VI. (continued 2)
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Ritornò.
La contessa Ginevra, la contessa Maria, il dottore, Bice stavano nel salotto attendendolo. Per la prima volta, dopo tanti anni, nell'entrarvi si sentì preso da un imbarazzo doloroso. La sua bella testa, impallidita in quei giorni, aveva un'espressione tale di sofferenza che la contessa Ginevra se ne accorse subito, e gli chiese affettuosamente:
—Siete dunque stato male, mio caro professore? Scappaste da Roma così senza neanche lasciarci un biglietto: che cosa fu?
Bice, alla quale aveva frattanto stretto la mano in silenzio, pallida anch'essa e coi grandi occhi dilatati, spiava la sua risposta; mentre il dottor Ambrosi col mal umore affettuoso dei vecchi sembrava tener il broncio alle due signore per esser rimaste tanto assenti.
—La scuola….—mormorò De Nittis, soffrendo di dover mentire.
—Avreste potuto dircelo,—insistè la contessa Ginevra;—non abbiamo saputo che pensarne. Bice voleva ripartire subito.
La conversazione si arrestò, Bice e De Nittis non avevano ancora scambiato una parola. La contessa Ginevra raccontava al dottore e alla contessa Maria le proprie impressioni di Roma. Erano malinconiche. Ella ricordava segretamente l'epoca del proprio impero a Firenze con una inconfessabile amarezza nel confronto della indifferenza, colla quale era stata accolta a Roma da coloro, che un tempo insuperbivano di frequentare i suoi saloni. Il mondo era mutato, altri interessi, altri personaggi vi occupavano i primi posti; altri sentimenti e altre mode vi facevano la regola. Ella ne parlava con una satira rattenuta, pur consentendo alla inevitabile ingratitudine umana di essere stata trattata così.
—Oramai,—si volse a De Nittis,—siamo tutti avanzi del medesimo naufragio. Tu sola, Maria, che non volesti mai saperne del mondo, puoi non comprendere la nostra posizione.
—Che cosa dovrebbe darvi il mondo, che non ha nulla per le anime? Tu, Bice mia, farai benissimo ad evitarlo.
—Non ci avrò molto merito: non sono come la zia per poter pretendere di regnarvi.
—Anche tu, Bice, contro di me! Domani pranzeremo tutti assieme: verrete, non è vero? perchè Bice vuole andare, subito dopo, in campagna.
—È dunque un pranzo di addio?—lasciò sfuggirsi De Nittis.
—No, è un pranzo di riparazione,—proruppe il dottore.—Non vedi che anche Bice è un pochino estenuata; la campagna in questo mese è tutto ciò che vi ha di meglio. Che cosa vale star qui? Ci staremo io e te, che abbiamo una professione, benchè tu pure mi sembri peggiorato da qualche giorno; faresti anzi meglio ad accompagnarle per un paio di settimane. Così non avrò più nessuno intorno!
—Io resto tutto il mese venturo, ingrato!—disse la contessa Maria.
—Allora verremo da voi.
Non era più il salotto dell'inverno. L'assenza di Prinetti e di Giorgi vi aveva lasciato un vuoto malinconico, gli altri parevano invecchiati. Come accade sempre, anche quel gruppo, vissuto così intimamente per tanti anni, si sentiva colpito da dissoluzione nella monotonia stessa di quella amicizia, che niente veniva più a rianimare. Solo Bice, rinnovellandosi in una seconda famiglia, avrebbe potuto mantenerli uniti ancora per qualche tempo.
Finalmente si accorsero della tetraggine di De Nittis: egli si era seduto presso la contessa Maria occupata a cifrare delle pezze per bambini; Bice affettava di scherzare col dottore.
—Verrò a trovarti in campagna,—questi le diceva,—ma se non sarai a modo mio, dopo quindici giorni t'imporrò finalmente l'ultimo rimedio.
—Quale?
—Non importa che tu lo sappia ora.
Bice arrossì.
—Non sarà dunque un rimedio da dottore? Badate che non abbia ad esser peggio.
—Ti conosco, mascherina! Va, piccola presuntuosa: non c'è altro in fin dei conti. Non dico che sia una gran bella cosa, perchè al mondo di bello veramente non c'è nulla, ma è così perchè è così. Tu, Roberto, potresti su questo tema parlare meglio di me, molto più che stasera non hai ancora fiatato.
—Parlare di che cosa?—egli rispose, fingendosi distratto.
Tutti sorrisero meno Bice.
Ma il dottore, che aveva bisogno di vendicarsi sulle signore con qualche prepotenza, proruppe:
—Adesso io e De Nittis andiamo via: voi altri coricatevi perchè dovete essere stanche.
—Come lo dite, dottore!
Ambrosi e De Nittis accompagnarono la contessa Maria a casa, poi al momento di separarsi, il dottore gli domandò:
—Che cos'hai?
—Nulla.
—Qualche cosa hai: come va l'appetito?
—Non mangio.
—Male, ti vedrò domani a pranzo.
—Dimmi piuttosto di Bice: è sembrata anche a te deperita?
—Bisogna maritarla.
L'indomani De Nittis invece di venire al pranzo dalla contessa Ginevra, mandò un biglietto. Bice, che attendeva ansiosamente, leggendo quelle poche righe stentò a frenare le lagrime, il pranzo fu malinconico. Allora la contessa Ginevra, la contessa Maria e il dottore si consultarono con un'occhiata osservando la fanciulla, della quale la voce tradiva lo sforzo di una angoscia repressa. Che cosa le era accaduto? In pochi giorni il suo aspetto era mutato, la voce le si era arrochita, mentre improvvisi rossori le passavano sulle guance pallide, e il suo accento scorato diventava anche più impressionante. A volta a volta cadeva in lunghi silenzi, con quell'aria dei malati, che non sperano più.
Dopo pranzo Bice si ritirò un momento; allora la contessa Ginevra e la contessa Maria interrogarono ansiosamente il dottore.
—Temete che si ammali?
—Eh! ammalata è già,—ribattè impazientito.
—Rispondete dunque, dottore, per carità!
—La scienza non può niente in questo caso, è la vita che deve salvarla.
Le due signore scambiarono un'altra occhiata.
—Ma che cos'ha?
—È innamorata,—intervenne la vecchia Rosa.
Tutti si volsero.
—Te lo ha confessato, Rosa.
—Gli occhi….—replicò la vecchia con accento strano:—quelli di sua madre!
Ma dovettero troncare il discorso, perchè Bice rientrava.
L'indomani il dottore andò a trovare De Nittis. Evidentemente la fanciulla era innamorata di qualcuno al disotto di lei, poichè non ne aveva lasciato trapelar nulla, e solo la vecchia Rosa nella sua chiaroveggenza di nutrice se ne era accorta. La contessa Ginevra, spaventata dalle apprensioni del dottore, dichiarò subito di non opporsi a qualsiasi matrimonio, fidando in Bice per la onorabilità della scelta: per un istante avevano pensato ad un rinnovellamento della sua passione fanciullesca per Lamberto, che appunto in quei giorni aveva scritto alla contessa Ginevra per annunziarle le proprie nozze con una signorina romana, ma la perfetta indifferenza di Bice a quella notizia non poteva essere simulata.
—Sono già partite?—chiese De Nittis.
—Sì, quando vuoi che andiamo a trovarle? Tu le farai il discorso; anche per la rottura con Lamberto non si confidò che a te.
De Nittis non tentò nemmeno di resistere. Quest'ufficio, assegnatogli dal suo stesso ascendente spirituale su Bice, diventava l'inevitabile prova del suo amore per la donna! Perchè ricusarvisi?… Anzitutto avrebbe dovuto tradire il proprio segreto col dottore, che ne avrebbe certo risentito una cattiva impressione, poi la logica stessa della passione l'attirava a questo cimento col fascino irresistibile dei grandi dolori.
Il dottore stabilì la prossima domenica, sulle dieci del mattino.
Margherita lo attendeva sull'uscio per dirgli che il professore non mangiava e non dormiva più.
—Non sai nulla tu?—egli chiese senza fermarsi, perchè aveva fretta.
—Dev'essere un gran dispiacere.
—Eh! la vita è così: per ora non ho scoperto in lui niente d'importante, cerca di farlo mangiare.
De Nittis passò il resto della settimana in una specie di torpore senza uscire di casa. Tutta l'energia del suo carattere s'irrigidiva nello sforzo di questa suprema battaglia, nella quale salvando Bice doveva sacrificare irremissibilmente sè stesso senza alcuna di quelle illusioni, che abbelliscono tutti i sacrifici. Gli pareva quindi di essere già sopravvissuto a sè medesimo, non seguendo più la vita che come un cadavere abbandonato sulla corrente di un gran fiume. L'accento delle sue risposte con Margherita, quando ella veniva a chiamarlo per il pranzo, o insisteva per farlo mangiare qualche boccone di più, aveva quella inconsolabile rassegnazione, contro la quale anche le ostinazioni più affettuose debbono cedere.
La domenica mattina il dottore andò a prenderlo con una carrozza a due cavalli, perchè intendeva di ritornare in città nel pomeriggio, prima dell'arrivo del treno da Firenze, De Nittis sempre vestito di nero, ma più elegante del solito, aveva il volto pallido e gli occhi febbrili: il dottore gli fece qualche interrogazione, che l'altro troncò affermando nervosamente di stare benissimo.
Le campagne lussureggianti si agitavano sotto il sole ad un scirocco, che tratto tratto alzava dalla strada giallastra larghe nuvole di polvere sbattendole per l'alte siepi. Il dottore propose di abbassare il mantice della carrozza per fare un bagno in quel sole fecondatore; ma rimanevano entrambi taciturni.
Arrivarono giusto all'ora di colazione; Bice già sul prato ad attenderli, tutta vestita di bianco e con un ombrellino rosso aperto nel sole, ebbe un sorriso così dolce, scorgendo De Nittis, che parve trasfigurarla.
Ma a tavola questi non ostante tutti gli sforzi si sentiva mancare la parola: quel quadro di felicità fra Bice, la contessa Ginevra e il vecchio amico, d'onde uscirebbe per sempre volontariamente col primo consiglio rivolto alla fanciulla, gli dava in quel momento la prostrazione dei supremi abbandoni. La contessa Ginevra lo sorvegliava inquieta, Bice avvertita di una scena dal proprio istinto di donna lo covava collo sguardo, cercando di leggergli improvvisamente nell'anima.
Nullameno la colazione finì come al solito.
Il dottore impazientito si levò, allora De Nittis, seduto presso la contessa Ginevra, fece altrettanto senza dare il braccio a Bice, che ne rimase meravigliata.
Passarono nel salotto rustico.
—Piglieremo il caffè più tardi,—disse il dottore andando a chiudere l'uscio. La contessa Ginevra, seduta sopra una larga poltrona di vimini, si era tirata Bice vicino, il dottore venne a porsi dietro di loro.
—Sedete dunque anche voi, professore,—si rivolse scherzosamente la contessa a De Nittis.
—Perchè,—rispose con sottile ironia,—se dovrò fare un discorso?—e la sua mano sinistra stringeva nervosamente il piccolo fazzoletto bianco, col quale si era poco prima asciugato sulla fronte il sudore.
—Un discorso?—esclamò Bice fissandolo:—a chi?
—A te.
Tutti attesero.
Allora De Nittis riuscì a parlare. Si capiva benissimo che lottava seco stesso, ma sarebbe stato impossibile al dottore e alla contessa Ginevra indovinarne il perchè; nullameno Bice fu così impressionata dal suono delle sue prime parole che involontariamente fece l'atto di alzarsi verso di lui. Ella lo sentiva soffrire indicibilmente, forse al di là della sua forza medesima.
—Oh!—egli seguitò, respingendola con un gesto,—debbo dirti ancora altre cose. Se ti parlo, è tua zia che lo ha voluto, ma colui veramente degno di farlo è già morto. In questo momento, per te supremo, di librare la tua anima per lasciarla discendere verso il più profondo mistero della vita, solamente coloro, che come Giorgi toccarono il fondo dell'ideale divino, potrebbero darti la rivelazione dell'amore umano. Noi tutti non ti abbiamo accompagnata fin qui che per abbandonarti ad un altro; tu stessa devi avervi pensato, perchè la tua posizione è ancora più precaria della nostra. Noi siamo esauriti.
Ma le parole gli si imbrogliarono, mentre i suoi occhi fisi nello sforzo di dominarsi brillavano di una fiamma lontana di faro.
Nè Ambrosi, nè la contessa Ginevra si mossero.
Egli attese un istante, quasi per aspettare se lo aiutassero, quindi proseguì:
—Il nostro consiglio è che tu devi prender marito.
Bice ebbe un sussulto, guardò la zia, poi De Nittis, e gli rispose seccamente:
—Nient'altro.
—Per ora basterà,—intervenne il dottore cercando di rompere con uno scherzo la tensione della scena.
—Vi siete dunque riuniti per questo?
E il suo viso, divenuto improvvisamente duro, aveva una espressione energica di orgoglio.
—Non sei più una bambina, Bice mia: e se io non ci sarò più quando lo piglierai?—ribattè affettuosamente la contessa Ginevra, prendendole una mano.—De Nittis ha ragione, anche per Lamberto ti lasciasti guidare da lui.
—No;—rispose impetuosamente Bice,—egli avrebbe voluto che lo sposassi.
—Non ti piaceva: non hai veduto nessun altro dopo?
Bice corse nuovamente collo sguardo sui loro volti, mentre un tremito di freddo la scuoteva dentro l'abito bianco. Ma De Nittis non le lasciò il tempo di replicare. Era sempre in piedi, appoggiandosi con ambe le mani ad un tavolinetto formato di bastoncini, nell'atteggiamento di un oratore, che sta per concludere il proprio discorso.
—A che scopo resistere? La giovinezza è una sola stagione anche per lo spirito, ma se quello, che doveva esservi compito, non lo fu, diventa rimorso. Lasciati consigliare da tua zia: ella ha diritto d'importi tutte le forme dell'amore, anche quello di sposa e di madre, essendo stata tutto per te. Non puoi rimanere così orfana, dopo essere nata senza padre e quasi senza madre; il tuo cuore ha bisogno di questi sentimenti, che solo una famiglia germogliata dalla sua profondità può dargli. Noi vogliamo la tua felicità, tutto quello che la vita concede, pur facendoselo pagare caramente, ma senza cui non si può dire di aver vissuto. Noi non saremo forse ancora molto tempo intorno a te, noi vecchi: voi, contessa Ginevra, non lo siete ancora, parlo per me e per Ambrosi…. noi, che ti abbiamo adottato per tutto quello che ci era mancato, per tutti quelli che non potevamo più amare, abbiamo anche noi il diritto di vederti felice, amata da un uomo giovane come te. Non pretendere di isolarti, negando alla vita l'omaggio di una intera dedizione, giacchè anzitutto sarebbe indarno.
—Perchè dunque volete voi rimanere scapolo?
—Perchè lo sono rimasto piuttosto? Perchè? Questo perchè è già vanito, e sarebbe inutile cercarlo adesso che la mia vita è consunta: ma tu invece ti affacci alla primavera.
Rosa entrò portando il caffè; Bice per troncare quel discorso le andò nervosamente incontro, e l'aiutò a deporre il bacile sul tavolino.
Tutti rimasero impacciati. De Nittis si accorgeva di aver parlato con uno stento, che doveva parere enigmatico al dottore e alla contessa: istintivamente si mosse per uscire da quel gabinetto, nel quale si sentiva soffocare.
Poi temeva di aver la faccia stravolta.
Rosa aveva lasciato versare a Bice il caffè, sedendosi sopra uno sgabello in un angolo, silenziosa.
Allora il dottore fece un cenno a De Nittis che voleva dire: è andata male! adesso provo io.
Infatti respinse da Bice la tazza di caffè.
—No, se non mi dici di chi sei innamorata.
Rosa alzò la testa, la contessa Ginevra si appressò.
—Sono innamorata!
—Dimmi di chi. Sei diventata magra come una stecca: gli piacciono dunque le donne magre a costui?
—Non lo so, io non gli piaccio certamente.
A questa risposta inintelligibile il dottore e la contessa si guardarono maravigliati.
—Capisci tu, De Nittis?
Egli parve tardare un istante, poi rispose intrepidamente:
—No.
—Lo senti? neanche lui.
Ma Bice, che si era rivolta verso la zuccheriera per nascondere la propria emozione, accorgendosi che egli stava per uscire, lo fermò.
—Perchè dunque volete andarvene? Non avete nessun'altra buona ragione da dirmi? Ecco il caffè.
—Delle buone ragioni te ne dirà finchè vorrai, mia cara,—ricominciò la contessa Ginevra cingendole con un braccio la vita, appena De Nittis con un inchino, che avrebbe voluto indarno essere ironico, le ebbe preso la tazza dalle mani.—Ma tu non hai ancora voluto dirci nulla, siamo tutti qui intorno a te, aspettando la tua risposta: guarda il dottore come è diventato per l'impazienza.
—Lasciatela stare, gridò questi: i figli sono tutti così, anche quelli che si adottano. Se Bice non vuol dirci di chi è innamorata, se non è innamorata di nessuno, il che è anche peggio, io non c'entro. Non sono che un medico, mi manderai a chiamare se ne avrai bisogno.
—Non vi chiamerò, non voglio che mi salviate un'altra volta!—gridò anch'essa col massimo impeto, mentre i singhiozzi la prendevano alla gola, e fuggì lasciandoli sbigottiti dell'accento, col quale aveva pronunziato queste ultime parole. Rosa era già uscita dal salotto per seguire la fanciulla.
Allora si consultarono: che cosa era? Perchè Bice aveva un contegno così inesplicabile? Quale terribile passione le era entrata in cuore per mutarle così il carattere, e comprometterle la salute?
Il dottore era più agitato degli altri.
—Pare impossibile che voi, contessa, non abbiate dovuto accorgervi di nulla!
—Come avrei fatto? Ditemelo dunque. Anche il professore, che è stato a Roma con noi otto giorni, non ha saputo scoprir nulla,—ella rispose piccata.
De Nittis, nel terrore che quei due si rivolgessero ancora per chiedergli un altro consiglio, si sentiva negli occhi lo stesso sforzo di pianto, pel quale Bice aveva dovuto fuggire precipitosamente dal salotto. Quindi una speranza insensata di poter cedere all'amore per impedirle di morire, gli si levava raggiando dal cuore: perchè dinanzi al mistero della passione anche questa volta la ragione non si ritirerebbe ammutolita?
Ma il dottore inquieto si disponeva già a salire da Bice.
—Dove andate?—interrogò la contessa Ginevra.
—Ella sola può trionfare di sè stessa,—soggiunse De Nittis:—tutta l'esperienza degli altri è senza valore per un'anima, che si trova dinanzi ad una nuova strada.
—Con questo tuo spiritualismo ne ho visto parecchie delle anime cascare nel fosso e rompersi l'osso del collo.
—Credi che i tuoi consigli lo avrebbero impedito loro?
—A più di una certamente.
Pochi minuti dopo ridiscese ingrugnito perchè Bice non lo aveva ricevuto. Allora la contessa Ginevra non avrebbe voluto lasciarli partire per non rimanere sola con Bice in casa, ma con tutta la migliore volontà essi non avrebbero potuto mancare così agli obblighi della loro professione a Bologna; poi era meglio, per il momento, non irritare di più la fanciulla.
La partenza fu melanconica, la contessa Ginevra aveva le lagrime agli occhi: tutta l'ammirabile superiorità del suo spirito si perdeva davanti al pericolo, che minacciava Bice.
Questa, la sera stessa, prima di andare a letto, le disse che sarebbe partita dimani per Corticella, solamente con Rosa; la contessa sempre più impressionata si guardò bene dal farvi obbiezione, sebbene fosse questa la prima volta che Bice voleva restare sola.
—Non mi permetterai di accompagnarti? No, no,—fu pronta a soggiungere vedendola fare uno sforzo,—verrò a trovarti fra qualche giorno,—ma il suo accento era così triste, che l'altra ruppe in pianto.
Rimasero abbracciate, poi si separarono senza che la fanciulla le avesse confidato altro.
La mattina sulle dieci Bice partì per Corticella, nel grande calesse con Rosa, mentre la contessa Ginevra telegrafava la triste notizia al dottore. Questi lo disse la sera stessa a De Nittis in casa della contessa Maria.
—Povera Ginevra!—essa esclamò,—domani sarà certamente qui.
Infatti arrivò il giorno dopo, sulle undici, avendo già saputo dal fattore che Bice si era chiusa nella stanza della povera Ada. Allora l'ansia crebbe in tutti pei ricordi funerei di quella villa, nella quale nessuno della famiglia da oltre venti anni aveva osato ritornare. La contessa Ginevra aveva imposto al fattore di venire due volte per giorno ad avvisarla di ogni più piccola cosa, ma le informazioni erano sempre uguali: la fanciulla non piangeva, parlava poco, ritornando sempre nella camera della mamma.
—Vuoi morire qui?—le chiese il dottore, andato a trovarla un dopo pranzo all'insaputa di tutti.
—Che cosa ne pensereste in questo caso?
—Che sei cattiva, dimenticando così tutti i tuoi obblighi.
—Lo so, ma di chi la colpa se non ho la forza di soddisfarli?
—Ti pare dunque così difficile vivere?
—Mi avete pure sempre detto che la vita è una lotta, nella quale vi debbono essere necessariamente dei vinti? Io lo sono stata sino dalla nascita.
Il dottore aveva tentato indarno di farla parlare ancora, poi se ne era andato più triste di prima. Al momento della partenza Bice lo incaricò dei saluti per tutti, meno che per De Nittis: il dottore non confidò questa prova che cinque giorni dopo alla contessa Maria.
—Non ha mai ricordato De Nittis durante la vostra visita?
—No.
Quella sera la contessa Maria osservò attentamente De Nittis, meravigliandosi di non aver prima notato il grande cambiamento avvenuto in tutto il suo essere. Quella bella serenità spirituale, che lo rendeva quasi giovane, era scomparsa: adesso era veramente vecchio, colla faccia piena di ombre e la persona stanca, che si appoggiava istintivamente su tutto. Quando parlava la sua voce aveva dei toni bassi, nei quali le parole si affondavano come sembra talora degli uccelli migranti, laggiù, nelle ombre della sera.
—Professore,—gli disse profittando di un momento, in cui le era seduto vicino, e il dottore e la contessa Ginevra non avrebbero potuto udirla:—credete anche voi che Bice sia innamorata?
—Come non crederlo?—cercò di rispondere evasivamente.
—Allora il suo dolore deve dipendere dal non essere amata.
Quelle serate erano di una grande tristezza per tutti. I vecchi domestici passavano per le stanze simili ad ombre annoiate, non vi era più nulla da fare, nessuno dava più ordini. La contessa Ginevra rifugiata presso la contessa Maria non tornava con lei a casa che per aspettarvi De Nittis o il dottore e ripetere con essi le medesime cose della sera antecedente. Ma la speranza che Bice, lasciata così a sè medesima, riacquistasse più prontamente il proprio equilibrio, scemava tutti i giorni. In una ultima lettera alla contessa Maria, ricordandole una sua frase, ella parlava della vita monastica come della sola possibile per coloro, che il mondo non vuole o che non sanno volerlo.
—Ecco il pericolo vero per certe teste, quando si è voluto dar loro una educazione bigotta!—proruppe Ambrosi.
—Ma dottore!
—Lasciatemi dire, contessa Maria: perchè fuggire davanti alle difficoltà della vita? Il monachismo è una diserzione: per pregare non c'è bisogno d'imprigionarsi. Chi lavora prega.
—Eppure l'anima umana ha un bisogno egualmente incontentabile di solitudine e d'intimità,—ribattè De Nittis.—Il monachismo non è una diserzione più che non lo siano l'arte e la scienza, nelle quali si vive quasi sempre stranieri anche a quelli della vostra casa.
—Adesso tu sosterrai per mania filosofica che Bice farebbe benissimo a prendere il velo.
De Nittis ebbe un sorriso penoso.
—Nessuno di noi potrebbe sottrarla a questa fascinazione dell'ideale.
—Non è vero: io, tu stesso, se ella t'amasse, lo potresti. Dio non è amato che quando non si può più amare altro; è il suo lotto, pari a quello di noi altri vecchi.
De Nittis a questa allusione diretta impallidì visibilmente.
—Ve ne andate?—esclamò la contessa Maria, che lo osservava acutamente, vedendolo cercare il cappello.
—Neanche tu stai benissimo da qualche tempo,—gli si rivolse il dottore.
Allora le due contesse si preoccuparono di lui come messe in allarme da quelle parole di Ambrosi: De Nittis dovette rispondere a molte domande affettuose, restando lì in mezzo, impacciato, titubante di andarsene. La contessa Maria lo accompagnò sino nell'anticamera.
Per tre sere De Nittis mancò. La sua malinconia era diventata di giorno in giorno più cupa dopo quella fuga di Bice, nella quale sentiva il dolore di una passione pari alla propria. Invano egli si era tutto detto colla critica spietata, che usiamo solo contro noi stessi, cercando di sollevarsi sempre più in alto nella sfera luminosa del dovere; più invano osservando il proprio rapido decadimento ne aveva quasi gioito come di un fatto, che verrebbe a troncare violentemente l'angoscioso dibattito dei loro cuori, perchè Bice stessa non potrebbe resistere alla rivelazione improvvisa di quella vecchiezza, quando egli non le sembrerebbe più che un malato; tutto era egualmente doloroso ed inutile, anche questa compiacenza della morte, dalla quale la sua anima di uomo si levava irresistibilmente con un lungo grido di amore. Anch'egli voleva essere amato almeno una volta come ogni uomo, per quanto basso ed infelice, deve pur esserlo: era questo lo scotto, la ragione suprema della vita. Sciaguratamente la passione di Bice, nata e cresciuta inconsapevolmente come la sua, era anche essa di quelle che non transigono: ella morrebbe al pari di lui, avvolta nel proprio segreto come in un velo invisibile.
A che pro lottare ancora? Perchè tornare tutte le sere dalla contessa Ginevra a soffrirvi un martirio atroce ed inutile con quei discorsi pieni di allusioni e di sbigottimenti, sotto i quali egli sentiva l'egoismo inconscio di una vecchiezza, che non voleva essere abbandonata? Invece egli amava Bice per lei stessa, e l'avrebbe consegnata colle mani tremanti e la fronte alta al giovane, che ella avesse preferito destandosi da quel sogno impossibile d'amore a pallidi riflessi lunari. Avrebbe avuto ancora la forza di parlare per darle nella poesia di un augurio il suo ultimo addio, e se ne sarebbe andato.
Invece l'ostinazione di Bice lo condannava allo strazio di una muta tragedia, della quale era impossibile indovinare l'ultimo atto; se la fanciulla resisteva nell'amore, egli doveva essere anche più incrollabile nella ragione. D'altronde non era egli amato, non aveva già avuto tutto così? Il matrimonio, lungi dal compiere il loro amore, lo avrebbe forse ucciso colla miseria di quelle stesse gioie, che negli altri lo fanno vivere.
Ma dopo essersi allontanato così da tutti, lo riassaliva più doloroso il bisogno di sapere che cosa fosse accaduto di lei: era sempre in campagna? Si era ammalata? Come mai il dottore non era venuto a trovarlo?
La vecchiaia era dunque davvero senza amici come tutte le povertà?
Poi lo seccava di essere sorvegliato anche in casa da Margherita. La buona donna, angosciata dal vederlo deperire a quel modo, gli veniva più spesso intorno per chiedergli se non avesse bisogno di nulla, ma cercando più che altro di farlo parlare. La sera, quando, invece di uscire come al solito, si chiudeva nello studio, essa insisteva più lungamente perchè andasse dalla contessa Ginevra, meravigliandosi che avesse cessato le visite, ora appunto che Bice era ammalata.
Quindi De Nittis doveva sopportare nuovamente i suoi discorsi su Bice, dai quali tratto tratto sorgevano certe allusioni, come se Margherita avesse davvero indovinato qualche cosa. Una mattina ella s'accorse che il ritratto di Bice non era più nella solita cornice dorata, a piede, sullo scrittoio.
—Dove è andato?—chiese al professore.
—È qui,—rispose mostrandoglielo fra i fascicoli della sua grand'opera:—tutto ciò che mi resta!—Ma correggendosi:—sai, le fotografie si scolorano alla luce, è stato per questo.
Margherita parve crederlo.
—Ma perchè non va piuttosto a trovarla in campagna? Si direbbe che non le voglia più bene.
—Lasciami, ho bisogno di lavorare.
—Eh!—esclamò scrollando le spalle con quel suo moto, che la faceva tremare tutta, e col grosso viso animato da una collera latente:—lei lavora anche troppo, ha bisogno di ben altro!
—Andate, andate,—ripetè bruscamente, senza metterle molta soggezione nemmeno con quel tono insolito; ma improvvisamente fu suonato all'uscio.
Margherita dopo pochi istanti ritornava affannata: erano la contessa Maria e la contessa Ginevra. De Nittis balzò in piedi esterrefatto nel presentimento di una sciagura.
—Bice!—gridò loro colla faccia pallida e un gesto quasi disperato, mentre entravano nello studio.
Le due signore si guardarono, poi la contessa Maria disse sorridendo:
—È lei stessa che ci manda.
Margherita offerse loro due sedie, perchè egli rimasto in piedi non vi pensava, dolorosamente sorpreso di essersi tradito in quel grido, e non sapendo a che cosa attribuire tale doppia visita.
Margherita dovette ritirarsi. Allora De Nittis si sentì perduto: evidentemente le due signore avevano saputo tutto da Bice.
—Veniamo a domandare la vostra mano,—disse la contessa Ginevra col suo bel sorriso di un tempo, tendendogli la propria.
Egli invece indietreggiò sino allo scrittoio.
—Oh! non ricusate un'altra volta,—esclamò la contessa Maria.—Sono io che ho indovinato, e sono andata da Bice a farmi raccontare tutto: ella vi ama con tutta la sua anima, voi non potete quindi pretendere di essere più vecchio di quanto le sembrate. Ginevra ha apprezzato sino alle lagrime la vostra delicatezza.
—Non vi pare abbastanza bello il caso di venire noi stesse a domandarvi la mano?—questa seguitò serbando in tale difficilissima scena tutta la sua signorilità di gran dama.—Noi sappiamo già anticipatamente quello che vorreste dirci: andate invece a mettervi il soprabito e accompagnateci in carrozza. Bice ci aspetta.
—Venga, venga,—gridò Margherita spalancando l'uscio della camera da letto.
—Tu ascoltavi dunque?—le si volse la contessa.
—Avevo dei sospetti già da un pezzo!—ma venga dunque,—e avanzandosi lo tirò per la veste come un fanciullo.
Quando De Nittis ritornò nello studio, prese ambo le mani della contessa Ginevra e le baciò; due lagrime gli rigavano le guance.
—Abbracciatemi piuttosto, non sto per diventare la vostra mamma?
Anche Tonina era accorsa.
La contessa Maria piangeva, poi si riscosse:
—Andiamo, andiamo.
Appena scomparvero per le scale, Tonina e Margherita corsero a spalancare le finestre per vedere il professore salire in carrozza; istintivamente De Nittis alzò gli occhi, e allora esse salutarono agitando famigliarmente le mani fra la meraviglia della gente, che si voltava dalla strada a guardare.
—E noi?—disse improvvisamente Tonina, come destandosi davanti al pericolo di rimanere nuovamente abbandonata.