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La città italiana nell'alto Medio Evo

Note 264 — PARTE SECONDA La città langobarda-franca

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La critica ormai ha pacificamente ammessa l'origine comune e lo svolgimento molto somigliante del notariato dell'Italia langobarda e dell'Italia romanico-bizantina (Mayer E. Ital. Verfassungsg. I. pag. 114 e segg.) e con altrettanta concordia è ammessa, col Brunner, la diretta derivazione del documento medioevale da quello romano; ed è del pari innegabile che i singoli e specifici rilievi del Muratori (Antiq. Ital. diss. VIII. to. I. col. 426), del Lupi (Codex Diplomaticus Bergomensis. Bergomi 1799 to. II. animadv. XLIV col. 494), dell'Handloike (Die lombardischen Städte unter die Herrschaft der Bischöfe, und die Entstehung der Communen, Berlin. 1883 pag. 111), dello Schupfer (Il diritto privato dei popoli germanici etc. II. Città di Castello, 1909 pag. 51 e segg.) danno modo di affermare con sicurezza che i notai medioevali, pur nel loro barbaro latino, si attennero con cura scrupolosa all'uso di termini tecnici e precisi. Ma è altrettanto indiscutibile la grande varietà degli atti di uno stesso tipo, derivante, secondo me, da cause che risalgono a ben remota antichità: varietà che si è cominciato appena ora a mettere in luce da recenti e buoni studi diplomatici.

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