LA VOCE DELLA VERITÀ
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LA VOCE DELLA VERITÀ
Un giornale, pubblicato in Modena, intitolato la Voce della Verità, conteneva in data de' 17 gennaio, nel numero 70, un articolo, del quale ci piace riferire alcuni brani.
L'articolo incomincia con queste parole:
Un'empia associazione s'è formata in Marsiglia del rifiuto e della feccia degli emigrati italiani, la quale impudentemente si dà il titolo di Giovine Italia. Essa non accetta nel suo novero, che quelli i quali son nati entro il secolo corrente... ond'esser certa che il fuoco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia, e della rivoluzione; essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva alla Propaganda Infernale, e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue................................
Noi compiangiamo la rovina ch'essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che la Voce della Verità raccoglie il guanto, che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo mantenitori della lizza. Operino essi in segreto; noi in pieno sole, e con alzata visiera.
L'articolo cita i nomi de' pretesi capi dell'intrapresa — e tra questi il nome di chi scrive queste linee.
Noi non avremmo insozzate le nostre pagine ricopiando coteste infamie, se non ci fosse sembrato di rinvenire in esse la migliore testimonianza delle nostre intenzioni, e del nostro dritto. Due gioje concesse Iddio agli uomini liberi sulla terra: il plauso de' buoni, e la bestemmia de' tristi — e quando noi sacrammo anima, vita e braccio alla patria, guardammo davanti a noi, né curammo di voci che si levassero dal fango a insultarci, o di pericoli che ci venissero da' nemici alle spalle. Giurammo a noi stessi silenzio — e non moveremo parola d'ora innanzi contro le mille accuse, e basse calunnie che ci lancieranno dietro que' vili, la cui penna, come il corpo della meretrice, si vende a chi piú la compra. Tra noi ed essi la lizza è troppo ineguale; né gli uomini liberi s'hanno ad avvilire scendendo a discutere coi carnefici. — Bensí, prima di procedere sulla via, giova forse rompere una volta almeno il silenzio, ond'altri non lo interpreti siccome paura. E d'altra parte, chi può vedersi davanti la impudenza villana, e non maledirla? — Chi può passare dappresso al calunniatore coperto, e non dirgli: tu se' noto: rimanti infame e per sempre dinanzi agli uomini, e a Dio?
Uomini del Canosa, e del Duca! — non v'illudete. Non tentate ridurre ne' confini angusti d'una associazione segreta, d'un consorzio privato il voto universale in Italia contro di voi — contro la tirannide, che promovete — contro i delitti co' quali la puntellate. Non impicciolite lo spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo a pochi individui. Il decreto della vostra rovina vien d'alto: vien dal secolo, che v'incalza, vi preme, vi mina per ogni lato: viene dall'intelletto, che ogni anno sviluppa, commove, suscita contro le vostre teoriche di sommessione abbietta, e d'ineguaglianza: viene dall'odio alla tirannide ch'esercitate tremenda contro ogni classe, che ponete a luce deforme in ogni atto della vostra vita, che non tentate velare neppure colle cure date alla prosperità materiale de' vostri sudditi. Quante sono le vostre vittime? quante sono le famiglie che gemono sul destino d'un caro proscritto? quante sono le madri, che balzano ne' sogni davanti alla sembianza d'un figlio prigioniero, o spento per voi? quanti sono i volti, che impallidiscono d'ira repressa al vedervi? — Numerate que' volti, quelle madri, quelle famiglie; perché ognuno di que' volti vi rivela un nemico, ognuna di quelle madri vi scaglia un anatema, ognuna di quelle famiglie è un centro di congiura contro di voi. Avete sagrificata la virtú, che v'era rimprovero, negletto o perseguitato il merito, che paventavate nemico, usurpato il frutto de' suoi sudori all'agricoltore colle dogane, co' dazi, colle ruberie de' processi — e cercate la espressione de' pericoli, che v'accerchiano in una forma di fratellanza? — Avete manomessa l'opera della creazione, avete travolta nel fango la immagine di Dio, avete convertito in casa di pianto il giardino della natura, punita la parola, inceppato il core ne' suoi moti, tormentato il pensiero — e vi perdete a dissotterrare i vostri nemici all'estero — e proferite tre nomi?
Uomini di Canosa, e del Duca! — Napoleone ha segnata a Sant'Elena la vostra sentenza — e chi siete voi per durare tiranni dopo Napoleone? Il gigante de' secoli è caduto davanti all'urto della opinione — e voi vorreste reggervi in faccia ad essa? — voi, forti soltanto della nostra discordia? — E seguite — struggete — mozzate alcune teste di martiri: rinasceranno a migliaia — spegnete i forti d'una città — verranno dall'altre — ardete le case: edificatevi un trono sulle rovine: regnate sovra deserti. — Oh! non v'è Dio? — non v'è il rimorso? — non lo sentite? — non lo vedete simboleggiato fin nei volti di satellite che v'errano attorno? — e quando, la notte, fra i sospetti delle tenebre, fra i terrori del silenzio, ricorrete al passato, o v'affacciate al futuro, — oh! dite, dite — non intravvedete voi il rimorso? l'ultima visione del passato, e la prima dell'avvenire non è forse la immagine del tempo, che vi numera l'ore?
Là, dovete rivolgere le vostre forze. Là — ne' vostri delitti, e nel tempo che premia, e punisce, è la Giovine Italia, che voi temete!
Da quaranta anni voi combattete questi uomini liberi, che affettate di disprezzare. — Da quaranta anni avete lanciato lo spionaggio, la baionetta straniera, il carnefice contro questa che voi chiamate fazione, setta, congrega di pochi iniqui, feccia e rifiuto degli uomini — avete troncate le fila presunte — avete immolati i piú ardenti tra essi — e v'è forza ricominciare ad ogni ora — e v'è forza confessare che perdete terreno: che i ribelli aumentano ogni dí piú: che l'epoca è corrotta, e corrompitrice. Dieci anni addietro, cinque anni addietro l'Europa era vostra: ed ora avete perduto il Belgio, minacciato il Portogallo, la Germania, l'Italia. — E compiangete la nostra rovina? — Oh! tenete il compianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo, sulla quale fondavate tutte le vostre speranze. — Abbiate almeno la ferocia del leone ne' suoi ultimi momenti, poiché la generosità non potete. — Mostratevi a nudo, mostratevi con tutto il furore che v'agita, con tutta la sete di strage, che vi governa. Ma non versate calunnie, alle quali nessuno dà fede: non ritorcete in noi, in noi caduti finora per dare al mondo lo spettacolo delle rivoluzioni come noi le avevamo concetto, pure, innocenti, pacifiche, l'accusa di delitto, e di sangue. Sangue! — Assassini di chi v'ha salva la vita, il sangue d'Andreoli, di Borelli, e di Menotti v'affoga!
Noi trascorriamo — e sarà l'unica79 volta — in un linguaggio che non è il nostro; ma il sangue si precipita nelle vene all'udire coteste accuse, al pensare in che mani è caduta la nostra Italia. Oh! l'anima nostra era un sorriso per tutte le creature: — la vita s'affacciava alla vergine fantasia come un sogno d'amore; e i moti piú concitati del nostro cuore erano per la bella natura, per la donna, ideata ne' primi anni giovenili, pel genio de' grandi trapassati. — Chi ci ha messa la parola dell'ira sul labbro, se non essi, gli oppressori delle nostre contrade, i tormentatori de' nostri fratelli? — Chi ci ha rapita80 la metà della esistenza, chi, se non essi, ci ha stillato l'odio nell'anima? — L'odio! ci è tale incarco, che vorremmo deporlo, anche colla vita, se fosse nostra. Ma le teste de' nostri fratelli ci stanno innanzi sanguinose, e l'ultime voci loro ci affidavano un tale deposito, che nessuno può rinnegare senza delitto.
Ed oggi che noi alziamo la voce, in nome di tutti, oggi che noi tentiamo pagare parte almeno del nostro debito, gli scrittori della Voce della Verità ci accusano di operare in segreto, e millantano di combatterci a visiera levata. — A visiera levata! Sí; colle baionette d'intorno, e il carnefice a fianco. — A visiera levata! — e chi s'attentasse di serbare in Italia alcuna, di queste pagine, sconterebbe l'errore con una vita di dolore. — A visiera levata! — Oh! noi l'alzammo la visiera: noi ci levammo davanti a voi nella potenza della virtú, e della fede: ci levammo grandi di amore, e di81 confidenza delle moltitudini, che c'intendevano — e i troni, le tirannidi, e voi sfumaste al nostro grido, però ch'esso era il grido dei milioni conculcati, il grido di Dio che v'avvertiva dell'iniquità vostra — e fuggiste vilmente — e mendicaste la spada straniera a rifarvi il trono, che soli eravate impotenti a reggere; ma noi abbiamo, poich'altro non potevamo, suggellata la nostra fede sul palco: abbiamo sagrificati gli affetti che fanno cara la vita al pensiero che Dio c'impose — ed oggi, proscritti, innalziamo la nostra voce — e segniamo — e voi — voi vi ravvolgete nel velo dell'anonimo!
Mazzini.
SOCIETÀ DEGLI AMICI DEL POPOLO.
Quando la rivoluzione di Luglio diede speranza agli uomini buoni, che il tempo fosse giunto in cui ogni cittadino chiamato ad esercitare una parte di sovranità, è in obbligo di contribuire co' lumi, col braccio, e col senno allo sviluppo progressivo d'un sistema di libertà, e alla educazione nazionale, alcune riunioni si formarono a Parigi, ed altrove, che a poco a poco acquistarono carattere di Società popolari. Erano unioni d'uomini giovani, che s'erano da gran tempo affratellati nella comunione degli studi, dell'amicizia, e delle operazioni. Avevano cospirato insieme contro la tirannide di Carlo X, dal momento in cui s'erano avveduti della impossibilità di transigere, e che a rovesciare la forza non valea che la forza. Avevano combattuto insieme nelle tre giornate, quando Parigi non avea che un grido, e la bandiera tricolore risuscitava le glorie della rivoluzione. Ottenuta la vittoria, il primo loro pensiero fu quello di custodirla, e vegliarne i frutti; e bagnati ancora di sangue, bruni di polvere e di fumo si costituirono di mezzo alle barricate, trono popolare, amici, ed educatori del popolo. Certo: il loro mandato non era meno valido di quello che allegavano a impadronirsi della rivoluzione gli uomini d'una camera eletta prima, che la nazione avesse ritirato il mandato, e risolto di far da sé: formata sotto la influenza del potere caduto, votata da Collegi elettorali sedotti dalle trame ministeriali, o atterriti dalle baionette, giusta leggi coniate della dinastia fuggitiva. Quello degli amici del popolo era mandato segnato col sangue del popolo e il popolo un dí o l'altro se ne sovverrà.
In diritto, la riunione d'un certo numero di cittadini ad oggetto di discutere i mezzi migliori per provvedere al buono stato della nazione, non è delitto. Sotto l'impero d'una costituzione, che accorda ad ogni cittadino il diritto di pubblicare le proprie opinioni, la soppressione delle società pubbliche è, in tesi generale, una illegalità. La stampa non è che una forma di pubblicazione: la parola costituisce l'altro. Or chi direbbe la parola dover essere piú serva della stampa? e donde trarre ragione di differenza in faccia alla legge tra una società che parla, e una società che stampa?
Per noi, il principio d'un governo libero è uno, le applicazioni sono moltiplici. Il diritto individuale si stende, socialmente parlando, fin dove incomincia il diritto altrui. I diritti politici de' cittadini si stendono fin dove incomincia una violazione de' diritti politici d'altri cittadini, una perturbazione nell'ordine pubblico. Se una forza sottentra a interporsi fra questi due termini, prima che siano giunti a un contatto di collisione, non v'è libertà. La possibilità che da siffatte riunioni insorgano quando che sia inconvenienti, non basta a discioglierle. Il principio di prevenzione, logicamente applicato, e dedotto con tutte le sue conseguenze, trascinerebbe con sé il diritto di sospendere ogni libertà pubblica, o individuale, senza motivo. Adottate il principio nella sua estensione: voi precipitate nell'assurdo. Ritenetelo in certi confini, e vietatelo in altri: eccovi ricaduto nell'arbitrio; voi confidate un potere indeterminato al potere esecutivo: voi lasciate ad esso la scelta de' casi ne' quali conviene usarne; chi v'assicura della sapienza dell'uso? Il governo sopprimerà in oggi una società, pericolosa davvero; chi vieterà che domani i suoi satelliti non ne sciolgano una innocente, e virtuosa? — La giustizia, in uno stato ordinato con leggi stabili, non previene, reprime. La riunione pone in pericolo la cosa pubblica? o commette azioni dichiarate colpevoli? — Punite le azioni: vegliate la condotta di que' cittadini: intervenite, pacificamente quando vi pare ch'essi stiano presso a traviare: convinceteli cogli stessi mezzi di pubblicità. Fino a quel punto, stanno per voi diritti, e doveri. Piú oltre d'un passo, sta la tirannide. In fatto, la Società degli Amici del Popolo, non pose, sembra, in pericolo la cosa pubblica, né commise azioni colpevoli in faccia alla legge, dacché la legge non la colpí. Disciolta violentemente dal governo, appoggiato sopra una disposizione legislativa pugnante coll'insieme dei diritti sanciti dalla rivoluzione, e riprovata da' suoi organi stessi dinanzi alle Camere, la Società si giovò dell'altro mezzo di pubblicità a esporre i suoi pensieri alla Francia: cotesti scritti sono appunto quei che hanno dato moto al giudizio, dalla cui discussione è tratto il discorso, che noi qui pubblichiamo; e questi furono dichiarati innocenti; la condanna severa pronunciata contro alcuni degli accusati, è desunta dalle difese parlate all'Udienza, non dagli scritti citati in causa. Le opinioni, e gl'insegnamenti della Società non erano dunque tali, che la legge, anziché proteggerne l'espressione, dovesse punirla. La condotta del Governo, sciogliendo la Società, fu dunque illegale.
Comunque, la Società fu disciolta. Gli Amici del Popolo hanno credenza repubblicana; e que' molti, che confondono ancora la repubblica colla scure del terrore, senza avvedersi che il terrore non fu se non conseguenza della guerra, mossa alla Francia da' nemici della repubblica, plaudirono al governo. Bensí la opinione traviata dalle calunnie insinuate contr'essi, s'è corretta di molto dopo il processo, finito pochi giorni addietro. I quindici repubblicani tradotti in giudizio, stettero davanti a' loro giudici, come accusatori, anziché come colpevoli. Trelat, Raspail, Thouret, Blanqui, e gli altri esposero candidamente il loro simbolo, le loro teoriche, i loro voti. E noi abbiamo creduto far cosa utile alla nostra Italia, esponendo una di queste arringhe, pronunciate colla coscienza, della verità, e colla fede dell'avvenire. Siamo a guerra dichiarata, e giova, che tutti gli uomini liberi simpatizzino gli uni cogli altri.
DISCORSO PRONUNCIATO DA RASPAIL, PRESIDENTE DEGLI AMICI DEL POPOLO.
................ Sí: ogni qualvolta voi condannate un patriotto, il popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione di que' padroni che a principio chiamavansi nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali si vantavano repubblicani e democratici per giugnere piú agevolmente alla quasi legittimità, e piú tardi corruppero con mani impure la croce di Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni, l'uniforme della Guardia nazionale, assoldando fra le sue file colle croci d'onore, colle indennità, persin col salario quindici mila ligi per lo meno al potere. Infatti, osservate come dal Luglio 1830, appena una dell'arti loro è svelata essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale rifiuta aderire ad alcune pretese, essi cercano corrompere, ed ubbriacare i soldati, perocché il francese nell'ebbrezza soltanto può rinnegare l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il sangue francese bagnò le lastre del Palazzo Reale. Io m'arresto a quell'unico fatto che Carlo IX solo potrebbe invidiare: quest'unico fatto può far tacere per un momento le rimembranze di Menotti, della Spagna, dell'Italia, e di Varsovia, di questa sorella della Francia, che la Francia, o per meglio dire, gl'ingrati che la governano, hanno tradita nelle mani dei carnefici stranieri; e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia tuttora da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli. Eccovi, signori giurati, i fatti de' quali vi fate complici, allorquando voi condannate gli scrittori che li manifestano. Oggimai v'è di mestieri aprire gli occhi: il popolo vi accusa d'una colpevole solidarietà, — respingetela, separatevi da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj, separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti, i quali han posto il trono sopra una banca, la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la loro infamia. — Cittadini francesi, cessate d'essere i loro complici. — Essi lo sanno che voi pure nel profondo dell'anima nodrite, siccome noi, un senso di dispregio, e d'ira contro di loro. — Il sangue, che vi corre nelle vene è sangue francese, e voi non potreste sentire diversamente. Ma i Borboni son razza astuta, e da quindici anni si giovano per ogni via della nostra credulità a soffocare le vostre simpatie. Per cenno loro s'urlava nelle strade quel grido: i patrioti vogliono reazioni: anelano alle vendette. I repubblicani cercan di rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete a schiacciarli.
I repubblicani non anelano il sangue del 93, donde trarlo oggimai? Essi non richiedono che le sue istituzioni modificate secondo i bisogni dell'epoca attuale. Né io m'avvilirò ad accertarvi che i repubblicani abborrono la devastazione, ed il saccheggio. Qual banchiere, agente politico, o speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta bestemmia contro il popolo del 1830? Venga — io non risponderò che volgendo le loro borse lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al povero popolo che poi opprimono di calunnie.
Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta dell'attuale governo, — v'hanno detto il vero. Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo di deputati egualmente venali: d'un governo, che finora non fu riconosciuto che dalle deputazioni d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando non si voglia interpretare a segni d'adesione le insurrezioni di San Germano d'Auxerre, ed altre, la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che scoppiano successivamente in tutte le parti della Francia. Noi bramiamo la rovina d'un governo di fatto che ha logorate in Francia tutto le molle di gloria, e di libertà, che curva a piedi delle nazioni la patria per ottenere una pace a prezzo d'infamia: che distrugge a proprio profitto l'industria, ed il commercio: che a comprimere il popolo richiama nelle file dell'esercito i regali già vinti dal popolo, ed appunta i cannoni di Montmartre contro Parigi, cosí ubbidiente finora alle sue inique pretese: infine un governo, che semina col tradimento tanta sciagura da ridurre quasi il popolo illuso a piangere quella dinastia, che mandataria dei re stranieri governò a loro nome per quindici anni la Francia, dopo aver combattuto vent'anni contr'essa nel campo dell'inimico.
Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare le masse, sottoporre i nostri consigli al popolo sovrano, porci in somma alla testa dell'influenza per seguire il movimento. Non punite oggi un diritto riconosciuto da voi medesimi colla vostra adesione alla rivoluzione dal 1830.
Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli alcune verità; v'esposi ciò che non vogliamo, udite ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione sta contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, però che a nessun uomo quaggiú fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversità d'opinioni.
La Società degli Amici del Popolo ebbe origine dalle barricate: tutti i suoi primi membri aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati, s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini a manomettere insieme la pubblica libertà, e profittare d'una rivoluzione fatta senza l'opera loro.
Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla corruttela: i nostri sforzi si rimasero sterili: una camera senza missione racconciò una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La trama poteva sciogliersi col sangue. La Società preferí l'armi dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di vili diretta da' suoi assoldati, e la Società, avendo in orrore la guerra cittadina, rinnegò per quel giorno la sua potenza, si raccolse in un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi ragionava col popolo per mezzo della stampa. Ora piú che mai, ve ne accerto, la Società anela a quanto voleva in allora.
O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurrò a somme formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.
Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato né alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la capacità elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla, l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe meno prode, o per un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua libertà di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri s'adorna.
Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria. Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare ai bisogni, ed anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo è il problema: a noi fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di conformazione originale». O ricchi, aiutateci a sciogliere questo problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero, che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.
Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni della speranza; ma il nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo carattere piú positivo, bisogno piú forte di reale. — Però la morale di Cristo produceva savî in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre ipocriti. La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere cotesto problema tutte le risorse della piú astuta diplomazia; — il suo sistema rovinò per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lottò sei anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione, dacché il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. — Un Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema misto d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella patria sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.
Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de' titoli ereditari, della quasi feudalità, quasi a convincere vieppiú la Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il vecchio sistema, ma la pagina è bianca, — la Francia ha da scrivervi ancora.
La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: — dall'altro sta il popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende sul capo tuo? Ah! maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'è tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette, perché tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.
E però noi teniamo l'intima convinzione, che il popolo quando il despotismo organizzato non comprimerà il suo entusiasmo, e non illuderà il suo patriottismo, stabilirà egli stesso i seguenti principj, e noi avremo il dí dopo la soluzione del problema.
«Ogni cittadino francese ha il diritto eterno, incontrastabile di concorrere alla elezione de' suoi magistrati, de' capi della guardia nazionale, e de' mandatari a' quali è commessa la rappresentanza del popolo nel Congresso, che redige le leggi, e vota le imposte.
«Ogni cittadino francese giunto all'età di venticinque anni è soldato, dove un forte motivo non coonesti la sua esecuzione, dove il voto de' suoi concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli dello Stato modificano i quadri dell'esercito: alla sorte, e all'elezione è riserbato il compirli.
«Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari saranno affidati per concorso, o per elezione. Il giurí dei concorsi è nominato da un giurí primario, e questo è formato dai cittadini competenti. La lista dei giurati definitivi è determinata dalla sorte all'apertura della sessione. Da questo punto incomincia l'inamovibilità degli uffici; tuttavia un giudizio richiesto dalle parti interessate può romperla. L'eredità de' titoli è follia: quella degli uffici usurpazione. I soli rappresentanti del popolo hanno il diritto di nominare il potere esecutivo: la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro, se il potere esecutivo è in mano di molti, o il presidente se è in mano d'un solo, finita la loro missione, ritorna privato, né può essere rieletto che scorsi dieci anni.»
Non piú accumulamento di pensioni e di beneficii: le retribuzioni degli uffici hanno ad essere modiche.
Perché dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine delle Tuilleries, quel cittadino che richiedesse la povera Francia di 14 milioni per mantenere la vita.
Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico e scientifico, verrà sottomesso ad un giurí competente, a una specie di giudizio d'arbitri, ed il magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente alla sua dignità, non interviene che a dirigere la discussione, e provvedere l'esecuzione della sentenza.
Non piú i giudici in causa propria avranno l'imprudenza di vendicare le ingiurie personali.
La stampa è libera in tutta l'estensione della parola. La legge punisce le sole ingiurie alla morale pubblica, e all'onore de' cittadini innocenti.
La libertà individuale è inviolabile. Non v'è sentenza che possa rapirla, quand'essa non minacci di grave pericolo tutta la società.
La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il prigioniero otterrà la remissione della pena col lavoro e la buona condotta. Insomma la giustizia non si vendica piú, né infama; protegge e migliora.
Non piú cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sarà piú divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di processura. Un giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori, onde l'opera dell'esecutore, e l'intelletto dell'inventore abbiano la dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.
Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere. Gravar d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il superfluo è restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali, perché alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema delle imposte progressive, stabilito bensí sovra basi tanto saggie, che l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni monopolio è vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe frenano i venditori di mala fede.
L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente alla moralità degli educatori. Ma un giurí composto di padri di famiglia ha solo il diritto di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo di speculazione concita la severità delle leggi. Amministrazioni dello Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.
Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un governo favorevole allo sviluppo delle facoltà morali, e fisiche dell'uomo.
Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché non vi sarebbero usurpazioni: ogni miseria, perché non vi sarebbero monopoli: ogni possibilità di lesioni perché non esisterebbero privilegi.
Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la Repubblica è impossibile in Francia! il primo saggio non riuscí felice. Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al settantesimo saggio della monarchia — e l'ultimo è il pessimo! Come non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo sdegno, la delusione di quindici secoli?
Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il dí dopo questa deforme polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!
La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri, — e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera: essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza stancherà questo potere di fatto; ma né le sue carceri, né le ammende stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi assassini assoldati e i suoi libelli.
Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se è necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia. La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libertà, il sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la scure della tirannide, perocché la nostra è piú che missione: è un culto sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore dell'umanità. Ora il potere prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene, colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità, il forense aumenta i suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della guardia nazionale; e sul sergente di città, che col favor delle tenebre ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua: il piú lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre una donna contro la quale stanno terribili probabilità, e gravi sospetti, gode di tutta la sua libertà, direi quasi, esulta del suo trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle carceri, mentre questa baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci d'un'adultera compiacenza. Tutto questo è naturale, perocché tutto questo è monarchico.
Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi che non offriamo al guardo d'un re poc'anzi repubblicano i nostri abiti rozzi ma immacolati, noi che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi, né abbiamo tradita la causa dei popoli, noi che abbiamo le mani pure d'ogni benché menoma frazione dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai traditori ai venali: ah! noi siamo colpevoli. — Condannateci, condannateci se siete servili al potere. Condannateci, ma non isperate cangiarci. Bensí cercate un popolo diverso da quello del 1830, per chiedere la ricompensa dovuta a tali atti. Perocché il popolo, che punisce collo spregio, rimunera colla stima, — e non è alla pubblica estimazione che aspirano gli autori di siffatte condanne82.
1831.
Crescit in adversis virtus.
Ed era pur l'anno che al suo cominciar prometteva la per secoli invocata rigenerazione de' popoli! Ed era pur l'anno in cui l'ora al dispotismo fatale dovea scoccare! Perché trascorse fecondo in avvenimenti, ma non rispose ai voti ardenti della razza umana? Come andò egli a confondersi nel prodigioso numero di quelli che l'uomo ci mostrano nell'obbrobriosa schiavitú ancora sepolto? Corse egli intero sottraendosi alla legge possente del progresso? Fu irreparabilmente esso perduto per la santa causa della Libertà?
Riposi qualche istante il desiderio inquieto di leggere nell'incerto avvenire e volgiamoci ad esaminare impassibili se il 1831 respinse o sospese il movimento progressivo politico, o se benché lentamente, lo secondava.
Riscossa la Francia dal sovrastante pericolo di perdere ogni sua libertà avea fin dalla metà del precedente anno con uno slancio inaspettato, e tutto nuovo acquistato il diritto di mettersi alla testa delle nazioni d'Europa mature all'emancipazione, e guidarle ad ottenerla: la subita ed inattesa rivoluzione avea atterriti i despoti che vili per costume nell'avversità riconobbero Filippo da pochi illusi, o deboli eletto a re dei Francesi, e si piegarono per sottrarsi alla rovina che li minacciava a sancirne il principio di non intervento proclamato a favorire gli sforzi delle nazioni, che sorgessero ad imitarli. La grande scossa era data, l'assolutismo vacillava, e sarebbe caduto se incauti i Liberali di Francia che avean fatta la rivoluzione non chiamavano al reggimento delle cose loro quegli uomini i quali non si erano a dir vero mostrati nel pericolo, ma che per le loro professioni di fede, e per l'opposizione costante nella quale si eran mantenuti col governo di Carlo X, la pubblica confidenza avean sopr'essi raccolta: la tradirono questi come tradiron la loro coscienza, come cogli interessi della loro patria gli interessi sagrificarono degli altri popoli, i quali non dissimulando la loro simpatia per la nazione che superiore all'altre in civilizzazione rinunziava generosa all'antico desiderio di dominazione, si mostravan disposti ad esserle compagni all'impresa magnanima di condurre a Libertà l'Europa intera. Primi infatti si mossero alcuni stati di Germania: chiedevano i Sassoni al loro re una costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvikesi: oppresso dal dominio tirannico della casa d'Orange, e depauperato dall'Olanda insorgeva il Belgio a volere l'indipendenza ed un governo a sua voglia. Piú forte e piú decisa dichiarava la Polonia sfidando le barbare orde del nordico tiranno voler essere ormai terra libera o cambiarsi in vasto sepolcro. S'impegna quindi la lotta ineguale, ed infiammati di patrio amore, sostenuti dalla speranza di giugnere alfine la Libertà e l'indipendenza bramata, oppongono i valorosi Polacchi non contando i nemici lunga e ostinata difesa. Sventurati! i prodigj di valore inauditi, i sagrifizj senza esempio a salvarli non valsero: furono rovesciati dal torrente de' Vandali ch'essi con una mano armata tentavan respingere mentre chiedevan coll'altra il promesso soccorso alla Francia, la quale, dimentica delle perdite e del sangue che all'antica alleata costava la sua fedeltà, di cantici e lodi sol la sovvenne.
Creduto opportuno l'istante si sollevò quindi una, parte d'Italia a procacciarsi Indipendenza e Libertà, tanto piú da lunghi anni desiderate quanto piú grave era il giogo sotto cui gemeva, quanto piú triste ne era la condizione. Modena diede prima l'esempio; era il colpo fallito per la vigilanza del sospettoso tiranno se Bologna commossa non ne secondava la rivoluzione facendo la propria: la Romagna e le Marche non indugiarono e si sottrassero al governo sacerdotale. I Parmigiani venian appresso e respingevan da loro una principessa che nulla avea di comune col grand'uomo cui era stata compagna se non un fasto che impoveriva i sudditi, che alla di lei condizione mal conveniva.
Vedevano intanto i Toscani con interesse procedere a quel modo le cose in Italia disposti a seguirne in appresso la sorte, ma non anco maturi alla grand'opra attendean circostanza opportuna a sollevarsi contro un governo che di liberale non avea che l'apparenze, che simulando tolleranza, era come gli altri della Penisola tutto arbitrario e dispotico.
Guardati da vigilanti e numerose truppe straniere Lombardi e Veneti si volgean con fiducia al Piemonte lusingati che spingerebbe le temute legioni a secondare gli sforzi d'Italia: ma i Piemontesi non ancora volean dichiararsi, fidando nel principe che tra non molto dovea succedere al re Carlo Felice, di cui la cagionevol salute, e l'avanzata età facean presagire prossima la fine. Ahi quanto male giudicavan l'inetto! Chi tradiva, una volta la santissima causa non poteva sentire né amore di libertà né ambizione, di aggiungere al suo nome quello di liberatore d'Italia: codardo nel cuore, e colla febbre di regnare si collegò coi nemici della sua patria, ma coi rimorsi nell'anima, ma col tormentoso presentimento che colla maledizione degli amici sagrificati un giorno da lui, la pena nol giunga che al traditore è dovuta. Titubando nell'incertezza aspettavan dal tempo consiglio i Napoletani preparati a far causa comune coi loro fratelli se ne venia loro il destro, e se propizie le circostanze si mostrassero; a decidersi prontamente li tratteneva però la speme riposta nel giovine re da poco tempo salito sul trono che l'avo e il padre spergiuri avean veduto vacillare, e che crollerà sotto lui, poiché la lezione non lo fece piú saggio.
Se con fermezza si mantenea la Francia nell'onorifico posto che avea scelto, il tempo felice era giunto, ed essa dettava la pagina piú bella nella sua Istoria: nol volle; rinegò o tradusse a suo modo gli emessi principj: quindi gli inciampi che il concepito movimento rallentarono: non s'arrestava però, e ne uscivano generali vantaggi. Strapparono ai loro principi concessioni non lievi alcuni stati germanici: se non ottenne la Belgica un governo repubblicano, o l'aggregazione alla Francia l'una dopo l'altro richiesti, fu dell'indipendenza assicurata. Fu la misera Polonia schiacciata, ma tutti i popoli d'Europa fecero eco al gemito che cacciava spirando; ma benché dall'Austria infida forzati a rimanere in uno stato di quasi barbarie mandavano gli Ungheri da ogni circolo, da ogni casolare indirizza a Vienna, perché fosse un termine alla strage pei Polacchi superstiti nei quali raddoppiava l'odio pei loro carnefici. Non ritrasse la Francia tutti i beneficj dalla sua rivoluzione, ma escludendo nei Pari l'eredità diede il colpo mortale all'aristocrazia del sangue. Ma stanca, nell'impero, di una gloria inutile al vincitore, al vinto molesta; tormentata nella ristorazione dal bisogno di togliersi all'abbiezione in cui l'avean precipitata i Borboni che a mantenersi in trono avean venduta la patria: disingannata degli uomini che abbastanza manifestarono che la loro missione era di parole soltanto: vergognosa di esser guidata dal timido coniglio non dal gallo generoso corre veloce a cercare la sola felicità de' popoli nelle istituzioni veramente libere, nella Eguaglianza repubblicana. La scintilla elettrica della libertà passa in ogni cuore, investe ogni classe: e qual potenza potrà frenarne gran tempo lo scoppio?
Sull'oligarchía avean vittoria i liberali inglesi colla proposta del Bill di riforma, la quale, benché non per anco ammessa dal Parlamento, è aspettata e quotidianamente dal popolo richiesta.
Se d'armi non forniti, se dalla brevità del tempo sorpresi fidando anch'essi nella Francia non opponean gl'Italiani al Tedesco che una debole resistenza, si conobbero, si inteser tra loro, si chiamaron finalmente fratelli: alla non ben apprezzata patria gli affezionò l'emigrazione dacché viddero quanto amaro sia il tozzo ch'altri con disprezzo ti getta nella terra che t'accoglie profugo. Eccitò in essi l'emulazione il pugno di bravi che racchiusi nella casa del Menotti infelice si votarono alla patria, e animosi sostennero il ripetuto assalto del moderno Ezzelino. Ma li persuase che per tutta l'Italia è un desiderio solo, un bisogno, anche la pietà delle venete madri che ai teneri figli mostrando come liberatori della patria que' prodi che l'Austria contro ogni diritto in un mare non suo avea predati, nei giovanili petti sensi italiani infondevano.
Amare perdite al certo furono ai liberali e l'italiano Menotti col compagno Borelli dal supplizio dell'assassino e del parricida rapiti per sentenza del mostro che avea piú volte promesso salvarli! e l'instancabil Torijos che dall'insidie dei satelliti del tiranno spagnuolo sul patrio suolo attirato soffriva cogli intrepidi suoi seguaci il martirio della libertà: e il siciliano de Marchi che fu cogli undici amici sagrificato perché tentò sottrarre la patria dall'abborrito servaggio. Ma ogni stilla del loro sangue innocente è seme d'infamia ai despoti e a note incancellabili ha scritto pei popoli — leggi e libertà. Per tutta Europa ora celato ora palese serpeggia l'incendio; se tenta il despotismo estinguerlo dove si mostra, piú grande si sprigiona e in altra parte si fa strada; una segreta forza, una specie di moral magnetismo i popoli attrae alla benefica libertà. La spinta è comunicata; non è a sperare riposo finché non sia ogni privilegio distrutto; tenti ostinato l'assolutismo a sua posta di arrestare il progresso, non farà che affrettarlo; vegga egli nelle ripetute sommosse di Parigi e delle provincie di Francia l'opera di bonapartisti, o de' settatori d'Enrico, o che piú gli giova: ma chi non prevenuto le osserva attentamente e le segue è a ragione convinto che son assalti vigorosi all'unica aristocrazia che ora in Francia rimanga; l'influenza delle ricchezze. Tutte sono proteste de' popoli contro la tirannide, tutte imperiose domande a riavere i loro diritti: condotti dalla luce che il secolo andato spandea, convinti che la forza per essi solo è costituita, procedono risoluti sul terreno che l'assolutismo cede ogni giorno.
Non è l'ora lontana in cui dopo essersi in altrettante nazioni libere divisa, sarà l'umana razza condotta dalla legge d'amore, ad unirsi in una sola famiglia. Abbiano intanto anch'essi una volta gl'Italiani una patria. Sia tutta unita l'Italia, e allo straniero non serva. Non dubbio, ma certo ma universale è già fatto quel voto: se uniti, siamo all'opra bastanti, non inutil ricordo ci lasciava il Menotti morendo, di non calcolare sugli ajuti stranieri, di non aver fede che in noi. Non piú indugi, non piú transazioni; dove voglia una rivoluzione aver base, là deve esser guerra e mortale. L'ultime prove ci hanno ammaestrati solennemente: badiamo a non confondere la moderazione coll'inerzia: il nemico è dovunque si nuoce alla patria, dovunque si tradisce il voto del secolo. Chi è reo d'infamia a di codardia abbia col nemico comunione di sorte: giaccia inonorato senz'onore di tomba: il sepolcro patrio sia per coloro che piansero sulla Italia, sorsero a darle vita e morirono. Racconti la pietra ai nepoti il premio che la tirannide concedeva a chi non respirava che nelle patrie virtú. La esperienza c'insegni, — che l'affetto di libertà non riesce a buon porto se non assume i caratteri di religione: c'insegni che dalle fondamenta alla cima tutto nuovo deve essere l'edifizio che innalzeremo: c'insegni a spegnere ogni spirito municipale, e che nella concordia sola è riposta la forza: nel fermo volere e nella fiducia del sacrificio il successo: nel salire all'altezza de' moderni principii il tipo italiano del secolo XIX. — Questo c'insegni l'anno trascorso; e chi potrà dirlo perduto?
Mon.
RIVOLUZIONE DI PARIGI
(LUGLIO 1830).
I Parigini, sempre inquieti pel sistema retrogrado che il re Carlo X voleva far prevalere in Francia, attendevano che una qualche favorevole circostanza presentasse loro il mezzo di smettere il giogo dal quale erano oppressi. Gli editti reali del 25 luglio infransero le barriere ed il fantasma del diritto divino fu dissipato dal coraggio del popolo di Parigi. La monarchia, imposta dal dispotismo d'un milione di baionette, fu rovesciata da 50,000 coraggiosi che seppero anteporre l'acquisto della libertà allo spargimento del loro sangue. Il popolo parigino, nelle tre memorabili giornate di luglio, vendicò i suoi diritti, maltrattati dalla forza, e dal dispotismo degli alleati. Questo popolo portò al supremo comando l'uomo puro, l'uomo integerrimo, l'uomo della libertà, Lafayette: il trionfo del popolo, la sera del 29 luglio sembrava assicurato.
Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immaginò d'impadronirsi di questa rivoluzione e di farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione nazionale si fece una rivoluzione di palazzo. Con questa mira si allontanarono gli amici della causa popolare, e si avvicinarono al trono gl'intriganti e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont de l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati Talleyrand, Sebastiani, Perrier, Montalivet, ecc. La rivoluzione di palazzo fece aprire le trattative coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi trattati del 1814 e del 1815, ricusare le offerte dei Belgi, abbandonare, disperdere i patriotti di Spagna e dell'Italia, e commettere l'azione la piú impolitica e la piú infame, nel lasciar perire l'eroica Polonia. La rivoluzione di palazzo rimase tutta a profitto di quei vili che ambivano gli onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si occuparono che di quello soltanto che poteva e doveva consolidare il loro ben essere particolare. Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera dei pari favorivano i propri interessi, la Camera dei deputati non intendeva il proprio dovere. Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente opporsi al sistema che voleva adottare il suo governo. Essa non poteva ignorare la pubblica opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto; questa interprete del voto nazionale, a rischio de' suoi materiali interessi, e del suo ben essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto incessantemente i nemici del popolo. Anche i pochi buoni dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto gl'interessi della causa popolare, hanno però dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza. Gl'interessi della nazione furono sagrificati.
La libertà, per tutto circondata dal potente e baldanzoso dispotismo, come potrà trionfare? Ai Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i piú acerrimi nemici della Francia e della libertà. Come potrà prosperare l'industria francese, avendo gl'Inglesi alla direzione delle manifatture del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni potrà dare un generale francese, avendo un re inglese ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo? Quando piú mai la Francia vedrà tre milioni di Polacchi, resi dal loro coraggio indipendenti, combattere in favore della stessa causa, e degl'interessi di lei!
La gioventú francese, colla coscienza del suo vero bene, voleva correre a Brusselles per aiutare quel popolo che spargeva il suo sangue, per unirsi alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava simpatia ed ammirazione in ogni cuore. Allorché si è voluto rallegrare la guardia nazionale di Parigi, e distrarla dai sinistri riflessi che potevano esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate, si è immaginato di far spargere la notizia di una vittoria riportata dai Polacchi. Il machiavellismo del ministro francese credette utile di traviare il pensiero dei Parigini, facendo trovar loro sulla Vistola quella consolazione che non potevano avere sulla Senna.
Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del popolo di Parigi, ed esecrazione a coloro che fecero piegare il trionfo del popolo a vantaggio d'una rivoluzione di palazzo. Esecrazione a coloro che soffrono vilmente, che la causa della libertà perda il frutto di circostanze cotanto favorevoli.
Non tarderà no il giorno nel quale la Francia dovrà pentirsi di essere stata spettatrice indifferente del sacrifizio della sua libertà, e di avere lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino della patria. Sí; la Francia si pentirà di aver permesso che l'egoismo del traffico e dell'ambizione abbiano prevalso al ben essere, alla gloria, ed all'onore dell'intera nazione.
Articolo comunicato.
AGLI ITALIANI.
Quando intraprendemmo di pubblicare una serie progressiva di scritti tendenti alla rigenerazione italiana, noi intraprendemmo, convien dirlo francamente, una cosa superiore alle nostre forze. Noi soli non possiamo vincere tutte le difficoltà che s'attraversano — non isvolgere convenevolmente, e in tutte le sue applicazioni letterarie, filosofiche, politiche il concetto vasto, e fecondo, che ci affatica la mente — ma noi fidammo nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.
Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri, intravedemmo i pericoli — tutto sfumò davanti all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa è l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di verità. L'Italia non ha una voce che si levi a bandirla; e chi mai può scrivere, o lagnarsi in una terra, dove fin la indipendenza letteraria procede esosa a' governi, dove il gemito è argomento di pena, e la ruga de' profondi pensieri stampata sulla fronte al giovane è spia di tendenze pericolose agli inquisitori politici? L'Italia non ha una voce, che si levi a snudarne le piaghe, a romperne il sonno, a predicare i rimedi. Ogni giorno segna una vittima della tirannide — e non v'è alcuno che ne raccolga l'ultima maledizione. Ogni giorno genera un voto, una idea di progresso nei giovani cuori — e non v'è alcuno, ch'esprima altamente i voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano nelle menti, poi si perdono inavvertite, perché nessuna penna dà loro forma, e perpetuità. — E il furore delle poche anime generosamente feroci si consuma solitario nella disperazione, e i molti vivono d'una vita materiale, non s'attentando pure di rompere un silenzio, che si traduce poi lentamente in obblio.
Ma gli esempli di tutte le età, e di tutte le nazioni ci avvertono, che dove non si propaga colla stampa il lume de' principii alle moltitudini, dove non si trasfonde colla parola la fede, difficilmente si prorompe in un moto energico ed efficace. E le cure che i governi pongono a reprimere ogni libertà di scrittori, e le precauzioni minute usate contro la introduzione d'ogni libro che parli parole libere, c'insegnano quanto essi tremino dell'effetto di siffatte dottrine, perché l'inchiostro del savio vale quanto la spada del forte, e Maometto, che proferiva queste parole, s'inoltrava tra le genti colla spada in una mano, e il Corano nell'altra. — E noi potremmo citare le circolari date dal re Carlo Alberto a' doganieri del suo Stato, poi che il manifesto del nostro giornale ebbe veduta la luce, perché vegliassero a impedirne la introduzione e le inquisizioni praticate fin d'ora su' viaggiatori a vedere se mai ne fossero portatori.
Però, noi ci determinammo all'impresa.
Ma siffatte imprese non giungono all'intento, se non durano ostinate, e progressivamente migliori. La stampa non giova, se la diffusione non è vasta, continua, ed universale. — Di mille esemplari d'uno scritto, cinque cento vanno perduti per la vigilanza di chi sta contro, o per le paure degli uomini a' quali giungono. — Gli altri circolano generalmente tra chi ne ha meno bisogno, né trapassano, se non di rado alla gioventú, che le cure della esistenza allontanano dagli studi e dagli agi. — Poi, uno scritto che riescirà ottimo per una classe, è parola muta per l'altre, ineducate e senza esercizio di lettura. — E però noi abbiamo in animo, se avremo aiuti, di pubblicare unitamente a questo un giornale popolare, pianamente scritto, e pensato, destinato a' parrochi di contado, agli artieri, alle classi insomma operose. — Ma perché l'opera riesca, efficace, conviene estenderla quanto si può — è d'uopo, che il numero degli esemplari s'aumenti gradatamente — è d'uopo, che in ogni angolo de' loro stati, nelle officine, ne' teatri, nelle università, dappertutto la parola libera s'affacci agli oppressori, come il Mane, Thecel, Phare di Balthazar.
E perciò — noi ci rivolgiamo a' nostri fratelli d'esilio — a quanti giovani hanno sortita un'indole forte, e un ingegno svegliato dalla natura — a quanti son posti dalla fortuna in condizioni che concedono mezzi di soccorso pecuniario e morale all'impresa — Italiani, nostri concittadini! noi v'invochiamo tutti. Questo giornale non si sosterrà se non per voi. Se a voi sembra giovevole la diffusione de' buoni principii — se vi pare che noi non siamo indegni di assumerci questo ministero, sta in voi di promuoverlo. — Spiate la tirannide che v'opprime, ne' suoi minimi atti: raccogliete i documenti delle infinite ingiustizie, che passano inosservate: raccogliete il grido della miseria: notate le vessazioni, le venalità, le brighe, le persecuzioni: e fate che giungano fino a noi — additateci il linguaggio che trova la via dei cuori: rivelateci i pregiudizi, che meritano d'essere combattuti a preferenza, gli errori piú radicati, le riforme le piú urgenti, perché si prepari il terreno da noi. — Poi, soccorrete all'opera italiana coi mezzi necessari alla propagazione: versate l'obolo per la causa santa. — Abbiate fede in noi. — Noi la richiediamo, perché sappiamo di meritarla: perché possiamo levar la fronte a Dio, e agli uomini, e non arrossire: perché la mente può mancarci all'uopo, ma il core è puro, le intenzioni sante, e il proposito deliberato.
Ora noi abbiamo fatto il nostro dovere: del resto avvenga che può. Noi innalziamo una bandiera. Spettai a voi, o Italiani, circondarla d'affetti e di sacrifici: a voi reggerla sublime all'aure. — Noi la sosterremo questa bandiera, finché le braccia nostre varranno. Se avranno a ricadere stanche sul petto — ed altre braccia non sottentreranno alle nostre — noi ci racchiuderemo nel silenzio, aspettando l'ora, che deve chiamarci tutti alle vie dell'azione.
Mazzini.
NOTE
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (principi/principî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
xvi — par le capitaine [capitain] De Martino
13 — voluto dal [del] secolo
23 — perché l'anima dello [della] schiavo
23 — e la vicenda [vicendo] europea
53 — mandarono pertanto a lord Whitworth [loro Wothworth]
56 — poteva da un punto all'altro riuscire [riusciere]
87 — e de' delitti consumati [consusumati]
102 — La riunione pone in pericolo [periricolo]