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L'arte di far debiti

TUTTI LADRI

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COMMEDIA IN TRE ATTI.

per

AVVERTIMENTO DELLʼAUTORE.

A nessun capocomico (giova sperarlo) verrà mai lʼaudace pensiero di far rappresentare in teatro la presente commedia. Sarebbe un fiasco da far inorridire lʼEuropa.

Per impedire un simile attentato, ho moltipliplicato i personaggi, e interrompendo lo svolgimento drammatico con monologhi e dialoghi ad arte prolissi ho profittato di parecchi episodii superflui per sbizzarirmi nella dimostrazione di una tesi che i più indulgenti chiameranno nefanda.

Tutti Ladri!!!—Ma tu parli da burla? domanderà qualche amico.—Mille volte perdono! io parlo del miglior senno—Tutti ladri.

—Nella tua commedia, vorrai dire.

—Nella grande commedia della società umana—rispondo io, senza punto esitare. E tu, mio ottimo amico, dovrai naturalmente soggiungere: lapidiamolo!

—Lapidiamolo!—ecco signori capocomici, quale sarebbe il verdetto del pubblico, se mai dovesse, per un vostro esiziale abberramento, rappresentarsi la mia commedia davanti e quel consesso di ipocriti che chiamasi il pubblico.

Che volete? la parola mi è sfuggita, nè mi indurrei per tutto lʼoro del mondo a cancellarla.

—Il pubblico sarà davvero, come suoi chiamarsi un ente rispettabilissimo e moralissimo; ma esso, mi ebbe sempre lʼaria di un don Basilio, o per dirla più schietta, dʼun gesuita, anzichè di un libero pensatore e di uno schietto galantuomo.

Ciò si deve in buona parte alla pessima educazione che egli ricevette pel corso di più secoli dagli autori drammatici e dai critici dellʼarte.

Allorquando, anni sono fu data a Trieste lʼopera Gli Avventurieri (e la presente commedia è in parte desunta da un mio libretto che porta un tal titolo), i giornalisti di colà, fedelissimi interpreti della pubblica opinione, levarono sì alte grida per la immoralità della catastrofe, che io feci giuramento di non recarmi giammai in quella città per paura di esservi arrestato come un manutengolo di ladri.—Quale orrore!—Un libretto dʼopera, dove il protagonista, dopo aver commesso parecchi furti, riesce ad imbarcarsi sur un legno mercantile colla probabilità di approdare in Africa sano e salvo col suo grosso bottino! Ciò è contrario a tutte le leggi della morale: non è vero?—Ed ecco il delitto del librettista.

In teatro ci vuol ben altro.—In teatro, le duecento signore che a lato dei becchi mariti assistono alla commedia, vogliono che lʼadulterio sia punito dalla separazione, dallʼinfamia, o meglio, da una palla di piombo.—I duecento o trecento ladri arricchiti che assisi nei palchi e nelle sedie fisse si arricciano i mustacchi col guanto, impietrirebbero di raccapriccio se un meschino tagliaborse del palco scenico non cadesse regolarmente allʼultimo atto nelle mani della regia Procura. Si vuole ad ogni costo che nel mondo della luna (parlo del palco scenico) avvenga il contrario di ciò che ordinariamente si verifica nel mondo reale.

Tiriamo dunque innanzi....

Tiriamo innanzi?—signori no?—Per mio conto, ne arrossirei. Il teatro appartiene ai mistificatori—chi vuoi fare della ipocrisia, sa dove trovare degli ipocriti sempre disposti ad applaudire.

Se qualcuno venisse a dirmi: opera il bene e rifuggi dal male, perocchè o tosto o tardi la virtù trionfa e il vizio è punito; gli risponderei a bruciapelo: tu sei un impudente che mentisci sapendo di mentire. Orbene: questa gaglioffa e codarda menzogna la si vuoi ripetuta ogni sera dal proscenio, sotto comminatoria, per chi ardisce emanciparsi, di sentirsi fischiato e insultato come un pervertitore del pubblico.

Pensi ognuno come vuole; quanto a me, sono e sarò sempre dʼopinione che il vero, il solo vero è morale; e fermo in questa massima, non vorrò mai prestarmi alla sporca e ridicola ciurmeria che da secoli si vien perpetrando sulle scene teatrali.

La presente commedia è dunque un atto di ribellione contro il sistema. Tutti i miei ladri (ne prevengo la questura) qui passeggeranno impuniti, e la sola azione veramente onesta che vedrem compiersi nel corso dei tre atti, sarà premiata... colla prigionia.

Fischieranno i lettori, come indubbiamente fischierebbe la massa dei ladri se vedesse riprodursi in teatro questo intreccio di ruberie?—È ciò chʼio probabilmente non saprò mai. Ma se alcuno avesse la sfrontatezza di venirmi a dire sulla faccia: la tua tesi è una menzogna e la tua commedia è uno scandalo; mi terrei certo di non coglier in fallo rispondendogli: e tu sei uno di quelli che han letto il mio volume senza pagarlo, e mʼhai rubato una lira.

A. G.

per

PERSONAGGI

Marco Dubois, albergatore. È un uomo di buona pasta, di circa sessantanni.

Giacinto, suo figlio, bel ragazzo, di circa ventidue anni. Carattere ingenuo; abbigliamenti e modi da provinciale facoltoso.

Tommaso, ricco affittajuolo, fratello di Marco.

Clementina, figlia di Tommaso.—Beltà campagnuola; indole onesta.

Roberto, Cavaliere di industria.—Età, dai quarantacinque ai cinquantanni. Bellezza logorata, molta vigoria di corpo; eleganza di acconciatura e di abbigliamento, molta disinvoltura di maniere. Parla con affettazione, ostentando una giovialità che è tutta nelle parole e nella epidermide. Ingegno robusto, malizia profonda; vero e sentito disprezzo della umanità.

Frontino, altro cavaliere di industria, meno audace di Roberto e alquanto irresoluto. Costituzione gracile, temperamento linfatico. Briccone per caso, nato ad esser complice, non mai iniziatore.

Deianira, avventuriera da città capitale, che ha tutte le apparenze della gran dama. Veste con eleganza alquanto caricata—è giovane, è bella, audacissima.

Armellina, altra avventuriera, meno intraprendente, che vive di riflesso.

Cavillo, avvocato.

Un sergente di città.—Soldati.—Un cocchiere.—Un garzone da osteria.—Un guattero.—Viaggiatori.—Famigli di Marco—Signori e Dame di Parigi.

Lʼazione si svolge a Çette, città marittima della Francia nellʼatto primo e terzo; nel secondo a Parigi.

Vestiario dellʼepoca attuale.

Illustration from L'arte di far debiti

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ATTO PRIMO.

SCENA I.

La scena rappresenta un cortile da albergo. Nel mezzo, la porta maggiore; ai due lati le porte che mettono nelle sale.

Giacinto, Marco, Camerieri, più tardi, alcuni forestieri in abito da viaggio.

Marco (a Giacinto ed ai camerieri) Spicciatevi!... Mezzogiorno è suonato; a momenti avremo una invasione di forestieri.

Giac. (allʼorecchio di Marco) Credi tu che lo zio arriverà con questa corsa?

Marco—Non ne dubito; e la tua amabile cugina sarà con lui. Si parlerà del vostro matrimonio, e, ciò che più preme, Tommaso mi rimborserà il denaro che ho speso per lui... Non dimenticarti che il calessino lʼho pagato trenta marenghi...

Giac.—Ti inganni, papà!... Quel pagamento lʼho fatto io, e so di aver contate al fabbricatore Dubourg trecento sessanta lire in argento...

Marco—Imbecille!

Giac.—Papà?...

Marco—Oh, che? temeresti di perdere lʼappetito o di malarti di itterizia, se tuo padre in questo affare guadagnasse una dozzina di napoleoni dʼoro?...

Giac.—Io pensava che se lo zio venisse a sapere... se lo zio parlasse col Dubourg...

Marco—Tuo zio non saprà nulla... Quellʼasino di Dubourg è fallito da due mesi e ha preso il largo per la California...

Giac.—In tal caso, non ho più nulla che dire...

Marco—Quel calesse val bene quaranta marenghi—mi hai capito?

(Entrano in scena alcuni forestieri giunti colla ferrovia).

Un Forest.—Ehi! padrone!... locandiere! vi sono camere in libertà?

Un Altro—Dovʼè la sala da pranzo?

Marco—Signori... per di qua!... entrino pure!... Vi sono camere per tutti.

(I forestieri entrano nelle sale).

Un Bromista—(ad un forestiere) Ehi! quel signore!... Se ne va senza pagare la vettura?...

For.—(Maledetto!—sperava sfuggirgli tra la folla!) (al cocchiere, bruscamente) Diamine! Mʼhai preso per un ladro? Eccoti cinque lire!... Spicciati a darmi il resto!...

(Il cocchiere gli conta le monete sulla mano, trattenendogli cinquanta centesimi al di sopra della tariffa e si allontana rapidamente).

For.—(contando) Cinquanta centesimi di meno! Son ladri questi cocchieri! Non importa! Mi sono liberato di un vecchio scudo svizzero che non ha corso... (entra nella locanda).

SCENA II.

Tommaso. Clementina, indi Roberto e Frontino che si trattengono in fondo al cortile.

Marco (correndo ad abbracciare Tommaso e Clementina) Fratello! nipote! evviva!

Tomm.—Ebbene: qua un abbraccio! come va la salute?

Giac.—(a Clementina) Come sta, signora Clementina?

Clem. (inchinandosi timidamente) Signore... ho lʼonore... ho il piacere...

Marco—Via! Che razza di maniere! quale sussiego! abbraccia tua cugina! E tu (volgendosi a Tommaso) consegna la tua borsa al garzone....

Tomm.—(ritirando la borsa) Adagio? Ci è della roba morta qui dentro, mi capisci? Quando si viene alla fiera, si è provveduti.... E.... poi.... lo sai bene, abbiamo dei conti da regolare fra noi.

Marco—Ah! vuoi parlare del calessino!... Abbiamo incontrato il tuo genio...? Sei contento...?

Tomm.—Contentissimo....

Marco—Solido... comodo: elegante... e a buon patto... (alzando la voce) Con cinquanta marenghi, somma tonda, ti netti la coscienza...

Tomm.—Cinquanta marenghi! poca roba!... (Li aspetterai un bel pezzo).

Marco—(facendo lʼatto di togliergli il sacco dalle mani) Consegna a me i tuoi tesori... o piuttosto, vieni tu stesso a deporti nel mio gabinetto; così lasceremo un poʼ soli questi due ragazzi... che forse prenderanno coraggio...

Tomm.—(a Clementina) Attendimi qui... Tuo cugino ti terrà compagnia per pochi istanti....

(Tommaso e Marco entrano insieme nelle sale—Roberto e Frontino si avanzano).

SCENA III.

Clementina, Giacinto.

Giac.—Dunque.... Clementina.... voi sapete.... che nostro padre.... cioè nostro zio.... cioè.... voleva dire.... A che ora siete partiti da Montpellier?

Clem.—Col convoglio delle undici e cinque!

Giac.—Che bestia!... Le son domande? Poichè siete arrivati a mezzogiorno.... Voi dovete esser stanca del viaggio.

Clem.—Eh! niente affatto...! Al contrario.... il viaggio è tanto breve...!

Giac.—Sicuramente! Un viaggio di unʼora non può stancare.... (da sè, imbarazzato) Quanto tardano a tornare...!

Clem. (da sè) E non dice una parola del nostro matrimonio! A quanto pare, signor Giacinto, voi non vi aspettavate la nostra visita.

Giac.—Oh! che mai dite? già da tre giorni abbiamo apparecchiato le camere....

Clem.—Mio padre vi aveva dunque scritto di quel suo... progetto?....

Giac.—Certamente! Dei progetti ve ne hanno parecchi, ed io spero, anzi non dubito, che qualche cosa si combinerà....

SCENA IV.

Marco, Tommaso e detti.

Marco—Non si perda altro tempo! Mentre là dentro si prepara il pranzo, faremo insieme una passeggiata sulla fiera.

Tomm.—Andiamo!

Marco (offrendo il braccio a Clementina) Qua...! il tuo braccio, figliuola! Pur questa volta bisogna che ti contenti del vecchio papà. Giacinto resterà qui a sorvegliare la locanda.

Clem. (a Giacinto) A rivederci, signor cugino!

Giac. (a Clementina) A rivederci?

Marco—Fra unʼora saremo di ritorno.

(Giacinto entra nelle sale).

Tomm. (a Marco, dopo essersi incontrato in Roberto e Frontino) Tu credi dunque che la mia borsa...?

Marco—Fuori di Giacinto nessuno ha la chiave del mio gabinetto, e quel ragazzo ha un odorato sì fino pei birboni e pei ladri....

Tomm.—Basta! poichè tu mi sei garante... Andiamo Clementina!....

(escono).

SCENA V.

Roberto, Frontino, indi un cameriere.

Rob.—Frontino! non farmi lʼasino! Hai tu letto mai nelle istorie che qualcuno abbia compiuto delle imprese utili e grandi a stomaco digiuno? (battendo sulla tavola col bastone e gridando a tutta voce) Olà! famigli! garzoni! guatteri! bestie! In che mondo siamo? (sottovoce) Senti, Frontino, come la mia bella voce da baritono si è fatta rantolosa!... Gran segno di appetito!... Saresti tu abbastanza compiacente, qualora io ti invitassi a far meco un buon pranzo, da accettare senza obiezioni di sorta?....

Front.—Un buon pranzo! si fa presto a....

Rob. (interrompendolo) Silenzio, bestione! Ecco il cameriere....

Cam.—Hanno chiamato, signori?

Rob.—Dieci volte per lo meno.

Cam.—In che possiamo obbedirla?

Front.—Per mio conto... io direi....

Rob.—Avanzati, subalterno! Tu mʼhai un viso che promette.... Sentiamo un poʼ cosa sapresti offrirci per stimolare il nostro appetito! Rifletti bene che siamo arrivati a Montpellier collʼultimo convoglio, e naturalmente, prima di metterci in viaggio, abbiamo consumato una eccellente colazione allʼalbergo della Corona dʼOro.... Vero figliuolo del mezzogiorno, tu già comprendi che se a noi piace di rimetterci a tavola, lo facciamo al solo scopo di procurarci un mezzo innocentissimo di distrazione, che non sia quello di sfidare in sulla piazza gli spintoni dei villani e le pedate dei cavalli.... Aggiungi pure che, nella nostra qualità di individui privilegiati, noi comprendiamo i doveri della nostra posizione, che son quelli di favorire il commercio, consumando, in fatto di comestibili, quanto il nostro stomaco può comportare di più squisito e quindi di più costoso. Lode alla provvidenza, i nostri apparecchi organici a ciò destinati rispondono alle alte e generose espansioni dei nostri appetiti.—Mi hai tu compreso, o amabilissimo figlio del popolo?

Cam.—Signore: non credo esagerare affermandole che in questo albergo vi è tutto che può desiderare un forastiero della vostra condizione.... Ella potrà trovar qui ciò che si ha di meglio nelle più rinomate trattorie della centrale.

Rob.—Sentiamo!

Cam.—Vuol funghi? Trifole? Ragoste? Un pasticcio di Strasburgo?....

Rob.—A te, Frontino! Interpreta i miei desideri—ed emana sollecitamente i tuoi ordini a questo bravo garzone!

Front.—Ma... io?....

Rob.—Coraggio, nobile amico!

Front.—Ebbene: un mezzo pollo dʼIndia... o qualche altra inezia... tanto da snodare i denti.... Ho sempre inteso dire che lʼappetito viene mangiando....

Rob.—A meraviglia... (al garzone) Tu hai capito... Vattene... fa di sbrigarti... e bada di servirci in una sala riservata! Prendi (gli dà una moneta) e se farai le cose a dovere....

Cam. (da sè) Due franchi! Ecco dei signori rispettabili!

Front. (al garzone) Dunque... vuoi servirci?

Cam.—(esitando) Vado e ritorno...! (da sè riponendo la moneta nelle tasche) Sarei minchione se gettassi questo danaro nella cassetta delle mancie!

(esce).

Front. (a Roberto, sul davanti della scena) Vedo che sei stanco di respirare allʼaperto... Noi ci perderemo....

Rob.—Ecco una ipotesi di cattivo gusto.... Io mi arresto al concreto e ti dico solennemente che... noi pranzeremo.

Front.—Sì... ma al momento di pagare....

Rob.—Pagheremo...!

Front. (col massimo stupore) Tu possiedi del denaro...!

Rob.—I miei ultimi spiccioli li ho immolati a quel bravo garzone.... Quante volte dovrò ripeterlo che gli uomini di genio, i grandi speculatori, sono quelli che vivono col denaro degli altri...?

Front.—silenzio!

Rob. (volgendosi) Una dama!...

Front.—Una gran dama!...

Rob.—Possibile!... La nostra Deianira!....

SCENA VI.

Deianira. Armellina.

Deian. (scendendo da un brougham) Vieni, Armellina!... (al cocchiere) Tornerai fra unʼora colla carrozza... Frattanto faremo colazione in questa locanda....

Arm. (al cocchiere) Hai capito?... La signora baronessa ti ha ordinato di tornare fra unʼora.... (il veicolo parte).

Rob.—Baronessa! caspita!... è salita..... (inchinandosi con affettazione) Servo umilissimo della signora baronessa...!

Deian.—Roberto!!....

Fron.—Ai vostri ordini, signora baronessa....

Deian.—Fortunatissima del felice incontro....

Rob.—Qual buon vento vi ha portato alla fiera di Çette?...

Deian.—Un vento favorevolissimo senza dubbio. Allorquando quei due pianeti luminosi che si chiamano Roberto De-Foy e Deianira De-Cristen vengono ad incontrarsi e ad urtarsi...

Rob.—La terra risente una scossa... gli abissi si spalancano, e lʼumanità imbecillita straluna gli occhi in attesa di un grande miracolo...

Deian.—Ed è appunto un miracolo che ora sul momento convien operare... (sospirando) Roberto!... La tua fedele e appassionata Deianira è... al verde...!

Rob.—Bisogna metterla al giallo, non è vero?

Deian.—Sei un mostro di intelligenza!... Disponi fin dʼora di tutti i miei talenti di donna—e tu sai che io ne ho di molti.

Rob.—Senza quelli che andrai acquistando colla pratica. Ma, fine alle chiacchere—è tempo di agire...!—Deianira, ami tu i luigi dʼoro?...

Deian.—(scherzando).

Di quellʼamor che è palpito Dellʼuniverso intero....

Ma dove trovarne?...

Rob.—Non occorre andar lontano.—Un compiacentissimo convoglio di ferrovia ne ha scaricati in buon numero....

Deian.—E sono?...

Rob. (accennando il gabinetto) Là...

Deian.—Vicinissimi...

Rob.—Non quanto basta per dirli nostri. La chiave del gabinetto è in potere di un vile tiranno.....

Deian. E questo tiranno...?

Rob.—È il figlio del padrone della locanda....

Deian.—Dammi lʼuomo nelle mani, e in mezzʼora io ti darò la chiave...

Rob.—Sublime! (abbracciandola) E qualʼaltra missione ha sulla terra, la donna fuor quella di svolgere a suo beneplacito le chiavi dei cuori... e delle serrature?

Deian.—Zitto! Ecco lʼuomo della chiave! (dopo aver lanciato a Giacinto unʼocchiata rapidissima) Un merlo di buona specie!... Secondatemi!

SCENA VII.

Giacinto e detti.

Giac.—Signori: il pranzo è servito (vedendo Deianira) Oh! la bella dama!... Io veniva....

Rob.—Avanzati, Frontino...! Poichè la nostra eccellentissima padrona lo permette....

Deian.—Un momento!... aspettate! (volgendosi a Giacinto con civetteria) Vieni qua, gentil garzone!... tu sei dunque?....

Giac.—Il figlio del padrone, per obbedirla!... (da sè) Una baronessa!....

Deian.—II tuo aspetto geniale, i tuoi bei modi, mi ispirano fiducia. Ascoltami bene (cavando di tasca un portafoglio). In questo portafoglio si contengono circa ventimila franchi... Una inezia! Ma vorrei fossero riposti in luogo sicuro....

Giac.—Li porterò, se credete, nel gabinetto di mio padre....

Deian.—(facendo lʼatto di consegnare il portafoglio a Giacinto e guardandolo con espressione) Basta! Mi fido di te... La tua fisonomia non può ingannare (sottovoce) Tre volte merlo!....

Giac.—Oh, troppo buona, sig. baronessa....!

Deian.—Ecco! (trattenendosi) Ma no... aspetta.... Se qualcun altro volesse incaricarsi... (accennando a Roberto) se il mio segretario....

Rob. (avvicinandosi) Comandi, baronessa!

Deian. (a Giacinto stringendogli la mano) Avresti qualche garzone fidato da mandare con lui?

Giac. (forte) Ehi, di là! Giovanni! (esce un cameriere) Accompagna questo signore nel gabinetto di mio padre.

Deian. (consegnando a Roberto il portafoglio) Bada che questa piccola somma sia posta in luogo sicuro....

Rob.—Non la dubiti, baronessa!

Front.—La signora baronessa, non ha ordini per me?

Deian. (fingendo impazientarsi) Che noja lʼaver dei domestici! Andate, andate tutti!

Giac. (inchinandosi per partire) Signora baronessa....

Deian. (con espressione) Te ne vai?.... Se io ti pregassi di rimanere?....

(Roberto, Frontino e il cameriere entrano nellʼalbergo).

SCENA VIII.

Gacinto—Deianira.

Giac. (tornando presso Deianira) Che avete...?

Deian. (appoggiandosi al braccio di Giacinto) Nulla...! un capogiro... una leggiera indisposizione a cui vado soggetta....

Giac.—Venite, baronessa...! entriamo nelle sale...!

Deian.—No...! no!... Lʼaria aperta mi farà bene.... Ecco! mi sento già meglio.... Va pure...! Tu hai da fare nella locanda... e sarebbe indiscrezione lo intrattenerti....

Giac.—Ma... io...

Deian.—Ti chiamerò se mi occorrerà qualche servigio—il tuo nome?...

Giac.—Giacinto...

Deian.—Giacinto! Uno di quei nomi che non si obliano.... Va pure...! richiamerò se abbisogna...

Giac. (scostandosi) Come aggrada alla signora baronessa....

Deian.—Aspetta...! Qualche volta delle singolari fantasie attraversano il nostro cervellino di donna.... Saresti abbastanza amabile da soddisfare ad un mio capriccio... ad una mia curiosità innocentissima?... (riprendendolo a braccio con famigliare civetteria) Non si tratta che di rispondere a questa semplice domanda: sei tu innamorato?...

Giac. (ingenuamente) Perchè?...

Deian.—Tu mi interroghi in luogo di rispondere—ma il tuo rossore... la tua esitanza mi dicono più che non amerei sapere... Tu sei fidanzato, non è vero?...

Giac.—Infatti... mio padre... mio zio... la cugina...

Deian. (bruscamente) Va... dunque!...

Giac. (da sè, guardandola sorpreso) Sembra sdegnata!...

Deian. (levando dalla borsa un biglietto) Quando ti recherai a Parigi pel tuo viaggio da nozze, non mi sarà discaro il rivederti... Non verresti volentieri a Parigi?

Giac.—Ah! baronessa!... Parigi è il mio sogno... Parigi!... Io non invidio altra fortuna al mondo fuor quella di poter vivere nella grande capitale...! (In questo punto, una carrozza si arresta al di là del cancello. Roberto si avanza col cameriere, mentre Frontino e Armellina si accostano alla carrozza deponendovi un sacco da viaggio).

Deian.—La mia carrozza...!

SCENA IX.

Roberto—Frontino—Armellina un Cameriere e detti.

Cam. (a Giacinto) Ecco la chiave del gabinetto (si inchina e parte).

Rob. (inchinandosi) Gli ordini della signora baronessa vennero eseguiti... Ed ora, se la signora baronessa volesse permetterci di pranzare....

Deian.—Certamente... (collʼaria di chi muta improvvisamente di pensiero) Ma poichè quel scimunito di cocchiere ha anticipato la sua venuta—io credo che una breve scarozzata nei dintorni della città non mi farà male... Pocʼanzi ho avuto un assalto della solita emicrania (volgendosi a Giacinto) Se il nostro amabilissimo signor Giacinto volesse darmi il braccio... fino alla carrozza....

Giac. (offrendole il braccio) Di tutto cuore, signora baronessa....

Deian.—Vieni, Armellina!

Front.—E noi... altri?....

Deian. (scherzosa) Voi altri pranzate pure, poichè avete tanta premura.

Rob.—No! no! ci fate torto, baronessa...! (a Giacinto) Si sospenda il servizio del pranzo fino al nostro ritorno...!

Giac.—Sta bene....

Deian.—Torneremo fra mezzʼora—non è vero?...

Rob. (aprendo gli sportelli della carrozza) Signora baronessa!...

Deian. (staccandosi da Giacinto per salire nella vettura) Questa notte dormiremo qui... Vorrei che nella mia stanza mi aspettasse uno di quei bei fiori, pieni di fraganza, che si chiamano giacinti....

(sale nella carrozza dove tosto vanno a collocarsi Roberto, Frontino e Armellina).

Rob.—A rivederla, signor Giacinto!

Front.—Servo umilissimo del signor Giacinto!

Giac. (inchinandosi e salutando mentre la la carrozza si allontana) Felice ritorno, signor Giacinto.... cioè.... voleva dire... imbecille!

SCENA X.

Giacinto, che sarà rimasto alcun tempo presso il cancello come impietrito guardando verso la strada.

Quali occhiate!... quali parole!... Ed io, bestia... impietrito... mutolo... incapace... di ideare un complimento...! Ecco ciò che può chiamarsi una donna.—E dicono che certi tipi non si trovano che sulle fotografie e nei romanzi!—Una parigina! Ora comprendo come a Parigi si commettono tanti delitti per amore...! E stassera verrà ad alloggiare nellʼalbergo...! E mi ha pregato di collocare un giacinto nella sua stanza...! Ho inteso dire... e credo anche di aver letto che queste dame di alto rango hanno certi capricci... Ma no! Sarebbe troppo...! Non ho avuto il coraggio di profferirle una galanteria.—Ah! siamo pure imbecilli... noi altri della provincia!—Non ardirei toccarle una mano. E perchè? Alla fine, io sono giovane... un bel giovane, tutti lo dicono; e qui a Beaucarie ho già veduto molte ragazze spasimare peʼ miei begli occhi... Ma qui non è il caso di spasimi... Con queste parigine bisogna andar per le corte... Se bevessi dellʼassenzio! È un liquore che esalta... che infonde coraggio... Poi... questa sera... vado nella sua stanza da letto... depongo il candeliere sulla tavola da notte... e se ella mi guarda, come faceva poco dianzi, col bianco dellʼocchio—se mi fa capire con quel suo garbo assassino che le abbisogna... un giacinto—eccomi! le grido, cadendole alle ginocchia—se questo può bastarvi prendetelo.... laceratelo.... calpestatelo.... fatene lʼuso che vi piace—ma non dimenticate, o baronessa, non dimenticate...—Che cosa?... No! Due bicchierini di assenzio non basteranno... nè berrò tre... quattro.... tutta una fiaschetta... Voglio farmi onore... altrimenti ella sarebbe ben capace di cantarmi quella vecchia aria di Vaudeville:

Col nome di Giacinto Tʼhan battezzato invano, Ognuno per istinto Ti chiama tulipano!

(cantarellando)

Giacinto... bel Giacinto Sei proprio un tulipano!

SCENA XI.

Marco, Tommaso, Clementina. e detti.

Marco (a Clementina)—Lo senti? Senti come canta?... Il merlo è innamorato.

Giac. (volgendosi) Oh!... Ben tornati!

Tomm. (a Marco) Lasciamoli qui ad intendersela fra loro... Noi vecchi pensiamo agli affari....

Marco (a Tommaso) Eh via!... Cʼè tempo... Non sarebbe meglio andare a tavola?

Tomm. Amerei si aggiustassero i nostri conti....

Marco Che furia!... Li aggiusteremo a pancia piena....

Tomm. No... no... fratello; gli affari avanti tutto... Andiamo...!

(Lo trascina nellʼalbergo).

SCENA XII.

Giacinto, Clementina.

Clem. (timidamente in atto di allontanarsi) Se vi disturbo, cugino....

Giac. (imbarazzato) Oh! al contrario, signora cugina....

Clem. Perchè avete cessato di cantare?...

Giac. Ah!... Voi mi avete udito? (osservando Clementina e parlando fra sè) Qual differenza collʼaltra!

Clem. Sapete, cugino, chʼio vado pazza per la musica!... Tralascerei di pranzare per poter andare allʼopera!... (fra sè) Come mi guarda!

Giac. Davvero! (fra sè, osservandola) Vedi che maniera di abbigliamento! Le nostre ragazze di provincia mancano affatto di gusto!

Clem. (fra sè) Ma perchè mi guarda in quel modo?....

Marco (di dentro) Giacinto!... Giacinto!...

Tomm. Al ladro!... Al ladro!...

Giac. Quali grida!...

Clem. Ah! Gesummaria!... (correndo verso suo padre che entra con Marco) Papà! papà! cosʼè accaduto?

SCENA XIII.

Marco, Tommaso e detti Garzoni dʼosteria, forestieri, guatteri.

Tomm. (gridando) Al ladro!... Al ladro!...

Clem. Insomma! si può sapere?...

Tomm. La, mia borsa da viaggio!... Cinque milla franchi perduti!...

Tutti. Cinquemila franchi!!!

Tomm. (fra sè) Non erano che mille!... ma... tanto fa... mio fratello ha garantito per la somma totale....

Marco (venendo in mezzo a tutti) Giacinto!... disgraziato!

Giac. Papà...!

Marco Rispondi, imbecille! La chiave del gabinetto è uscita o non è uscita dalle tue mani?

Giac. Ma io... la baronessa... il segretario... il portafogli...

Marco (investendolo) Ah!... Miserabile! Ah! ladro!....

Clem. (interponendosi) Fermatevi!... calmatevi!...

Giac. Oh! vedi un poʼ che invece di pigliarsela con quelli che hanno rubato....

Forestiero.—È dunque vero?... Che fate qui? Il ladro non può essere lontano!... convien far presto!... Con vostro permesso, io corro ad avvertire i carabinieri...!

Tomm. (al forestiero) Grazie! obbligatissimo!... (il forestiero esce per la porta che dà sulla via). E noi... vediamo di tenere la testa a segno... (a Marco) Infine non si tratta che di seimila franchi... Me ne duole per te... che hai garantito... ma in ogni modo ci accomoderemo.

Marco—Seimila!... (senti, come crescono!...)

Tomm.—Siamo o non siamo fratelli? (volgendosi a Giacinto e a Clementina) Questi poveri ragazzi hanno il viso bianco come un panno lavato!... Vieni, Marco!... Te lo ripeto: fra noi ci intenderemo... (a voce alta) Tutti conoscono la tua probità; tutti sanno che quando ti fai mallevadore di una somma a te confidata, si può in ogni caso contarci sopra, si trattasse di millioni! (entrano nello studio).

SCENA XIV.

Un Garzone, un Guattero e un Piccolo.

Il Garzone. (correndo) Quel signore che pranzava nel salottino?...

Il Guattero.—È uscito per andar in cerca dei carabinieri....

Garz.—Vale a dire... ha profittato del parapiglia per svignarsela senza pagare il conto....

Il Piccolo. (in disparte, dopo aver ascoltato) Quandʼè così, posso in tutta coscienza vuotare il quintino che quel signore mi avea ordinato (beve, ed entra nelle sale).

Garz.—Seimila franchi—che ne dici?...

Guatt.—Un bel colpo!...

Garz.—Seimila franchi non fanno la fortuna di un uomo.

Guatt.—È vero.—Se si trattasse di ventimila...!

Garz.—Poco ancora....

Guatt.—Ecco!... centomila! non ti pare? è una somma rotonda che farebbe al caso nostro...

Garz. (allontanandosi) Centomila!... A poterla far franca... una volta tanto!...

(entra nelle sale zuffolando).

Guatt.—Oh, certo! tutto sta a poterla far franca!... Ma io, lo confesso, mi accontenterei di assai meno... Non sono aristocratico... io... (entra nella locanda).

SCENA XV.

Un Sergente e due carabinieri.

Sergente—Tenete dʼocchio quanti escono dalle sale. Non fate caso degli abiti o delle apparenze—sopratutto non dimenticate questo assioma di polizia pratica: che lʼuomo nasce ladro e che gli istinti naturali sono più forti in lui di ogni principio... acquisito dalla educazione o imposto dal terrore della legge. Non vi disarmi rispetto di età, di sesso, di condizione sociale o di riputazione illibata. La persona sulla quale porrete le mani potrà essere innocentissima del reato che costituisce pel momento lʼoggetto delle vostre indagini, ma in ogni modo lʼarrestato sarà un deliquente. Non vi inganni quella che suol chiamarsi la calma serena di una coscienza incolpevole. Diffidate sempre. I più impassibili sono dʼordinario coloro che si tengono certi di poter eludere la giustizia e uscir netti dalla procedura per mancanza di prove. Se mai vi accadesse, dietro una assoluta evidenza di incolpabilità, di dover rilasciare qualcheduno sul quale abbiate già poste le mani o le manette, fategli, come dʼobbligo, le vostre scuse; ma a fior di labbro, ondʼegli abbia a capire che la vostra deferenza è momentanea, ed esclusivamente relativa allʼincidente da cui fu motivato lʼarresto. Badate di esprimergli con un arguto sorrisetto: «se oggi non hai rubato, non sei però men ladro degli altri, e bada che qualche giorno ci ricadrai nelle ugne per davvero!» Tali avvertimenti non sempre si perdono infruttosi. Poichè gli uomini son ladri, facciamo chʼessi rubino il meno possibile. Tale è lʼalta missione che Dio ci ha affidato. Ed ora, ciascuno ai suo posto!

(Il sergente entra nelle sale, e i carabinieri si appostano in fazione alle due porte del cortile).

FINE DELLʼATTO PRIMO.

Illustration from L'arte di far debiti

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ATTO SECONDO.

SCENA I.

Appartamento sotterraneo in Parigi.—Nessuna porta visibile.—Scala a chiocciola che comunica collʼappartamento superiore.—A destra, sovra un rialzo, un tavolo con tappeto verde e grande seggiola a bracciuoli.—In faccia al tavolo, più basso, doppia fila di sedie.—Sulla parete di fondo, un cartello colla iscrizione: ALTA SCUOLA DI COMMERCIO E DI INDUSTRIA.—Ai due lati, piccoli cartelli colle epigrafi: Emancipazione dal lavoro!—Guerra al capitale... altrui!...

Roberto indi Frontino.

Rob. (guardando verso la soffitta) Ecco il segnale! (va in fondo alla scena, preme un bottone di ferro che sporge dalla parete; la soffitta si apre dal lato che comunica colla sala) Esattissimo, questo Frontino!

Front. (che sarà sceso dalla scala dopo aver rinchiusa la porticela) Eccomi! (tirando lʼorologio dal taschino del gilet) Le quattro e due minuti.

Rob.—Come andò la giornata?

Front.—A meraviglia!... (mostrando lʼorologio) Non ti sei accorto del nuovo acquisto?...

Rob. (osservando lʼorologio) Stupendo! E lʼhai avuto?...

Front.—Dalla mia destrezza....

Rob.—Il tempo non è denaro, ma questo misuratore del tempo può valere da trecento a quattrocento lire... Te ne faccio dono.

Front.—Tante grazie!...

Rob.—È venuta gente alla Agenzia?...

Front.—Nè troppa nè poca. Fra gli altri, un giovanetto della provincia per chiedere lʼindirizzo della baronessa De-Cristen, al mondo Deianira.

Rob.—Lʼhai riconosciuto?

Front.—Il viso non mi era nuovo....

Rob.—Ebbene: senza averlo veduto, io ti dirò chi è. Quello era il figlio dellʼalbergatore di Çette, dove abbiamo operato lo scorso mese....

Front.—Verissimo... Ora mi sovvengo...! proprio lui in persona....

Rob.—E gli hai dato lʼindirizzo di... madama la baronessa?

Front.—Dopo averlo fatto tornare quattro volte, e dietro una tassa di lire quaranta.

Rob.—Deianira saprà cavargli ben altro—A proposito: il sarto?

Front.—II sarto ha portato il magnifico abito da monsignore che gli hai ordinato... Il temerario ha avuto lʼardire di domandarmi un a conto....

Rob.—Era il caso di saldare.

Front.—È ciò che ho fatto. Ho riflettuto che quel ladro, partendo a mani vuote, avrebbe potuto adombrarsi... della ordinazione bizzarra che gli abbiamo fatta... e tirarne delle conseguenze poco omogenee.

Rob.—Riflessione giustissima.—Del resto, non temete, Frontino!.—La casa che noi abbiamo scelta a teatro delle nostre grandi strategie commerciali, non potrebbʼessere più acconcia e più sicura. Chi lʼha fatta costruire devʼesser stato uno strategico di prima forza. LʼAgenzia e lʼUfficio di indizii del piano terreno sono più che sufficienti a tutelare lʼAlta Scuola di Commercio stabilita nel grembo della gran madre. Tutte le religioni delle umanità han sempre dovuto, al loro nascere, rifugiarsi nelle catacombe.—Ciò che importa è di star sul chi vive, onde lʼocchio della vigile non oltrepassi mai quella barriera (addita la porticella attigua alla scala).

Front. (rabbrividisce).

Rob.—Ancora delle paure?...

Front.—È da molto che non consulti.... lʼamico?

Rob.—Il codice?... Oramai lo so a mente.

Front.—Hai tu mai riflettuto che la nostra ultima tratta di Çette, unitamente a quella che andremo a stendere fra unʼora, ci verrebbe scontata alla banca delle Assise in quattordici anni di lavori forzati...?

Rob.—Ragione per cui bisogna assolutamente che i nostri titoli si scontino altrove.

Front.—Eppure: la è una brutta prospettiva, quattordici anni di lavori forzati!

Rob.—Converrai meco che quella dei lavori forzati a vita è una prospettiva assai meno lusinghiera...

Front.—Ne convengo...

Rob.—Orbene: ad eccezione dei pochissimi a cui le ladrerie del bisavolo o del padre han procacciato una rendita sufficiente a campare la vita, tutti gli individui della famiglia umana non rappresentano che altrettanti condannati al lavoro perpetuo. Frontino: vuoi tu smettere di fare il ladro? Entra nella galera degli uomini onesti: lavora dieci ore al giorno, e crepa inosservato e disprezzato sotto il tuo abito da fatica.

Front.—Anche disprezzato...! e tu credi?...

Rob.—La società non accorda la sua stima al lavoratore, se non il giorno in cui questi collʼopera sua abbia adunato tal patrimonio da poter dire: io non ho più bisogno di lavorare per vivere.—Orbene: credi tu che questa stima non sia comunemente accordata anche a quelli che, dopo aver guizzato parecchi anni fra gli uscieri ed i birri, ed aver scroccate ai procuratori delle assolutorie molto equivoche, si adagiano trionfalmente sovra un bel trono di banconote, guardando di alto in basso quelle milliaja di imbecilli che sudano per morire di fame?—Non vi è per la società che una sola classe di uomini disprezzabili—quelli che non hanno denaro. Il giorno in cui tu, mio povero Frontino, uscissi nella strada cogli abiti logori e le scarpe corrose per muovere al ricupero della tua patente di uomo onesto, i ricchi ed i poveri, i superbi e i cortesi, quanti infine ti occorreranno per via, si tireranno in disparte, lanciandoti una occhiata di disprezzo e quasi di abbonimento.—Alla miseria non vʼè alcuno che perdoni. Però ti consoli il pensiero, che allorquando ti avverrà di dover attraversare una piazza sovra un sudicio carretto, colle mani legate, in mezzo a due rappresentanti della tirannide; tutti gli onesti esclameranno una parola di compassione pel povero catturato, e qualcuno ti getterà una moneta mormorando: peccato! lasciarsi prendere!...

Front. (abbracciando Roberto) Mi fai piangere di tenerezza....

Rob. (cavandogli lʼorologio dai taschini del gilet) Rasciugagli occhi... e andiamo a pranzo!—questa notte il tuo genio ed il mio saranno messi ad una gran prova....

Front.—Mi farò onore, te lo prometto!

Rob.—Sai dirmi che ora abbiamo?

Front. (si tocca e non trova, lʼorologio) Diamine!

Rob. (riconsegnandogli lʼorologio) Prendi...! A tutto rigore di diritto, sarebbe mio—ma voglio incoraggiarti—te lo dono una seconda volta!

Front. (con entusiasmo, prendendo lʼorologio) Ammirabile!

(salgono insieme per la scaletta).

SCENA II

Gran sala splendidamente illuminata.—Quattro porte laterali.—Altre due nel fondo.—In una delle sale attigue si vede un pianoforte.—In altra sala un tavolino da giuoco.

Armellina e Giacinto.

Arm. (introducendo Giacinto) Entrate, signore!

Giac.—Grazie! (fra sè, guardandosi intorno) Che splendide sale!....

Arm. (da sè, osservando Giacinto) Questa figura non mi è nuova!...

Giac. (fra sè) Quanto lusso!... (timidamente in atto di andarsene) Quasi... quasi...

Arm.—Voi venite?...

Giac.—Da Çette... una oscura città della provincia...

Arm. (tra sè) Ah! mi sovvengo di questo gaglioffo!—(a Giacinto) Mio caro signore, non arrivate in buon punto...! La contessa... cioè volevo dire... la baronessa...

Giac.—Se non mʼinganno voi eravate a Çette in compagnia della signora baronessa allʼapertura della fiera?...

Arm. (da se) Quale imbarazzo!... (a Giacinto) Perdonate! vado ad annunziarvi alla mia nobile padrona.

(esce dalla porta a sinistra).

SCENA III.

Giacinto solo.

Non so più in che mondo io mi sia!... Quanta luce!... Quanti fiori!... Cʼè da restarne abbagliati!... Sento che non avrò la forza di articolare due monosillabi... È meglio che me ne vada...! (fa per andarsene, poi si ferma) Vergogna, Giacinto! Manomettere il denaro di tuo padre... fuggir di casa... venir a Parigi in cerca di una donna... e adesso che lʼhai trovata, adesso che stai per vederla, fuggir via come un imbecille!... Ma cosa hanno dunque, queste diavolesse, che più le desiderate... più tremate di vederle!... (depone il cappello su una seggiola) Eccola!... Sento il fruscio del suo abito di seta!... Come mi batte il cuore...!

SCENA IV.

Armellina, Deianira, Giacinto.

Deian. (entra in abito alla Pompadour—parla ad Armellina senza volgersi a Giacinto) Brava! e tu introduci e vieni ad annunziarmi dei visitatori senza informarti dal loro nome e dei loro titoli!

Arm.—Al vederlo mi è sembrato di conoscerlo... e voi pure baronessa...

Deian. (volgendosi a Giacinto) Vediamo dunque!... Va pure, Armellina!

(Armellina esce).

SCENA V.

Giacinto, Deianira.

Giac.—Signora baronessa....

Deian. (inchinandosi) Signore...! Mi sembra infatti....

Giac.—Come?... Non mi conoscete più?...

Deian.—Perdonate!... (guardandolo fissamente con civetteria).

Giac.—Io sono Giacinto... quel giovane di Çette... il figlio dellʼalbergatore....

Deian. (con trasporto) Voi!... saria dunque possibile?....

Giac.—Non mi avevate detto?... non vi aveva promesso?...

Deian.—Di venire a Parigi pel vostro viaggio da nozze? Hai dunque preso moglie, scellerato!

Giac.—No...! non ancora! non sono così bestia... come sembro....

Deian. (con trasporto) Giacinto!...

Giac.—Vi sovvenite dei mio nome! mi riconoscete?

Deian. (come sopra) Se ti riconosco! Ingrato...! non ti ho sempre portato nel mio cuore?...

Giac.—Ah!... Baronessa!... Non posso credere....

Deian. (con affettazione) Tu non sai dunque cosa sia il cuore di una donna!... Tutti così, questi ingrati! Ignorano o fingono ignorare che nel nostro povero cuore tutto passa, tutto si cancella... tranne la prima impressiome di un volto... di una voce... di uno sguardo...

Giac.—Ah! baronessa...!

Deian. (prendendogli la mano) Continuerai tu sempre ad umiliarmi... con questo fatuo titolo?

Giac. (tra sè) Signora... perdonate... Noi altri di laggiù siamo tanti... come si suol dire... minchioni... Si vorrebbe parlare!... si vorrebbe fare... ma poi manca la voce, mancano le forze... Desiderava tanto di vedervi...! e adesso... vedete!... mi tremano le gambe... e tutto il resto... Basta...! a poco, a poco prenderò coraggio... Se sapeste come mi fanno bene le vostre parole... Se sapeste cosa ho fatto per rivedervi!... Il desiderio di venire a Parigi assorbiva tutti i miei pensieri... Ma—che volete?—si hanno dei genitori—o questi sono sempre un poʼ stitici, quando si tratta di metter fuori quattrini... Ho dovuto...—vedete a che spinge lʼamore! ho dovuto, per aver del denaro...

Voci Interne—Vogliamo passare!...

Una voce più forte—Ho già fatto la strada dieci volte!...

Deian. (interrompendo Giacinto) Scusate...! Che diavolo di baccano là fuori?...

Giac. (tra sè) Maledetti gli importuni!... Proprio adesso che la mia lingua cominciava a snodarsi...

SCENA VI.

Armellina e detti.

Arm. (accorrendo e parlando sottovoce a Deianira) Signora!... Un gran pericolo!... Cinque creditori ad un tratto!... La sarta, la modista, il calzolaio...

Deian.—Mandali via colle buone!

Arm.—Impossibile!... Hanno giurato che se non vedono... mi capite... faranno un chiasso del diavolo....

Una voce—Entriamo! è tempo di finirla!

Deian. (imbarazzata) Qual contrattempo:

Giac.—Che è stato?...

Deian. (appoggiandosi al braccio di Giacinto e fingendosi estremamente impaurita) Mio Dio!...

Giac.—Signora, che avete?... Ho inteso degli schiamazzi là fuori... Se si trattasse di somministrar quattro pugni... vi assicuro che noi altri della provincia... sappiamo tirarci dʼaffare per bene.

Deian.—Ah!... Giacinto.... Io sono perduta!...

Giac.—Perduta?... Ma dunque...!

Deian.—Pare siano venuti espressamente a questʼora per farmi arrossire davanti al solo uomo... che io....

Giac.—Arrossire!... ma di che? Via! parlate, baronessa! vi ripeto che se si tratta, di somministrare dei pugni...!

Deian. (abbracciandolo) Cuore ingenuo e sublime!...

Giac.—Forse dei temerarii che pretendono... al vostro amore!

Deian.—Non insisterebbero tanto... Tutte il mondo che mi avvicina sa che io mi son fatta inaccessibile... dacchè lʼanno scorso... in una certa città in riva al mare... in un certo cortiletto da albergo tutto pieno di fiori.... ho veduto... ho scambiato delle parole con un certo.... Animo! Non vuoi proprio aiutarmi a trovare questo bel nome?... (gli getta al collo le braccia, Giacinto si permette di esalare un sospiro, torcendo gli occhi verso la soffitta.—Al difuori si rinnovano le grida.—Armellina, dietro le spalle di Giacinto, accenna a Deianira che è tempo di parlar chiaro).

Giac. (impazientito dalle grida) Ma... insomma... è tempo di farla finita! (esce con Armellina).

Deian.—No! fermati... tesoro!... (gli tien dietro fingendo di volerlo trattenere; poi torna sul davanti della scena, si guarda nello specchio, riordina colla mano alcuni nodi, quindi si accosta in punta di piedi alla porta donde sono usciti Armellina e Giacinto).

Deian.—Benedetto! è la provvidenza che lo ha mandato... Lo schiammazzo cessa... Non si odono che parole di ringraziamento... Se ne vanno!... sono partiti...! (correndo incontro a Giacinto) Ci sei dunque riuscito?... Se tu sapessi...! Vedi a che siamo esposte, noi, povere donne, quando siamo sole, quando non si vuoi transigere collʼonoratezza... col decoro... Vieni, Giacinto!... Dallʼapparato che tu vedi, avrai già capito che questa sera dò nelle mie sale una piccola festa in costume... Voglio metterti un bel abito alla Luigi decimoterzo!... Quale sorpresa pei miei amici...! Ti presenterò sotto il titolo di barone... e di mio cugino... In società è molto facile far la parte di barone; ma saprai tu rappresentarla per bene, la parte di cugino?....

Giac. (confuso) Li ho mandati in pace con due biglietti da cinquecento....

Deian. (con civetteria) Fra cugini non è di buon genere parlar di affari... Converrà che io ti insegni a rappresentare la tua parte. Vieni! faremo delle prove là dentro!... (entrano insieme negli appartamenti a destra).

SCENA VII.

Armellina, quattro domestici, signori e signore, un fanciullo.

Arm. (introducendo gli invitati) Entrino pure! La signora baronessa verrà a momenti!

(gli invitati si disperdono nelle sale; i domestici si collocano agli ingressi dei gabinetti).

Un Fanciullo (ad uno degli invitati) Vedi, papà, i bei lampadarii... le magnifiche dorature!....

Il Padre—Modera il tuo entusiasmo—e ficcati bene in mente questa massima: che all'ammirare ogni cosa si passa per imbecilli.

Fanc.—Terrò calcolo del tuo avviso.

Padre—Ed ora, va! gira... passeggia... divertiti come puoi!... E quando si aprirà il buffet... non dimenticarti di tua madre e delle tue piccole sorelline che sono rimaste in casa ad attenderti. Riempiti quanto più puoi le tasche di ciambelle e di confetture....

Fanc.—Oh!... lascia fare...! Anche la mamma me lʼha raccomandato....

Padre—Segui sempre i consigli di quella santa donna e di chi ti vuoi bene—te ne troverai contento!

(si allontanano—altri invitati sì portano sul davanti della scena).

SCENA VIII.

Signori e signore, Frontino in disparte.

Una Signora—È strano che la baronessa non si faccia vedere....

Un Signore (alla signora) Si vuole che un suo ricco parente di Bruxelles giungesse improvvisamente stassera... per saldare—relata refero—certe partite....

Signora—Che la baronessa sia dissestata?....

Signore—Certo... le voci che corrono... sul di lei conto....

Signora (accennando a due invitati che passeggiano a poca distanza) Chi sono quei due decorati della legion dʼonore?

Signore—II primo... quello dal volto bruno... coi favoriti allʼamericana... è nientemeno che il cavaliere Dumonsail, il celebre inventore della macchina per fare le addizioni.—Intendiamoci.—Si vuole che il vero inventore fosse un povero maestro di calligrafia, dotato di molto ingegno, ma povero affatto di mezzi pecuniarii.—Al buon uomo, per tradurre in fatto la sua invenzione, abbisognava la mano di un abile meccanico.—Va dal Dumonsail, che a quellʼepoca era un mediocrissimo operaio in ferro bianco—gli svela il suo segreto, gli commette di costruire la mecchina—e questi un bel giorno presenta alla Esposizione il suo piccolo congegno, ottiene il brevetto di invenzione, e in meno di quattro anni diventa millionario.

Signora—Ma, bravo!... Ci vuol dellʼingegno e del coraggio a far di questi colpi!... Ah! Ah!

Signore—Voi ridete?...

Signora—Chi non riderebbe, pensando a quellʼimbecille di calligrafo? E quellʼaltro signore?

Signore—Il signor Chezmoi—un usuraio che da trentʼanni presta al cento per cinque....

Signora—Di ragione... sarà ricchissimo....

Signore—Circa dieci millioni di patrimonio....

Signora—Non credeva di trovare nelle sale della baronessa De-Cristen una società cosi eletta (si allontanano).

Front. (avanzandosi tra una folla di invitati) È vano scommettere! perdereste...! Nessuno meglio di me conosce la vita o i miracoli di questi amabilissimi e splendidissimi signori. Rosamunda Rosalez De-Cristen dei Cid baronessa di Baltimora e dʼAlcazar è spagnuola di origine come i suoi titoli ne fanno fede. Al cadere della dinastia borbonica, i di lei beni vennero confiscati—ciò è positivo... ciò è reale... ciò è incontrastabile—ma è positivissimo, realissimo, incontrastabilissimo che ella ha avuto lʼaccortezza di far passare in tempo utile alla banca di Francia un gruzzoletto di dieci millioni....

Tutti—Dieci millioni....

Signore (sottovoce) Bombe... e cannoni!....

Un Altro (sottovoce vicino) Dieci millioni... assicurati sulla banca del Puff!...

Il Vicino—Questi dettagli non mi interessano.—La baronessa dà dei buoni pranzi, delle cene magnifiche, delle splendide feste—strilleranno i puffati; frattanto da noi si gode!....

SCENA IX

Deianira, Giacinto, Armellina e detti.

Front.—Ma eccola!... ecco la Dea dellʼoro e della bellezza!... (Tutti si inchinano.—Deianira si avanza a braccio di Giacinto vestito in costume alla Luigi XIII).

Deian.—Signore... signori... perdonate se mi sono fatta aspettare... Ho lʼonore di presentarvi il barone Alonso Del-Cid, mio cugino, venuto espressamente da Bruxelles per prender parte alla mia piccola festa (tutti si inchinano a Giacinto).

—Ho lʼonore...

—Ho il piacere...

Un Signore (al vicino sottovoce) Questi cugini!...

Lʼaltro (sottovoce) Questi baroni!...

Giac. (ai molti che gli si fanno dʼattorno) Cugino... barone... Del-Cid... da Bruxelles... troppe grazie!...

Deian. (con disinvoltura) Ed ora, smettiamo il sussiego!... Frontino... monsieur Frontin... impareggiabile organizzatore e direttore delle feste—mi pare che la società sia completa... Noi attendiamo un vostro segno per slanciarci nei vortici del ballo o per immergerci voluttuosamente in un bagno di melodie....

Front.—Prima di tutto, un poʼ di musica... non è vero?... Se il signor Gallinini vuoi mettersi al pianoforte....

Gallinini—Eccomi!... Non mi farò pregare... Ardo dal desiderio di offrire a queste darne e a questi signori una primizia—voglio dire una breve romanza senza parole che io improvvisai la scorsa notte in riva della Senna... al pallido chiarore della luna... fra il gorgoglio delle acque... e lo stormire delle fronde....

Pront. (interrompendolo) Da bravo!... la si metta al pianoforte, signor Gallinini...!

Deian.—E noi, mettiamoci a sedere... ed ascoltiamo... Il signor Gallinini non può darci che della musica di paradiso.

Un Signore—Gallinini!... al cognome devʼessere italiano... (Gallinini preludia sul pianoforte) Deliziosa!... Alle prime battute si vedono le stelle, la luna, le fronde, le acque della Senna...

Un Signore (al vicino accennando a Giacinto) Mi pare che quel barone debba avere del positivo... nel portafogli... Se lo invitassimo a giuocare!

Altro—Ci pensava anchʼio... (a Giacinto). Se il signor barone Del-Cid, col buon permesso della amabilissima signora baronessa, volesse fare quattro colpi al lʼecarté....

Deian. (sottovoce a Giacinto) Non permetto...!

Giac. (al signore che lʼha invitato a giuocare) la signora baronessa non permette....

Deian. (ai signori). Un cugino che non rivedo da otto anni...! Signori!... comprenderete....

Signore—Naturalissimo...! Mille perdoni, baronessa (sottovoce al compare allontanandosi) Fra tanta gente troveremo il nostro merlo anche stassera!

Deian. (a Giacinto) No! non voglio che tu giuochi... Quei signori ti spiumerebbero... Ed io ti voglio tutto per me, mio bel piccione!

Giac.—Piccione...! Ne avete, voi altre parigine, delle parole per muovere il sangue...!

(Giacinto e Deianira si allontanano a braccio—la musica finisce—grandi applausi).

SCENA X.

Alcuni Signori.

Io—Che ne dici di questa melodia?

IIo—Bella... ma non nuova—il signor Gallinini lʼha rubata a Berlioz...

IIIo—In tal caso, Berlioz lʼha rubata a Rossini.... Ciò che abbiamo udito è un frammento netto e schietto della Donna del lago.

IVo—II cui pensiero fu spiccato di pianta dalla Nina pazza di Paesiello...

Vo—II quale probabilmente lʼavrà rubato a Lulli od a Gluch—Sono ladri, questi maestri!...

(cominciano le danze interne).

—Il ballo è cominciato! entriamo nelle sale!

SCENA XI.

Frontino e Deianira.

Front. (arrivando con Deianira sul davanti della scena e parlando a bassa voce) Fra poco egli sarà qui... Ha promesso di venire al punto di mezzanotte...

Deian.—In abito da prete?...

Front.—Tu andrai ad incontrarlo nellʼanticamera... lo introdurrai—sarà un colpo da stordire!... Oh!... ma ecco... Armellina.... Certamente ella viene ad annunziarci la visita di monsignore!

SCENA XII.

Armellina, Signore, Signori e detti.

Arm. (affannata) Baronessa... dame... signori...

Deian.—Che è stato?

Arm.—Cose da non credere!... Figuratevi....

Front.—Insomma?...

Arm.—Figuratevi che un prete... un monsignore... si è presentato nellʼanticamera e domanda di entrare...

Tutti—Un prete! un monsignore!

Deian.—In verità... una tal visita mi parrebbe per lo meno singolare a questʼora...

Un Signore—Sicuro...! convien sapere il nome.

Un Altro—Potrebʼessere qualche gabbamondo...

Un Altro—Qualche ladro, dico io...

Deian.—Io non conosco altri, reverendi fuori del rispettabile e angelico direttore dellʼospizio dei bambini lattanti di Montpeilier... quel monsignor Duvaneuil...

Arm.—Monsignor Duvaneuil... per lo appunto... Mi pare che egli abbia profferito un tal nome.

Deian.—Possibile!—Signore, signori, col vostro permesso, io vado a ricevere quel santo uomo. (si allontana).

Front.—Monsignor Duvaneuil...! (ai circostanti) lo scorso estate... a Monpellier... quel venerabile prelato era il confessore della baronessa...

Giac. (da sè) Voglio ben sperare che questa sera... prima di confessarsi... basta! non verrei che questo santo guastasse i fatti miei...!

SCENA XIII.

Roberto in abito da Monsignore

Deianira e detti.

Deian. (inchinandosi a Roberto) Avanzatevi, monsignore...! Il pensiero di carità che vi guidò fra noi, verrà apprezzato come lo merita da tutti i miei conoscenti ed amici...

Un Signore—Che aspetto venerando!...

Una Donna—Quanta dolcezza... nel suo viso...! (tutti si inchinano—alcuni baciano la mano a Roberto che si schermisce).

Rob.—No!... non permetto, fratelli amatassimi... Vi prego di perdonare se interrompo per un istante i vostri onesti ricreamenti... Non rimarrò che pochi minuti; quindi voi riprendete le vostre danze, che forse... anzi non ne dubito... vi riusciranno a mille doppi più gradite, come lo saranno anche in un altro luogo (stralunando gli occhi e guardando al cielo)... in quel luogo ove ogni allegrezza è benedetta quando sia feconda di carità; charitas in letitias, come dice il salmista.

Deian.—Parlate... esponete senza esitazione il motivo della vostra visita... Qui vi hanno dei cuori fatti per comprendervi.

Rob.—Mentre voi, o amabili e belle damine, mentre voi, gentili e costumati cavalieri, qui, nelle sale calde, illuminate, olezzanti di profumi, tra i fiori e le musiche, lecitamente e onestamente, licito oblectamento come direbbe lʼangelico, passate la notte divertendovi; laggiù, nellʼOspizio che la carità dei fedeli mi ha affidato, piangono cento e cento bambini, ammalati, sofferenti, mal riparati dai geli e scarsamente nudriti... (volgendosi a Deianira) La signora, baronessa, altra delle pie e forse la più benemerita delle patronesse dellʼOspizio, non ignora qual largo margine ivi ancora sia aperto alla carità dei cristiani... Le annate sono cattive, i raccolti scarseggiano, e pare che per un insigne miracolo del grande fattore, col diminuirsi degli altri prodotti, vada sempre aumentando la popolazione—fruges deficiunt, coetera tamen intumescunt... Tutto vi dirò in una parola: i miei lattanti hanno fame... (con enfasi). E qui vi saranno delle madri... e qui vi saranno dei padri... e chi non è madre, chi non è padre, da un giorno allʼaltro... che dico...? da unʼora allʼaltra può divenirlo... Ubi caro ibi caries come dice il già citato dottore (sensazione). Ma io già comprendo dalla viva commozione dei vostri volti che ogni mia parola, ogni mia preghiera diverrebbe superflua. Erubescit, sapientia mea in conspectum charitatis, esclamerò anchʼio col Da Compostella; e sporgendovi la bisaccia dellʼorfano, mentre andrò raccogliendo a benefizio di tanti e tanti miserelli lʼobolo della pietà e del sacrifizio, ripeterò col già citato dottore: qui mihi dat, sibi non abstulit, et qui sibi abstulit vitam aeternam possidebit...!

(va in giro col bossolo).

Un Sign.—Eccovi cento lire; ma amerei che ad eccitamento degli altri facoltosi, il mio nome colla cifra della oblazione venisse stampato in qualche periodico della capitale.

(consegna a Roberto il denaro e la sua carta da visita).

Una Dama (spogliandosi deʼsuoi adornamenti) Eccovi i miei braccialetti... le mie perle... tutti i miei gioielli più preziosi....

Un Sign. (al suo vicino sottovoce) Pietre false pel valore di trenta soldi....

Rob. (che va in giro raccogliendo le oblazioni) Date! date pure! che Dio vi benedica!

Un Sign.—Manderò una bella somma al vostro ospizio fra poche settimane.

Rob.—Il signore tiene conto delle buone intenzioni, ma lʼAngelico dice: intentio placet, pecunia verum tangitur et ponderatur. E il Signore è un galantuomo che a suo tempo dà il cento per uno.

Un Usuraio—II cento per uno! ecco un individuo col quale farei volentieri degli affari se volesse onorarmi della sua clientela. Prendete! (gettando nella borsa due soldi incartocciati) in via di esperimento....

Rob. (a Giacinto) E lei... Bel cavaliere?

Giac. (mette mano al portafoglio).

Deian. (trattenendolo) No... fermati, cugino!... Preferisco che tu sottoscriva come già ho fatto io, una donazione annua di lire cinquecento....

SCENA XIV.

Armellina, un commissario di polizia in abito borghese, e detti.

Arm.—Entri pure signor comissario!... Ella troverà qui una società elettissima.

Deian. (vedendo il comiss.) Che è stato?....

Tutti.—Un comissario di polizia!....

Comissario. (avanzandosi e sbottonando il soprabito per mostrare le insegne della sua carica) Signori... e signore... non si incomodino... ciascuno rimanga al suo posto... Dispiacentissimo di dover disturbare per un istante una si bella ed elegante società, adempirò al mio mandato con quella discrezione e quella prudenza che sono tradizionali negli alti impiegati della polizia francese.

Sign.—Entrare in una casa di oneste persone.

Altri.—Dopo mezza notte...!

Altro.—In casa di una signora!... di una dama per ogni titolo rispettabile...!

Altro.—Ciò è inaudito!

Comiss.—Loro signori comprendono benissimo che io non sono che una mano... un braccio... un istrumento qualunque dellʼautorità.—Orbene: lʼautorità venne poco dianzi informata che nella festa da ballo dellʼillustre baronessa De-Cristen (si inchina a Deianira), questa sera, profittando della confusione e degli equivoci mai sempre occasionati dalla troppa affluenza, verranno ad intrudersi, e probabilmente già si sono intrusi, due ladri e barattieri della peggior specie, che infino ad ora sfuggirono alle nostre ricerche, I conotati fisici di questi due pregiudicati sono abbastanza impressi nella mia mente, perchè il compito di riconoscerli mi riesca assai facile.—Le porte sono guardate dai miei uomini di fiducia, onde non è a supporre che qualcuno tenti di evadere prima che la perquisizione sia esaurita....

Front.—Questa è una indignità!

Deian. (sottovoce) Impudente...!

Comiss. (sottovoce) Ecco uno dei due...!

Deian. (al comìssario) lo comprendo, o rispettabile esecutore della legge, che ogni atto di opposizione tornerebbe vano... A suo tempo presenterò le mie proteste al Ministero; al momento, chino il capo allʼintegro rappresentante dellʼordine pubblico. Fermamente convinta che questa. violazione del mio domicilio sia occasionata da un equivoco, e che nessuno deʼ miei invitati sia persona sulla cui onestà e dignità morale possa cadere alcun dubbio, io mi presterò di buon grado ad agevolare il vostro compito onde si abbrevii per noi tutti una situazione oltremodo penosa e starei per dire umiliante. Solamente ardisco sperare che la signoria vostra, prima di procedere alle misure che le pajono indispensabili, vorrà permettere (accennando a Roberto, che con faccia compunta e le braccie conserte al petto si tiene in disparte); vorrà, permettere a questo santo ministro di Dio, di compiere la sua opera di carità, terminando di raccogliere le oblazioni di queste dame e di questi signori a benefizio dei poveri bimbi lattanti....

Comiss. (con rispetto) Monsignore... sarebbe dunque...?

Rob.—Uno dei più grandi peccatori ai cospetto di Dio, a cui queste pie e devote persone hanno voluto affidare i tesori della loro carità perchè sieno versati come rugiada benefica sugli orfanelli affidati alla mia custodia (scuotendo il bossolo e facendo suonare le monete). La voce che esce da questo bossolo è il gemito, la preghiera, la benedizione di mille cuori innocenti... Se qualcun altro—se lei, egregio signore—vorrà aggiungere il suo obolo... alla copiosa messe qui raccolta....

Comiss. (deponendo una moneta nel bossolo) Prendete... e perdonate... se nella mia qualità di impiegato governativo non posso offrire di più.

Rob.—Grazie! permettete che io esclami collʼEvangelista; Et nunc dimitte servum tuum in pace, quia mirabilia fecit Dominus!—Signore... signori... la mia missione è compiuta...! Se ho ben compreso (accennando al commissario) questo integerrimo non meno che caritatevole rappresentante dellʼautorità secolare deve compiere in questa sala una delicata ma forse necessaria formalità. Persuaso che la mia presenza potrebbe incagliare il regolare andamento della procedura, io bramarei, col buon permesso dellʼegregio signor comissario, di ritirarmi e tornare ai miei uffici.

Comiss.—Mi farò un onore di accompagnarla io stesso fino allʼanticamera....

Rob.—Troppe grazie!... obbligatissimo! (volgendosi ai circostanti) Benedictio Dei patris... (sottovoce a Deianira) Prudenza e discrezione! (forte) super vos et super filios vestros per omnia sæcula sæculorum! (esce col comissario).

Un Sign. (al vicino) Qui cʼè del bujo....

Deian. (sottovoce a Frontino) In ogni caso, non comprometterci...!

Front.—Se potessi svignarmela...!

Comiss. (tornando in scena con due guardie e indirizzandosi a Frontino) Signore, voi siete in arresto!....

Front.—Ma... io!... qui certo vi è un equivoco!

Comiss.—Meno ciarle! (ad una guardia) Assicuratevi di lui! (volgendosi ai circostanti) La signora baronessa vorrà bene introdurmi neʼ suoi appartamenti, onde io veda se per avventura vi si nasconda qualche persona sospetta. Quanto agli altri la consegna è levata; chi vuoi uscire è padrone.

(Deianira e il comissario escono dalla porta a sinistra. Frontino rimane nel fondo della scena, custodito da una guardia di polizia).

Giac. (da sè) Non so... se a me convenga seguirla....

Un Sign. (ad una signora) Dammi il braccio, Fifina...! Usciamo prima che avvenga di peggio. (esce colla signora).

Un Altro—Sarebbe imprudenza il rimanere più a lungo... Nella confusione, spero pescare un cappello nuovo che quadri alla mia testa.

(Tutti escono.—Alcuni si inchinano a Giacinto incaricandolo di porgere i loro saluti e ringraziamenti alla baronessa.—Altri se ne vanno senza dir parola.—Mentre Giacinto si avvia per entrare nelle stanze di Deianira, due domestici si incontrano nel fondo della sala. Lʼuno porta una guantiera con parecchi bicchieri colmi di vino).

Un Domestico (arrestando quegli che porta la guantiera) Permetti che io mi inumidisca le labbra!

(beve due bicchieri).

Lʼaltro (consegnando allʼaltro la guantiera e bevendo a sua volta) Da buoni colleghi!

(si allontanano).

Comiss. (uscendo dagli appartamenti di Deianira) Tutti partiti!... Quale risveglio di coscienza dinanzi alla mia ciarpa tricolore! (a Giacinto) Il di lei nome?

Giac.—Giacinto Dubois... per servirla....

Comiss. (che avrà scritto il nome sovra il suo portafoglio) Domani, prima di mezzogiorno, ella avrà la compiacenza di presentarsi allʼuffizio di polizia del primo circondario per subire un interrgatorio. Credo dovere di gentiluomo lʼavvertirla, che la signora baronessa è caduta in deliquio nelle sue stanze... (a Frontino) Ed ella, signor Frontino Grossac, favorisca di seguirci!

(Frontino esce atterrito fra le guardie. Il comissario lo segue).

Giac.—Che razza di scene in questa Parigi...! Ma la baronessa è caduta in deliquio... Corriamo a soccorrerla... Purchè duri lo svenimento, avrò forse il coraggio di dirle... di tentare....

Deian. (presentandosi) II comissario?....

Giac.—Tutti partiti.—Ma voi?... Mi avevano detto... avevo quasi sperato....

Deian. (cadendo nelle braccia di Giacinto) Ah!...

Giac.—Un altro svenimento!... Quale fortuna!....

(fa sedere Deianira sovra una seggiola e cade alle sue ginocchia).

FINE DELLʼATTO SECONDO.

Illustration from L'arte di far debiti

a3

ATTO TERZO.

SCENA I.

Cortile di albergo come nellʼatto primo.

Tommaso, Cavillo. (entrando dalla destra).

Tomm.—E voi sareste tanto scortese da intentarmi un processo?

Cav.—Ve lʼho detto e ve lo ripeto.

Tomm.—Sarebbe un vero ricatto.

Cav.—Sarebbe la cosa più giusta del mondo, ovverosia la più legale, giuridicamente parlando. Che diamine, signor Tommaso? non era io forse il procuratore generale di quella buonʼanima di vostro fratello... che Dio lʼabbia in gloria?... Ora, le carte che sono ancora in mia mano parlano chiaro... Il signor Marco possedeva allʼepoca della sua morte un capitale di L. 10000 in contanti, un albergo bene avviato, e il valore nominale di L. 13500 in poderi censiti or sono due anni. Nel suo testamento egli dichiarò erede universale il figlio Giacinto. Quel pazzo ha preferito buttarsi alla vita di avventuriere anzichè restarsene tranquillamente a casa sua a mangiare un pane sicuro... Voi avete profittato dellʼassenza del nipote per prendere le redini dellʼalbergo, e si vuole che abbiate ipotecati varii poderi... che appartengono allʼassente di ignota dimora... Voi comprenderete che la coscienza, il sentimento della giustizia e della onestà mi impongono di agire....

Tomm.—Voi volete perdermi?....

Cav.—Al contrario... Se le mie intenzioni fossero ostili, a questʼora il processo sarebbe già incoato, e il vostro nome, la vostra riputazione di onestʼuomo avrebbero già subito qualche scalfitura.—Ho creduto bene di prevenirvi... di mettervi in guardia, e ho sempre atteso come attendo in questo punto, una vostra parola per gettare alle fiamme i miei scartafacci, e per ridonarvi, con una buona stretta di mano, la mia stima e la mia amicizia.

Tomm.—Ah! la vostra stima! la vostra amicizia! E chi vi ha detto, signor Cavillo, che io ci tenga molto alla vostra stima ed alla vostra amicizia?

Cav.—Signor Tommaso... cogli avvocati non si scherza!....

Tomm.—Signor arruffacause, mi si tolga dai piedi...!

Cav.—Se questa è la vostra ultima parola, a rivederci in tribunale!....

(fa per andarsene).

Tomm. (fra sè) È inutile!... Non cʼè che una via per uscirne!... (richiamandolo) Signor Cavillo!....

Cav. (ritornando) Mʼavete chiamato?....

Tomm.—Perdonate!... Ho un maledetto carattere....

Cav.—Il mio, allʼincontro, è il carattere più dolce, più elastico che si possa ideare.

Tomm.—Vediamo di intenderci, se è possibile....

Cav. (da sè) Lʼha capita! (a Tommaso) Sempre dispostissimo alle transazioni...!

Tomm.—Alle corte!... Se io deponessi fiduciariamente nelle vostre mani qualche cosa... come a dire... cinquecento franchi... a patto di procrastinare....

Cav.—Voi parlate dʼoro... Se aveste cominciato su questo tono, a questʼora saressimo dʼaccordo....

Tomm.—Allora... siamo intesi... Contate sulla mia parola....

Cav.—Preferirei contare le monete.

Tomm.—Fra mezzʼora... verrò io stesso al vostro studio col denaro. E voi... desisterete da ogni querela...?

Cav.—Vivere e lasciar vivere—ecco la mia divisa. Comunque avvenga, non farò un passo prima di avervi prevenuto.

Tomm. (da sè) Unʼaltra stoccata! (forte) Obbligatissimo!....

Cav.—Servo umilissimo! Per vostra norma, io rimarrò nel mio studio fin verso le quattro. (esce).

Tomm.—Son ladri... questi avvocati!....

(entra nellʼosteria).

SCENA II.

Roberto in abito da donna, Deianira in abito da uomo.

Deian.—Quale imprudenza! Entrare nellʼalbergo ove pochi mesi sono abbiamo operato... dove qualcuno potrebbe riconoscerci!

Rob.—Fidati di me. Uno strategico che conosce la sua arte preferisce sempre di dar battaglia nelle località già esplorate. Sotto questo travestimento, sfido io chi potrebbe riconoscerci!...

Deian.—Se Giacinto fosse qui... se mi vedesse...

Rob.—Ah! Ah!... Credi tu chʼio non abbia calcolata una tale eventualità? Ebbene: quel tuo Giacinto, in caso di pericolo, potrà divenire il nostro migliore alleato, il nostro salvatore.

Deian.—Egli!... mi fai trasecolare...

Rob.—Ti ama, ed è un imbecille—ecco due considerazioni che dovrebbero rassicurarti.

Deian.—Ad ogni modo... non bramo di incontrarmi con lui... Roberto... comincio ad avere dei rimorsi.

Rob.—Ho veduto dei cuori meno sensibili del tuo intenerirsi sulla miseranda fine di un cappone, dopo averlo divorato.

Deian—Ma... i miei calcoli non possono sbagliare. Giacinto dieci giorni or sono era ancora a Bruselles alla casa di salute....

Rob.—Ne saresti per avventura innamorata?... Hai bisogno di mutar aria, Deianira... Infatti, questa nostra vecchia Europa infracidisce a vista dʼocchio. Il sistema monarchico costituzionale può corrompere anche le nature più forti... Io stesso comincio a muovermi con disagio in questa melma. Entriamo nella locanda!—mettiamoci in regola coi nostri appetiti più volgari; quindi, fra unʼora, ci imbarcheremo sul Telemaco per salpare ai liberi paesi dellʼAmerica.

Deian.—Eppure... questa cara Francia... questa bella Europa mi piacevano tanto!

Rob.—Non dubitare... Se laggiù faremo fortuna, fra dieci o dodici anni torneremo in patria. Quando si posseggono dei milioni, si può anche adagiarsi nei paesi corrotti dal despotismo.

(entrano nella locanda)

SCENA III.

Clementina.

(Uscendo dalla locanda, si incontra con Roberto e Deianira e si inchina) Dei forastieri!... Eppure il convoglio non è ancor giunto!... Come sono lunghe queste giornate!... Tutte le mattine mi alzo colla speranza chʼegli abbia a tornare, e tutte le sere mi corico collʼamarezza del disinganno... (traendo una lettera) Eppure, nella sua ultima lettera... Vediamo (leggendo) «Fra pochi giorni, mercè il denaro che mi hai spedito, io verrò ad abbracciarti, o mio buon angelo. La convalescenza fu lunga, ma sento dʼaver quasi ricuperate le forze, se pur non mi illude lʼardente desiderio di rivederti, di abbracciarti, di esprimerti a voce la mia gratitudine... e qualche altra cosa...» Qualche altra cosa...!... Che vorrà dire!... Ah! queste parole mi ravvivano il cuore!....

SCENA IV.

Giacinto, Clementina.

Giac. (osservando) Una donna... una bella fanciulla....

Clem.—Qualcuno... (volgendosi) Giacinto!....

Giac.—Clementina! (abbracciandola con spigliatezza) La mia bella... la mia cara... la mia adorata cuginetta....

Clem.—Quai modi!... Se mio padre... se mio zio....

Giac. Io ti adoro... io....

(lʼabbraccia nuovamente)

Clem. (sciogliendosi dalle braccia di Giacinto) Dio! mi fai paura... Corro da mia padre a recargli la buona notizia...

Giac. (trattenendola) Va bene...! Dagli in anticipazione un bacio per mio conto—dagli questo!

(la bacia sul collo, Clementina mette un grido e corre nella locanda).

SCENA V.

Giacinto.

Povera fanciulla! sempre buona, sempre timida, una vera figliuola della provincia! Tre mesi fa, ero anchʼio un bamboccio come lei.—Ma ora... dopo le istruzioni... dopo la pratica che ho fatto con quella vipera parigina!... Ah! Deianira...! tu mi hai scorticato per bene, ma ora posso dire di essere un uomo!....

SCENA VI.

Tommaso, Clementina, Giacinto.

Tomm.—È dunque vero!... Mio nipote!... Giacinto...!

Giac. (abbracciando Tommas) Caro zio...!

Clem. (osservando) Ha imparato ad abbracciare con una forza...!

Tomm.—Ah! era ben tempo che tu ritornassi...! Se tu sapessi... quante crisi... quanti sacrifizii—non è vero, Clementina?—per assestare le tue faccende...! Dopo la disgrazia... che tu sai, siamo accorsi qui, Clementina ed io—abbiamo abbandonata la nostra casa in balìa di un fattore... e tu sai quanto sien ladri i fattori!... Non importa, dicevo a Clementina—corriamo a Çette!—vediamo di salvare quanto si può delle sostanze di quel scavezza... di quel caro ragazzo... Ti abbiamo scritto—nessuna risposta... Più tardi sapemmo della tua malattìa... Il mio primo pensiero—non è vero, Clementina?—fu di volare a Bruxelles per recarti qualche soccorso—ma non eravamo ben certi... non sapevamo—non è vero, Clementina?—non sapevamo se realmente ti trovassi colà... Qualcuno voleva farci credere che tu avessi seguito in America... quella caro... quella carovana... tu mi capisci... Basta! Teniamo aperto lʼalbergo, ho detto io—vediamo di non pregiudicare lʼavviamento... Conveniva spendere da cinque a sei mila lire in riparazioni—non è vero, Clementina?—Quel briccone di Cavillo... pretendeva immischiarsene... Bada, veh!... non è uomo da fidarsene...! si vuole anzi che le molte posate, che i molti effetti preziosi spariti dallʼalbergo alla morte del tuo povero padre, abbiano finito nelle sue mani... Non si è trovata una sola posata dʼargento nei forzieri; ed io ho dovuto far venire da Montpellier quelle poche che io possedevo, tanto da supplire ai bisogni... È pur la brutta cosa il morire!—le ore che passano fra lʼagonia e le esequie di un galantuomo, rappresentano, anche nelle case più oneste, unʼorgia di ladri....

Giac.—Ripareremo a tutto—voi mi consiglierete... mi aiuterete....

Tomm.—Troverai i registri in ordine. Posso dirti fin dʼora che con dieci o dodici mille lire le nostre partite saranno pareggiate... Tuo padre mi doveva ancora ottomila lire per la garanzia di quel sacchetto—te ne sovvieni, Giacinto?... Ora, scontando le seicento chʼei mi aveva anticipato... pel calessino!

Giac. (a Clementina) Clementina! io muojo di fame!... Vuoi tenermi compagnia mentre farò colazione...?

Clem.—Volentieri, cugino!....

Tomm.—Bravi!... Andate là!... (a Giacinto) disponi come fossi in casa tua.... Io esco per un momento; vado a regolare alcuni conti, e torno subito. (Giacinto a braccio di Clementina entra nella locanda). Converrà che io mi metta dʼaccordo con quel ladro di avvocato... (cava il portafoglio) Non è il caso di lesinare... (dopo aver contate le banconote) Sta bene! Ho promesso cinquecento lire; ma a buon conto, qui ve ne hanno due mille.

(ripone con fretta il portafoglio, ma questo gli scivola dalle vesti e cade al suolo. Esce).

SCENA VII.

Frontino, cogli abiti sdrusciti, pallido, estenuato.

Front. (avanzandosi guardingo) I ciottoli colmi di monete che si esibiscono allo sguardo dalle vetrine dei banchieri, e le esalazioni delle vivande che dalle finestre si avventano allʼolfatto dei passanti—ecco le due cose più immorali chʼio mi conosca. Dal giorno in cui venni rimandato dal carcere per insufficienza di prove, ho sempre resistito alle seduzioni dellʼoro; ma ogniqualvolta mi avvenga di urtare a stomaco digiuno in una corrente dʼaria che abbia baciato una casseruola, i miei propositi di onestà vengono meno.—Perchè sono entrato in questo cortile di albergo?... Per un buffo di fumo impregnato di essenze aromatiche, le quali mi ridestarono nelle papille nervee la reminiscenza di una eccellente colazione—(pausa) Ed ora, che si fa?... Virtù teologali, assistetemi!... Il buono, il santo catechista del carcere mi ha detto nel congedarmi: col lavoro e colla fiducia in Dio tu riuscirai a procacciarti, ciò che la colpa non dà mai, una esistenza agiata e tranquilla—(pausa) Lavorerò!... Qual sarà il mio mestiere? Mi addatterò a fare il lustrascarpe—ma chi mi dona cinque lire onde io mi proveda di uno sgabello e di una spazzola? Piuttosto che rubare... via!... anderò per la città a raccogliere le spazzatura—ma chi mi presta cinque soldi onde io comperi una scopa?... E innanzi tutto, dopo quarantotto ore di digiuno, chi mi dà a credito un pane perchè io mi rimetta in corpo un poʼ di rigore? (vede il portafoglio) Un portafoglio!... (raccogliendolo) Il catechista non mi ha ingannato;—la provvidenza viene in soccorso dellʼuomo onesto!... No! io non scioglierò questo involto... Il denaro potrebbe tentarmi... Depositerò il portafoglio al municipio, e a norma di legge mi verrà sborsato il compenso che mi si addice.

(fa per uscire).

SCENA VIII.

Tommaso, Frontino.

Tomm. (pallido e ansante) Prima di uscire ho contato le monete... (guardando per terra) Non posso averlo perduto che qui....

Front. (avanzandosi) Signore...!

Tomm.—Chi è là?....

Front.—Voi sembrate affannato... voi cercate qualche oggetto smarrito....

Tomm.—Avresti per caso trovato in questo cortile...?

Front.—Che cosa?

Tomm.—Un portafoglio di bulgaro... contenente....

Front.—Non so cosa contenga, perchè mi ripugnava lʼaprirlo, ma il portafoglio è in mia mano... e vi si legge il nome di....

Tomm.—Tommaso Dubois....

Front.—Per lo appunto...! Eccovi ciò che avete smarrito.

(consegna il portafoglio).

Tomm. (da sè aprendo il portafoglio) Questo pezzente è ben capace di avermi sottratto il denaro... (dopo aver contate le banconote) Duemila... Tutto è in regola—respiro!.... (a Frontino) Lʼonestà si trova sempre nei figli del popolo. Grazie, signore!

(fa per andarsene).

Front.—Perdonate!... non sono un signore... Al contrario... non mi offenderei... se accordandomi tutto, o in parte almeno, il compenso che in simili casi promette la legge....

Tomm.—Non avevate detto di ignorare quali valori si contenessero qui dentro?

Front.—In fede dʼonestʼuomo, vi giuro che lo ignoro tuttavia.

Tomm.—Ebbene: me ne duole per te; ma nel mio portafoglio non vi erano che delle lettere insignificanti.—In ogni modo, la tua nobile azione vuoi essere compensata (dandogli una moneta) Tieni!... Non sprecarla in bagordi! (esce).

Front. (osservando la moneta) Un soldo!... La provvidenza è generosa! (volgendosi ad un garzone che attraversa il cortile) Garzone! Vorresti darti lʼincomodo di portarmi un pane da un soldo?...

Garz.—Questa non è una bottega da fornaio... Beve, il signore?

Front.—Ho fame....

Garz. —Desidera del vino....

Front.—Al mattino preferisco lʼacqua....

Garz. Là, presso la stalla... cʼè una fontana.

(si allontana).

Front. (cadendo sopra un banco di pietra in fondo alla scena) In carcere si stava meglio!

SCENA IX.

Deianira, sempre in abito virile, Giacinto indi Roberto in abito da donna, Clementina, Frontino in disparte.

Deian. (a Giacinto con famigliarità) Tu dunque non mi serbi rancore?...

Giac.—No, Deianira; le tue lezioni mi costarono un poʼ caro, ma desse mi gioveranno per tutta laʼvita. Prima di conoscerti, ero uno zotico, un imbecille, qualche cosa di mezzo fra lʼuomo e la bestia. Da te ho imparato, ciò che la famiglia e la scuola non insegnano mai, lʼarte di saper vivere....

Deian.—Le donne della mia specie sono piccole università ambulanti create dalla natura. Alla nostra scuola si diventa giganti o si muore.—Giacinto, ora puoi prender moglie senza pericolo....

Rob. (a Clementina) Sì... lʼho conosciuto a Parigi... Era intimo di mio figlio... Buon ragazzo... un poʼ sventato... un poʼ largo di cuore... del resto una pasta eccellente....

Clem.—Mi consolate. Credete voi chʼegli diverrà un buon marito?....

Rob.—Questo dipenderà da voi, mia carina. Tutti i mariti sono buoni, quando la moglie abbia il talento di renderli ciechi.

SCENA X.

Un sergente, due carabinieri e detti.

Serg. (avanzandosi) Il padrone della locanda?....

Giac.—Son io.

Rob. (a Deianira) Niente paura!

Serg.—Avete forastieri in alloggio?

Giac. (additando Deianira e Roberto) Questo signore che a momenti si imbarcherà con sua madre per lʼAmerica.

Serg. (a Deianira) Favorisca il suo passaporto.

Deian.—Eccolo!....

Serg.—Vostra madre?

Rob. (inchinandosi) Per servirla.

Serg. (da sè, osservando Deianira e Roberto) Costui è troppo giovane... questʼaltra è troppo vecchia (forte, rendendo a Deianira il passaporto) Signore, la prego a perdonarmi... ella è libera di andarsene ove le aggrada....

Deian.—Si parta! Siamo già in ritardo (baciando Giacinto) Addio, compagno delle mie follie!—(a Clementina) Amatelo! egli nʼè degno... Voi sarete felici....

Rob. (a Clementina) Al patto... mi intendete....

Deian.—Vieni, mamma!

(dà il braccio a Roberto e partono insieme).

Front. (scorgendo Roberto e Deianira) Che vedo!....

Serg. (volgendosi) Chi è colui?....

Giac.—Non saprei—qualche mendicante....

Serg. (ad una guardia) Non lasciatelo uscire. (a Giacinto) Con vostro permesso, vo a dare una occhiata allʼinterno.

(entra nellʼalbergo).

SCENA XI.

Tommaso ansante, e detti.

Tomm.—Ah.! siete qui...! Clementina...! va!... disponi...! A momenti verrà da noi lʼavvocato Cavillo... Lʼho invitato a far colazione (dandole una chiave) Metti in tavola le posate dʼargento e tutto il mio ricco servizio di porcellane....

Clem.—Tu... dici?....

Tomm.—Che hai? perchè tremi: sarebbe accaduta qualche disgrazia?

Clem. (gettandosi ai piedi di Tommaso) Gli è che quelle posate....

Giac.—Clementina...! Tu piangi!

Tomm.—Mi avrebbero rubata quella poca grazia di Dio?....

Clem.—No... padre!... perdono! Io credeva che trattandosi di lui....

Tomm. (con ira) Sciagurata!... Vuoi tu dunque parlare...?

Giac. (trattenendo Tommaso) Calmatevi!.... Sentiamo! (con dolcezza a Clementina) Che è dunque avvenuto di quelle posate?

Clem.—Sapendo che eri malato, che avevi bisogno di denaro... ho creduto far opera buona portandole al Monte....

Giac. (con trasporto) Tu... Clementina...!

Tomm.—Ah! lad....

Giac. (abbracciandola) Angelo mio, sarebbe vero...? E il denaro che mi hai mandato...?

Clem.—Era appunto il ricavo netto... di quelle posate....

Giac.—Nobile cuore!... anima generosa e sublime...!

Tomm. Ah! la... scia che io pure... mi congratuli, che io pure....

SCENA XII.

Sergente e detti.

Serg.—Nessuno! (alle guardie, additando Frontino) Fate avvicinare quellʼuomo! (a Frontino) Il tuo nome?....

Front.—Frontino Grossac....

Serg.—Le tue carte?....

Front.—Eccole!....

Serg.—Pregiudicato! (a Frontino) Che facevate qui?

Front.—Attendeva....

Serg. (a Tommaso ed agli altri) Cʼè qui alcuno che conosca questʼuomo?

(tutti tacciono).

Front. (additando Tommaso) Quel signore può dire... può attestare....

Tomm.—Ah! mi sovvengo!... poco fa gli ho fatto lʼelemosina di un soldo (sottovoce al sergente) Mi pare una schiuma!

Serg. (a Frontino) Favorite di seguirci!

(Frontino viene preso in mezzo dalle guardie).

Front.—Quel Signore (accennando a Tommaso) potrebbe soggiungere che poco dianzi ho dato una prova solenne della mia onestà, rendendogli un portafoglio....

Serg.—Se ciò è vero, avete compiuto il vostro dovere....

Tomm.—Bravo!

Serg.—La vostra buona azione la troverete un giorno registrata nei libri di Dio.—Al momento, io debbo arrestarvi per delitto di mendicità e di vagabondaggio.

(Il sergente saluta).

Front. (uscendo fra le guardie) Non si può divenire onesti con un soldo di capitale.

Tomm. (a Giacinto) Figliuoli: prendete esempìo...—Tu Clementina principalmente....

Voci di fuori.—Molla! Molla!

SCENA ULTIMA.

Cavillo e detti.

Cav. (osservando) Qualche ladro di basso rango che non merita lʼonore della mia difesa....

Voci (come sopra) Molla! Molla!

Giac.—Che voglion dire quelle grida?....

Cav. (avanzandosi) Un ladro condotto in prigione. La coscienza pubblica si ribella sempre contro gli esecutori della legge. E in verità, i ladri arrestati fanno proprio compassione, quando si paragoni la loro sorte miseranda....

Tomm. (abbracciando Cavillo) A quella dei galantuomini nostri pari—non è vero, avvocato?—(dominando la piccola comitiva) Guardiamoci... dalle guardie di pubblica sicurezza!

FINE DELLA COMMEDIA.

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