ASPETTI DELL'IGNOTO. LA LEDA SENZA CIGNO. (continued 2)
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Vi sono sguardi che incontrandosi celebrano un mistero in un battito di cigli. Ve ne sono altri, o gli stessi, che si scambiano tal dono ond'è menomato il pregio di tutto il resto.
La paglia di pino secca strideva sotto i passi di noi tre, mentre tornavamo verso il cancello senza parlare. I fusti da una banda splendevano come corazzati di rame, dall'altra nereggiavano come spalmati di pegola. I margini erano gialli di farina selvaggia. Concilii di bruchi stavano raccolti sotto una specie di canavaccio che poteva somigliare tanto a una spoglia di serpe quanto alle cellette d'un favo votato e disseccato. Rabbrividii udendo all'improvviso presso il mio orecchio quella specie di tintinno sinistro che, nella notte lontana, m'aveva evocata la figura del pastore taciturno intento a oprare la sua maglia interminabile. Era la brezza del vespro nelle lunghe foglie fatte a ferro di lancia.
— Addio, dunque — disse il mio amico, presso lo sportello.
— Partirai veramente domattina?
— Partirò.
— Forse mi troverò alla partenza del treno, per salutare tua madre.
Gli si torse la bocca come a un rigurgito d'amarezza. Salì con pena, si sedette accanto alla donna del mito.
Pareva ch'ella non conoscesse più né me né lui. Ora, tra gli orli delle palpebre induriti e netti, aveva di quelli occhi che ci lasciano perplessi e disperati come davanti a una muraglia liscia di roccia senza varco e senza presa. Lo stesso bagliore obliquo, che mutava in piastra rossa la scaglia dei tronchi, le infiammò su la tempia il metallo dei capelli.
— Addio — disse ancóra il mio amico, levando la mano che aveva tratto dalla tastiera la lamentazione notturna.
«Non t'ama, non t'ama.»
Le ruote si mossero nel rombo, solcarono profondamente la via sabbiosa lasciando tra l'uno e l'altro solco qualcosa di quel fascino che la mia lanterna posta in terra aveva rischiarato nella notte lontana.
Il rombo sì attenuò, si perse. Rimasi in ascolto tuttavia. Non udivo più se non i colpi del mio cuore ripercossi nella mia nuca. Un'ansietà simile a una vampa struggente dissolveva in me i pensieri, e mi ricacciava in bocca quel gusto di sangue e di cenere che avevo masticato sul cammino interrotto da quella mano sudicia colante e brancolante in cerca della cosa perduta.
Tornai verso il canile, come si torna verso il luogo dove si compì un miracolo di vita o d'arte, per rinnovare le domande che restano senza risposta.
I lunghi musi umidi sporgevano di tra le sbarre, e gli occhi scuriti dalla sera guatavano come quelli dei cigni quando si passa lungo l'acqua d'un giardino già invaso dall'ombra e dal sonno.
Entrai; parlai, con quelle voci gutturali che i cani comprendono. Tutti m'erano intorno, imitando su le quattro zampe la cresta del flutto quando forma la voluta o impennandosi come le capre che danzano in memoria dei satiri. Un solo in disparte s'abbandonava a una folle allegrezza, come i cuccioli quando trovano un osso, gettando in aria e riprendendo fra i denti qualcosa che non potevo distinguere. Era appunto il favorito di Leda.
Lo chiamai più volte. Egli cessava di giocare, mi guardava con diffidenza furbesca, esitava per qualche attimo, più sinuoso di un'onda in un disegno giapponese; poi si riallontanava saltabeccando e scambiettando sugli aghi di pino. Un richiamo più severo lo consigliò all'obbedienza. S'accostò gatton gattoni, quasi strisciando, con una grazia disperata; fece gli ultimi passi tutto chino sopra un fianco; poi si rovesciò sul dosso, ai miei piedi, come per svenirsi o per esalare l'ultimo fiato. Ma teneva tuttavia la cosa fra i denti con una forza accorta che la serrava senza romperla.
— Che hai? che hai? Lascia vedere.
Annaspava con le zampe in segno di supplicazione. Per forzarlo a lentare, gli misi le dita nella commessura delle mascelle. Così gli tolsi la presa; era un pettine di tartaruga bionda, un piccolo pettine caduto dai capelli di Leda!
Lo sentivo umidiccio di bava. Lo sentivo vivere d'una vita segreta nella mia palma soppesandolo. Non pesava più di una stella marina. Il cane era ancóra là disteso, come aspettando il perdono d'un fallo; e tra le frange socchiuse delle lunghe labbra i denti gli splendevano evocando in me «i carati della perfezione».
Non avevo se non un pensiero tormentoso, generato da un'angoscia oscura: tentare di rivederla prima di notte. Il pettine smarrito era un pretesto plausibile. Forse ella era rientrata a casa sua, dopo aver ricondotto l'amico. Pensavo tremando: «Se la trovassi sola! Se potessi parlarle!» Ogni indugio mi pareva favorire non so che potenza nemica e respingere la mia fortuna. L'ansia non può respirare se non nella rapidità.
Saltai su una bicicletta e presi la via, di corsa. Alla prima erta dura non ebbi alcuna pena. Uno strano vigore m'era venuto in tutti i muscoli, e il vento della sera entrava nel mio petto come in un fogliame nuovo. Traversai il Quartiere d'inverno, la città dei malati. Travidi qualche lampada accesa dietro qualche vetro. Mi parve d'indovinare, a destra, prima d'una svolta, la veste argentina del melo rifiorito. La campana sonò su la Cappella. In fondo a un viale arborato, dietro un alto Crocifisso, luccicò il Bacino.
Sapevo che la casa era in vicinanza dello sbarcatoio: la quarta, a sinistra. Per trovarla camminai a piedi, piano, mancandomi l'ardire. L'ombra era in tutte le finestre. Passai lungo il muro del giardino, dove le foglie lisce degli arbusti lustravano tuttora. Le vetrate del vestibolo erano aperte: si vedeva in fondo un balcone anche aperto sul cielo pallido; e la brezza gonfiava le cortine, alitava sotto la volta. La casa pareva deserta. La risacca vi risonava come contro una banchina. «Forse è là, seduta nell'ombra. Ora mi riconosce, si alza e getta un grido.»
Attesi immobile, nella corrente d'aria che mi rapiva in faville la vita. Ora ella non era più davanti a me; era dietro di me, come un blocco di gelo.
Al suono d'un passo mi volsi. Qualcuno entrava dal giardino. Non so che ribrezzo istintivo e il luccichio delle lenti spesse m'avvertirono che l'uomo dal capo a piramide tronca sopraggiungeva.
— Chi è là? — domandò, con una voce secca e penetrante che fendette il romorio della marea.
Mi nominai; spiegai con poche parole la mia presenza; gli porsi il pettine avvolto perché lo restituisse a chi l'aveva smarrito.
— Non è tornata ancóra — disse.
E, con una cortesia precisa e gelida, mi propose d'aspettarla.
Le mie pupille abituate all'ombra vedevano la testa fissa del pitone come nella incoerenza d'un sogno quando senza sospetto s'entra nella stanza e a un tratto si scopre nell'angolo il rettile enorme, fuggito dal serraglio, che guata eretto sul mucchio delle sue spire all'altezza dell'uomo.
— Grazie — risposi, non potendo dominare quello strano terrore. — Bisogna che vada.
Uscìi; ripresi la corsa; giunsi fino all'estremità del viale marino, sperando d'incontrarla. Risalìi verso le dune. Rientrai; ritrovai tra i miei libri e i miei calchi l'odore del tabacco oppiato; rividi la tastiera scoperta e l'ombra dell'Immortale su l'avorio ammutolito.
Vissi parte della notte come uno che sa di non più possedersi intero. Stetti in ascolto per cogliere un grido che non giungeva ancóra al mio orecchio ma toccava già la mia anima.
Non so se da molto durasse il sopore della stanchezza, quando la mia anima risalì nei miei sensi col tumulto d'una moltitudine percossa da un allarme improvviso. Mi ritrovai levato su i gomiti, pieno d'una pulsazione fragorosa, con gli occhi spalancati nel buio, inconsapevole del tempo, del luogo e della sorte, come colui che si sveglia per morire nella casa che crolla. Secondo la consuetudine, la finestra era aperta; e indovinai l'approssimarsi dell'alba dal colore del cielo stellato. La frescura mi placò. Mi ricoricai supino, vigilando.
In nessuna riva la malinconia del mondo fluttua come su questa dell'estremo Occidente, al principio d'ogni nuovo giorno. Il gallo della Landa ha il canto roco e lugubre, come se si ricordasse di discendere da quello ch'era consacrato a una divinità concepita dalla Notte senza il soccorso d'alcun altro iddio. L'uomo, che quel canto risveglia, si sente ombra, prima di riprendere il peso del suo corpo per ritrascinarlo alla sua pena.
Di nuovo la stanchezza mi vinse.
Come la gran luce mattutina mi riscosse, sùbito mi ricordai d'aver promesso un saluto alla madre del mio amico. M'affrettai per non perdere l'ora, e portai meco un mazzo di violette.
S'era levato il vento di ponente in un cielo intrepido, pieno di fecondità, di migrazioni e di ritorni.
«Forse non parte» pensavo, rivedendo la sua bocca amara, riudendo il suo riso stridulo. «Non parte più.»
Ma un altro spirito, ricordandosi dello schianto di dolore che aveva lacerato le fibre dello strumento, mi diceva: «Parte. Se ne va. È vinto».
E io avevo velato dentro di me l'enigma di quell'antica e novella faccia dai larghi piani fortemente connessi come in una testa di Re pastore intagliata nel basalte. Attendevo da non so quale orizzonte non so qual messaggio, per disvelarlo e rimirarlo senza paura.
Entrai sotto la tettoia squallida. Il treno era fermo su le rotaie, nero, stupido e massiccio. Sopra un lungo banco erano accumulate certe gabbie di canna piene di polli tramortiti. Il viso d'ogni creatura umana pareva portare un marchio di servitù e d'onta. Il gallo della Landa aveva cantato per costoro.
Camminavo lungo le vetture in cerca del mio amico e di me, quando lo scopersi ripiegato contro la spalla della madre, cereo, come intorpidito da un narcotico, là, con le gambe flosce, con un po' del bianco degli occhi apparente fra le palpebre mal chiuse. Un gesto della vecchia signora prevenne l'importunità d'ogni mia parola, d'ogni mio atto. Ella si chinò con influita cautela verso me, evitando di riscuotere il figlio; e mi bisbigliò:
— Stanotte s'è uccisa.
Questo mi fu raccontato da Desiderio Moriar.
Come il racconto parve giunto alla fine ed egli taceva fisso al banco di sabbia mediano (pallida lacca senza asfodeli e senza vestigi, che apparteneva al mondo di giù) io gli domandai:
— Poteste vederla sul letto di morte?
— La vidi — rispose.
— Aveva il viso intatto?
Accennò di sì, chinando il capo; e le sue mani tremavano un poco, su le sue ginocchia.
Osai aggiungere, a bassa voce:
— E com'era il suo viso allora?
Egli fece la notte in sé, coprendosi la vista con le palme; e restò silenzioso.
Il riflusso aveva lasciata scoperta l'immensa spiaggia; e l'acqua bassa non respirava più, ma immota rispecchiava il cielo immoto. I canali, i banchi, le dune, le lunghe lingue sottili, i capi protesi, le macchie basse, tutte le interne linee secondavano quella dell'orizzonte oceanico, per obbedire a un ritmo di perfezione sublime non consentito agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.
In un silenzio eguale alla nudità perfetta, la bellezza dell'Occidente stava supina.
Nella Landa, giugno 1913.


LA LEDA SENZA CIGNO ❧ ❧ RACCONTO DI GABRIELE D'ANNUNZIO ❧ ❧ ❧ SEGUITO DA UNA LICENZA ❧ TOMO SECONDO
FRATELLI TREVES EDITORI • MILANO • MCMXVI