Prassede, Arcivescovo, al suo diletto popolo della città et diocesi di Milano. Volumetto in 24º di pagine 500, preziosissimo per quanto risguarda il clero durante il contagio, e per l’unzione cristiana del santo arcivescovo che lo compose a vantaggio spirituale del suo popolo.
Il Memoriale di S. Carlo, unitamente alle pastorali regole, ec., da lui dirette al clero in occasione del contagio, si trovano raccolte negli Atti della Chiesa Milanese, Parte VII.
Potrei aggiungere molti altri Libri, ma essendo questi d’importanza secondaria, sarebbe un dilungarmi con superfluo e vanitoso sfoggio di bibliografica erudizione.
È mio intendimento di non apporre numerose note a questo Libro V, perchè il racconto del Ripamonti è per sè stesso di già abbastanza minuzioso, e perchè, a dirla francamente, la peste del 1576 fu in realtà assai meno terribile e disastrosa di quello che ne suoni la fama tra noi.
Ho già avvertito nella mia Introduzione che in Milano, per tradizione popolare, si conservò memoria unicamente della peste del 1576, facendone una sola con quella senza confronto più micidiale che le succedette, soltanto per la memoria di S. Carlo. A vieppiù comprovarlo, ora soggiungo che venne dimenticata altresì la pestilenza del 1524, avvenuta 52 anni prima, come per bizzarra coincidenza, avvenne 52 anni dopo quella del 1629-30.
L’obblio in cui caddero queste due grandi calamità è invero strano qualora si rifletta alle stragi ed ai danni gravissimi che ne soffrì la nostra patria. Non sarà quindi inopportuno e discaro ai lettori di qui ricordare brevemente il contagio del 1524.
Fervente la guerra tra Carlo V e Francesco I, i quali disputavansi il ducato di Milano, vivo ancora l’infelice Francesco II, ultimo degli Sforza, l’ammiraglio francese Bonnivet, sceso dalle Alpi, strinse d’assedio Milano nel settembre 1523: ma dopo otto settimane, costretto dalla pioggia e dalla neve a levare il campo, si ricoverò a quartieri d’inverno in Rosate, ed Abbiategrasso.
La vicinanza di quel corpo nemico e la molestia che recava intercettando i trasporti di viveri e provvisioni, che dal naviglio passando per Abbiategrasso giungono alla capitale, indusse il Duca a sloggiarlo. Nell’aprile, messosi egli alla testa di una squadra scelta di Milanesi s’impadronì per assalto di quel borgo. Funesta vittoria! perocchè, avendo gli stenti e la miseria generata la peste tra i Francesi, i nostri, nel saccheggio, la contrassero e la portarono, tornando col ricco bottino.
Apichata, dice il cronista Grumello, fu la peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d’epso castello portate in dicta cittate: E un altro cronista, il pizzicagnolo Burigozzo, ingenuo raccontatore di quanto vedeva: El povero Milano infettato de pestilentia comenzò a far de mal in pezzo... al giugno tanta mortalità e piccoli, e grandi, che quaxi per Milano non era come nessuno, perche li sani fuggivano, et li amalati non se potevano movere... El qual mese di luglio (1524) fu tanto crudele che veramente non saria possibile poter narrare la crudelità, et la mortalità grande che fu, donde era più sicuro a star a casa che andar in volta: et non se vedeva se non gente con campanini in mane, se non carri de ammalati; non vi era officio, ne campana che sonasse se non da corpo. In domo non li erano ordenarj, ne offizii al solito ma doy o tre preti li quali cantavano alla meglio che potevano. El mese de augusto sino al mezzo lavorò anche lui, donde el dir seria troppo, ma al veder delli cimiterj delle giexe era una paura.
Questo contagio, che secondo la energica frase del Senatore Monti, nella sua Lettera in risposta alla Dedica del Centorio, venne come una impetuosa onda, la quale, in poco spazio di tempo, inondò il paese e diede infinito guasto, durò tre mesi, dal giugno all’agosto 1524. Grande a que’ giorni fu la mortalità in Milano fiorente di popolo. Il Burigozzo: Non credo che mai fusse simile pestilentia et fu detto della morte di cento millia persone et così credo.
Il Grumello: Si existima morressero delle anime octanta millia et più presto de più che di mancho.
Lo spagnuolo Sepulveda, nella sua storia latina delle imprese di Carlo V: La peste invase con tal violenza Milano che tolse di vita in essa città più di cinquanta mille persone.
E finalmente il Bescapè, nella vita di S. Carlo: Perirono in città più di cinquantamila, oltre gli altri innumerevoli morti nelle ville.
Conchiudiamo col ripetere che la peste del 1576, di gran lunga minore e di questa e della successiva, deve la sua triste rinomanza, tramandata d’età in età fra il nostro popolo, e viva anche in oggi, a null’altro fuorchè alla gratitudine pel santo Arcivescovo, le cui esimie virtù rifulsero luminose in quel disastro.
Francesco Cusani.
I
Porrò fine alla mia triste e funebre istoria, col raffronto tra la descritta pestilenza ed altre che afflissero un tempo grandi città e la stessa Milano. Un simile paragone è convenevole tanto per provare ciocchè dissi sul principio essere stato questo contagio il più grave di tutti, e quello cui per intero s’addiceva il nome di sì orrendo morbo, quanto perchè nella diversità di essi mali si osservi una grande somiglianza ne’ particolari. Da ciò potrassi conoscere che la peste, quando scoppia, si appalesa sempre co’ medesimi sintomi, fa stragi in modo uniforme, e dovunque produce le medesime follie negli uomini. Inoltre è decoroso cogliere l’opportunità di ricordare le glorie di nobilissimi scrittori.
In tempi antichi la pestilenza s’introdusse nella città d’Atene, e vi menò tanta strage, che divenne famoso lo storico che la descrisse. Non verrà forse mai un narratore eloquente al pari di lui, che espulso da’ concittadini, fu da Roma inviato alla Grecia; e nessun altro de’ suoi scritti è sì elegante ed arguto come la descrizione della peste. I quai pregi derivano non tanto dall’ingegno dello scrittore, quanto dall’atroce spettacolo delle cose che turbano e in uno dilettano l’animo dei leggitori. Così un serpente sovra una tavola tanto più piace quanto più è ributtante a vedersi; e gli occhi, avidi sempre di nuovi spettacoli, s’affissano avidamente nel deforme rettile.
La pestilenza che menò sì gran strage in Atene, e lo storico della medesima, sono in oggi celebratissimi dopo tanti secoli ne’ licei e nelle scuole de’ filosofi. E il nome di essa città vive famoso, non meno per memoria di quel disastro, che per avervi fiorite le scienze e le arti.
A Tucidide sta presso per eleganza il padovano Livio, il quale descrisse Siracusa, stretta da due potenti eserciti battaglianti e ridotta all’estrema miseria da lento morbo. Anche i pochi versi con cui Omero nell’Iliade canta i dardi scoccati da Apollo sul campo dei Greci, i mucchi di cadaveri lasciati pasto agli augelli ed ai cani, anche que’ versi inspirano oggidì, in chi li legge, spavento, meraviglia e diletto.
Uno scrittore, per l’età in cui visse e per la lingua che usò, non paragonabile agli accennati, ma il quale trasse favole dal vero, ovvero insegnò a raccontare favole; maestro ed artefice del linguaggio volgare italiano, che da lui acquistò eleganza e leggiadria, narrò la peste della sua patria.
Egli, faceto e scherzoso favellatore, descrivendo, coll’arte imparata da sommi storici, l’eccidio di Firenze, desta meraviglia del suo ingegno e pietà di tanta strage.
I letterati rileggeranno mai sempre la peste del Boccaccio, e i critici più austeri essi pure non si sazieranno dall’ammirare quell’esempio delle umane vicissitudini.
Gli atroci, turpi e miserandi esempi che la pestilenza mostrò negli umani corpi nella mia patria, eguagliarono gli antichi o forse li superarono. E se non fossero esposti con minore ingegno, offrirebbero in queste carte spettacolo più imponente e più orrendo.
Ma ponendo fine ormai alle lagrime, alle miserie, ai flebili lamenti di Milano, io mi proverò a temperare il sin qui mesto e lugubre racconto con qualche vivezza, paragonando ciò che vide e sofferse l’età nostra coi fatti che i citati scrittori ordinarono con pompa, direi teatrale. Piacevole riuscirà un tale raffronto, ricreando l’animo e colla varietà dei casi, e col trascorrere dai tempi antichi agli odierni, dai nostri mali a quelli d’estranee genti.
E siccome la città nostra risorge quasi da stipite più florida dopo l’eccidio, e i cittadini riedono ai prischi sollazzi, deggio anch’io far sì che venga raddolcita l’amara ricordanza della strage col raffrontarla ad altre di straniere contrade.
II. Confronto della pestilenza di Milano coll’antichissima degli Ateniesi.
Se non fosse sconvenevole l’usare comici detti in argomenti tragici, non troverei più simile il latte al latte, l’uovo all’uovo, che il milanese contagio all’antichissima pestilenza d’Atene descritta da Tucidide. Il germogliare, i primi passi e le cause d’entrambi i contagi si rassomigliarono: l’indole stessa del morbo, le traccie che lasciava procedendo, i terrori, le ruine, le stragi, i sospetti, i portenti, in breve il cumulo di tutte le calamità della peste di Milano, in nulla differirono dalla ateniese: sia che il caso abbia prodotto effetti identici, sia che esista per le umane cose una certa legge che riproduce ad intervalli di secoli le vicende medesime.
La peste che trasse quasi all’estrema ruina Atene, città famosa per tante varietà di vicende, la minacciò in prima da lungi; poi da Lenno ed altri luoghi più e più avvicinandosi s’introdusse fra le sue mura e tutta l’invase. Il pensiero d’essere rimasti indolenti, malgrado i fatti che avrebbero dovuto suggerir cautele contro il morbo, esacerbava i dolori de’ moribondi e dei superstiti. Così avvenne tra noi, e taluno direbbe che la peste cospirò con eguali mezzi all’eccidio di due illustri città in Grecia e in Italia.
Anche il nostro contagio incominciò a desolare lontane genti, poscia, avvicinandosi alle frontiere, invase lo Stato e da ultimo la capitale con siffatto impeto, che pareva dovessero sopravvivere soltanto gli edifizj e il nome di essa. Sì l’antica peste d’Atene che la recentissima di Milano, lasciarono vestigia simili nel loro passaggio e nelle altre circostanze.
Riferisce Tucidide che il popolo, vedendo il morbo uccidire quanti colpiva, disperando d’ogni umano soccorso, ricorse sulle prime agli Dei, poscia viste le preci inesaudite, e trovandosi in preda alla disperazione ed alla morte, non più curando rimedj o suppliche alle are dei numi, abbandonò sè e la repubblica senza schermo al flagello. Da tale scoraggiamento ne venne che gli stessi medici perirono tra i primi, rapiti dalla violenza del morbo, e le preghiere e i voti cui ritornossi sovente, altro non fecero che rincrudirlo. Il citato storico, rappresentando ne’ primordj della pestilenza gli Ateniesi costernati per lo sterminio della loro patria, e privi di qualunque ajuto divino o umano, infonde nell’anima terrore e pietà per gli infelici che in siffatta guisa perivano.
Non altrimenti fra noi i medici perdettero la vita nei primi tentativi di cure, e la città per alcun tempo vide ad evidenza che l’ira di Dio per preci non mitigavasi.
E noterò un’altra somiglianza: le due popolazioni scorgendo il flagello non avere termine, e non potersi spiegare l’origine e le cause del morbo, l’attribuirono ad umana frode, supponendo la peste artificio umano, mentr’era castigo di Dio. Gli abitanti d’Atene credettero che i Peloponnesii, coi quali allora guerreggiavano, avessero avvelenati i pozzi per ruinare la loro città. Noi del pari, trovando vano ogni rimedio e provvidenza, credemmo vi fosse un gran capo il quale, col mezzo d’altri e con denari, componesse veleni e li facesse spargere: il qual sospetto fu pure una seconda calamità per Milano. Gli Ateniesi portarono intorno il falso simulacro d’Iside, come noi il corpo di S. Carlo. Parecchi di loro si gettarono nell’acqua e fecero molte cose incredibili, talchè si può conchiudere essere in tutto simile il contagio che desolò le due grandi e illustri metropoli.
III. Confronto della peste di Milano con quella di Firenze.
All’antica pestilenza d’Atene, succede la più recente di Firenze, della quale l’autore delle eleganti novelle lasciò una descrizione non favolosa ma vera, e che differisce dalla mia come una copia che ingegnoso artista trae da un dipinto originale per vendere. Nè soltanto il Boccaccio, principe elegantissimo de’ toscani scrittori, ma altri annalisti di quel paese, da me consultati, raccontano come segue l’andamento di essa pestilenza.
Scoppiata a Fiesole, Prato Volterra ed in altri luoghi di minor conto, minacciava Firenze, dove era aspettata e in uno sprezzata e derisa. Dopo aver vagato pei colli e le ridenti campagne ne’ dintorni, irruppe da ultimo nella capitale della Toscana e vi fissò il suo regno. Allora qua colla ferocia di mal sicuro tiranno, là a modo di severissimo censore, ogni cosa stravolse e insieme ordinò, riducendo entro giusti confini quel popolo riottoso e mercatore, nuotante negli agi e nel lusso smodato, e che, superbiendo pe’ doni del cielo e l’amenità del clima, vantavasi superiore agli altri.
Se ciò pure sia accaduto fra noi, o se invece i costumi, malgrado il gastigo, siano tornati qual prima, io lascerò che il decida la verità e la fama, giacchè le genti lontane ponno meglio e con più certezza giudicarne di quel che noi medesimi possiamo farlo.
Tutto il restante ha un colore sì uniforme, che la descrizione della nostra peste, sarebbe pur quella dell’altra, ove io volessi narrare ciocchè accadde in Firenze, allorquando i suoi cittadini erano afflitti dal passeggero morbo, che in tanto numero li rapì. Nessuna vigilanza de’ magistrati fiorentini contro il minaccioso morbo che sopraggiungeva, come se côlti da fatale sonnolenza; vennero bensì chiuse le porte della città e vietato l’entrarvi, ma con sì grande noncuranza, che tanto valeva il non custodirle, a segno che la peste inviata da Dio vi penetrò anche per colpa dell’indolenza degli uomini. Si tentarono ivi pure suppliche, voti, e quanto il timore e la divozione suggerisce per placare il cielo; ma riuscirono vane ad ottenere pietà fino al tempo in cui, giusta i suoi imperscrutabili arcani, la Provvidenza schiudere doveva i tesori di sua misericordia, e spargere una salutifera rugiada sull’infelice città.
Anche i sintomi e le macchie, segnali ed effetti della peste, furono eguali per l’andamento e le varietà in ambedue i contagi.
I furoncoli, i carbonchj, gli antraci, i buboni, tante volte nominati durante la nostra calamità, apparirono anche a Firenze, in alcuni malati grosse come una mela, in altri come un uovo, nell’anguinaja o sotto le ditelle. Dalle quali parti del corpo a poco a poco si estesero poscia per tutte le membra. Questi tumori, che i volgari nominavano gavoccioli, si permutarono in macchie nere o livide, le quali nelle braccia, e per le coscie ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade, ed a cui minute e spesse. Indizio certissimo di morte, perocchè quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione dei sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano[174].
Narrano gli storici della peste di Firenze, che se alcuno toccava un appestato, era inevitabile la morte, e che molti per questo perirono. Ne accade soltanto che gli uomini contaminassero sè ed altri, contraendo il nascosto principio morbifero col tocco di oggetti inanimati, ma gli animali medesimi, le cui immondezze nulla hanno di comune coll’alito e la vita dell’uomo, in egual modo s’infettarono. Così i citati storici, che lo riferiscono come d’incredibile portento. A noi però non fa meraviglia alcuna, stantechè era cosa notoria che il contagio con somma facilità appiccicavasi alle vesti ed alle suppellettili. Vedemmo qua e là i corpi di cani, gatti e d’altri animali morti, senza dubbio, per avere toccato col muso, o trascinati intorno robe d’appestati gettate in istrada.
Framezzo a tante ruine, e nella deplorabile condizione cui trovasi ridotta l’umana vita, raccontasi che tre generi di persone furono notate in Firenze. Era il primo degli uomini sobrj, ilari, moderati, ai quali non avrebbesi potuto far rimprovero dai filosofi o dai più severi moralisti, anche quando la città era florida e tranquilla. Costoro, fuggendo ogni mordace cura ed ogni triste pensiero, ed evitando le voluttà disoneste, erano parchi, ma dilicati nell’uso dei cibi e delle bevande, e raccolti entro qualche albergo, ove non giungesse a turbarli nè lo strepito nè il racconto delle esequie, ivi oziavano tra suoni, canti ed amichevoli colloquj; credendo in siffatta guisa essi di ben premunirsi contro la peste.
Altri, al contrario, per rimedio davansi in braccio ad ogni genere di stravizj e lascivie; vagolavano come baccanti e baldanzosi per le contrade, e introducendosi fin anche nelle altrui abitazioni, rimaste vuote per la morte de’ padroni, vi gozzovigliavano per breve tempo, come se fossero in casa propria. E trovando in loro balía i commestibili e le cose tutte che nelle famiglie soglionsi tener rinchiuse, se le godevano liberamente senza darsi alcuna briga che fossero avanzi dei morti. Quando erano sazj di godimenti in una casa, trasportando seco ciocchè ad essi dava più nel genio, e lasciandosi dietro i morti della loro caterva, sen givano a tripudiare in altre case colle abbandonate dovizie. Ivi, sprecando e gettando via anzichè consumare la roba, morivano sui letti, le arche, le botti, ovvero raccolto quanto eravi di prezioso, accumulavano tesori, ingrossandoli per via, in guisa che perdevano la vita sotto il peso, prima di giungere al luogo ove avevano fissato di seppellirli. A certuni riuscì trasportarli e nasconderli, e qualche famiglia fiorentina arricchì con tale spoglio nella calamità, mentre altri casati impoverirono o si spensero.
Però a questi uomini rapaci e disperati, ed agli altri sobrj, modesti e dilicati, s’aggiunse un terzo genere di persone, nè facinorose, nè timide, le quali con savia circospezione recavansi a passeggiare negli orti suburbani e pei campi, intorno le mura della città, alleviando l’animo oppresso colla vista della ridente natura, e insieme nutrendosi di laute e delicate vivande. Premunivansi contro l’alito pestifero, odorando fiori ed aromi d’ogni specie, nella speranza di evitare in tal guisa la sorte comune, o almeno di protrarre intanto giocondamente e tranquilla la vita in mezzo allo spavento, alla fuga, alle morti dei concittadini. Altri, d’egual tempra, scampando lungi da Firenze, si ritiravano nelle ville, quasi in asilo sicuro dalla pestilenza, che molti di loro nondimeno ivi pure raggiunse.
In siffatto modo gl’ingegnosi Fiorentini fuggirono, sprezzarono e tentarono d’eludere il contagio, ma invano. Del pari in Milano si videro ladroni sfrenati e lascivi bottinare nelle vuote case; altri invece, modesti e cauti, solo curarsi della propria salvezza; e uomini gaudenti, ed esito eguale come accadde tra il popolo di Firenze.
IV. Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576.
Ora, lasciati gli estranei, indagheremo il sempre uniforme andamento della peste tra noi, e fia non tanto paragone, quanto nuovo racconto delle vicende di Milano. Veramente all’età dei nostri padri non vi furono nè guerre, nè eserciti stranieri che col passaggio o la dimora angariassero il paese, disseminando per le terre il contagio, d’onde s’introdusse in città, siccome dimostrai essere avvenuto ai giorni nostri.
Imperocchè, debellato dall’imperatore Carlo V il re Francesco I, la Francia, per la prigionia di lui a Madrid, e l’esempio delle sofferte sciagure, prostrata ed avvilita, invano fremeva. Il figlio del vittorioso Carlo, bramoso di quiete, con ogni mezzo la procurava, essendo in lui trasfuso dal cielo lo spirito di sapienza e di pace più vivo che mai non fosse in alcun principe o mortale, a detta dei saggi. Perciò non solo tutta Italia era tranquillissima, ma anche i re stranieri tacevano, non osi di muoversi in armi. Allora non precedette il contagio la fame[175], pessima delle tre furie, la quale a dì nostri spinse a tumultuare il popolo, rompendo al suo monarca quella fede ond’era sì superbo, che avrebbe impugnate le armi, se un altro popolo si fosse vantato averla più ossequiosa di lui.
I primordj del contagio nel 1576 vennero d’onde meno aspettavansi. L’origine del morbo fu diversa, e non pertanto simile per noi e per gli avi nostri.
Trento, Mantova, le città confinanti colla repubblica di Venezia e la stessa Venezia erano sporche di peste, e andavansi spopolando le terre lungo tutta la frontiera dello Stato. In quell’anno celebravasi in Milano il Giubileo secolare, impartito per favore del pontefice Gregorio XIII a codesta metropoli, colle stesse discipline con cui poc’anzi erasi celebrato in Roma, ove desideravasi la stabilita rinnovazione di quel grande e salutare mistero.
Mentre la gente accorreva in schiere a Milano per celebrare il Giubileo, che, offrendo il mezzo di tergere le colpe, riconciliava con Dio l’uman genere, non deve far meraviglia se alcuni delle terre infette portarono, venendo, la peste[176].
Paruzero, meschino villaggio sulle sponde del lago Maggiore, e Melegnano, popoloso borgo discosto dieci miglia dalla città, chiamare si ponno le porte per cui s’introdusse il contagio nel 1576, come furono nel 1630 Clusio, Bellano, Monza e Saronno, ed altre più o meno nobili terre. In que’ luoghi e in questi si svilupparono i germi del morbo, e dilatossi in ambedue le epoche verso la metropoli, cui recò non lieve danno la prima volta, gravissimo la seconda, lasciando di sè non peritura memoria presso i posteri e le estranee genti.
E siccome il Locato, il Bellano ed altre persone del volgo si resero famose presso le venture età, acquistando un’infame celebrità, essendo usciti dalle loro casipole i primi cadaveri con buboni ed altri sintomi di peste, così le cascine Comino, vicino al borgo degli Ortolani, e nel medesimo borgo, una vecchia ortolana sono per noi di triste ricordanza, poichè i loro nomi leggonsi primi tra quelli che infettarono Milano all’epoca dei nostri padri[177]. Riferiscono gli annali di quel tempo, quali uomini introdussero e seminarono il morbo, come ho riferito. L’origine ed il progresso d’ambedue le pestilenze apparisce uniforme in quanto che vennero da straniere contrade, soltanto la prima in vece d’un soldato la recarono i pellegrini del Giubileo.
Differenza rimarchevole nel principio delle due pesti fu, che gli avi non si mostrarono increduli al morbo, la plebe stoltamente non ne rise, nè s’indugiò a por mano ai rimedj, mentre invece a’ dì nostri accadde il contrario con grave danno, siccome, scrivendo la presente storia, non ho potuto dissimulare. Nel 1576, all’irrompere del contagio, i governanti e coloro tutti che eseguire ne dovevano gli ordini, non lasciandosi vincere dal terrore, s’adoperarono per salvare il paese dall’imminente naufragio.
Non trovo che allora la plebe si scagliasse petulantemente contro i medici, inseguendoli a sassate, o che i nobili e gli impiegati li ingiuriassero a parole. Si comandò con energia, e l’ubbidienza de’ cittadini fu modesta e intera; talchè se non riuscì ad essi con ciò di evitare il morbo, ne resero minore il danno. Invece a’ giorni nostri i loro figli ed eredi, non credendo e sprezzando la peste, ne sperimentarono più rapide e fatali le stragi. Pur nondimeno in questa fatale disparità di regime, di circostanze e opinioni, verificossi una coincidenza mirabile, e sto per dire divina; che tale potrebbero crederla fin quelli che interpretano molti degli umani eventi come effetto del caso. Ora dirò quale dessa fu.
Il Tribunale di Sanità, istituito dalla sapienza dei nostri antenati come una salvaguardia contro le stragi della morte, allorchè regnava tiranna la peste[178], ed al quale i trepidanti monarchi affidarono l’autorità loro durante il pericolo, il Tribunale della Sanità nel 1576 ebbe a presidente il senatore Gerolamo Monti, padre di Princivalle, ed avo di quel Marc’Antonio che fu presidente durante la nostra peste, e morì in carica, siccome raccontai.
Fu opinione non ambigua dell’intera città, che il generoso Monti, sprezzando i pericoli e non curante della vita, si sacrificasse per la patria, propostosi di seguire le vestigia dell’avo, e di lasciare in sè imitabile esempio ai posteri.
Essendo adunque Gerolamo Monti[179] presidente della Sanità l’anno 1576, ai primi romori di peste, d’animo nobilissimo com’era, s’infervorò di zelo e carità, eccitando i tribunali e gli altri magistrati, i quali però trovai che non abbisognarono d’eccitamento e di esortazioni.
I decreti e gli istituti ebbero un’impronta di grandezza e magnificenza pari a quelli fatti all’età nostra, meno che in allora non fuvvi incredulità, e quindi nessuna fatale tardanza. Vennero poste guardie ai ponti, ai traghetti dei fiumi; oltre la custodia delle porte in città, s’innalzarono le mura in que’ luoghi che bassi rendevano facile la scalata, e si ristaurarono dove ruinose, affine di chiudere ogni adito a’ quei di fuori.
Si scrissero soldati nelle singole regioni di Milano, ordinandoli in squadre, perchè a vicenda facessero la notte il giro delle mura. Furono scelti tra i nobili quelli che dovevano girare a cavallo per città, visitare le porte ed aver occhio a tutto; altri che procedessero ogni giorno fino tre e quattro miglia ed anche di più; altri che perlustrassero le campagne più lontane con una squadriglia di birri e soldati, come se andassero contro il nemico. Lo stesso Monti, benchè vecchio, e più forte d’animo che di corpo, si recava in persona ai villaggi sospetti con al fianco altri nobili, i quali lo seguivano per l’influenza che aveva su tutti gli animi e per la riputazione d’integrità e sapere di esso senatore.
Furono usate grandi cautele per le bollette e le osterie nei villaggi e dovunque, affinchè non accadessero frodi, esibendo false bollette invece delle autentiche. Si proibì ricevere ne’ pubblici alberghi i pellegrini, come anche nelle terre i custodi dovevano, traverso i cancelli, gridar loro che si tenessero discosti, additando sentieri fuor di mano, seguendo i quali sarebbero pervenuti a taverne o casolari, dove loro accordavasi, secondo il diritto delle genti, ospitalità; ma segregati da qualunque comunicazione.
Fu interdetto di venire a Milano ai facchini e a tutti coloro che sogliono concorrervi dai monti e dalle vallate in cerca di lavoro, affinchè non eccedesse il numero stabilito de’ medesimi.
I fanciulli e le fanciulle derelitte dai parenti, e questuanti per le strade, non che i mendichi adulti, vennero presi e riuniti nell’antico edificio fuor delle mura, che dicesi la Vittoria, per ricordanza dei nemici ivi fugati ed uccisi, come lo comprovano le biancheggianti ossa che vedonsi anche oggidì nelle adjacenti campagne. Colà la squallida e sudicia caterva dei mendichi era alimentata a spese di S. Carlo[180], ed insieme istruita, non altrimenti di quel che si fece a’ tempi nostri all’ospizio della Stella. Anche il Lazzaretto di San Gregorio e gli altri secondari si riempirono durante quella peste.
Giova il fare simili raffronti, perchè apparisca unica differenza fra i due contagi essere stata la maggiore o minore credenza sul principio, ed il numero più grande dei morti, appunto per l’incredulità loro. Nell’ultima pestilenza non si credette finchè non fur visti i cadaveri condotti alla sepoltura; invece i padri nostri tennero per certissimi i primi rumori di peste, e si premunirono con quanti rimedj è concesso d’usare a’ mortali.
Spinsero le cautele fino a proibire la vendita in città de’ funghi, dei frutti e delle uve immature. Ordinarono che i conciapelli cessassero dall’arte loro, e non si educassero bachi da seta, affine di evitare il puzzo: i loro figli e nipoti gli imitarono, adottando essi pure eguali provvedimenti. Le cloache, le fosse, che oggidì per mezzo delle acque sotterranee assorbono, e via trasportano tutte le immondizie della città, ristaurarono se inservibili per vetustà, e ne aprirono di nuove laddove non esistevano.
Si lavorò, a quanto credo, assai più allora che durante la nostra peste, benchè si trovasse con istento il denaro occorrente. Esausto l’erario, il municipio trovavasi inoltre aggravato d’un debito per il regalo di duecento mila zecchini fatto al re, onde sostenesse la guerra contro i ribelli della Fiandra, nemici di lui e della cattolica religione.
Neppure s’incassavano le consuete imposte, con cui lo Stato sopporta i necessari pesi. Rimedio in tali strettezze fu un altro male, voglio dire i debiti, i pegni, ed il sussidio degli altrui denari, che produce sempre nuovi incomodi, perchè con simili ripieghi, non solo gli individui, ma popoli e Stati ricchissimi, credendo uscir d’imbarazzo, s’avviluppano miseramente, e con più danno, in lacci inestricabili. Soltanto che nello sbilancio de’ pubblici redditi ciascun uomo libero e indipendente lotta, dal canto suo, con energica costanza; e il male in tal guisa si va perpetuando insensibilmente, perchè le città non si ponno incarcerare per debiti.
I Decurioni in que’ giorni, giusta la consuetudine del Consiglio Generale, ogni qual volta dovettero a malincuore erogare alcuna somma per supplire alle gravosissime spese, ne resero pubblico conto, instando perchè l’erario ne sostenesse il carico. Dicevano ciò spettare al re per le antiche leggi; esservi l’esempio degli imperatori e degli Sforza; avere annuito Carlo V con decreto dell’anno 1529. A queste e simili rappresentanze fu risposto dai regi ministri, che lo stesso monarca era sopraccaricato di debiti[181], risposta spiacente e vergognosa per qualunque ministro, ma che non fe’ arrossire quelli d’un monarca, padrone dei tesori del nuovo mondo, e sui dominii del quale non tramonta giammai il sole.
I reclami del Consiglio Generale, ed i rifiuti dei regi ministri circa le spese, furono identici in ambedue le pesti, come già ho riferito. In entrambe le epoche si trovarono uomini che diedero in prestito denaro alla città, ed ebbero la gloria di sostenere la patria, la quale però, dopo la calamità, trovossi impoverita pei guadagni de’ prestatori. Immaginarono gli avi, imitati anche in ciò dai nipoti, di stabilire un erario separato per alimentare il popolo, raccogliendo denaro dai Luoghi Pii, senza chiasso, senz’interesse, ed altresì senz’incontrare ostacoli, poichè quello era una specie di patrimonio del pubblico.
Non saprei decidere se i nostri vecchi furono di noi più zelanti e splendidi nelle preci e nei voti per rendere propizio Iddio e placarne lo sdegno, imperocchè quelli non potevano mostrarsi più religiosi, e i posteri, traendone esempio, gareggiarono con essi. Fecero voti, visitarono supplichevoli per molti giorni, senz’interruzione, le chiese; decretarono tempj da erigersi ai santi avvocati contro la peste; innalzarono oratorj, instituendo anche feste e digiuni. E memori che nel 1524, infuriando con più atroce violenza il contagio in Milano, eransi alzate colonne colla croce nei quadrivj, perchè, ricordando l’acerbissima morte di Cristo, consolassero ed ispirassero coraggio agli afflitti del morbo, e insieme rappresentassero loro il pegno e la speranza dell’eterna salute, ristaurarono que’ trofei cadenti per vetustà, eccitando il popolo a tener fissi sempre gli occhi a quel segno, vincitore della morte e del demonio.
Queste ed altre espiazioni adoperarono i maggiori nella loro pestilenza, e qual mezzo per sè efficacissimo a placare l’ira celeste, calarono dalla vôlta del Duomo il Chiodo, che, infisso nel corpo del Redentore, fu anch’esso stromento della salvezza del genere umano; e trassero fuori quel ferro imbevuto del sangue divino, siccome reliquia, che avrebbe impetrata di certo la misericordia di Dio. Lo portò per le strade della città, seguìto dal popolo, il cardinale arcivescovo Carlo[182], che, per somma ventura di quell’età, fu tra non molti anni assunto fra i beati in cielo, dove la seguente generazione invocar lo doveva suo protettore. La qual peculiare circostanza avvalorò di molto le preci degli avi, e noi, ridotti all’estreme angustie, trasportammo il corpo del santo arcivescovo, mentre non era venuto ancora il giorno del perdono; indi non cessammo da religiose pratiche finchè Dio non accordò l’impetrata salute. Ma su tale argomento dicemmo ormai abbastanza.
Piuttosto sarà questo il luogo opportuno d’esporre ciocchè fecero, durante la loro peste, gli avi ed i padri dei nostri magistrati, ciocchè il Borromeo, santo patrono dei Milanesi, operò, non ultimo de’ grandi suoi meriti pei quali ora gode la beatitudine al cospetto di Dio, e qui in terra cinto d’aureola il capo, ottenne l’onore della santificazione, il più esimio premio che ad uomo compartisca la divina misericordia.
Dopo la solenne processione, in cui Milano vide due mirabili cose, il preziosissimo ferro che traforò i nervi e le vene del Redentore, e il santo Pastore che lo portava colla destra lacera e sanguinosa, incominciò a farsi sentire più grave la fame, calamità quasi eguale alla pestilenza, o, per dir meglio, fomite della medesima. La carestia che precedette a dì nostri il morbo, sopraggiunse invece più tardi nel 1576, ma non riuscì meno funesta.
Il milanese territorio, che tanto si estende intorno la città, non forniva ormai più granaglia, privo d’agricoltori, i quali, morti, nascosti ne’ tugurj, ovvero rinchiusi nelle capanne degli appestati, sbalorditi dal terrore, attendevano con indolenza ai campestri lavori, o del tutto gli abbandonavano.
Il Consiglio Generale, annuente il governatore con regio placito, decise, per riparo, di comperare e far condurre a Milano buona copia di frumento dalle città di provincia, e segnatamente da Lodi, Alessandria, Novara e Pavia, come quelle che più abbondano di cereali. Non già che i loro abitanti negassero di vendere frumento; ma incrudelendo ed allargandosi ogni dì più la peste, aborrivano qualunque commercio colla metropoli, talchè riusciva difficile il commercio fra essa e le provincie.
I Pavesi in ispecie, con ardito rifiuto, s’erano resi odiosi, come accadde un tempo coi Romani, quando alcune colonie militari ricusarono di fornire soldati all’impero. Nondimeno si comperò frumento in copia, specialmente in Lumellina, e fissato lo stradale, venne riunito presso Abbiategrasso, in granaj ivi aperti lungo il naviglio, affinchè rinchiuso in altri sacchi e caricato su barche, si trasportasse in Milano senza frode o senza pericolo d’infettare le terre donde veniva esso grano. E perchè l’operazione si eseguisse con ogni diligenza e cura, tanto il Consiglio Generale quanto i venditori, delegarono persone, le quali, recandosi sul luogo, invigilassero che il grano fosse scaricato e ricaricato colle debite cautele.
A costoro si diede ampia facoltà di costringere i fittabili e gli ammassatori di grani a vendere per equo prezzo al municipio quanto frumento, riso, orzo e segale avevano ne’ magazzini. E non solo a vendere, ma a trasportarlo ben condizionato a Milano ne’ pubblici granaj. Altre vettovaglie si raccoglievano a Binasco sul Pavese, e nel villaggio di Gallera[183] sul Lodigiano. Si stabilirono in quelle parti emporj, a’ quali ricorrevano dalla città i compratori, affine di non obbligare i venditori a venire ne’ paesi infetti di peste. Sul Pavese ebbero la sovrintendenza Guido e Giulio Scacabarozzi, sul Lodigiano Marco Fagnani, prefetto dell’annona.
Mentre, per alimentare i poveri adottavansi queste misure, senza cui sarebbero mancati i grani indispensabili alla vita; i magistrati ebbero cura anche dei salumi, olj, formaggi, majali, legna e carbone, oggetti che sussidiano quei di prima necessità. E furono inviati Ambrogio Archinto, Guido Cusani e Cesare Pietrasanta per farne acquisto sul Piacentino. Finalmente non si trascurò la più piccola cosa in mezzo a tante cure ed al trambusto. La quale previdenza, il più ammirabile degli scrittori latini, quasi colle medesime parole da me usate, narra aver avuta il Senato di Roma, allorquando la repubblica trovossi in pericolo.
Del resto, nel mentre queste minute cure ed altre ben più rilevanti, facendosi ad ogni ora più gravi, rendevano ormai intollerabile il peso dell’amministrazione a’ nostri magistrati, non ristavano essi dal ripetere che le spese toccavano al regio Fisco. Ma veniva sempre data loro la solita risposta, il principe essere estraneo a quelle spese, vasto l’impero, nè bastare l’oro che ricavasi dalle miniere o dall’arena de’ fiumi, nè i tesori delle Indie e i tributi di tanti regni. Quando poi i regi furono stanchi dal continuo insistere, trovarono una sottigliezza per convalidare il rifiuto col diritto e l’interpretazione delle leggi. Venne fuori, sia dal governatore, sia dal Consiglio segreto, o forse d’ambidue, un rescritto del seguente tenore.
Gli egregi Decurioni instavano, sostenendo che toccava al re di pagare le somme impiegate per la peste, ma doversi fare una distinzione, separando cioè gli stipendi dei ministri dalle altre spese. I primi concedevasi di porli a carico dell’erario, ma non già il denaro consunto per alimentare il popolo, giacchè spetta alla città nutrire i suoi poveri, che dir si ponno membri del suo corpo. Appoggiavano la loro decisione col citare gli editti dei medesimi decurioni, allorchè sette anni prima nella carestia eransi addossato siffatto carico, spendendo settantamila zecchini per mantenere gl’indigenti.
I Decurioni, a nome della città, di nuovo replicarono non doversi apporre a pregiudizio quanto la città stessa, pietosa e splendida, in altri tempi elargì, nè tacciar di frodi i suoi meriti e l’ossequio verso il monarca. Perocchè la fedeltà al cattolico re, fu appunto quella che l’indusse a non lasciar perire di fame tante migliaja de’ suoi sudditi in Milano, che egli guardava con speciale indulgenza ed aveva sì cara. E siccome i Decurioni, volendo il giusto, non esigevano che tutto il peso gravitasse sul regio Fisco, si prese una strada di mezzo fra il bisogno e la munificenza.
Vennero assegnati quattro mila zecchini per anno alla città da esigere sul dazio del sale, da aggiungersi ad altri quattro mila sulla misura del vino, non lieve sussidio nelle angustie del momento, ma non però quale esigevano le circostanze. Pel rimanente, il governatore diede speranza di poterlo impetrare dal re, qualora scemassero in avvenire le gravose e indispensabili spese che allora lo aggravavano. I magistrati ripreso coraggio, scelsero Brivio Sforza, idoneo, per avita nobiltà, per uso delle corti e pel favore di cui godeva presso il re, inviandolo a Madrid ad esporre le istanze del Consiglio Pubblico; gli diedero facoltà di legato, colle istruzioni relative all’affare, lasciando il resto in suo arbitrio, spiate che avesse la mente del re e le tendenze degli animi in corte.
Doveva lo Sforza, prima di tutto, far presente, che il decreto di Carlo V era chiaro, e senza veruna restrizione, per cui il figlio ed erede dell’impero e della gloria di lui, anche per riverenza del volere paterno, mosso a pietà, guardasse con clemenza e benignità l’infelice condizione dell’afflitta Milano. Qual esito abbia avuto codesta legazione, trovasi nei nostri annali relativi alle vicende di quell’epoca.
V[184]. Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. — Medici. — Asilo pei bambini.
La peste frattanto non rallentava, a segno che le sue stragi sarebbero state più grandi d’ogni altra precedente, ove non l’avesse di gran lunga oltrepassata quella dell’età nostra, nel descrivere la quale io forse seguii l’esempio di tutti i tempi e degli uomini, sempre proclivi ad esagerare i proprii mali a confronto degli altrui, talchè affermano le recenti sciagure di tutte le altre più atroci e terribili.
Anche allora pel contagio diffuso diventò angusto il Lazzaretto alla turba degli appestati, benchè sembri che un sì vasto edificio essere debba a tal uopo più che sufficiente per qualsiasi città. Nel 1576, come nel 1630, il popolo milanese, lagnandosi, come sempre, de’ beneficj e delle liberalità dei governanti, strepitava, tacciando d’avarizia e d’imprevidenza la saggezza de’ vecchi duca, perchè avessero troppa circoscritta l’area del Lazzaretto. A sentirlo avrebbero dovuto ingrandire quell’asilo della morte in guisa che abbracciasse tutta quanta l’ampia Milano sopravvenendo un contagio[185]!
In tale ristrettezza del Lazzaretto si supplì, come facemmo noi pure, alla turba, erigendo pei malati ed i moribondi, lazzaretti succursali fuori delle mure. Anzi ritengo in ciò aver noi seguito l’esempio lasciatoci dagli avi, i quali decretarono che da tutte le terre, entro il circuito di venti miglia, si trasportassero a Milano pali, assi e paglia, e venissero anche i contadini per innalzare le capanne. Furono queste duecento per ciascuna porta, e non fia inutile ricordarne la forma come trovasi descritta negli annali di quella pestilenza, affinchè non rimanga sepolta negli atti del municipio, ma si conosca eziandio dagli estranei, se mai questa mia storia fia letta un giorno in altri paesi.
Sceglievasi un luogo il più alto che si poteva e declive, piantando per lungo le capanne in fila ed eguali, per quanto lo permetteva la natura del terreno.
Le strade intersecanti il lazzaretto aprivansi dieci braccia lontane l’una dall’altra, ed eravi uno spazio vuoto di sei braccia tra le singole capanne, le quali avevano tutte l’ingresso rivolto dalla medesima parte, con uno spiraglio sopra l’uscio, ed una imposta congegnata in guisa che ciascun malato, anche piovendo, potesse veder la luce, respirare l’aria libera, ed evitare in parte il tedio dell’angusto suo carcere.
Le capanne formavansi con travicelli, il pavimento di terra battuta ed alquanto alto perchè fosse meno umido, con vari buchi all’ingiro, pei quali l’acqua piovana colava entro rigagnoli. Una larga fossa[186] chiudeva intorno ciascun lazzaretto, per impedire che di giorno o fra le tenebre, alcuno vi penetrasse a maltrattare i rinchiusi, come anche perchè questi temerariamente non uscissero. In tale fossa colavano tutte le acque derivate, con canali, dalle vicine sorgenti pei vari usi dei lazzaretti. Fuori del recinto di ciascuno dei medesimi s’innalzavano tettoje pei soldati che facevano la guardia sul limitare: ivi pure sorgevano altri tugurj ad uso di cucina, taverne, farmacie, pei molteplici bisogni della numerosa famiglia là radunata. Una gran croce presentava la vista consolante del Redentore ai miseri appestati, chè la religione fu la prima d’ogni cura sì nel lazzaretto di San Gregorio[187] come ne’ secondarj. Ogni mattina davasi il segnale perchè tutti, inginocchiandosi, volgessero gli occhi alla croce, meditando i tormenti sofferti da Cristo. Celebravasi giornalmente la messa in oratorj posti nel recinto, affinchè ciascun ammalato, dal limitare della propria capanna, potesse, se non ascoltare, vedere almeno il Santo Sacrificio.
Per impedire la fuga ai rinchiusi s’investirono di straordinari poteri alcuni gentiluomini, i quali avevano il titolo di capitano, e sotto di sè cento soldati per ciascheduno, con un pubblico scrivano ed altri uffiziali. La somma spesa in queste guardie fu di 46,000 lire, per fitto delle case vicine ai lazzaretti, legna, materassi ed altre suppellettili ad uso dei soldati e dei capi, non che per le cibarie.
Ad ogni porta di Milano si destinarono altri nobili, coll’incarico di comperare e spedire le vettovaglie ai lazzaretti. In questi però non ammettevansi con facilità e promiscuamente tutti i poveri; ma quando l’uffiziale, cui spettava tale cura, riferiva esservi alcun povero da trasportare fuori di città, i nobili a ciò deputati nelle singole parrocchie, li visitavano. E trovate vere le esposte ragioni, lo ricevevano, pigliando nota in apposito registro del suo nome, cognome, condizione; se aveva moglie, e quanti figliuoli, sotto quale parrocchia, ed in quale casa abitasse, non che il giorno in cui venne ricevuto. Poscia, condotto o trasportato all’ingresso dei lazzaretto, spogliato degli abiti e lavato, si rivestiva d’una tunica nuova, era messo in una delle capanne insieme con un compagno, e talvolta con due, colla cautela di tenere sempre i sospetti e gli appestati in quartieri divisi[188].
Ogni quartiere aveva i propri ministri e inservienti, col divieto di qualunque menomo contatto fra loro, perchè i sani non contraessero il morbo.
Scarsi erano i medici, essendosi nascosti, o simulando di non essere tali, quei che anteponevano la dolcezza del vivere al lucro. Benchè si promettessero stipendii generosissimi, non si riuscì a cavar fuori dalle ville parecchi di loro, i quali vi si tenevano nascosti, abborrendo la mercede della morte. In codesta privazione d’un’arte, il cui nome soltanto è sollievo e farmaco agli infermi, nel mentre si cercavano per ogni dove persone le quali, avendo almeno una tintura di medicina, acconsentissero ad entrare ne’ lazzaretti, capitarono vicino a Pavia alcuni Francesi che spacciavansi per medici, e tali si sarebbero creduti alla fisonomia ed all’abito. Mettevano fuori aforismi, e, condotti da un oste a visitare i malati in que’ dintorni, prescrissero medicine, bevute le quali, guarirono, probabilmente perchè non era giunta l’ora di morte per essi.
I Francesi dicevano d’esser avviati a Venezia per liberare dal contagio quella città. Un Lonato, spedito dalla Sanità a Pavia, assoldò e menò seco quattro o cinque dei sedicenti dottori, non più esperti della vecchia montanara che a’ giorni nostri s’intromise, come raccontai, nel Lazzaretto. Fu loro assegnato uno stipendio mensile, più largo che non avrebbero ardito pretendere i più riputati medici, cioè mille e seicento zecchini, la massima parte de’ quali venne loro sborsata all’istante.
Introdotti ne’ lazzaretti, si scoprì poco dopo, non so come, la lora sfrontatezza e ignoranza, per cui, messi in carcere, battuti con verghe e ritolto loro il denaro avuto, affinchè non fossero d’ulteriore aggravio, vennero scacciati. Due però di quei cerretani morirono di peste in prigione. Infine si ebbe ricorso al Collegio dei fisici che provvedesse in qualche modo all’urgenza, ed esso, coll’autorità sua, fe’ sì che uscirono fuori medici, i quali adempirono al proprio dovere. A ciascuno vennero assegnati dal pubblico zecchini cinquanta di salario per ogni mese: cento a Lanfranco Boniperti novarese, per la molta rinomanza di cui godeva nell’arte sua[189]. I medicinali, le pozioni e quant’altro si trovò giovevole a curare e rifocillare i malati, somministrò Santa Corona, istituto che il fondatore, con regale munificenza, aperse a beneficio de’ poveri[190]. E quando non bastavano le rendite del medesimo, supplirono alla spesa i nobili ed il municipio.
Soccorso grandissimo in ogni bisogno prestava il cardinale arcivescovo Carlo, allora vivente qual santo tra gli uomini, ed io son d’avviso che quanto egli fece durante il contagio, valse più d’ogni altra azione dell’operosa sua vita a schiudergli le porte del cielo al termine di questa nostra calamitosa carriera, ed a procacciargli dappoi gli onori della canonizzazione. Egli assunse con gioja la cura degli appestati per amore del suo popolo, profuse ricchezze, vendè poderi, spogliò il palazzo per sovvenire a’ bisognosi, e assai più fece in tutto il tempo della pestilenza per la salute spirituale del suo gregge. Le quali cose non istarò ora a ripetere per averle già bastantemente spiegate nei libri che pubblicai sulla vita e il pontificato del Borromeo.
Il pane ed il vino si distribuivano nelle capanne come segue: venti oncie di pane di frumento per testa al giorno, ventotto oncie di vino non annacquato, un po’ di riso, o che altro più leggiero e gustoso secondo le prescrizioni del medico. Tali commestibili erano forniti dai dispensieri, e li recavano ai lazzaretti con tremende cautele a motivo del contagio. Quei di fuori provavano il terrore di chi si avvicina ad un covile di belve, poichè i rinchiusi, somigliavano a tante fiere ivi incatenate, nè uscivano a prendere le vettovaglie, finchè non eransi discostati i dispensieri dopo averle poste a terra lontano dal limitare.
Alcuno meraviglierà forse per tante sollecitudini e ripieghi usati par tenere in vita que’ plebei; ma rifletta che essi erano membri del corpo dello Stato, che importava sommamente di salvare la metropoli, e che le miserie e il sucidume del popolo mettevano a repentaglio anche la vita dei grandi. La città spese la somma di 105,000 lire per alimentare la caterva dei poveri chiusa ne’ tugurj dei lazzaretti, meglio e più salubremente che nelle loro case. Si raddoppiarono diligenze nella quarantena cui furono assoggettati per esplorare se la peste di nascosto non covasse tra loro.
Nelle file di capanne destinate ai quarantenanti, se alcuno moriva, quanti trovavansi nel medesimo recinto non potevano moversi di là o rientrare in città prima che trascorressero quaranta giorni da quella morte. Dopo il qual periodo di tempo, trasferivansi in altri recinti netti, che avevano due ingressi. Colui che doveva fare lo spurgo entrava da una porta, e spogliandosi, gettava fuori le vesti, poi lavatosi nel serbatojo ivi pronto, indossava un abito nuovo che gli veniva sporto dall’altra porta; allora soltanto gli era concesso l’uscire, ben inteso che non apparisse in lui il più lieve indizio di peste. Con tal metodo si denudavano, lavavano ed esploravano gli uomini; quanto alle femmine, per non offendere il pudore, erano visitate dalle levatrici, che assistevano le partorienti nel lazzaretto.
Coloro che rientravano in città, subìta la quarantena, non potevano uscire dalle loro abitazioni e vagare liberamente, ma per venti giorni dovevano rimanervi chiusi ed isolati. Il denaro trovato nelle tasche dei morti nelle capanne o che essi palesavano celato in qualche nascondiglio, era restituito ai loro congiunti da uno dei Decurioni trascelto a questo ufficio. Qualora non vi fossero congiunti o parenti, ereditava il pubblico. Eguale buona fede ed esattezza usavano i nobili col denaro depositato da molti, credendo inevitabile la morte, poichè, guariti, lo riavevano senza la minima perdita. Il Senato, perchè non riuscissero vane le ultime volontà dei moribondi, decretò fosse lecito a qualunque ministro o custode de’ lazzaretti scrivere e firmare testamenti, i quali sarebbero validi come se dettati con tutte le solennità notarili, e col tabellionato inscritti nei loro atti autentici. E per evitare che l’ignoranza non desse luogo a frodi più dannose dei raggiri legali, s’aggiunse al decreto che simili testamenti sarebbero nulli senza l’approvazione del Senato.
I lattanti, i bambini di fresco spoppati, e tuttora deboli, rimasti privi di genitori; infelici non solo per l’imbecillità dell’infanzia, ma perchè privi d’ogni sussidio, morivano nei letticciuoli stessi ove erano ancora caldi i cadaveri dei genitori, o superstiti per maggiore sciagura, traendo a stento la vita, avvoltolavansi per terra, senza che alcuno li raccogliesse. I proprj mali e lo spavento dei maggiori pericoli sovrastanti faceva sì che niuno badasse a quel vergognoso disordine.
Finalmente il Municipio vi rimediò, destinando un ampio edificio, nel quale i medesimi erano alimentati con materne cure, salvando questi sgraziati che parevano venuti in luce per tosto morire.
Balie, levatrici ed altre donne pietose e amorevoli, fungenti le veci di madre, che natura, madre comune, destina a fasciare e porre in culla il neonato che vagisce, quasi presago de’ mali dell’esistenza; tutte queste donne, madri ai figli dello Stato, furono a spese pubbliche e per cura dei nobili riunite in quell’ospizio, ove i derelitti bambini ebbero asilo. Il quale insieme colle nuove capanne che si dovettero innalzare pel numero degli appestati sempre crescente, mancando altresì paglia e legnami, costò cinquanta mila lire.
VI. Voto a S. Sebastiano. — Quarantena generale — Spurghi.
Il 23 ottobre i LX Decurioni, per la salute pubblica, fecero voto a S. Sebastiano martire, nostro concittadino, affinchè per le ferite aperte nel suo corpo dalle freccie, supplicasse Iddio a liberare Milano dal contagio. Il voto fu espresso colle seguenti parole:
«S. Sebastiano martire, nato in questa terra pel cielo, cittadino e alunno di Milano, che ne va glorioso, deh! pe’ meriti tuoi impetra grazia appo Dio onde abbia fine la pestilenza così fatale alla tua patria. Noi riedificheremo più grande e magnifica entro i quattro anni prossimi venturi la chiesa che i nostri avi dedicarono al tuo nome. Il primo giorno anniversario che ricorrerà della tua festa offriremo a detta chiesa un vaso di cristallo per riporvi, col debito onore, le venerande reliquie del tuo corpo che ivi si conservano, portandolo noi Decurioni, col clero e col popolo, confessati in prima e comunicati, perchè il dono sia vieppiù aggradito».
I Decurioni, affinchè tutti conoscessero le promesse con cui obbligavansi al santo, e la città sancisse il voto, chiamarono persone dai borghi che rappresentassero le loro parrocchie, talchè il voto fosse solenne ed a nome del pubblico: i sindaci annuirono per lettere.
Circa la forma e il modo del ristauro della chiesa, vennero delegati a proporla ed a farla eseguire Alfonso Gallarato, Giovanni Arcimboldo e Battista Visconti. Erano gli animi infervorati e per divozione al martire concittadino e per la speranza d’impetrare salute per intercessione di lui. S’aggiunsero altri voti i quali ignoro se oggi sussistano ancora tutti, e vengano con fedeltà adempiuti, ovvero siano caduti in dissuetudine, come si fece e si farà sempre, perchè gli uomini sono fraudolenti perfino col cielo; ed all’antico peccato dell’uman genere s’aggiunge pur quello d’ingannare i santi.
I Decurioni, annuente e consigliante il governatore spagnuolo, promisero inoltre, a nome dei Milanesi, d’instituire una confraternita di S. Sebastiano. Primo a inscriversi fu il marchese d’Ayamonte, governatore, colla moglie e i figli, poi i Decurioni, il Senato, i magistrati ed i nobili secondo i loro gradi. Le discipline e gli obblighi di questa confraternita non furono assoggettati a verun regolamento; ma lasciati in arbitrio della volontà di ciascuno, che far poteva le opere pie che più gli andavano a genio. Distribuire ai poveri qualche limosina; i più ricchi impiegare grosse somme in soccorso della pudicizia pericolante, massime se qualche nobile donzella trovavasi in simile rischio, seguire con torce la processione nella vigilia di S. Sebastiano, giorno in cui si trasportavano in Duomo le sue reliquie; lasciare dette torce ad usi pii, specialmente in raccogliere denaro per doti di fanciulle bisognose. Votarono altresì che il giorno dedicato al nome ed alla memoria del santo martire, sarebbe festivo in perpetuo pei Milanesi, esclusa ogni opera servile. In esso giorno si recherebbero coll’arcivescovo e il clero metropolitano alla chiesa di lui, portando i doni col rito e la pompa medesima, con cui la seconda festa di Pasqua si recano annualmente alla basilica di Sant’Ambrogio colle insegne di ciascun’arte, e lo stendardo dell’augustissimo pastore. Ultimo voto fu una messa quotidiana nella chiesa di San Sebastiano, da celebrarsi da un sacerdote eletto dalla città a nome di essa, e coll’onere di contribuire alla spesa della solenne funzione nell’anniversario del voto[191].
Si supplicò il cardinale arcivescovo che si facesse autore di questi voti, perocchè non sono validi senza l’autorità della Chiesa.
Frattanto il morbo, nè per umani rimedi, nè per divino soccorso rallentava, i redditi della città, le profuse elargizioni degli abitanti e fino le imposte forzose non bastavano alle spese giornaliere del contagio. Trovo scritto che a quell’epoca alcune persone diedero per uso pubblico, con ripetute largizioni, somme sì ingenti, che non lo crederei ove non facessero indubitata fede i registri. I più generosi in Milano furono Giacomo e Francesco d’Adda[192], i quali le ricchezze tramandate dagli avi, o raccolte colla propria industria, nobilmente impiegarono nel sostenere in parte le pubbliche gravezze, largendo denaro alla città o prestandolo senz’interesse, mentre cert’altri usuraj ne fecero vile ed esecrabile traffico.
Questi sussidj però non bastavano, e si trattò di vendere alcuni redditi pubblici per incassare trentamila zecchini. Ma non presentavansi acquirenti, sicchè dovette il governatore costringere alcuni ricchi ad impiegare il loro denaro in siffatta compera.
Il Senato diede vacanze al foro, scarcerò i prigioni per debiti, i senatori, deposta la toga, come dimentichi del loro grado, camminavano per le strade in veste succinta[193]. Fu poscia discusso tra il Senato ed i nobili del rimedio che nelle estreme angustie si ritenne sempre unico e più efficace, quantunque difficilissimo a mettere in pratica. Voglio dire, di tenere rinchiusa e segregata fino al quarantesimo giorno, che si crede il termine dell’esperimento contro i contagi, l’intera città come un individuo, e tante migliaja di persone quasi formassero un solo corpo.
La quarantena venne prorogata per l’enormità del dispendio e la scarsezza di quanto necessariamente bisognava somministrare alla moltitudine sequestrata. Temevasi inoltre che il popolo, stanco dello squallore e della solitudine domestica, senza pane e modo di vivere per mancanza di guadagno, cessati i lavori, sorgesse a tumultuare. Il disprezzo della morte che aveva di continuo sott’occhio, la vista dello stato in pericolo di ruinare per tanti mali, e la speranza dell’impunità potevano spingerlo ad ogni più disperato eccesso. Nondimeno si decisero ad intimare la quarantena generale: il 31 ottobre fu decretato che tutti si chiudessero nelle case, e proibito qualunque commercio e contatto e raccomunarsi pei bisogni giornalieri, se i cittadini volevano nuovamente godere la vita civile e la luce. Codesto rimedio contro la peste adottarono il governatore, il Consiglio Segreto, il Senato, il Tribunale di Sanità e di Provvisione, non che i LX Decurioni, i quali tutti, a nome del re e della patria, ne assunsero l’incarico a vantaggio della salute pubblica.
Sarebbe, aggiungevasi, una molestia di quaranta giorni, un isolamento necessario e salutare al tempo stesso. Niuno ardisse metter il piede fuori dal limitare della sua casa, e se trasgrediva il divieto, subirebbe gastighi, proscrizioni, multe, e quant’altro sogliono minacciare in tali casi i dominanti. A tutte le cose necessarie provvederebbe lo Stato.
Il decreto ebbe sollecita esecuzione; nel dì fissato ricchi e poveri rimasero in casa, e furono serrate tutte le botteghe, ad eccezione di quelle ove si vendevano commestibili. Ai poveri, le cui famiglie erano registrate in ogni quartiere, non mancarono i viveri e si conservano negli atti pubblici i nomi dei nobili che ebbero tale incarico nelle singole parti di Milano.
È la Misericordia una confraternita di nobili, che sotto un tal nome distribuiscono annualmente ventiquattro mila zecchini, se non che le morti e le calamità del tempo avevano sminuito d’assai tale patrimonio dei poveri.
Nell’oratorio della Misericordia riunivansi ogni giorno i delegati della confraternita a consulta per sciogliere i viluppi delle sempre nuove difficoltà che l’un l’altro esponeva. S’aggiunsero ai confratelli due nobili per ciascuna porta, e più ancora secondo che in questa o in quella parte di Milano maggiori erano le brighe. Quanto forniva il Municipio, recavasi dalle campagne, ovvero si comperava nelle botteghe, era deposto sul limitare d’ogni casa. Serrate tutte le porte della città, venivano ammessi coloro soltanto che recavano commestibili, e i quali, appena le avessero portate ne’ luoghi stabiliti, sia a privati sia a’ venditori, dovevano ripartire, esibendo le bollette. Nessuno di loro poteva pernottare entro le mura.
Formaronsi squadriglie d’uomini per andar in giro e comperare le cose necessarie: costoro avevano un permesso rilasciato dai nobili, affinchè niuno, per girovagare, si unisse impunemente alle squadriglie. I bottegai e i rigattieri stavano allo sbocco ed all’ingresso delle contrade e in mezzo di tutti i corsi, affinchè ciascuno de’ vicini abitanti potesse comprare frutta, vino e commestibili d’ogni sorta. A venditori furono condonate le solite tasse, rinunziandone il municipio l’introito a vantaggio degli acquirenti.
Le taverne, le dispense e le primarie farmacie rimanevano aperte per la vendita soltanto da terza al tramonto, con cancelli dinanzi e vasi pieni d’aceto, ne’ quali si gettavano le monete perchè l’acrimonia di esso liquido purgasse i metalli. Altri nobili, due per parrocchia, ebbero lo speciale incarico d’indagare e riferire su quanto accadeva in ciascheduna casa, notare i sintomi favorevoli o sinistri, i morti repentinamente, coloro che già disperati risanavano. Questi nobili conoscevano casa per casa, padroni, inquilini e lo stato loro, altrettanto come la propria famiglia; gli tenevano scritti in appositi elenchi, e ne facevano tutti i giorni la ricognizione coi medici, continuando a tenerli rinchiusi, ovvero mandandoli alle capanne, secondo il giudizio dei medici stessi.
Erasi lasciata alla loro prudenza facoltà di concedere il permesso d’uscire, qualora trovavano giusti gli addotti motivi, con obbligo però d’informare i superiori. Altri nobili delle primarie famiglie sorvegliavano il loro operato, investiti d’ampi poteri, fino a punire di morte gli uffiziali subalterni ed i quarantenanti, perchè quelli non trascendessero, come è loro costume, a’ furti e rapine, e questi non uscissero dalle abitazioni, vagando con pericolo della salute pubblica. Altri nobili finalmente s’adoperavano coll’autorità ed i consigli perchè ciascuno adempisse il suo dovere.
Il cardinale arcivescovo assoggettò ad eguale disciplina il clero, ingiungendo che ogni ecclesiastico rimanesse in casa, secondo le prescrizioni generali[194]. E colla santità e prudenza, virtù in lui esimie, stabilì che per evitare le funeste conseguenze dell’ozio nell’isolamento delle pareti domestiche, uomini e donne facessero orazione sette volte il giorno, al tocco delle campane[195]. Le quali preci, la messa quotidiana, giovarono a tener occupati gli animi in divoti pensieri e placare l’ira celeste.
Ai birri e custodi che già v’erano in Milano a cagione della pestilenza, s’aggiunse il banditore della città che ebbe speciale incombenza durante i quaranta giorni. Egli girava colla sua squadra, osservava le case, e se qualcuno usciva senza bolletta, con in mano una verga, minacciava istantaneo castigo ai delinquenti presi. Per le contrade eranvi forche alzate; il governatore offerse drappelli di soldati tedeschi a custodia delle singole porte; ma i Decurioni si scusarono dall’accettarli, perchè il Municipio, oppresso da tanti pesi insopportabili, non era in grado di supplire anche a siffatto dispendio.
Il marchese d’Ayamonte andò colla sua famiglia a Vigevano, conducendo seco alcuni dei primarj Decurioni del Consiglio segreto, i quali erano i suoi consiglieri intimi per gli affari. Investì d’ogni suo potere in Milano il presidente del Senato Rainoldo e Gabrio Serbelloni, distintissimi personaggi di quell’epoca, e superiori a tutti, il primo per sapere giuridico ed esperienza nell’applicazione delle leggi, l’altro per valor militare: entrambi per esemplarità di vita.
Gli annali dell’epoca tramandarono ai posteri il glorioso nome e l’inclite gesta del Serbelloni[196].
Colle esposte discipline si aprì la quarantena, che fu mantenuta sino al termine con maggior ordine e perseveranza che non a’ tempi nostri, giacchè, dopo incominciata, cadde poscia in disordine e venne abbandonata.
La intrapresero gli avi, ricorrendo ai santi, giusta l’antica consuetudine. Il senatore Castiglioni, cui nello scomparto della città era toccata la sorveglianza di Porta Vercellina, propose a’ colleghi di riunirsi nella chiesa di San Francesco, accostarsi alla mensa eucaristica e formare un comune peculio per soccorrere i poveri, facendo voto di fare lo stesso ogni anno, ad imitazione del voto fatto nel 1524, quando la peste minacciava d’un totale sterminio Milano e la Lombardia.
In tal guisa, attivata e proseguita la quarantena, si tennero gli uomini rinchiusi come animali velenosi entro le tane, affinchè, coabitando, non ispargessero il principio contagioso. Quando nelle case, divenute altrettante carceri all’esigliato popolo, manifestavasi sintomo alcuno del morbo, si spurgava ogni suppellettile, e tutti gli oggetti di cui l’uomo fa uso, e finanche ciò che rimaner poteva infetto per la presenza o per l’alito. L’arte di fare gli spurghi ebbe origine a que’ giorni in Milano, infausta gloria della medesima! Ed io la descriverò in questa luttuosa mia storia, non perchè n’abbino invidia le altre città, ma perchè giovar se ne possano, ed averne gratitudine a Milano, quando mai ritornassero codesti tempi, in cui s’acqueta fra gli uomini ogni gara.
La casa infetta veniva tosto contrassegnata, affinchè si evitasse come lo stesso contagio. Il cadavere dell’appestato asportavasi dai Monatti[197], e gli infermi, se ve n’erano, si conducevano alle capanne fuori della mura; gli scrigni poi, le casse e tutte le loro masserizie venivano poste in istrada o nella corte. Non s’apriva però o movevasi cosa alcuna se non in presenza di testimoni, e invitati coloro che vi avevano interesse. Il denaro trovato recavasi a Francesco Ornati, cassiere dell’erario pubblico, e rimaneva in deposito presso di lui, fino al tempo della restituzione. Abbruciavansi gli oggetti di poco o nessun valore, gli altri, previo elenco e marca, si consegnavano ai Monatti sporchi in separati fardelli, perchè li portassero ai lavacri, spurgandoli a tenore della loro qualità. Altri Monatti netti, entrando in casa, profumavano con storace, incenso e pece in gran copia l’inospitale dimora e le infette pareti; lavavano ogni parte con calce e ranno per staccarne e detergerne la peste. Mescolate due libbre d’incenso ed una di pece, gettavasi sul fuoco, e il salutifero vapore spargevasi per tutta la casa. Sulle robe che si portavano alle fonti per lo spurgo, era scritto sopra il nome del proprietario; gli stessi Monatti, poste sopra pali le schede dei nomi, le mostravano poscia ai padroni cui dovevano restituirsi le robe o qualsiasi altra merce.
Le case con tal metodo spurgate furono 8953; le famiglie 4066, la spesa del municipio negli spurghi e suffumigi, oltre quelli sostenute privatamente da coloro cui interessava di mantenere nette e le abitazioni e le suppellettili loro, salirono a 120,000 lire[198].
I cocconi che i bachi da seta, finchè sono entr’essi chiusi, tessono e spalmano colla loro saliva, turpe e fetida officina di vermi che dà in seguito sì gran lucro e splendore agli opificj della città, venivano collocati sopra bacini, e sottopostovi carboni ardenti con aggiunta una mistura, temperavasi col vapore e col fumo il nauseante puzzo dei medesimi onde non fosse nocivo.
Le stoffe poi e le vesti di seta gettavansi entro una caldaja in cui bollivano erbe medicinali; il luogo dell’operazione chiudevasi tutto all’ingiro, perchè quel fumo e calore dispendioso senz’alcun frutto non si dileguasse per l’aria. In egual modo spurgavansi i giojelli d’oro e d’argento, tutte le vesti di bambagia e di lana, qualora non fossero già inzuppate d’olio, immergevansi in quel bollente liquido, poi nell’acqua fredda ripetute volte, forzando così a staccarsi la sanie che avessero per l’addietro assorbita.
I manipoli di canape o lino infetto ponevansi nelle acque correnti e vi si lasciavano tre giorni. Tutte le stoffe si ritenne bastante profumarle con fumo odorifero; le pelliccie, se di poco conto, gettavansi al fuoco, se no venivano seppellite in botti con calce: quando poi esigevano, pel molto prezzo, maggior cura, messe in un ordigno movibile, si facevano girare sopra un recipiente di legno riscaldato con suffumigi, perchè non si guastasse la morbidezza e il lucido dei peli. Con queste cautele si conservavano le pelliccie, evitando il pericolo che in simili oggetti di mollezza e di lusso s’occultasse la peste. I codici, registri, le librerie, quante carte eranvi presso gli speziali, gli albergatori, i causidici e i medici, i cuoj, le piume, la borra, stramazzi e letti, quadri, metalli, e checchè altro serve alla vita, agli studi o ai piaceri degli uomini, veniva esposto prima all’aria salubre ed a cielo sereno, purgato e asterso più volte con liquidi e profumi. E si rinvenne l’arte di non guastare tali cose nello spurgo, giacchè provvedendo alla salute, si voleva conservare ciò che abbellisce l’esistenza.
Spese il municipio 24,000 lire nell’acquisto dell’area e luoghi circostanti per innalzare le lavanderie, e nella fabbrica di esse. Due genovesi, Spinola e Gianfoglieta, mostrarono una splendidezza d’animo pari a quella dell’ammirabile loro concittadino il Lomellini, che a’ giorni nostri largì denaro con tanta profusione, da offendere la modestia dei beneficati, a segno che solo gli uomini senza pudore ricevevano soccorsi da lui[199]. Que’ due genovesi regalarono essi pure denaro al municipio, e comperate vettovaglie nel territorio lodigiano, le introdussero in Milano, vendendole ai poveri all’egual prezzo dell’acquisto, rinunziando in tal guisa ad una città, cui erano estranei, il guadagno proprio e degli avidi rivenditori. Le parrocchie urbane, emulando questa munificenza, e vergognando di lasciarsi superare in generosità da forastieri, invece di dar loro l’esempio, assunsero l’impegno di mantenere ciascuna i suoi poveri, addossandosi ripartitamente il peso che gravitava sul municipio.
Con queste largizioni de’ cittadini e degli estranei, proseguiva la quarantena; e non era ancora giunta a metà, che s’incominciò a provarne gli effetti salutari ed un sollievo crescente, che l’alternarsi del morbo rafforzava ogni dì le speranze. Notabile differenza tra i due contagi che la nostra peste non scemò fino all’ultimo, mancando le risorse dei magistrati, la pazienza e la sommessione del popolo.
Nè soltanto perseverarono i nostri avi nell’intrapresa quarantena, ma giunti quasi al suo termine, la ricominciarono per altri quaranta giorni, affine d’esplorare più intensamente l’insidioso morbo, sempre fallace, e che a guisa d’implacabile nemico sprezza le tregue e fino la pace conchiusa. Così ordinava lo stesso governatore, ritirato a quel tempo in Vigevano, e cui avevano scritto i Decurioni tornare salubre tutta la città e scomparire la peste.
VII. Donativi di Casalmaggiore.
Il municipio fece una nuova vendita per lire 300,000[200] delle sue gabelle, costringendo, come nella prima, i privati a farne acquisto, sotto condizione che sarebbe allo stesso facoltativo in perpetuo, restituendo il denaro, di ricuperare ciocchè le urgenze del momento l’avevano costretto ad alienare. Le città provinciali e villaggi vicini gareggiavano coi lontani in zelo e munificenza verso la metropoli, ad esempio delle antiche colonie che inviarono a Roma coppe d’oro per alleviare il meglio che potevano le ristrettezze dell’impero.
Casalmaggiore spedì mille botti di vino[201], con un delegato che lo offerse in dono al nostro Consiglio generale con ornate parole. «Sanno i Casalaschi, diss’egli, che Milano, loro capitale e dominante, scarseggia di viveri per nutrire tante migliaja d’indigenti dalla peste, tenuti rinchiusi nelle case e privi d’ogni lavoro». Laonde mandavano quel vino raccolto nelle lor campagne come un tributo, ed altri ne spedirebbero raccolti o procurati altrove. Pregavano a ricevere con aggradimento il vino, non pel suo valore, ma apprezzando il buon animo di quelli che l’offerivano, secondo fece il senato e il popolo romano colle sue colonie, come attestano gli antichi monumenti.
I Decurioni, ricevuto il dono, lodarono la cortesia di quel nobile municipio e la sua fedeltà allo Stato, luminosa anche in altri tempi. In appresso fu onorifico pe’ Casalaschi un tal fatto, perocchè il collegio dei Giudici, che è, per così dire, il semenzajo de’ Senatori, racchiudendo in sè il fiore degli uomini nobili e assennati di Milano, antepose, nel conferire un impiego ambito da molti, uno di Casale soltanto perchè oriundo di quella città.
Poco dopo la stessa inviò un altro regalo di lieve entità, ma gradito dai grandi per dar forze a’ bisognosi languenti; mille polli, che, rinchiusi com’erano nelle gabbie, mandaronsi tosto alle capanne per distribuirli. Casale in tal modo sovvenne con munificenza e cortesia l’afflitta metropoli, e ne ottenne la gratitudine.
I Decurioni la sentivano più viva, chè al recente benefizio, aggiungevasi l’antico lustro di quella terra, nobile ed onorata fin dai tempi romani al pari delle più grandi città, avendo ivi piantati gli accampamenti l’esercito durante la guerra tra Ottone e Vitellio, d’onde trasse principio e nome[202]. Ne’ secoli posteriori fiorì sempre Casale nelle lettere, nelle armi e in tutte civili discipline, e da lei uscì l’inclito cittadino Giovanni Baldesio, che, simile ad uno dei tre Orazj cui venne un giorno affidata la sorte di Roma, duellò in singolare tenzone con Enrico, figlio d’Enrico imperatore, che stringeva d’assedio Cremona. Baldesio, vincitore, trafisse a morte l’avversario, ponendo così fine alla guerra cui erano i Milanesi intervenuti per sostenere la libertà di Cremona, la quale cessò di pagar l’annuo tributo all’impero. Laonde que’ cittadini innalzarono una statua al loro liberatore, e ricopertala d’un manto purpureo, festeggiano l’anniversario di quel trionfo.
Oramai avvicinavasi il termine della peste, e gli avi, non meno divoti di noi, non cessavano dal ringraziar Dio per la ricevuta salute, aggiungendo pur anche i loro sforzi alla divina clemenza. Adempirono i voti, come femmo noi pure, e siccome la festa di S. Sebastiano coincideva quasi col termine della quarantena che, ricominciata una seconda volta, avvicinavasi con ottime speranze al desiato compimento, si decretò di recarsi la vigilia della festa con processione solenne all’altare del martire, e deporvi il vaso col sacro osso; che tale era il voto de’ Milanesi.
V’intervenne il governatore Ayamonte, per quest’unico motivo da Vigevano venuto a Milano, e dodici fra Senatori e Decurioni. Celebrò S. Carlo allo stesso altare, ed amministrò di sua mano l’Eucaristia a tutti gli astanti. Se non che allora evitarono e provvidero ciò che i magistrati dell’età nostra non scorsero, ovvero neglessero; voglio dire, proibirono al popolo d’affollarsi in chiesa; escire in molti dalle case e far crocchj per le strade; stabilendo agli individui giorni ed ore e tempi diversi, non solo per andare in chiesa, ma pel disimpegno delle proprie faccende, mentre noi al contrario, trascurando codesta prudentissima distribuzione, e lasciando che la moltitudine s’accalcasse promiscua nelle processioni ed altre divote pratiche, anche queste riuscirono di fomite al contagio. Proibirono altresì gli avi il ritorno in città a quanti per timore erano fuggiti a nascondersi nelle ville o nei campi; e quanti, mitigata la peste, presentavansi giornalmente alle porte, erano respinti. Invece all’età nostra, i nobili fuggiaschi vennero non solo spontaneamente richiamati, ma si minacciarono con pene i contumaci. Nelle altre cure, sul finire della calamità, furono eguali e nel 1577 e nel 1631 la diligenza e gli sforzi cui avvalorava la crescente speranza, e la brama di non rendersi indegni colla trascuratezza della grazia da Dio ricevuta.
Giunta la nuova a Milano che Brescia era afflitta dallo stesso morbo, il Tribunale di Sanità proibì qualunque commercio co’ Bresciani ed il loro territorio, e si stabilirono le opportune guardie ai confini; altrettanto si fece poco dopo con Pavia per essersi ivi pure manifestato il contagio.
Il governatore spagnuolo stava in grandissima agitazione, per tema non ripullulasse in Milano, tanto più che al presidente Monti, uscito di carica spirato l’anno, sottentrò il senatore Brugora, nuovo nelle cose sanitarie. Un decreto regio vietò con severe pene, di ricevere chicchessia in città, anche muniti di regolare bolletta: il solo Gabrio Serbelloni ebbe la facoltà di ammettere chi voleva, e niuno entrava senza un permesso da lui sottoscritto[203]. Vennero pure fissate chiese vicine alle mura, ove si recassero per adempire i doveri di religione gli uomini e le donne separatamente. Così avevano ingiunto i medici di permettere alcun sollievo ai rinchiusi, perchè respirassero dal carcere diuturno, senza però lasciarli vagare alla rinfusa, o riunirsi ne’ luoghi medesimi.
I fanciulli e le donne in ispecie non si potevano frenare, impazienti come augelli usciti di gabbia, e per la petulanza del sesso e l’imprudenza fanciullesca, infrangenti le leggi sanitarie: fu quindi d’uopo rinchiuderli e porli di nuovo sotto custodia. I disordini continuarono nel lazzaretto di San Gregorio, vicino al quale eransi riuniti nei campi i miserabili degli altri lazzaretti e delle capanne, come altresì continuavano nell’ospitale pei convalescenti, aperto vicino a San Dionigi. I Monatti sporchi erano frammisti coi sani, e delitti e scelleraggini d’ogni genere pullulavano in quegli asili per la convivenza dei rinchiusi, a guisa che nei corpi umani afflitti da lunghi morbi si generano nuovi malanni. Per la qual cosa, mentre il contagio era sul finire, e consolidavasi la pubblica salute, que’ luoghi riuscivano pestilenziali a Milano; così vedemmo noi pure deturpati i lazzaretti per quante colpe e turpitudini sogliono commettere gli uomini.
Anche nel 1576 fu investito d’ampissimi poteri, come dittatore e giudice, un uomo che si trovò laddove nessuno l’avrebbe creduto, e dove nondimeno un altro ne rinvenne l’età nostra. Fra Paolo da Brescia cappuccino, simile in parte al padre Felice, era d’altronde più idoneo all’ufficio suo per severità, aspri modi, e certa feroce indole propria del suo paese. Egli venne messo alla direzione del Lazzaretto da S. Carlo[204], e anche oggidì vive in bocca degli uomini la memoria de’ satelliti di fra Paolo, de’ carnefici, patiboli, cavalletti, e di lui medesimo, armato e sempre truce e minaccioso in viso sia che comandasse, che punisse. Oh! quale spettacolo vedere un frate col cappuccio travestito da magistrato; ma a ciò stringeva la sciagurata condizione di que’ tempi. Egli, censore severissimo[205], gastigò e represse i furti, le libidini e gli altri vizj, che senza tregua baldanzeggiavano in quegli antri della miseria e del bisogno.
Un altro non meno ammirabile spettacolo offrivano que’ luoghi; la riottosa lasciva e nuda turba ricevente vesti e coltri mandate dall’arcivescovado. S. Carlo, come narrai nella sua vita, vendette, per vestire i poveri, le tappezzerie, gli arazzi, i drappi, e quanto aveva presso di sè raccolto dai cortigiani durante il pontificato dello zio Pio IV, o li fece tagliare e distribuire ai medesimi perchè si coprissero. Avrebbe taluno meravigliato e riso, vedendo nel Lazzaretto i plebei abbigliati sfarzosamente di seta, di porpora e d’altre stoffe preziose, secondo che a ciascuno era toccato in sorte[206]. Cittadini e mercanti ricchissimi spedirono in dono al Lazzaretto fino a mille coltri, ed il Municipio spese esso pure in vestire la nuda plebe lir. 8000, mosso a vergogna pel suo decoro e munificenza, benchè si trovasse ormai esausto di denaro. E ciò mentre la peste, nè rallentando nè crescendo, teneva gli animi incerti tra il timore e le speranze.
Sul finire del 1576 Milano si ritrovò libera dal contagio, e i suoi abitanti, sgombri i sospetti e rassicurati, ripresero le ordinarie occupazioni della vita. Si trattò di dichiarar sana la città, ad istanza del senatore Magenta, successo al Brugora come presidente della Sanità, e impegnatissimo che durante l’anno del suo regime si abbattessero tutte le capanne, non lasciando alcun vestigio di que’ funesti ricettacoli.
S’aspettò il giorno di S. Sebastiano, nel quale, con decreti e per mezzo dei banditori, fra il giulivo rimbombo delle campane e le salve d’artiglieria, con giubilo universale fu promulgato essere la città di Milano, per la divina clemenza, per favore della Beatissima Vergine, dei Santi, e massime del martire concittadino S. Sebastiano, libera di peste, e riaperto il commercio colle altre città. D’ora in poi era in facoltà di tutti l’uscire e l’entrare nelle case, godendo la pristina libertà, l’aere e la luce del cielo comuni agli uomini. Quel giorno venne festeggiato dai Milanesi, che rinascevano alla vita civile; sopraggiunta la notte, l’intera città venne illuminata; splendevano i lumi sui balconi, le finestre, i comignoli dei tetti, sulle piazze e per le vie in grandissimo numero, talchè pareva risplendesse il sole in pien meriggio. Raccontarono i superstiti, a noi nipoti, che non videro mai giorno più clamoroso di quella notte di S. Sebastiano, perchè l’intera popolazione, sopravvissuta al contagio, girava per le vie, ringraziando con vociferazioni di gioja il santo protettore; squilli di trombe e musicali stromenti risuonavano in ogni parte.
Queste cose si fecero in Milano nel 1576, epoca memoranda, perchè reggeva la nostra Chiesa l’immortale San Carlo. Egli soccorse il popolo durante quella strage col fervore ispiratogli dal cielo, colle fatiche e la pietà del clero da lui istruito, degli Ordini religiosi, e specialmente col sussidio de’ Padri della Compagnia di Gesù, religione che sparse dappoi sì gran luce nella Chiesa, ed istruì nelle scienze, nelle lettere, ne’ buoni costumi tante lontane genti, e che allora ne’ suoi primordj si rese benemerita di S. Carlo e di Milano[207].
VIII. Nuove particolarità intorno i Presidenti della Sanità nel contagio del 1630. — Si accenna il gran numero degli altri Magistrati.
Esposi quanto riscontrasi fra le due pestilenze di simile, in guisa che si confonderebbero in una sola, e quanto v’ha di diverso e non paragonabile in alcun modo. Ora mi si presenta un fatto segnalatissimo, non attribuibile al mero caso, bensì alla non interrotta successione delle più cospicue famiglie di Milano, dalle quali, come da perenne sorgente, escono personaggi idonei alle più illustri magistrature. E fia giocondo, nel luttuoso racconto, contemplare, nella cessata peste, i figli ed i nipoti de’ nobili sostenere le cariche medesime che i loro padri ed avi sostennero nel precedente contagio, il che apparirebbe ov’io ne ricordassi i singoli nomi.
Il presidente della Sanità, nel più fiero imperversare del morbo, del quale rimase vittima, fu, come già dissi, Antonio Monti, figlio e pronipote di senatori, e fratello del cardinale arcivescovo che in oggi, con tanta gloria, regge questa Chiesa[208]. Il re nominollo senatore appena toccò l’età prescritta, e pei meriti della famiglia e per le chiare sue virtù.
Bello e dignitoso della persona, d’ingegno elegante, egli morì sul fiore degli anni, e fu lagrimato non solo dal popolo, che lo amava, ma dagli stessi grandi. Spenta l’invidia, cresceva il dolore per non avere lasciato figli, ed accusavasi l’egregio giovane di ciò appunto che forma l’elogio e la sua gloria, voglio dire della generosità con cui si gettò fra i pericoli della peste, affrontando impavido la morte pel bene del suo paese.
Prima del Monti, fu presidente della Sanità, nei primi mesi del contagio, il senatore Arconati[209], maggiore d’età, non però ancor vecchio. Pieno anch’egli di compassione per le sciagure di Milano, vi provvide con zelo, non temendo una morte vicina, cui isfuggì per allora. L’Arconati riassunse il terribile ufficio, affrontandone intrepido tutti i rischi; imperocchè, morto il Monti, il Senato lo pregò e scongiurò ad accettare, benchè contro la regola, la presidenza del Tribunale di Sanità, non essendovi alcuno più idoneo di lui. Accettò, e fu vittima della peste, lasciando desiderio di sè ne’ concittadini, i quali, istupiditi dallo spavento e dal male, pur ne lamentarono la perdita. Ma più vivo si fece il dolore, allorquando, cessato il flagello, si fecero a noverare tutti i sofferti danni.
Nobile e rinomata famiglia è l’Arconati; ma quand’anche tale non fosse stata, ei solo l’avrebbe resa illustre, sì grande era la perizia di lui nelle leggi, l’affabilità dei modi e la beneficenza. Passato per tutti i gradi dei minori impieghi, era divenuto senatore e presidente: la furiosa peste mietè quest’altro fiore della patria nostra.
Gli altri che succedettero a capo del Tribunale di Sanità, zelavano d’emulare il nome e la gloria dei predecessori; se non che mancò loro l’occasione di distinguersi. Imperocchè, venuti in carica in sul finire della pestilenza, ebbero a lottare colla scelleraggine dei Monatti e coll’avarizia e il sucidume de’ poveri, affinchè, nascondendo i cenci e sottraendo abiti, camisce, coltri, biancheria e quant’altro dovevasi abbruciare come infetto, non mantenessero vivo il principio contagioso. La spilorceria di quei miserabili diede in sulle prime molti fastidj al presidente Visconti, che rivolse ogni cura a punirli, e reprimere uno sfacciatissimo traffico di simili oggetti esercitato da molti occultamente ed anche in pubblico con insulto della divina clemenza, e nuovo danno dello Stato.
Discendeva questo senatore dagli antichi duchi di Milano, e diede splendida prova de’ suoi generosi sentimenti in questa vile trattativa, perocchè coll’autorità del nome ed il terrore de’ castighi, impedì che la peste ripullulasse pel contatto de’ cenci. Dottissimo in diritto civile, consideravasi, all’età nostra, qual emulo di Scevola, di Paolo e degli altri famosi giureconsulti, i quali, coi loro rescritti e responsi, compilarono le leggi nei bei tempi della latinità.
Egual fama tra i dotti godeva il presidente Bescapè, il quale, ripullulando il morbo sul lago di Como, allorchè tutti credevansi sicuri, l’estirpò dalle radici, impedendo ogni commercio agli abitanti. Uomo austero e rigoroso, di animo e di corpo indomito, non senza ragione i letterati lo paragonarono a colui che gli antichi con greca parola dissero avere viscere di ferro. Ammansò i Cremonesi, essendo loro pretore, ed accusato presso il censore regio, venne assolto dal re, non senza vergogna de’ suoi accusatori.
Religioso, prodigò denaro per innalzar tempi e istituire messe quotidiane, assegnando annui lasciti per la manutenzione. Egli spese alcune migliaja di zecchini per fabbricare una chiesa nel villaggio di Bescapè, cognome della sua famiglia. La quale risale fino ai tempi degli apostoli, e fu così appellata perchè i maggiori concessero in Roma uno spazio di terreno a Papa Cajo per edificarvi la Basilica di San Pietro.
Tali egregi presidenti di Sanità ebbe Milano durante il triennio della peste.
Io compilerei un volume se volessi riferire i nomi e i titoli dei Decurioni e degli altri magistrati che li sussidiarono; e non riuscirei ancora a raccoglierli tutti. Immane lavoro! e d’altronde sorgente d’odio e di invidia per coloro che fossero obbliati.
Così il poeta Omero, sconfidando di enumerare le schiere e i duci venuti alla guerra di Troja, invocò nell’Iliade le muse perchè le noverassero. Avessi io ingegno e facondia maggiore! che ricorderei non solo i nomi di tutti i nostri magistrati, ma il coraggio, le opere esimie, la gara di carità tra loro, e le morti. Rimasero fermi in Milano, frammisti ai cadaveri; si recarono nei villaggi e nelle provincie appestate come se andassero alle proprie ville; presero cura de’ sepolcri; andarono legati nel campo; nè badarono a dispendio per sovvenire ai pubblici bisogni.
Lode e gloria agli altri cittadini, ai mercanti, ai ricchi popolani ed alla minore nobiltà, la quale meno chiara ma più ricca sovente delle primarie famiglie, la imita ne’ vizi e nelle virtù, e gareggiando con essa specialmente in questa città, diede egregie prove di sè durante la pestilenza. Se non che m’è forza tacerne i nomi, perchè troppo numerosi, come già disse un geografo parlando delle isole del mare Egeo; quantunque meritino d’essere ricordate. Furono gli accennati che assunsero il regime dei lazzaretti; nutrirono i rinchiusi, e mantennero l’ordine in que’ ricettacoli della morte con provvide discipline. Nell’eseguire i comandi de’ sommi magistrati, giovarono assaissimo non solo colla prudenza e industria loro, ma altresì col denaro, che era in que’ giorni, fuori di dubbio, il perno d’ogni cosa.
IX. Il Senato e il Presidente del medesimo nel tempo del contagio.
In codesta gara di magistrati e cittadini zelanti di salvare la patria dall’eccidio, e nella gara pur anche de’ mercadanti di eseguire con zelo e fedelmente gli incarichi loro affidati in quel regno della peste e della morte, sovrastava a tutti per poteri e vigilanza il Senato, cui lo stesso monarca investì dell’autorità e grandezza del suo nome. E fu buon consiglio l’affidare il potere sovrano a quest’ordine, per tenere in freno le umane ambizioni e le altre magistrature, affinchè non ardissero venire con lui a contesa di supremazia. I membri del Consiglio Generale vigilarono quai scolte della salute pubblica, sovvenendo con inesauribili sussidj la popolazione affamata e moriente; i Senatori s’adoperarono contro gli Untori ed il terrore de’ veneficj. Nei giudizj e nelle pene inflitte usarono tanta moderazione e pietà, che, se esistè realmente in Milano questo delitto delle unzioni, non poteva il Senato agire con più clemenza di quel che fece, inviando a morte i rei, invece di farli sbranare dalle fiere e dai cani. Se poi non erano che sospetti e indizi di tale misfatto, grandissima fu la previdenza dei Senatori medesimi nel punire i principj delle scelleratezze che simili mostruosi sospetti lasciavano travedere[210].
I Senatori Picenardo e Aria trattarono il processo delle unzioni. Fu il primo interprete di diritto in una cattedra dell’università Ticinense, e godeva anche presso le altre università gran fama per la sua dottrina; creato senatore, indi presidente del Magistrato Ordinario, e infine reggente del Consiglio Supremo per gli affari d’Italia a Madrid, il re, attesa la sua vecchiaja, gli accordò il riposo in patria. L’Aria, ancora in età giovanile, era paragonabile, per ingegno e per indole, al vecchio collega, e mi fu largo di notizie mentr’io scriveva le guerre di questa età, talchè, mercè di lui, potei nella mia storia estendermi sì nelle politiche deliberazioni, che nel racconto degli avvenimenti e nella spiegazione di molti fatti importanti.
Entrambi i lodati Senatori continuarono nel proprio ufficio, non atterriti dalle stragi e neppure dai casi dei loro famigliari, che vennero unti dai medesimi inquisiti.
Era presidente del Senato a que’ giorni Giovanni Battista Trotti, figlio del senatore Camillo e nipote di Luigi, il quale godeva l’intima confidenza di Francesco Sforza, in modo che lui solo adoperava per gli affari del ducato ed i pubblici consigli. Così leggesi di lui nella lapide che il presidente Giovanni Battista, per ricordo de’ suoi maggiori, fece collocare all’avo ed al padre quando ristaurò e ornò la cappella di sua famiglia nella chiesa di San Marco[211]. Uscito il Trotti da sì illustre stirpe, conscio di quanto doveva al pubblico ed alla memoria avita e paterna, sosteneva con ansiosa sollecitudine il grave peso addossatogli dal re, non solo per salvar Milano, ma per conservare il lustro del Senato, conseguendone egli meritata lode. In mezzo a tanti pericoli, fra le continue stragi de’ cittadini, udendo ogni giorno la perdita di qualche magistrato, e scemando il numero dei Senatori per la morte d’alcuni tra essi, spenti quasi tutti i suoi servi, il Trotti non pose quasi mai piede fuori dalla città. E siccome egli si mantenne sempre fermo al suo posto, così esortava i Senatori senza tregua a non assentarsi. Diceva che il Senato non solo fungeva le veci del re, ma ne portava anche il nome; che da Milano dipendeva la sicurezza e la tutela delle altre città e provincie, che gli imperatori avevano sempre avuta cura di essa e per inviarvi gli opportuni sussidj, e per trarne altri non minori, onde valersene contro i nemici loro e della cattolica religione. Queste ed altre cose in Senato o ne’ giornalieri convegni che aveva in sua casa, perorava il Trotti, alto di statura, grave di fisonomia, e per raro dono di natura o di temperanza, conservante anche vecchio la floridezza del viso. Ho veduto lettere a lui scritte dal segretario Carnerio, nelle quali a nome del re lo pregava che scrivesse per intero la sua opinione circa l’origine del contagio e l’affare degli untori, poichè a Sua Maestà interessava conoscere checchè egli ne pensava[212].
X. Credenza che la peste cessasse per grazia di S. Carlo. — Arca donata dal re di Spagna per deporvi il suo corpo, e nuova processione per la città.
Fra tanti meriti de’ cittadini e magistrati verso l’afflitta metropoli, fra tante fatiche e rimedj divini ed umani adoperati contro la peste, e i voti e il supplicato favore celeste, unica speranza a’ Milanesi fu sempre S. Carlo, cittadino e padre, gloria e splendore perpetuo di questa patria. Gli abitanti superstiti, quasi risorgessero dal comune sepolcro, credettero che Milano sarebbe perita, ove il santo Arcivescovo non l’avesse salva, intercedendo appo Dio e la Vergine e i Santi la ricuperata salute. La fama di questa grazia si disparse tra le estere genti, accrescendo anche nelle loro contrade la divozione a S. Carlo. Gli stessi principi volsero l’animo a lui, dispensatore dei favori divini, e il Re di Spagna[213], divotissimo del Santo, ordinò che si ultimasse l’arca di cristallo per riporvi il corpo di lui. Erasi incominciata già da trent’anni, ma il lavoro procedeva lentissimo e con interruzioni.
Il sesto anno dopo cessata la pestilenza, l’arca fu compita, miracolo d’arte e di natura, immagine del sole, degna di racchiudere quel luminare di santità, esposto all’ammirazione dell’accorrente popolo.
Ed io, mentre m’affanno a narrare guerre, casi funesti, sanguinosi dissidj di re, principi congiurati a danno dei cattolici; e lo Stato e la Chiesa nostra sconvolta di repente dall’insolenza dei Confederati. Mentre raccontava la funesta irruzione dell’inimico, la fuga dei Francesi, e la tomba che molti di loro qui trovarono[214]; mentre il mio lavoro storico[215] lentamente progrediva, mi sono assai ricreato nel vedere l’incredibile maraviglioso spettacolo dell’ultima solennità di S. Carlo, tale che l’età trascorsa non vide, nè la ventura ammirerà forse più mai. Contemplai in Duomo l’arca donata da S. M. Cattolica, e la quale non avrebbesi potuto con alcun principesco tesoro ridurre siffatta, se Iddio non faceva scoprire altre ricchezze di natura a ciò adatte.
Accorsero gli abitanti dei borghi e villaggi, e quel giorno in Milano convenne infinita gente dalle provincie e dalle città finitime.
Il governatore comandante gli eserciti accompagnò la processione in mezzo al clero, cessando pel momento dalle cure di guerra. Tante migliaja d’armati a lui sommessi sostarono, chè l’ispano Marte imponeva tregua all’istinto guerresco, che spinse gli altri popoli forsennati alle armi ed alle stragi. Vedemmo i demonj uscir frementi dall’inferno, e questi, rabbioso e disperato per il grandioso trionfo della Chiesa, riscuotersi in pubblico e tremare.
Il cardinale arcivescovo Cesare Monti, non solo terzo successore, ma quasi un nuovo Borromeo, ne celebrò dal pergamo con apostolico zelo l’elogio.
Le quali cose, parendo a me degnissime di venir ricordate in questo Libro, aggiungo il seguente:
FRAMMENTO DELLA MIA STORIA In cui è descritta l’arca di S. Carlo donata dal Re Cattolico, e la solenne Processione fatta in Milano il 4 novembre 1638.
Il governatore di Milano Diego Gusmano, speso che ebbe l’autunno in grandi apparecchi e in spedizioni militari di poca importanza, stabilì di ritornare in città, perchè essendo prosperamente avviati gli interessi del suo re, voleva, a nome del medesimo, onorare i Santi con solenne omaggio. Avvicinavasi il giorno nel quale la Chiesa milanese festeggia l’anniversario di S. Carlo con zelo de’ cittadini e tra il concorso de’ forensi, sino dal tempo in cui papa Paolo V, ad istanza specialmente del Re di Spagna, annoverò fra i Santi il Borromeo.
Quell’anno, 1638, accresceva la celebrità e la gioja della festa il donativo reale dell’arca, paragonabile ai monumenti degli antichi monarchi egiziani: depostevi le reliquie del santo Arcivescovo in mezzo all’oro, all’argento, a lucentissimi cristalli, dovevasi trasportare con isplendida pompa per le contrade, mostrando agli abitanti il loro avvocato e consolatore.
L’aveva ordinata il cardinale arcivescovo Monti, fra le altre espiazioni, per placare l’ira celeste durante l’attuale guerra, aprendo l’animo a speranza che i meriti di S. Carlo e le preci del popolo mitigherebbero Iddio, affinchè ispirasse a’ belligeranti re pensieri di pace, ad ottenere la quale s’adoperano a tutto potere anche gli umani mezzi.
Il governatore doveva intervenire alla funzione, e per ordine espresso del sovrano, e perchè il pubblico ad una voce l’invocava. Incitavalo pure l’ingenita pietà, e il desiderio di far onore al donativo del suo re, cui egli aveva cooperato a far terminare.
L’idea dell’arca nacque sendo governatore il Velasco, che pel primo raccomandò al re le reliquie di S. Carlo, e tanto fece, che ottenne alcune migliaja di zecchini per darvi mano.
Ma i successivi governatori, benchè durasse la pace, lasciarono andare in obblio l’ordine reale, nè più si pensava all’arca. Il Gusmano alfine, in mezzo alle sue guerre e vittorie, ed all’incerta condizione dello Stato, invocando il patrocinio di S. Carlo, instò perchè si terminasse, collocandovi le reliquie di lui. E fu compiuta per l’autorità sua e del cardinale Monti, il quale, zelante della gloria dell’illustre antecessore, spronava i ministri regi ad eseguire, dopo sì lungo tempo, i sovrani comandi. Egli stesso istruì gli artefici intorno la forma, e gli ornamenti dell’arca, esperto come era nelle belle arti per ingegno, e per studi sull’antichità; laonde gli intelligenti opinano che sua mercè sia riuscita più vaga ed elegante.