ANNOTAZIONI AL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO
Reading edition
Stanza 5.
Solo i Marchi e i Mattei da San Michele hanno alcune cagion d'irritamento…
L'ottava contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore della Marfisa (sempre risibile e scherzevole) stato avverso al Chiari ed al Goldoni che per uno zelo letterario d'opinione, in accordo co' suoi soci accademici detti granelleschi, e per la sovversione che facevano gli scritti di quelle due persone, sviando la gioventú dallo studio della nostra lingua legittima litterale, dalla eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia italiana ne' differenti generi.
Stanza 23.
con que' meschin cinque ducati al mese…
Gli ufficiali militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo il loro servizio, restavano con la sola paga mensuale di venti soldi al giorno.
Stanza 32.
Dal suo procurator corre volando. Ecco un messo togato viene ansante, che intima una gran pena al conte Orlando e nel casotto sequestra il gigante…
Dalla ottava 32 a tutta la ottava 35 l'autore della Marfisa dá un'idea al lettore de' raggiri interminabili usati da' causidici del fòro veneto.
Stanza 49.
da que' che balzan giú da' campanili…
I suicidii erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati avevano scelta la morte volontaria con lo scagliarsi dall'enorme altezza del campanile di San Marco, e morivano stritolati e stracciati.
Stanza 56.
a' mascalzoni affamati e assetati…
A Venezia vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo relazioni a stampa, vere, inventate o false, bandi e notizie di rei giustiziati, gridando con voci fastidiose e correndo per tutta la cittá, anche prima che l'infelice condannato abbia subita la sentenza, per trarne sollecitamente danari da spendere alla taverna.
Stanza 67.
la favola di Mida e del barbiere…
La favola di Mida, re di Frigia—che aveva le orecchie d'asino e le teneva occulte per vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena la vita, non doveva palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo in un buco della terra, dal quale buco spuntarono canne, che percosse dal vento suonavano: «Mida ha l'orecchie d'asino», palesando cosí la sciagura di Mida,—è favola nota.
Stanza 89.
Si leggea nel lunario da Bassano…
Altro anacronismo dell'arbitrio dell'autore della Marfisa. Moltissimi lunari degli anni successivi, che si vendono in Venezia, giungono dalle stamperie di Bassano o di Trevigi.
Stanza 114.
Non eran di Parigi i bei talenti…
Sotto il nome di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia allegoricamente.
Stanza 116.
Marco e Matteo non eran piú scrittori, ché di seccar le coglie erano rei…
Le opere teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non facevano piú alcun effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a Brescia. Il Goldoni era passato a Parigi a cercar quella fortuna che in Venezia s'era per lui raffreddata.
Stanza 145.
Ecco i ministri ch'alzano il sipario, e son piú di duemila giunti in scena…
I ministri della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca facoltá di poter lucrare quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e far certi, erano un numero infinito.
NOTA
Una parte della storia della Marfisa è data dal G. stesso, un po' nella prefazione, un po' nelle Annotazioni. Sicché possiamo risparmiarci di rifarla per intero, bastando riprenderla dal punto in cui l'autore l'ha lasciata.
Scritti dunque i primi dieci canti nel 1761, e gli ultimi due, nonché dedica e prefazione, sette anni dopo (cioè nel 1768), il G. tenne chiuso per altri quattro anni il ms. nel suo cassetto, prima di darlo alla luce. Infatti soltanto nel 1772, con la falsa data di Firenze (ma con l'aggiunta: «E si vende da Paolo Colombani in Venezia, all'insegna della pace»), venne pubblicata per la prima e sola volta: La Marfisa bizzarra, poema faceto, nelle opere del conte CARLO GOZZI tomo VII. È un volume in-16 di 398 pagine, oltre una pagina innumerata di Errata-corrige, nella quale, a dir vero, non è elencata neppure la metá dei molti errori di stampa ond'è deturpata la non bella edizione.
Del lavoro il G. non restò troppo soddisfatto: gli pareva, a suo dire, macchiato «di sbagli ed errori, i quali accrescono bruttura alla naturale bruttura del poema»[1]. Perciò, a libro finito, e, come pare, dopo il 1797[2], vi tornò su, e ne apparecchiò una seconda edizione, tempestando di correzioni i margini d'un esemplare stampato, intercalando alcune giunte e portando alle proporzioni di vere e proprie Annotazioni le poche e brevi note sparse qua e lá nell'edizione Colombani.
Questa nuova edizione avrebbe dovuto esser costituita, secondo il desiderio dell'autore, da due piccoli volumi[3], e recare il titolo: La Marfisa bizzarra, poema faceto del conte CARLO GOZZI veneziano, cogli argomenti del medesimo autore. Seconda edizione, ricorretta, emendata e accresciuta, giuntevi alcune annotazioni al fine d'ogni canto.
Senonché la desiderata ristampa, per ragioni a noi ignote, non poté mai aver luogo, vivente il G. Dopo la sua morte (1806), l'esemplare da lui postillato, venuto in ereditá al nipote Carlo (figlio di Gasparo), fu da quest'ultimo dato temporaneamente in prestito al segretario Gradenigo, che s'affrettava a ricopiare giunte e correzioni su d'un altro esemplare, alla fine del quale annotava: «1806, 14 luglio. Ho io sottoscritto terminato di copiare le aggiunte e le correzioni fatte dal chiaro autore sull'originale che potei avere scritto dal di lui carattere. GRADENIGO». Quasi nel medesimo tempo (1809) Angelo Dalmistro, grande ammiratore del Gozzi, s'accingeva a curar lui la nuova edizione della Marfisa. Ottenne in prestito l'apografo Gradenigo, lo apparecchiò per la stampa, aggiungendovi di sua mano altre correzioni, trovò anche lo stampatore: non restava altro (cosa che a lui sembrava facile) che il giá ricordato erede del Gozzi accordasse il necessario consenso. «O il nipote dell'autore—scriveva da Montebellun, il 5 febbraio 1809, per l'appunto al Gradenigo—la fa stampare egli, o facciola stampare io: in ogni maniera io ne sarò contento, purché un sí ricco dono si faccia all'Italia, che da qualche anno l'aspetta». Ma, o che il consenso non fosse stato dato o quale altra sia stata la ragione, la ristampa, disegnata dal Dalmistro con tanta fermezza di propositi, andò in fumo. Chi ci perdette piú di tutti, fu il povero Gradenigo. È vero che il Dalmistro gli aveva promesso, nella lettera avanti citata, che «l'esemplare postillato, anzi corredato di giunte, da lui favorito, sarebbe stato tenuto sotto la piú stretta custodia diurna e notturna». Senonché codesta custodia fu cosí ferocemente gelosa o (che può anche darsi) cosí sciaguratamente trascurata, che il prezioso libro, invece di ritornare nelle mani del legittimo proprietario o del figlio di lui, il nobile Vittore Gradenigo (che della non avvenuta restituzione si lagnava col Cicogna), passò non si sa né come né quando (forse prima, forse dopo la morte del Dalmistro), in quelle di Bartolomeo Gamba. Dal Gamba a sua volta lo ebbe in prestito nel 1840 Emanuele Cicogna, il quale ricopiò correzioni e giunte su di un terzo esemplare, che, giunto fino a noi, si conserva nel Museo civico e Correr di Venezia (Libri postillati, II 17).
Un solo punto oscuro resta in questa narrazione, che abbiamo riassunta da un proemio aggiunto dal medesimo Cicogna all'esemplare sopra menzionato.
Il Cicogna annota: «Oggi, primo giugno 1856, ho veduto presso il signor conte Carlo Gozzi, figlio di Gaspare, quondam Almorò [ossia presso il nipote dell'ultimo dei fratelli del Nostro] l'originale, stampa e manoscritto della Marfisa, ch'io e Tessier credevamo perduto, ma che fu sempre gelosamente conservato nella famiglia di Carlo, ed oggi è appunto nelle mani del consigliere Carlo Gozzi con altri autografi del chiarissimo autore». Ora, ebbe il Cicogna l'idea e l'agio di collazionare la copia, da lui estratta dall'apografo Gradenigo, sull'autografo gozziano? Nessun documento abbiamo rinvenuto che ci permetta di dare, a codesto interrogativo, una risposta affermativa o negativa. C'è quindi solamente da augurarsi (e anche da supporre, data l'accuratezza e la scrupolositá ben note del Cicogna) che le cose sieno andate nel modo criticamente piú desiderabile; in guisa che perfetto equipollente dell'autografo gozziano sia riuscita la copia del Cicogna, che, in mancanza di meglio, abbiamo dovuto prendere a fondamento della presente edizione.
Confrontata con l'edizione Colombani, essa, oltre molte varianti formali, che non è il caso d'enumerare, presenta le seguenti aggiunte:
a) Canto I—ottave 51-2, 66-7, 72-8. b) Canto V—ottave 84-100. e) Canto XII—ottave 118-32, 139. d) Tutta l'appendice[4].
Inoltre quelle che nell'edizione Colombani, per un assai palese errore d'impaginazione, erano le ottave 12-5 del canto quinto, presero nell'esemplare postillato il posto che loro toccava logicamente, il posto cioè delle ottave 8-11; e cosí all'inverso.
Non ci pare necessario di fare troppe parole sui criteri, comuni a tutti i volumi degli Scrittori d'Italia, seguiti in questa ristampa. Basta avvertire che, oltre alla correzione di qualche svista tipografica sfuggita al medesimo G., abbiamo rettificato anche alcuni evidenti errori di distrazione, se non, anche essi, meramente tipografici, che guastavano la struttura del verso (p. es., «avea» e simili per «aveva», e all'inverso; «lor» e simili per «loro», e all'inverso, ecc. ecc.).—E neppure mette conto di estenderci in particolari bibliografici. Purtroppo la Marfisa, non ostante i suoi innegabili pregi di vivezza e freschezza, che ne costituiscono uno dei migliori poemi eroicomici della letteratura italiana (tale anzi da esser collocata assai piú in alto di lavori congeneri, i quali godono da secoli reputazione troppo superiore ai propri meriti), non ha allettato finora nessuno studioso a farla oggetto d'uno studio critico. Bisogna dunque contentarsi dei magri accenni che si trovano in lavori d'indole generale intorno al G., giá catalogati quasi tutti in bibliografie speciali, ricordate dal Prezzolini nella Nota alla sua edizione delle Memorie inutili.
Nostro dovere imprescindibile è invece quello di manifestare tutta la nostra gratitudine al dr. Ricciotti Bratti del Museo civico e Correr di Venezia, il quale, assumendosi cortesemente per noi la parte piú delicata e ingrata del lavoro, ossia compiendo lo spoglio delle giunte e varianti dell'apografo Cicogna, ci ha permesso di riprodurre la forma definitiva voluta dal G., o almeno quella che, giusta i documenti che si posseggono, deve essere ritenuta tale.
[1] Gamba, in Biografie degli italiani illustri del DE TIPALDO, III (Venezia, 1836), 339 n.
[2] «Osservo che le giunte e annotazioni del G. devono essere state da lui fatte dopo il 1797, cioè dopo la caduta della repubblica, se non tutte almeno in parte, giacché nella annotazione alla stanza 46 del canto quinto si parla del bucintoro come cosa ch'era ricchissima». Cosí il Cicogna, nel suo proemio piú appresso citato.
[3] Quest'esemplare preparato per la stampa era «diviso in due tometti, legati in rustico, con carte frammezzate… Il primo tometto aveva pagine 226 tra stampa e ms., il secondo… pur pagine 226…; senonché per errore era scritto 126» (Cicogna, loc. cit.).
[4] Una parte di questa, e cioè le Annotazioni, fu giá pubblicata da G. B. MAGRINI, a pp. 275-98 de I tempi, la vita e gli scritti di C. G., aggiuntevi le sue annotazioni inedite della Marfisa bizzarra (Napoli, D'Angelilli, 1887). Il resto (e cosí de pari le ottave aggiunte) comparisce nella nostra edizione per la prima volta.