← Table of contents
Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4

Volume 4 — LIBRO DECIMOSETTIMO (continued 2)

Reading edition

A torto adunque vien lacerata la fama di Federico da' nostri Scrittori italiani, per lo più tutti Guelfi. E se egli fu crudele contro alcuni Prelati, e più contro i Frati e Monaci, ben nel corso di questo libro si sono vedute le cagioni di tanta severità, e delle occasioni dategli d'usarla. Nè deve riputarsi estraneo dalla potestà del Principe, quando si mova con giuste cagioni, e precisamente se lo faccia per ragion di Stato, d'esiliare i Vescovi, discacciargli dalle loro sedi, imprigionare i Frati, ed incrudelire contro di essi, quando sono perturbatori dello Stato, e della pubblica quiete. E molto meno deve parer cosa strana di taglieggiare i beni degli Ecclesiastici, quando il bisogno del Principe e della Repubblica lo richieda.

I Principi, sempre che il bisogno de' loro Regni il richiedeva, sono stati soliti imporre alle Chiese e Monasterj certo tributo, che esigevano unitamente dalle città e Feudatarj; e come altrove fu notato, li Patrimonj delle nostre Chiese pagavano il tributo agli Imperadori d'Oriente.

Carlo M., discacciato Desiderio, e resosi padrone del Regno d'Italia, lo impose alle Chiese e Monasterj d'Italia, come lo testimonia il Sigonio[391]. E coloro, che sotto il nome di Principi di Benevento ressero la maggior parte di queste province, che oggi compongono il nostro Regno, han sempre esatto questi tributi dalle Chiese e monasterj che si tassavan a proporzione, dal valore delle robe, che possedevano. Così quando nell'anno 851 sotto Lotario Imperadore, e Lodovico Re d'Italia suo figliuolo, fu diviso il Principato di Benevento, ed eretto in Principato di Salerno tra Radelchiso Principe di Benevento e Siconolfo Principe di Salerno, abbiamo, che fra l'altre cose, che furono accordate tra questi due Principi, fu che di tutte le robe de' Vescovadi e monasterj, ovvero Xenodochii, se ne prendesse conto, e secondo il valore delle medesime si tassasse il censo solito a contribuirsi al Principe: nel che furono solamente eccettuati i monasterj di Monte Cassino, e l'altro di S. Vincenzo a Vulturno, i quali perchè stavano sotto l'immediata protezione dell'Imperador Lotario, e del Re Lodovico, furono esentati per li privilegi e prerogative, che ne tenevano. Siccome ne furono anche eccettuate le robe degli Abati e d'altri Ecclesiastici, che servivano al Principe nel proprio palazzo[392]. Ma poi mutate le cose ed innalzato da' Papi l'Ordine ecclesiastico in più sublime stato, sottraendogli, così per ciò che riguarda le loro persone, come le loro robe, dalla potestà e giurisdizione del Principe; sembrava Federico empio e tiranno, il quale seguendo gli antichi esempj, si studiava restituire l'antiche ragioni, e preminenze sopra le loro persone e beni.

Del rimanente, tolte da lui queste false accuse, fu Federico un Principe, in cui di pari gareggiavano la giustizia, la magnificenza e la dottrina. Egli ci lasciò molte sagge ed utili leggi; ed a cui molto deve questo Regno, e Napoli più d'ogni altra città del medesimo. Egli amantissimo delle lettere vi fondò una famosa Accademia, ove chiamò gli scolari da tutti i suoi dominj. Egli ancora dottissimo in filosofia, ed in ogni altra scienza, pose in grande onoranza lo studio pubblico di Salerno per la medicina, e ne fondò un altro di nuovo in Padova, togliendolo da Bologna città sua inimica, ordinando, che in questi Studj non dovessero gire a studiare i cittadini delle città Guelfe sue nemiche di Lombardia, di Toscana e di Romagna.

E ciò che è da ammirare, in un secolo, nel quale, come dice l'Anonimo[393], erant Literati pauci, vel nulli, egli non solo fu amante delle buone lettere, ma come studiosissimo di filosofia e d'ogni altra scienza compose un libro de Natura, et Cura Animalium[394]. Egli spinse Giordano Ruffo Maestro della sua Manescalchia reale a comporre un Trattato della cura e medicamenti de' cavalli, il quale nel fine del libro, che si conserva in S. Giovanni a Carbonara, fra i libri, che furono del Cardinal Seripando, dice, che egli di quanto avea scritto n'era stato istrutto da Federico suo Signore.

Fece dal Greco e dall'Arabico traslatare molti libri in linguaggio latino, come l'Almagesto di Tolomeo, l'opere di Aristotele, e molti altri di medicina, e di altre scienze, de' quali, siccome scrive Giovanni Pontano, inviò a donare con sua particolar lettera, che si legge nel terzo libro dell'epistole di Pietro delle Vigne, alcune opere d'Aristotele a' Maestri e Scolari dello Studio di Bologna, prima che divenissero suoi nemici.

Fece parimente comporre da Michele Scotto famoso Medico ed Astrologo di que' tempi, e suo carissimo famigliare molti libri di filosofia, di medicina, e di astrologia, come testifica l'istesso Michele in alcuni d'essi, che li dedica, e Corrado Gesnero nel suo Compendio; ond'è, che le cose filosofiche e le matematiche cominciarono ad aver vita: e per essersi queste opere d'Aristotele, e libri di Galeno, e degli altri Medici arabi lette nelle nostre Scuole, e favorite da Federico, quindi la filosofia d'Aristotele, e la medicina di Galeno, acquistarono appresso di noi, e fecero quei progressi nelle Scuole, che insino a' nostri tempi abbiam veduto.

Fece ancora ridurre in ordine quelle sue Costituzioni, donde furon prese molte Autentiche ed inserite nel Codice di che altrove abbiam ragionato; siccome i libri delle nostre Costituzioni pur a lui li dobbiamo che fece compilare da Pietro delle Vigne celebre Giureconsulto di questi tempi. Compose ancora un libro della Caccia de' Falconi, della quale non s'avea allora notizia alcuna; e Manfredi suo figliuolo vi aggiunse poscia molte altre cose.

E se in sì gran Principe questo anche annoverar si dee, fu egli versatissimo in molte lingue, così nella latina, come nella greca, nella italiana, nella francese ed anche nella saracena, oltre della tedesca sua natia; e si dilettò di poesia italiana, e vagamente molti Sonetti e Canzoni compose, che insino ad ora si leggono unite con quelle di Pietro delle Vigne, di Enzio suo figliuolo e d'alcuni altri Poeti di que' tempi, quando la nostra lingua italiana surta dal mescuglio di tante altre lingue e dalla latina precisamente, cominciava a diffondersi, e che raffinata poi da valenti Scrittori, meritò d'esser paragonata alla latina, ed alla greca istessa, anzi contendere con quelle di maggioranza, ed al suo genio verso la poesia deve questo secolo tanto numero di Poeti antichi, de' quali Lione Allacci[395] tessè lungo catalogo; e fra noi l'Abate di Napoli: Giacomo dell'Uva di Capua: Folco di Calabria: Guglielmo d'Otranto: Guezolo da Taranto: Ruggiero e Giacomo Pugliesi: Cola d'Alessandro, e tanti altri antichi Rimatori nell'infanzia della lingua italiana.

Principe magnificentissimo, che ornò Italia e questo nostro Reame di molti nobili edifici, e particolarmente Capua e Napoli, avendo in questa ampliato e ridotto in miglior forma il castello Capuano; ed in quella rifatto con gran magnificenza l'antico ponte di Casilino sopra il fiume Vulturno con due fortissime torri, ove fece porre la sua statua di marmo, che ancora oggi ivi s'addita.

Fondò molte città in questi suoi Reami, le quali furono Alitea e Monte Lione in Calabria; Flagella in Terra di Lavoro a fronte di Cepparano e Dondona in Puglia, delle quali due oggi non vi è vestigio, essendo subito dopo il lor principio disfatte; Augusta ed Eraclea in Sicilia; e l'Aquila in Apruzzi a' confini del Regno per fronteggiare allo Stato della Chiesa.

Ma quello, di che questo nostro Reame è principalmente debitore a questo Principe, si è il vedere, che sotto di lui con miglior ordine e distinzione si videro divise queste nostre province: ciocchè bisogna minutamente notare, per lo rapporto, che si tiene ancora oggi di questa divisione.

CAPITOLO V. Disposizione e novero delle province, delle quali ora si compone il Regno.

La presente divisione delle nostre province in dodici, che ora compongono il Regno di Napoli, dal Surgente[396], dal Mazzella[397], e comunemente da tutti gli Scrittori s'attribuisce a Federico II Imperadore, le quali non con nome di province, ma di Giustizierati erano dinotate. Ma questa loro opinione non è in tutto vera, poichè nè Federico fu il primo a far cotal divisione, nè a' suoi tempi il lor numero arrivava a dodici ma era minore; onde non al solo Federico, ma a Carlo I d'Angiò, ad Alfonso I d'Aragona ed a Ferdinando il Cattolico, cioè a tutti insieme dee attribuirsi, siccome molto a proposito avvertì il Tassone[398].

Nè questo numero fu sempre costante: poichè in alcun tempo per le novelle prammatiche[399] alcune province (per ciò che riguarda il lor governo ed amministrazione) furono unite, e da poi di nuovo divise in dodici e poste nello stato, nel quale oggi si trovano; nè in tutti i tempi ebbero le medesime città per loro metropoli e sedi de' Presidi.

Sortirono tal divisione tutta difforme dall'antica dei tempi d'Adriano, o di Costantino M. e degli altri Imperadori suoi successori; poichè mutata prima la vecchia descrizione da Longino, indi succeduti i Longobardi, avendo sotto il Ducato, e poi Principato di Benevento comprese parte intere, parte diminuite, la Campagna, la Puglia e la Calabria, la Lucania, e' Bruzi ed il Sannio; variarono in tutto l'antica divisione delle province d'Italia. Sortì ancora questa nostra cistiberina Italia altra divisione, quando di più Principati e Ducati ella si componeva: del Principato di Benevento, che fu poi diviso in altri due, in quello di Salerno, e nell'altro di Capua: indi del Principato di Bari e di quel di Taranto: de' Ducati di Napoli, di Sorrento, di Amalfi, di Gaeta, ed ultimamente di Puglia e di Calabria, siccome ne' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto osservare.

Ma la più immediata cagione ed origine di quella divisione che oggi abbiamo di queste nostre province non deve attribuirsi ad altro, che a' Castaldati e Contadi, che v'introdussero i Longobardi; poichè avendo essi diviso il Ducato di Benevento in più Castaldati, come in province, siccome manifesto dal Capitolare del Principe Radelchi rapportato dal Pellegrino, quindi avvenne, che molti di quelli ne' tempi de' Normanni passaron in Giustizierati e da poi in Province.

Quanto fosse il numero di questi Castaldati in tempo de' Longobardi, tutta la diligenza ed accuratezza di Camillo Pellegrino non bastò per diffinirlo; poichè dalla divisione fatta del Principato di Benevento da Radelchi con Siconolfo Principe di Salerno non può certamente sapersi se tanti fossero, quanti se ne veggon in quella nominati. L'accuratissimo Pellegrino[400] ne novera alcuni, de' quali i più insigni furono, quello di Capua, che verso Occidente si distendeva insino a Sora. L'altro di Cosenza, che si stendeva insino a S. Eufemia e Porto del Fico, che sono ancora oggi i confini della provincia di Calabria Citra, di cui tiene Cosenza anche ora il primato, ed è sede de' Presidi, e quello di Cassano. Il Castaldato di Chieti, che abbracciava molte città e terre, e che poi fu detto anche la Marca Teatina. Il Castaldato di Bojano, che co' luoghi adjacenti, posseduto prima da Alezeco Bulgaro sotto nome di Castaldo, passò poi dopo 200 anni a Guandelperto, di cui presso Erchemperto hassi memoria: la qual prerogativa da Bojano essendo passata a Molise, castello a Bojano vicino, sotto nome di Contado, quindi avvenne, che prima fosse detto Contado di Molise e poi provincia del Contado di Molise, il qual nome oggi ritiene.

Fuvvi ancora il Castaldato di Telese e di Sant'Agata: quello d'Avellino; e l'altro d'Acerenza. Fuvvi il Castaldato di Bari, assai celebre presso i Longobardi; onde avvenne, che a' tempi de' Normanni ottenne questa città il primato di tutta la Puglia e fosse riputata sua capo e metropoli. L'altro di Lucera e di Siponto città in Capitanata assai illustri, sotto il di cui Castaldato comprendevansi tutte quelle città e terre, che erano tra il Castaldato di Bari e quello di Chieti. Fuvvi il Castaldato di Taranto, quello di Lucania, ovvero Pesto, e l'altro assai rinomato di Salerno. In questa forma o poco dissimile divisero i Longobardi il Ducato beneventano, che in que' tempi abbracciava nove intere province di quelle, che oggi compongono il Regno di Napoli, e che sortirono questi nomi, cioè di Terra di Lavoro, toltone alcune poche città marittime, come Napoli e Gaeta; del Contado di Molise; di Abruzzo-Citra; Capitanata; Terra di Bari; Basilicata; Calabria-Citra; e l'uno e l'altro Principato; e parte ancora delle province di Terra d'Otranto, di Calabria e d'Abruzzo Ulteriore. E se presso gli Scrittori di questi tempi, e forse anche nel sermon popolare furono ritenuti gli antichi nomi di Campagna; di Calabria e di Puglia; di Lucania e Bruzj e del Sannio, non è, che secondo questi nomi serbassero gli antichi confini e la distribuzione antica; ma chi per ostentar erudizione, chi per dinotare ove erano i Castaldati collocati, d'essi valevansi, non altrimenti che presso di noi ancor rimane l'antico nome di Puglia, ancorchè niuna delle dodici province del Regno si nomini di Puglia, ma di Bari, o di Capitanata.

Succeduti a' Longobardi i Normanni, colla nuova Nazione presero nuovi nomi; e siccome presso i Longobardi, dal nome del Magistrato, al quale era commesso il governo di quelle regioni, ch'essi chiamarono Castaldo, acquistarono il nome di Castaldati: così parimente commettendo i Normanni il governo di quelle province a' loro Ufficiali; ch'essi chiamavano Giustizieri, presero parimente il nome di Giustizierati, onde sursero i nomi del Giustiziero, e Giustizierato di Terra di Lavoro, d'Apruzzo, di Puglia, di Terra di Bari, e simili. E siccome i nomi di queste province furono variati, e da Castaldati, passarono in Giustizierati; così anche ciascheduna di loro, a riserba di alcune, prese nuovo nome, ed alcune altre anche nuova divisione, come si scorgerà chiaro noverandole una per una, secondo la disposizione ed ordine, che oggi tengono presso i nostri più moderni Autori.

§. I. Terra di Lavoro.

Il Castaldato di Capua, non si disse Glustizierato di Capua, ma di Terra di Lavoro. Ma in qual tempo e donde questa provincia prendesse questo nuovo nome di Terra di Lavoro, e lasciasse quello di Campagna, o di Capua, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni credettero, che molto prima de' Normanni avesse questa provincia acquistato tal nome, ingannati dal passo d'una lettera di Martino Romano Pontefice scritta ad Elitterio, nella quale narrando egli ciò che patì nel viaggio, che nell'anno 650 per ordine di Costanzo Imperador greco gli convenne da Roma fare in Oriente, dice: Pervenimus Kalendis Julii Misenam, in qua erat navis, id est carcer; non autem Misenae tantum, sed in Terra Laboris, et non tantum in Terra Laboris, quae subdita est magnae Urbi Romanorum (cioè a Costantinopoli) sed et in pluribus Insularum, ec. Ma siccome ben avvertì l'accuratissimo Camillo Pellegrino[401], chi non vede, che in quella epistola per imperizia de' librari, in vece di dirsi Terra Liparis, siasi con errore scritto Terra Laboris? Perchè secondo il viaggio, che il Pontefice da Roma intraprendeva per Oriente, da Miseno dovea passare in Lipari, siccome da Lipari nell'altre isole, di Nasso, ed altre per condursi in Oriente. Parimente se intendeva di Terra di Lavoro, non dovea separar Miseno da questa provincia, come fece, per esser quella città compresa in quella nè porla tra le altre isole; già che Terra di Lavoro non è isola, ma Terra continente, la quale non era allora tutta sottoposta all'Imperador greco di Costantinopoli.

Non dissimile fu l'error di Narcisso Medico[402], il quale presso Sebastiano Munstero, credette che Terra di Lavoro fosse stata un tempo chiamata anche Terra Leporis; quando gli antichi monumenti, ch'egli allega parlano non già della Campagna, oggi detta Terra di Lavoro, ma della Terra di Lipari: poichè prima così tutte l'isole di Lipari erano nomate: non altrimente che presso Erchemperto[403] si legge, Barium Tellus ed altrove Rhegium Tellus; e noi anche diciamo perciò Terra di Bari, Terra d'Otranto, Terra di Lavoro, ec.

Più sconci, e da non condonarsi furono gli errori presi su ciò dal Biondo, e dal suo seguace Leandro Alberto, e da' nostri moderni Scrittori, che il seguitarono. Credette il Biondo nella descrizione della Campania, che essendo Capua per l'antico odio dei Romani, e per le desolazioni patite, resa infame, i Popoli delle città e terre convicine, reputando il nome de Campani ignominioso insieme e pericoloso, lasciarono di nomarsi più tali, e vollero esser chiamati non più Campani, ma Leborini: e che indi dalla loro ostinata perseveranza nacque, che tutta quella regione nella quale prima eran poste le città e luoghi della Campagna, si nomasse Terra di Lavoro.

Ma esser tutti questi sogni, appieno l'ha dimostrato il non mai a bastanza lodato Pellegrino nella sua Campania[404], il quale ci ha data la vera origine di tal nome, il suo Autore, ed il tempo quando fu a questa provincia imposto. E' narra, che non prima acquistasse tal nome, se non intorno l'anno di Cristo 1091, e non da altri prima il ricevesse, che dal Principe di Capua Riccardo II e da' suoi Normanni in quell'anno, i quali da' Capuani longobardi discacciati da Capua nell'entrar di quest'anno 1091, come abbiam narrato nel nono libro di quest'Istoria, furono i primi, che disusarono nel parlare il nome del Capuano Principato, ed introdussero in suo cambio quello di Terra di Lavoro, preso dalla dolcezza del terreno atto ad ogni travaglio, e lavorio; il qual nome fu da essi ritenuto, benchè di Capua avesser poi di nuovo fatto acquisto nel 1098, sicchè quel primo sol rimase in bocca di pochi, e nelle pubbliche scritture; non in altra maniera, ch'oggi con la stessa varietà, ancor questo Regno ritiene due nomi.

Così questa provincia, che dall'oriente ha per confine il fiume Silari, dall'occaso il Garigliano, già detto Liri, da settentrione il Monte Appennino, e da mezzogiorno il mar Tirreno, acquistò non meno questo nome, che sì ampia estensione, ed oggi infra l'altre tiene nel Regno il primo luogo, non meno per le tante città che l'adornano, e per l'ubertà ed abbondanza de' suoi campi, quanto per Napoli capo già e metropoli del Regno. Ne' tempi, ne' quali siamo di Federico II questa provincia era anche per una annoverata, detta Terra Laboris, come si legge presso Riccardo di S. Germano; e ne' tempi de' Re così normanni, come svevi fu governata dal suo Giustiziero che risedeva ora in Capua, ora in Napoli, ora in altre città di quella, presso di cui erano i Giudici, e gli altri Ufficiali di Giustizia coll'Avvocato fiscale. Egli amministrava l'intera provincia, ancorchè ciascuna delle città avesse suoi particolari Capitani, da cui immediatamente eran rette, dalle determinazioni dei quali per via d'appellazione si ricorreva al Giustiziero della provincia. Anche Napoli, non dico Pozzuoli, e l'altre città, ebbe in questi tempi il suo Capitano, il quale co' suoi Giudici amministrava giustizia in Napoli, e suoi borghi[405]. E poichè ne' tempi di Federico cominciava ad ingrandirsi, volle questo Imperadore, che a pari di Capua, e di Messina, il suo Giustiziero, o sia Capitano potesse presso di se tener tre Giudici, e più Notai; ciò che non era permesso all'altre città minori. E narrasi, che Giudice appresso questo Capitano nell'anno 1269 fosse stato Marino di Caramanico valente Dottore di que' tempi[406].

§. II. Principato citra. §. III. Principato ultra.

L'altra provincia ovvero Giustizierato fu detta, ed ancora oggi ritiene il nome di Principato. Donde prendesse tal nome è assai chiaro; ed in ciò tutti i Scrittori concordano. Arechi quando, come si è narrato nel sesto libro di quest'Istoria, da Duca ch'era di Benevento, volle incoronarsi Principe, fece, che quello che prima era detto Ducato di Benevento prendesse nome di Principato; ed abbracciando allora il Ducato di Benevento, prima della divisione fatta da Radelchi con Siconolfo, anche Salerno, fatta che fu tal divisione, sursero due Principati, e quindi avvenne, che il nome di Principato convenisse ad ambedue, e questa provincia abbracciasse tante immense e spaziose regioni; in maniera che da poi per la sua estensione bisognò dividerla in due; onde surse il nome di Principato citra (l'Appenino) detta ancora Picentina, con parte della Lucania; e Principato ultra (l'Appennino) ovvero il Sannio degl'Irpini.

Il Principato citra, che abbraccia la regione, che fu anticamente abitata da' Picentini, e parte da' Lucani, si divide da Terra di Lavoro col fiume Sarno dall'occaso: da settentrione lo divide dagl'Irpini l'Appennino: dall'oriente il fiume Silario lo divide con la Basilicata; e da mezzogiorno ha per termine il Mar Tirreno, e tiene Salerno per suo capo e metropoli.

Il Principato ultra è quella provincia, che sola delle altre del Regno si allontana dal mare, essendo posta fra' monti nelle viscere dell'Appennino. Ella è nel capo del Sannio, ove furono anticamente gl'Irpini. Si divide dal Principato citra co' gioghi dell'Appennino verso mezzogiorno: da Terra di Lavoro, e Contado di Molise è partita col detto Monte Appennino sopra Nola, e con le Forche Caudine sopra Arpaja verso ponente, e col principio del Monte Matese verso settentrione, col quale ancora si divide da Capitanata verso tramontana; ma più da oriente col medesimo Appennino, col quale si parte ancora da Basilicata. Contiene una contrada detta Valle Beneventana, che fu prima parte principale del Sannio; ed avea prima per metropoli la città di Benevento: ma da poi che quella passò sotto il dominio della Chiesa di Roma, ebbe altre città per sede de' suoi Presidi.

Quindi avvenne, che i Normanni succeduti a' Longobardi nomassero questa provincia col nome di Principato; e l'Abate della Noce[407], trascrivendo nelle sue note alla Cronaca Cassinense le parole del privilegio conceduto da Niccolò II R. P. all'Abate Desiderio, facendolo suo Vicario sopra i monasterj e Monaci di queste nostre province, tra l'altre, novera questa col nome di Principato, come sono le parole del Privilegio: per totam Campaniam, Principatu quoque, et Apuliam, atque Calabriam etc. E Lione Ostiense[408], che scrisse quella Cronaca poco da poi della morte dell'Abate Desiderio; e poi Papa, detto Vittore III pur disse per totam Campaniam, et Principatum, Apuliam quoque, atque Calabriam, etc.

Ne' tempi del nostro Federico II, secondo che Riccardo di S. Germano, parlando delle Corti generali instituite da Federico nel Regno, rapporta, perchè questa provincia non fosse ancor divisa in due, come fu fatto da poi, perchè statuendo Salerno per città, ove dovea tenersi la general Corte, e dove doveano ricorrere le altre province, dice: In Principatu, Terra Laboris, et Comitatu Molisii usque Soram, apud Salernum.

§. IV. Basilicata.

Siegue, secondo quest'ordine, la Basilicata, che occupa molta parte dell'antica Lucania, e parte della M. Grecia. Vien circondata in parte anch'ella dall'Appennino, col quale si divide da Principato ultra, e col medesimo da Principato citra. In questa provincia si divide l'Appennino in due capi principali intorno a Venosa: con quel che va a Brindisi è partita Basilicata da Terra di Bari sino ad Altamura: e con l'altro da Calabria citra infin alla metà del fiume Crati, ove entra Corianello; distendesi un poco al mare, e tocca Terra d'Otranto nel golfo di Taranto nel lido del suo mare piccolo. Confina ancora per breve spazio con Capitanata, dalla quale è divisa con una parte del fiume Ofanto fra Ascoli di Puglia, e Lavello. Ebbe questa provincia Pesto, Venosa, Acerenza, Melfi, ed altre chiare città: ora ha Matera, Potenza, Lavello, ed altre città minori, e delle antiche appena serba vestigio.

Donde questa provincia pigliasse il nome di Basilicata, ed in qual tempo, non ben seppero i nostri Scrittori rintracciarlo: ma sarà molto facile rinvenirlo, se si porrà mente a ciò che nel fine del decimo secolo avvenne a queste nostre province, per le tante spedizioni, e conquiste fattevi da' Greci, i quali siccome per un nuovo Magistrato introdotto da essi in Puglia detto Catapano, diedero nome ad una gran parte della medesima, detta ora perciò Capitanata: così ne' tempi di Basilio Imperador greco, o di qualche suo Capitano, ch'ebbe il medesimo nome, acquistò questa parte di Lucania nome di Basilicata; essendosi veduto nel libro ottavo di quest'Istoria, che nell'anno 989 mentre in Oriente imperava Basilio con Costantino suo fratello, i Greci per la famosa vittoria, che riportarono sopra Ottone II Imperador d'Occidente, non solo dominarono per lungo tempo, insino che da' Normanni non ne fossero discacciati, tutta la Puglia e la Calabria; ma anche questa parte della Lucania fu da Basilio occupata, la quale fu amministrata dagli Ufficiali greci da lui mandati, alcuni de' quali, come è manifesto nella Cronaca di Lupo Protospata, anche tennero di Basilio il nome; onde questa provincia Basilicata fu detta. Giovanni Pontano anche credette, che in questi tempi de' Greci acquistasse questa provincia tal nome; ma donde così si denominasse, soggiunse, jure anceps est, ac dubium[409].

Ne' tempi di Federico II fu da Riccardo da S. Germano la Basilicata anche annoverata per una delle province del Regno, dicendo questo Scrittore, che Federico avea designata la città di Gravina per reggervi la Corte generale, ove doveano ricorrere queste tre province, cioè Apulia, Capitaniata, et Basilicata apud Gravinam.

§. V. Calabria citra. §. VI. Calabria ultra.

La Calabria secondo la denominazione, che prese dagli ultimi Imperadori greci, ne' tempi di Federico era divisa in due; non già come ora diciamo in Calabria citra, ed ultra, ma in Terra Jordana, e Val di Crati, come rapporta Riccardo di S. Germano, in Calabria, Terra Jordane, et Vallis Gratae apud Cusentiam: e questi nomi anche s'osservano nelle scritture, non solo nel Regno degli Angioini, ma anche degli Aragonesi; ed in tempo del Re Alfonso I il Tutino[410] fa vedere, che valevansi di questi medesimi nomi; e si dissero così dal fiume Crati, che irriga quella Valle, come rapporta il Pellegrino[411]; e oggi Terra Jordana diciamo la provincia di Calabria ultra, che riconosce Catanzaro per capo; e Val di Crati Calabria citra, che ha ora Cosenza per sede de' Presidi. Ambedue queste province se ne vanno dall'una e dall'altra parte dell'Appennino al Jonio ed al Tirreno. Si dividono fra loro ne' Mediterranei sopra Cosenza, andando per dritta riga all'uno ed all'altro mare, nel Jonio presso a Strongoli, e nel Tirreno al golfo Ipponiate. La Calabria citra include parte della M. Grecia, termina fra terra con Basilicata e con Principato citra, e nel monte Appennino da Ponente, e si distende all'uno, e all'altro mare; finchè dalla parte, che mira a Levante, si giunge con Calabria ultra. La Calabria ultra (ove furono i Bruzj) ha questi soli confini, dalla parte che ella riguarda Tramontana; ma nel rimanente è per tutto circondata da' mari; da levante, dal Jonio: da mezzogiorno, dal Siciliano: e da ponente, dal Tirreno.

§. VII. Terra di Bari. §. VIII. Terra di Otranto.

La Puglia (secondo che pure i Greci la denominarono) la quale abbracciava ancora parte dell'antica Calabria, ora detta Terra d'Otranto, ne' tempi di Federico non era divisa, com'oggi, in due province, cioè in Terra di Bari, e Terra d'Otranto; e siccome si reputava per una provincia, così anche si denotava coll'istesso nome d'Apulia, come la chiama Riccardo. Egli è però certo, siccome anche rapporta il Pontano[412], che questi nomi di Terra di Bari, e di Terra d'Otranto, nacquero ne' medesimi tempi, ne' quali Basilicata, e Capitanata acquistarono tali nomi: e presso Erchemperto[413] ancor leggiamo: Barium Tellus, e nei diplomi a' tempi de' Normanni anche si legge la provincia di Terra d'Otranto. L'una di queste province fu tale appellata da Bari sua antica ed illustre metropoli, e che fu capo di quella regione. L'altra da Otranto città pur ella chiara e rinomata ne' Salentini.

Terra di Bari, già detta Puglia Peucezia, dalla parte, ch'ella è volta a ponente riceve il suo principio dal fiume Ofanto, e distendendosi per lungo, si contiene fra il lido del mar Adriatico, ch'ella ha da tramontana, e l'Appennino, che da mezzogiorno la divide da Basilicata, ov'ella termina verso levante. Si divide da Terra d'Otranto nel territorio d'Ostuni fra terra, e tra Monopoli e Brindisi nel lido del mare a Villanova, già porto d'Ostuni.

Terra d'Otranto quivi riceve il suo principio, e fu inclusa ancor'ella dagli antichi fra la Puglia, e chiamata ancora Calabria, Japigia e Salentina. Questa provincia forma quell'estremo capo di Terra, ch'è uno de' triangoli d'Italia, ove ha per fine l'uno di que' due principali capi, ne' quali si parte l'Appennino. Finisce ancora ivi il mare adriatico, e si mesce col Jonio; ed è toccata solamente fra terra da ponente con Terra di Bari, e con Basilicata. La circondano poi da Settentrione l'Adriatico, da Levante il fine di questo mare, e 'l principio del Jonio, e da mezzogiorno il golfo di Taranto nel mare Jonio. Ha nelle spiagge marittime Brindisi, Otranto, e Gallipoli e Taranto già fortissime città, e comodissime di Porto.

§. IX. Capitanata.

Quella provincia, che ora diciamo di Capitanata, e che fu anticamente chiamata Puglia Daunia, e che abbracciava la Japigia nel Monte Gargano, acquistò tal nome da' Greci ne' tempi del maggior loro vigore, e quando in Bari tenevano la loro principal sede. Essi, che pensavano mantener le conquiste novellamente fatte, credendo, che col timore potessero mantener in fede que' Popoli, vi mandarono un nuovo Governadore per tener in freno la Puglia, chiamandolo non più Straticò, come gli altri di prima, ma con nome greco Catapano, cioè che ogni cosa potesse. Fra i Catapani, de' quali Lupo Protospata tessè lungo catalogo fuvvi nell'anno 1018 Basilio Bugiano, che da Guglielmo Puliese[414] vien chiamato Bagiano. Questi fu, che per lasciar di se nome in Italia, tolta dal rimanente della Puglia una parte verso il Principato di Benevento, e fattane una nuova provincia, vi fabbricò ancora nuove terre e città, una delle quali nomò Troja per rinovar la memoria dell'antica: l'altre Dragonaria, Firenzuola, ed altre terre: indi la provincia, siccome altrove fu narrato, acquistò nome di Capitanata, il qual ancor oggi ritiene.

Questa provincia è divisa dal Contado di Molise col Monte Matese, e col fiume Fortore, nella foce del quale si tocca con Abruzzo citra, lasciandosi per se Termoli; e girando il monte Gargano, da Siponto pel lido del mare viene insino al fiume dell'Ofanto, col corso del quale si parte da Terra di Bari, lasciandole quelle ville, che sono nel territorio di Barletta, che arriva fin presso al lago di Versentino; col detto fiume Ofanto nel suo principio si divide da Basilicata, e coll'Appennino in Crepacuore, ed in Sferracavalli ha i suoi confini con Principato ultra.

Ne' tempi di Federico fu pure reputata una provincia; onde Riccardo la novera coll'altre del Reame col nome di Capitaniata. Egli è però vero, che ancorchè queste province di Puglia ne' tempi di Federico fossero divise, perchè tutte tre, cioè Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto, erano comprese nella Puglia, presa nel più ampio suo significato, un solo Giustiziero le governava, detto perciò il Giustiziero di Puglia.

§. X. Contado di Molise.

Il Contado di Molise, che succedette al Castaldato di Bojano, diede nome ad un'altra picciola provincia, che ancor oggi il ritiene[415]; e 'l prese da Molise città antica del Sannio, non altramente che Isernia, Bojano, ed altri luoghi, che ne' tempi de' Longobardi componevano quel Contado, il qual diede anche nome alla famiglia Molise, oggi estinta. Anche ne' tempi di Federico fu questo Contado distinto dall'altre province, e Riccardo infra l'altre la ripone, col nome istesso di Comitatus Molisii: ond'è che sia stata riputata sempre, e sia ancor oggi la più ristretta provincia di tutte l'altre, nè ritenga sedi di Presidi, ma il di lei governo sia commesso a quel di Capitanata, colla quale si congiunge.

§. XI. Abruzzo ultra. §. XII. Abruzzo citra.

Il Giustizierato d'Abruzzo ne' tempi di Federico II era riputato come una sola provincia, e quest'Imperadore costituì Sulmona per doversi ivi reggere la Corte generale, come narra Riccardo: in Justitiariatu Abrutii, apud Sulmonam. Alfonso I d'Aragona fu quegli, che per togliere i litigi, che spesso sorgevano tra i Questori delle gabelle, la divise in due parti. Fu un tempo questa regione assai chiara, e rinomata per tanti valorosi Popoli, che l'abitarono, i Preguntini, i Marrucini, Amiternini, Marsi, Vestini, Irpini, ed altri. I Longobardi vi costituirono un Castaldato, che nomarono promiscuamente ora d'Abruzzo, ora di Teramo, come si legge presso Pietro Diacono[416]: Castaldatus Teramnensis; poichè Teramo, detta dagli antichi Interamnia, fu la città metropoli de' Preguntini. Donde questa provincia prendesse il nome d'Abruzzo, ancorchè se le assignassero più derivazioni, chi dall'asprezza de' monti, altri dall'abbondanza de' cignali; il vero è ch'ella tale si nomasse da Teramo, che fu chiamata anche Abruzzo per esser metropoli de' Preguntini, dai Latini detti Praegutii, onde con corrotto vocabolo furon da poi chiamati Abrutii[417].

Ebbe quella regione, che ora diciamo Abruzzo ultra (cioè di là dal fiume Pescara) oltre Teramo, Amiterno (dalle ruine della quale è surta l'Aquila, sede oggi de' Presidi) Forcone, Valeria, ed altre chiare città ne' Marsi. Ebbe nella regione de' Maruccini e Ferentani, oggi chiamata Abruzzo citra (cioè di qua dal fiume Pescara) Chieti, detta da Strabone Theate, che fu capo e metropoli de' Marrucini, e che oggi ancor è sede de' Presidi, Ferentana, Orione, Lanciano, Sulmona, Aterno, ed altre insigni città, delle quali alcune ancor oggi sono in piedi. Per queste province d'Abruzzo si divide il Regno dallo Stato della Chiesa romana suo confine mediterraneo, e quasi tutti i confini onde da quello si parte, si fanno con queste province, e con un poco di quella di Terra di Lavoro.

Ecco come a' tempi del nostro Federico erano disposte queste province, che oggi compongono il nostro Reame, chiamate Giustizierati, da Giustizieri, a' quali era commesso il di lor governo. Secondo il conto, che ne fa Riccardo di S. Germano Scrittor di que' tempi, non eran più che diece. Calabria, divisa in due, cioè Terra Jordana, e Val di Crati. Puglia divisa in due, Terra di Otranto, e Terra di Bari. Capitanata. Basilicata. Principato, diviso in due. Terra di Lavoro. Contado di Molise. Giustizierato d'Abruzzo, poi diviso in due.

Non ad ogn'una era destinato il Giustiziero, ma sovente un solo governava più province, come leggiamo di Giacomo Guarna Conte di Marsico, che fu Giustiziero di Puglia e Terra di Lavoro[418], e di Tommaso d'Aquino, che fu Giustiziero di Puglia, sotto la cui amministrazione era tutta la Puglia, che oggi è divisa in tre province; ed anche a' nostri tempi si vede, che il Preside di Capitanata, che tiene la sua sede a Lucera, governa anche la provincia di Contado di Molise. Alle volte due Giustizieri amministravano una provincia, siccome nell'anno 1197. Roberto di Venosa, e Giovanni di Frassineto furono Giustizieri di Terra di Bari; e nell'anno 1225 Pietro d'Eboli, e Niccolò Cicala di Terra di Lavoro[419]. Nel Regno degli Angioini un solo Giustiziero si mandava a più d'una provincia; e così ancora si praticò sotto gli Aragonesi; e fino a' tempi del Re Filippo II per quello, che rapporta Alessandro d'Andrea[420], il quale scrisse, e fu nella guerra, che questo Re ebbe col Pontefice Paolo IV, non vi erano che sei Governadori, chiamati prima Giustizieri, e poi volgarmente Vicerè, e congiungendosi intorno al governo per conto della giustizia alcune province insieme, siccome ne' due Abruzzi vi era allora un sol Preside, nel Contado di Molise, e Capitanata un altro, siccome è ancor oggi. Principato ultra ne avea un altro. Principato citra e Basilicata un altro. Uno terra di Bari, e terra d'Otranto, ed un altro le due Calabrie. Ma da poi al numero de' Ministri dell'entrate regali, chiamati Tesorieri, ovvero Percettori, a comodo de' quali, e per cagion di più diligente esazione fu fatta la divisione, fu pareggiato quello de' Governadori, onde ora, toltone il Contado di Molise, ciascuna provincia tiene il suo proprio e particolar Preside.

CAPITOLO VI. Corti generali, e Fiere istituite da Federico in queste nostre province: suoi figliuoli, che rimasero; e suo testamento.

Tutti questi Giustizieri eran subordinati al Gran Giustiziero del Regno, che in tempo de' Normanni per aver que' Re collocata la loro sede regia in Palermo, quivi risedeva appresso il Re nella sua Gran Corte; ma Federico, che non seppe star fermo in alcun luogo ma per accorrere a' bisogni scorreva sempre per tutte le province de' suoi Reami, presso di lui in ogni città ove si fermava, era la sua Gran Corte, ed il Gran Giustiziero ed i Giudici, che la componevano. E questo savio Principe per meglio riordinare queste province, come amante della giustizia, avendo nell'anno 1233 convocato in Messina un general Parlamento, statuì, che due volte l'anno in certe province del nostro Regno si dovesse tener Corte generale[421], ove qualunque persona, che si sentisse gravata, o mal soddisfatta de' Giustizieri, o di qualunque altro suo Ufficiale esponesse le sue querele ad un suo Nunzio, quivi a quest'effetto da lui mandato, il quale dovesse le querele di tutti porre in iscrittura, e questa ben suggellata con suo suggello, e di quattro altre persone ecclesiastiche di provata fama e probità, dovea presentarla alla sua imperial Corte.

Le querele poi date contro coloro, che non erano Ufficiali, doveano i Giustizieri delle regioni deciderle. Doveano intervenire in queste Corti generali quattro persone di ciascuna città di quella provincia delle migliori, di buona fede ed opinione, come anche di ciascuna terra o castello. E quando non gli scusasse qualche giusto impedimento, stabilì ancora, che vi dovessero assistere i Prelati di que' luoghi, i quali o per essi, quando v'intervenivano, o per altri, quando non erano presenti, dovessero denunciare se nella loro provincia vi erano Patareni, o altri infettati d'eretica pravità, affinchè fossero esterminati e severamente da lui puniti. Doveano queste Corti durare otto dì, e quando occorreva di doversi trattar negozio di momento, poteva prorogarsi il tempo per quindici giorni.

I luoghi, ove doveano celebrarsi, erano in Sicilia, Plazza. In Calabria, Cosenza, ove doveano comparire le due province, cioè Terra Jordana e Valle di Grati, oggi dette Calabria ultra, e Calabria citra. Nella città di Gravina convenir doveano le province di Puglia, Capitanata e Basilicata. Nella città di Salerno, ambedue le province Principato, Terra di Lavoro e Contado di Molise, insino a Sora. E nella città di Sulmona convenir doveano le due province d'Abruzzo.

Il tempo nel quale doveano congregarsi i Ministri per tener queste Corti, era il primo di maggio, ed il primo di novembre. Ed in esse doveano assistere in presenza del Legato, o Nunzio dell'Imperadore, il Maestro Giustiziero, i Giustizieri delle province, il Maestro Camerario, i Camerari, i Baglivi e gli altri Ufficiali della Corte ed i Prelati, i Conti, i Baroni, e' cittadini di que' luoghi e di quella provincia, che secondo erasi stabilito, doveano convenire a quella città designata per la Corte.

In questo medesimo general Parlamento tenuto in Messina, per provedere all'abbondanza di questo nostro Reame, stabilì in sette parti di quello le Fiere generali[422], ove dovessero i mercatanti portar le loro merci, e sin tanto che quelle durassero, non fosse lor permesso portarle altrove. Le prime le stabilì in Sulmona, e volle che durassero, dal dì di S. Giorgio insino alla festa dell'Invenzione di S. Arcangelo. Le seconde in Capua, e volle che durassero, da' 22 di maggio, insino alli 8 di giugno. Le terze in Lucera e duravano, dal dì del B. Giovanni Papa per otto giorni. Le quarte in Bari e duravano dal dì di S. Maria Maddalena, insino alla festa di S. Lorenzo. Le quinte in Taranto, e duravano, dal dì di S. Bartolommeo, insino alla festività della Nascita della Beata Vergine. Le seste in Cosenza, e duravano dalla festa di S. Matteo, insino a quella di S. Dionigi. Le settime in Reggio, e duravano, dal dì di S. Luca, insino al primo di novembre, giorno di tutti i Santi.

Ecco come questo saviissimo Principe pose in miglior ordine lo stato di queste nostre province, alla di cui providenza e saviezza molto debbono; e se non fosse stato nel meglio de' suoi progressi tolto a' mortali, di molte altre provide leggi, e di molti altri pregi, ed utilità avrebbele fornite; ma la sua morte pur troppo immatura, troncò il corso della sua felicità, ed in istato pur troppo lagrimevole da poi si videro, quando per l'ambizione di dominare furono da più invasori combattute e perturbate, e miseramente afflitte, insino che estinta la regal stirpe degli Svevi, ad altra Gente non fossero trasferite; ciò che sarà il soggetto del libro seguente.

Lasciò Federico di varie mogli, e d'alcune concubine, molti figliuoli. Ebbe egli, secondo scrive Giovanni Cuspiniano, sei mogli. La I fu Costanza figliuola del Re Alfonso II d'Aragona e della Regina Sancia di Castiglia; dalla quale generò Errico Re di Alemagna, che morì in prigione, e Giordano, che morì fanciullo. La II fu Jole figliuola di Giovanni di Brenna, Re di Gerusalemme, la quale gli recò in dote le ragioni di quel Reame, pervenute a Jole per cagione della madre Maria, e con lei generò Corrado Re de' Romani. La III fu Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la quale da lui ripudiata, si maritò ad Udelrico Duca di Carintia. La IV fu Rutina figliuola d'Ottone Conte di Wolffenshausen in Baviera. La V fu Isabella figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre generò prole alcuna.

La VI fu pure nomata Isabella, ovvero Elisabetta nata di Giovanni Re d'Inghilterra, sorella del Principe di Galles, poi Re d'Inghilterra e detto Errico III. E notasi negli Atti pubblici di quel Regno, fatti ultimamente stampare dalla Regina Anna, che Federico per trattar questo matrimonio inviò in Inghilterra Pietro delle Vigne; dal qual matrimonio essendone nato Errico, che poi si credette essere stato fatto avvelenar da Corrado, ne nacquero que' disturbi tra il Re d'Inghilterra zio di Errico con Corrado che si noteranno appresso; dalla quale Isabella ebbe anche alcune figliuole femmine oltre Errico; onde mal credette Cuspiniano, che scrisse non esservi nato alcun maschio di questo matrimonio; poichè i più appurati Autori, e fra essi Girolamo Zurita, con più verità dicono, che di lei gli nacque Errico, a cui lasciò il padre il Reame di Gerusalemme, e centomila oncie d'oro; e fu fatto poi avvelenar da Corrado, siccome diremo nel seguente libro. Delle figliuole femmine la primiera nominata Agnesa si maritò con Corrado Langravio di Turingia, e la seconda detta Costanza con Lodovico Langravio d'Assia.

Ebbe anche di Beatrice Principessa d'Antiochia (la quale egli, come dice lo stesso Zurita, tolse illegittimamente per moglie) Federico Principe d'Antiochia, e Conte d'Albi, di Celano, e di Loreto, dal padre intitolato Re di Toscana, secondo che alcuni Autori scrivono: da costui nacque Corrado d'Antiochia, che ammogliatosi con Beatrice figliuola del Conte Galvano Lancia generò Federico, Errico e Galvano d'Antiochia; il cui legnaggio durò alcun tempo chiarissimo in Sicilia.

Generò ancora l'Imperador Federico dalla sorella di Goffredo Maletta Conte del Minio e di Trivento, Signor del Monte S. Angelo, e Gran Camerlengo del Regno, Manfredi Principe di Taranto, e poi Re di Napoli e di Sicilia, e Costanza, che si maritò in vita del padre con Carlo Gio. Vatasio Imperador di Costantinopoli scismatico e nemico della Chiesa romana, siccome appare nel reale Archivio: ciocchè gli rimproverò Innocenzio IV, quando lo privò dell'Imperio; e dal testamento di Federico si raccoglie, che Manfredi da Federico fosse stato reputato, come nato da legittimo matrimonio, giacchè, non altrimenti che Errico, vien invitato Manfredi alla successione de' suoi Stati, in mancanza de' figliuoli di Corrado, e di Errico, e così credettero alcuni Scrittori, che reputarono Manfredi figliuolo legittimo, non bastardo di Federico; ed in ciò ha preso errore Matteo Paris, mentre nella sua istoria crede, che Manfredi sia nato di Bianca Lanza, e che con lei l'Imperadore avesse celebrato il matrimonio, stando infermo poco prima di morire. E dalla detta Bianca Lanza Marchesana, come alcuni dicono, di Monferrato, e da altre donne, gli nacquero Errico Re di Sardegna, nominato comunalmente Enzio, che morì prigioniero in Bologna, ed alcune altre figliuole femmine, delle quali Selvaggia fu moglie d'Ezzelino Tiranno di Padova, un'altra di Tommaso d'Aquino Conte dell'Acerra, ed un'altra del Conte Caserta.

Federico prima di morire fece il suo testamento, nel quale lasciò erede dell'Imperio, e di tutti gli altri suoi Stati, e particolarmente del Reame di Puglia, e di Sicilia Corrado Re de' Romani suo figliuolo; e questi mancando senza figliuoli ordinò, che dovesse succedere Errico altro suo figliuolo, e questi pure morendo senza figliuoli, che gli dovesse succedere Manfredi Principe di Taranto, parimente suo figliuolo; e dimorando Corrado in Alemagna, o in qualsivoglia altro luogo, statuì per suo Balio in Italia, e particolarmente in Puglia ed in Sicilia, Manfredi con amplissima autorità. Lasciò al detto Manfredi il Principato di Taranto con li Contadi di Montescaglioso, di Tricarico e di Gravina, ed il Contado di Monte S. Angelo, con il titolo ed onor suo, che gli aveva in vita donati, con tutte le città, terre e castella, a' detti luoghi appartenenti, con riconoscere Corrado come Sovrano Signore.

Lasciò a Federico suo nipote il Ducato d'Austria, e di Stiria, con condizione, che dovesse egli riconoscerlo da Corrado, e di più diecemila once d'oro.

(Chi fosse questo Federico suo nipote, ce lo additta Matteo Paris ad An. 1251 pag. 102 il quale raccorciando il Testamento di Federico, scrisse: Item Nepoti meo, (scilicet Filii mei Henrici) relinquo Ducatum Austriae, et decem millia unciarum auri).

Lasciò a Errico per suo figliuolo il Regno di Gerusalemme, o Arelatense ad arbitrio del Re Corrado (non com'altri credettero il Regno di Sicilia, di cui insieme con quello di Puglia ne fu Corrado erede; onde mal fece d'Inveges a dividere da ora questo Regno in due, e quel ch'è peggio, chiamare la Puglia Regno di Napoli) e centomila once d'oro; ed altre centomila ne lasciò da spendersi in sussidio di Terra Santa per la salute della sua anima, secondo che avesse ordinato il medesimo Corrado, ed altri nobili Crocesegnati.

Ordinò che si restituissero tutti i beni tolti a' Templarj, ed a tutte l'altre Chiese e Religiosi, de' quali avessero da godere la solita libertà e franchezza che lor si dovea.

Lasciò ordinato, che i suoi vassalli del Reame di Napoli e di Sicilia fossero liberi ed esenti da tutte le generali Collette, secondo che erano a tempo del buon Re Guglielmo; e che tutti i Conti, Cavalieri, Baroni e Feudatarj de' suoi Regni godessero delle loro giurisdizioni, privilegi e franchezza, come goder soleano al tempo del detto Re Guglielmo.

Ordinò, che si rifacessero i danni fatti da' suoi Ministri alle Chiese di Lucera e di Sora, ed a ciascun'altra, che nell'istessa guisa fosse stata danneggiata.

Ordinò, che si ponessero in libertà tutti i prigioni, fuorchè quelli dell'Imperio e del Reame, ch'eran sostenuti per la congiura fatta contro di lui.

Ordinò parimente, che si soddisfacessero tutti coloro, che doveano aver da lui alcuna somma di moneta, e che si restituisse alla Santa Romana Chiesa tutto ciò che s'apparteneva alle ragioni dell'Imperio.

Ordinò, che il suo corpo si dovesse trasportare in Sicilia, e sepellire nel Duomo di Palermo (siccome da Manfredi suo figliuolo fu eseguito) ove eran parimente sepolti il Padre Errico, e la madre Costanza, alla qual Chiesa lasciò cinquecento once d'oro da spendersi in suo servigio per l'anima del padre, e della madre sua, secondo il parere di Bernardo Arcivescovo di Palermo, con alcune altre cose, che nel suo testamento si leggono, fatte non già come eretico o cattivo uomo, ma come buono e fedel Cristiano: il qual testamento, e per queste e per l'altre cose, che contiene degne di memoria abbiam voluto far qui imprimere, essendo l'istesso, che si vedea gli anni addietro nel regale Archivio, siccome scrive Matteo d'Afflitto nelle Costituzioni del Regno, e se ne fa menzione dal Bzovio negli Annali Ecclesiastici, e da altri Scrittori regnicoli, e che da Capece-Latro fu tolto da un original Cronaca scritta da antichissimo tempo degli avvenimenti dell'Imperador Federico, e di alcuni altri de' seguenti Re, che si conservava in suo potere: e si vede esser lo stesso, del quale han fatta menzione il Costanzo, il Summonte, il Tutini[423], e gli altri Autori, che ne han favellato.

(Questo Testamento di Federico è stato anche impresso da Lunig[424] il qual dice averlo trascritto ex Editione P. Octavii Cajetani in sua Isagoge ad Historiam Sacram Siculam; collatum et suppletum ex vetusto Codice Manuscripto Bibliothecae Marchionis Jurattanae.)

Testamento di Federico II.

In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi. Anno ab Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo primo, et primo anno Regni Domini nostri Corradi gloriosissimi Romanorum, Hierusalem, Siciliae, et Italiae Regis, mense Januarii, 9 Indictione. Dum in Archiepiscopali Salernitano Palatio, in praesentia Domini Caesaris, Dei gratia Venerabilis Salernitani Archiepiscopi essemus nos Philippus, Matthaeus, Romoaldus, et Philippus Judices, praesentibus Matthaeo de Vallone Straticoto Salerni Philippo Greco, et Gulielmo Curiali Notariis ad hoc specialiter rogatis: Illustris Vir Dominus Bertoldus Marchio de Hohenburch Dei, et Domini nostri Regis Corradi gratia, Dominus Montis fortis, et Argentii, Castri S. Severini, et honoris ejus, ostendit, et praesentavit praedicto Domino Archiepiscopo testamentum, sive ultimam voluntatem quondam Domini nostri Serenissimi Imperatoris Friderici II cerea, et pendente Bulla ejusdem Domini Imperatoris insignitum, quod vidimus, et legimus, et omni vitio, et suspicione carebat, et erat continentiae talis.

In Nomine Dei aeterni, et Salvatoris nostri Jesu Christi, Anno ab Incarnatione ejus millesimo ducentesimo quinquagesimo, die Sabati, decimoseptimo Decembris, nonae Indictionis. Primi parentis incauta transgressio sic posteris legem conditionis indixit, ut eam nec diluvii proclivis ad poenam effugio effrenis adduceret, nec Baptismatis tam celebris, tam salubris unda lineret, quin fatalitatis cu..... mortalibus senescentis aevi.... lascivia transgressionis in poenam culpae transfuga tanquam cicatrix ex vulnere remaneret. Nos igitur Fridericus II Divina favente Clementia Romanorum Imperator semper Augustus, Hierusalem, et Siciliae Rex, memor conditionis humanae, quam semper comitatur humana fragilitas, dum vitae nobis instaret terminus, loquelae, et memoriae in nobis integritate vigentibus, aegri corpore, sani mente, sic animae nostrae consulendum providimus, sic de Imperio, et Regnis nostris duximus disponendum, ut rebus humanis assumpti videamur, et filiis nostris, quibus nos Divina Clementia faecundavit, quos praesenti dispositione sub poena benedictionis nostrae volumus esse contentos, ambitione sublata, omnis materia scandali sopiatur. Statuimus itaque Conradum Romanorum in Regem electum, et Regni Hierosolymitani haeredem dilectum filium nostrum, nobis haeredem in Imperio, et in omnibus aliis... et quoquo modo acquisitis, et specialiter in Regno nostro Siciliae: quem si decedere contingeret sine liberis, succedat ei Henricus filius noster, quo defuncto sine liberis succedat ei Manfredus filius noster: Corrado vero morante in Alemannia, vel alibi extra Regnum, statuimus praedictum Manfredum Balium dicti Corradi in Italia, et specialiter in Regno Siciliae, dantes ei plenariam potestatem omnia faciendi, quae persona nostra facere posset, si viveremus, videlicet, in concedendis Terris, Castris, et Villis, parentelis, et dignitatibus, beneficiis, et omnibus aliis juxta dispositionem suam, praeter antiqua demania Regni Siciliae, quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et eorum haeredes omnia, quae ipse fecerit firma, et rata teneant, et observent. Item concedimus, et confirmamus dicto Manfredo filio Principatum Tarenti, videlicet, a Portu Rositi, usque ad ortum fluminis Brandani, cum Comitatibus Montis Caveosi, Tricarici, et Gravinae, prout Comitatus ipse protenditur, a maritima Terrae Bari usque Palinurum, cum Terris omnibus a Palinuro per totam maritimam usque ad dictum Portum Rositi, cum Comitatibus, Castris, et Villis infra contentis cum omnibus Justitiis, pertinentiis, et rationibus omnibus tam ipsius Principatus, quam Comitatuum praedictorum. Concedimus etiam eidem Comitatum Montis S. Angeli, cum titulo, et honore suo, et omnibus Civitatibus, Castris, Villis, Terris, Pertinentiis, Justitiis, et rationibus eidem Comitatui pertinentibus, videlicet, usque de demanio in demanium, et quae de servitio in servitium. Concedimus, et confirmamus eidem quidquid sibi in Imperio etiam a nostra majestate concessum, ita tamen quod praedicta omnia a praefato Corrado teneat, et recognoscat. Item statuimus, quod Federicus nepos noster habeat Ducatus Austriae, et Stiriae, quos a praefato Corrado teneat, et recognoscat, cui Federico judicamus duri pro expensis suis decem millia unciarum auri. Item statuimus, ut Henricus filius noster habeat Regnum Arelatense, vel Regnum Hierosolymitanum, quorum alterum dictus Corradus praefatum Henricum habere voluerit, cui Henrico judicamus dari centum millia unciarum auri pro expensis. Item statuimus, ut centum millia unciarum auri expendantur pro salute animae nostrae in subsidium Terrae Sanctae secundum ordinationem dicti Corradi, et aliorum nobilium Crucesignatorum. Item statuimus, quod omnia bona Militiae Domus Templi, quae Curia nostra tenet restituantur eidem, ea videlicet, quae de Jure debent habere. Item statuimus, ut Ecclesiae, et Domibus Religiosis restituantur jura earum, et gaudeant solita libertate. Item statuimus, quod homines Regni nostri sint liberi, et exempti ab omnibus generalibus collectis, sicut consueverunt esse tempore Regis Gulielmi II Consobrini nostri. Item statuimus, quod Comites, Barone, et Milites, et alii Feudatarii Regni gaudeant juribus, et rationibus, quae consueverunt, habere praedicti Regis Gulielmi in collectis, et aliis. Item statuimus, ut Ecclesiae Luceriae, Sorae, et si quae aliae Ecclesiae laesae sunt per Officiales nostros, reficiantur, et restituantur. Item statuimus, ut tota massaria nostra, quam habemus apud S. Nicolaum de Aufido, et omnes proventus ipsius deputentur ad reparationem, et conservationem Pontis ibi constructi, vel construendi. Item statuimus, ut omnes captivi in carcere nostro detenti liberentur, praeter illos de Imperio, et praeter illos de Regno, qui capti sunt ex proditionis nota. Item statuimus, quod praefatus Manfredus filius noster omnibus benemeritis de Familia nostra provideat vice nostra in Terris, Castris, et Villis, salvo demanio Regni nostri Siciliae, et quod Corradus, et Henricus praedicti filii nostri, et haeredes corum ratum, et firmum habeant quicquid idem Manfredus super hoc duxerit faciendum. Item volumus, et mandamus quod nullus de proditoribus Regni aliquo tempore reverti debeat in Regnum, nec alicui de eorum genere succurrere possint, imo haeredes nostri teneantur de eis vindictam sumere. Item statuimus, quod Mercatoribus creditoribus nostris debita solvantur. Item statuimus, ut Sanctae Romanae Ecclesiae Matri nostrae, et aliorum nostrorum fidelium jura restituantur, si ipsa Ecclesia restituat jura Imperii. Item statuimus, ut si de praesenti infirmitate nostra mori contigerit, in majori Ecclesia Panormitana, in qua Divi Imperatoris Henrici, et Divae Imperatricis Constantiae parentum nostrorum, memoriae recolendae tumulata sunt corpora, corpus nostrum debeat sepeliri; cui Ecclesiae dimittimus uncias auri quingentas pro salute animarum dictorum parentum nostrorum, et nostrae, per manus Berardi Venerabilis Panormitani Archiepiscopi, familiaris, et fidelis nostri, in reparatione ipsius Ecclesiae erogandas. Praedicta autem omnia, quae acta sunt in praesentia praedicti Archiepiscopi, Bertoldi Marchionis de Hohenburch dilecti consanguinei, et familiaris nostri, Riccardi Comitis Casertani dilecti generi nostri, Petri Ruffi de Calabria Marescallae nostrae Magistri, Riccardi de Monte Nigro Magnae Curiae nostrae Magistri Justitiarii, Magistri Joannis de Idrunto Notarii nostri, Fulconis Ruffi, Magistri Joannis de Procida, Magistri Roberti de Panormo Imperii, et Regni Siciliae, et Magnae Curiae nostrae Notarii, meorum fidelium, quos praesenti dispositioni nostrae mandavimus interesse, per praedictum Corradum filium, et haeredem nostrum, et alios successive sub poena benedictionis nostrae tenaciter disponimus observari, alioquin haereditate nostra non gaudeant. Ita autem universis fidelibus nostris praesentibus, et futuris sub sacramento fidelitatis, qua nobis, et haeredibus nostris tenentur, injungimus, ut praedicta omnia illibata teneant, et observent. Praesens autem testamentum nostrum, et ultimam voluntatem nostram, quam robur firmitatis volumus obtinere, per praedictum Magnificum Nicolaum de Brundusio scribi, et signo Sanctae Crucis propriae manus nostrae sigillo nostro, et praedictorum subscriptionibus jussimus communiri. Actum apud Florentinum in Capitanata, anno, mense, die, et indictione praedicta. Anno Imperii nostri XXXII. Regni Hierusalem XXVIII. et Regni Siciliae LI. Signum Sanctae Crucis propriae manus praedicti Domini Imperatoris Federici. Qui supra Berardus Panormitanus Archiepiscopus Domini Imperatoris familiaris. Ego Bertoldus Marchio de Hohenburch iis interfui, et subscripsi. Ego Riccardus Comes Casertae iis interfui, et me subscribi feci. Ego Petrus Ruffus de Calabria Imperialis Maresciallus Magister interfui his, et subscribi feci. Ego Riccardus de Monte Nigro Magnae Imperialis Curiae Magister Justitiarius. Ego Magister Robertus de Panormo, qui supra Judex. Ego Joannes de Idrunto, qui supra interfui. Ego Fulcus Ruffus de Calabria his interfui, et subscripsi. Ego Joannes de Procida Domini Imperatoris Medicus testis sum. Ego, qui supra Notarius Nicolaus de Brundusio, quia omnibus praedictis interfui, praesens testamentum propria manu subscripsi, et meo signo signavi.

Cum autem testamentum praedictum a nobis lectum fuisset, idem Dominus Archiepiscopus tunc nos rogavit, ut quia quaedam in dicto testamento continentur, quae ad utilitatem Salernitanae Ecclesiae Matris nostrae pertinere noscuntur, ipsum insinuare, seu publicare deberemus, ut ex insinuatione, seu publicatione ipsius possit inde fidelis assumi. Nos autem preces juri consentaneas admittentes ipsum testamentum totum per ordinem de verbo ad verbum nihil in eo addito, vel subtracto in hanc scripturam publicam per manum Thomasii publici Salerni Notarii transumi fecimus, et transcribi, quod scripsi Ego praedictus Thomasius publicus Salerni Notarius, qui rogatus interfui, vidi, et legi, et illud in hanc scripturam redigens publicam, meo signo signavi, quod autem superius nititur virgulas scriptum, et legitur nostra, et quod disturbatum est, legitur, recognoscat..... Adest signum ✠. Ego qui supra Philippus Judex ✠. Ego qui supra Matthaeus Judex ✠. Ego qui supra Romoaldus Judex ✠. Ego qui supra Philippus Judex.

FINE DEL VOLUME QUARTO.

Notes in this chapter

Note 1 · Sigon. de Reg. Ital. lib. 4. ann. 774. Feudatariis autem, Civitatibus, Ecclesiis, ac Monasteriis certa tributorum genera imposuit, foderum, Note 2 · Capitul. Princ. Radelgh. apud Pellegr. Hist. Princ. Longob.Note 3 · Anonymus de Reb. Federici Imperatoris.Note 4 · Anonym. Librum composuit de Natura et Cura Animalium.Note 5 · Allacc. de' Poeti antichi, tom. 1 sol. 1, 43, 50, 52, 57, 288, 372, 373.Note 6 · Surg. de Neap. Illust. c. 24 n. 2.Note 7 · Mazzella nella Descrizione del Reg. di Nap. in princ.Note 8 · Tassone de Antef. vers. 2 observ. 1 n. 14.Note 9 · Pragm. 1 de Offic. ad Reg. Majest. ejusque Vic. coll. Spect.Note 10 · Pellegr. in Dissert. ult. de fin. Duc. Benev.Note 11 · Camil. Pereg. diss. 5. Duc. Benev.Note 12 · Narcis. apud Munsterum in Cosmographia, lib. 2 ubi de Campania, etc.Note 13 · Erchemp. apud Pellegr. n. 29 et 81.Note 14 · Camil. Pelleg. della Campania nell'Aggiunta, pag. 701.Note 15 · Tutin. de' Maestri Giustiz. in princ.Note 16 · Fab. Jordan. in addit. ad prooem. Constit. Ursin. de success. Feud. par. 2 q. 2 art. 1 n. 43 vers. secundo respondetur. Andreys qu. Feud. c.Note 17 · Ab. de Nuce ad Chron. Cass. lib. 3 cap. 13 num. 1277.Note 18 · Ostiens. lib. 3 cap. 13.Note 19 · Pont. lib. 2 de bello Neap.Note 20 · Tutin. de' M. Giustiz. fol. 97.Note 21 · Camill. Pellegr. in Castig. in Anonym. Cassin. pag. 141. Sic. n. dicta olim, atque etiam nunc dicitur Vallis, regioque percelebris in CalabrNote 22 · Pont. lib. 2 de bello Neap.Note 23 · Erchempert. num. 29. apud Pellegr.Note 24 · Gul. Ap. lib. 1.Note 25 · Camill. Pellegr. p. 89. B.Note 26 · Petr. Diac. in Auct. ad Ostien. lib. 4 cap. 22.Note 27 · Camill. Per. in diss. ul. de Duc. Benev.Note 28 · Tutin. de' M. Giustizieri, in princ.Note 29 · Tutin. de' Contestab. p. 6.Note 30 · And. Ragionam. 2.Note 31 · Ric. a S. Germ ad ann. 1233.Note 32 · Ricc. a S. Germ.Note 33 · Tutini de' Contestabili del Reg. fol. 44.Note 34 · Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 910.
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings