AL SIGNOR LETTORE, (continued 2)
Reading edition
Dice uno: — Vuol dire allora che l'andrà male pei signori.
— Anche per i signori andrà lo stesso. Faranno i loro affari, viaggeranno sulle loro automobili....
Scattò il fiaccheraio: — Ah! i signori che viaggiano sui cuscini rossi delle automobili, che ci buttano tutta quella polvere negli occhi..., che fanno la mattina una spesa che il mercato non basta mai...
— Disprezzate i cuscini rossi delle automobili, disprezzate i milioni di Torlonia, (è il paragone, qui, delle favolose ricchezze), disprezzate la superfluità della vita, disprezzate le pietanze delicate, e sarete superiori ai signori...
Devo aver detto queste parole con calore, perchè restano un po' pensosi. Uno dice additandomi: — Non vedi lui come è vestito? (Scalzo e senza colletto).
Ma il fiaccheraio, bizzarro, viso da salapuzio, obbietta e dice: — Ma le donne tutte in ghingherli, le belle donne dei signori come si possono avere senza soldi? A noi non ci guardano nemmeno....
— Ma non avete le vostre donne?
— Nere come la madonna di Loreto, buone a fetare come i conigli, e poi puzzano di pesce. Vogliamo anche noi le donne bianche con l'odor della cipria e che non facciano tanti figli...
Scoppia una risata. Io non so che rispondere: la donna, l'eterno lievito! Il fiaccheraio esemplifica con eloquenza zoliana. Ma il macellaio, più serio, gli impone silenzio. — Sta zitto tu, brutto matto! Lascialo parlare! — E a me domanda: — E allora per chi l'andrà male?
«Per me, per noi che siamo i veri signori!» Ma in verità non so spiegarmi. Dico soltanto: — Per me...
— Già — dice il macellaio che ha capito —, lui vuol dire, o ignoranti, che io, o tedeschi o italiani, seguiterò lo stesso ad ammazzare le bestie. Ma lui è impiegato del Governo, e può darsi che perda il posto.
Ah, in verità, v'è un altro posto, un altro capitale ben più prezioso che si può perdere!
* * *
Lunedì, 7 Settembre.
Prego il postino, un buon uomo che ha aggiunto alla naturale semplicità un po' di conoscenza dell'alfabeto, di cambiarmi un assegno della Banca d'Italia.
— La Posta non cambia.
Lo sapevo: ma lo domandai di progetto.
— Perchè?
Risponde gravemente come ammaestrandomi: — Perchè non si fa niente nel mondo senza interesse!
Eppure i Romani scrissero che l'acqua e il fuoco si devono dare gratuitamente. Oh, buon postino, v'è chi dice che non sei istruito abbastanza. Ma tu sei stato all'università. Romagna, Romagna, se perdi quel poco di generosità e di charitas che ancora possiedi, che ti rimarrà?
* * *
— È vero che si fa la pace? — mi chiede il salumiere. Ha letto il titolo del giornale, che ha lì sul banco. Lo compera per l'occasione, ma gli ci vuol troppo tempo, a leggerlo, e poi libri e giornali van bene per i pensionati o per quelli — come me — che non hanno niente da fare. Ad ogni modo ha letto: «I Governi inglese, francese e russo si impegnano mutuamente a non concludere la pace separatamente durante la guerra attuale.»
È la guerra terribile, senza fine, senza quartiere. La Francia è l'incudine su cui Russia ed Inghilterra batteranno il tremendo ferro teutonico. Oh, non mai così vera la voce del poeta: Perchè viva la Francia, oggi si muore!
Il dottore ammette che il Kaiser passerà qualche notte insonne.
Il grande Stato Maggiore Tedesco ha preveduto tutto: forse non ha preveduto che avrebbe offeso l'anima del mondo.
* * *
Non ho voglia di far dell'ironia. Germania! Non amabile Germania; ma ammirabile e, in tante cose, inimitabile Germania! Dicono che oggi s'è americanizzata, che è stata presa dal fasto all'americana. Ma il Reno scorre ancora al lume della luna; la Foresta Nera è ancora piena di leggende; vi sono ancora sui muri e nelle volontà tanti verboten che fanno contrappeso ai nostri: facite chillo che vulite, e chi se ne frega? I suoi giovani — occhi azzurri — hanno un orgoglio nazionale immenso, questo l'ho veduto e lo so, ma hanno anche un sorriso facile, aperto! Germania! Sì, anche la feudale Germania del Kaiser, mi pareva che avesse una missione nel mondo. Dirò di più: guardando giù nella storia, ho sempre sostato davanti al mausoleo del grande ostrogoto Teodorico. Gli ultimi re Longobardi mi sono apparsi eroici e magnifici e mi sarebbe parso bene che essi avessero potuto dare unità all'Italia e fonder le stirpi. Ma Federico Secondo di Svevia, il gran Federico, mi parve, nell'Evo Medio, luce di civiltà in cui il genio latino e germanico si confondessero. E perchè no? Il Kaiser che sosta meditabondo davanti alle desolate ruine di Castel del Monte, il castello di Federico, mi si adombrava come un nobile cavaliere emergente dal flutto di queste scomposte nostre democrazie. Ho ammirato le pazienti ricostruzioni dei suoi dotti ed archeologi ma senza entusiasmi. Anzi quando, io giovanetto, sentivo dire, per indicare celebrità vera «noto anche nella dotta Germania», provavo un senso di dignità offesa. Ma quando un occhialuto della dotta Germania entrava in una nostra biblioteca, che reverenza! Non ho mai capito quello che ripetevano i nostri dotti, «che il libero pensiero comincia con Martin Lutero». Forse un po' prima! Ma, ripeto, ho sempre creduto la Germania grande popolo ed organo ammirabile nella vita del mondo. Frisch, fromm, frei! Ma benissimo! Fresco, pio, libero! È quello che ci vuole. Sì, bravi Germani, rinfrescate, fate un po' religioso questo nostro mondo di miscredenti a buon mercato, di scettici! Da noi si deride la vostra disciplina perchè — dicono — è passiva; si esalta la nostra riottosità perchè — dicono — è individualismo. Rinfrescate, rinfrescate, o Germani!
Ma quale mostruosa deità era sotto il frisch, fromm, frei? Ma così da divenire Germania, giogo e catena del mondo, no!
Ma oggi, oggi, v'è qualcosa che in me si ribella. Oggi i Germani ripetono: Noi temiamo Dio e nessun altro nel mondo. Ebbene, no! E se anche questo disse Bismark, Bismark lo dedusse dall'anima barbarica degli Svevi, quando mandarono il messaggio a Cesare: Noi temiamo Dio e nessun altro nel mondo. Questa orgogliosa sfida al mondo non può avere corona di vittoria, perchè distruggerebbe la tua stessa civiltà, o Germania. O vuol dire, o Germani, che secondo vostra filosofia (Kant, Hegel, Marx, Bismark), tutto si risolve nella vostra coscienza, che la vostra coscienza è il vostro Dio? che soltanto quella temete? Immenso orgoglio allora, ma anche immensa debolezza, perchè l'uomo non è il domatore della vita. Basta un po' di mal di pancia, un microbio ostinato, a far perdere all'uomo-dio di Hegel tutta la sua divinità!
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I Russi hanno vinto in Galizia.
Dicono che la spina dorsale dell'esercito austriaco è rotta.
Ci vuol altro!
Si sente dire: Finis Austriae! Ci vuol altro! L'Austria è come quei gattacci che uno scaccia di qua, uno percuote di là, uno gli mozza la coda, uno gli fa sanguinare l'orecchio. Ma eccolo ancora lassù sul tetto con la coda più lunga e gli occhiacci più grifagni di prima! Vive in tutti i climi, nelle aule auliche, sui cuscini nuziali, nelle fogne, sui tetti, ma vive!
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Molti sono per la guerra: Alceste de Ambris, il sindacalista. Un uomo di fegato, in verità. Anche la anarchica Maria Rygier è per la guerra. Non so se costei andrà a combattere. Ma dopo aver fatto l'apologia dei soldati italiani indisciplinati, mi sembrano un po' avventate queste dichiarazioni di guerra. Sì, Hervè ha sconfessato in Francia la sua propaganda antimilitarista. Ma la Francia ha l'elaterio del senso nazionale di una vivacità immortale.
Ma l'Italia è come un cane che fa: bu! bu! Si vorrebbe lanciare: un salto avanti, uno indietro: ma più che bu! bu! non può fare.
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Ivanoe Bonomi scrive che subito, ai primi d'agosto, il Governo Italiano avrebbe dovuto dire: «neutralità; ma da questo momento strappiamo il trattato di alleanza e ci riserbiamo libertà d'azione».
Era un bel gesto, bisogna convenirne. Ma occorrevano due cose almeno: possedere la nazione in pugno come un'arma, sicura; occorreva un uomo della grande ora! Ma gli uomini di stato che l'Italia potè dare, furono sempre quelli del giorno per giorno; non della grande ora. Di chi la colpa?
8 Settembre. Natività di Maria Vergine.
Come è persistente l'Avanti! nella sua terminologia! Commentando il terribile patto di solidarietà fra Francia, Inghilterra, Russia, dice che questa guerra non è altro che un conflitto di interessi tra due imperialismi. «Tutto il resto è lustra, frangia, polvere negli occhi pei gonzi».
La cosa non è così semplice. È che il mondo vuole la pace; ma non la pax germanica. Forse oggi è maturo il mondo per dichiarare in fede che questa corazza d'acciaio gli mozza il respiro. Ma la pax germanica, no!
L'Impero di Roma nel tempo della sua maggiore estensione, dal Tigri al Danubio, non aveva oltre trecento mila legionari a guardia dei confini; quanti oggi ne arma un piccolo Stato!
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10 Settembre. Il leader socialista tedesco, Ludwig Frank, è morto alla guerra. Deputato, giovane, avvocato di grido: odiava le teorie vacue. Era figlio di popolo. Morto con una palla alla tempia, in Lorena, all'avanguardia. I giornali riportano di lui alcune espressioni ben commoventi.
Ma era necessario affinchè tu fossi grande, o Germania, questa orribile guerra?
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Il Corriere della sera di oggi reca: «I socialisti si riunirono ier sera al Teatro del Popolo per accordarsi sull'atteggiamento da tenere nell'attuale momento politico.
Hanno parlato autorevoli oratori: ma si è fatta mezzanotte. Il resto a domani. Follia guerresca, neutralità ad ogni costo, guerra borghese, proletariato che non ha patria, patria di lor signori, proteste contro la guerra, guerra santa del proletariato ecc. Il resto a domani. Queste frasi mi fanno l'effetto di visioni di sogno, che cozzano sorprese dal terribile risveglio della realtà. Non si è fatta mezzanotte. È l'alba! Ludovico Frank! Germania! Germania! Ammaestratrice tremenda della crudele realtà che governa il mondo! Che peccato che il dio Thor ti abbia preso la mano!
V'è però nel discorso di B. Mussolini, uno degli oratori, un pensiero che è stato troppo spesso il mio pensiero, e ben doloroso, e non ho osato dirlo e non oserei dirlo! Certo lo direi con tristezza, non con parola di sarcasmo come fa quel signore. Parla di autocandidatura dell'Italia a grande nazione. Pur troppo! Noi nella storia del Risorgimento abbiamo attribuito, come un'etichetta eroica, ma falsa, a tutto il popolo d'Italia, compresi i vostri proletari, ciò che fu opera di pochi, di eroi, ovvero di immensa fortuna.
I nazionalisti inveiscono invece contro i socialisti, contro i bravi mercanti e moderati lombardi e il loro piede di casa! «Grande Italia!», «Piccola Italia». Sono i due gridi, che ricordano quelli danteschi: perchè tieni? perchè burli?
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L'enciclica del nuovo papa contro la guerra non mi piace niente. Va bene per le beghine. Doveva dire: «il vecchio dio del Kaiser non ha che fare col giovane Cristo che fece olocausto di sè perchè cessasse l'olocausto degli uomini». Ma lasci stare la Madonna! La bestemmiano anche troppo, qui, la Madonna. Povero Pio X, buon curato di Riese!
«Io non benedico niente e benedico tutti!» disse, o almeno si dice che abbia detto all'ambasciatore d'Austria, quando lo pregò di benedire le armi imperiali.
Avrebbe voluto, come il predecessore suo che andò contro Attila, andare contro il vincitore tremendo? Ma a quei tempi apparvero anche S. Pietro e S. Paolo.
Vaticano, fortezza dell'idea trascendente, bisogna uscire di neutralità! Avete paura dei mortai teutonici? Non si colpisce l'idea. Dalla cupola di San Pietro, sfondata, uscirà più vincitrice l'idea.
Venne Cephàs e venne il gran vasello Dello Spirito Santo, magri e scalzi.
Dicono che il nuovo papa sia grande politico.
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12 Settembre. Leggo come anche il Consiglio Comunale di Milano plaude alla neutralità. Filippo Turati vi commemora, con parole molto poetiche, Giovanni Jaurès. Esclama: «Questo assassinato è ancora vivo. Questo ieri è il domani!» Quando?
Curiosa una cosa: l'On. Turati adopera la parola, irrazionale, destino. Naturalmente ne domanda scusa. Ma no, ma no, onorevole! Quando non sappiamo che cosa dire, quando la causa causante sfugge alla nostra ragione, noi diciamo ancora: Destino, Fato, Dio, Maria Vergine, ed altre parole irrazionali.
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Ma certamente non è dell'opinione del defunto Jaurès, nè dell'on. Turati, nè del Consiglio Comunale di Milano, nè dell'Avanti!, un socialista marxista, il cui nome mi è nuovo e che scrive nella terza pagina dello stesso numero dell'Avanti! un articolo, Guerra e socialismo, in sostegno della guerra, mentre tutti sono per la neutralità. È un articolo che può sembrare meritevole della camicia di forza. Ma in sostanza si tratta di uno che prende la baionetta di una sua logica rudimentale e l'innasta. Il ragionamento, spoglio delle impurità verbali, dice così: «Compagni, non siamo tutti d'accordo che questa è la guerra borghese? Ebbene, la presente guerra borghese abbatte e sconvolge tutti i valori, brucia tutti i codici sacri della borghesia: diritto privato, chiese, diritto internazionale, banche, famiglia, proprietà dell'ingegno, brevetti ecc. Orbene: questa, guerra esterna non è altro che la preparazione della nostra guerra interna. Il ministro inglese Asquith ha promesso che la guerra borghese durerà almeno venti anni. Aiutiamo, dunque, gli Stati borghesi a rovinarsi. Dopo comincerà la nostra guerra, la quale sarà così tremenda, con milioni di proletari, gridanti vendetta, che la attuale sarà in paragone, piccola cosa. Dopo di che avverrà la purificazione ideale. Bismark è stato il cancelliere di ferro della borghesia, Carlo Marx è il cancelliere di ferro del proletariato. Picchiamo, dunque, sodo (come dice il Kaiser), o compagni!»
Non so perchè, invece di sorridere di queste profezie, mi è venuta una gran tristezza: non so per quale successione di idee mi è balzato in mente quello che si legge concordemente, cioè che i tedeschi fanno uno spreco enorme delle vite dei loro soldati: poi i matrimoni della guerra, ordinati dal Kaiser, matrimoni spicci — spiccia fecondazione di donne prima della morte. Affinchè non manchino i milioni e milioni di proletari da qui a vent'anni? Poi Bismark e Marx, i due germanici cancellieri di ferro ravvicinati. Il pensiero di Missiroli! poi la barba di Marx dietro i baffi del Kaiser. Poi Thor, Siva, Moloc, gli dei sanguinari della distruzione. Materialismo moderno, materialismo di antiche religioni: orribile connubio.
* * *
Spunti di cronica, dello stesso giornale, istesso giorno (12 settembre): Alla Toscana: non so proprio più dove andare di notte.
Come? Alla «Toscana» di via S. Pietro all'Orto!
Ma che ambiente è?
Simpaticissimo, familiare. Verso le 3, mentre stai facendo il chilo, giungono i giornalisti e ti portano notizie fresche fresche della guerra.
Perdio questa è una bella cosa!
Ed un'altra bella cosa è... la polenta cogli uccelli, pronta a tutte le ore.
Perchè no, manicaretto di carne umana?
Mi viene in mente il signore, mio vicino. Dice, un po' seccato: «Non si può mai sapere con precisione il numero dei morti». Un pacifico, benpensante signore. Vive nella sua casetta di campagna, come il grillo nel suo buco. Coltiva a tempo perso l'orticello. Egli non si affretta verso i giornali del mattino. Attende sino alle quattro che gli portino il suo Corriere della Sera. Ma non legge subito, ma dopo pranzo quando fa siesta e fuma la pipa. Non ha figli che corran pericolo, non capitali in azioni che corran pericolo. «E, dice lei che vengano fin qui a bombardare?» mi domanda.
«Ma è un fatto che non si può sapere il numero dei morti».
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Forse Giacomo Leopardi ha ragione quando cominciò il terribile inno ad Arimane, re vero del mondo, creatore degli uomini. Ma non lo terminò. Tutto è vano: anche l'inno del poeta. Penso anche alla sublime canzone della Ginestra.
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Non ho osato mai in questi giorni fermare alcuna nota sulla carta, temendo ogni mattina, all'aprir del giornale, un disinganno. Ma è oramai un fatto che nel campo di battaglia, da Parigi a Verdun, i Francesi da sei giorni ributtano il nemico. Orlando e la Pulcella ne posson gioire. No, i Francesi non vinceranno, ma i Germanici forse dovranno correggere il loro giudizio su la «imputridita» razza latina. Intanto ammettono che i Francesi non furono mai vili.
13 Settembre.
Come è trasformata la Francia! Deroulède, che pareva un maniaco, un superstite di altre età, è morto ieri; e rivive in ogni francese. La canzonetta del De Musset, Nous l'avons vu votre Rhin allemand, che si affievoliva nella malinconia del vecchio tempo romantico, oggi squilla a battaglia. Pare quasi risorgere il mito della religione, l'idea trascendente nell'empia terra di Francia.
14 Settembre, lunedì. Il Carlino — strappato proprio all'arrivo del treno (attendevo in casa della Sig.ra M***, la madre del giovinetto che vuol far l'ussaro della morte) ha un titolo che fa tremare il core: La rapida conquista del territorio francese da parte degli alleati, Gli Austriaci battuti su tutta la linea di battaglia.
Joffre, il generale taciturno, ha parlato: «La nostra vittoria si afferma sempre più completa».
È autentico? Pare cosa portentosa. L'immensa mole tedesca è arretrata oltre la Marna? O non piuttosto la Marna ha arretrato il suo corso? Chi operò il miracolo?
Mi sta tuttora nella mente una descrizione del giornalista Campolonghi, dove è, con tocco d'arte inconsapevole, rappresentato il passaggio dell'esercito germanico per Bruxelles. «L'impressione che danno le schiere germaniche sfilanti senza tregua, è quello di un fiume gonfio, inesauribile, di liquido acciaio, e sulla cui onda, uniformemente grigia, un artista cerchi di ricamare con la mano possente qualche imagine umana».
(Nelle stanze del giovanetto, dove leggo il giornale sta il ritratto del Kaiser col colbacco e col teschio).
Chi ha avuto l'ardimento di venire a contatto con quel fiume di morte?
Lo stupore, il senso del miracolo ha percosso Parigi prima della gioia. In Nostra Donna di Parigi (il tempio dalle chimere marmoree,) si adunò folla immensa. Instancabilmente la gente ripeteva: «Dio di clemenza, Dio vittorioso, salvate la Francia».
Appare la statua equestre di Giovanna d'Arco e tutto il popolo grida: «Liberatrice della patria, salvateci!»
Il mio giovane ussaro della morte è avvilito.
— L'aquila spennacchiata dalle botte, dai tacchini, dai galli...
— Eroico gallo di Francia....
— Ah, signore, non può essere! Il Gran Stato Maggiore tedesco ha preveduto anche questo. Deve essere una mossa strategica. Ah, potere trovarsi là!
— .... Se dopo si rimanesse in vita, come credono i giovani....
— Ma morire per una gran causa non è morire.
* * *
Più grave, pare, la condizione dell'Austria. V'è chi la dà per disperata. Ma chi ricorda i prodigi di resistenza militare di quell'Impero, ne può dubitare. Comunque, pare grave. Certo, dopo il 1866, l'Austria privata della secolare base germanica (Sacro Romano impero) costretta (Drang nach Osten) a cercare con la conquista altra base d'Impero in Oriente, ha qualcosa di fatale. La Prussia, per quanto cavallerescamente fedele, non darà mai ciò che Guglielmo I e Bismarck tolsero con Sadowa.
I nunzi degli immani colpi di maglio che l'esercito russo impone, hanno una ripercussione impressionante in Italia. «Abbasso l'Austria», fu gridato ieri a Roma. C'erano persone di tutti i partiti. Ma è possibile ora? Forse quel sabato sera che venne Renato Serra da me, al mio ritorno da Bologna, e un fremito scoteva il suo corpo come nel presentimento di un attimo storico perduto.
Sarebbe cosa nobile, ora? Si racconta che, quando avvenne il terremoto di Messina, fu detto in Austria: «Questo è il momento buono!» Ma diremo noi lo stesso?
Martedì, 15 Settembre.
Barzini, in uno dei suoi migliori scritti da Parigi, dice che i Parigini ci hanno preso gusto al Die Taube, l'areoplano tedesco scaglia-bombe. Inesauribile popolo! «L'ora della Taube» come si dice, «l'ora del the».
Un'elegante donna parigina dice alla compagna: — Cochon d'alboche, il fait caca sur nous!
Ma Gabriele d'Annunzio è ormai legato alla mola perpetua della letteratura! Una bella disgrazia per un uomo di ingegno così portentoso! In altre Faville del maglio, datate da Parigi, descrive: «la cortigiana abbandonata dal mantenitore su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l'ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l'ussero della morte.»
Dice anche cose note con parole ignote per il loro fulgore:
«Dove il carnaio si disolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell'anima si leva. Quanto più larga sarà l'offerta, tanto più alto sarà il prodigio».
Ma l'ha già detto Cristo: Sine effusione sanguinis non fit remissio.
L'uomo saggio e ben nato, o Poeta, anche nel giorno più sereno della sua vita, deve domandarsi: Temerai tu la morte? Noi non rifiutiamo la guerra e la morte, ma glorifichiamo una più alta lode della vita. Altra Laus vitae!
Mercoledì, 16 Settembre. Ho scoperto il mistero del mio mite ussero della morte. Abbiamo parlato ieri, mentre tristamente annottava, lungo il mare.
I suoi vecchi erano al servizio di Casa d'Este, e vecchia nobiltà era la sua: ora più nulla! Un suo antico scortò, nel '59, Francesco V da Este nella fuga da Modena a Mantova. Ne ebbe in compenso non so quale magnifica villa. Ma il nuovo Governo, la democrazia, la rivoluzione non riconobbero il dono. Rimangono soltanto lo stemma, memorie araldiche, nomi di parentado in Austria, o che altro disse. Alcun che di confuso, povero figliuolo! di esagerato: ma alcunchè di vero ci doveva pur essere.
— Dunque lei non è italiano?
— Italiano sì, ma italiano austriaco.
— Non è, allora, nemmeno monarchico...
— Il re vada là — accennava i monti — in val di Moriana. È il suo posto quello lì?
— Quale?
— Quello dove l'ha messo la carboneria, la mazzinianeria, la massoneria, e compagnia bella: Roma! Roma deve essere del papa. E il Lombardo-Veneto all'Austria! Francesco Ferdinando l'ha detto quando inaugurò il monumento a Radetzky: «Ritorneremo!» E l'avrebbe fatto!
— Così che lei ha sofferto molto per la morte di Francesco Ferdinando...
— Ho esposto per tre giorni la bandiera a lutto. Era la sua guerra, questa...
— Ragazzo mio, dopo che le vittorie russe hanno rotto un po' la spina dorsale dell'Austria, mi pare che si possa abbandonare la speranza per questa volta.
— Sarà per un'altra volta. Da qui altri cinquant'anni. Intanto ci prepareremo.
Ho domandato da chi avesse preso simili idee.
— Da me, dalla storia, pensando.
Ha vagheggiato tanti progetti per operare: frate domenicano, aviatore bombardiere, ussero della morte. — Ma adesso bisogna ubbidire alla mamma. Poveretta, è sola.
— Ha compagni di queste sue idee, ragazzo mio?
Crollò tristamente il capo: disse: — Pochi! — Nominò una famiglia di nobiltà papalina, la quale gode l'esclusività della vendita delle Sacre Immagini, dei Cristi; e che molto arricchì coi pellegrinaggi.
Stetti un poco in silenzio e domandai in fine: — Lei che è religioso, non trova un contrasto fra Cristo e questi progetti bellicosi?
Alzò le spalle; borbottò: — Papa, Cristo, re, imperatore formano tutta una barracca! E poi chi ha più forza, l'adopera. I socialisti non fanno così anche loro?
Altri avrebbe sorriso di questi ragionamenti. Io ho pensato a varie cose: primo: Quante forze fedeli l'Austria alienò ed offese, qui in Italia, nella sua storia, dal 1814 al 1859; secondo: quanti in Italia, nel loro segreto, pensano ciò che questo ingenuo ragazzo osava dire. Terzo: quanto poco ci vuole ad armare la mano di un fanatico!
Giovedì 17 settembre. Giorno natale di Titì in questa casetta al mare, dove ella vide il dì natale sei anni or sono.
— È vero che oggi è il mio giorno? Chi si invita oggi a pranzo? Viene Marino Moretti? Vai a fare la torta dolce?
Si corre verso la mobilitazione. In tanta serenità silenziosa autunnale, la mente non può concepire campi di strage e di esterminio.
* * *
Marino Moretti! Spesso sono andato a trovarlo nella sua vecchia casa paterna, a Cesenatico, fiorita di gelsomini e davanti il porto dalle rosse vele, ferme le navi oggi che c'è la guerra. Spesso egli venne da noi.
Caro, mite, signorile Moretti! Diceva con la sua amabile voce, un po' blesa: — C'è un po' di guerra anche per noi. Nei giornali, non più novelle, non più poesie! La letteratura è abolita.
— E le pare un male?
Anche Marino Moretti conviene che non è un male.
18 Settembre. Venerdì.
Lacerba del 15, porta un articolo un po' becero — come il solito — del Papini, ma simpatico. V'è anche un nobile scritto di Soffici. Fa — e si rivolge ai Germani — un confronto fra la cultura latina e la cultura germanica. Lo so: «Per cultura noi intendiamo quell'alleggerimento dello spirito che lo porta a godere profondamente delle armonie segrete della natura amata nella sua semplice concretezza, delle eleganze, dei pensieri luminosi, di tutte le bellezze in un'atmosfera di serenità iridata e felice. Siamo lontani, come vedete, dal vostro nuvolismo metafisico, dalla vostra sentimentalità, dal pastone dei vostri dottorismi, della vostra istruzione compilatoria».
Vero! o, almeno, vero per noi solitari d'Italia. Ma oramai non si tratta più di cultura, ma di mortai.
Lacerba non contiene disegni futuristi nè parole in libertà, e così leggo che Parigi non contiene più apaches, non case da gioco, non fastosi restaurants. Che proprio occorra la guerra per avere un poco di purificazione?
Il Giornale d'Italia ha in testa, a gran caratteri: «Quello che occorre affinchè l'Italia nessun detrimento abbia a soffrire dalla neutralità:
1. Una salda posizione diplomatica;
2. Un milione di armati, pronti ad ogni evenienza»
Siamo alla guerra anche noi? Ma questa parafrasi classica (Caveant consules ne respublica detrimentum capiat), non mi piace. L'espressione solenne mi fa l'effetto che nasconda non so quale incertezza. Guerra all'Austria? all'alleata di ieri? Perchè? Per inimicizia? No! Per necessità. Scrive un nazionalista: «Voi sembrate prossimi alla liquidazione. Ci dispiace: ma prima che la presa di possesso delle terre italiche si compia per parte di altri, è necessario che le occupiamo noi».
È un po' curialesco. Comunque, una sola cosa mi auguro, che non si avveri la profezia di Soffici — l'ho tanta paventata che mai osai formularla — andare in Albania a romperci le corna ancora contro Enver Bey.
19 Settembre. Sabato.
Papini elenca (Giornale del mattino) i vantaggi della guerra: «La guerra in grande c'insegna per lo meno che la vita degli individui oscuri acquista valore soltanto quand'è perduta per la vita dei popoli gloriosi».
Dottrine esoteriche... ed un po' alle Nietzsche e, come concione di generale ai soldati, argomento non consigliabile; tanto più che non è esatto. È morto per la patria un giovane non oscuro, Carlo Péguy, autore di un bel libro sul Mistero di Giovanna d'Arco.
Buono e caro Papini, se Ugo Foscolo avesse pensato come lei, mai avrebbe scritto i Sepolcri!
Domenica, 20 Settembre.
Il numero ultimo della Critica sociale porta uno scritto pieno di complicazione. Il concetto è questo: riformisti di destra (perchè non più le stellette del titolo socialisti?), democratici, massoni, nazionalisti et similia (il similia non è mio) vogliono la neutralità per uscirne, cioè la guerra: i socialisti — invece — vogliono la neutralità per non uscirne assolutamente. La ragione è sempre la stessa: questa è la guerra borghese, la quale nasconde il perfido intento di sopprimere la lotta di classe, la santa guerra del proletariato. Se la paghi la borghesia la sua guerra! Ma v'è di più: se i socialisti volessero la guerra, commetterebbero un grave crimine perchè commesso coscientemente: «contribuirebbero cioè ad assassinare la Internazionale, nel supremo ricetto dove si è rifugiata, nell'attesa della inevitabile risurrezione!»
Allora viene subito da dire: questo crimine lo hanno commesso i compagni socialisti della Germania...
Distinguiamo — risponde l'articolista —: il socialismo tedesco «ritiene con convinzione assoluta, in perfetta buona fede, per quanto, secondo noi, errata, di difendere la patria nell'Impero, e il socialismo nella patria dall'invasione straniera». Nel quale caso cioè, nel «caso estremo e ben constatato di vera difesa del territorio» dell'indipendenza, è lecito sospendere la lotta di classe e potrà il proletariato andare alla guerra.
Quanto alla questione dell'ideale libertà e civiltà, si tratta di un «tragico malinteso, per cui con eguale convinzione tutte e due le coalizioni si vantano di lottare per la libertà dell'Europa: l'una, per salvarla dall'impero della sciabola prussiana: l'altra dal comando dello knout cosacco».
A me pare più chiaro il ragionamento di un altro socialista: il proletariato non ha patria.
E non dovrebbe essere troppo facile, anche per il Conte di Cavour, fare il ministro degli esteri in Italia «supremo ricetto dell'Internazionale».
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21 Settembre.
I giornali riportano un disperato appello della Trento e Trieste che terminava: «Italia salvaci! Ora o mai». Ecco un appello che non è rettorico. Forse tutti lo odono nel segreto del cuore. Anno 1866!
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Un fatto incredibile! Mi trovo vinto da un grande ottimista, il venerando Luzzatti. Scrive un articolo sul Corriere: «Gli uomini in guerra sarebbero divenuti più feroci?». No, «più», Eccellenza! Sempre uguali.
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21 Settembre. Lunedì. Equinozio di autunno. La stagione si è voltata: pioggia, vento, grande umidore, freddo; il mare in burrasca. Le nubi cavalcano sul mare. Il grosso fabbro, mio vicino e claudicante un po' come Vulcano, esce dal suo antro con lo schioppaccio in mano e mi chiede licenza di sparare attorno la mia casa.
— Perchè?
— Ma non vede? (Si vedeva da lontano: tutte rondini, rondini oltremarine, sbattute forse dal vento, dalla tempesta, che si erano abbattute lì, sulla mia casa).
Il fabbro assicurò che con un colpo ne avrebbe fatte cadere cento. Lo pregai di desistere col pretesto delle donne. Se ne ebbe a male. («Ma come? vengono dal mare, per un momento domandano ospitalità alla tua casa e tu le fai uccidere?»).
Il fabbro è uomo di martello ed anche di qualche lettera, ma il mio ragionamento andava al di là della letteratura. Lo tenni per me.
Mi accostai alla casa: qualche centinaio di rondini, l'una presso dell'altra, fitte fitte, rigavano di nero e di bianco il cornicione, sotto la gronda scrosciante: tutte le mensole, tutti gli scuri, ogni sporgenza aveva quel vivo ornamento. Ed ecco dal lato opposto ove io era, rintronò un colpo. Non il fabbro, ma il contadino. I bimbi del contadino, fra cui Titì, raccoglievano allegramente rondini morte, rondini ferite.
— Ma cosa c'è da mangiare qui?
— Quando sono un mucchio — mi risponde — qualcosa si pilucca!
La rondine ferita fra le mani di Titì: testolina tonda tonda, qualcosa di puro, di aereo, zampine lievemente rosee, intatte, che mai non toccarono l'infame terra. Non ci sono più le rondini. Hanno ripreso tutte il loro volo.
— La rondine ferita, Titì, non mangerà pane!
Si trascina in un angolo oscuro per morire. Le altre già volano verso l'oriente.
La sera è tetra. All'osteria, il fabbro, davanti al suo litro, mi dice che se gli avessi lasciato sparare, lui ora avrebbe la cena. Ora ha bevuto, beve e non ascolta obbiezioni: «l'uomo — dice — ha diritto su tutti, uccide tutti: necessità non ha legge!» Sì, ha detto così, il fabbro. Ed ha aggiunto quasi con un certo disprezzo: «E poi cos'è tutta questa compassione? Non rinasce forse tutto? Uomini, grano, insalata, fagioli, uccelli, tutti rinascono! Ed io intanto, per cagion sua, sono senza cena!»
Che cosa rispondere? Rispondere con le parole di San Francesco? Chi le intende più nella ferrea età nostra?
«Necessità Non ha legge!» Chi disse al mondo di recente le stesse parole del fabbro?
Il ministro degli esteri, germanico, von Jagow, uno dei più fini e cortesi diplomatici del mondo.
22 Settembre, martedì. Cattedrale di Reims, bombardata incendiata! Biblioteca di Louvain, incendiata! In furia da Parigi trasportano via, occultano la Venere di Milo, la Gioconda di Leonardo, la Vittoria di Samotracia! Nel Belgio occultano i quadri del Rubens. È venuto il giorno? È venuto il giorno in cui le antiche deità guerresche, intravviste nella Germania di Tacito, spezzando la lieve crosta evangelica che le copriva, si levarono dalle loro tombe favolose?
Il dio Thor ha levato il suo martello immane e la cattedrale di Reims è caduta.
Quando cadranno le torri di Nostra Donna in Parigi?
Che cosa succede nel mondo? Forse la Germania sta compiendo una rivoluzione ben maggiore di quella che compì la Francia negli anni 1789? La Germania, la nazione che ha, indubbiamente, raggiunto il più eccelso grado di quella che gli uomini si ostinano a chiamare civiltà: quella civiltà a cui tutti si inchinavano con reverenza, è abbattuta, come cosa spregevole e vana, dal martello del dio Thor?
Le divinità sono diffuse per gli animi degli uomini operano per inconsapevolezza oggi come ai tempi di Omero.
I futuristi, a questi annunzi di distruzione, dovrebbero essere coi Germani, non con la Francia.
* * *
I socialisti ufficiali e il loro gruppo parlamentare, cioè gli uomini parlamentari, hanno «lanciato» un manifesto ai compagni socialisti ed ai lavoratori italiani.
Dice: Nessuna concessione alla guerra ma opposizione recisa, implacabile.
Questo importante documento storico può essere determinato da rispettabili ragioni: può essere un contrappeso contro quelli che vogliono la guerra: chissà? può collimare con le intenzioni del Governo. In verità, io non oso dir nulla. Ma è doloroso, però, che in questa ora tragica si insista nella lotta di classe, che si esorti il popolo a gridare «alto e forte che non intende rinunziare alla sua autonomia di classe per confondersi con la borghesia nella quale sono preminenti i partiti che odiano, i partiti che plaudirono ai massacratori di ieri e plaudiranno a quelli di domani».
E le tremende incognite che minacciano il domani d'Italia, sono semplici pretesti?
Io non so, io non oso dir nulla.
Ma come può, chi non è proletario o lavoratore, prestare fede a questa conclusione del manifesto: «Dite che in ogni caso l'Italia, la sola grande Potenza europea rimasta neutrale al conflitto, ha perciò stesso segnata la sua missione di mediatrice fra i belligeranti»?
Anche Teodoro Wolff, nel Berliner Tageblatt dice lo stesso: conforta cioè l'Italia a conservare la più stretta neutralità: «perchè se in Italia le passioni non trionferanno sul buon senso, il suo compito potrà allora essere importante. È l'unica grande Potenza neutrale dell'Europa, e, senza questo disturbante chiasso, parrebbe destinata più d'ogni altra alla parte di mediatrice per la pace».
— Ah! tristi giorni — mi diceva ieri sera una donnetta semplice — per chi ha figliuoli sotto le armi!
— E per chi ha occhi veggenti! — dissi fra me.
* * *
24 Settembre. Giovedì. Bora, bora! Ha nevicato anche lassù in Carpegna. Le aiuole delle campanelle si sbattono con paura, son vizze, non hanno più colore. Sul mare livido le onde accorrono con fragore di battaglia: il sole vi batte ogni tanto sprazzi di un biancore troppo lucido.
Il tenentino — che era venuto qui per cura — ha ricevuto ordine di ritornare al reggimento. Parte stamane. La sua sorella, piccina e gracile, trema come i fiori! Un'anima linda e dolce. Qui, al mare, ella non voleva che il fratello andasse troppo in là col sandolino: voleva che tenesse chiusa la pistola; che non andasse a caccia per non farsi male; insomma ella, minore di età, lo sorvegliava. Nella cassettina militare ora gli ha messo un vasettino di miele, un pollastrino arrosto, cioccolata, uova, un formaggino. Io penso alle trincee fulminate sull'Aisne, dove si combatte da otto giorni, giorno e notte. La signorina è pallida: questa notte non ha dormito.
— Ma perchè c'è la guerra? — mi domanda contorcendosi come le povere dalie, lì nelle aiuole della stazione.
— Perchè soffia la bora? Perchè siamo nati? Lo lei, signorina?
Forse lei pensava che la montura militare fosse nient'altro che una bella toilette maschile.
* * *
Una vittima della guerra. Guido Fusinato si è ucciso. Lo ricordo nel collegio Marco Foscarini, a Venezia. Lui era in ottava classe; io fra i piccini del ginnasio. Snello, signorile: uno dei primi a scuola, e tiratore bellissimo di fioretto. Andò poi — come è costume dei nostri giovani eletti — a perfezionarsi a Berlino, dove studiò il più preciso, il più positivo diritto internazionale, per la pace delle nazioni.
Presentemente è professore di diritto internazionale un homunculus, ma di molto peso; però alto quasi come un uomo: il proiettile del mortaio da 420 mm.! Guido Fusinato fu studiosissimo; ma si deve essere accorto di recente che con tutto il suo studio, egli non aveva fatto a Berlino maggior progresso di quello che fece Marco in Atene, Marco figlio di Marco Tullio Cicerone, il quale figlio consumava allegramente i soldi che gli mandava il babbo e non teneva conto affatto nè delle lezioni di Cratippo filosofo, nè dei saggi consigli paterni: Quamquam, te Marce fili, ecc. ecc.
Non è improbabile, altresì, che Guido Fusinato abbia avuto conoscenza della Carta d'Europa secondo il programma pangermanista: Alldeutscher Atlas! Questa carta, combinata coi mortai da 420 mm., è molto impressionante, e deve avere contribuito ad acuire la neurastenia del povero e buon Fusinato.
Neurastenia: in un uomo di ingegno, essa è l'esasperazione di un'idea ossessionante, la quale cala lenta implacabile come una cupola di piombo, sino a fare, talvolta, poltiglia del cervello. E allora si ha terrore e si affretta la fine. Così fece Fusinato.
* * *
26 Settembre. Bisognerà riprendere la via del ritorno: Bisognerà rimettere le scarpe ai piedi ed il colletto al collo. È seccante. Stelle dell'Orsa, stella di Venere, carro di Boote, gran manto dell'Aurora, arrivederci — se ti rivedremo — un altro anno! Queste cose celesti esistono, certamente, anche sopra Milano; anzi in piazza del Duomo c'è un omarino col canocchiale che le fa vedere più da vicino per mezza lira. Ma è altra cosa. Mi avviene di trovare quasi naturale la domanda di Titì: «La luna che c'è a Milano, è come quella che c'è a Bellaria?»
Guardo il contadino che dissoda con la vanga il terreno: il contadino che semina la fava da seppellire come ingrasso di questa sterile arena, quando la primavera verrà. L'inverno parla della primavera mercè la mirabile alternativa delle opere. Giorni ed Opere di Esiodo! Anche me, in città, attende un lavoro nobile come il vostro, o contadini: dissodare anime, alimentare sterili cuori. Ma se ne ricava poco; e la colpa non è soltanto delle giovani anime!
Alcuni pescatori allestiscono con ogni cura la loro tartana e la riforniscono di ogni provvisione. Andranno alle deserte bocche del Po, lontani da ogni consorzio umano, da ogni voce umana, a pescare anguille. Vi rimarranno fin sotto Natale. Quanta invidia!
Addio, dunque, stelle dell'Orsa, carro di Boote, animato alfabeto del cielo!
* * *
Bologna, 27 settembre. Sotto il Pavaglione incontro l'amico, prof. X***, compagno di Università. Dopo un po', si cade nella guerra. Eh! eh! Lui non crede alle crudeltà dei Germani. Esagerazioni! O almeno, finchè tutto non sarà debitamente provato, egli terrà sospeso il suo giudizio. È un seguace del metodo storico. Una cosa non esiste se manca la pièce justificative del documento — Tu sei francofilo, eh? — mi dice con un sorrisetto.
Macchè francofilo! Certo io non credevo di amarla tanto la Francia. Sono sempre en toilette i Francesi, anche quando scrivono! Ma oggi, oggi essi combattono e muoiono per tutti. Gesta Dei per Francos!
* * *
28 Settembre. Scrive l'Avanti: Il proletariato italiano con voce unanime risponde all'appello del partito socialista, cioè neutralità assoluta.
Esaminiamo freddamente: un po' di crisi c'è nelle nostre democrazie: i massoni sono per la guerra; la tradizione garibaldina e repubblicana — piccola corrente, ma viva, di nobiltà italica — è per la guerra. Qualche socialista la rompe col monotono dogma proletariato e borghesia; guerra borghese, non ci riguarda. Volge l'occhio alla realtà terribile; osa scrivere queste parole: «È vero che la patria è tenera e prodiga a vantaggio di oligarchie parassitarie, ma è matrigna, dura, crudele con noi. Ma è anche assurdo pretendere di salire ai gradi superiori delle rivendicazioni sociali senza essere passati pei gradi inferiori. Vi disinteressate della Patria. Il vostro posto sarà quello che toccò ai compagni di sventura, ai triestini, ai trentini, agli istriani, ai dalmati, nei reggimenti offerti allo sterminio delle lance cosacche e delle potenti artiglierie degli eserciti dello czar».
Questi signori vogliono la guerra. Ma dopo aver seminato per anni ed anni il campo a patate, non è ingenuo pretendere che nascano rose, querce ed allori?
V'è in Italia — come sempre v'è stata, ed è la sua vera forza di Grande Nazione — una diffusa aristocrazia intellettuale, formata di solitari, di ribelli, di studiosi per lo studio — i quali non coincidono con gli studiosi delle accademie. Questa aristocrazia in eroici brandelli pur vuole la guerra. V'è chi ripete le parole del Cavour nel Parlamento subalpino, prima della spedizione in Crimea: La neutralità in questo momento vuol dire rinuncia alle aspirazioni avvenire.
Eppure l'Avanti! ha ragione. Chi vuole la guerra? Il così detto proletariato, no: la borghesia trafficatrice, il piccolo bottegaio, no: la gente d'ordine, di chiesa, no. Esiste in Italia un'aristocrazia dei natali, di origine nazionale e guerriera?
V'è inoltre fra noi una diffusa classe, e molto rispettabile — universitari, tecnici, uomini d'ordine — che vede nella germanizzazione del mondo una specie di necessità e di fatalità a cui china il capo docilmente, se non piacevolmente. Non è infatti la Germania la nazione meglio temprata alla concezione della così detta civiltà moderna? Questi signori sembrano dire: «la guerra è una barbarie; d'accordo. Ma alla Germania è lecita».
* * *
La Germania spedisce intanto, agenti di pace, i suoi socialisti presso i socialisti d'Europa: ma è la pax germanica. La Germania innonda i paesi neutrali (il mondo commerciale, il mondo universitario) di stampe informate al più puro metodo storico. Vuol dimostrare che è essa la minacciata, la aggredita. Gli aggressori sono gli altri: i Russi? gli Inglesi? i Belgi? i Francesi?
È impossibile non ammirare anche in questa enorme attività la potenza di quel popolo: ma è del pari impossibile essere persuasi. Quel popolo non assimila, non riscalda non conquide. Ma perchè «dimostrare» se è sicuro della vittoria? Perchè persuadere, se non esistono che Germania e Dio?
Forse i Germani stessi sentono che la vittoria materiale non sarà bastevole!
«La Grecia vinta vinse il rozzo vincitore Romano». Così riconobbero i Romani. Ma i Germani vogliono vincere, e con la spada e con l'idea. Questa cosa è impossibile. Uccidete, ecco: non persuadete.
* * *
30 Settembre. Ho trovato Bologna normale, Milano — poi — normalissima.
Quel giorno, due agosto, fu un momento di panico. Forse io ne ebbi un'impressione eccessiva: i signori erano in villa, le cocottine erano in missione ai mari ed ai monti.
Oggi la città ha l'aspetto normale. Un giovane ingegnere mi osserva che crisi c'è, ma in confronto di due mesi fa, quantitativa, non qualitativa...
Un grossista mi conferma la cosa, dicendo che: «Si credeva peggio. Molto si spedisce in Germania».
Dopo tutto sono tre mesi che arde la guerra. L'incendio non si è appiccicato alle sottane d'Italia; segno che erano di amianto buono. Adesso sta per venire l'inverno, cadrà molta neve e con la neve e col ghiaccio gli incendi sono meno facili. Si sente parlare di esaurimento: i giganti in guerra cadranno in istato comatoso e allora verrà fuori l'Italia e dirà: «Che cosa c'è?» Ci sarebbe da sperare bene! E se, invece, l'Italia dovesse passare al grado di prima potenza di secondo ordine?
4 Ottobre, Milano. Mi è accaduta una scena spiacevole, incresciosa, penosa. Mi trovavo ieri fra persone serie, ragguardevoli, mica fra i miei buoni socialisti di Bellaria! e perciò mi ero proposto di sorvegliarmi con attenzione, anzi di non parlare addirittura di politica. Macchè! Son venuto fuori con due proposizioni che parvero molto eretiche a quei signori: la prima che il marxismo è una cura sociale che può, per chi piace, essere anche bellissima; ma non era troppo adattata all'organismo italiano; la seconda che i socialisti tedeschi ed il Kaiser formano presentemente una cosa sola.
— Ma, caro signore — mi dissero — dove è vissuto lei durante queste vacanze? Ma lei sta poco bene.
E andarono a prendere la cassetta d'urgenza della ragion pura per curarmi. — Ma i socialisti tedeschi sono nella più perfetta buona fede — mi dissero. — Essi sono convinti, e sarà forse un errore, ma sono fermamente convinti che la loro patria è stata aggredita. Nel quale caso, nel caso di legittima e ben provata difesa...
... del territorio nazionale, lo so — interruppi io — l'ho imparato a memoria, anche i socialisti possono ammettere la guerra. Ma non si tratta di questo, si tratta che i socialisti tedeschi vogliono dominare il mondo nè più nè meno del Kaiser, dei loro filosofi, dei loro scienziati. La cosa vi fa dispiacere? vi secca di ammetterla, signori? vi è intollerabile che altri lo dica? e va bene! Ma va bene anche per me se mi vince una nausea intollerabile che un italiano ammetta questa buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.
Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d'urgenza, ed io ho perduto ancora un'altra dose di quella poca reputazione che mi resta.
— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si persuada — mi sento ripetere.
Io non sono persuaso.
* * *
Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e valente medico.
— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si uccide...
— Che cose, eh! — dice sorridendo.
— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.
— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.
— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani? o, da quando ha perso la sua fede?
— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di Eschilo.
— Eh?
— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso? Addio fichi!
Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo, che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!
* * *
— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di guerra.
Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma della triste guerra, della lagrimosa guerra. Dice Achille: «Nessuna tregua nell'eterna guerra dell'agnello e del lupo».
Ma quando il furore è caduto ad Achille, l'eroe accosta a sè, lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie mani!»
Come vedi, o scolaro, noi non siamo molto progrediti, ma piuttosto regrediti. È il caso di coniare questo nuovo verbo!
7 Ottobre. Sono andato a fare una piccola visita di dovere. Ho comperato un mazzolino di fiori ed ho svoltato pel vecchio naviglio: via Senato. Nel cortile triste, verde, del gran palazzo del senato, fra le colonne solitarie, da anni ed anni, ci sta in prigionia un nobile cavaliero. Senza l'onore dell'alto piedistallo, sta il monumento equestre di Napoleone III.
«Ecco, bel sire, nobile sire, e sia in vostro onore! E gettai il mazzolino dei memori fiori a piè del monumento. Ma non andai via: rimasi lì, un poco più a lungo.
«Nobile sire! Voi eravate ben degno di essere re, eravate intelligente, coraggioso, e volevate che il popolo fosse salvo: non che perisse. Eppure voi foste Arlecchino fatto re, anzi imperatore! E sentimentale per giunta, perchè avevate un grande odio e un grande amore nel cuore. Ma siccome eravate molto intelligente, per non far scoprire quei sentimenti, vi siete messa sul volto una crudele maschera di Sfinge. Ci fu allora un tempo in cui l'Austria e l'Europa tremò!
Ma astute volpi abitavano allora l'Europa e fissavano la Sfinge imperiale di Francia per vedere che cosa c'era sotto. Quando si accorsero che eravate una Sfinge sentimentale, voi foste ben perduto.
Ma foste voi, nobile sire, che per quell'odio e per quell'amore trascinaste, i Francesi nel 1859 a combattere l'Austria a Magenta ed a Solferino!
Quanti erano i Francesi? Centocinquanta mila.
Quanti dovevano essere gli Italiani in guerra contro l'Austria? Mazzini, da principio, disse — come Mussolini — neutralità! Ma poi davanti al fatto reale della guerra contro l'Austria, l'eterna nemica, Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!
Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò invece la regolare domanda dell'Italia al grado di Grande Nazione.
E Bismark non disse di no!
Bismark corazzato e con l'elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico, Guglielmo I di Hohenzollern.
In quel tempo l'Italia andò bel bello a Roma; e Roma caput mundi, diventò capitale d'Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.
E Bismark non disse di no!
Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l'ultimo degli Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.
A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh, ci era molto benevolo il giovane Kaiser; e quando quell'altro Kaiser, quello vecchio vecchio di Vienna, ci faceva delle brutte smorfie ogni tanto, il Kaiser giovane pareva dire: «Herren taliani, non ci badate! È un tic nervoso che hanno quelli di Absburgo. Non tutti posseggono il bel sorriso, il bel modo gentile di noi Ateniesi della Sprea. Del resto, garantisco io!» Egli era così forte!
Ma mi sta a mente anche un altro fatto che mi fece grande impressione. Una volta il Kaiser andò a Roma, e cavalcò per tutta la città eterna, per tutto un dì, alla testa di un nostro drappello di carabinieri, grondanti di sudore essi ed i cavalli, egli serenissimo! Al popolo romano questa cavalcata non fece gran caso. Ne ha visti tanti di imperatori! Anzi si racconta che, un dì, il Kaiser vestito di abiti borghesi si recasse con un suo aiutante in un modesto spaccio di vino delli Castelli in Transtevere, e che l'aiutante di campo, per godersi e far godere dell'immenso stupore dell'oste, gli domandasse: «Sapete voi chi avete l'onore di ospitare in questo momento nel vostro negozio? L'imperatore di Germania!» E l'oste per nulla turbato, rispose con largo sorriso: «Mi rillegro, mi rillegro!» Come dire: Che bella carriera ha fatto quel signore.
Non ci fu che una gatta, una vecchia gatta che abitava il Campidoglio — erede delle oche capitoline — che fece opposizione al Kaiser. Egli apponeva la imperial firma nel registro. La gatta, montò su e scancellò, con gran terrore dei circostanti.
Però a me fece molta impressione quella cavalcata. Mi veniva in mente il canto di Dante, là dove incita l'imperatore tedesco a veder Roma. È in Roma preparato il «gran seggio» per accogliere l'Augusto?
Ora, è venuto il giorno che l'Imperatore di Germana ordinò a quel drappello di soldati italiani: Alla frontiera nord-ovest. Marsc!?
Noi non ne sappiamo nulla. Ma è il fatto che il drappello non si è mosso; non intende muoversi verso la frontiera nord-ovest.
Pare che non intenda muoversi nemmeno verso la frontiera nord-est. Anzi per questo fatto molti in Italia confidano che il Kaiser, se le cose andranno bene, farà a noi un bel cadò.
Ma forse sono speranze eccessive.
* * *
Guglielmo II, il Kaiser, l'imperatore di Germania! Io cerco di formarmi un'imagine e non ci riesco. Che cosa era prima della guerra, per noi, Guglielmo II? Un personaggio eminentemente teatrale: una specie di Lohengrin con certe pose eroiche e medievali, che urtavano tremendamente i nervi alle nostre democrazie, specie quando minacciava di radere al suolo la rocca forte del Socialismo: però simpatico: Guglielmone! Guglielmone, ecco! diceva tutto. Impossibile però era per noi prenderlo sul serio! Quei discorsi imprudenti che, subito, un qualche gravissimo personaggio della Dieta germanica si affrettava a mettere in sordina, quel Dio terribile in capo linea di tutte le falangi delle sue concioni militari, era qualcosa che faceva sorridere la nostra borghesia: la nostra democrazia mai avrebbe tollerato un simile principe. Ci voleva tutta la sancta simplicitas dei Germani! Ammirava egli, il Kaiser, i nostri diroccati castelli imperiali, ricordo degli Ottoni, degli Hohenstaufen? Ma noi, potendo glieli avremmo ben spediti tutti per pacco postale in Germania!
«Badate però — dicevano molti — che sotto quella teatralità si nasconde un omarino che sa lavorare molto bene gli affari del suo paese».
Questo personaggio, ora, improvvisamente, è balzato dal palco scenico nella più tragica realtà. La rocca forte della social-democrazia non l'ha abbattuta, ma più semplicemente: su di essa ha inalberato, piantato il gonfalone imperiale con lo stemma del Santo augello dantesco. Tutti ne sono impensieriti. Egli è diventato, d'improvviso, Attila, Alarico. Ha deposto la spada d'argento di Lohengrin: ha brandito il martello del dio Thor, ha detto: Picchiate sodo! Tutti ne sono impensieriti! V'è chi pensa al «gran seggio» dantesco.
Come sarà domani quest'uomo nella storia? Certo Lohengrin non sarà più!
Oh, Imperatore! Quando voi dichiaraste la guerra, avevate un bel atout nel vostro gioco. Potevate sostenere la causa dell'ordine, della disciplina, ecc. ecc. contro le demagogie occidentali.
Anche fosse stata una finzione, che importa! La parola è stata data anche per fingere! Ma dire brutalmente come voi avete detto che il mondo deve essere germanizzato, e far seguire una simile dichiarazione da atti di guerra che per usare un termine riguardoso, diremo primordiali, è stato un disastro! Almeno fra noi! Quale ne fu la conseguenza? Anche i più mansueti conigli nostrani a cui le autoritarie vostre parole, o Imperatore, scendevano come rugiada al cespite, temono nel timore, oggi, di finire in fricassea: si fanno coraggio, e non vi sono più molto amici. Ah, non per questo è preparato il «gran seggio»!
La Santa Russia — dato che essa faccia la guerra sul serio — si presenta come àncora di salute.
Quale ne è stata la conseguenza? Che alcuni fra i più ostinati bevitori dei più tetri liquori dell'Utopia, si sono rivoltati al culto della pura acqua della realtà.
Può benissimo darsi che l'Imperatore sia il minor responsabile di questi brutti effetti; ma certo egli è l'Imperatore.
Evidentemente a questo disastro morale irrimediabile, bisogna che il Grande Stato Maggiore Tedesco ripari con una assoluta vittoria delle armi e delle artiglierie.
Allora sì, l'Imperatore, starà su di un monumento equestre, che avrà il più superbo piedistallo del mondo! Ma, o Imperatore, Imperatore, per tutti quelli che sono morti per voi, per tutti quelli che morranno, l'umanità ha pure un giudizio!
* * *
E mentre tutte queste cose pensavo, gli occhi miei eran pur fissi al monumento prigioniero di Napoleone III, il quale è sempre lì, col suo berrettino in mano che saluta il popolo liberato da lui: ma il gran cavallo, con la testa in giù e la gran giubba cadente pare spargere grossi lagrimoni...
30 Ottobre. Se l'uomo fosse da vero essere pensante, dovrebbe dargli molto da pensare questa cosa: più nulla commuove. I corrispondenti di guerra ci perdono la loro arte. Particolari di stragi, corazzate colate a picco, massacri di bimbi, fucilazioni in massa, uccisione di feriti e di prigionieri, distruzione di corpi d'esercito ecc., tutto si legge con molta indifferenza.
Pensare a quello che accadde lo scorso giugno, quando in Ancona i carabinieri fecero fuoco ed uccisero due o tre dimostranti. «È ora di finirla con queste stragi! La vita umana è sacra. Vi sfidiamo, o governo di sanguinari, a fare altre vittime umane!» E si sfidò infatti il Governo con quella rivoluzione che porta, nella storia il nome di settimana rossa.
Ed oltre all'indifferenza, v'è alcunchè di più strano: una portentosa continuità, per cui si potrebbe dubitare della morte. La guerra uccide, ed ecco tutta una germinazione della guerra. Anche il Corriere dei Piccoli adesso fa le vignette dei suoi bamboccini in favolose visioni di guerra. Il giornale La Sigaretta, rappresenta le sue ideali meretrici in perfetto costume di guerra.
* * *
10 Ottobre. È caduta Anversa. Scrive la Vossiche Zeitung: «Un attacco così formidabile è stato possibile perchè i tedeschi disponevano di un cannone superiore il quale distrusse in breve tempo tutte le cupole corazzate e tutte le opere di muratura».
È una pura constatazione di fatti: tutte le fortezze a cui si accostarono i Tedeschi sono cadute dopo pochi giorni.
Apparterrà il mondo soltanto a chi ha i cannoni superiori?
30 Ottobre. Il mio buon scolaro tedesco che mi promise l'orologio a cucù, della Selvanera, mi manda un saluto da X***.
Egli è Kriegsfreiwillinger, cioè volontario. Mi promette che il Kuckuck della Schwarzewald me lo manderà finita la guerra.
Caro e valoroso giovane, così tu me lo possa mandare, e possa la tua Germania fiorire, floreat Germania! ma con meno Kultur, se essa deve dare per frutti i mortai da 420 mm.
2 Novembre. Nel giorno dei Morti.
14 Novembre. Il caro giovane e amico mio, Gino S***, è venuto ier sera a salutarmi, dopo sei mesi che non lo vedevo. In fretta. Ha la carrozza alla porta. Parte per terra lontana. Però, anche in quei pochi minuti, si parlò della guerra.
Dice gestendo convulsamente:
— Sente lei odor d'ozono?
— D'ozono?
— Sì, l'odore sano, purificatore delle grandi tempeste! La guerra è la gran purificatrice. Gloria alla Germania! È la bancarotta completa della miserabile civiltà in cui noi credevamo! Monumenti, codici, diritto, proprietà, tutto crolla. Ed è la Germania — la nazione più avanzata in questa civiltà — che fa crollare tutta la vergognosa baracca.
— Ci ho pensato anch'io, caro Gino.
— Ah, — rispose egli allora — sa chi ne gioirebbe se potesse rivivere?
— Chi?
— Giacomo Leopardi.
— D'accordo, perfettamente.
— Il guerriero — esclamò lui sempre più entusiasta — vincerà il mercante e il filisteo! Ricorda la profezia di Zaratustra?
— Sì! Bello! ma troppo giovanile ragionamento! E dopo? Crede lei che dopo avremo un'umanità diversa? Ma veniamo al positivo: quale conclusione lei fa in caso di vittoria definitiva della Germania? A me, glielo dico subito, si prospetta questo spaventoso avvenire: la Germania costringerà il mondo a vestire un'anima bellica se non vorrà perire sotto la pax germanica. È orribile!
Ma il mio giovane amico è preso da un cupo furore:
— Meglio, così: gli imbelli dovranno o servire o perire, e sempre trionferà Zaratustra.
— Caro amico — dissi accompagnandolo giù per le scale, perisca Ilion, se deve perire; cada l'alta rocca di Priamo, se è fatale che cada; ma v'è qualcosa di sacro che le fiamme dei fatali Germanici non devono distruggere.
Così ci siamo lasciati. La sua carrozza è scomparsa nella notte, sotto la dolorosa pioggia. Egli parte per terre lontane!
Ah, se ci fossero oggi, come ai tempi di Enea, terre lontane, anche noi fuggiremmo. Fuge crudelis terras, fuge litus avarum.
Porteremmo con noi i nostri Iddii: Dante, Maria Vergine, ed il libro ancora, dei sette sigilli, l'Evangelo di Cristo.
* * *
10 Novembre. Milano.
Voi ci avete beneficati, o Germani!
Tsing-Tao, perla delle colonie tedesche, che costava tanto oro e doveva diffondere tanta Kultur in Oriente, è, infine, caduta sotto l'assalto ed i mortai dei Giapponesi, che gridano, «Banzai!» ed hanno il vessillo col sole nascente.
I giornali tedeschi sono pieni di parole terribili. «Onta a te, o Inghilterra, che hai spinto il Giappone contro la Germania, e guai a te, o Giappone!» Già, perchè, dopo questa guerra, è molto probabile che cominci la guerra delle razze. Quando? Non si sa: ma comincerà. Le razze sono cinque; ma per fortuna non c'è che la razza gialla dei Giapponesi e Cinesi che tenga colpo: «il pericolo giallo», come disse il Kaiser. E dopo? dopo la guerra delle razze? Mi dimenticavo la guerra di classe, per la quale mai — come dicono i pontefici ed i leviti del dio Marx — mai si deve chiudere il tempio di Giano.
La concepite voi la grande scienza moderna della vita, la sociologia, combinata con la scienza della morte, la guerra? A prima vista pare un assurdo. Ma niente affatto! E nascere per morire non è un assurdo? Nascere per servire Iddio e goderlo nell'altro mondo è bambinesco, ma per lo meno ci dà una ragione.
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Oh, come sono furenti i Tedeschi contro l'Inghilterra e contro quelli che scrivono poco bene della Germania! E, viceversa, come sono riconoscenti, gentili verso quelli che si mostrano appena un po' benevoli verso di loro! Bisogna leggere gli scritti, gli opuscoli, scritti in italiano, con cui i Germani innondano il nostro mondo commerciale ed universitario, il quale a vero dire, non ha bisogno di essere troppo convinto, in quanto che l'alta cultura italiana è quasi tutta tedesca, come la bassa cultura italiana è quasi tutta francese.
Essi ci vogliono ammaestrare, convincere, persuadere
— Ma come — dirà qualcuno —, prendono il mondo a cannonate...
— E poi pretendono grazie. Volevate dir questo? ecco, non così propriamente: ma essi vogliono dir questo a noi, che noi siamo ignoranti di ciò che è la Germania e sconoscenti fors'anche. E in mala fede non sono! Ci ho pensato tanto: Non sono in mala fede. V'è qualcosa di ingenuo e di terribile in loro.
Oh, una ben tragica lotta, una immane tragedia di idee, spaventosa quasi come quella delle armi.
In fondo essi dicono: «Voi vivete nella più deplorevole ignoranza di quello che è la Germania. Se noi, Germani, abbiamo detto che è dovere e diritto nostro, col nostro sangue ringiovanire l'Europa; se abbiamo detto che la patria germanica si estende dovunque vive un germano, è perchè la Germania non è l'evo-medio, non è la barbarie, come asserisce la vostra ignoranza: ma è la perfetta logica, la perfetta filosofia, la perfetta democrazia, la perfetta giustizia, la perfetta disciplina il perfetto guerriero, il perfetto Stato. Voi, invece, siete gente fermata a metà, viventi fra le varie utopie, e lo scomposto disordine. Voi ben vorreste essere quello che noi siamo, ma vi fa difetto la virtù della razza. Siate, dunque, con noi!
— C'è più filosofia in un mortaio tedesco che in un libro di filosofia... scritto non in tedesco.
Pare enorme? Lo ha detto un intellettuale, non tedesco, ma italiano; ed uno dei più autorevoli.
— E andiamo, via — mi diceva un deputato fra i più intelligenti — che se anche noi avessimo i mortai che hanno i Tedeschi, noi li adopreremmo come fanno loro!
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Forse Missiroli ha ragione. Il concetto superbo di Mario Missiroli è gran diaframma: o di qua o di là. Concetto solitario, accessibile ai pochi; ma quale alto concetto è accessibile ai molti?
Ah, caro Missiroli! Io rivedo la tua testa pallida, la tua giovinezza emaciata per il tormento del profondo pensiero: sopra un saio domenicano rivedo la tua testa pallida. Con Cristo, sì, vorremmo essere, con tutto Cristo! ma, vedi, Missiroli, non è soltanto il dio Thor che ce lo vieta; è la midolla dell'insano leone che Prometeo — prima ancora di Thor — infuse nella creta primordiale — come canta l'antico poeta: l'infuse ai Germani ed a noi. L'acqua lustrale del battesimo non bastò e non basta.
E allora, allora impariamo anche noi a manovrare i mortai, gli spaventosi mortai....
Voi pur ci avete beneficato, o Germani!
Milano, 14 novembre.
Hans Barth — lo sapete — è un tedesco amico d'Italia. Risiede in Roma; è corrispondente del Berliner Tageblatt; ha scritto un dionisiaco libro bizzarro sulle Osterie d'Italia, al quale libro il d'Annunzio premise una delle sue prose più togate e mitrate.
Ora Hans Barth scrive una lettera che è riprodotta nel Secolo di ieri, ed io ne approfitto perchè mi pare che essa lumeggi le cose che io sono venuto scrivendo, qua e là, in queste pagine:
Hans Barth dice molte cose bellissime e già dette, e apologetiche intorno ai Germani e parla della sentimentalità e della pietà germanica: ma quello che più interessa sono le parole in cui dichiara che in Germania non si tratta di una guerra dinastica e diplomatica, ma della guerra più popolare che un popolo possa mai combattere..., di una guerra veramente nazionale ed ideale, che ha già creato valori morali immensi e imperituri e che non possono venire capiti da chi non capisce il popolo germanico.
Hans Barth non dice perchè la guerra è popolare ed ideale per i Germani. Ma io credo che al lettore di queste pagine apparirà non oscura la ragione perchè questa guerra è popolare in Germania e vi crea nuovi valori.
Chi poi viene dalla Germania reca la maravigliosa novella di quell'immenso popolo, stupendamente tranquillo, sicuro del suo diritto, sicuro della vittoria. La gran dama teutonica e l'umile operaia ora fanno con pacate mani grosse calze di lana bigia per i soldati.
«Ah, ah — sentii esclamare di recente da un nostro deputato romantico — perchè anche noi abbiamo gente romantica — l'ulano feroce, l'ussaro della Morte, chi è? Forse un povero fanciullo dagli occhi dolci glauchi, e dalla capellatura bionda, che ieri raccoglieva fiorellini per la sua Gretchen; e gli fu imposto di calcar l'elmo, cavalcare, uccidere....»
Ciò è bello, è gentile, e sarà anche vero, ed anch'io l'ho qui detto.
Ma molte sono le cose vere, come molti sono i documenti degli Archivi — è vero, o ricercatori d'Archivio?
Questa è la guerra della Germania! Questa appare come una lotta di classe «più vera, e maggiore», lotta in cui termini delle classi son le nazioni ed i popoli: guerra di conquista d'aria, di mare, di terra: di ricchezza insomma. La ricchezza, quella cosa che l'uomo agogna dopo l'altra cosa!
Questa è la guerra del popolo che ha la massima cultura, perchè ha la massima scienza, cioè la massima forza della natura a suo servizio, quindi il massimo diritto di dominio. Barbarie? Massima scienza è massima barbarie?
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Nei nostri sinodi socialisti si disputa ancora se il termine Patria è antinomico col termine Internazionale.
In Germania la cosa è risolta! Fin dove si estende la lingua tedesca, fin dove è un tedesco, quivi è la patria! E allora?
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Dicono i giornali che l'Inghilterra, la sola che si permise il gran lusso della libertà individuale, dovrà costringere, per legge, i suoi figli al tributo del Minotauro. Occorre la conscrizione militare per avere i milioni dei combattenti!
Fine.