MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI (continued 7)
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—Tu rimarrai qui;—gli disse infatti il tenente, dopo averlo condotto sul posto, di contro ad un muro a secco, che sosteneva un campo e lo divideva dal sentiero.
—Che debbo fare, signor tenente?—domandò il giovanotto.
—Ah, siete volontario?—riprese il tenente, udendo la parlata del fantaccino.
—Sissignore.
—E siete alla vostra prima guardia?
—Sissignore.
—Se lo sapevo, mettevo qua un altro;—borbottò il tenente.
—Che importa?—disse Aminta.—Mi dica quel che ho da fare, e lo farò come un altro.
—Lo credo, lo credo, e supplirete con la buona volontà all'esperienza;—rispose il tenente.—Badate dunque; voi siete da questa parte l'ultima sentinella del campo. Da questo sentiero, in mezzo a piantagioni di grano turco, si riesce all'aperto, sotto le fortificazioni del nemico. Non vi occupate di ciò che può accadere altrove; guardate là, davanti a voi, attento ad ogni rumore che possa darvi indizio di gente che s'avvicina. Al primo calpestìo date il «chi va là?», scambio di sparare, come fanno i novellini, mettendo sossopra i compagni, e spesso per una cosa da nulla. Date il «chi va là» come vi ho detto; poi, quando siete ben certo che si tratta di uomini, non di ramarri, o di lepri, sparate in quella direzione il vostro colpo, e vi ritirate, ricaricando, sulle altre sentinelle.
—Dove sono?—chiese Aminta.
—Le avete vedute; qua dietro, sulla vostra destra. Dopo la svolta troverete le prime, e via via tutte le altre, sempre sulla destra, se date le spalle al nemico. Spero bene che non gliele darete,—soggiunse il tenente;—perciò non diremo più sulla vostra destra, ma sulla vostra sinistra, guardando il nemico, e sulla sinistra del campo. Se il nemico si avanza in forze preponderanti, vi sarà facile avvedervene, e avrete tempo a ripiegarvi sulla compagnia di sostegno.
—Sissignore;—disse Aminta.
—A proposito, e per ogni buon fine,—disse ancora il tenente,—se dato il «chi va là?» vi fosse risposto da amici, eccovi il santo e la parola d'ordine: San Martino, Malplaquet. Ve ne ricorderete?
—Sissignore, non dubiti.
—Bene! e adesso, buona guardia!—
Così dicendo, il tenente metteva con gesto amorevole la mano sulla spalla di Aminta. Ma gli cadde anche addosso con la persona, mentre si udiva un gran rombo, e una vampa, un'ondata di fuoco, passava, tingendo l'aria di un rosso cupo.
Aminta credette lì per lì che il tenente gli fosse cascato morto tra le braccia. Povero tenente Parodi, così buono coi soldati! Non era più giovane, il tenente Parodi, e aveva disegnato, appena fosse finita quella campagna, di prendere la sua giubilazione. Si sapeva nel reggimento che una brava donnina l'aspettava, per dargli la mano di sposa. Povero tenente Parodi!
Ma non era nulla, per fortuna; un urto dell'aria, uno stordimento momentaneo, da cui il tenente si riebbe subito.
—Diavolo!—esclamò egli, rialzandosi.—Una palla da trentasei, passata troppo vicina. Ho sentito il soffio caldo sulla guancia. Consoliamoci che non sia stato un bacio!—
Aminta, al lume improvviso di quella vampa aveva anche intravveduto che il sentiero era molto stretto.
—Se passano di queste giuggiole,—diss'egli,—si sta male davvero!
—Vedete di che si tratta;—ripigliò il tenente.—Bisogna accostare le spalle al muro. Gli occhi di là, mi raccomando; e non colpi inutili, che guasterebbero il sonno alla gente.—
Ciò detto, il bravo tenente se ne andò; fatti quindici passi, era alla svolta del sentiero.
Aminta era rimasto solo, sentinella avanzata, sentinella morta, cioè l'ultima del campo, in luogo pericoloso, la più vicina al nemico. Questo pensiero sosteneva il suo spirito, abbattuto dai terrori della notte. La battaglia di giorno è gloriosa; si procede alla luce del sole, che intorno a voi tinge d'oro ogni cosa e vi dà l'illusione dell'andare a guisa d'un dio antico, entro una nuvola luminosa, mentre i fumi della polvere vi esaltano, come i fumi di un vino generoso. Ma la vigilia di nottetempo, soli, come abbandonati da tutti, con un nemico vicino e invisibile, tra insidie che si tendono nell'ombra, agguati che si preparano, a cento, a cinquanta, a venti passi da voi, è la cosa più triste che si possa immaginare. Aminta doveva star là con l'orecchio teso; non poteva sparare senza una cagione ben certa. Di questo egli si era già persuaso nelle notti antecedenti, passate sotto la tenda, quando una schioppettata rompeva il silenzio della campagna, e subito altre schioppettate rispondevano a quella, e in due minuti s'impegnava un fuoco d'inferno su tutta la linea degli avamposti. Allora, su, tutti! Bisognava correre ai fasci d'armi, e, se il fuoco continuava, disfare anche le tende, mettersi in ordinanza, con lo zaino in ispalla, pronti a marciare. Non era stato che un falso allarme; il fuoco cessava. Allora si rifacevano i fasci d'armi e si deponeva lo zaino; ma intanto, poichè l'alba era vicina, non si rifacevano le tende, e si battevano i denti, aspettando che battessero la diana i tamburi.
Dunque, non colpi inutili. Ma se fosse stato sorpreso, senza poter dare l'allarme con una schioppettata! Aminta si tenne a buon conto col fucile alto, con l'indice al grilletto e il pollice al cane. E stava là, ritto impalato, vedendo i razzi che descrivevano la parabola davanti a lui, e sentendo le cannonate. I colpi erano regolari; ogni cinque minuti ne veniva uno. Quando il razzo fischiava, illuminando un tratto di paese, egli diceva tra sè:—Ecco, è qua che arriva; questa è la buona!—
Ancora tre cannonate infilarono la viottola dov'egli stava in sentinella. Così almeno gli parve, poichè, sentendo il colpo, vide anche passare l'ondata dell'aria rossastra, e molto bassa, come la prima volta, quando c'era il tenente. Quel fuoco assiduo, ragionandoci su, non gli dispiacque. Fino a tanto che erano cannonate, non doveva esserci pericolo di ricognizioni. Il nemico sicuramente non avrebbe tirato addosso ai suoi esploratori.
Pure, ad ogni tratto, si sentivano rumori, da quella parte che egli doveva guardare. Quante volte non fu per gridare il suo «chi va là?» Ma capì che erano lepri, ramarri, come diceva il tenente, o martore, od altri animali predatori dei campi.
Rimase molte ore in quel posto. L'esercito faceva un servizio stupendo; metà degli uomini lavoravano nelle parallele; i battaglioni d'avamposto, costretti a custodire un gran raggio di terreno, non potevano cambiare di quattro in quattr'ore le guardie. Del resto, vigilare in un luogo, vigilare in un altro, era tutt'uno, e la conseguenza era questa, che non si dormiva in nessuno. Aminta non aveva che una noia di più: quella di tenere il fucile alto, e l'indice al grilletto e il pollice al cane. Un vecchio soldato non avrebbe fatta quella inutile fatica; ma il nostro Aminta aveva promesso di supplire con la buona volontà al difetto d'esperienza, e voleva esser pronto ad ogni occasione, senza perdere un minuto secondo.
Finalmente le cannonate cessarono. Era il caso di stare più attenti di prima. Che rabbia! Proprio allora incominciavano a cascargli le braccia. Provò a rimanere col fucile abbassato, ma in linea orizzontale, tenendolo con ambe le mani nei punti buoni. Quello era il suo modo di riposare le braccia.
Era forse da un'ora in attesa, quando gli parve di sentire un frussi frussi davanti a sè. Un altro ramarro? o una lepre? No, era stato un rumore più forte; ma era anche cessato. Forse un manipolo di nemici, che voleva andare guardingo, e perciò, fatto un po' di strepito per inavvertenza d'un soldato, si fermava tosto, per distrar l'attenzione delle sentinelle morte? Ah, se queste era, il nemico fallava i suoi conti, perchè l'attenzione di Aminta era più tesa che mai. Ancora uno strepito, il suono di cosa che strisci violentemente tra le foglie; certamente un uomo che s'avanza in un campo di grano turco; poi più nulla: poi da capo un rumor sordo, ma cadenzato, uniforme. Aminta è cacciatore e non ricorda più che gli usi del cacciatore; si abbassa, mette l'orecchio a terra ed ascolta. Non c'è più dubbio; son passi d'uomini; e di là, donde vengono, son passi di nemici.
Sorse in piedi, rimise il fucile al petto e aspettò ancora due minuti. Il rumore dei passi cresceva; oramai si sentiva allo sbocco del sentiero.
—Alt! chi va là?—gridò egli con voce poderosa.
Gli rispose un colpo di fucile. La palla passò sovra la sua testa, gnaulando.
Stavolta non e' era più dubbio; poteva tirare con cognizione di causa. Spianò il fucile e lasciò andare il suo colpo. Quindi, cercando una cartuccia nella giberna, si ritirò, secondo la consegna. Giunto alla svolta, aveva già calcata la cartuccia in fondo alla canna, e rimetteva a posto la bacchetta, quando si sentì dare il «chi va là?» ma con voce sommessa.
—Savoia;—rispose.
—Ah sei tu, Guerri?
—Son io, caporal Piras;—replicò egli, che aveva riconosciuta la voce del superiore.
—Che c'è?
—Il nemico.
—Ne sei ben sicuro?
—Perdio! Ho dato il chi va là, e mi hanno risposto con una schioppettata.
—È giusto;—disse il caporale.—Infatti ne ho udite due.—Ma arriviamo fino alla svolta, per sentire se si avanzano.—
Mossero allora verso l'angolo: il caporal Piras, piccolo sardo animoso, il soldato scelto Guenzi, che era con lui, e il nostro Aminta, volontario, che stava adattando un altro cappellotto al luminello del suo fucile.
Giunti laggiù, udirono i passi di gente che si avanzava lenta, fermandosi ad ogni tratto, come per ascoltare.
—Punta sulla mia spalla;—bisbigliò il caporale all'orecchio di Aminta;—e tu, Guenzi, un passo più in là, ma pronto subito a ritirarti. Ci siete? Fuoco!—
Tre colpi partirono, e i tre tiratori furono pronti a nascondersi dietro l'angolo. Parecchie fucilate risposero, e non solamente dal sentiero, ma anche da un campo che era più in là, poichè i nostri sentirono fischiare qualche palla entro la viottola, dove si credevano al riparo.
—Non importa;—disse il soldato scelto Guenzi, un piemontese di buon umore.—A qualcheduno l'abbiamo accoccata, e noi siamo sani tutti e tre.
—Animo, Via!—disse il caporal Piras;—ripieghiamoci sulle altre sentinelle.—
I due soldati obbedirono al comando, e appena furono al posto più vicino, ricaricarono i fucili.
—Che c'è, caporal Piras?—domandarono le sentinelle.
—Una pattuglia austriaca,—rispose il caporale.—Aspettiamo che si presenti, per mandargli la seconda di cambio.—
L'alba era vicina, e un leggero barlume, diffondendosi per l'aria greve, permetteva di distinguere appena i profili dei bastioni e il lungo dorso di monte Baldo. Le fucilate ricominciarono, da una parte e dall'altra; ma la ricognizione austriaca veniva innanzi molto lentamente. Ed era naturale, poichè tastava terreno davanti a se, volendo sapere dove fosse e come in forza il nemico.
Le sentinelle si erano ripiegate sui posti avanzati: e così, procedendo verso sinistra, e facendo ad ogni tanto i loro colpi, giungevano ad un punto dove il sentiero si spartiva in due.
—Caporal Piras, dov'è la ritirata?
—Sempre a sinistra, ha detto il tenente. Dunque per di qua.—
Entrarono allora risoluti nella viottola più bassa. Erano in quindici, e restavano in quindici, tra soldati e caporali. Ma dov'era il sergente Jemina, che avrebbero dovuto trovare per via? Già troppo cammino avevano fatto, dopo quel bivio, senza trovare nessuno, nè soldato, nè sott'ufficiale. E il fuoco continuava dai campi; e il nemico si avanzava, disposto a ventaglio, ma non per far fresco, davvero!
Un dubbio sorse nella testa di Aminta.
—Caporal Piras!
—Ebbene, che hai?
—Questa non è la strada.
—Perchè?
—Perchè non troviamo più nessuno dei nostri. Veda, del resto; il sentiero, in cui siamo entrati, piega insensibilmente verso il lago. Non crede Lei che tirando avanti così riesciremo all'aperto, sotto i bastioni di sinistra?
—Il Guerri ha ragione;—disse il soldato Isoardo;—andiamo in trappola!
—Pare anche a me;—borbottò il caporale, dopo alcuni istanti di osservazione.—Pure, il tenente ci ha detto: sempre a sinistra!
—Sempre a sinistra; ma non troppo!—replicò il soldato Isoardo.
—E allora che si fa? Saremo tagliati fuori!—disse il Guenzi.
—Questo poi non mi conviene;—rispose il caporal Piras.
—Neanche a me,—disse un altro.—Caporale, che pesci si piglia?
—Vada al lago, chi vuole pigliar pesci;—ribattè il caporale.—Io ritorno per di qua, a cercare l'altro sentiero.
—Sì, ritorniamo;—dissero tutti.
Ma il nemico era già al bivio; bisognava spazzare il cammino.
—Da bravi!—esclamò il caporal Piras.—Qui c'è una cosa sola da fare: una carica alla baionetta Oramai ci si vede quanto basta. Guenzi, Isoardo, Guerri, qua in prima fila con me! E voi altri serrate sotto! Non un colpo; baionette spianate; e avanti, Savoia!—
Savoia! Come è dolce il tuo nome, gridato nella mischia sanguinosa! Come scorre facile, ardente dalle labbra, accompagnando il passo, affrettandolo contro le ordinanze nemiche! Savoia! Savoia! Fu un grido solo, un urlo disperato, e su per la viottola campestre quel pugno di fantaccini incalzava come una falange macedone.
L'avanguardia nemica aveva scaricati i suoi fucili contro la piccola schiera, ma non ne aspettò l'urto; balenò davanti alla rovina e diè volta. Il passo era libero; due soli feriti; uno di essi Aminta, a cui era sembrato ricevere uno spintone al braccio destro, e che aveva creduto lì per lì di essere stato urtato da un compagno, nella furia del correre. A tutta prima non ne aveva fatto caso; ma poi, sentendo di non poter reggere il fucile, abbassò gli occhi a guardarsi la manica, e la vide strappata poco sotto alla spalla. Recò allora la mano allo strappo, e sentì un dolore acuto. Con la sensazione del dolore all'omero, gli venne alla mano uno spruzzo caldo di sangue.
—Cose da nulla!—disse il caporal Piras, dopo che ebbe verificati i danni.—Se rimanevamo a scaramucciare da lontano, ne buscavamo assai più. Eccoci finalmente all'incontro dei due sentieri. Prendiamo dunque quest'altro, che dev'essere il buono.—
Era il buono davvero. Il manipolo delle sentinelle ci aveva fatti a mala pena dieci passi, quando vide accorrere di là una compagnia di sostegno.
—Che c'è?—chiese il capitano Cattaneo, che ne aveva il comando.
—Una pattuglia austriaca;—rispose il caporal Piras.—Noi l'abbiamo caricata alla baionetta.
—Bravi!—esclamò il capitano Cattaneo.—Tanto più che non sarà solamente una pattuglia, ma molto probabilmente l'avanguardia di una ricognizione delle solite.
—Infatti, signor capitano, ci sparavano addosso anche dai campi laterali.
—Vedete? Ve lo dicevo io? Ed eravate in pochi, per una carica.
—Signor capitano, allo stretto si pareva di più. E poi, non era ancora giorno chiaro.
—Ah sì! La nuit tous les chats sont gris;—osservò il tenente Gordolon, un nizzardo, che parlava bene e volentieri il francese.
Il capitano Cattaneo ordinò alla compagnia di sostegno di prender posizione lungo le siepi. Il nemico era in forze, di là da un campo di grano turco, e sopra le vette delle piante ancor giovani si vedevano tratto tratto apparire le teste dei soldati, coi loro alti pentoloni neri.
Il fuoco ricominciò. Veramente, non era cessato; ma la compagnia di sostegno gli diede una gagliarda ripresa.
—Tenetevi più radi!—gridò il capitano ai suoi soldati.—Così! A dieci passi l'uno dall'altro! E tirate più basso, nel verde; la palla si farà strada.—
Aminta, col suo braccio sanguinante, era stato mandato indietro, ad aspettar l'ambulanza. Un bravo soldato, il Tonazzi, lo aveva fatto sedere al piede di un gelso, e lo rinfrancava con qualche sorso di rum della sua fiaschetta. Che rabbia! Li vedeva, di là, i negri cappellacci con l'aquila bicipite di argento falso, che luccicava ai primi raggi del sole, e non poteva più spianare il suo fucile, per mandar loro qualche palla, egli cacciatore dall'occhio sicuro e dal colpo infallibile!
Come il capitano Cattaneo aveva detto dianzi, quella era una ricognizione in tutte le regole. Non accennava a volersi avanzare di più; ma faceva un fuoco assai vivo. Perciò il battaglione si avanzò tutto quanto, pronto ad entrare in azione, e venne anche una compagnia di bersaglieri al passo di corsa, per snidare il nemico dal campo, dove pareva aver messe le barbe.
—Oh, bravo, Arrigozzi!—gridò il tenente Gordolon ad un bell'ufficiale dalla persona alta e dal fiero aspetto, che guidava i cappelli piumati.—Sei venuto a prendere la tua parte?
—Spero bene che ci avrete lasciato qualche cosa;—rispose l'Arrigozzi, passando e salutando con la sciabola.
I bersaglieri, giunti al sentiero, si ordinarono tosto in manipoli, e si cacciarono risoluti nel campo, con le baionette puntate in avanti. Frattanto il tenente Parodi aveva detto ai suoi:
—Ora voi altri, ragazzi miei, prendete un po' di riposo, che lo avete guadagnato. Chi ha pane nella sacca ne mangi un boccone. La zuppa verrà tardi, quest'oggi.—
Niente fa scorrere il tempo come le schioppettate. Con questo non s'intende di raccomandarle agli annoiati, che potrebbero anche abusarne; si dice solamente per accennare un fatto psicologico, abbastanza curioso, e che a molti parrà anche in contraddizione con la eterna lunghezza delle ore di pericolo. Forse la ragione di una tale diversità di sentimenti sta in ciò, che il pericolo in guerra è un pericolo sui generis, affrontato in molti, che s'incuorano a vicenda e si riscaldano, e son capaci anche di celiare, di ridere e di far ridere. Infine, che ne so io? Quanti hanno avuto pratica di queste cose vi diranno che al fuoco non hanno contate le ore.
La scaramuccia durò un pezzo, tanto che venne la zuppa, prima che i bersaglieri e la compagnia di sostegno avessero finito di scambiar colpi con un nemico, il quale si era ritirato sotto la protezione delle batterie e non voleva aver l'aria di cedere. Venne la zuppa, portata in due grosse pentole di ferro, sostenute da una stanga, passata attraverso i due manichi mobili. Fumava, l'aspettata, la sospirata, e mandava un soavissimo odore di lardo. I soldati si rizzarono in piedi, fiutando il vento, come le cavalle di Omero.
Ahimè! Quella zuppa doveva finir male. I quattro soldati di cucina che la portavano, ebbero a passare in una larga radura, donde la videro gli artiglieri austriaci dai bastioni. Un ufficiale di cattivo umore, a cui forse non avevano portata la sua, si prese il gusto matto di turbare la colazione degli altri. Un cannone fu puntato, partì il colpo, e una delle solite palle la trentasei venne a ficcarsi nel terreno, venti o trenta passi discosto dagli invocati distributori del brodetto spartano. Titubarono alquanto i soldati, e pensarono di piegare da un lato; così perdettero tempo, e un'altra palla arrivò, anche più vicina della prima. Essi allora non aspettarono la terza; rovesciarono le pentole, e via.
Non li disprezziamo per ciò. Quei soldati erano dei buoni, e avevano fatto in ogni incontro il loro dovere. Ma è regola che il soldato di cucina non si batte. Se non si batte, perchè correrebbe il rischio dei compagni che si battono? Sono ventiquattr'ore che egli regala a sè stesso, alla famiglia, alle probabilità matematiche di portar salva la pelle a casa.
Aminta assistè dal suo posto ad una scena curiosa. I soldati che si battevano, non avendo le stesse ragioni dei loro compagni di cucina, scambio di fuggire dal posto preso di mira, si buttarono per disperati, a raccogliere i pezzi di carne lessa, e le manate di riso, per riempirne le loro gamelle, che, poveracci, avevano già slacciate dagli zaini. Quel giorno, adunque, in premio della loro carica alla baionetta, gli uomini del caporal Piras mangiarono il riso senza brodo, ma per contro bene imbrattato di terriccio e sparso anche di sassolini. La fame è cieca e non bada a queste piccolezze.
Poco dopo venne il medico Baratelli, a visitare i feriti. Trovò che il soldato Guerri aveva l'osso dell'omero scheggiato, e allora, fatta una fasciatura alla lesta, mandò il ferito all'ambulanza del campo. Quel medesimo giorno Aminta era avviato all'ospedale di Brescia.
Il carro dell'ambulanza si mosse dalla cascina Fedalora mentre il reggimento si disponeva a lasciare il campo, insieme con tutta la divisione, per passare il Mincio e andarsi a piantare entro il famoso Quadrilatero. Un'altra divisione doveva sostituire quella comandata dal vecchio e prode Mollard, nell'assedio di Peschiera. Dicevasi che per allora Peschiera e Mantova si sarebbero mascherate, e che il grosso degli eserciti alleati avrebbe investito il campo trincerato di Verona, sperando di trarre a giornata l'esercito nemico e di dargli un altro Solferino là dentro. Al povero Guerri non sarebbe toccato più niente di quella distribuzione, poichè andava all'ospedale. «Distribuzione» era il vocabolo usato allora dai soldati piemontesi, per indicare le schioppettate. Qualcheduno anzi v'aggiungeva «di fagiuoli», dicendola ottima, per accompagnare l'eterno e solitario riso della minestra quotidiana.
Aminta partì, salutato dal bruno Fogazzaro, dal pallido e gentil Prampolini, dal biondo angelico Simone, dal nero Isoardo, dall'olivigno Piras, e a farla breve da tutti i suoi amici più cari, dai suoi dilettissimi fratelli d'armi. Gli parve, spiccandosi da loro, mentre il veicolo si metteva in moto, di separarsi dalla sua stessa famiglia. È infatti una famiglia, il reggimento; anzi un aggregato di famiglie, come i vecchi clans della Scozia; ed è padre il capitano, nonno il maggiore, bisnonno il colonnello.
E la famiglia sua vera, che aveva lasciata alle Vaie? Ci pensò allora, dopo aver ricevuta la parte sua, nella grande distribuzione. Fino a quel giorno era vissuto in uno strano tumulto di idee, nella confusione della gloria, e gli era sembrato di marciare in mezzo ad una polvere luminosa, che gli nascondesse tutto intorno l'aspetto delle cose.
Da suo padre aveva ricevuto una lettera sola. Dio sa quante altre n'erano andate smarrite! Ma da altri modenesi aveva sapute le notizie della patria. Il duca Francesco V era fuggito a Vienna. Il conte Jacopo Malatesti, fedele alla sventura, lo aveva seguito a Vienna. E suo figlio Gino? Si diceva che fosse sparito dalla città, ma della via che aveva presa non si sapeva nulla di certo. Il marchese Paolo, ministro del duca, non si era mosso dagli Stati felicissimi, ma non più fedelissimi, dicendo a chi voleva e a chi non voleva sentirlo, com'egli avesse disapprovato sempre il poco liberale indirizzo del governo del suo signore, insistendo spesso per fargli dare una Costituzione. Pochi credevano; i più sorridevano e lasciavano dire. Erano così felici di aver scosso il giogo! E il marchese Paolo, probabilmente citando più che mai il gran poeta della patria, si era ritirato a vivere in una sua villa sul Reggiano, dopo aver mandato un saluto amorevole al Governo provvisorio. I governi provvisori sorgevano da per tutto, in quei giorni. La tirannide era stata dissipata, come una nebbia molesta, dal sole di Magenta. La Lombardia, i Ducati, la Legazione di Bologna, la Toscana, erano libere; già si aspettavano le rivoluzioni di Palermo, di Napoli, di Roma. Quanto a Venezia, ci si andava; la città delle Lagune aspettava fremente.
Un celebre chirurgo militare, il Larrey, osservò che al tempo suo (quello delle grandi guerre napoleoniche) guarivano più facilmente le ferite dei vincitori, che non quelle dei vinti. Sapere che la tua ferita è stata utile a qualche cosa, è già un conforto: udire che il tuo reggimento procede di vittoria in vittoria, che il tuo esercito è entrato nella capitale del nemico, ed ha potuto dettare, giunto alla sua meta, le condizioni di pace, è una gioia in cui si annegano molti dolori. Così stando le cose, Aminta Guerri partiva felice per l'ospedale di Brescia. Portava un omero scheggiato, fors'anche spezzato; ma non sentiva al braccio che un gran calore: l'infiammazione dei tessuti, forse; molto probabilmente le forze della natura, che già lavoravano al doppio ufficio della eliminazione e della riparazione.
Il carro dell'ambulanza andava con motto uniforme sulla grande strada maestra, che da San Martino di Pozzolengo metteva a Desenzano. Aminta rivide il bel lago di Garda, che sembrava un mare, ma che, scambio degli effluvii marini, portava quelli dei cedri e degli aranceti di Salò. Addio Lonato, dall'alto castello veneziano, che raffigura da lungi le immani rovine di una rocca ciclopica. Addio Ponte San Marco, dove Aminta non vide nè il ponte nè il santo, ma donde mandò un saluto e un pensiero affettuoso a Calcinato su Chiese, nobile borgo ospitale, bianca apparizione torreggiante dal colmo d'un poggio, sul fondo verde azzurro della pianura lombarda.
Calcinato domanda un ricordo, se pure non è più giusto il dire che lo comanda, a chiunque faccia la via da Brescia a Peschiera. È una grossa terra e val molte città, col suo vasto abitato, con la sua chiesa più vasta dell'abitato, e co' suoi cuori più vasti della chiesa. Calcinato è forse il paese d'Italia che abbia veduto passare più soldati, dal Quarantotto in poi, causa la sua poca distanza dal Mincio, su cui tante volte si sono messe a cimento le fortune della patria. Ho detto che il paese è largamente ospitale; aggiungerò che è italiano fino al midollo. Fossero mille, diecimila, ventimila i suoi ospiti. Calcinato non si è sgomentato mai. Alto, sopra il suo poggio solitario, non ha mai badato a miserie. E lo paga de' suoi nobili sacrifizi l'amore di quanti soldati furono ospiti suoi, cappotti grigi, camicie rosse che fossero. Si rammenta sempre come una gloria la sua bella piazza castellana, che vigila i colli di San Martino; la sua gran chiesa bianca, che guarda Brescia e Bergamo, intravvedendo Pontida; il sembiante aperto e il sorriso fraterno de' suoi abitanti; la festa dei suoi giardini; la grazia de' suoi salotti; la gentilezza modesta delle sue fattorie; perfino il profumo dei suoi larghi fienili, delle sue legnaie, sotto i porticati delle corti campestri.
Mentre noi c'indugiamo in questi ricordi, Aminta Guerri è giunto a Brescia, ed è calato dal carro dell'ambulanza, davanti all'ingresso dell'ospedale di Santa Eufemia.
Capitolo XIX.
Sant'Eufemia!
Si sentiva debole, il povero Aminta. La via da Desenzano a Brescia non è lunga, e la rendeva anche più breve il viaggio in istrada ferrata, poichè da alcuni giorni quel tratto di ferrovia, rotto dagli Austriaci, era stato riparato dai nostri. Ma le scosse del convoglio, i trapassi faticosi dal carro dell'ambulanza di campo al convoglio, nella stazione di Desenzano, e dal convoglio a un altro carro d'ambulanza, nella stazione di Brescia, non erano fatti per ridar le forze ad un uomo, che aveva una palla in un braccio, l'osso dell'omero scheggiato, fors'anche spezzato, e una febbre da leoni per giunta.
Egli era meno infelice tuttavia di tante migliaia di feriti del 24 di giugno, che avevano dovuto far la strada su carri scoperti, alla vampa del sole, sdraiati su poca paglia, messi a rinfusa, cercando un ricovero negli ospedali improvvisati di Desenzano, e via via di Lonato, di Ponte San Marco, di Rezzate e di Brescia, senz'altra cura possibile, lungo la strada, fuorchè la speranza di ottenerne, appena giunti in un rifugio, che fosse meno riboccante di loro compagni di sventura.
Aminta salì nondimeno da sè le scale di Sant'Eufemia, leggermente sorretto da un infermiere. Fu fatto entrare in una corsìa, dov'era ancora un letto libero. Si dice ancora, ma si potrebbe dire che era stato lasciato libero a mala pena, poichè il soldato che l'occupava da sette giorni era andato quel giorno a dormire il gran sonno. Lui partito, si era mutata la biancheria e messo a capo del letto un altro cartellino. Su questo fu scritto un altro nome, quello di Aminta Guerri, vi si aggiunse la patria, il reggimento, e, appena fu giunto il medico per la visita, anche la qualità della ferita. Così il letto del N. 151 aveva cambiato proprietario.
—Speriamo bene;—aveva detto il medico, dopo avere attentamente visitato il ferito.—Mi pare che tutto proceda a dovere. La palla si sente e non sarà difficile estrarla. Riposate ora un tantino.
—Signor dottore,—disse Aminta,—vorrei chiedere una grazia.
—Scrivere alla vostra famiglia?—disse il dottore.
—Sì; come ha indovinato alla prima!
—Eh, ci vuol poco, mio caro. È il primo pensiero del ferito, appena giunge all'ospedale. Le prime cure che riceve da persone ignote, quantunque amorevoli, richiamano alla sua mente quelle che vorrebbe avere dai suoi.
—È vero;—disse Aminta.—E se potessi far sapere ai miei che son qua, all'ospedale di Sant'Eufemia…
—È presto fatto;—replicò il medico militare, un forte e simpatico giovanotto, a cui non toglievano bellezza, aggiungendo gravità, le due lenti piantate sul naso.—Ho qua dentro dei foglietti di carta e delle buste. Dettate e scriverò. Nessun ringraziamento, vi prego; son cose che fanno perder tempo, e basta sottintenderle.—
Aminta diede il nome e il ricapito dei suoi. Il dottore scrisse poche linee per lui, dando anche notizie rassicuranti intorno al suo stato di salute. Poi mise il foglietto nella busta, suggellò, aggiunse l'indirizzo; tutto alla svelta, a suon di tamburo; finalmente consegnò la lettera a un infermiere, perchè fosse gittata immediatamente nella buca, all'ingresso dell'ospedale.
—Adesso, dunque, riposate. Niente ringraziamenti, vi ripeto: siamo qui l'uno per l'altro; abbiamo servita in faccia al nemico comune la medesima causa; io, più fortunato di voi, ho della carta da lettere pronta nel portafoglio, e le braccia sane per servirmene. A rivederci tra poco; dormite un paio d'ore, vi prego.—
Aminta non accettò la raccomandazione, che dopo aver chiesto e saputo il nome del simpatico uomo, che faceva tutto alla svelta, e bene, e non voleva neanche essere ringraziato. Bravo dottor Pesce! Anch'egli alpigiano come Aminta Guerri; poichè era nato sull'Appennino ligustico, a Campo Ligure, com'egli sull'Appennino modenese, a Fiumalbo.
Saputo il nome, e risposto con un sorriso alle ultime esortazioni amichevoli del dottore. Aminta piegò la testa sul guanciale e prese sonno. Ne aveva bisogno più assai che non credesse, di quel sonno ristoratore; e non dormì solamente le due ore che gli aveva raccomandato il buon medico. La febbre, per miracolo, non soverchiò la stanchezza, e neanche gli diede sogni spiacevoli. Si era addormentato pensando ai suoi monti; sognò di vederli, e di abbracciare suo padre.—«Infine,—gli diceva, mostrando il suo braccio ferito,—l'ho anch'io, la mia brava testimonianza di aver servito il paese. E non è, perdio, una misera condanna a tre mesi di confine!» Aminta Guerri, lo ricordate, non aveva perdonato, come sua sorella; il suo pensiero ricorreva spesso, e sdegnosamente, alle nobili imprese del conte Gino Malatesti. Al campo gli era giunta una lettera, in cui si diceva, tra l'altre cose e notizie di Modena, che il conte Gino era sparito. Sicuro! Tanto sparito, che non se n'erano più avute novelle. Se il conte Gino avesse avuto un'oncia di cuore, se avesse inteso il dover suo, si sarebbe arruolato in un reggimento piemontese, o nell'esercito di Garibaldi; avrebbe fatta la sua brava campagna, e presa magari in petto la sua brava palla, redentrice d'ogni colpa. A quel patto, a quel patto solo, avrebbe perdonato Aminta Guerri le colpe di Gino Malatesti. Ma il conte Gino non aveva fatto nulla di ciò. Se lo avesse fatto, altri modenesi lo avrebbero saputo, altri modenesi lo avrebbero narrato ad Aminta. Nessuno gli aveva data una simile notizia; solo avevano potuto scrivergli che il signor conte era sparito. Sparito!
La mattina seguente, fu fatta una vera e compiuta esplorazione della ferita, ed anche estratta la palla. Era conica, la palla, e di carabina Stutzen; ma alla breve distanza a cui era stato colpito Aminta, le era mancato il tempo di allargare le sue ali di piombo. Perciò non era stata troppo grave la lacerazione dei tessuti. Dalla poca quantità delle schegge raccolte, fu anche facile argomentare che l'osso non era stato troppo maltrattato.
—Speriamo bene, anzi meglio di ieri;—disse il simpatico dottore.—Ora che la medicatura è fatta, voglia starsene tranquillo, signor mio, non muoversi, sopratutto non commuoversi, non agitarsi inutilmente. La vita dell'ospedale è noiosa; ma ci vuol flemma. Coraggio e sangue freddo, come dicono al reggimento! E aspetti la famiglia, sì, ma con moderata impazienza.—
Aminta sorrise a quelle raccomandazioni, fatte con un tono di burbero benefico.
—Grazie, tenente!—diss'egli.—Ella non mi vuol guarire soltanto con le mani.
—Eh, si capisce;—rispose il dottore.—Le mani in chirurgia; la lingua in medicina. Ella non ha bisogno solamente di chirurgo, ma anche di medico. Stia dunque ai consigli.—
L'ultimo venuto della famiglia è sempre il beniamino. Aminta Guerri, ultimo venuto a Santa Eufemia, fu il beniamino dell'ospedale. Triste famiglia, un ospedale; ma non dimenticate che si era nel 1859, in un ospedale di Brescia.
Ordinariamente, in un ospedale, è squallore e tristezza, anche quando vi regna la pulizia. Le suore di Carità fanno un servizio ammirabile, assai gradito ai poverelli, che certamente non avrebbero avute mai tante cure in casa propria, e più certamente ancora non videro in casa propria tanta nettezza, tanto ordine, tanta puntualità, tanta abbondanza del necessario. Ma un po' di superfluo, Dio buono, quanto è necessario alla vita! Quelle mura scialbe dello stanzone non destano alcun pensiero giocondo nell'animo, non fioriscono di nessuna consolazione lo spirito abbattuto. Pagine bianche e mute, vi lasciano tracciare con la fantasia tutti i segni più neri, leggere tutte le malinconie che volete. E là, fra tanti letti in fila, tutti della medesima forma, custoditi alla vista dalle medesime cortine, è un principio di depressione del povero orgoglio umano, pur tanto utile a stimolare le energie della vita; in quell'odor molle di corruzione, che nessun profumo varrebbe a dissipare, e che gli stessi effluvii di farmacia mettono in evidenza, pur volendolo vincere, è un principio di morte. Così muore lo spirito, prima che il corpo si spenga. Lo stanzone, il dormitorio in comune, è lieto tra i sani, tra i forti, in una caserma, quando un motto allegro scoppia nel buio e fa scoppiar le risate all'intorno; è uggioso e triste senza fine, dove son venti o trenta uomini che stanno male, e dove chi ne ha meno finisce presto con sentirne di più. Infatti, nella corsìa dell'ospedale si moltiplica il pensiero delle vostre miserie per quello di tutte le altre che vi circondano. Ma non così a Santa Eufemia, nell'anno glorioso; sebbene, in onta alla consolante dottrina del Larrey, si morisse anche delle proprie ferite, dopo aver vinto, e sapendo che l'esercito di cui si era parte onorata, proseguiva la sua opera liberatrice.
Anche a Sant'Eufemia erano scialbe le mura; ma l'ospedale non si aveva tempo a sentirlo, poichè la famiglia appariva da tutti gli usci, brulicava per tutte le corsie, s'inchinava amorosa a tutti i capezzali. Le donne gentili di Brescia assistevano esse i feriti; servivano gli ammalati più gravi, consolavano di buone parole coloro che potevano udire e rispondere, allegravano di graziosi motti i convalescenti. In certe strette, dove i feriti non avevano più bisogno d'altro che di riposo e di nutrizione ricostituente (non è questo il vocabolo?), non pareva più d'essere tra due letti d'ospedale, ma in un salotto; salotto improvvisato, ma pur sempre un salotto. Per l'appunto da due convalescenti erano occupati i due letti alla destra di Aminta, corrispondenti ai numeri 152 e 153. Il 152 era un giovanotto di Casalmaggiore, che aveva avuta a San Martino una ferita sul dorso della mano sinistra, nell'atto di puntare il fucile, prima di aver la sua laurea d'avvocato nella università di Pavia. Il 153 era un gentiluomo di Pistoia, ferito alla regione frontale, ma anch'egli in via di guarigione. Lo chiamavano il poeta, perchè egli, più sfregiato che offeso dallo strisciar di una palla austriaca dalla fronte alla tempia sinistra, diceva di voler coprire lo sfregio con una corona d'alloro. E intanto scriveva rime, come il suo conterraneo Gino Sinibaldi, e fregiava di sonetti e di madrigali gli albi delle belle infermiere.
Aminta vide passar davanti al suo letto le più leggiadre apparizioni, i più varii e i più nobili tipi della bellezza femminile. Vide ed ammirò anch'egli quelle due luci che il 153 chiamava, in un impeto lirico, «i più begli occhi d'Italia» e che il 152, capo ameno se altro fu mai, simulando la parlata e l'accento di un viaggiatore tedesco in Italia, ribattezzava per «belle parrocchie.»—Ma che parrocchie!—esclamava il 153.—Arcipreture, collegiate, abbazie, cattedrali, basiliche! Un par d'occhi come quelli non si dovrebbero portare attorno così, impunemente, audacemente, per tentare al furto i poveri mortali. «Signora… (e qui il nome della felice proprietaria di quel paio d'occhi) non sarebbe forse più prudente metterli in uno scrigno? o consegnarli allo Stato, perchè fossero conservati tra i diamanti della corona?»—
Aminta non udiva sempre di così allegri discorsi. Qualche volta si parlava anche dei compagni più gravemente feriti, subitamente aggravati. E appunto due giorni dopo che gli era stata estratta la palla dall'omero, da un letto alla sua sinistra sentì proferire un nome che lo fece sobbalzare tra le lenzuola. Malatesti, Malatesti, avevano detto? Non ne era ben certo. Un ferito parlava con un infermiere, venuto accanto al suo letto. Il nome di Malatesti, o qualche cosa di somigliante, era stato pronunziato. Si volse, come potè, a stento, e tese l'orecchio. Ma il ferito parlava a bassa voce, e l'infermiere egualmente.
Restò a lungo turbato, cercando e non trovando nella sua mente confusa il modo di soddisfare la curiosità ond'era tormentato. Ma aveva poi udito bene? E se anche aveva udito bene, non ce n'erano altri, di Malatesti, in Italia?
Aminta era in questi dubbi, quando incominciarono le visite mattutine. Una bellissima signora bresciana, proprio quella dei «più begli occhi d'Italia», apriva in quel giorno la marcia. Giunta al letto di Aminta, entrò nella stretta, si avvicinò al suo capezzale, e gli domandò con la sua vocina soave come avesse passata la notte.
—Sognando di Lei;—avrebbe risposto il 153. Ma il nostro Aminta era il 151; non rispose che un «bene, grazie», come avrebbe fatto ogni semplice mortale, alla domanda di ogni semplice dama, e sessagenaria per giunta.
—Ha bisogno di nulla?—domandò ancora la bella infermiera.
—Sì, signora;—osò dire Aminta.—Di una notizia.
—Ah, bene! Mi dica;—rispose ella, contenta di potergli esser utile in qualche cosa.
—Vorrei sapere…—ripigliò Aminta.—Le chiederei, in grazia, di dirmi se tra i feriti c'è qui un Malatesti.
—Sì,—rispose la signora,—ho sentito questo nome.
—È modenese?—domandò Aminta.
—Non so; ma aspetti, si fa presto a saperlo.—Così dicendo, la bella signora, escì leggiera leggiera dalla stretta e ritornò sopra i suoi passi, fino all'uscio di una cameretta, dove alloggiava l'infermiere della sala. Aminta la vide ricomparire, due minuti dopo, alla sponda del suo letto.
—Sì,—diss'ella, ripigliando il discorso,—è un conte Malatesti, di Modena. Lo ricordo benissimo, ora; è un soldato volontario del 13^o Reggimento; occupa il primo letto della corsia.—
Aminta era preso da una strana inquietudine. Tutti quei particolari eccedevano, oramai; gl'impedivano di saper subito l'essenziale.
—E scusi…—diss'egli;—è ferito… gravemente?—Forse la bella signora si era avveduta del turbamento di Aminta; forse non era in lei che un sentimento di pietà femminile. Comunque fosse, ella si mostrò meno franca nel rispondere a quell'altra domanda.
—Gravemente?… Non credo, se per una ferita grave si ha da intendere che ci sia pericolo di vita. Non so bene come sia ferito; mi pare alla spalla; quasi come Lei, Ma si spera… si spera molto.
—Ho sentito dire,—ripigliò Aminta,—o mi è parso di sentire d'un Malatesti che stava assai male.
—Sì, dev'essere una notizia di ieri sera;—rispose la signora, abbassando le ciglia pietose sui «più begli occhi d'Italia».—Si è temuta una recrudescenza, per un forte accesso di febbre… Ma questa mane, poc'anzi, quando son passata daccanto al suo letto, mi è parso abbastanza tranquillo.
—Ha detto che è ferito alla spalla?
—Sì, vicino alla spalla… più in qua… sotto la clavicola destra. Ma si calmi, la prego. E sopratutto non parli troppo; le farà male.
—Ancora una domanda, signora! È lontano di qui?
—Le ho detto che è in principio di questa corsìa. Ma già, ella non può voltarsi a vedere, e meno ancora contare i letti. Il suo amico è al numero 140.
—Grazie, signora;—disse Aminta.—Il conte Malatesti è infatti un amico mio. Speriamo bene.—
I più begli occhi d'Italia si spiccarono finalmente da Modena, per brillare di luce pietosa su Casalmaggiore e Pistoia. Colà si aveva meno bisogno di chieder notizie, e molto più di ammirare la loro bellissima proprietaria. Beati convalescenti! Ed anche beati cuori tranquilli, che non sentivano, come Aminta Guerri, il rimorso di un falso giudizio.
Aminta soffriva acerbamente del suo. Povero Gino! povero Gino! Lo aveva dunque accusato a torto? Sparito, il conte Malatesti, sparito da Modena! Sì, sparito da Modena, ma per passare il confine, anzi i due confini di Modena e di Parma, per correre in Piemonte, e indossar la divisa del volontario. Ma perchè non ne faceva un cenno, la lettera? Ah, sì, che poteva dire la lettera? Il conte Gino, il figlio di Jacopo Malatesti, di un fedel servitore del Duca, non poteva mica toccar la tromba, per annunziare al popolo e al comune il suo virile proposito. Era sparito, come fa in simili circostanze l'uomo forte e modesto, che la voce del dovere ha chiamato. E senza lasciar trapelare il suo segreto da anima nata, senza mandar notizie di sè ai parenti, agli amici, era entrato, egli cavaliere esperto e magnifico, in un reggimento di fanteria, forse per meglio nascondersi, per sottrarsi alla vista, alla curiosità de' suoi pari, al pericolo di notizie che sul suo conto si potessero spargere. Ignoto a tutti, fuorchè al suo reggimento, aveva fatta la sua brava campagna, e una palla in petto aveva premiato il suo doppio eroismo, mentre tutti gli altri lo dicevano semplicemente «sparito da Modena» e Aminta Guerri lo accusava di non aver fatto seguire i fatti, i forti fatti, alle chiacchiere vane, alle piccole glorie di una condanna al confine. E come lo aveva mal giudicato in ciò, non poteva Aminta Guerri averlo giudicato male in qualche altra cosa? Per esempio nel suo mancar di fede alle Vaie? A buon conto, sua sorella Fiordispina, quella che più di tutti aveva a soffrirne, non aveva dubitato del cuore di Gino; sua sorella Fiordispina gli aveva perdonato, senza mestieri di giustificazioni, di pentimenti, di atti da eroe. Povera Fiordispina! Ed ella aveva profondamente sofferto; e soffriva ancora; avrebbe sempre sofferto. Sono nel mondo creature di tempra più nobile, vasi d'elezione, secondo il detto di un grande, ai quali è stato affidato, come a sua propria sede, il dolore; e da quei cuori più alti, come da fari accesi sulle tenebre vaste dei mari, il dolore umano spande la sua luce più bella.
Il medico giunse, guardò il ferito, gli toccò il polso, e trovò cresciuta la febbre.
—Ebbene, che è?—diss'egli.—Abbiamo fatto qualche pazzia? Il cervello ha lavorato troppo, non è vero?
—Ella vede tutto, tenente!—mormorò Aminta.—Indovina tutto!…
—Eh, ci vuol poco;—rispose il dottore.—Abbiamo una bella febbrona.
—La ferita, forse….
—La ferita non ci ha che fare; la ferita procede bene. Qui ci siamo riscaldati la testa, dico io. Forse col pensiero della famiglia? Si calmi; la famiglia verrà. Vuol farsi trovare dai suoi più ammalato che non sia veramente?
—Ha ragione, tenente! Vedrò di calmarmi, non penserò a nulla.
—Bravo, così va fatto. Neanche a tutte queste belle signore che passano, mi raccomando. Ah, bene! La vedo sorridere, mio caro Guerri. Abbiamo già dunque il cuore impegnato con una di queste angiolesse custodi? Lo dicevo ben io, che questa febbrona non veniva dal braccio!
—S'inganna, tenente; ho il cuore altrove. E poi, nel mio stato…. Le pare? Mi dica ora, di grazia;—soggiunse tosto il ferito, vedendo il dottore già sulle mosse per continuare le sue visite;—come sta il 140?
—Benissimo!—esclamò il dottore, inarcando le ciglia.—Conosce già i numeri di tutta la corsìa!
—Si tratta di un mio concittadino, del conte Malatesti;—rispose Aminta.—Mi hanno detto che è qui, al numero 140.—
Il dottore rimase un istante perplesso, guardando di sotto alle sue lenti il curioso. In quell'istante la sua risoluzione era fatta.
—Il 140 va molto meglio,—rispose.
—Con una palla nel polmone!—disse Aminta.
Qui, altra guardata attraverso le lenti. Ma con tutta la sua penetrazione, il bravo dottore non poteva mica indovinare che il ferito giuocasse di scherma con lui e gli facesse una finta così audace, per obbligarlo ad una certa parata.
—Ebbene,—diss'egli allora,—che cosa c'è di strano? Con un polmone forato si può vivere… quando non si muore subito: il che, mi concederà, guasta anticipatamente tutta la cura del medico. Il conte Malatesti è stato ferito il 24 giugno; siamo al 5 di luglio; son passati dunque undici giorni, ed egli è ancor vivo. Sarebbe già, da solo, un bel fondamento di speranza; ma non è solo, perchè un certo miglioramento si è già manifestato nelle sue condizioni generali.
—Mi avevano detto….—balbettò Aminta.
—Ah, caro il mio Guerri! Se Ella dà retta agli infermieri, crederà che qui siano tutti moribondi. Qui, invece, ho l'onore di dirglielo, guariscono tutti, nella proporzione del novantacinque per cento.
—È alta!—disse Aminta.
—Sì e no;—rispose il dottore, mettendo per amore della verità scientifica un correttivo all'asserzione pietosa.—Ella deve anche pensare che qui abbiamo tutti i feriti che si son potuti trasportare. Hanno durato agli strapazzi del viaggio; c'era la fibra. Ma basta; ora finisco il mio giro.
—Mi fa un piacere, tenente?
—Purchè Lei stia zitto un paio d'ore, e tranquillo tutto il resto del giorno, sì.
—Mi saluti il conte Malatesti; gli porti un augurio del mio cuore!
—La servirò.—
Ciò detto, il tenente medico si allontanò dal capezzale di Aminta, per andare a finire il suo giro. Da quella parte là, per fortuna, non aveva che convalescenti.
—Sì, sì! Potrà sentirli i saluti?—borbottava egli tra i denti.—Ed anche approfittare degli augurii, quel povero conte!—
Finito il giro, andò a cercar l'infermiere della sala, che stava nel suo camerino, leggiucchiando un giornale.
—C'è qui un uso….—gli disse il dottore,—un uso che non va.
—Ho preso il giornale or ora;—rispose l'infermiere, alzandosi tosto.—Sono i primi due minuti di riposo, dalle cinque di stamane.
—Non parlo di riposo;—ripigliò il dottore,—parlo dall'uso di dar notizie dei feriti gravi agli altri feriti, che lo son meno, ma che potrebbero ancora aggravarsi.
—Non mi pare di aver fatto nulla di simile.
—Al 151, per esempio, si è detto che il 140, un suo concittadino, ha il polmone forato e che il suo stato è gravissimo. Queste notizie turbano. La debolezza di chi le riceve, l'amicizia, metta anche in certi casi la parentela, tutto ciò aiuta a far crescere l'ansietà, l'agitazione, la febbre. Non va, dico, non va.
—Mi accusa a torto, signor tenente;—replicò l'infermiere.—Le giuro, da buon italiano come sono, non ho detto nulla di nulla, nè al 151, ne ad altri.
—Allora il signor Guerri mi ha ingannato;—disse il dottore.—Gli ho risposto di non credere a ciarle d'infermieri…. Capirà, dovevo parlar così!… Ed egli non mi ha detto nulla in contrario.
—Creda, signor tenente, avrà voluto tirare a indovinare. Qualcheduno gli avrà detto che qui c'è il conte Malatesti….
—E che ha il numero 140, e che ha un polmone forato!—aggiunse il dottore.
—Ma proprio non gliel'ho detto io;—ribattè l'infermiere.—Se non sono le signore….
—Ah, donnine belle!—esclamò il dottore, tentennando la testa.
—Sicuro, donnine belle!—ripetè l'infermiere.—Non ce ne dovrebbero essere, negli ospedali, a confonder la testa.
—Bravo! La confondono a Lei?
—No, dico ai feriti.
—Eh! per questo, vada là! Un po' d'aria di famiglia fa bene. Vestono con eleganza; mettono in mostra qualche colorino allegro, che fa un po' di contrasto, che rompe questa monotonia nosocomiale. Veda anche il nome, quanto è brutto! Nosocomio! E siamo poco belli noi altri, con le nostre divise; e son brutti lor signori, con quelle cappe nere, che li fanno rassomigliare a tanti confratelli della buona morte. Lasci che le signore vengano, che le signore risplendano, che le signore sorridano; è tanto di guadagnato per la salute. Dico soltanto che bisogna guardarsi dal notiziario. Veda, per esempio; ieri il 151, non aveva più febbre; oggi gli è ritornata. La cosa mi rincresce tanto più, che oggi può capitare suo padre.
—Potrò dunque lasciarlo passare?
—Certamente. La vista della famiglia non fa mai male. È una febbre diversa, una febbre benefica, quella che dà la vista della famiglia ai feriti.—
L'infermiere s'inchinò, e il dottore, escito dal camerino, scese per la scala di servizio, che era lì accanto, riuscendo, come quello stanzino di guardia, a metà del camerone, o piuttosto del gran corridoio, dov'erano in fila i letti degli ammalati.
Da quella scala, poche ore dopo, il bravo infermiere vide affacciarsi una piccola comitiva, che domandava di vedere il volontario Guerri. L'accompagnava un soldato di guardia (un piantone, per usar la parola propria) che portava il permesso del dottore.
—Il volontario Guerri è in questa corsìa, per l'appunto;—disse l'infermiere.—A sinistra, al numero 151. È il padre, Lei?
—Sissignore,—rispose il primo della comitiva.—E come va, il mio povero figliuolo?
—Bene, una guarigione sicura. Complicazioni non se ne temono, con quella costituzione robusta. L'osso è scheggiato per una parte assai piccola, e le schegge vengono fuori benissimo, ad ogni medicatura.
—Grazie!—esclamò il vecchio Guerri, mandando un respiro tanto fatto.—Ella mi ridà la vita. Avrà un po' di febbre, m'immagino.
—Sì, un pochettino; ma non per la ferita. Non ne ha avuto stanotte, per esempio. Gli è venuta stamane, per certe chiacchiere di signore, che gli hanno dato una notizia spiacevole d'un suo amico, un conte Malatesti, che è al numero 140, e grave, assai grave. Ella capirà, signor mio…. quando si è amici…. sentir dire lì per lì….—
Il signor Guerri non stette a capir altro, ma si volse indietro e vide Fiordispina impallidire. La zia Angelica era stata pronta a sostenerla.
L'infermiere non finì la sua frase. Anch'egli aveva veduta quella bella ragazza, che veniva alle spalle del signor Guerri, e non gli era sfuggito il turbamento che l'aveva colta.
—Che ha?—gridò egli.—Si sente male?
—Nulla, nulla!—rispose il vecchio Guerri.—Con questo caldo, e con questo odor grave….
—Ha ragione;—ripigliò l'infermiere.—Noi siamo abituati; ma lor signori, che vengono di fuori, lo sentono. Aspetti, prenderò qualche sale, e lo faremo aspirare alla signorina.
—No, grazie, non ne ho bisogno;—disse Fiordispina, scuotendosi.—Non ho più nulla.—
Ma il pallore ond'era coperto il suo viso, contrastava con le parole.
—Andiamo;—ripigliò essa, tuttavia, sforzandosi di sorridere.—Vediamo Aminta. Dov'è?
—Per di qua, signori, per di qua!—disse l'infermiere, guidando i visitatori.
E giunto davanti al numero 151, entrò nella stretta, per dare la buona novella al volontario Guerri.
—Sono arrivati i suoi, sono arrivati;—gli disse.—Ora non sarà più triste, non soffrirà più d'impazienza.
E si ritirò, vedendo sorridere Aminta; si ritirò, per lasciare il passo libero ai parenti del ferito.
—Babbo…. sorella…. zia….—balbettò Aminta, commosso.—Vi ho qui, finalmente?
—Vai meglio, non è vero?
—Sì, molto meglio. Anzi, mi pare d'esser guarito, ora. Per altro, vedete? non posso abbracciarvi.
—Non te ne dar pensiero; ti abbracceremo noi, e tu ci renderai più tardi l'abbraccio.
—Don Pietro!—esclamò Aminta, poi ch'ebbe baciato suo padre e le donne.—Anche Don Pietro, è venuto? Che bontà è stata la sua!
—Ma sì…. ma sì! grande bontà!—rispose Don Pietro con le lagrime agli occhi.—Quando penso a voi altri, che avete messa a repentaglio la vita per fare tante belle cose, mi pare che dovremmo venir tutti, dai monti e dai piani, per baciare le vostre ferite.
—Sempre giovane, il nostro Don Pietro! Tu lo vedi!—disse il signor Francesco.
—Se fossi giovane! Se fossi giovane!—borbottò il vecchio prete.—sarei qua, e verreste a trovarmi; o sarei là…. e preghereste per me.—
Si ritrasse, ciò detto, lasciando Aminta coi suoi. Avevano tante cose da dirsi! Egli frattanto dava una giratina per la corsìa, ma voltando subito da destra.
—Dov'è il numero 140?—chiese egli sottovoce all'infermiere.
—Ah! il conte Mala….
—Zitto, per carità!
—Ho capito;—disse l'infermiere, che incominciava a non capire più nulla.—Eccolo là; è il primo della corsìa.—
E mentre seguiva il prete, soggiungeva contrito:
—L'ho fatta bella anch'io; anzi l'ho fatta peggio. Perchè io, finalmente, ero avvisato! Ma chi diavolo ha da pensare che queste notizie debbano far tanto male anche alle persone sane? Oramai c'è da temere perfino di metter loro tra le mani un giornale. A proposito, non ho neanche potuto leggere il mio!—
Un altro infermiere appariva nel corridoio.
—Ah, bravo!—gli disse.—Sei venuto a rilevarmi? Avevo proprio bisogno di andare a prendere una boccata d'aria. Guarda; ci son qui alcuni signori. Quel vecchio, e le due signore, sono parenti del 151; il prete, laggiù, è un parente o un amico del 140.
—Viene a tempo, il prete, per il 140!—disse quell'altro.
—Eh, pare di sì. Povero giovane!—
Mentre i due infermieri facevano questi discorsi Don Pietro Toschi era giunto al capezzale di Gino Malatesti. Il ferito era immobile nel suo letto, pallido, cereo nel volto, non più vivo che nello sguardo. Ma come aperto, quell'occhio! come lucente! Pareva che il poveretto, sentendo prossima la fine, volesse bere per lo sguardo tutta la luce del giorno che fuggiva.
Gino vide Don Pietro e lo guardò fissamente; poi mosse le labbra, accennando di voler parlare. Don Pietro gli fe' cenno di non affaticarsi; e intanto si curvò lui, si curvò tanto, che il suo orecchio venne a toccar quasi le labbra di Gino.—Grazie!—mormorò a quell'orecchio il ferito.
—Mio caro signor Gino!—disse il vecchio prete, rattenendo a stento le lagrime.—Mio valoroso amico! Vi porto i saluti di Aminta. Soldato della patria anche lui, rimasto ferito, sotto Peschiera, e trasportato da pochi giorni a Sant'Eufemia. Se egli potesse muoversi, come verrebbe volentieri ad abbracciarvi!—
Un lampo di allegrezza balenò dagli occhi di Gino Malatesti. E lo sguardo, fisso negli occhi di Don Pietro, e il moto delle labbra, sembravano dire al visitatore:—«Continuate! continuate!»
—Aminta è ferito all'omero, ma si spera bene, come per voi;—proseguì il vecchio prete.—Vogliamo farle ancora, quattro chiacchiere insieme, e tutti e due, miei bravi ragazzi, racconterete le sante imprese ad un povero ottuagenario, che non ha potuto seguirvi con la croce nel pugno. Non potendo far altro, son venuto anch'io a trovare il nostro ferito. E qui abbiamo saputo di voi, di ciò che vi è costato il vostro amor patrio. Ma speriamo….—soggiunse Don Pietro.—Speriamo!
—Più nulla da sperare;—mormorò Gino.—Veduto da voi; perdonato…. da tutti; mi basta!
—Oh, non è questa l'opinione dei medici;—rispose Don Pietro.—Non vi mettete in capo delle tristi idee! Fidate nella scienza dei pratici, ed anche un pochino nella vostra bella gioventù.
—Son così debole!—mormorò il ferito.
—Per il sangue perduto, e che dovete rifare;—ripigliò amorevolmente Don Pietro.—La vostra debolezza mi fa pensare che le parole vi costano, e che dovete risparmiarvi. Lasciate parlar me, caro Gino! Parlerò, non dubitate; parlerà anche il signor Francesco, che è qui. Voi perdonerete ad un padre, se egli non corre subito a baciarvi, dovendo dare il primo pensiero a suo figlio!—
Il ferito obbedì alla raccomandazione. Ma i suoi occhi interrogavano sempre Don Pietro.
Sopraggiunse in quel mezzo il dottore, e si accostò all'altra sponda del letto.
—Ella ha trovato un amico, reverendo?—gli disse, mentre con la mano accarezzava la fronte al ferito.
—Sì, e quale amico! Come un figliuolo, per me!—rispose Don Pietro.—Abbiamo passate tante belle ore insieme! Ed altre ne passeremo, non è vero, dottore?
—Certamente, certamente!—disse il dottore, sforzandosi di accompagnare la parola con un sorriso fiducioso.—Il nostro prode Malatesti deve esserci conservato. Egli non è amato solamente da Lei. Al reggimento ci si pensa sempre moltissimo, e il suo colonnello manda ogni giorno a chieder notizie. Ieri, poi, ci ha incaricato di annunziargli che è stato messo a rapporto, per la medaglia al valore. Ci ha diritto due volte, il conte Malatesti. Già ferito ad una gamba, poteva lasciare il campo, e non volle. Era troppo leggera, la ferita, capisce? Leggera o no, il regolamento parla chiaro, ed egli, restando ancora pochi minuti al suo posto di combattimento, aveva meritata la medaglia. Ha voluto meritarla, zoppicando e facendo fuoco per un'ora, fino a tanto non ebbe l'altra ferita. Bravo soldato! bravo soldato!—esclamò il dottore, ripulendo col fazzoletto le sue lenti, che gli si erano un pochettino offuscate.—Ce ne vorrebbero centomila, di questi, e s'andrebbe in capo al mondo.
—Bravo! bravo Gino!—balbettò Don Pietro, con voce soffocata dalla commozione.—E dica, signor dottore: nessuno della sua famiglia è stato avvertito?
—Si è scritto a Modena, sì; ma pare che laggiù non ci sia nessuno dei suoi. Ci ha risposto il sindaco, che la contessa Malatesti è a Reggio, presso la marchesa Baldovini sua madre. Da Reggio hanno scritto che la marchesa Baldovini è incomodata, e che sua figlia non può lasciarla.—
Don Pietro chinò la fronte, e mandò un sospiro a bocca chiusa.
—Ma il nostro conte non ha bisogno di nessuno;—soggiunse il medico, tornando ad accarezzare la fronte al ferito.—Egli è soldato ed ha intorno i suoi fratelli…. la sua famiglia militare, non è vero?—
Gino mosse lievemente la testa, in atto di assentire alle amorevoli parole del medico. Poi, non volendo rompere la consegna con lunghi discorsi, mormorò una parola soltanto:
—La lettera….
—Ah, sì!—rispose il medico.—Il nostro Malatesti vuol farle sapere che ha ricevuto una lettera da Vienna; una lettera di suo padre. Gli era stata mandata al reggimento; dal reggimento è venuta qua, ed io ho avuto il piacere di leggerla a lui. Eccola qua, nella tasca del suo cappotto grigio. È una lettera che onora due persone ad un tempo: il padre ed il figlio.—
Così dicendo, il dottore aveva ficcata la mano nella tasca del cappotto, che pendeva alla gruccia, daccanto al capezzale, e ne traeva fuori il documento in discorso.
—Ecco!—soggiunse, spiegando il foglio e porgendolo a Don Pietro.—Legga anche Lei, come il nostro amico desidera.—
Gino sorrise al medico, e mormorò un dei suoi «grazie!»
—E poi staremo qualche ora tranquilli, non è vero!—disse il medico, chinandosi su lui e parlandogli quasi all'orecchio.—Sarei contento se dopo la visita dei vostri amici, poteste dormire un pochino.—
Don Pietro frattanto leggeva la lettera, che, col permesso di Gino, leggeremo anche noi. Il conte Jacopo scriveva in questa forma a suo figlio:
«Mio caro Gino,
«Ero già molto dolente di non ricever tue nuove da Torino, quando la tua lettera è venuta a dichiararmi la risoluzione che hai presa. Mi chiedi perdono. E di che, figliuol mio? A te piuttosto dovrei chiederlo io, che non ho lavorato a farti felice, e che, scambio di accompagnarti in Piemonte, ho preferito di seguire il mio signore in Austria. Ma io, caro Gino, son della vecchia generazione, e mi sarebbe parso di non meritare la stima di nessuno, neanche la tua, se avessi fatto un voltafaccia all'ultim'ora, e sopra tutto senza ombra di pericolo. Aggiungi che, fedele alla buona, dovevo esserlo anche alla cattiva ventura. A voi giovani, a voi liberi, le vie del futuro. Ti mando la mia benedizione e l'augurio che tutti i tuoi voti si adempiano.
«Tuo padre, che ti bacia,
«JACOPO MALATESTI.»
—Buon padre!—mormorò Don Pietro, commosso.
E rese la lettera al dottore, che fece l'atto di voltarsi da fianco, per rimetterla al suo posto.
—No, no!—disse Gino, con quel suo filo di voce. Il dottore comprese il gesto delle labbra, più che non udisse la parola.
—Avete detto di no?—chiese egli, curvando la testa più presso al ferito.
—Nel cappotto no;—rispose Gino.
—Allora qui, sotto il vostro guanciale?
—No;—disse Gino, mentre i suoi occhi si volgevano a guardare Don Pietro.
—A lui?—ripigliò il dottore, vedendo quella guardata.—Ma il vostro amico l'ha letta.—
Lo sguardo di Gino non si spiccava più dalla faccia di Don Pietro.
—Che debbo farne?—chiese a sua volta il vecchio prete.—Mostrarla, forse…. ad altre persone?
—Sì;—rispose il ferito.
E nello sguardo gli brillava la contentezza di essere stato capito.
—Bene!—replicò Don Pietro.—Il primo a leggerla sarà il signor Francesco Guerri. Ma sappiate, mio Gino, che non sarebbe necessario. Tutto ciò che è avvenuto era stato inteso per il suo verso, e niente, si è mutato per voi alle Vaie, dal giorno che voi ne siete partito. M'intendete? niente mutato, e tutti amici vostri, come prima.—
Il medico, tiratosi un po' indietro, accennò con gli occhi al prete. E questi, che intese la mimica, fece poche altre parole, poi si tolse di là, promettendo di ritornare tra poco. Anche il medico si mosse dopo di lui, e lo raggiunse quasi vicino al letto di Aminta.
—Povero conte Malatesti!—gli disse.—Se sapeste come ha pianto, quando gli ho letta la lettera di suo padre! Allora non era così debole, così rifinito come ora; ed anche il dolore aveva un'espressione più forte dalla medesima saldezza della fibra.
—Ah sì, povero conte Malatesti!—ripetè il vecchio prete.—Forse meno infelice oggi, nel punto di lasciare la vita, che non lo fosse prima di ricevere quella palla in petto! Egli ha sofferto molto, nella vita, portando i rimorsi di una colpa non sua, ma del conte suo padre.
—Appunto!—disse il dottore.—C'è una frase, nella lettera….
—Ah!—esclamò Don Pietro.—L'ha osservata anche Lei? È quella in cui il conte Jacopo esprime il suo dispiacere di aver fatto contro ai desiderii del figlio. Ed è per quella frase che il conte Gino desidera che la lettera sia veduta da altri. Le dico un segreto non mio, signor dottore; ma tra noi, in questo momento, è cosa necessaria. Possiamo parlare qualche minuto in disparte?
—Sì, venga qua;—rispose il dottore.—C'è il camerino dell'infermiere.—
L'infermiere in quel mentre stava accanto al letto di Gino Malatesti, dandogli a bere un sorso di brodo: unico suo nutrimento, oramai. Poco stante, il ferito chiuse gli occhi e si assopì. La fibra, eccitata un istante dall'arrivo dell'amico e da tutti i ricordi delle Vaie, si rilassava da capo. Ma il suo sonno, come al solito, doveva esser breve.
Anche al sonno riparatore è necessario, negli infermi, un buon resto di forze; perciò è naturale che non dia lunghi sopori una vita che sfugge. Così nella mente di Gino Malatesti erano anche poche idee, come è poca cerchia di luce intorno ad una fiammella che sta per ispegnersi. Egli sentiva gratitudine per il dottore, per quell'amico degli ultimi giorni, che oramai non esciva neanche più da Santa Eufemia, per esser pronto ad ogni chiamata. Pensava anche a suo padre, già tanto severo e crudele con lui, ma nobilitato, purificato da un pentimento sincero. Poi, si raccoglieva a contemplare un'immagine di donna, una immagine dolorosa e cara, che si offriva a lui sempre nella sua ultima forma, quando gli era apparsa un istante nel teatro di Modena. Che istante era stato quello, per il povero Gino! Ferito da un'aspra parola della contessa Elena, si era alzato dal suo posto. Anch'essa, la povera Fiordispina, si era ritirata dal suo. Nè più l'aveva veduta; ma da quel punto, e in quella forma, in quell'atto, gli era rimasta impressa negli occhi. Così come aveva cercato di stordirsi dapprima, quando suo padre lo aveva costretto alle nozze con la Baldovini, così aveva egli cercato di stordirsi, dopo quell'incontro, battendosi col barone De Wincsel. Non n'era venuto a capo, per la intromissione audace della marchesa Polissena; ad altro ancora aveva dovuto pensare, perchè fosse stornata dal capo dei Guerri una nuova tempesta. Ma dopo d'allora la sua vita era stata un tormento quotidiano dello spirito, reso anche più doloroso dalla necessità di portar la sua maschera d'uomo tranquillo e felice. Per fortuna erano sopraggiunte le cure politiche, turbando in vario senso gli animi della sua classe. La marchesa Polissena si era sempre occupata poco di politica; ma quella volta bisognava pensarci, poichè si trattava di un grosso temporale, e il suo primo pensiero fu di dispetto contro gli uomini potenti, che mettevano l'Italia, o, per dire più esattamente, la sua piccola corte a soqquadro. La contessa Elena, si capisce, seguitava le idee di sua madre, come ne imitava gli esempi.
Anche il conte Jacopo vedeva addensarsi la burrasca, e se ne addolorava profondamente. Egli, che da tanti anni era stato messo fuori delle grazie del Duca, riprese proprio allora a mostrarsi in Corte, mentre tanti altri fedeloni, favoriti del giorno innanzi, diradavano le visite, preparandosi a prendere di largo: mentre lo stesso marchese Paolo, spiando l'occasione di lasciare l'ufficio, si teneva quasi sull'ali, disposto ad allontanarsi anche lui.
—Jacopo,—gli disse il marchese Paolo, un giorno che le notizie di Parigi e di Torino erano venute più tristi che mai per la causa dei tirannelli d'Italia,—voi siete un uomo raro.
—Perchè dite questo, mio buon Paolo?
—Perchè voi serbate fede alla sventura.
—Non ho fatto così, anche nel Quarantotto? E vi è parso allora un difetto?
—Nè allora, nè oggi;—rispose il marchese Paolo;—quantunque oggi, a giudicarne da certi indizi, mi sembri che se si va….
—Non si torna più, volete dire? Ebbene, non si torni;—replicò il conte Jacopo.—I vecchi Malatesti si contenteranno di finire con me. Non sono mai stati furbi, lo sapete; sarebbero assai più di quel che sono, se si fossero voltati, come i girasoli, ad ogni sole nascente. Ma poi…. che importa ciò?—soggiunse egli, stringendosi nelle spalle.—Guardate i girasoli. Non muoiono anch'essi? Si muore tutti, amico Paolo, e non c'è altro conforto, per l'uomo di carattere, che di esser vissuto disprezzando chi andava disprezzato, e di lasciare, dopo morto, un nome non disprezzabile.
—Onore ai vecchi Malatesti!—esclamò il marchese Paolo.—E fortuna ai nuovi!
—Parlate di mio figlio?—rispose il conte Jacopo.—Egli è andato dove lo chiamavano le sue idee giovanili, che io non ho ispirate, vivaddio, nè educate. Qualunque cosa egli faccia, e per quanto io mi dolga di saperlo su quella strada, mi è caro di pensare che egli non ha aspettato il nuovo sole, per fargli festa. Noi vecchi restiamo al nostro posto. La via è senza uscita, ci dicono? Ebbene, poichè ci si è entrati, e per nostra elezione, c'è anche onore a non ritornare più indietro.—
Questi discorsi trattenevano un poco il marchese Paolo. Ma egli non seguì il Duca, quando questi dovette partirsene, e non si ritirò da Modena che quando fu proclamato il governo provvisorio. Ai pochissimi che andarono a visitarlo in quel giorno, che doveva essere così triste per lui, disse chiaro e tondo che egli «lo aveva preveduto»; che non si erano voluti seguire i suoi consigli, rispettosi, ma fermi e frequenti; che infine egli era nato italiano e non si sentiva straniero in casa sua; solamente per non dar noia con la sua presenza a nessuno, sarebbe andato il giorno dopo in campagna. Infatti, se ne andò in una sua villa, presso Reggio, tranquillo, rassegnato agli eventi, col desiderio di essere dimenticato per allora, non senza una lontana speranza di essere ricordato in tempi più calmi.
Il conte Malatesti, niente furbo, e contento di non esserlo, aveva seguitato il suo signore sul territorio austriaco. Egli credeva di essere italiano, mantenendo le sue convinzioni, perseverando anche in un errore, per non dare il brutto esempio di un cambiamento consigliato dall'utile personale. E poi, e poi, era della vecchia generazione, il conte Jacopo. Ben poteva scrivere da Vienna al suo Gino, sapendolo arruolato nel 13° Reggimento dell'esercito piemontese: «A voi giovani, il futuro.»
Ahi, quale futuro, povero Gino! Fu molto, fu ogni cosa per lui, che la immagine soave di Fiordispina Guerri consolasse il suo breve sonno: che quella immagine, così amorevolmente pietosa come gli era apparsa nel sogno, gli apparisse ancora al suo ridestarsi.
Era là, daccanto al suo letto, la fanciulla dei Guerri; era là, viva e palpitante per lui. Spalancò gli occhi, il poveretto, la guardò attonito, la guardò lungamente, quasi non potesse credere a tanta fortuna; da ultimo aperse le labbra, mormorando il suo nome.
—Tacete, ve ne prego!—diss'ella sommessamente, chinando il bel viso su lui.—Tacete, Gino; non vi affaticate, e confidiamo in Dio!—
La vista di Fiordispina Guerri parve dar nuove forze a quel povero morente. Viveva di quella contemplazione muta. Riconoscente di quel perdono e di quella cura amorosa, Gino Malatesti ebbe ancora la virtù di sorridere alla sua consolatrice. Ma oramai non gli restava che un soffio di vita. Quella medesima notte, vegliando essa al suo capezzale, il ferito mandò un gemito, e a lei, che si era prontamente accostata a guardarlo, mormorò:
—Mi sento morire.
—Gino! che pensieri son questi?
—No, mi sento morire;—ripetè egli, con voce soffocata dal rantolo dell'agonia.—Raccogliete la mia anima…. ve ne prego!—
Si era chinata su lui, la povera fanciulla, per rialzargli la testa, leggermente, come un'altra volta aveva fatto, dandogli un po' di sollievo. Ma la testa di lui ricadde inerte sull'origliere, e un soffio rapido sulle labbra di Fiordispina, e un fiotto di sangue apparso sulle labbra di Gino Malatesti, dissero chiaramente alla fanciulla dei Guerri, che tutto era finito.
Capitolo XX.
Vent'anni dopo.
Sette anni fa, il mio amore per le vecchie castella, per i monti e i laghi dell'Appennino, mi condusse a Reggio, donde risalii a Canossa, alle Carpinete, a Bismantua, e di là, sempre per vie di montagna, a Fiumalbo, per salire la vetta del Cimone.
Eravamo in parecchi, amici provati, ed anche avvezzi a fare insieme quelle escursioni estive. Uno di essi, l'ingegnere, conosceva benissimo i luoghi, e ci aveva anche assicurato che presso Fiumalbo, da certi suoi conoscenti, avremmo trovato alloggio e cavalli, per far l'ascensione con ogni comodità.
Non fu vana promessa. Poco sopra Fiumalbo avemmo i cavalli, e al nostro ritorno (poichè allora non volevamo fermarci) avremmo anche avuto l'ospizio. Il padrone di casa, un bell'uomo, ancora giovane, dall'aspetto severo, ma dai modi singolarmente cortesi, si mostrò dolentissimo di non poterci accompagnare, per sue ragioni di famiglia, che lo chiamavano quel giorno in paese. Ringraziammo, accettando le guide che egli aveva messe a nostra disposizione, e ci avviammo su per un bosco di cerri, al dorso sassoso del Cimone.
—L'amico non può;—mi disse l'ingegnere, quando fummo al largo ed egli potè mettere il suo cavallo al pari col mio;—ma se anche potesse, verrebbe difficilmente con noi. Le alture non lo tentano più.
—Niente di strano;—risposi.—Ho già avute occasione di osservare il fenomeno. Son tutti così, questi abitatori della campagna: hanno i meravigliosi spettacoli della natura a uscio e bottega, e non c'è caso che si vogliano scomodare un'oretta per andarli a contemplare. Così avviene che i cittadini della pianura si facciano alpinisti e conoscano a palmo a palmo i gioghi e le vette, mentre i signori montanari non fanno cento passi lontano da casa.—
L'ingegnere mi lasciò fare tutte le variazioni possibili sul tema, pensando forse alla beatitudine di certa gente, a cui basta una parola, per mettere in moto il cervello e svolgete un'intiera teorica, senza curarsi più affatto del punto di partenza. Io ero felice di chiacchierare a distesa, e non badai lì per lì al silenzio dell'amico. Credo anzi di averlo interpetrato allora come un atto di assentimento alla bontà delle mie osservazioni. Vedete dove si ficca la vanità, e fin dove ci seguita!
Giungemmo col sole alto alla vetta del monte, e dopo una breve fermata scendemmo a visitare i laghi. Quello della Ninfa mi piacque moltissimo, forse perchè aveva una leggenda, che il capo della scorta ci raccontò. Vedevamo laggiù, dall'altra parte dell'acqua, lo scoglio dorato che raffigurava imperfettamente il profilo di una donna supina, e volentieri saremmo andati anche noi ad ossequiare la Ninfa; ma come? Da una parte il sasso era tagliato a piombo; dall'altra era tutto un prunaio; quanto al passare dal mezzo, ci sarebbe voluta una fede più forte della nostra.
—Peccato che non ci sia una barca!—esclamai.
—C'è stata;—mi rispose l'ingegnere;—ma non c'è durata molto.
—Lo credo bene, che non ci poteva durare!—entrò a dire il capo della scorta.—C'ero io, quando s'è lanciata in acqua, e l'ho detto subito, che la Fata non ne sarebbe stata contenta. La primavera dopo, quando ci ritornai, non c'era più barca. Eppure, vedano, era stata tirata a riva e legata con una fune a quel tronco d'albero là, che allora non aveva due palmi di giro.
—Sfido io!—mi disse l'ingegnere all'orecchio.—C'è stata una piena, nell'inverno; un bel carico di neve e di ghiaccio ha fatto affondare la barca, il peso ha strappata la fune, e addio roba! S'è affondata di sicuro, senza bisogno che la Ninfa la vedesse di mal occhio.—
Benedetti ingegneri! Son come i medici, loro, ed hanno una ragione per ogni cosa. A me, lo confesso, piaceva assai più lo sdegno della Ninfa. E notate che non sono poeta; lo sono così poco, che poco lungi di là, vedendo un faggio che portava sul tronco i segni di parecchie incisioni fatte con una punta di coltello, incisioni già antiche, con caratteri oramai illeggibili, feci un'osservazione come questa:
—Che scioccherie! Guastare un bel tronco, per far sapere alle genti il suo riverito nome…. Che gusto c'è, dico io, che gusto?—
L'ingegnere per quella volta non mi lasciò andar fuori, ed io sentii una toccatina di gomito, che mi persuase a smetter subito subito.
—Se sapeste!—mi disse egli poscia.—C'è tutta una storia d'amore, sotto quelle incisioni.
—Leviamo allora la corteccia, e leggiamola;—risposi.—O piuttosto, poichè siamo già troppo lontani dall'albero, siate tanto gentile da raccontarmela. Non cerco altro che storie, io!
—Domani;—mi replicò l'ingegnere.—Ve la racconterò domani.
—Perchè non oggi?
—Anche oggi, alla fermata; ma a patto che siano lontani gli uomini della scorta. Capirete bene!…
—Non capisco nulla, ma fa lo stesso. Avete le vostre ragioni, e mi basta.—
Per quel giorno diedi io il segnale della fermata, vedendo un'eminenza dove le cavalcature non avrebbero potuto stare che a disagio. Colà andammo a seder noi, mandando la scorta e i cavalli su d'un ripiano più basso.
—Ho capito;—disse l'ingegnere;—voi volete la storia. Andiamo dunque a ristorarci lassù.—
Volevo la storia e l'ebbi, per allora in compendio, ma dal principio alla fine. Il gentiluomo mandato per punizione a vivere in que' luoghi salvatici; l'ospitalità di una famiglia montanara; gli amori, le corse al Cimone, la gita al lago della Ninfa, la barca lanciata in acqua, i nomi dei due amanti incisi sui tronchi dei faggi; il richiamo del gentiluomo a Modena; i pianti, le promesse, i giuramenti, l'oblio, le nozze con un'altra donna, le angosce, i pentimenti, le giustificazioni e la morte; tutto, insomma, e senza che un nome fosse pure proferito.
—Ora vi ho contentato;—mi disse l'ingegnere.—Ma voi mi prometterete di non ricordarvi più del racconto che vi ho fatto, fino a doman l'altro, quando saremo ritornati a Modena.
—Perchè?
—Il perchè lo so io; promettete! Ed anche di non accennare stasera, in presenza dei nostri ospiti, alle particolarità della nostra visita al lago.
—Non sanno forse che ci andavamo?—risposi.
—Lo sanno; ma voi mi farete cosa gradita a non parlarne, e a tagliar corto se ve ne domandano essi. Promettete?
—Figuratevi, caro amico! Se non è che questo!… Faremo delle chiacchiere vane; parleremo magari di politica…. che Iddio ce ne scampi, per altro!—
Erano forse le otto di sera, quando si giunse alla casa degli ospiti: una casa vastissima, o, per dire più veramente, un ceppo di case alte e basse, la cui contiguità chiaramente indicava il bisogno d'ingrandimenti successivi, lasciando anche argomentare che si fosse molto pensato alle comodità interne, senza badare affatto a contentar l'occhio del viandante con una armonica disposizione di linee esteriori. Smontati da cavallo innanzi al portone, trovammo sulla soglia il signore che quella mattina ci aveva augurato il buon viaggio. Egli ci pregò di salire in casa sua, con molta semplicità di discorso, senza nessuna di quelle dichiarazioni d'indegnità, di casa non adatta, di accoglienza alla buona, che sono il consueto accompagnamento degl'inviti di montagna.
Noi piuttosto avremmo voluto scusarci. Eravamo cinque ospiti, tutti vestiti alla carlona, stazzonati, gualciti, stinti e inzaccherati da due settimane di vita zingaresca. Ma a che far complimenti, tra uomini? Il nostro aspetto, poi, non era niente peggiore di quello che presentava la casa.
Per altro, come fummo entrati nella gran sala del primo piano, ci colpì l'aria di signorile abbondanza che regnava colà. Era nel mezzo una gran tavola, sontuosamente imbandita, con due grandi doppieri sui capi, le cui fiamme si riflettevano lungo le pareti, sui cristalli di quattro scansìe piene di libri riccamente rilegati, e sulla cassa impiallacciata di un pianoforte a coda. In verità, ci trovammo male, là dentro, coi nostri abiti gualciti e le nostre scarpe inzaccherate. Ma infine, i nostri ospiti sapevano bene donde venivamo, e non ignoravano certamente che scorrevamo i monti senza impicci di valigie e di sacche da viaggio.
Questo pensiero ci calmò un pochettino, mentre rispondevamo con inchini e frasi scucite alle oneste accoglienze del padrone di casa, bel vecchio ottuagenario, ancora molto robusto, e triste e cortese come suo figlio, che ci aveva salutati sull'uscio di strada.
L'ingegnere conosceva quel vecchio, e si prese egli la briga di presentare ad uno ad uno i suoi quattro compagni di gita, che capitavano là ad incomodare i padroni di casa.
—Per incomodare, son pochi;—rispose il vecchio.—Desideriamo che si trovino bene, e ce lo provino, facendo una lunga fermata.—
Tutto ciò era detto con molto garbo, ma anche con molta gravità. Il vecchio parlava con noi, ma aveva l'aria di pensare a tutt'altro.
Dietro a lui apparvero allora due donne: vecchia la prima, e non più giovane la seconda. Strano contrasto! La vecchia aveva i capegli quasi neri; la più giovane li aveva bianchi del tutto, e non li nascondeva. Due ciocche d'argento sbucavano dal fazzoletto di seta, che ella portava addoppiato, secondo il costume montanino, intorno alle tempie.
Vedute le signore, dovemmo pure scusarci dei nostri poveri arnesi. Ma il vecchio non ci lasciò continuare.
—Per carità, non facciamo complimenti;—diss'egli.—La casa non c'è avvezza; e noi meno della casa.—Capii che non occorreva insistere, e condussi il discorso sui libri, domandando il permesso di avvicinarmi alle scansie che avevo vedute da principio. C'erano molti libri moderni, sugli scaffali, e fui lieto di poter proferire, leggendo, parecchi nomi d'amici.
La signora più giovane, che era la figliuola del padrone di casa, mi aveva accompagnato in quella piccola ispezione. Le domandai se leggesse molto.
—No, non più tanto;—mi disse.—Il tempo manca.
—Come?—esclamai.—Anche qui, signorina?
—Qui più che altrove;—rispose ella.—Le faccende di casa son molte.
—E non bisogna dimenticare i bambini;—soggiunse l'ingegnere, che si era avvicinato in quel punto.—La signorina li ama assai, e fa scuola a tutti i ragazzi del vicinato.—
Quella signorina dai capegli bianchi come la neve, che amava molto i bambini, ed era rimasta a governar la casa di suo padre, scambio di prendere un marito che non avrebbe dovuto cercare, così bella come era stata sicuramente nella sua prima gioventù, e come appariva tuttavia, ad onta de' suoi otto lustri, quella signorina, dico, fece sull'animo mio una profonda impressione.
E non essa soltanto, ma ogni cosa ed ogni persona, in quella casa tanto ospitale, eppure tanto malinconica: i cui abitatori vi destavano tanta simpatia, e vi gelavano le parole in bocca, quando cercavate di esprimerla.
Durante il pranzo si ragionò di varie cose, ma parlò quasi sempre l'ingegnere, dando notizie di Modena, e venendo a discorrer poi di opere pubbliche. L'ottuagenario prese la parte maggiore alla conversazione, ma non si scaldò un tantino che quando si cadde sulla politica. Dio buono, anche in montagna? Sì, lettori garbati, più in montagna che altrove. E con che ardore, lassù! In fede mia, se i nostri uomini politici sapessero da che altezze son sempre osservati, e alle volte giudicati, tremerebbero senz'altro. Ma essi ordinariamente non badano che alla opinione delle grandi città, spesso ristretta ad un battibecco di cinque o sei giornali, mentre il grosso della popolazione pensa a far fortuna, o a darsi bel tempo, o a tutt'e due le cose insieme, volgendo agli uomini politici un'occhiata stracca, e solamente nelle grandi occasioni, attraverso la prosetta rachitica dei sunti parlamentari. In quelle alte solitudini, in quelle paci campestri, gli uomini politici son forse stimati più grandi del vero; per contro, si domanda loro di più. E come sono flagellati a sangue, quando perdono il tempo in chiacchiere! come sono profondamente odiati, quando fanno il male, scambio del bene che si aspettava da loro!
Ripeto: se sapessero come son giudicati, tremerebbero. E se vi pare che questo verbo disdica ad uomini politici, mettiamone pure un altro; diciamo che si vergognerebbero di tanta miseria, di tanta povertà d'ideali, e quind'innanzi ad ogni loro atto andrebbe compagno il pensiero: che cosa ne diranno quei di lassù? Fortunatamente gli uomini politici non sanno nulla di questi severi giudizi, e possono seguire, senza timori e senza sospetti, le loro modestissime inclinazioni. E gli abitanti della pianura, i beati cultori dell'aurea mediocrità, respirano liberamente, pensando che non ci sono più grand'uomini, che non ci sono più eroi, per escire di riga, per guastare la bella armonia del concerto.
Io, come il lettore s'immagina, durai gran fatica a sostenere quella conversazione. Politica, santi Numi! Politica lassù? Mi ero posto in guardia; sapevo poco di ciò che si faceva nelle alte sfere; non conoscevo personalmente nessuno degli uomini che giudicava dall'alto il mio ospite. Egli potè credermi, magari Dio, più sciocco del vero, e alieno per trista elezione dalle cose della patria. A mala pena mi venne fatto di trovare la gretola, scappai fuori, cercando di tirare il discorso sui monti, sulla loro formazione, sulla loro emersione, sui fatti geologici e meteorologici che li avevano condotti alla forma presente, e su tante altre cose affini, egualmente importanti, sperando di esser preso anch'io per un fossile, anteriore al periodo glaciale.
Avrei potuto parlare di letteratura, argomento che oramai è da tutti, grazie all'assiduo lavoro della critica spicciola, che c'istruisce per due soldi la settimana, e ci fornisce anche, bontà sua, il lume a mano, per iscoprire le più riposte bellezze dei capilavori moderni. Ma le poche parole ch'ebbi occasione di farne con la figliuola del mio ospite, mi persuasero che neppur quello era argomento per me. La signorina aveva buon giudizio; ma domandava troppo all'arte nuova, e più assai ch'ella non possa dare, costretta com'è dalle esigenze del gusto presente, e più proclive a secondarle che non sia adattata a combatterle. Figuratevi! Le domandava di riaccostarsi alle forme antiche; di seguire la tradizione paesana; di aver presente questa teorica barbogia, che il pensiero è un fiore delicato, il quale non nasce su tutti i margini di strada, e vuol essere educato con ogni cura nei giardini, e presentato come una maraviglia alle genti. No, no, niente letteratura! Geologia, piuttosto, geologia e paleontologia, dove i vecchi strati delle rocce e le antiche specie organiche si studiano bensì, ma sotto l'aspetto della classificazione, senza obbligo di abbracciar sempre un partito.
Il pranzo era stato servito con abbondanza montanara, quasi feudale. La cacciagione e il pesce di fiume avevano fornita la mensa. Dei vini non si parla neanche: il lambrusco, il trebbiano, il vin santo, erano a dirittura eccellenti. Pure, non venni a capo di esilararmi un tantino; anch'io, come le trote del mio ospite, era un pesce fuor d'acqua.
L'ingegnere, quando ci fummo tutti ritirati nelle nostre camere, mi prese in disparte e mi disse:
—Ebbene, che opinione vi siete fatta dei nostri ospiti?
—Caro amico,—risposi, cercando di eludere la quistione,—un buon pranzo, e non ancora digerito, comanda la gratitudine ad ogni stomaco ben fatto.
—Lasciamo gli scherzi;—replicò l'ingegnere.—Vi domando che cosa pensate, sinceramente, di queste persone? Son curioso di saperlo.
—Appagherò la vostra curiosità, quando voi avrete risposto ad una mia domanda. Che spessore attribuite voi a queste pareti?
—Ma…. non saprei. Bisognerebbe misurare. Del resto, parlate sottovoce, e non ci sarà caso che nessuno vi senta.
—Orbene,—ripigliai,—sentite la mia opinione. Mi par d'essere in una casa incantata. C'è nell'Orlando furioso, ed anche nelle Mille e una notte, d'onde l'Ariosto ha cavato tante altre belle cose, la storia di un'isola, dove tutti gli abitanti erano rimasti di sasso. Qui mi sembra di vedere un caso consimile. Ci sono delle persone gentili, molto gentili, ma in modo tutto lor proprio, che non è quello del comune degli uomini. Accolgono con affabilità, parlano con amorevolezza, ma si direbbe che è tutto lavoro meccanico, superficiale, e che il cuore non c'entra per nulla. Cioè, non esageriamo,—soggiunsi tosto, vedendo di essere andato oltre il mio pensiero, per la stessa difficoltà di esprimerlo,—il cuore c'entra per le sue parti meno profonde; ma nel fondo, nel nocciolo, è come gelato. Il pensiero, dal canto suo, è qualche volta con gli ospiti, ma più spesso si chiude entro di sè medesimo, per contemplare Dio sa che. Per dirvela in poche parole, non mi sembrano persone di questo mondo, quantunque ci vivano, e abbiano l'aria di muoversi in mezzo a noi tutti.
—Avete ragione;—mi rispose l'ingegnere.—C'è passato un gran dolore, su questa casa di galantuomini. Li avete veduti, i capegli bianchi di quella signorina? Alla sua età molte donne li hanno così, e la tintura benefica di Madama Allen corregge gli errori del tempo. Ma questa, vedete, li ha bianchi da oltre vent'anni; in una settimana la sua ala di corvo si è tramutata in ala di cigno. Il suo dolore non ha dato lagrime, si è gelato intorno al cuore; e tutti, intorno a lei, si sono raccolti in un muto rammarico. Ella non ha voluto contristare nessuno; ma tutti son tristi con lei e per lei.
—Ed è la fanciulla della storia che mi avete raccontata quest'oggi!—esclamai.
—Sì, stavo appunto per dirvelo.
—Oh, non dubitate! Lo avevo immaginato fin dal primo momento che siamo entrati in questa casa. Ma come può aver durato tanto al dolore?
—Un medico ve lo direbbe. Gli organismi sani resistono e conservano. Noi ammalati, con l'aneurisma congenito nelle arterie e il tubercolo appiattato nel polmone, non si resiste all'affanno, si muor di dolore; qui invece ne vivono. Si può anche dire che qui è il dolore nella sua forma più nobile. La fibra sana resiste, il sangue vivo e rutilante vorrebbe ribellarsi, chiedendo tutte le gioie, tutte le ebbrezze dell'esistenza; ma l'anima costringe il sangue, l'anima comanda alla fibra.—«No,—dice essa, la vincitrice immortale,—io soffro, soffrite voi pure con me.»—
—Ingegnere!—esclamai.—Siete poeta?
—Chi non lo è?—diss'egli, stringendosi nelle spalle.
—Eh, molti e molti che conosco io;—risposi.
—Non lo credete;—ripigliò l'ingegnere.—Voi mi parlate di una gente che conosco anch'io, e forse più intimamente di voi, perchè io vivo tra gli uomini, e voi, caro amico, dividete il vostro tempo tra i libri e le nuvole.
—Non tanto, ingegnere! Non tanto! Ma se è per farvi piacere…
—Per farmi piacere,—soggiunse egli,—dovete credere quello che io so di tanti campioni della prosa, millantatori di una certezza negativa che non hanno nell'anima. Son povera gente, ve lo dico io, povera gente che si vergognerebbe di credere come noi, gabellati da essa per ispiriti deboli, e che poi, trascinata dalla necessità del sistema, non sa far altro che sostituire una metafisica sua a quella che avrebbe voluto discacciare per sempre. Oh, le fanfaluche di cui si nutrono e in cui credono fermamente, gli apostoli della negazione! Ci sarebbe da fare un bel libro, sapete!
—Ma non per convertirli!—risposi.
—Lo so. Per convertirli, ci vorrebbe un corso di matematiche. È là,—disse l'ingegnere, trionfante,—che io mi sentirei di ridurli a miglior consiglio, questi amenissimi roditori della scienza, che osservano i fatti e non vedono le relazioni, che studiano la materia e non intendono la legge, che non si elevano a nessun concetto di integrazione, che non sospettano neanche della vitalità delle astrazioni e della virtù generatrice degli assiomi. Ma noi filosofiamo,—soggiunse l'amico, ridendo,—ed è tempo di andare a dormire.
—Ecco una verità assiomatica!—risposi io.—Dunque, buona notte!
—Buona notte! E ricordate la storia che vi ho raccontata. C'è la materia d'un libro.
—Ora che ne conosco gli attori!—esclamai.—Vi pare possibile? segnatamente con quella libreria, dove entrano anche le pubblicazioni più recenti! Dio guardi se ci capitasse la storia, che voi mi consigliate di scrivere.
—È vero;—mi rispose l'ingegnere.—Non se ne parli più.—
Fatte queste parole, ce ne andammo a dormire. La mattina seguente, bevuto il caffè insieme coi nostri ospiti delle Vaie, prendemmo congedo da loro, per ritornarcene a Modena. Quando fui in sella, mi parve di essere Gino Malatesti. La fanciulla dei Guerri era là, bellissima ancora, co' suoi capegli bianchi e con le rughe precoci intorno ai grandi occhi pensosi.
Avrei voluto dirle una buona parola, dond'ella intendesse che io conoscevo la storia de' suoi nobili dolori; ma mi parve cosa puerile. Anche una massima generale avrebbe stonato, e mai certe generalità sentenziose mi parvero più sciocche d'allora. Strinsi la mano a tutti, senza aggiungere una frase, dopo le tante di ringraziamento che aveva fatte l'ingegnere per noi. La mano di Fiordispina era fredda; ma io l'avevo sentita tremare. Forse in quel luogo medesimo, davanti alla casa campestre, Gino Malatesti era salito in arcione, e di là aveva mandato l'ultimo saluto con l'ultima promessa, ahimè, non attenuta alla fanciulla dei Guerri!
E il povero prete? Ah, quello era morto da un pezzo, e non soffriva più dei dolori altrui. Pace all'anima di Don Pietro Toschi, e sia sempre il suo nome ricordato con venerazione alle Vaie.
Mi accomiatai tristamente dai Guerri, che non dovevo più rivedere. Mezz'ora dopo, ero a Fiumalbo; il giorno seguente a Modena, donde ritornai subito a casa, tra i miei sopraccapi, che m'aspettavano tutti, e i miei libri, che avevano l'aria di dirmi,—«La vuoi finire con le malinconie? Vieni, la consolazione e la vita sono con noi, morti parlanti, senza la malignità, l'ambizione e l'invidia dei vivi».—
Ritornato alle mie cure, non dimenticai la storia delle Vaie. Spesso, quante volte mi accadeva di parlare con cittadini di Modena, chiedevo notizie dei personaggi che ci avevano avuta la parte loro. Seppi così che il conte Jacopo Malatesti era morto in esilio volontario a Vienna, mentre il marchese Paolo era divenuto senatore del regno d'Italia; seppi che la marchesa Polissena Baldovini viveva tuttavia, facendo la bella, come poteva. E vive ancora, poichè non ha più di sessantacinque anni; ma i suoi capegli son sempre biondi, anzi oggi più biondi che mai, e fa il bocchino, quando i giovanotti le dicono celiando:—«Voi, marchesa, siete un'altra Ninon de Lenclos.»—La contessa Elena, sua figlia, non è con lei; intorno al 1861 si era rimaritata, diventando baronessa De Wincsel; ma un anno dopo era separata dal marito. E da quanti altri, poi! Ventiquattr'anni son lunghi, per la storia di una donnina come quella.
Vive essa, vive sua madre, vivono tutti coloro che sentono meno e non danno troppe molestie al cuore. Son morti invece, l'un dopo l'altro, i miei ospiti delle Vaie. Primo il vecchio signor Francesco; poi Fiordispina; ultimo Aminta, nello scorso anno, pochi mesi dopo la sua buona sorella. Strano, quando una casa incomincia a disfarsi, come va tutta e presto in rovina!
Ma i Guerri non sono dimenticati, e la storia degli amori di Fiordispina è più viva che mai, nelle alte convalli dell'Appennino modenese e parmense; la sanno tutti, dal Cimone all'Alpe di Succiso, e dal Malpasso all'Orsaro. Fra cent'anni sarà una leggenda. Speriamo che trovi il suo poeta, e che questi non dimentichi di celebrare col più caldo de' suoi inni la nobile schiatta onde escono i Guerri. Di questi forti e nobili cuori si compone un'Italia che conosciamo così poco, l'Italia montanara, dove si sente più forte e più alto, glorificando la patria in excelsis.