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La baraonda

XI.

Reading edition

—A Casalbara! A Casalbara! Domani tutti a Casalbara!

Questa era stata la parola d'ordine dei dimostranti di Primarole. E l'indomani mattina albeggiava appena e già i carabinieri e le guardie in borghese comparivano qua e là nel piazzale, dinanzi alla villa del duca.

Piovigginava; tutta la borgata, dai tetti neri, uniformi, pareva più bassa, in quello squallore dilagante dell'ottobre bigio, nebbioso.

La villa sola, con tutte le finestre chiuse, s'innalzava più tetra, fra le macchie cupe degli abeti e le macchie giallognole degli ippocastani: l'acqua cadeva dalle gronde, crepitava sul selciato con un mormorio monotono, lugubre.

Qualche notizia dei fatti di Primarole era arrivata confusamente anche alla villa. Pietro Laner ne era rimasto colpito, ne era agitatissimo. Non aveva potuto dormire e si alzava allora col rimorso, il dolore di non essere stato il giorno innanzi a Primarole, alla seduta del Consiglio…. Ma non aveva potuto muoversi da Casalbara, tenuto lì, sorvegliato da Evelina, la quale aveva ripreso, a un tratto, tutti i suoi diritti.

Pietro Laner, inebriato, esaltato dall'amore di Nora, era ritornato poeta; quando Matteo Cantasirena gli ebbe accennato ai pericoli della Cisalpina, per le mene dei soliti nemici, e gli ebbe confidato che Eleonora non era corsa a Milano per la prova di certe toilettes, come gli aveva dato ad intendere, ma bensì a raccogliere armi e vettovaglie per la grande battaglia, Pietro Laner, il poeta dell'Invito, dell'Incanto, dell'Inganno, aveva avuto un impeto di entusiasmo e di gioia. Egli si sarebbe redento salvando quel nome e quella casa! Sarebbe corso a Primarole, avrebbe parlato e votato in favore della Cisalpina: avrebbe dato tutto sè stesso, la vita, e tutto quanto possedeva. Sì! anche il suo capitaletto, ancora le ventimila lire che gli bruciavano come un'onta!

Ruy Blas avrebbe salvato la regina…. ed il re!

Ma quest'impeto di poesia, d'amore e di sacrificio, non era punto condiviso dalla signora Laner. Evelina, anzi, stimava giunto il momento di aprir gli occhi, d'imporsi al marito, di ritornarsene a Crodarossa. Avrebbe scritto alle zie che la visita rimandata nell'estate, essi la facevano adesso, nell'autunno. Ci sarebbe stato un po' di fresco lassù…, ma poco male.

—Va tutto in rovina!… Bisogna scappare, salvarsi, e salvar la mia roba!…—mormorava la signora Laner fra sè.

Pietro, a Casalbara, aveva una camera accanto a quella di sua moglie. Anche il giorno innanzi si era alzato prestissimo, per recarsi a Primarole e concertarsi col Fontanella e coll'Arcangeli, prima della seduta del Consiglio. Anche il giorno innanzi si era vestito piano, ancora col lume…. e già stava per andarsene, quando l'uscio si aprì lentamente e Pietro Laner si trovò dinanzi Evelina, in camicia, con un sottanino legato ai fianchi; Evelina, col viso torvo, sudicio, lustro di sudore e i pochi capelli irti, arruffati:

—Dove vai?—essa gli domandò.

—A Primarole…. Per la seduta del Consiglio….

—A Primarole non si va!…—esclamò la signora Laner avvicinandosi, fissando Pietro cogli occhi biechi, guerci, che nella penombra apparivano più incavati. A Primarole oggi non si va!

—Perchè?—ripetè Pietro, rimettendosi dallo sbigottimento che lo aveva colto al primo istante.—Non hai sentito le raccomandazioni che mi ha fatto tuo zio?

—Resterai qui!—esclamò più forte Evelina, imponendosi.

—Perchè?… Ma perchè?—replicò Pietro a sua volta ribellandosi.

—Perchè io non ti permetterò di rovinare tua moglie per la tua amante!

—Evelina!—gridò il Laner, alzando la voce e nell'impeto, furibondo, alzando anche il pugno chiuso.

—Sì, la tua amante!—replicò Evelina, rimanendo ferma, imperterrita, sotto quel pugno minaccioso.—Ah! Perchè tu eri accecato, come un matto, e non avevi nessun riguardo, nessun rispetto, nessun freno, credevi che io non avessi occhi per vedere? Ho sempre visto tutto, fin dal primo giorno, fin dalla prima sera, dopo il pranzo del ministro, quando "quell'altra" era ubriaca!…—ed Evelina ebbe un sogghigno di sprezzo, di sfida,—Ho sempre visto tutto!

Pietro Laner aggrottò le ciglia.

—E allora perchè hai aspettato tanto?… Perchè aspetti adesso a parlare?

—Perchè…. se ho sopportato tutto…. tutto il resto…. non voglio che oggi tu rovini tua moglie per la tua amante. Questo no, questo non lo voglio!

Pietro ebbe un impeto di collera, si ribellò. Quella donna, mezzo in camicia, che gli appariva come un fantasma fra le ombre della camera e la scarsa luce rosseggiante della candela, era una ladra. Sì! Essa gli aveva rubato il cuore, la felicità, la libertà! E sempre, sempre così! Sempre fra le ombre e la penombra, misteriosamente, perfidamente, sempre così, come un fantasma!… E adesso voleva rubarle anche il suo amore! Ah no! Era finita! Adesso si sentiva forte, perchè si sentiva amato!…

Afferrandola per un braccio, le disse sotto voce, con ira:

—Spieghiamoci! È l'ora di spiegarsi!… Ma senza gridare, parlando piano fra di noi! Nessuno deve sentirci: perchè nessuno deve sapere chi sei!… E anche tu cerca d'indovinare…. tutto ciò che io non voglio dire: che non voglio dire per vergogna di te e di me! Ti basti sapere che io, adesso, ti conosco, che adesso leggo in fondo all'anima tua, in fondo alla tua cattiveria, alla tua ipocrisia, alla tua avarizia, alla tua avidità! Ti basti sapere che oggi io so valutare ogni atto della tua vita, ogni tua parola, ogni tua perfidia. Ho capito, so, perchè hai voluto sposarmi, come sei riuscita a sposarmi. Ho scoperto finalmente la cagione vera, unica, sola, per la quale tu hai chiuso gli occhi, fino ad oggi. Ho capito tutto! So tutto! Ed oggi sono io, io solo, che ha il diritto di imporsi e di alzare la voce, e tu, questo lo sai! Sono io, io solo, che avrebbe il diritto di vendicarsi, e anche questo tu lo sai. Ma io non voglio scene, non voglio scandali. Vado a Primarole, subito, perchè sono consigliere d'amministrazione, perchè devo andare, perchè mi accomoda di andare. E tu ritorna nella tua camera! Ci siamo spiegati per la prima volta: prega il tuo Dio che sia l'ultima. Va via!

La signora Laner non si mosse, rimase impassibile: continuò a sogghignare colle labbra stirate, pallide, sottili, mostrando i denti guasti: un sogghigno, un morso di vipera.

—Sono prudente anch'io,—bisbigliò,—e anch'io parlerò sottovoce. Da quindici giorni, tutte le lettere che pervengono al duca passano per le mie mani; ve ne sono parecchie di anonime: parlano delle vostre passeggiate alla Madonna del Sole, delle vostre…. conversazioni nella selvetta dell'Ercole…. delle vostre colazioni alla Corona Bianca! Le ho tutte, dalla prima all'ultima: tu vai a Primarole, butta all'inferno anche quel poco nostro danaro per la tua amante, colla scusa della Cisalpina, va, rovina tua moglie e io consegno quelle lettere al duca. E bada, il duca non è tale da scherzare, trattandosi del suo onore.

Così la signora Laner si era imposta a suo marito: e tanto più era riuscita, in quanto il Casalbara cominciava a sospettare la verità.

Il duca sospettava del signor Laner, del dottor Foresti, di Nora: sopratutto di Nora. Quella gente lo ingannava; lo tradiva, perchè?…

Qual era il loro scopo? Il loro interesse? Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?…

La quiete, il lungo riposo, il vivere separato dalla moglie, gli avevano giovato, anche alla sua intelligenza. L'assopimento non era più continuo: la sua mente si risvegliava tratto tratto colla visione lucida della realtà, e allora, vigilante, sospettoso, osservava tutto, spiava tutti, attentamente, acutamente, finchè l'inquietudine stessa, l'angoscia di quei dubbî, di quei sospetti, l'ansia dolorosa dello spirito affaticato nella continua tensione, lo prostravano, lo accasciavano…. e allora, come prima, le idee, i pensieri, i desideri, la mente tornavano a confondersi, ad annebbiarsi…. a svanire….

—Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?…

Nè il dottor Foresti, nè la signora Laner non si erano accorti subito che il duca cominciava a capire, cominciava a sospettare. Quel vecchio bamboccio mezzo addormentato, istupidito e inebetito dalla moglie giovane, non incuteva loro nè rispetto, nè compassione: fra loro due, quando rimanevano soli col duca, ne ridevano sommessamente: erano appena mezze parolette, mezze frasi buttate alla sfuggita…. ma che non sfuggivano al duca, attentissimo, inquietissimo.

—Perchè si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui?…

Il Casalbara, ormai, aveva chiaro anche il sospetto: il collirio di atropina che gli faceva bruciar gli occhi per un paio d'ore, il regime rigoroso di vita che gli era imposto dal dottor Foresti, la continua sorveglianza e la segregazione assoluta, celavano ben altro scopo, ben altro fine!… No!… non era la sua salute che premeva a quella gente…. a quella signora Laner così assidua, premurosa, così melliflua…. e così beffarda…. a quel dottor Foresti, così ossequioso, umile, servile…. e così falso…. No! Non era la sua salute, no, no, no!

E non volle più saperne delle istillazioni, non volle più prendere medicine.

Il dottor Foresti era inquieto. Non aveva ecceduto nell'ubbidire agli ordini di Matteo Cantasirena?…. Nel prevenire i desideri della duchessa?

—Attenti, signora Laner,—aveva detto il Foresti.—Il duca sospetta qualche cosa.

Gli occhi di Evelina guizzarono dietro il barbaglio delle lenti grosse, traballanti. Si avvicinava il giorno di scappare a Crodarossa!

Il Casalbara era già stato sul punto di smascherare il dottore, di smascherare la signora Laner, di costringere sua moglie a confessare;… ma la fatica stessa di dover fare e sostenere una scena così dolorosa, il timore delle conseguenze di uno scandalo, e lo sgomento di restare ancora più solo, ancora più abbandonato, di essere ancora più odiato, lo avevano reso esitante, lo avevano trattenuto…. lo avevano indotto a calmarsi, a sperare.

E poi, se si ingannava?

No…. No…. Non si ingannava. Si erano messi in lega, tutti in lega, contro di lui!

—Bisognava smascherarli tutti, smascherare sua moglie!… Quell'infame!…

Ma la verità voleva scoprirla lui solo, da solo!

L'onore della casa, il nome sacro dei Casalbara, il nome di suo fratello, dovevano rimanere puri, intemerati!

Sua moglie aveva un amante?…

No. Non era possibile. Era troppo fredda, non aveva cuore.

E poi era sempre lì…. a Casalbara…. e lì a Casalbara non c'era nessuno.—Quel Laner?… Il primo amore…. forse la compassione…. la pietà?…

No: questo dubbio era assurdo: era una pazzia. La moglie stessa del Laner non era della lega, non era in lega contro di lui?

Perchè dunque lo tradivano?

Forse un raggiro della vecchia canaglia?… Di Matteo Cantasirena?

Quel dottor Foresti, quella signora Laner erano sue creature….—E anche sua moglie, era una creatura del Cantasirena…. Ma adesso che aveva tutto ottenuto…. tutto quello che voleva…. Eleonora, la regina, la sua stella non si faceva più vedere…. nemmeno vedere!… Eleonora così buona…. quando voleva esser buona…. Eleonora tanto bella…. tanto bella!

…. E non pensava più che alla moglie, si addormentava nel pensiero della moglie, dimenticava Matteo Cantasirena e la Cisalpina, svanivano i timori, svanivano i sospetti…. e tornava a credere nel dottor Foresti, e tornava a pregare, a supplicare, a scongiurare la signora Laner di non abbandonarlo:

—Oh, lei…. lei è buona!… A lei non fanno ribrezzo i poveri vecchi, i poveri ammalati!

…. Nora rimase tre giorni senza mostrarsi: il Casalbara ebbe un impeto di collera, di sdegno: essa avrebbe dovuto avere qualche riguardo, almeno per la gente. Mandò a farla chiamare: ma era appunto il giorno in cui la duchessa si trovava a Milano, occupata col Galli per le centocinquemila lire.

—A Milano?… Senza nemmeno avvisarmi?

—È andata a Milano per parlare col ragioniere Vigliani, e per provarsi dei vestiti—si era affrettata a rispondere Evelina.—Ha detto che tornava stasera, e se i vestiti non erano pronti, domattina. Voleva salutarla, ma il signor duca dormiva….

—Non dormo sempre…. dormo meno di quanto si crede….—borbottò il Casalbara.

Tuttavia il duca finse di non arrabbiarsi per quella partenza improvvisa. Gli era balenata un'idea per scoprire la verità. La lontananza di Eleonora lo rendeva più forte, più sicuro di sè. Anche il dottor Foresti era a Milano: meglio: minor sorveglianza, nessun pericolo di destare sospetti.

La sua grande idea per scoprire la verità era ingenuamente semplice. Di notte, quando tutti sarebbero stati addormentati, egli, chiuso nella camera di sua moglie, avrebbe cercato, rovistato, frugato in tutti i suoi cassetti. Se aveva un amante, se lo tradiva, egli avrebbe trovato una lettera, un indizio, e allora…. allora sarebbe partito anche lui per Milano!

Nel cuore della notte, quando tutti dormivano, il Casalbara entrò infatti adagio, in punta di piedi, furtivamente, nella camera della moglie.

Aveva pensato, rimuginato a lungo quel suo piano, colla meticolosità dei vecchi e dei malati: aveva portato con sè tutte le sue chiavi e il suo grosso coltello di carrozza. Fece scattare subito tutte quelle deboli e piccole serrature…. frugò, cercò, ma non trovò niente…. niente…. altro che la grazia, la bellezza, il profumo di sua moglie, dovunque, in tutti quegli oggetti…. Niente, niente, niente!… Povera Eleonora!… L'aveva calunniata…. Se avesse avuto un amante, egli avrebbe trovato certo una lettera, un fiore, un ricordo, un indizio! Invece, nulla!… E cacciava la faccia in quei cassetti aperti, respirando quel profumo, deliziandosi….

—Eleonora! Eleonora!… Dio!… Dio!… Purchè ritornasse buona, come le avrebbe data tutta la vita…. Tutta la vita…. per una notte soltanto…. una notte di Nizza!…

Vedeva la moglie in quella stanza…. la sentiva. Respirava dappertutto il suo odore di bionda e di lilas de Perse….

Si avvicinò al letto; al letto apparecchiato per la notte. Guardò, baciò, respirò quelle trine, quei veli di batista e di surah…. baciò i guanciali…. baciò tutto il letto…. e lì sul letto di sua moglie, cercando, aspirando il profumo di sua moglie, si assopì…. finì per addormentarsi….

Dormì così fino alla mattina, e fu destato di soprassalto da un clamore assordante di voci, di grida, di urli, di fischi. Spaventato, scese dal letto.

Dalle gelosie chiuse entrava un filo di luce….

Non era nella sua camera…. Dov'era?…

Allora si ricordò. Era nella camera di sua moglie. La camera di sua moglie era in faccia al piazzale.

Ma perchè quegli urli, quei fischi, tutto quello schiamazzo?… A tentoni si avvicinò alla finestra, l'aprì…. Tutta la piazza era piena di gente tumultuante…. era piena di ombrelli…. pioveva a dirotto…. c'erano guardie e carabinieri!…

A un tratto udì una voce forte, stentorea:

—"Morte al Casalbara! Morte ai ladri della Cisalpina!"

Tutto il sangue gli salì alla testa con un sussulto Spaventoso.

—Mentitore!—gridò. Ma il grido debole, rimase soffocato nella strozza: nessuno aveva visto il duca alla finestra; nessuno aveva udito il suo grido.

In quel punto, due, tre, dieci, venti contadini, una frotta di contadini, scavalcato il muro di cinta, attraversarono di corsa il giardino, sotto la pioggia fitta, diguazzando nell'acqua, precipitandosi verso la casa.

Un carabiniere, alcuni questurini in borghese si staccarono dagli altri che eran di guardia al cancello, e si avventarono loro incontro per arrestarli.

—Dove andate?… In dietro! In dietro! In dietro!

—Dal duca! Dal duca! Vogliamo intenderci col duca! Vogliamo i nostri denari!

I carabinieri, le guardie si oppongono; la colluttazione, corpo a corpo, sotto il diluvio, si fa violenta, accanita. In quel punto, dalla gradinata si precipita Pietro Laner, in aiuto dei carabinieri, delle guardie, scongiurando quella gente a calmarsi, a scegliere una commissione di due, di tre per parlare al signor duca…. Lui stesso li avrebbe introdotti.

—Non abbiamo bisogno di voi!

—Non vogliamo saperne di voi!

—Va dalla duchessa!

—Chi siete voi? Ah! l'amante della duchessa!

—Va alla Madonna del Sole! Alla selva dell'Ercole! Arrivederci alla Corona Bianca!

—Va via! Va via! Mantenuto! Lascia fare!

—Noi, si lavora, noi! Mantenuto!

Pietro Laner indietreggia: una parola ancora più turpe, oscena, solleva i fischi, gli urli di tutta quella gentaglia furibonda.

—Vada via lei!… Vada via!—gli bisbigliano le guardie, i carabinieri,—o noi non si risponde più di niente.

Pietro Laner indietreggia ancora livido, allibito, fradicio…. sale la gradinata…. nuovi improperi, urli, fischi, sassate…. Non ode più nulla, gli si annebbiano gli occhi…. barcollando entra in casa, si trova dinanzi allo spettro del duca e fugge…. fugge ancor più spaventato, come impazzito.

Il duca di Casalbara solo, senza cappello in testa, si affaccia sull'alto del terrazzo.

—Il duca! Il duca!—grida la folla e tutti lo circondano tumultuosamente.

—Vogliamo i nostri denari!

—I ladri della Cisalpina ci hanno rubato le nostre paghe!

—Il nostro sangue!

—Vogliamo giustizia!

—Sì!… Sì!… Sì!…—risponde il duca balbettando; cogli occhi sbarrati, fissi nel vuoto.—Sì!… Sì!… Sì!… Giustizia fino all'ultimo!… Giustizia per tutti!… Giustizia fino all'ultimo…. Lei!… Lei!…

L'occhio è sempre fisso nel vuoto, le labbra tremanti, livide, gonfie, le vene delle tempie turgide, pulsanti.

—Giustizia!… Giustizia fino all'ultimo…. Lei!… Lei!… A Milano!

Il pretore, corso lì colle guardie, e il delegato colgono a volo quella parola: Milano.

Pensano di allontanarlo, di allontanare il pericolo e così ottenere la calma.

—Il signor duca parte subito per Milano! Per parlare col prefetto! Per far arrestare i ladri…. Per rendervi giustizia!

—Sì!… Sì!… Giustizia!… Giustizia fino all'ultimo!

—Adesso! Subito!…

—C'è la corsa!

—Bisogna aspettar la corsa!…

—Giustizia!… Giustizia!… Giustizia per tutti!… Giustizia fino all'ultimo!—e il duca borbotta ancora fra sè:—Ammazzarla…. Ammazzarla…. Lei!

La gente, sotto gli ombrelli, non si muove dal piazzale, ma non è più minacciosa.

—Povero vecchio! Non sapeva niente! Era ingannato! Era tradito come noi!… Il Casalbara! Il duca!… È sempre stato buono! I Casalbara sono sempre stati la provvidenza del paese!

E quando il duca attraversò la folla per recarsi alla stazione, scoppiò un urrà d'applausi:

—Viva il Casalbara!

—Viva il Presidente della Cisalpina!

E gridando: Viva il Presidente! Viva il Casalbara! e agitando, squassando gli ombrelli lo accompagnano alla stazione.

Il duca, di tutta la scena, non ha impresso che quella parola: "ladro" confusa col nome dei Casalbara, e la rivelazione dell'infamia di sua moglie nelle urlate della folla, contro il Laner, contro "l'amante della duchessa!"

Coloro che lo hanno accompagnato in vagone, un suo fattore ed un suo vecchio fittabile, lo spingono al finestrino per ringraziare la folla, che continua ad applaudire, a gridare evviva, ad agitare i fazzoletti e gli ombrelli.

—Giustizia!… Giustizia fino all'ultimo! Giustizia per tutti!—risponde il Casalbara e torna a sedere, a balbettare col tremito delle labbra violacee: Giustizia…. Giustizia…. Milano…. Giustizia….—e poi più rauco, più sottovoce, sussultando:—Lei…. Ammazzarla…. Lei!

Giunto a Milano, alla stazione, si sente quasi mancare: beve, ingoia un bicchierino o due di cognac… Non vuol essere più accompagnato da nessuno, assolutamente.

—Sto bene!…. Mi sento bene!…

Gli altri lo lasciano andare in brum, ma poi gli tengono dietro, pure in carrozza.

Quando il brum si ferma dinanzi al palazzo, il portiere accorre…. lo aiuta a scendere.

—Lei?… Lei?…—borbottò il Casalbara.

—La signora duchessa?… È in casa, Eccellenza; è in casa.

—È col signor Cantasirena,—gli dice la Vittorina sopraggiungendo. E lo aiuta a salir le scale.

Il duca, arrivato nell'anticamera, impone alla Vittorina di fermarsi. Si avanza solo, barcollando. A brevi passi precipitosi, appoggiandosi ai mobili, arriva al salottino di sua moglie.

Nora, vedendolo, getta un grido. Il duca si appoggia allo stipite dell'uscio, la fissa…. la fissa in un modo terribile…. vuol parlare…. imprecare…. alza la mano come per maledirla, per colpirla, ma la parola gli resta soffocata, strozzata…. non gli esce dalla bocca che un rantolo…. Si piega su sè stesso, fa per abbrancarsi alla tenda della portiera e stramazza, rotolando sul tappeto, ai piedi di Nora.

—Dio! Dio! Dio!…

—Giovanni!… Giovanni mio!…—balbetta pallido, allibito Matteo Cantasirena. E lo solleva a stento, lo porta, trascinandolo, sul canapè.

Nora, rimane immobile, muta.

Il Casalbara aveva gli occhi sempre aperti, fissi, sbarrati: dal naso, dalla fronte gli gocciolava il sangue: il respiro rantoloso gli portava un gorgoglio di schiuma bianca, sulla bocca storta, contratta.

XII.

I disordini di Primarole e di Casalbara! Anche a Milano non si parlava d'altro.

Due morti! Parecchi feriti!… Il duca Giovanni, il presidente della Cisalpina, il solo gentiluomo fra tanti imbroglioni, preso a sassate, scampato a stento dalla marmaglia furibonda!

—Ecco le colpevoli catastrofi che preparano, che affrettano la rivoluzione sociale!…

—E chi meno ne ha colpa, paga per tutti!

—Quel povero Tolomei? La Cisalpina gli ha dato il tracollo! Il Bizzarelli, il Vergani, il Palazzoli, il Brunetti?… Tutti galantuomini, gente di lavoro, padri di famiglia, buttati sul lastrico!… Anche il conte Bobboli, tirato dentro pei capelli, intimidito, ricattato, come forse il Duranti! Anche il Beretta, persino donna Alessandrina, la madre di Pio Calca!… Tutti senza un soldo!

—È un crac terribile, che rovina mezza Milano.

Ma poi la gente seria cominciava a infastidirsi:—Peggio per loro! Per l'ingordigia di far milioni in un anno, per l'ambizione, per la smania del ciondolo di deputato, non dovevano fidarsi di una canaglia come il Cantasirena, di un ambizioso imbroglione come il Fontanella!

E i giudizi a mano a mano mutavano, e cominciavano le insinuazioni e le accuse.

—Quanto al Tolomei,—sussurravano i meglio informati,—è sempre stato uno spiantato. Vive di questo: si guadagna la vita a furia di andare in malora!

—Tutti gli altri? Il Bizzarelli, il Brunetti, il Vergani? Creature del Cantasirena e del Fontanella! Fantocci, teste di legno; tutta gente che casca in piedi!

—Quel beì del conte Bobboli? Ne ha sempre fatte di tutti i colori…. dal bianco d'avorio al nero d'ebano!

—Chi però ci lascia la pelle sono i pesciolini minuti; quei poveracci di campagna, adescati, ingannati, sfruttati colle azioni e cogli appalti! Questi sono da compiangere! Questi gridano vendetta!

—Ci vuole un esempio! Un esempio di "alta moralità".

—Ma il Fontanella, il Cantasirena, si cacciano in prigione sì o no?

—Bisogna purificare l'ambiente!

—E riguardi per nessuno!… Tutto il Consiglio d'amministrazione sotto processo!… E anche il presidente! Anche il Casalbara!… Peggio per lui se è un imbecille; non doveva ficcarsi negli affari!

—E poi, anche il Casalbara, non si pappava venticinquemila lire di stipendio?

—Dicono cinquantamila, senza le rappresentanze e il resto!

—Sotto processo anche il Casalbara!

—È ora di finirla coi riguardi, coi privilegi! Ci vuole un esempio!

—Bisogna purificare l'ambiente!

—Ma il governo che fa?

—Il Governo manda i suoi ministri a Primarole!

—La colpa è del prefetto!… Un camaleonte!… Un pusillanime!… E anche il Bonforti e il Ghirlanda, i radicaloni, i socialisti che sostengono la Cisalpina per paura di perdere il collegio!… È una vergogna, uno scandalo!

Intanto un'altra voce cominciava a diffondersi, una voce che si voleva soffocare, ma che a mano a mano correva più insistente, più impressionante.

Il signor Galli, il procuratore della banca Kloss era scappato in America! No, era scappato in Grecia! Era scappato con duecentomila lire!

Il Kloss protestava che non era vero niente, il suo procuratore era a Turin.

—In tucc ciaccer!

Ma non credevano più nemmeno al Kloss.—Il Galli era proprio scappato: l'ammanco era di mezzo milione!—Aveva messo in pratica il socialismo per proprio conto, quello lì!

—Ma se pareva un galantuomo? Aveva giuocato in Borsa?… No! Cherchez la femme! Una donna? Il Galli? Un uomo tutta famiglia! Un uomo serio, posato?

—Invece aveva una relazione segreta, con una delle signore più eleganti dell'alta società alla quale pagava conti per molte migliaia di lire!…—Ma no, non era una signora!… Era una ballerina! Erano scappati insieme!…

—In tucc ciaccer!—continuava a ripetere il Kloss. Ma un giorno, in un braccio morto della Vettabia, nelle acque limacciose, sporche, nere, inquinate dalle vicine tintorie, fu pescato un cadavere gonfio, sfigurato. Era il procuratore della Banca Kloss; era il signor Galli.

—Altro che scappare con una ballerina! Si è buttato nel Naviglio, si è annegato!

—Ma la ragione del suicidio?

—La Cisalpina!

—Era stato tirato dentro nella Cisalpina! Aveva conosciuto Matteo Cantasirena dal duca di Casalbara! Si era lasciato suggestionare!

E quel suicidio del Galli, riverberava una luce ancor più sinistra sulla Cisalpina, sui misteri della Cisalpina, sulle influenze losche, tenebrose di quella vasta associazione di malfattori che si chiamava la Cisalpina, e tutti protestavano che volevano la luce, la luce, che bisognava rischiarare, purificare l'ambiente!

Anche i giornali gridavano alto, su tutti i toni:

—Si determinassero nettamente le responsabilità!

—Si facesse un'inchiesta severa, esauriente!

Ognuno però voleva che si cominciasse in casa del vicino….

Matteo Cantasirena, il Fontanella, tutto il Consiglio d'amministrazione, non dovevano essere i capri espiatori di nessun interesse privato, di nessuna camorra.

—Il pubblico ha diritto di sapere di che genere furono le compromissioni del Bonforti e del Ghirlanda!—gridavano gli uni.—L'inchiesta non deve arrestarsi alla soglia dei palazzi prefettizi!—gridavano altri.

E altri ancora:

—E neppure deve arrestarsi dinanzi alla sagrestia e alla Curia! Fuori tutti i pasticci della fabbricceria di Castellanzo col Fontanella! Alla gogna anche i preti e i monsignori della Cisalpina!

Il fermento era straordinario: la moralità politica, la moralità sociale volevano un esempio, imponevano la luce: la luce piena, intera, senza privilegi, senza immunità, la luce su tutto, la luce su tutti!

E un raggio appunto di questa luce tanto desiderata, di questa luce tanto invocata avrebbe potuto diffondersi…. per mezzo del Kloss, del commendator Francesco Kloss, il quale, rovistando nella scrivania del suo procuratore, aveva trovato il famoso dispaccio spedito al Galli dalla duchessa:

"Arrivo stasera Milano. Venga subito.

"ELEONORA CASALBARA"

E mentre faceva questa scoperta, il Kloss veniva pure informato dalla Banca Insubria dei due chéques per centocinquemila lire, intestati a Matteo Cantasirena, e firmati dal Galli.

—La pionta pericolosa!… Il trabocchetto!—esclamò il Kloss.

Infatti fra la data degli chéques, e la data del dispaccio, la distanza era appena di ventiquattr'ore…. Ed erano quei giorni appunto in cui il signor Galli doveva recarsi a Torino, i giorni della sua scomparsa, del suicidio!

—La pionta!… Il trabocchetto!

Il Kloss abile e scaltro, che conosceva la abilità e la scaltrezza della duchessa, aveva intuito facilmente il dramma accaduto fra lei e il suo procuratore: lacrime, setuzion…. e poi, passata la cotta, il rimorso, il suicidio!… Robb de Statera!… ma anche de procurator del re!

E, facendo subito la sua brava denuncia, forse sarebbe riuscito a salvare ancora, tutte o in parte, le sue centocinquemila lire.

—Adacio!… Adacio!

Il Kloss voleva pensarci e riflettere seriamente prima di muovere un passo.

—Un process?… Un processo di quel genere, a Matteo Cantasirena, alla duchessa di Casalbara?… Al Casalbara?… Un processo da mettere sossopra tutto il mondo? E poi, come sarebbe andato a finire? Se venivano in ballo…. i suoi primi affari…. a Praga?…

Un process, è sempre una disgrazia anche per chi lo fa.

—Mi avessi per massima ceneral—diceva il Kloss—in casa, pussée mei i later, della ciustizia!

Ma anche il perderci centocinquemila lire non era nelle sue massime, nelle sue idee, nemmeno nelle sue forze! Bisognava trovare il modo di impattarsi…. ma cito cito, queto queto, senza far bortel!

Intimare a Matteo Cantasirena di restituire la somma?… Era un pretendere l'inverosimile. Imporne la restituzione alla duchessa?… Al vecc? Erano tutti spiantati.

Invece, questo era da fare: La Cisalpina dichiarata in liquidazione…. ed essere nominato lui, il liquidatore con pieni poteri. C'era da riguadagnarle più volte le centocinquemila lire: prima nella liquidazione stessa: poi nell'impresa dei tram elettrici…. Aver nelle mani il segretario generale, voleva dire aver nelle mani anche il Fontanella e gli altri….

—Ecco l'affare!… ed ecco l'ultimatum! Liquitazione della Cisalpina: liquitatore mi, coi pieni poter!

E per mia parte, cito, silenzio! E non si parla più de process!

I processi fanno paura a tutti e ai galantom—concludeva il Kloss alludendo a sè stesso—pussée anca mò!

E per intendersi?

Doveva scrivere a Cantasirena di venire nel suo studio?… Mandare a chiamare quel Mariano Perego?… Fissare un appuntamento?…

Tutto ciò gli seccava…. In quei giorni avrebbe dato nell'occhio; e poi…. tirarsi fra i piedi i giornalista…. Niente!

Gli balenò un'idea: un fiotto di sangue gli montò alla testa, gli fece luccicare gli occhietti e arrossir la pelle sotto i baffi tinti e duri. Saltò di colpo dal canapè sul quale si era buttato.

—Cuella matama! La matama! Lei stessa!

Adesso non era più il caso di scappare, di fare il casto Ciuseppe: adesso la catta l'aveva in te le man, colle unghie ben tagliate! Più nessun pericolo per i tanee!

—Con quel famoso dispaccio, semm nun che comanta!

Andò dalla duchessa subito, sul momento.

—La c'è?—domandò al portiere senza tante cerimonie.

Il portiere gli rispose di sì, che la signora duchessa era in casa, ma che, stante la malattia del signor duca, assolutamente non riceveva nessuno.

—Va supito ad afertirla che sont chi mi!

Il portiere chiamò la Vittorina per far annunziare alla signora duchessa, che c'era il commendator Kloss, il quale aveva premura di parlarle.

Nora era in camera di suo marito. Essa non lo abbandonava più, non lo lasciava mai, nè giorno, nè notte: nessuno doveva entrare in quella camera, tranne il dottor Foresti.

Il Casalbara aveva riacquistata l'intelligenza, ma non la parola, non la forza; però il dottor Foresti aveva detto alla duchessa che avrebbe potuto riaversi da un momento all'altro…. Ed era quindi Nora stessa, lei sola, che gli voleva fare da infermiera, adattando le sue manine pallide, profumate ai servizi più umili, sempre attenta, premurosa, affettuosa, sempre carezzevole, colla sua voce limpida e fresca.

Ma il Casalbara, nel letto, seduto, curvo, appoggiato a un monte di cuscini, non pareva commuoversi a tanta devozione, a tante amorevolezze. Egli fissava sulla moglie i grandi occhi sbarrati, iniettati di sangue, con una espressione strana, intensa di collera, di odio. Le vene turgide, pulsanti delle tempie, il viso rosso, gonfio, le labbra violacee, tremanti, il respiro affannoso, corto, esprimevano lo sforzo di una parola che egli voleva dire, ma che non gli riusciva dire, che rimaneva soffocata, strozzata in un rantolo….

Quando la Vittorina, alla quale era stato proibito come agli altri, di entrare nella camera del signor duca, chiamò fuori la duchessa per dirle della visita del commendator Kloss, Nora trasalì vivamente.

Il Kloss veniva a parlarle del signor Galli!… Era quello che essa presagiva, che paventava fin dal primo giorno del suicidio. Pure riuscì a vincersi. Ordinò alla Vittorina di far entrare il commendator Kloss nel salotto. Poi si avvicinò, si curvò per dire al marito:

—Vengo subito….—e uscì chiudendo bene l'uscio della camera, chiudendo bene anche gli usci delle altre stanze che mettevano nel salotto.

L'occhio del Casalbara seguì la moglie fisso, sbarrato…. le vene delle tempie gli pulsavano più turgide, violette, e la parola inarticolata, strozzata, il rantolo era più affannoso, più forte.

Nora si presentò al Kloss diritta, sicura, ringraziandolo con un mesto sorriso, mentre si asciugava gli occhi, mentre si accomodava la massa dei capelli che le cadevano da tutte le parti.

Finse di credere che il Kloss fosse lì per informarsi di suo marito e gli stese la mano, con un'aria intima, in cui la cordialità, l'effusione e il dolore, conservavano tutta l'alterezza, tutta la dignità signorile.

—Grazie, di essere venuto. Giovanni la vedrà certo volentieri. Vuol passare?—E accennò verso la camera del marito.

—Niente! Niente!—rispose il Kloss colla voce sgangherata e facendo un saltetto nell'inchinarsi.—Mi venissi forse importuno dalla signora duchessa, per un semplice schiarimento.

Vedendola, dopo tanto tempo, vedendola ancora più bella, più fresca, più rosea e così bionda nel disordine della toelette, nel morbido languore delle lacrime, gli occhietti del Kloss scintillarono umidi, torvi. Ma si scosse con un altro inchino, un altro saltetto, e si sforzò per contenersi…. e per parlare bene l'italiano, volendo dare maggiore gravità, maggior imponenza al discorso.

—Lei sa, vera, del Galli?… Del suicidio?

Nora si era preparata a quella parola, pure non potè vincere un tremito, e fece un atto colla faccia impallidita per dir di no: ma le mancò il fiato, non potè parlare.

—Sicuro: cherchez la femme!… diseven intorno.—E il Kloss fissò Nora, torcendosi, mordendosi i baffi duri finchè la costrinse a impallidire nuovamente, a chinare il capo, a tremare.

—Diseven, che aveva preso il volo con una ballerina. Invece niente del tutto: si tratta d'un suicidio avvenuto…. per compinazion il giorno dopo il suo arrivo a Milano. Le fa impressione, vera?

—Infatti….—bisbigliò Nora, la quale perdeva la forza, il coraggio, e vacillando si lasciava cadere sul canapè.

—Anche a mi! Restassi di colpo…. spalortito!—e il Kloss, senza far complimenti, sedette pure sul canapè, vicino a Nora, sdraiandosi, dimenando le gambette arcuate; poi tornò più grave, per dar più forza, più importanza al discorso, per spaventar la duchessa ancora di più.—Io avessi supito pensato a lei!

—A me?…. A me?… Perchè a me?…—balbettò Nora, sforzandosi, ma diventando sempre più pallida, più tremante.

—Per poter afere…. qualche dilucitazion. Lei savarà che io…. cercando fra i cart, fra le carte del Galli, ho trovato questo dispaccio…. soo de lee…., della signora duchessa.

E il Kloss, che non portava guanti, ficcò le dita pelose nel taschino del panciotto e ne tirò fuori il dispaccio di Nora, che spiegò e lesse lentamente:

"Arrivo stasera Milano. Venga subito.

"ELEONORA CASALBARA."

Il Kloss la guardò, la fissò, poi d'un tratto diventò risoluto, violento, villano:

—Lei sa tutto del suicidi!

—Ma io non so niente! Non so niente! Le giuro che non so niente!… Io gli ho telegrafato perchè gli volevo parlare dei miei soliti affari….

—Nossignora—e il Kloss alzò la voce—lei voleva dei tanee!

—Ma io non so niente!… Io non capisco niente!… Io volevo parlare al signor Galli, è vero…. gli ho parlato…. degli affari di…. di Giovanni.—E smarrita, tramortita, colla voce rotta, congiunse le mani supplichevole; pareva volesse inginocchiarsi dinanzi al Kloss.

—No, signora!… Lei foleva centocinquemila lir!

L'ardire, l'audacia, la sfrontatezza solite in Nora, questa volta, a questo colpo, le mancarono d'un tratto: si sentì serrare il cuore, la gola, si sentì agghiacciata dallo spavento, sussultò con un singhiozzo, uno schianto convulso…. e abbassò il capo. I capelli le si snodarono; una treccia grossa le scese sulle spalle.

Il Kloss ebbe un lampo negli occhi, un impeto, ma si contenne.

Gli affari innanzi tutto.

—Io desiderassi…. io volessi assolutamente che lei facesse uno sforzo per ricortarsi bene de tut coss…. di tutto quanto…. Il suo dispaccio coincide con un'altra circostanza…. molto aggravante…. con due chéques del complessivo importo, appunto, di centocinquemila lire, firmati dal Galli, come mio procuratore, a favore del signor Matteo Cantasirena. E io, mi quartassi pen, non devo nientissimo a quel scior!… Come spiega lei la coincidenza del suo dispaccio coi due chéques? E suo patre, suo zio, quel scior, o chi per esso, all'Insubria hanno riscosse le mie centocinquemila lire….

Il Kloss balzò in piedi di colpo.

—Basta colle lacrime! Basta tremar—esclamò afferrandole un braccio, scotendola.—Se rispond! Si risponde!

—No! No! No!—esclamò Nora spaventata, arretrandosi, protendendo le braccia.—No! No! No!

Si vedeva arrestata; trascinata dinanzi al cadavere del signor Galli…. vedeva la grossa testa gonfia, livida….

—Perdono! Pietà! Compassione!…—E singhiozzando, tremando, non ebbe più coraggio di mentire, non ebbe più coraggio di negare; continuava a implorare pietà, a implorare perdono.

Il Kloss, la guardava sempre con un barbaglio umido negli occhi torvi; poi, incollerito, battè un piede per terra perchè l'altra smettesse di piangere, lo ascoltasse; e da padrone, duramente, aspramente, impose le sue condizioni, che furono ascoltate con terrore, con spavento…. che furono tutte accettate, sommessamente, umilmente, con dei "sì" appena intelligibili, bisbigliati con voce fievole, tra i brividi, i tremiti, i singhiozzi soffocati.

Gli affari, innanzi tutto: La liquitazion immediata della Cisalpina: lui, Francesco Kloss, nominato liquitator, con pieni poteri. Nora stessa doveva parlarne con suo patre, con suo zio, con quel scior—avvertirlo di tutto, perchè il Kloss voleva averlo il meno possibile tra i piedi.

E brevemente, sopra un foglietto di carta, scrisse ciò che lei stessa doveva far sapere immediatamente a Cantasirena. Sarebbe tornato la sera per la risposta.

—Ecco: patta pacatt, pari e patta, e cito. Mi perdessi, io ci perdo centocinquemila lire, ma cuel scior Cantasirena—concluse il Kloss, diventando galante—se non va in calera, deve rincraziarla lei!

E con un saltetto, si buttò sul canapè, tirandosi vicino a Nora, sdraiandosi.

Nora si ritrasse ancora spaventata…. Ma poi, subito, fu lei che si avvicinò, lo guardò come ringraziandolo…. lo guardò con un sorriso che appariva ancora timido, spaurito fra le lacrime…. Tornò a guardarlo tremando, chinando gli occhi, chinando il capo…. arrossendo.

Il Kloss dimenando le gambette, si sdraiò di più, più vicino. Poi, con una sghignazzata, e per farle capir subito che con lui bisognava metter da parte le arie di duchessa e le smorfie ingenue, le domandò:

—E cussì?… Abbiamo notizie della Schönfeld?… Del noster bel contessone?

….Il Casalbara, seduto sul letto, curvo, appoggiato a un monte di cuscini, teneva gli occhi sempre fissi, sbarrati sull'uscio dal quale era uscita sua moglie…. gli occhi iniettati di sangue, pieni di odio.

XIII.

Quando Francesco Kloss, entrò alla sua Banca, tornò a rifare tutti i calcoli attentamente, diligentemente. Centocinquemila lire erano bene spese, al patto di afere in te le man la liquitazione della Cisalpina.

Un affar d'oro!

Tuttavia, gli affari davano al Kloss le ansie, le inquietudini dell'artista che cerca la perfezione nell'opera propria.

Centocinquemila lire erano bene spese!… Ma poterle risparmiare sarebbe stato mei anca mò!

E pensava…. pensava…. arricciandosi i baffi, sogghignando.

Obbligare Matteo Cantasirena a riconoscere questo suo debito…. per tutti i casi?… Obbligarlo ad una restituzione, anche rateale, in un tempo indeterminato?

Chissà!… Ma poi gli balenò un'altra buona idea, un'idea migliore.

—Sicuro: questo…. è più che giusto.

E scrisse egli stesso alla vedova del signor Galli, perchè venisse subito alla Banca.

Fece dei conti rapidamente, sopra un fogliettino di carta volante: fra stipendio e partecipazione agli utili, il signor Galli avrebbe avuto un credito di cinque o seimila lire. Più, alla Banca era depositata una polizza di assicurazione fatta dal Galli, intestata alla moglie per ventimila lire. Venticinquemila lire dunque il Kloss le poteva risparmiare.

Quando entrò la signora Galli, egli non si alzò, non la salutò, non la guardò nemmeno. In poche parole le disse di che si trattava. Suo marito si era suicidato dopo aver truffata la banca di centocinquemila lire. Per salvare il buon nome del signor Galli egli era disposto a dichiarare che aveva trovato tutto in perfetta regola, e anche a spiegare e a giustificare il suicidio nel modo il più attendibile: ma ben inteso, la signora Galli doveva concorrere…. a riparare al danno…. rinunciando a qualunque credito del marito "per stipendi, eccettera" e anche all'assicurazione.

La povera donna era entrata nel gabinetto del Kloss senza poter parlare, colle lacrime che le gocciolavano dagli occhi; accennò di sì, lentamente, e se ne andò, sempre piangendo, sempre senza poter proferire una parola.

Il Kloss, mentre essa usciva, alzò il capo e le tenne dietro collo sguardo.

—Quel vecc era molto tenero coi pei tonnett! Anche cuella lì, era riuscita a farsi sposar cont un fioeu d'un alter!…

Dopo pranzo, subito, Francesco Kloss tornò dalla duchessa, per avere la risposta, e ritirare l'obbligazione in piena regola di Matteo Cantasirena.

Fece molto tardi dalla duchessa, e giunse tardissimo al Cova, a prendere il caffè e latte, nel solito crocchio d'amici: tutta gente dell'alta finanza, ricchi industriali, deputati. E portò in quel crocchio due notizie: la notizia della liquidazione della Cisalpina, e quella del povero Casalbara sempre più aggravato.

I tispiasè della Cisalpina, le esagerazioni, le calunnie avevano peggiorato precipitosamente il suo mal di cuore. E parlò della duchessa, della assistenza che prestava al marito, dello sue cure, con un entusiasmo, un calore affatto insolito.

—È una tonna marafigliosa!… marafigliosa de coragg!

Poi annunciò che il giorno dopo avrebbe pubblicata una dichiarazione nell'Italia, una dichiarazione esplicita, che avrebbe tagliate le gambe ad una infinità di dicerie.

—Anche i tisortini di Primarol? Tutte mene dei socialista! È ormai tempo di finirla coi ciacer!

Gli altri del crocchio, gli amici, lo guardavano stupiti.

—Come?… se aveva sempre gridato contro quella carnovalata?

Il Kloss cominciava a contradirsi.

—L'attuazion era sbagliata; ma l'idea fondamentale del Fara-pon era eccellente. Perchè tante spese, perchè ricorrere alla navigazion… quando si può servirsi benissimo dell'elettricità?… La Cisalpina aveva fatto i robb tropp all'incrande: i suoi amministratori mi li contannassi per spensieratezza, per inesperienza, ma per latreria questo poi no! Erano tutte esagerazioni, calunnie, le quali non facevano altro che scuotere la fiducia nei nostri affari…. nel nostro credito. Quel Matteo Cantasirena è un mecalomane, questo si può dirlo impunemente. L'è el padre eterno di badalucch! Cuel Fontanella, l'è un progressista poeta…. che fa ai pugn cont l'aritmetica: ma gli architetti, i ingegnee sono tutti eguali! Una disgrazia…. a chi la capita! Un Cuarantott! Ma nel comitato c'era di fior de personn. Cuel Brunetti, il Vergani, il Bizzarelli?… Cuel tetescon del Duranti?… E del presidente, del Casalbara?… Parlemen no!… Il povero vecchio ci lascia la pelle!… Un uomo straortinari!… Un patriotta dei più penemeriti!

Gli altri s'interessavano: il Casalbara era sempre stato un gentiluomo perfetto, una bravissima persona: certo anche in quella guerra contro la Cisalpina c'erano state grandi esagerazioni.

—Rivalità d'interessi! Però un uomo che può vantare il passato del duca di Casalbara, deve imporre un certo rispetto, una certa discrezione nei giudizi.

Il giorno dopo comparve nell'Italia la lettera del Kloss, colla quale "per debito di coscienza e di lealtà" egli dichiarava esplicitamente e formalmente che tutte le dicerie messe in giro circa il suicidio del suo egregio e compianto procuratore signor Ambrogio Galli erano affatto destituite di qualsiasi fondamento. La probità dell'estinto era superiore ad ogni sospetto. Il suicidio si doveva attribuire ad una malattia di fegato che già affliggeva il signor Galli da molti anni, con forti assalti di nevrosi ipocondriaca, malattia che il signor Galli, pur troppo, aveva saputo essere ormai incurabile".

E in un'altra parte del giornale, v'era poi la notizia dello stato gravissimo del duca Giovanni di Casalbara, senatore del regno, col seguente commento: "I gravi fatti di Primarole e di Castellanzo hanno certo influito sulla salute, già da tempo assai cagionevole, dell'illustre patriotta. Rimane però la speranza, che l'assistenza esemplare, le cure affettuose, assidue della duchessa di Casalbara, ammirabile di coraggio, di devozione, di abnegazione, abbiano a conservare un'esistenza tanto cara e preziosa alla patria."

La sera stessa, le Risorse Italiche riportarono la dichiarazione del Kloss.

E in prima pagina avevano due colonne coi particolari della malattia del senatore Giovanni di Casalbara, "unito al nostro direttore da affetti e da legami più che filiali". E già si ricordava la sua vita, cominciando dall'arresto del fratello Eriprando, poi le sofferenze, il martirio, l'esilio, i grandi sacrifici, poi l'operosità pel bene del paese, poi come egli pure fosse stato con altri attratto dalla sublime utopia del Fara-Bon, e come la sconfitta e gli attacchi avessero colpito il suo cuore generoso, magnanimo. "Angelo caro e salutare del conforto, veglia al letto dell'illustre infermo la giovane sposa, fra le gentildonne italiane, esempio purissimo di amore, di virtù, di sacrificio."

Tutti gli altri giornali, i giornali amici del Bonforti, i giornali amici del Ghirlanda, i giornali ispirati dal Governo e i giornali ispirati da Pio Calca e da monsignor Meneguzzi, tutti quanti, si affrettarono a pubblicare la dichiarazione dell'onorevole commendator Francesco Kloss, relativa all'avvenuto suicidio del suo procuratore, l'integerrimo signor Galli, affetto da incurabile malattia di fegato, e tutti pubblicarono pure, ogni giorno, il bollettino firmato dal dottor Foresti, sulla malattia dell'illustre patriotta, Giovanni di Casalbara, senatore del regno.

Le notizie del duca si facevano a mano a mano più gravi, e a mano mano veniva maggiormente ammirata la nobilissima signora duchessa, instancabile nelle cure, nell'affetto, nella devozione.

—L'è una tonna motèl!—esclamava il Kloss ogni giorno più incantato ed entusiasmato.

Sebbene i brogli e i pasticci della Cisalpina fossero imputabili soltanto a Matteo Cantasirena e al Fontanella e questi due soltanto ne avrebbero dovuto rispondere, non erano però essi soli i più atterriti dall'idea di uno scandalo, di un processo. Dal più al meno lo temevano tutti, anche le vittime; i danneggiati, gli sfruttati, come gli sfruttatori.

Aveva ragione Francesco Kloss:

—Era ormai tempo di finirla colle chiacchiere, colle esagerazioni!

I due deputati di estrema sinistra che avevano fornicato col segretario generale della Cisalpina per assicurarsi il collegio, la triade del Bizzarelli, del Vergani, del Brunetti sbrogliatasi di sotterfugio per passare agli ordini e alle imprese del Kloss, quel conte Bobboli-beì sempre in ansie per le sue campagne africane, il Tolomei che in molte distrette di denaro aveva scritto e invocato egli pure, e il Duranti sempre pauroso di veder rievocare insidiosamente la devozione di suo padre, i servigi di suo padre a casa d'Austria…. chi mai avrebbe desiderato che si rimestasse nelle acque limacciose della Navigazione? Nessuno dei consiglieri e nessuno forse degli azionisti, di quelli almeno che avrebbero potuto farsi valere, esigere davvero la luce.

Monsignor Meneguzzi, per esempio, avrebbe dovuto, anche a nome della moralità, a nome del partito cattolico, spiegare la sua energia, la sua influenza. Ma ahimè! Anche il Monsignore delle contesse, aveva avuto il torto di scrivere troppi bigliettini…. alla duchessa della Navigazione! Attaccati, quei radicali sarebbero stati capaci di tutto. Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo se fosse venuta alla luce quella letterina…. in cui il prelato inviava alla bella signora una preziosissima reliquia di santa Isabella, sorella del re di Francia—anche i santi di Monsignor Meneguzzi erano tutti aristocratici—pregandola di accettarla come sua memoria in cambio di quell'anello, che per lui sarebbe stato un gaudio dello spirito il poterle offrire, il poterle lasciare…. infilato nella manina candida e pura come un pensiero di San Luigi, ma che era costretto a domandarle di ritorno per i commenti di Pio Calca, un ragazzaccio pettegolo e sciocco? Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo?

Era meglio invece adoperare anche l'influenza dell'Arcivescovo, perchè quelle chiacchiere, quei pasticci, quegli scandali fossero messi in tacere.

Era ormai tempo di finirla con tante esagerazioni, con tante calunnie!… Ne andava di mezzo il credito del paese, la sincerità, la moralità degli affari. Negli affari non si vive di brutture, di denunce, di diffamazioni! Bisogna lavorare, e, quando si è sbagliato, riparare. Quelli che si accanivano a sparlare della Cisalpina, erano i soliti impotenti, astiosi, che volevano pescare nel torbido. Anche i disordini di Primarole e di Castellanzo erano stati istigati, fomentati…. dai socialisti tedeschi!

E le vittime? Le solite glorificazioni postume dei facinorosi, che suscitano torbidi e rivoluzioni. Quel Francia intanto,—si era saputo poi,—era un anarchico in relazione cogli autori degli ultimi attentati! E quel sorvegliante?… Quello che chiamavano il Teddeum? Una specie di aguzzino, che violentava le donne e bastonava i ragazzi, un lupo…. che le pecore avevano fatto benissimo a sbranare!

La vittima vera, la sola vittima, la vittima grande era il povero duca di Casalbara! E crebbe a dismisura l'interessamento per lui, e attorno all'illustre infermo fu uno scoppio, un clamore, un'esplosione di patriottismo! E come il vero martire, il duca Eriprando era stato dimenticato quando il duca Giovanni cominciava a vivere, così il martire generoso e intemerato veniva dimenticato allora, confuso allora col duca Giovanni, col senatore Giovanni di Casalbara che moriva: la gente non ricordava più bene quale dei due fratelli fosse stato prigione a Josephstadt: ma certo, se c'era stato il duca Eriprando, c'era stato anche il duca Giovanni.

Matteo Cantasirena era un solo gemito: tutto un mugolio di gemiti. Il dolore gli sprofondava gli occhi nel faccione abbattuto: sudava, ansava. Ma poi:—Sursum corda!—esclamava.—In alto il core! E coll'orgoglio di essere uscito incolume (senza un soldo!) dagli affari come dalla politica!—In alto il core!—Il mio concorso al mausoleo di Giovanni di Casalbara, sarà tributo di operosità, di lavoro! Percosso, ma non sfiduciato…. Ricominciamo! Nel lavoro il conforto per la perdita del congiunto, del fratello, del figlio, del compagno di congiura, di carcere, di lotta! Nel lavoro l'oblio delle molteplici ingratitudini!… E poichè Evelina, quella tirolese, è scomparsa nell'ora dei sacrifici, sarà in un cuore…. superstite, che io cercherò la mia ora quotidiana di sosta, di tregua. Buona, squisita Gioconda! Un essere inferiore…. per i pregiudizi sociali; non per me!… E di nuovo, subito, al Dizionario dei patriotti viventi! Una nuova serie…. magnanima…. I patriotti dell'impopolarità…. E di nuovo alla mia grande idea…. una rivoluzione nel giornalismo…. un giornale…. colossale…. Il Giornale club…. ogni abbonato…. azionista, comproprietario…. Grandi sale di ricevimento, di lettura, di giuoco…. di scherma…. prestiti ai soci…. banca di sconto….

Il dottor Foresti, le ciglia aggrottate, la faccia marmorea, immobile, scrollava il capo e sospirava, quando gli domandavano del suo illustre ammalato: ormai non c'era più speranza; l'occhio del duca non era più fisso, sbarrato sulla moglie;… il rantolo solo era più grave, più affannoso. La duchessa Eleonora non lo abbandonava un momento: quando usciva da quella camera buia e afosa, rimaneva lì nella prima stanza o nel salotto vicino.

Era gelosa di tutti gli altri: la giovane sposa innamorata, di Nizza, non si smentiva in quel momento: era attaccata a quelle ultime ore della cara esistenza, con ansia cupida, golosa.

E nella poesia della giovane donna, così innamorata, sempre innamorata del vecchio e grande patriotta, al punto di voler essere la sua sola infermiera, al punto di voler raccogliere lei sola, tutti lei, gli ultimi palpiti di quel gran cuore; veniva affatto dimenticata la signorina Cantasirena, la maestrina di canto e di pianoforte, l'amica della Schönfeld…. venivano dimenticate le avventure campestri di Casalbara.

E anche lei forse, Eleonora, aveva tutto dimenticato: adesso godeva, viveva solo di quel compianto, di quelle lodi, di quell'ammirazione.

Lord e lady Paget erano appunto venuti da Nizza per vederla: da Roma, dal Senato, dalla Camera, dal Quirinale eran giunti telegrammi chiedendo notizie del marito, con auguri e voti e conforti….

Monsignor Meneguzzi aveva indotto donna Alessandrina, l'austera madre di Pio Calca, a farle visita, e dietro a lei tutto lo stuolo delle sue contesse.

Donna Alessandrina, aveva trovato la duchessa Eleonora veramente sublime di virtù e di coraggio, e l'additava come esempio alle gentildonne cristiane: e la duchessa di Casalbara diventava sempre più di moda a Milano per il suo dolore di moglie, come era stata di moda a Nizza per il suo amore di sposa.

Della Cisalpina, nessuno più parlava: non era di "buon gusto", non era patriottico il parlarne.

Francesco Kloss si recava sempre più tardi al Cova, la sera, a bere il suo caffè e latte.—Anche il Kloss faceva un po' di assistenza al Casalbara e un po' di compagnia alla duchessa.

—La fera tonna motèl…. con tutt i perfezion!…

E quando i suoi amici, gente d'affari, gli domandavano conto della liquidazione della Cisalpina, dichiarava che procedeva penissimo.

C'erano delle irregolarità: ma come aveva sempre detto, erano più da attribuirsi a balortaccine che a mala fed. E soggiungeva che se qualche pasticcio c'era, si doveva attribuirlo al segretario particolare del Cantasirena:

—Un tristo soccett…. un certo Laner del Tirol, ma lui come i feri pirpanti, prima ancora del temporal, aveva preso il volo…. con fentimila lir!

E mentre parlava del Laner, la rabbia, il veleno, la bile gli schizzavano dagli occhi astiosi, gelosi.

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