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La falce - Punizione - L'enigma

LA FALCE (continued 2)

Reading edition

Roberto tentennò mollemente il capo, e fu applaudito come per un bel discorso.

— Ah no! — seguitava a cantare il maestro. — Lasciarci in asso poi no! Lei non è degno di stare in città... Voglio dire: la città non è degna d’averlo. Lei è una brava persona. Ha un cuor tanto fatto... un cuore di Cesare... di Pompeo il Grande. Un gran cuore e una bella mente. Sicuro, una mente lucida, osservatrice. Resti con noi. Qui troverà da studiare e da divertirsi. Lei ha viaggiato... Oh! Creda a me: non fa niente bisogno di andare fin

Nelle orientali Indie felici, Poste di Persia ne’ liti amici

come dice un nostro poeta, per... Dov’ero arrivato?... Ah sì! Lei è un uomo superiore a ogni eccezione; resti con noi, e un bel giorno noi, tutti d’accordo, le procureremo una bella soddisfazione.

— Scommetto che ha già indovinato — disse Galosso.

— Oibò! — esclamò Tomatis. — Come volete che faccia a indovinare? È troppo modesto. Santa Caterina da Siena diceva: «Quando si parla bene di voi, non si parla di voi».

— E cosa significa? — chiese Roberto.

— Significa... Ma non gli state tanto a ridosso! Lasciatelo dire.

— Ma cosa volete che io dica? Se non ho ancora capito...

— Faccia un po’ il piacere — ripigliò il segretario. — Com’è possibile che non si sia accorto... Insomma oramai l’abbiamo tutti in tasca, caro lei.

— Ma cosa? Ma chi?

— O bella! Il sindaco presente. E appena sarà andato al diavolo... Lasci fare a noi... Qui in paese tutti ricordano ancora che il suo signor padre è stato nostro consigliere per quattordici anni...

— Tredici più uno — mormorò il maestro.

— Per quattordici o quindici anni, e quindi...

— Giusto, giustissimo! — interruppe l’oste.

— E noti, signor Roberto, che dopo il consiglio sempre veniva a far colazione qui. Sedeva a questa tavola, domandava un brodo caldo, due uova al tegame, vino, frutta e formaggio. Mi pare ancora di vederlo... Povero signore! Non poteva soffrire le mosche, lui. Quando ne trovava nel piatto, non diceva verbo, faceva una smorfia e dava tutto al cane.

— Bei tempi quelli! — sospirò Tomatis. — Bei tempi! Patriottismo, aspirazioni, cose grandi e sublimi. L’indipendenza d’Italia si chiamava un sogno, eppure s’è avverata. Bei tempi.

— Tempi che non torneranno più — gemette Galosso, con le lagrime agli occhi, — mai più, mai più...

— Torneranno, torneranno — disse Baino, con la voce alterata anche lui. — Li faremo tornare noi, noi quattro. Ma bisogna tenersi uniti.

— Viva l’unità! — gridò Tomatis, rianimandosi.

— L’unità è fatta — disse Galosso; — e cosa fatta capo ha. Pensiamo a noi, pensiamo all’avvenire e... e concludiamo.

Baino diè di piglio alle due bottiglie, le pesò, le scrollò, le depose.

— Vuote — diss’egli. — Farò portare del mio...

— Niente, niente, niente! — gridarono, a una voce, Galosso e Tomatis. — Concludiamo.

— È fatto — disse Baino. — Siamo uniti.

— Per sempre? — domandò Tomatis.

— Per l’eternità — rispose l’oste.

— Per l’eternità? Cosa diavolo?

— Avete paura di morire?

— Che! Niente paura... Solo vorrei sapere, vorrei essere proprio sicuro...

— Che c’è un’altra vita? — susurrò Galosso.

— Questo me l’hanno detto e ripetuto quando ero ragazzo; i preti ne parlano sempre; e i galantuomini ci credono, o fanno come se ci credessero. No, no, lasciamo andare.

— E dunque? — disse Roberto.

— Vorrei esser sicuro di ritrovarvi...

— Nella valle di Giosafatte, il dì del giudizio? E perchè no? Fisseremo l’ora e il punto, tutto.

L’oste pigliò il maestro per una manica, lo tirò a sè:

— Sentite, Tomatis, voi siete il più vecchio, voi partirete il primo...

— Gli anni non contano — interruppe Tomatis, liberandosi con una stratta. — Oggi a me, domani a te, o viceversa. Storie! Ricordatevi bene: non bisogna mai far pronostici, mai e poi mai!... Or via... Torniamo da capo. Dunque ecco qui: noi dobbiamo promettere...

— Noi dobbiamo giurare — corresse Galosso.

— Noi dobbiamo giurare di non dividerci più. Ora supponiamo che uno di noi se ne vada al mondo di là, gli altri, nel termine di...

— Adagio — esclamò Baino. — Prima d’impegnarsi, sarà bene stabilire esattamente tutte le condizioni.

— Avanti, avanti! — disse Galosso. — Nel termine di quindici giorni, va bene?

— Diavolo! mi pare un po’ poco! — osservò Roberto, ridendo.

— E la famiglia? E gli affari? — disse Baino, impensierito.

— Un mese? — ripigliò Galosso. — Quaranta giorni?

— Tre mesi — rispose Roberto; — mettiamo tre mesi. State tranquilli, quello che arriverà prima in paradiso, non si annoierà di certo: tante cose da vedere, tanta gente da salutare, tanti santi da riverire...

— Bene — disse Tomatis; — ora gioverà il ricapitolare brevemente ciò che dicemmo sin qui.

— Perchè? — esclamò Galosso. — È una cosa tanto semplice, tanto naturale...

— Ho detto: brevemente, ricapitolare brevemente. Non volete? Tiriamo via... Dunque siamo intesi? Se uno di noi muore, gli altri non lo lascieranno solo lassù, o laggiù, più di tre mesi. È chiaro?

— Come la luce del sole — rispose Roberto.

— Non occorre altro — aggiunse Galosso.

— E birba chi manca! — gridò Baino, stendendo la destra.

Una delle bottiglie, urtata nel collo, cadde sulla tavola, e rotolò verso l’orlo; Galosso allungò le mani per fermarla e buttò giù anche l’altra: tutte e due scoppiarono in terra.

— Ecco — disse Roberto: — unite in vita, unite in morte!

Ma Galosso, Tomatis e Baino si guardavano in viso l’un con l’altro, pallidi e sbalorditi. In quel silenzio mortale, s’udiva russar l’ostessa, addormentata sur un panchetto in cucina. I minuti volavano. Alla fine il maestro alzò lentamente il capo, fissò gli occhi sulla parete di fronte e, senza saper più quel che si dicesse, articolò:

— Mane, Techel, Phares.

XV.

Il cielo si veniva rischiarando languidamente; la nebbietta cenerognola che ricopriva la pianura, mossa da una leggiera brezza che alitava da levante, cominciava a dileguarsi: ma il silenzio era ancor vasto, la quiete solenne.

A un tratto si sentì un colpo, poi un altro; e, dopo un breve intervallo, altri ancora, vicini, lontani, da ogni parte.

La caccia era aperta.

In alto passavano ad ali tese piccole ombre spaventate e fuggenti; altre si spiccavano dagli alberi, frullavano dai cespugli, schizzavano fuori dai solchi.

I cacciatori, a brigatelle, a coppie, o soli, tenevano dietro studiosamente ai loro bracchi, con gli schioppi in pronto.

Il chiarore andava gradatamente crescendo; e alla fine il sole si affacciò all’orizzonte, sfavillante e maestoso, e prese a salire nell’aria pura, sulla distesa dei campi luccicanti di rugiada. La piena luce raddoppiò l’alacrità degli uomini, l’ardore e la ferocia dei cani: si udivano chiamate, fischi, latrati, guaiti, mille voci confuse e indistinte; le schioppettate spesseggiavano, il selvaggiume cadeva o s’involava.

Ma il cielo si faceva smagliante, i raggi cocenti. Via via che il caldo diveniva più intenso, i cacciatori s’inoltravano nei boschi, entravano nelle cascine, nei casolari, cercavano le osterie.

Gli spari diradarono, e verso mezzogiorno cessarono affatto.

I poveri animali che vagolavano sgominati nei campi di stoppie, di trifoglio, di granturco, si posavano, si raccoglievano, si rintanavano; credevano ritornata la pace, e quella non era che un’effimera tregua; credevano l’aspra persecuzione finita, e, ahimè, non faceva che incominciare!

Roberto, uscito di buonissima ora con Giacomo e Tadò, tornò a casa verso le undici con due misere quaglie nella carniera, affamato, assetato e tutto molle di sudore e di guazza.

— Grazie tante — rispose a Giacomo, che gli domandava se volesse cacciare ancora dopo pranzo; — ne ho avuto abbastanza. Va tu, se vuoi, e buon divertimento.

A vero dire egli non aveva mai sentita una gran passione per la caccia: buon esercizio, bel passatempo, ma che non meritava nè diligenza nè fatica. Eh no, non metteva conto di alzarsi sulla prim’alba, e camminare ore ed ore attraverso i solchi, sotto la sferza del sole, per far barbaramente la guerra alle più timide ed innocue bestiole di questo mondo! Innocue? Utili, utili, anzi utilissime, perchè assidue distruggitrici d’insetti. Sicuro! Si ricordava di aver letto, non sapeva più se in un libro o in un giornale, che l’autorità avrebbe dovuto proibire assolutamente la caccia delle quaglie, poichè ognuna di esse vale non meno di cinquanta lire, chè appunto di tanto fa aumentar la raccolta con la sua presenza nei campi. Egli ne aveva preso una coppia, dato all’agricoltura un danno di cento lire: per quel giorno bastava.

E poi voleva anche esser libero di sè; desinare, riposare, e fare una passeggiatina per il fresco fino alla chiatta.

Egli continuava ad andarvi di frequente, vale a dire quasi tutti i giorni; si poneva a sedere accanto a Michele, or sur un arginetto, ora sur un tronco rovesciato, cominciava a parlare di cose diverse e leggiere, faceva cadere il discorso sulle guerre dell’Indipendenza o sulle campagne contro i briganti, e mentre il veterano narrava, contemplava Susanna.

Era un piacere intenso e soave il vedere quella cara e forte creatura andare e venire dalla casupola all’orticello. Ella rispondeva ai suoi saluti, alle sue parole, ma però sempre un po’ alla lontana. Di tanto in tanto volgeva pure gli occhi verso di lui, e lo guardava quasi furtivamente, aggrottando le ciglia. Era compiacimento o era fastidio? Gioiva di vedersi vagheggiata o se ne adontava? Come chiarirsi?... Roberto sentiva in lei qualche cosa che non sapeva spiegare; ma che ora gli piaceva, ora lo indispettiva, e talvolta gli incuteva perfino una certa temenza. Egli l’ammirava per lo più serenamente, come avrebbe ammirato una bella pianta, un bel fiore, ma a volte soffriva nel vederla così franca, così indifferente; avrebbe voluto avere su di lei qualche autorità, qualche potere, e chiamarla, parlarle, tenerla lì non fosse che un momento... Allora, preso da un’impazienza vana e puerile, alzava subitamente la voce, accentuava le parole, ampliava o rafforzava i suoi gesti, s’ingegnava di attirare e di fermare la sua attenzione. Ma Susanna, senza pur mostrarlo, non si lasciava pigliare in nessun modo.

Egli cercava bensì di piacerle, d’entrarle in grazia, di farsela amica, ma ripeteva continuamente a sè stesso che tra loro non ci poteva nè ci doveva essere alcun legame. No, no, invaghirsi di Susanna significava rinunziare alla tranquillità, alla pace di cui godeva in quei giorni, e gettarsi deliberatamente in un pelago d’inquietudini, di delusioni, di arrabbiature, e fors’anche di rimorsi. L’idea di parlarle volgarmente d’amore, destava in lui un senso di viva e sincera ripugnanza, tanto ella pareva riguardata in tutto e di condotta irreprensibile, tanto il suo aspetto attestava il candore dell’animo, un’alta e pacata stima di sè.

— Ma! — pensava pur talora. — Chi sa? L’apparenza inganna. Può darsi benissimo che a Casaletto, a Riverasco, o altrove viva qualche bel giovinotto, padrone del suo cuore e destinato a diventare o prima o poi suo marito. E allora?... Così sia.

E invece di combattere e di respingere il dubbio, lo accoglieva; cercava, raziocinando, di mutarlo in certezza, poi concludeva: — Ecco, così sarebbe finita, e finita nel miglior modo possibile, cioè prima d’incominciare.

Quand’egli, asciugato e rivestito, discese nel salotto da pranzo, trovò sulla tavola, oltre al solito giornale, anche una lettera.

Era quel capo scarico di Renzo Lorenzati che gli chiedeva se non avesse ancor finito di piantar cavoli, e minacciava di capitargli addosso fra breve tempo, con una numerosa, bizzarra e sollazzevole compagnia.

— Già — pensò Roberto, mettendosi subito di cattivo umore, — capacissimo, lui, di arrivarsene qui con Dompè, con Di Pagno, con Domitilla e compagnia bella. Una cara improvvisata. Non ci mancherebbe altro! Non ho nessuna, nessunissima premura di rivederli e di riabbracciarli. Dunque... dunque bisogna risponder subito e in modo da tenerli lontani. Non voglio seccatori, io...

Ci pensò su durante tutto il desinare, e prima e dopo il sonno. Sdegnando ogni menzogna e ogni sotterfugio, e non avendo ragioni da mettere innanzi, decise di manifestare semplicemente e fermamente il suo vivo desiderio di essere lasciato in pace. Andò nello studio e si pose a tavolino.

Scriveva da pochi minuti, quando udì Giovanna chiamar Giacomo, prima a voce alta, poi strillente, poi angosciata.

Si alzò conturbato e si affacciò alla finestra che dava sul cortile. La donna continuava a scalmanarsi; Rocco, Giuseppe, Felice accorrevano per sapere che diavolo avesse.

— Cosa c’è? Cosa c’è? — esclamò anche il padrone. E discese senza aspettar risposta.

Ma come fu in basso, vide Giovanna alzare le braccia e andare incontro al figlio, che veniva dal frutteto, senza troppa fretta, dando dei bei morsi a una mela.

— Cosa fai? — gridò la madre. — Perchè non rispondi?

— Faccio merenda — rispose il giovane. — M’avete chiamato?

— È un’ora che ti chiamo, gnocco! Guarda, guarda come siamo tutti spaventati.

— Per me no! — disse Rocco. — Cos’è stato?

— Ma non hai capito?

— Niente! Nessuno ha capito niente, non è vero, sor Roberto?

— Stavo in pena per lui, ecco — ripigliò Giovanna. — Stavo in pena per questo mammalucco. Adesso mi passa, ma che spavento!... Sapete che son dovuta andare a Casaletto per parlare al mugnaio? Bene; dopo sbrigata la faccenda, mi sono fermata un momentino in piazza con la Marconetta, la Boscarina e Menica Gorla. È così che ho visto passare prima il medico tutto frettoloso, poi il parroco tutto scombussolato. Si seppe subito che correvano ad assistere un cacciatore che si era fatto male in mezzo alla campagna. Lì su quel subito non pensai a niente, ma appena per istrada mi ricordai... Ohi! ohi! quando sono uscita Giacomo voleva andare all’aspetto dei colombacci nel boschetto del Bricco. Sarà andato? Se il moribondo fosse lui? Il dottore e il prete correvano giust’appunto da quella parte... Maria Santissima! Che spavento ho avuto!

— Ma no! — disse Giacomo con un’alzata di spalla. — Prima di tutto ho cambiato idea, e poi... e poi non bisogna aver paura. Certe cose accadono solamente a chi non sa maneggiar l’arma.

— Ma cosa vai cercando? — esclamò Rocco. — Se non sai ancora chi sia il ferito. Giuraddiana!

— Eh, lo immagino! Qualche cacciatore di fuorivia. Tutta gente malpratica...

— E batti lì! Se ti dico... aspetta almeno d’aver sentito il nome...

Allora Felice si offrì di dare una corsa fino al paese per raccogliere informazioni, ma suo padre lo mandò invece a condurre le bestie alla pastura.

Roberto tornò nello studio. Quand’ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi verso l’occidente e vide ch’era ormai tardi per andare alla chiatta. Aspettò con impazienza che la cena fosse all’ordine, poi mangiò svogliatamente, rifiutò il caffè, e uscì in fretta e in furia, quasi temesse di mancare ad un appuntamento.

Camminando verso Casaletto, sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quella mattina, e per giunta un fastidio, un’inquietudine, un’apprensione ch’egli attribuiva semplicemente alla lettera di Lorenzati.

— Che rompiscatole! Mi ha guastata tutta la giornata. Eh, ma gli ho scritto di buon inchiostro... E se non basta, riscriverò.

Il vecchio castello di Casaletto torreggiava là a sinistra, tramezzo agli alberi frondosi. La spera del sole rimaneva già dietro: così era tutto contornato da una gran luce vaporosa, che talora con vivissimi raggi penetrava per le feritoie e per le fessure dei muri diruti.

Roberto guardava con la testa per aria, e non si accorgeva che Galosso e Tomatis gli venivano incontro parlando e gesticolando. Quando furono poco distanti, si fermarono e lo salutarono con voce sommessa e in aria compunta.

— Lei sa già tutto? — disse poi il maestro, accostandosi.

— Vi ripeto che non sa niente! — brontolò il segretario.

— Sa già tutto, vi dico; io giudico dalla cera.

— So che è accaduta una disgrazia — disse Roberto.

— Vedete! — esclamò Tomatis trionfante, rivolgendosi all’amico.

— Ma non so chi sia il ferito — soggiunse Roberto.

— Il ferito? — gridò Tomatis. — Poveri noi! Dica pure il morto. Da prima era corsa voce che Baino fosse soltanto ferito, ma poi...

— Baino!? — esclamò Roberto colpito. — L’oste del Cavallo Grigio? Dio santo! ma come mai...

— Baino, Baino, Baino — ripeteva il maestro. — Il nostro povero Baldassare... stamattina... s’è ammazzato stamattina...

Roberto frantese:

— Come! — disse egli. — Un suicidio?

— No, signore — rispose Tomatis: — un caso, un accidente...

— E perchè no? — interruppe Galosso. — Si è ucciso da sè, l’uccisione di sè stesso si chiama suicidio.

— Per amor del cielo! — replicò il maestro. — Suicidio è la morte volontaria che l’uomo dà al proprio corpo. Volontaria, capite! Ora noi sappiamo benissimo che Baino non aveva nessuna, nessunissima volontà di morire.

— Questo lo dite voi, ma... ma in sostanza io non ci vedo chiaro.

— Siamo alle solite! Sospettate sempre di tutto.

— Oh, oh! Come c’entra ora questo discorso? Siete voi che...

— Chetatevi! Finitela! — gridò Roberto con tono autorevole, battendo a terra il bastone.

Il maestro e il segretario si scostarono un poco, mortificati. Continuarono però ad accompagnare il giovane signore, che tornava lentamente a casa.

— Via — disse Roberto dopo un momento, — raccontatemi un po’ meglio come andò il fatto. Ancora non mi è riuscito di raccapezzar niente.

Tomatis fece ancora due passi e mormorò:

— Se vuol sentire quello che so, eccomi pronto a dirglielo.

— Sentiamo.

— Lei sa chi è Stefano Pron?

— No davvero.

— È la guardia campestre. Dunque oggi, un po’ prima del tocco, Stefano Pron traversava il Campaccio; quand’è nel mezzo, vede a poca distanza, a piè d’un gelso, un uomo immobile, in una positura stranissima. Va più direttamente verso di lui, lo riconosce, lo chiama: — Ohe Baino! — Niente. Si accosta, lo tocca: è freddo!... La guardia e tutti quelli che hanno poi visto il cadavere argomentano così: Baino ha voluto arrampicarsi sul gelso, attaccandosi a un certo ramo che gli pendeva sulla testa; non lo potendo arrivare con le mani, ha capovolto lo schioppo e cercato di piegarlo col calcio; i cani erano alzati; un ramoscello si ficcò tra i grilletti, e boum!... Guardi, sor Roberto, la botta è entrata nella fontanella della gola ed è corsa giù fin nel basso ventre; palpando si sente il piombo raccolto, chiuso come in un sacchetto. Brrr! sudo freddo a pensarci...

Non parlarono più per un tratto, fin davanti al portone del Fortino.

— Sentite — disse Roberto, — l’osteria è chiusa; forse non sapete dove passar la serata: volete favorirmi?

Galosso e Tomatis si voltarono subito a lui con quel ringraziare che accetta, e lo seguirono nel salotto terreno.

— Cosa posso offrirvi? — riprese Roberto. — Vino? Liquori?

— Vino no! — esclamò il maestro.

— E neanche liquori! — aggiunse il segretario.

— Prenderemo il caffè; una buona tazza di caffè rimette lo stomaco.

Vi fu un altro silenzio. Tomatis e Galosso giravano gli occhi in qua e in là, fregandosi le ginocchia.

Giuseppe entrò col lume, lo posò sulla tavola e si ritirò.

— Mah! — sospirò Tomatis.

— Povero diavolo! — disse Roberto.

— Ma che sventato, però! — saltò su Galosso. — Che imprudente! Patrito, il più vecchio cacciatore del paese, mi diceva quest’oggi che Baino è sempre stato così; e guai ammonirlo, guai aprir bocca! Dava sulla voce, entrava in bestia...

— Eh via! — fece Tomatis. — Adesso è morto...

— Chi l’avrebbe detto ieri sera? — esclamò Roberto. — Era tranquillo, era allegro... Poveri noi, cos’è mai la vita!

A quelle parole Galosso fece un viso così arcigno e increspò tanto le ciglia che le lagrime, già in pelle in pelle, sgorgarono giù per le gote.

Allora Tomatis si mise a ridere, a ridere d’un riso convulso, d’un riso a scosse che gli faceva saltellare la pancetta come fosse andato di trotto.

— Eh, eh, eh! sor Roberto, lei forse non ricorda più il patto d’amicizia, il patto solenne? Non ricorda più quello che abbiamo giurato? Se uno di noi manca ai vivi, gli altri... eccetera, eccetera. Se fossimo superstiziosi, eh? Dica un po’, se fossimo superstiziosi?...

XVI.

L’ora della messa grande a Casaletto; i cristiani sono tutti in chiesa, sulla piazza non son rimasti che i cani: tre o quattro cagnuzzi da pagliaio che balzellano e si rincorrono con la coda in aria, e un cane da caccia, di razza non troppo fine, ma dall’aspetto serio e mansueto. Questo, sdraiato nell’ombra del murettino che separa la piazza dall’orto della canonica, fissa gli occhi lucenti sulla gran porta nera che si è chiusa dietro al padrone, e rizza le orecchie ogni volta che la vede riaprirsi. Ma può ben aspettare: la messa è appena in principio, e il padrone non uscirà certo prima della fine.

Entrando, Roberto s’è fermato a destra, presso la pila dell’acqua benedetta. Susanna è in ginocchio a sinistra; il viso, per essere abbassato e la chiesa un po’ buia, è in ombra, ma i lineamenti generali e l’atteggiamento la distinguono da tutte le donne che stanno all’intorno.

Il giovane signore non volge mai il capo per quel verso, ma solo l’occhio o la coda dell’occhio: bada a non farsi scorgere dai contadini che ha ai fianchi e alle spalle, poichè la sola idea che qualcuno possa attribuirgli intenzioni men che oneste, lo muove a sdegno. Dà pure, di quando in quando, qualche occhiata obliqua ai suoi vicini, studiandosi di indovinare i loro pensieri. Alcuni guardano in aria, balordi, melensi, come se ignorassero perfino d’essere al mondo; altri parlano sommessamente dei loro affari; i più bisbigliano le preghiere che sono stati ammaestrati a recitar da bambini, colla mente alla siccità ostinata, alla moglie infermiccia, alla mucca pregna, alla zappa cui bisogna cambiare il manico. Nessuno occhieggia Susanna.

La messa fu eterna. Roberto impaziente, nervoso, uscì il primo. Tadò gli corse subito alle gambe, poi via festosamente attraverso la piazza. Ma il padrone lo richiamò, e ristette per veder passare la gente.

Uscirono prima gli uomini, poi più lentamente le donne. Susanna venne tra le ultime, ma non sola, come Roberto s’immaginava e sperava. Ella aveva a diritta una ragazza bianca, rossa e pienotta, a sinistra un giovane vestito con semplicità e con decenza. Alto di persona e largo di spalle, non aveva nel portamento e nei movimenti quella lentezza pesante che è propria delle persone avvezze alle fatiche di campagna. I contadini lo salutavano, ed egli rispondeva, ora portando la destra alla fronte, ora con un semplice chinar di testa e un sorriso. Arrivato a una casuccia piccola, ma pulita, posta quasi dirimpetto alla chiesa, aprì l’uscio e condusse dentro le donne.

— Lo dicevo io! — pensava Roberto. — C’era da aspettarsela. Siamo giusti, perchè non dovrebbe aver un... L’hanno tutte. Adesso mi spiego quel suo fare riguardoso, contegnoso... Sfido! L’amico era andato a fare il soldato. L’amico o lo sposo? Sarà tutt’uno, m’immagino. Benissimo. Evviva! Affretteremo le nozze...

Provava un’amarezza viva, profonda, affatto inattesa; avrebbe voluto andar via subito, andar lontano, e stava lì inchiodato, solo ed astratto, in mezzo ai gruppetti e ai capannelli di cui era piena la piazza.

— Salve! — disse Tomatis, sopravvenendogli alle spalle. — Cosa fa? Contempla le facce dei nostri contadini? Eh poveretti!... La campagna non mantiene quello che prometteva. La raccolta del granturco vuol essere scarsa. Quelli che speravano di ringambarsi, si troveranno invece ridotti quasi alla miseria. Ha visto? L’altra sera s’è levato un temporale che pareva il finimondo: lampi, tuoni, saette da sbalordire; a Bornengo, al Cerreto, a Vernasca l’acqua pioveva giù a bocca di barile, qui non ha neanche bagnata la polvere. Stiamo freschi... Dico freschi per modo di dire... Va già a casa? Bene; vengo un tratto anch’io.

Traversarono la piazza e s’incamminarono di buon passo per la strada maestra. Tomatis ogni poco guardava sottecchi il compagno, e non sapendo come riattaccare il discorso, aggrinzava il naso e storceva la bocca.

— Già — ripigliò poi, — tanto tempo che non piove... Son due giorni che tira vento, e ci si acceca dal polverone... Eppure, per star bene, io ho bisogno di camminare, di stancarmi. E Galosso non vuol più saperne d’andare a spasso: girare il paese par che gli soffochi il petto, la veduta della campagna lo rattrista per un altro riguardo... È proprio così; senza che se ne sappia la ragione, s’è appartato da tutti... Cosa crede, lei?

Roberto si strinse nelle spalle.

— Non se n’è ancora accorto? — chiese il maestro. — Ebbene se ne accorgerà. Un po’ falotico, un po’ fantastico lo è sempre stato, quel buon Galosso, ma ora passa i limiti. Senta questo. Giovedì scorso gli stetti tanto alle costole, che alla fine lo indussi a venir con me alla fiera di Riverasco. Eravamo appena arrivati, che già voleva tornar via. Una fiera è una fiera, si sa: bestiami, granaglie, mercerie, strumenti agrari, tavole apparecchiate, giuocatori di bussolotti, cavadenti, saltimbanchi... Galosso cominciò subito a lagnarsi del frastuono, del via vai, delle gomitate, delle pestature di piedi. Io ridevo. Ecco che sulla piazza del duomo incontriamo il mio collega Tortalla, il quale ci dice: — Venite, venite, qui a mancina c’è un ciarlatano che ha un cane proprio straordinario. — Infatti la gente faceva cerchio e guardava a bocca aperta. In quel momento il ciarlatano annunziava al pubblico che il suo barbone, oltre al ballar la monferina, al far capriole e giuochi d’ogni maniera, conosceva anche tutte le carte da tarocchi. Mentre parlava, gesticolava, faceva lazzi e alzava per aria il mazzo, già bell’e pronto... Che è che non è, questo gli scappa di mano, si sparpaglia in terra, e una carta, una sola, vola diritto sui piedi a Galosso. Galosso si china e la raccatta. Era la Morte! Creda, due occhi simili non li ho mai visti; in un mezzo secondo è diventato di mille colori. L’ho preso a braccetto subito e l’ho trascinato via: temevo afferrasse per il collo il ciarlatano, e... Poveraccio, come se l’avesse fatto apposta! Non m’ero mai accorto che Galosso credesse nè al buono nè al cattivo augurio. Per istrada mi domandava se sapevo chi avesse inventato i tarocchi, perchè tra le figure ci fosse anche la Morte, perchè questa avesse in mano una falce fienaia, e tante e tante altre cose: sicchè mi pareva proprio di aver con me uno dei miei scolaretti... Mah! Non c’è dubbio, la fine di Baino gli ha fatto una grande impressione. Può darsi che pensi anche un po’ troppo a quel certo patto, a quel certo accordo fatto tra noi... Santo cielo! non so come si fa a prender sul serio quelle scioccherie... Sì, sì, scioccherie, fanciullaggini, asinate, cose senza costrutto e che non valgono niente... perchè se valessero, non si farebbero. Non è vero?

Roberto fece col capo un atto che significava grandissima affermazione, ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altra cosa.

XVII.

Mancava un’ora al tramonto; Roberto staccò dalla parete il suo schioppo, prese il cappello, uscì di camera. Tadò, che sonnecchiava sotto un tavolino, si slanciò avanti, tempestò giù per la scala, corse latrando per tutto il cortile; ma poi, quando vide che il padrone s’avviava a gran passi verso la Baraschia, tornò indietro mogio mogio e andò ad accucciarsi a piè del pagliaio. L’esperienza è maestra anche dei cani: quando il padrone si metteva per quella strada, ogni speranza di cacciare era perduta.

Roberto non andò fino alla chiatta; giunto al macchione della Vernea, vi entrò, e si sdraiò sull’erba.

Gli pareva d’aver la mente tutta ingombra di pensieri arruffati e confusi, ma quando si provava, per dir così, a strigarli, non ne trovava più che uno solo, indicibilmente grave e molesto: Susanna amava ed era riamata.

L’immagine di lei gli si presentava a ogni momento: la vedeva prima in chiesa, nel suo atteggiamento umile, fermo, sereno; poi tosto fuori, avvenente, attraente, col giovane a fianco, che le parlava e le sorrideva. Aveva un bel scuotere il capo, un bel fregarsi la fronte, la visione durava, si prolungava, e non svaniva che per rinnovarsi. Egli ripeteva tra sè, con insistenza infaticabile, sempre le stesse parole: — Perchè non dovrebbe avere un innamorato? L’hanno tutte! Alla fin dei conti è in età da marito...

Con quella certa malafede che spesso usa l’uomo con sè medesimo, quando è tribolato da un dubbio importuno, voleva pure indursi a credere ciò che nel fondo del suo cuore non credeva già più: cioè che Susanna era libera, non dava retta affatto al nuovo arrivato, e tutto quello ch’egli scorgeva in questa faccenda non era che apparenza e fantasia.

E mentre appunto durava la fatica d’ingannare sè stesso, sentiva farsi più vivo e più acuto il desiderio di chiarirsi senza indugio.

— Eh già, bisogna che io sappia, bisogna ch’io m’informi... Sì, ma come? E da chi? Devo parlare direttamente a Susanna? Devo rivolgermi al padre? Tutti e due possono dirmi in faccia: — Scusi tanto, ma come c’entra lei? Lei non ha nessun diritto di occuparsi dei fatti nostri. — E supponiamo che non ci sia niente di vero, che la cosa non sia come la immagino, che direi poi per giustificare il mio intervento? Ecco: — Io non ho nessuna, nessunissima intenzione di prender moglie, e mi piacerebbe che anche Susanna non pensasse a prendere marito. — Che bella risposta sarebbe mai questa, e garbata, e generosa! Ragioniamo: credo di abbassarmi, di rendermi ridicolo cedendo a questo impulso? E allora perchè non me ne vado subito, mentre sono ancor in tempo? Il cuore invece mi consiglia di... di fare il contrario? E allora... Adagio. Ho amato non so quante donne, e non ho mai provato il bisogno di sposarne nessuna. È vero però che, o non erano libere o non erano degne. Dunque... dunque niente; non c’è conclusione. Oh è un gran destino che alla mia età... La mia età? Eh via, non sono più uno sbarbatello, ecco tutto. Del resto non mi sono mai sentito così bene. Il mio mal essere è tutto morale. Soffro, è vero, ma non farei il minimo sforzo per sottrarmi al tormento. Gli è come se fossi seduto troppo vicino a un gran fuoco: non mi riscaldo, abbrucio, ma non mi risolvo a tirar indietro la seggiola.

Trovata quest’arguta similitudine, si alzò, fece alcuni passi e si fermò di nuovo. Doveva andar fino alla chiatta? Doveva tornarsene a casa? E pensando che da un piccolo atto possono derivare grandi conseguenze, stava lì con gli occhi a terra, dubbioso e perplesso. A un tratto cominciò a sentire come un mormorìo di voci, ma era così debole, che gli pareva e non gli pareva; intorno intorno non vedeva che frasche; si avanzò, separandole con le mani e con le braccia, finchè scorse la strada.

Susanna era là, a una cinquantina di passi, che discorreva col bel compagno di quella mattina.

— Ancora insieme! — pensò Roberto, mordendosi il labbro. — Dunque non si sono più lasciati? Dove possono aver passate tutte queste ore? Eh diamine! nella casa dove li ho visti entrare. Questo è grave. E adesso cosa fanno? Perchè quel bel mobile non l’accompagna fino alla chiatta? Per non essere veduto dal padre? Dunque c’è un intrigo...

Guardando minutamente il giovane, vedeva che non solo la condizione, ma anche l’età e le forme lo avvicinavano maravigliosamente a Susanna: sì, parevano proprio fatti l’uno per l’altra; questa considerazione gli empiva l’animo di cruccio, di gelosia, e lo spingeva a mostrarsi per troncare in qualche modo il colloquio.

Si gettava già avanti, quando vide Susanna porgere la mano al giovane, ritirarla quasi senza dargli il tempo di stringerla, e staccarsi bruscamente.

Quegli, fatta una spallucciata, girò sui talloni e in un momento fu alla svolta.

La fanciulla scese verso la Baraschia con passo fermo e veloce, guardando diritto davanti a sè.

— Susanna! — disse Roberto, presentandosi.

Ella si fermò su due piedi e lo squadrò come se penasse a raffigurarlo.

— Sono io — proseguì il giovane signore, — sono io in carne e ossa. Ero lì che mi godevo l’ombra, quando vi ho vista arrivare. Figuratevi se ho voluto perdere l’occasione di...

— Scusi — diss’ella, scostandosi alquanto, — ho fatto tardi e mio padre mi aspetta.

— Tardi! Il sole non è ancora andato sotto, e la vostra casa è lì... Siete stata fuori tutto il giorno, eh? Per questo avete fretta?

Si accorgeva al colore del volto, all’espressione degli occhi, che un qualche nascosto pensiero la travagliava; e ciò invece di rabbonirlo, lo irritò.

— Del resto — ripigliò poi, volgendosi indietro, — anche l’altro aveva fretta. Guardate: non si vede più.

— L’altro? — diss’ella alzando il viso.

— Sì, colui ch’era con voi.

— Bastiano.

— Si chiama Bastiano?

— Bastiano Millo.

— Bel giovane... Brava! la scelta è buona.

Susanna si strinse nelle spalle e soggiunse pacatamente:

— Bastiano è mio cugino.

— Ah ah! Importa poco, però. Anzi...

— Senta, se vuol malignare...

— Malignare? No che non voglio malignare. Perchè dovrei... Anzi mi rallegro. Mi rallegro con voi della buona scelta, e... delle prossime nozze.

Susanna si scosse, gli piantò gli occhi in viso.

— Prossime! Che ne sa lei? Prossime no.

— Ma sicure, eh, ma sicure?

Michele Masino, piantato sulle gambe un poco aperte, con le mani congiunte tra la schiena e la cacciatora, guardava da lontano fissamente, severamente sua figlia.

Ella si mosse senza affrettare il passo, senza punto scomporsi.

Quando l’ebbe vicina, Michele le ingiunse di passare avanti con un atto brusco, ruvido, quasi minaccioso.

XVIII.

— È permesso? — disse Giovanna, fermandosi sulla soglia.

— Avanti, avanti — rispose Giuseppe, che stava apparecchiando la tavola per la colazione.

— Ecco il latte.

— Date qui. Il padrone si veste; abbiamo tempo a far due chiacchiere.

Mise la lattiera sulla tavola, al luogo solito, poi si lasciò andar sur una seggiola e si asciugò il viso.

— Pare impossibile, eh? — mormorò Giovanna.

— Ouf! Non sono ancora le otto, e fa già caldo come a mezzodì. Siamo alla fine di settembre e par d’essere ancora in principio di luglio.

— Ma il tempo adesso si butta alla pioggia.

— Alla pioggia? Ma non vedete che cielo?

— Domani, domani...

— Come fate a prognosticare?... Dal canto del gallo forse?

— Non sa niente? Stasera finisce il triduo.

— Oh allora non dubito più! A quest’ora angeli e santi lavorano già tutti a riempire le secchie; mi par di vederli!

— Andiamo, via, sor Giuseppe, non dica bestemmie.

— Ma queste non sono mica bestemmie.

— Sono eresie; peggio che peggio! Il Signore ha ragione di mandarci i castighi...

Roberto chiamò dall’alto:

— Giuseppe! Giuseppe!

— Comandi — rispose il servitore, correndo a piè della scala.

— Attacca, che ho fretta.

— Sì signore. Ma... scusi, perchè non mi ha avvertito? A quest’ora...

Il padrone non gli badò, rientrò in camera.

— Dove vorrà andare? — brontolò Giuseppe, ritornando nel salotto. — Forse a Riverasco?

— O piuttosto a Bornengo — osservò Giovanna; — oggi c’è mercato.

— E cosa volete che vada a fare al mercato? Non è mica un mercante!

Si udì un’usciata, poi di nuovo la voce di Roberto:

— Giuseppe?... Lesto, per Dio!

— Lo ha morso la tarantola! — susurrò Giuseppe accorrendo.

Ma non aveva ancora toccato il pianerottolo, che si trovò a fronte a fronte col padrone.

— Ma come! Non sei pronto? Non sei vestito? Cosa fai? Cosa aspetti?

— Ma, santo Dio, se non mi ha detto niente!...

— Te lo dico adesso. E bada, tu vieni con me...

— Dove?

— Oh bella! Dove voglio io.

— Vado ad attaccare...

— Va a rivestirti. Attaccherà Rocco o Giacomo o Felice. Spicciati!

— Non vuol far colazione?

— Spicciati, dico!

Giuseppe scivolò via, mormorando ancora tra i denti:

— Ih, c’è il fuoco nel pozzo!

Giovanna corse a portar l’ordine al marito. Roberto uscì, e prese a misurare a gran passi il cortile. Innanzi e indietro, innanzi e indietro, innanzi e indietro... Anche la sera prima non aveva fatto altro quasi fino a mezzanotte, sempre pensando:

— Cosa può volere Susanna, oggi com’oggi? Cosa può sentire?

E quanto più pensava, tanto più scorgeva che non era facile trovar la risposta. La conoscenza del cuore femminino che aveva, o credeva di avere acquistata in città, non gli serviva più a nulla in campagna. Diceva pure:

— Di chi mi potrei dolere se non di me stesso? S’io mi fossi condotto come dovevo, e non come uno studentello qualunque, ora non sarei nell’incertezza. E che incertezza!... C’è un’attenuante però: non ho ancora dedicato dei versi a «colei che mi invaghì;» ma chi mi garantisce che non ne dedicherò in avvenire? Oh insomma bisogna ch’io trovi una via per uscire da questo laberinto. Bisogna assolutamente ch’io la trovi...

Ed era andato a letto concludendo:

— Chi sa che la notte non mi porti consiglio!

La notte gli aveva portato il solito, il vieto consiglio di partire.

— Ecco! Me ne vo e la fo finita. Prendo il treno delle dieci e cinquantatre; appena a Torino vado a trovare gli amici; passo con loro il resto della giornata, la sera, la notte... cercando naturalmente di svagarmi, di divertirmi. Gente allegra Iddio l’aiuta. Le cose prendono una buona piega? Spedisco un telegramma a Giuseppe che faccia i bauli e venga in città. Non posso aver pace? Non trovo la forza di svincolarmi da questa stretta indiavolata? E allora... Niente! Adesso è inutile che io mi stilli il cervello.

Il servitore venne ad avvertire che il calessino era pronto.

— Lodato Dio! — esclamò il padrone. — Su, va a pigliar la valigia...

— La valigia?!

— Sì, la valigia, la mia valigetta. La troverai in camera, sul letto o sul sofà... Fa presto!

— Ma come! Parte? Va lontano?

— Può darsi ch’io debba andare a Torino... Dico: può darsi. Non so ancor niente. Vedrò quando sarò a Bornengo... Fa presto, sbrigati!

Giuseppe andò, tornò in un battibaleno, e prese posto accanto al padrone.

La strada era spietatamente inondata dal sole; a ogni buffo di vento la polvere si sollevava in nuvoli enormi. A quell’ora più nessuno andava al mercato; qualcuno già ne tornava. Per la vasta campagna si udivano a tratti voci lontane lontane e onde di suoni non bene espressi, che per Roberto non avevano nulla d’allegro. Egli si sentiva fortemente inclinato a veder tutto nero. Gli pareva che la vita sana, florida, lieta dei primi giorni, si fosse oramai cambiata in una inerte e noiosa vegetazione. Folate di memorie confuse, strani fantasmi pieni di malizia e di lusinghe, passavano per il suo spirito, glielo turbavano, gliel’accendevano, suscitando mille desideri torbidi e indeterminati. Oh! non vedeva il momento di lasciare quei luoghi!

Toccava spesso e stizzosamente il cavallo, ma entrando nell’abitato e tra la folla, gli convenne metterlo al passo.

Andando avanti, crebbe ancora l’incomodo, la strettezza della gente adunata: talchè, arrivato sulla piazza dov’era il mercato delle granaglie, gli bisognò tirarsi da parte e fermare, per lasciar passare quattro carri pieni di sacchi.

Dietro ai carri, a qualche distanza, si avanzava un baroccio guidato da un vecchio; vi erano dentro alcune donne, tra queste Susanna.

Roberto la ravvisò, la salutò. La fanciulla rispose in fretta, arrossendo leggermente, poi continuò a dare ascolto a una delle sue compagne. Ma nel vero momento in cui il baroccio passava rasente al calessino, ella si voltò ancora, scorse la valigetta sulle ginocchia di Giuseppe, e il colore le fuggì dal viso.

Roberto se ne avvide, notò pure la rapida espressione di pena che accompagnava quella pallidezza, comprese o credette di comprendere, e si sentì balzare il cuore.

— Ah! ah! — fece egli tra sè. — Dunque ti dispiace ch’io vada via? Bene, bene... Ma oramai è troppo tardi. È deciso che la cosa debba esser così... Penso ai casi miei, io.

E toccò il cavallo. Il legnetto seguitò, ma sempre adagio e non senza qualche altra fermata più o meno lunga. Roberto tornava a riflettere alle conseguenze di ciò che stava per fare, ma gl’incagli materiali da cui era attorniato, ora rallentavano, ora interrompevano addirittura il corso delle sue riflessioni.

Attraversato il mercato delle uova e degli erbaggi, prima di cacciarsi tra il bestiame grosso e minuto, consegnò le redini al servitore e saltò a terra.

— Tira avanti come puoi — diss’egli, — io mi fermo un momentino al Caffè Piemonte.

— Devo andare alla Corona Grossa? — chiese Giuseppe. — Devo staccare?

— Niente, niente: mi aspetterai alla stazione.

— Alla stazione? Ma vuol proprio partire? Non arriverà in tempo, sa. Abbiamo fatto tardi, molto tardi.

Roberto non rispose, attraversò obliquamente la strada, entrò nel caffè e si mise a sedere vicino all’uscio.

Un vecchio con una papalina bisunta in capo, vestito d’una giubba verdiccia non fatta al suo dosso, posò sul tavolino un vassoio, poi versò nella chicchera, sbreccata e punteggiata di nero, una certa broda, che al colore e all’odore ricordava lontanamente la cioccolata.

Il luogo era pieno di donne, di mosche e di fumo. Due contadine, sedute a un tavolino in faccia a quello occupato da Roberto, ora annusavano la bevanda che avevano pronta davanti, or brancicavano le paste per vedere quali fossero le più fresche e da scegliere: negli atti della bocca, degli occhi, delle mani, parevano veramente due sconcie ed ingorde bertuccie.

Il giovane signore, stomacato, pagò e si alzò senza assaggiare nulla. Prima d’uscire, diede per caso un’occhiata a un antico orologio da muro, ritto accanto al banco: erano le dieci e cinquanta!

— Possibile! Ma dunque non ho più che tre minuti per arrivare fino alla stazione? E ce ne vogliono almeno dieci! Giuseppe aveva ragione. Ormai è inutile che io mi affretti... Ebbene, non mi affretterò...

Dianzi gli pareva d’avere tutto il mondo addosso; ora sentiva il sangue scorrere tepido e vivo per tutte le vene, rinascere e ricrescere la fiducia nel suo destino. Perchè?

— Alla fin dei conti, cosa andavo a fare in città? Niente. Sarei riscappato via subito. Fa ancor troppo caldo; non c’è ancora nessuno... Perchè non me ne andrei invece un po’ al fresco? Perchè non farei un giretto in montagna? Dal Fortino a Riverasco, da Riverasco al Morsetto, dal Morsetto alla Badia di san Magno, al Pian del Lupo, alla sorgente della Baraschia... Solo però: non voglio importuni, voglio poter andare avanti o tornare indietro a mio piacimento... Il proposito è buono, ma avrò la forza di mandarlo ad effetto? Santo Dio! i miei propositi, le mie risoluzioni non reggono più alla voltata d’occhi d’una bella ragazza... Dunque a che pro ostinarsi?... Ostinarsi no, ma nemmeno darsi per vinto... Ragioniamo. Ah no! Basta. Ho già arzigogolato anche troppo.

E allungò il passo, non pensando più che a risalire nel suo calessino e a tornarsene a casa.

Arrivato al palazzo Grondana, vide attaccato alla cantonata un gran cartello bigiognolo, sul quale erano goffamente dipinte certe figure armate e barbute, in atto di dar la scalata alle mura turrite e merlate di una nobile città. Sotto si leggeva a caratteri gialli e turchini:

Teatro Grande Questa sera giovedì, ore 8 1⁄2 La Drammatica Compagnia Italiana Amilcare Fugiglando rappresenterà L’Ira d’Iddio ovvero Facino Cane all’assedio di Bornengo Mondiale-Capolavoro in quattro atti

Primi posti cent. 30 — Secondi posti cent. 20.

Roberto fece tre o quattro passi con la testa per aria, e improvvisamente si trovò a ridosso a un tale che guardava pure in su. Volle scansarsi, abbassò gli occhi e riconobbe Tomatis.

— Oh, oh, oh! — fece il maestro. — Anche lei qui? Anche lei magnetizzato da quella robaccia? Il cartellone vale i teatranti, sa. Un branco di vagabondi che hanno oramai girata tutta la provincia. Il capo però dev’essere un furbo bollato. Credo che nel suo repertorio non abbia altro che questo dramma, ma come sa variare il titolo! Io ho già visto La presa di Riverasco e La difesa di Casaletto; non mi fermerò certo a vedere L’assedio di Bornengo. E neanche lei, eh?

— No davvero — rispose Roberto. — Mi trovo qui per combinazione... e torno indietro subito.

— Ha lasciato il calessino all’albergo?

— No, l’ho mandato alla stazione.

— Oh guardi! vengo anch’io alla stazione; vengo incontro a Galosso, che è andato a Torino ieri, e deve tornar oggi col treno delle undici e venti... È un pezzo che non l’ha più visto?

— Sono parecchi giorni.

— Sa perchè è andato a Torino?

— Qualche affare?

— No.

— Per divertirsi?

— No.

— E allora?

— Glielo do a indovinare...

— Insomma?

— Insomma è andato per consultare un medico, un medico di grido. Cosa vuole? il nostro non gli basta più; nè il nostro nè quei del contorno. Hanno un bel dirgli: — Stia di buon animo, non c’è niente di serio. — Lui non vuol credere, lui non si fida più di nessuno.

— Ma cos’ha? Cosa si sente?

— Che so io? Un malessere, una mala voglia... Prostrazione di forze, prostrazione di spirito...

— Patirà d’ipocondria.

— Sarà ipocondria... Fatto sta che fa pena vederlo. Da un mese a questa parte ha fatto un tal mutamento che non si riconosce più. Un mutamento anche morale. Si ricorda, eh, quant’era ruvido, lunatico, stravagante? Una vera bestia... Adesso è diventato un agnello, un agnellino. Si ricorda come mi trattava, come mi strapazzava? Cose da pigliarlo a calci nel sedere sei volte al giorno. Adesso invece... S’immagini che ieri, partendo, mi ha perfino baciato!

Il buon maestro si fermò su due piedi, si soffiò il naso, si asciugò gli occhi, e soggiunse con voce affievolita:

— Non gli dica niente, per carità!

Il treno entrò nella stazione rombando e fumicando; un dopo l’altro gli sportelli furono aperti; si vide un andare e venire di gente affaccendata e frettolosa, un discendere, un salire, un caricare e uno scaricar di sacchi, di gabbie, di ceste.

Roberto e Tomatis aspettavano in silenzio, ritti accanto al cancello dell’uscita. Passarono alcuni contadini, un bersagliere in congedo, una balia, due domenicani; poi comparve Galosso sudato, rabbuffato, col cappello sulla nuca e la sottoveste sbottonata e aperta.

Tomatis gli corse incontro per alleggerirlo della sacca da viaggio; e intanto gli domandava ansiosamente:

— E dunque? Com’è andata? Com’è andata?

— Com’è andata? — rispose Galosso. — Ho consultato il dottor Roggiapane.

— Nientemeno!

— Nientemeno.

— E... cosa vi ha detto?

— Cosa mi ha detto? Che non ho un cavolo: parole testuali.

— E poi?

— E poi... e poi gli ho dovuto snocciolar venti lire.

XIX.

Il maestro Tomatis entrò nel cortile, lo traversò rapidamente e bussò alla porta del palazzetto.

— Vengo! — gridò Giuseppe dalla cucina.

Tomatis si levò il cappello, si asciugò il cranio col fazzoletto, diede una lunga, una gagliarda soffiata.

— Lei qui? — disse il servitore affacciandosi. — A quest’ora bruciata!

— Vorrei dire una parola al padrone.

— Dunque sa già che è arrivato?

— Non sapevo nemmeno che fosse partito.

— Davvero? Ebbene sì. Domenica mattina gli è venuto lo schiribizzo di andar a passare una settimana in montagna. Dunque non lo aspettavo che sabato sera, invece... Oggi è mercoledì, non è vero?

— Mercoledì o giovedì... Non so più niente; non ho più testa... Basta, son contento che sia tornato. Posso vederlo?

— Credo di sì. È arrivato a mezzodì, si è mutato da capo a piedi, ha desinato, poi è andato un po’ a riposare; ma a quest’ora deve aver fatto il suo sonno. Ehee!... Sente? Vien giù adesso. Ecco qui il suo battistrada.

Tomatis si voltò verso la scala. Tadò scendeva a precipizio, fremendo d’impazienza come al solito. Roberto comparve sul pianerottolo, vide il maestro e gli fece un grazioso saluto.

— Oh, sor Tomatis, che buon vento...

— Buono no! buono no! — brontolò Tomatis, con una crollata di capo.

— Cosa c’è?

— Galosso è a letto, e desidera una sua visita.

— Galosso a letto?!

— Già, da due giorni; ci si è messo dopo una mancanza, una specie di svenimento che lo ha fatto cadere lungo e disteso davanti alla bottega dello speziale. La prima notte è stata cattiva, la seconda pessima; si buttava giù, voleva fuggire, e diceva cose di fuoco, cose da indemoniato, cose che io...

— E che dice il medico?

— Febbre tifoidea benigna.

— E dunque!

— Oh se lei volesse aver la bontà... Scusi, eh! Ambasciator non porta pena...

— Ho capito... Tadò, a casa! Indietro! A cuccia subito!

Tadò faceva il sordo e tirava innanzi, ma Giuseppe lo inseguì nel cortile e lo afferrò per il collare. Roberto e Tomatis si avviarono in fretta in fretta verso Casaletto.

Il buon maestro, tutto trafelato e grondante di sudore, soffiava, gemeva, e di tanto in tanto restava per riprendere e il fiato e il discorso.

— Già, noi corriamo, noi voliamo, ma grazie a Dio non c’è urgenza... Non è un male che il prete ne goda... Tifoidea, non tifo. Questo è il parere del medico... Il qual medico, a dirla schietta, è un vero... veterinario. Del resto Galosso è robusto, forte come un cannone... Ciò che mi spaventa è il delirio. Se lo vedesse! urla come uno spiritato e fa cose fuor d’ogni regola. Alienazione di mente cagionata dalla malattia, si sa, ma pure... Povero diavolo! non ci mancava che questa... Può essere, anzi è probabile che le mie apprensioni siano esagerate... Che se nol fossero... Oh misericordia! Basta, lei vedrà, sentirà...

E Roberto, non sapendo nè che credere nè che pensare, aspettava di vedere e di sentire.

La casa del segretario era nel mezzo del villaggio, e si distingueva tra l’altre per una certa tinta cupa e fantastica: immagine visibile del fantastico umor del padrone.

Mentre Roberto e Tomatis si venivano accostando, la porta si aprì e ne uscì un giovinetto biondo, grasso, impettito; tutto vestito di panno scuriccio, ma senza garbo nè grazia.

— Il medico! — esclamò Tomatis. — Arriviamo proprio a tempo. Dottore, dottore, ci dia le notizie.

— Ammalati ce ne sono parecchi in paese — rispose il dottore, puntando in terra il suo bastoncino; — e tutti piuttosto... ehm!

— Sì, sì, lo sappiamo... Ma Galosso... Come ha trovato il signor Galosso?

— Assai migliora, chi non peggiora.

— Scusi, ma io direi che oggi è meno, molto meno aggravato di ieri.

— La malattia vuol fare il suo corso.

— Ma benignamente, eh? Mantenendosi benigna, come lei mi ha detto e ripetuto.

— Sicuro. Ma badi che la cosa va intesa nel significato relativo non assoluto.

— Come sarebbe a dire?

— Che finchè c’è fiato c’è vita. Riverisco.

Il dottore aveva già scantonato da un poco, che Tomatis guardava ancora da quella parte rodendosi le unghie.

— Ah! — fece poi rabbiosamente — se tu mi ammazzi Galosso... ci riparleremo. E adesso andiamo su, andiamo a fare un po’ di coraggio a quei poverino. Mi raccomando, a volte una parola fa meglio che una medicina.

Pietro Galosso giaceva sulla schiena, in un letto bastardo, in una camera assai sfogata, ma disadorna. Una donnetta smorta e mingherlina, con la gonnella di un colore e la vita di un altro, andava e veniva senza posa, non facendo più rumore di un topolino. Vedendo entrare i due visitatori, rimase un momento come estatica, poi si scosse, avanzò due sedie e sparì.

— Ecco l’illustre infermo! — esclamò Tomatis con un’allegria, una baldanza affatto intempestive. — Ecco l’illustre infermo! Sempre lui, eh! Niente cambiato, niente alterato. Un faccione che pare una luna in quintadecima. Se non fosse il berretto da notte chi direbbe che... Chi direbbe che ha avuta la febbre?

— Se l’ho avuta! — mormorò il povero segretario. — Una febbre da cavallo, a quarantun grado; a quarantadue si crepa...

— Sì, sì, ma adesso è passata — soggiunse Tomatis, mettendosi a sedere. — È passata e non tornerà più. Parliamo d’altro. Che novità?

— Sanguisughe al capo.

— Quando?

— Stasera o domattina.

— Lodato Dio! L’ho detto subito al medico: — O le sanguisughe o un buon salasso. — Ma per persuadere colui ce ne vuole! Speriamo che non sia tardi. Vo’ dire: fortuna che siamo in tempo! La malattia attacca il cervello e ne altera le funzioni, dunque bisogna cercare di sollevare il sistema nervoso e combattere il parossismo. È chiaro come il sole. L’ho detto anche a voi, quando avete cominciato a sentirvi di mala voglia: — Presto un salasso, un emetico, un pediluvio, metodo antico! — Avete voluto fare a modo vostro ed eccovi lì in un fondo di letto.

Galosso ascoltava in silenzio, ma ogni poco chiudeva e riapriva istantaneamente l’occhio sinistro, poi sorrideva con un misto insolito e incomprensibile di mestizia, di rassegnazione, d’ironia. Roberto lo guardava, lo riguardava, e non lo riconosceva più.

La donnetta rientrò pian pianino, in punta di piedi, diede da bere al malato e scivolò via.

— Che roba è?. — ripigliò ruvidamente Tomatis, indicando la tazza rimasta sul comodino. — Limonata? Decotto? Puah! Ecco lì: se mi aveste dato retta quand’era tempo, ora non sareste obbligato a ingollare queste porcherie. Ma non mi vo’ confondere più... siete un testone!

— Oh! — esclamò Roberto, indignato, — ma voi gli parlate in un certo tono...

Il maestro balzò in piedi e andò a guardar dalla finestra; dopo un momento si soffiò il naso una, due, tre volte con un crescendo da far tremare i vetri.

Galosso l’udì, strinse le labbra e ne fece uscire una lunga voce tra il gemito e il grugnito.

— Basta — disse Roberto, — la malattia è superata, presto entrerete in convalescenza...

— Dica in agonia.

— Andiamo, non dite fandonie!

— Ma non me ne importa niente... Oggi a me, domani a te.

Tomatis si riscosse, si riavvicinò prestamente.

— Niente, niente — proseguì il segretario. — Non parlo con voi, parlo col signor Duc. Dicevo?... Ah sì! Dicevo che son bell’e andato. Pazienza!... Facevo il mio bravo conto di vivere ancora qualche annetto, e invece... Facevo il conto senza l’oste, ecco tutto.

Parve colpito dal suono delle ultime parole che gli erano uscite di bocca, guardò con faccia curiosa alle facce degli altri, strizzò l’occhio e susurrò:

— Non parlo mica di Baino...

— Zitto! — interruppe Tomatis angustiato. — Siamo alle solite! Non cominciate a snocciolare scioccherie. Vi potrebbe tornar l’agitazione.

— Che ore sono?

— Cosa v’importa dell’ora? State buono, state quieto...

— Avete un bel dire voi che siete lì, sano come un pesce. Ma... oggi a me, domani a te. Con certe cose non bisogna scherzare. Non scherzar coll’orso, se non vuoi esser morso. Non scherzar con la morte, se non vuoi... se non vuoi... se non vuoi...

Tomatis si voltò a Roberto e gli fece un cenno che voleva dire: — Su, da bravo, mi aiuti un pochino. — Poi esclamò: — A proposito! Non ve l’ho ancor detto? Sor Roberto è stato in montagna.

— In montagna? — ripetè il malato, corrugando la fronte, quasi ignorasse il significato di questa parola. — Perchè in montagna?

— Per divertimento, per mutar aria, non è vero, sor Roberto? Dica cos’ha fatto. Dica dov’è stato.

E Roberto prese a raccontare pianamente la sua gita nella fresca e amena valle della Baraschia; interrotto a ogni poco dal buon Tomatis, che domandava schiarimenti sulle strade, sui villaggi, sugli alberghi, e soggiungeva con studiato entusiasmo:

— Per bacco! Se le strade sono comode, se gli alberghi son buoni, ci voglio andare anche io. Ohe, Galosso, volete che ci andiamo insieme? Vi pago il viaggio... Non tutto, eh, perchè non posso. L’andata, ecco; al ritorno ci penserete voi.

Galosso non rispondeva, ma atteggiava la bocca al sorriso; un sorriso non accompagnato da alcun’altra dimostrazione di letizia, e perciò stranamente gelido e sinistro. Dopo un poco cominciò ad accendersi in viso, a rabbruscarsi, a rabbrividire; a un tratto sobbalzò e si rizzò a sedere sul letto.

— Fermo! — gridò Tomatis. — Cosa c’è adesso? No, no, bisogna star caldo, vedere di non scoprirsi... Tornate sotto, da bravo.

Il malato si mirò dattorno lungamente, smarritamente, poi lasciò ricader la testa sul guanciale e sospirò:

— Ah! me lo creda, signor Duc, sto male, molto male.

— Coraggio! — susurrò Roberto. — Domani andrà meglio.

— Domani, domani, domani!... Intanto oggi tocca a me!... Però l’è dura, alla mia età... Poco fa era qui il parroco... Una predica coi fiocchi: — Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio. Questo in cui viviamo è un gran mondaccio, una valle di lagrime. Ah il paradiso! Oh il paradiso! Uh il paradiso! — L’ho lasciato dire e dire e dire, poi gli ho fatta una domanda, ma una domanda!... Adesso non la ricordo più, ma credete voi che abbia saputo rispondere? Storie! Le cose come non le vedo, non le credo. L’uomo crede quello che può, non quello che vuole... L’eternità!? Ah! reverendo, come vuol che faccia a immaginare una cosa che non ha principio nè fine? Questo gli ho detto, e poi ho fatta la mia domanda, ma che domanda! Va là, t’insegno io a canzonare i moribondi!... Senza peccati no, ma senza birbonate sì. Dunque che inferno! Che paradiso! In purgatorio, se mai... Ricordatevi bene... Candida, Candida!... Porta da bere.

La donna si affacciò subito, sgranando tanto d’occhi.

— Badiamo di non fare imprudenze — disse Roberto.

— Per amor del cielo! — esclamò Tomatis.

— Che imprudenze! — gridò Galosso, dimenandosi come un ossesso. — Niente imprudenze! Io non ho più assaggiato il vino da... da un secolo... Vo’ dire da un mese. E non lo assaggierò mai più. Mai più vino, mai più birra, mai più liquori! Però voglio vedervi ancora una volta col bicchiere in mano. Un’ultima volta! È un piacere, è una carità che mi fate!

— Amen! — disse Tomatis, cedendo. — Accettiamo, ma a patto che il vino sia leggiero: un dito d’un vinetto qualunque, tanto per spegnere la sete...

Quando si vide esaudito, il povero segretario agguantò la sua tazza di decotto, l’alzò, e gridando: — Viva noi! — si sbrodolò allegramente la faccia e la camicia.

Dopo ciò, prese a vociare, a smaniare, ad agitarsi. Ora si rasserenava, gongolava, mostrava di riconoscere gli amici, il luogo dove era; ora si rannuvolava, imprecava e diceva cose vane e contro ragione. Di quando in quando buttava le gambe fuor del letto, come per alzarsi, e i due uomini duravano fatica a rattenerlo.

Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale, rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli la bocca.

La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani; accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.

— Lume! — disse Galosso.

Candida accese una candela ch’era sul cassettone.

— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento ardere; non ne posso più.

La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la tazza alla bocca.

Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.

Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.

Galosso supino, col capo abbandonato, con le ginocchia un po’ sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima piano, poi forte:

— Avanti!... Avanti!

Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.

In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso, con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente, ma sempre con molta significazione di affetto.

A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava parlando.

— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente? Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?

XX.

La mattina di poi, appena alzato, Roberto chiamò il servitore e gli ordinò d’andar subito a prendere notizie dal signor segretario. Ma dopo un momento cambiò idea: — Perchè non farei una passeggiatina fino a Casaletto? — Si fece dare un bicchiere di latte, e s’incamminò passo innanzi passo.

S’era destato con la mente riposata e serena. I tristi pensieri che gliel’avevano ingombrata e funestata la sera prima, dopo la visita fatta al povero Galosso, erano svaniti coi sogni della notte.

Considerando l’età, la robustezza dell’infermo si sentiva pieno di sicurtà e di fiducia. S’immaginava di rivedere il medico per l’appunto dove l’aveva veduto il giorno prima; lo interrogava, e quello gli rispondeva:

— Buone nuove, il pericolo è passato, abbiamo un miglioramento insperato, inesplicabile.

Egli saliva, si rallegrava col malato, con la donna, con Tomatis e poi...

La giornata era così bella! Una di quelle giornate in cui si campa volentieri, in cui il cuore si allarga alla speranza, a mille speranze, e l’avvenire si dischiude ampio, color di rosa, tutto popolato di larve ridenti.

— E poi farò un bel giro pei campi — pensava Roberto. — Una piccola perlustrazione fino alla chiatta. È un secolo che non vedo nessuno. Non so più niente di niente...

E in pochi momenti il desiderio di sapere si fece vivo, intenso, divenne bramosia: di modo che, giunto dove una viottola corre a destra le praterie verso la Baraschia, fu lì lì per svoltare. Si raffrenò e si contentò di allungare il passo.

Il villaggio aveva il suo aspetto ordinario: s’udiva lo strepito del mulino e il martellamento del fabbro; il custode della scuola metteva un affisso alla cantonata; sotto il portico del comune vi era il solito crocchio in cui si commentava il giornale.

Passando davanti al forno, Roberto sentì l’odore appetitoso del pan fresco; odore, che si cambiò in lezzo di marmitta e in puzzo d’olio fritto nella vicinanza d’altre botteghe. Arrivato presso la casa del segretario, alzò gli occhi alla finestra, e la vide aperta.

— Ecco — disse tra sè, — si muta l’aria alla camera, segno che il malato sta meglio.

Ma non appena ebbe pensate queste parole, ne risentì come uno spavento.

— E se invece... Oh, non è possibile! Diavolo! da ieri sera... Non è possibile, non è possibile.

Combattè, respinse l’idea nera che s’affacciava alla mente, e si accostò alla porta.

Era chiusa.

Picchiò prima con le nocche delle dita, poi col martello. A quel suono risposero di dentro pianti e lamenti, e dopo un poco giunse Tomatis disfatto, stravolto, verde come un ramarro.

— Ah! — singhiozzò con voce soffocata. — Però ha sentito anche lei, eh? Tifoidea benigna. Un corno! Fulminante doveva dire quell’asino birbone!... E adesso venga su, venga a vedere, venga a vedere.

XXI.

Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.

Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate e lucenti; e di quando in quando scendeva pure a sentir le chiacchiere dei contadini raccolti sotto la tettoia.

Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.

Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi, inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.

— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.

— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne viene un altro. Giuraddiana!

— Già, già — ripigliava la moglie, — vedrete che la Baraschia e il Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.

— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.

— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.

— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.

— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.

— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva, strillava...

— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.

— L’ha detto a me.

— Quando?

— Ieri sera.

— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!

— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica impossibile? Dica lei, sor padrone...

Il padrone ascoltava, taceva e pensava.

Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo sicuro; ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla, ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata, abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.

Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.

Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul coraggio del chiattaiuolo:

— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più angustiare...

La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una pioggerella cheta e minuta, che verso il tocco cessò. I nuvoli cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata, offuscata, priva di ogni possanza.

Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.

Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite. Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei giorni.

Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, rami schiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi. La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola, biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.

Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto, in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze... Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva. Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile, stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...

Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese con una forza occulta e nemica.

XXII.

Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che non era rimasto unico superstite sulla terra.

Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.

Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui cardini e si aprì.

— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo ancora all’invito.

E tirò di lungo.

Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta. Il giovane signore crollò il capo.

— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...

— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?

— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.

— Caro mio, la morte non guarda in bocca.

— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.

— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò nella bottega dirimpetto.

Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò incontro facendogli festa.

— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour... Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.

E infatti ricominciò appena furono in istrada.

— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare, eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male, temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una inondazione; una vera inondazione.

Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:

— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!

— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.

— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede il Cavallo Grigio?... Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.

— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi. Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.

— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...

Passata l’ultima casa, il maestro si arrestò e guardò in su.

— Ecco! — esclamò. — A poco a poco il cielo torna sereno.

— Hm! — fece Roberto — mi pare invece che ricominci a spruzzolare.

— Niente, niente! Vedrà domattina. Stia tranquillo... L’inverno è ancora lontano... Lei non pensa mica a partire?

— Per ora no.

— Bene! Lei ha da restar con noi fin dopo l’estate di san Martino.

— Vale a dire?

— Eh! L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.

— Dunque dovrei restar qui fino alla metà di novembre?

— Bravo! Lei mi capisce per aria, lei! Il nostro affare scade appunto il 14 a sera.

— Il nostro affare?

— Il nostro affare... Cioè il patto, la convenzione...

Nel proferir queste parole la voce del maestro tremava sensibilmente.

Roberto gettò le braccia in aria.

— Oh santo Dio! — gridò. — Ma finiamola una volta. Come fa a prender sul serio queste baggianate? Vergogna! Una persona istruita, un uomo colto, un maestro!

Tomatis aveva fatto un passo addietro, sbarrando tanto d’occhi.

— Oh oh! — fece poi. — Misericordia! Lei piglia fuoco come uno zolfino. Parlo per celia, io, non per davvero. Galosso sì... Galosso aveva perduto tutto il suo spirito, era stato assalito da una fissazione mortale... tanto che Baino gli appariva in visione. Ma io... Oibò! Del resto altro è il parlar di morte, altro è il morire. Diamine! E poi non creda che io provi un gran gusto a rinvangar certe cose. È un discorso che mi va poco a genio, sa.

— E dunque non facciamolo più.

— Non facciamolo più. Così l’intendo. Birba chi manca...

Roberto fece un rapido gesto di saluto, e voltò le spalle.

Tomatis, tacque un momento, poi riaperse la bocca con impeto:

— Sor Roberto...

— Cosa c’è?

— Caso mai non si sentisse bene...

— Grazie a Dio...

— In caso dei casi, mandi a chiamar il dottor Fumero.

— Bene!

— A Bornengo.

— Benissimo!!

— Via del Quartiere, numero 7, piano nobile.

— Ottimamente!!!

XXIII.

All’Ill.mo signor Roberto Duc.

S. M.

Casaletto, 15 ottobre.

Ill.mo Signore,

L’altra sera ci siamo separati in un modo un po’ diverso dal solito; temo ch’Ella mi abbia preso a noia, e non oso più venire al Fortino.

Eppure non può credere quanto io desideri di ritrovarmi con Lei! Non mi vergogno a dirlo, dal giorno in cui Galosso è passato all’altra vita, non ho più avuto un momento di vera allegria. Quando la S. V. Ill.ma tornerà in città, io resterò solo come un cane. Pensando a questo, mi ricordo della sensazione che provavo da bambino, quando mia madre, dopo avermi coricato, se ne andava col lume. Ora mi rannicchiavo, ora balzavo a sedere sul letto; tendevo gli orecchi, e tutt’a un tratto vi mettevo dentro le punte dei due indici; chiudevo gli occhi per non vedere il lupo, il babau o le streghe, e li spalancavo subito perchè mi si gelava il sangue.

L’idea della sua partenza risveglia in me non solo la memoria delle mie paure infantili, e di certi terrori che mi assalirono in circostanze speciali, ma anche tristi presentimenti e pensieri penosi, che mi ronzano intorno come uno sciame di mosconi arrabbiati. Qui lei potrebbe, dire: — Che allocco! Cosa importa a me delle sue fantasticaggini! Voglio spendere il mio tempo dove e come mi piace. — E avrebbe non una, ma diecimila ragioni.

Contuttociò io faccio un cuor risoluto, e la prego e la riprego di rimanere al Fortino fino alla metà del mese venturo. Ouf! Ecco fatto! Lo scrivere questo mi ha proprio sollevato: mi pare d’aver dato sfogo a un affare di grande, di suprema importanza. Qui lei fa una spallata e pensa: — Ma è matto! — Ebbene no, non ho mai avuta la mente tanto lucida come in questi giorni; e non sono niente contento, stavo meglio quando l’avevo più ottusa. Torniamo all’argomento.

Oramai il caldo se n’è andato, il freddo non è ancora venuto: cosa vuole di più? Questa è la vera stagione di stare in campagna. A mio parere Ella è nata per viverci tutto l’anno. Ho notato che contempla spesso e volentieri la infinita grandezza della natura. In città vi sono troppe case e troppe cose fra la natura e noi, non le pare?

Lei ha la mente osservatrice, e questo è il più gran baluardo contro alla noia. E se mai l’aiuterò anch’io a combatterla, nella misura delle mie deboli forze. Metterò a sua disposizione la mia conoscenza delle cose di questo paese, acquistata gradatamente e non senza fatica. Prometto di divertirla. Vi saranno giorni in cui le parrà d’aver letto, che so io? una novella del buon tempo antico; sere in cui le parrà di essere stato al teatro.

Tempo fa anch’io andavo a caccia; ho poi lasciato, perchè mi si era intenerito il cuore in modo straordinario.

Se l’animale, a cui sparavo, restava lì sul colpo, lo raccoglievo, lo intascavo e tiravo via tranquillo; ma se lo vedevo svolazzare, dibattersi, soffrire, ahimè! non mi bastava più l’animo nè di pigliarlo, nè di finirlo, e cominciavo a imprecare contro a me stesso, a far atti di compassione, a dire parole di scusa. Così non porto più che l’ombrello od il bastone.

Torniamo a bomba, torniamo agli anni in cui ero appassionato per questo barbaro spasso. Al presente ci sono cinque cacciatori a Casaletto, allora erano almeno una dozzina. Spesse volte si usciva tutti insieme. Trovato un bel campo di stoppie o di trifoglio, si cominciava a cacciare. I miei compagni si mettevano a girellare, fischiavano una schioppettata qui, un’altra là, e passavano oltre.

— To’ to’ — dicevo io alla mia fida cagnetta — hai visto che bel lavoro? Ora tocca a noi. Rifacciamoci da capo, e attenzione. — E mi rimettevo in cerca, adagino adagino, calcando e ricalcando tutte le orme, passando e ripassando in tutti i solchi, senza tralasciare nè un cespuglietto nè una piota. Frugato diligentemente il primo campo, entravo in un altro; e a farla corta, e senza vantarmi, empivo quasi sempre la carniera proprio là dove i miei amici credevano di non aver lasciato più nulla.

Questo per dire che anche nei luoghi più esplorati, c’è sempre da riesplorare.

Io per me non credo sia necessario andare oltremonte od oltremare, navigare sotto l’ardente linea o verso il freddo polo, per vedere cose nuove.

Chi piglia diletto nell’informarsi dei costumi della gente e nel filosofare sulla virtù e sui vizi, e gode indagarne le cause e gli effetti, troverà dappertutto pascolo abbondante alla sua curiosità.

Chi volesse conoscere minutamente due miglia (per lungo e per largo) del proprio paese, dovrebbe mettere la mente in moto assai più di tanti statisti, economisti, letterati, scienziati, filosofi che vanno di qua e di là con la persona, per vedere come si governa, si traffica, si studia e si passa questa grama vita in molte parti dell’orbe sublunare.

Casaletto non è che un villaggio, un povero villaggetto, ma chi potesse penetrare in certe case e in certi cuori, scoprirebbe strani segreti, e troverebbe materia per più d’un volume.

A che cercar lontano, quando ogni palmo della terra che abbiamo sotto i piedi è un piccolo mondo? Ma bisogna aprir bene gli occhi, imparare a vedere, a osservare. Dico bene? Non è questo un ragionare a filo di logica? Non è parlare in punta di forchetta?

I sette savi della Grecia...

Madonna santa, che pappolata!

Mi abbia per iscusato, e mi creda sempre, con profondo ossequio

Suo dev.mo e umil.mo maestro Ponzio Tomatis.

Al maestro Ponzio Tomatis a Casaletto.

Dal Fortino, 16 ottobre.

Caro Tomatis,

Il figlio del mio fittaiuolo ha preso una beccaccia grossa come una gallina. Spero che la compassione non v’impedirà di venirla a mangiare domani a mezzodì. Vi stringe cordialmente la mano

Il vostro dev.mo R. Duc.

XXIV.

— Il caffè — disse Roberto al servitore; poi soggiunse, rivolgendosi a Tomatis. — Mi pare che si potrebbe prenderlo in giardino, non è vero?

Uscirono e si avviarono verso la tavola e i sedili alla rustica, posti al piede d’un gran platano decrepito. Intorno intorno piovevano le foglie gialle, spiccate dai rami come da migliaia di piccole mani invisibili.

— Dica un po’ — esclamò il maestro, quando si furono messi a sedere: — quei tre o quattro fatterelli che le ho raccontato pranzando, non ricordano forse le burle e le piacevolezze che si leggono nei libri del Boccaccio, e di altri antichi novellieri?... Lei non è mai stato a veglia (scusi) in una stalla? Ah! lì sì che c’è da divertirsi! Sopra tutto se il luogo è grande, e se vi sono giovinotti e ragazze in buon numero. Si canta, si salta, si balla... e, quando c’è qualcuno che sa parlare e dir le novelle, si ride o si piange. Alle volte è un soldato in congedo, ma più spesso un vecchio o una vecchia. Simone Falco, che è morto l’anno passato di ottantotto anni e sette mesi, era famoso. Bisognava, per esempio, sentirgli raccontare la storia di Giulio e Giulietta, che aveva appresa dal suo nonno, grande di età...

Giuseppe venne a posare il vassoio sulla tavola; e Roberto domandò al maestro se il caffè gli piaceva dolce o amaro.

— Piuttosto dolce — rispose Tomatis. — Ecco, così va bene; tante grazie... Lei non la conosce, eh?

— Cosa?

— La storia di Giulio e Giulietta?

Roberto crollò il capo.

Tomatis vuotò e posò la chicchera, poi ripigliò:

— Una cosa da far spiritare i cani e piangere le pietre.

— Sentiamo.

— Non voglio noiarla, non voglio empirle la testa con altre chiacchiere...

— Ma che! Avanti, avanti.

Il maestro chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri, poi cominciò:

— Oh! deve dunque sapere che un pezzo fa, Giulio Cesa, gran cavaliere, teneva molti poderi a Casaletto; anche il castello era suo. Essendo in età di venticinque anni e avendo veduta a una festa una damigella di casa Raynaldi (casa onorata), e piaciutagli sommamente, la domandò in matrimonio. La damigella si chiamava Giulietta: aveva quindici anni manco finiti, capelli biondi come oro filato, occhi neri neri che pareano more, gote fiorite di colore rosato, voce dolce come quella dell’usignuolo... E pare che fosse anche vispa la sua parte. Appena concluso il parentado, Giulio fece avvertire i congiunti e gli amici che all’indomani a mezzogiorno, restassero serviti di venire al castello, a far conoscenza con la sposa. A mezzogiorno gli invitati c’erano tutti; e, quando comparve Giulietta, s’alzò un vero frastuono di congratulazioni e di acclamazioni; poi mentre si aspettava l’ora di andare a tavola, gli uni facevano a rubarsela, gli altri complimentavano calorosamente i genitori che avevano dato al mondo quel fior di bellezza. Dopo pranzo, giacchè la stagione era buona e la giornata splendida, si uscì all’aperto. Le persone mature di anni e di senno si raccolsero a confabulare sotto la pergola; i giovanotti e le ragazze cominciarono a giuocare a mosca cieca, poi a fare a rimpiattino, poi a fare ad acchiapparsi, correndo in qua e in là alla fanciullesca, all’impazzata. Giulio teneva a fianco la sua fidanzata, e sognava tutti i beni e tutte le grazie che possono fare l’uomo felice in questo mondo, e beato nell’altro. Che è che non è, Giulietta, preso il contrattempo in cui lo sposo coglieva una rosa, spiccò un salto e fuggì verso il castello. Giulio la inseguì, la raggiunse; ma ella gli sguizzò di mano e, trovando la porta spalancata, entrò e volò su per lo scalone.

«Il giovane le gridò dietro: — Oh la cattiva! Aspetta aspetta, che ti accomodo io! — E lesto come un gatto, per una scaletta segreta e per certi andirivieni, giunse alla stanza ove credeva si fosse serrata. La stanza era vuota. Mentre si mirava dattorno, gli parve di sentir sbattere un uscio su in alto. Salì al secondo piano, guardò da per tutto, non vide anima viva: — Be’, lasciamola stare, sbucherà fuori quando ne avrà voglia. Donna pregata nega, ma trascurata prega. — E scese senza più. I signori Raynaldi cercavano giusto di lui per prendere commiato: il sole già baciava la cima del monte, rimaneva ben poco del giorno, e le strade erano malagevoli, fangose, niente affatto sicure. Non c’era che ridire, ma bisognava scovare quella cervellina. Il babbo e la mamma la chiamano ad alta voce; non risponde. Dice Giulio: — Sapete com’è? Ella è scesa per lo scalone, mentr’io salivo per la scaletta. — Sì, sì, ma e poi? — domandano gli altri. — Eh! sarà uscita sulla spianata dalla porta di ponente. — Ma e poi? ma e poi? E si fanno congetture, s’interrogano i servitori, il giardiniere, si va a vedere nelle case vicine; cerca di qua, cerca di là, gira e rigira: Giulietta non c’è in nessun luogo. La gente si guardava l’un l’altro, senza saper che si dire, quando arriva il maestro di casa, tutto affannato, che era corso a cercar nuove intorno: — Gli zingari! gli zingari! — Che? — Che? Che? — Sì signori, una carovana di zingari ha traversato Casaletto mezz’ora fa. — Gli uomini si armano in fretta e in furia; gli zingari sono inseguiti, acchiappati, malmenati, perquisiti: Giulietta non si trova. A farla corta, le ricerche furono continuate tutta la notte, in tutto il villaggio, alla disperata; il giorno dopo si esplorarono i contorni; alla fine si scrisse in varie parti, ma non se n’ebbe mai la più piccola notizia. Pensi quale dovette essere il crepacuore di quei poveri genitori! Giulio Cesa, consumato dentro, fuggì dal castello e non tornò più.

Tomatis si fermò, pensò ancora; quindi riprese abbassando e allentando la voce:

— In processo di tempo i beni di Casaletto passarono in proprietà del conte Filippo d’Ariè, il quale prendeva quel tanto che fruttavano i terreni, ma non si faceva vedere nè punto nè poco. Il castello, un pezzo d’antichità che avrebbe avuto bisogno di grandi e continue riparazioni, in pochi anni si guastò per modo che non teneva più insieme, e non rimaneva saldo altro che quella muraglia che si vede ritta sino ad oggi. Il custode informò il conte; e un bel giorno il conte incaricò il suo segretario di scegliere e far trasportare in città le suppellettili di valore, e mettere il resto sotto una tettoia, per venderlo al maggiore e migliore offerente. Antiquari, rigattieri, ebrei, sfaccendati piovvero al castello da tutte le parti. La vendita andava a vele gonfie; il monte delle masserizie diminuiva rapidamente; ogni cosa trovava issofatto il suo compratore. Una cassa di legno, di forma assai elegante e tutta intagliata a basso rilievo, ferì la fantasia d’un ricco signore di Bornengo, che la volle e ne sborsò il prezzo. Ma mentre la sollevavano per porla sopra un carro, colui che faceva gli interessi del conte vide ch’era serrata, e ben serrata, e diede l’ordine di cercare la chiave. Vattel’a pesca! Quella cassa era sempre stata in una stanzaccia disabitata dell’ultimo piano, e il custode non s’era mai curato di sapere che cosa contenesse. I presenti si strinsero intorno; chi aveva un’idea e chi un’altra; finalmente si pensò di mandare per il fabbro. Il fabbro venne, guardò, riguardò, e incominciò ad adoperare i suoi ferruzzi; di tanto in tanto tentennava il capo, e diceva: — C’è il segreto, c’è il segreto. — Infatti, dal vedere al non vedere: cricch! s’udì lo scatto d’una molla, e alzato il coperchio, guarnito internamente di lamine e spranghe, si trovò... Eh, lei ha già capito!

— Ci vuol poco — disse Roberto.

— Si trovò Giulietta rigida, secca, stirata... come le mummie del museo di Torino. Sicchè dunque ella aveva pagato con la vita una bambinata, un capriccio innocente. Che vuole? io immagino, io vedo quella poverina, accesa, ilare in viso, salire lesta lesta, balzare nella stanzaccia, correre alla cassa, aprirla, adagiarsi. Chi mi ritrova è bravo! Ma il piombar del coperchio, l’urto del gomito (o la necessità del destino) fanno giuocare il serrame, e l’arnese che un giorno ha contenuto il corredo d’una giovane sposa, diventa istantaneamente la tomba di un’altra.

— Bravo! ma bravo! — esclamò Roberto. — Ma sono tutte di questo gusto le storielle che mi volete narrare?

— Eh, questo è un mondo di miserie, caro lei; le disgrazie sono più frequenti che le fortune. Io giudico da quel che vedo. A Casaletto, per modo d’esempio, nessuno è felice, nessuno è contento, nessuno vive in pace. Il sindaco è dissestato, l’assessore Rattonero ha perduto il figlio in Africa, l’assessore Garzino ha un braccio paralitico, il conciliatore giorni sono è stato bastonato di santa ragione; perfino Michele Masino, che vive nei boschi...

— Ebbene?

— Non voglio andar per le lunghe.

— Sentiamo: cos’ha Michele Masino?

— Ha i suoi fastidi anche lui.

— Che fastidi?

— Come? Non sa niente? Michele vorrebbe dar la sua figliuola a un giovanotto qui del paese, ma la figliuola non vuole...

— E perchè?

— Euh! a star dietro a tutti i si dice c’è da perdere la testa.

— Già.

— Può aver dato il suo cuore a un altro... Oppure, avendo ricevuto una buona educazione, non se la sente di sposare un contadino; l’educazione, si sa, è una seconda natura. Comunque sia, io li compiango tutti: padre, figlia e spasimante. L’altra sera sono stato casualmente presente a una scena, che mi ha fatto paura e pietà. Dubito che la faccenda voglia andare a finir male. Miserie, caro signor Roberto, miserie umane.

Roberto accese una sigaretta e buttò lontano il fiammifero. Tomatis guardò l’orologio.

— Basta — diss’egli, — lei mi ha fatto passare una giornata deliziosa, indimenticabile...

Roberto fumava, guardando le nuvole. Una frondicella appassita venne a cadere sulla tavola. Il maestro la prese e scorse un bruco tanto somigliante alla foglia sulla quale era posato, che ci volevano proprio i suoi occhi per distinguerlo; e vi era poi tanto appiccicato sopra, che non si smuoveva neanche a scuoterla.

— Ecco — osservò Tomatis, tanto per dir qualche cosa: — se quest’insetto fosse morto o dormisse della grossa, sarebbe caduto senz’altro... Dunque è vivo, è desto, ma assorto... così assorto in qualche dolce pensiero, che nulla vede e nulla sente attorno di sè.

XXV.

Vi fu un seguito di giornate temperate ed uguali. La terra si estendeva libera e bruna, sotto un bel cielo d’un azzurro lucente e gentile, corso di vene come un marmo; gli alberi rosseggianti e gialleggianti a varie tinte, si alleggerivano dolcemente, continuamente. Lo spettacolo dei lavoratori sparsi nei campi aveva qualche cosa di forte e di antico; i mucchi di gramigna, che bruciavano e fumicavano più qua e più là, animavano i luoghi dove pure non si vedeva nessuno.

Roberto usciva subito dopo il desinare, ora a piedi ora nel calessino, e si avviava verso Casaletto; a un certo punto trovava infallibilmente Tomatis, e lo prendeva con sè.

Il buon maestro si lasciava guidare dal compagno, senza fare osservazioni avventate o domande indiscrete; senza cercare perchè non voltasse mai a man destra, cioè verso ponente, cioè verso la Baraschia. Dava le notizie che aveva pescate in paese, poi soggiungeva a mezza voce, tranquillamente:

— La barca è sempre arenata. Lei sa cosa voglio dire?... Stamattina ho incontrato Bastiano: pareva un cane bastonato... Michele ha la luna a rovescio: fa paura... Susanna fa pena: non viene neanche più a messa. Miserie! miserie!

Roberto aggrottava le ciglia, tentennava il capo, ma non articolava sillaba.

Più tardi, arrivato a casa, cominciava a rimuginare sopra quel che aveva inteso:

— Cosa diavolo vuole da me costui? Perchè insiste? Perchè fa sempre la medesima storia? Che abbia indovinato i miei sentimenti? Se non mi ci raccapezzo nemmeno io! Che la ragazza gli abbia fatto qualche confidenza? Non è possibile, a quest’ora sarebbe già uscito dalle generali, sarebbe già venuto a qualche conclusione. Non credo che voglia fare nè il politico nè il mezzano... Oh! io l’ho per un galantomone, questo rustico pedagogo; lo stimo, gli voglio bene... Però che direbbero i miei antichi amici, se vedessero come vivo, e con chi! Tant’è, li lascierei dire. Non invidio più i loro passatempi. Ah no, per Dio!... Ma perchè Susanna non vuole sposar quel Bastiano?

Ben presto scoprì un non so che di nuovo nelle maniere del maestro: una giocondità pensata, raccolta, diversa dalla solita; un fare di chi si è prefisso uno scopo, e sa che per conseguirlo ci vuol tatto e finezza. Lo vedeva atteggiare spesso e volentieri la bocca al sorriso, e far gesti ora con una mano ora con l’altra, come se ragionasse tra sè.

— Cose grosse? — gli chiedeva, voltandosi.

— Eh!? — faceva Tomatis sorpreso, per prendere tempo a rispondere.

— Cose grosse? Cose serie?

— Niente, niente; faloticherie, idee gotiche, sciocchezze che passano per la testa...

Un giorno però, mentre correvamo nel calessino sulla via di Vernasca, il maestro scappò a dire:

— Poh! Non sarebbe più naturale che invece di questo vecchio macacco, lei avesse accanto una bella moglietta?

Un’altra volta poi pregò Roberto di mostrargli il palazzetto, di cui non conosceva che il terreno. Vide tutto dalla cima al fondo, mormorando di continuo: — Che peccato! che peccato! — Finchè il padrone, impazientito, gli chiese cosa volesse dire.

— Voglio dire che questa è una reggia, caro signor Roberto; gran peccato che manchi ancor la regina!

XXVI.

Era sull’abbuiare; Roberto e Tomatis tornavano dalla passeggiata, l’un dinanzi e l’altro dietro per la strettezza e la mala condizione del viottolino. Tutti e due stavano sopra pensiero: ma a un certo punto, alzando il viso, il maestro vide a poca distanza il crocicchio dove avevano a dividersi.

— Sor Roberto! — esclamò, con l’accento di chi prende una pronta risoluzione: — Lei mi deve fare un piacere.

— Sentiamo — rispose Roberto, senza voltarsi.

— Gradisca... Accetti... Venga domani sera a celebrare, a festeggiare l’Ognissanti con me.

— Volentieri.

— Oh bravo! sarà un grandissimo favore. Senta... non le farò nè un pranzo nè una cena, ma un piatto di buon cuore non le mancherà di sicuro. In casa di noi povera gente quando c’è un piatto di buon cuore, c’è tutto, eh?

Infatti, la sera dopo, Roberto trovò in casa del maestro un’accoglienza non solo cordiale, ma rumorosa.

Lo speziale Forastelli, il misuratore e geometra Roccavilla, venuti per fargli onore e compagnia, lo acclamarono lungamente, indiscretamente all’arrivo. Il giovane signore, che non aveva l’animo agli scherzi e all’allegria, quasi quasi si dolse d’aver accettato l’invito: ma poi, quando costoro si furono chetati, quando fu messa in tavola la cena, ed ebbe gustato il limpido vino bianco che Tomatis aveva cavato fuori in quell’occasione, si riconfortò e si rasserenò.

La stanzetta era assai bene illuminata dalla gran lucerna posta in mezzo alla tavola, e dal buon fuoco che ardeva nel caminetto; la fiamma guizzava e riluceva sur una vetrina di contro, tutta piena di uccelli impagliati, dando loro una strana parvenza di vita.

Invitante e convitati cominciarono a godere le vivande con tutto loro comodo, e a discorrere assai pacatamente, senza interrompersi o soverchiarsi a vicenda.

Il misuratore e geometra (un giovanotto tarchiato, dalla faccia barbuta e abbronzita), andato a cercar ventura in America, vi aveva trovato povertà, onde era stato costretto a tornarsi in Piemonte.

— Ecco — diceva, dopo aver raccontato in succinto i suoi casi; — adesso lavoro dalla mattina alla sera: quando avrò raggranellato qualche migliaio di lire, m’imbarcherò di nuovo, e questa volta...

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