LIBRO SETTIMO IL MESSAGGIO. (continued 2)
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—Ho resistito quanto ho potuto, Oddo, risponde Gregorio gittando un sospiro: sono giustificato innanzi al mondo. Ora debbo pensare a Dio, e Dio proibisce l'omicidio—cosa che io farei se, restando più lungamente qui, rimorchiassi anche voi altri nella mia ruina. Dio proibisce il suicidio. Mi uccidano essi.
—Ed avete dunque deciso?
—Domani di darmi a discrezione.
Oddo si siede con un moto di disgusto e mirando in volto Gregorio, e tentennando il capo, brontola:
—Udite me, pontefice, perchè la ragione non mi vacilla ancora. Il partito a cui volete appigliarvi è estremo, e comprendo anch'io che un giorno l'altro io stesso debba fare questa pazzia; non già per me, vedete, perchè per me non curo la vita meglio di un'asta spezzata. Ma vedervi languire così... A buoni conti forse dovremo venire al punto di tentare la fortuna della resa. Ma fino allora ci vuole ancora alcun che.
—E di che si vive? l'interrompe Gregorio.
—Di che? sclama Oddo. Abbiamo qui alcune cuoia da rosicchiare, ed io so per esperienza che con questi negozii, se non si fa stravizzo, si campa la vita. Atteniamoci dunque a questo pasto per quanti altri dì potremo, e vediamo come si mettono le cose. Abbiamo sempre tempo di arrenderci, e non giungerà mai tardi. Ma ora... per tutti i diavoli! non fosse che per decoro! Dovranno dire quei poltroni di laggiù: trista canaglia, ghiotti marrani, avevano ancora i sandali da ingoiarsi e non so quanti vecchi giacchi di bufalo; ed hanno alzata bandiera bianca? Vigliacchi del diavolo! precipitiamoli giù nelle fosse. E questo e' direbbero quei furfanti d'imperiali, mio bel papa, se noi cedessimo adesso. E qual frutto ne caveremmo poi? Saremmo svillaneggiati per avere alquanti dì più presto un capestro alla gola, e penzolare ai merli delle torri. Mai no.
—Credete voi dunque ch'essi oserebbero?... dimanda Gregorio.
—D'impiccarvi e d'impiccarci? Magari! l'interrompe Oddo. Due volte piuttosto che una. Or bene; udite me: mangiate questi correggiuoli, e figuratevi proprio ch'e' fossero asparagi. Già tutto è immaginazione. Son sicuro che quel benedetto abate di Cluny si astrarrebbe nelle nuvole di Aristotile e mangerebbe un pezzo di calcinaccio per formaggio. Fate dunque altrettanto voi. Poi si penserà alla resa. Comprendo che voi lo vorreste solo per me. Ma mi porti il diavolo! se io non lo farò per nuda considerazione di voi, quando il tempo a ciò sarà giunto. Che preme al vecchio Oddo se muore anzi di fame, come un lupo caduto in una fossa, che per un ferro di lancia nel petto, o appeso a queste nere mura come un nibbio alla porta di un castello! L'è tutt'uno: si muore sempre. Andiamo dunque, vediamo se codesti bianchi denti sanno fare ancora il loro ufficio.
—Ma a che pro? dimando io; in chi speri tu dunque, messere?
—In chi? mai nel diavolo, in Dio, nella forza degli eventi, nella gocciola d'acqua che fa straboccare il vaso, nel caso; insomma io spero in tutto, in tutti, e non spero più in alcuno. Solo per onor del mestiere non credo giunta ancora l'ora della resa. Ecco tutto. E poi davvero dunque gli uomini sono affatto birbi! E chi sa, quella povera figliuola di Alberada!... Mi dice il pensiero che poco fa noi la calunniavamo. Era così buona, così rassegnata.. no: non si dimenticherà così senza rincrescimento del suo vecchio Oddo, non fosse altro! Partì piena di una fiducia che sembrava inspirata da Dio. Mi si stringe proprio il cuore quando vi penso. Se non mi danzassero sessant'anni sul capo, direi che ne sono innamorato fradicio. Oh! sentite a me; mangiate: ella tornerà.
—Il mio partito è preso, Oddo. Domani mi vado a dare in braccio all'arcivescovo di Ravenna. Non sai tu che colui mi è fratello, messer conte?
—Lo so: me lo ha detto più di una volta Alberada.
—Ebbene, Guiberto è generoso—almeno lo era. Mi getterò in braccio a lui, ed onta sia a questo infame popolo romano che abbandona il suo padrone, onta a tutti i codardi re della terra, che sopportano l'umiliazione di colui che rappresenta il re dei re; e che è loro signor suzzerrino.
—Ma davvero dunque voi volete commettere questa minchioneria?
—Chiamala come vuoi, Oddo, sono in dovere di farla. Dovrei dar conto a Dio se altrimenti mi conducessi. Hai capito? dovrei darne conto a Dio che ha detto: Conserva te stesso—e cadrà sul vostro capo tutto il sangue del giusto che sarà versato sulla terra.
—Giacchè dunque in questo affare vi è entrato di mezzo Iddio, bisogna pensare come cavarcene. Per tutti i diavoli! Chi avrebbe pensato che Dio potesse venire a ficcare il naso in una scodella di cuoio bollito, ed in una rocca assediata! Ma giacchè la cosa sta così, si farà come voi dite. Però dovete lasciarvi regolare da me che m'intendo meglio di queste cose, e mi prometto di non farvi fare bestialità e codardie. La faccenda si condurrà con decoro e prudenza. Restiamo dunque fermi su ciò, e ci penseremo domani.
Ed in effetti, avendo Oddo il domani trovato risoluto Gregorio nel proposito di uscir dal castello, alza pennone bianco, e salito sulle mura dei baluardi dimanda a parlamentare. Ben presto si presenta un araldo dell'arcivescovo. Al quale fatto intendere che e' voleva andare ad abboccarsi con lui onde rendere la fortezza, l'araldo si reca al palazzo di Laterano, e torna subito con la risposta, che papa Clemente III dava sicurtà sulla sua parola per la vita e la libertà del parlamentario, ed al palazzo lo aspettava.
Oddo dimanda che queste promesse Guiberto mettesse in iscritto, e che per lui guarantissero, con la propria firma, anche Ulrico da Cosheim, Baccelardo e Goffredo di Buglione. Al che avendo assentito tutti, l'araldo riviene con la pergamena così foggiata, cui Oddo, da star dalle torri; tira su per una cordicella, e porge a leggere a Gregorio. E perchè ogni cosa andava in regola, il castellano esce, facendogli chiudere alle spalle la postierla, ed al palazzo di Laterano si conduce.
Una folla immensa di popolo e di soldati si strinse a far ressa intorno al castellano, curiosi di vedere da vicino un sì famoso uomo, che solo, con una mano di vecchi balestrieri, aveva saputo tener fronte a tanta truppa, e solo non cedere, mentre tutta Roma soggiaceva all'oste tedesca. E davvero che ognuno maravigliava, segnatamente la marmaglia, perocchè corto, smilzo e laido era il castellano. Così che gliene dicevano attorno delle belle e delle curiose. Ma Oddo non curava nè punto nè assai il cincischiare che gli facevano addosso, perchè in quel momento tutt'altro gli girava pel capo. La folla però cresceva anche peggio presso la dimora dell'arcivescovo. E non vale il dire se i soldati usassero i poderosi argomenti dei calci delle lance per tenerla addietro. Ma la serra aumentava, volendo ognuno guardarlo in viso e dir la sua; chè tra le plebaglie curiose per sè, le più curiose e facete son quelle di Napoli e di Roma. E più di tutti nella calca si addentrava un romeo, il quale, malgrado le punzonate ed i gomiti ne' fianchi che più di una volta gli mandarono manco il respiro, giunse fin presso al castellano, sì che potè zufolargli all'orecchio: Resistete!
E gli cacciò in mano una cartuccia ripiegata.
À quella voce il castellano si volge incontanente, facendo un salto: ma perchè stava per metter piede nella corte, una mano di soldati respinge il popolo a furia di percosse, ed ei si trova divelto dalla persona cui voleva riconoscere. La voce però era la sua; la carta chiudeva già in grembo; ed il consiglio di mantenersi fermo giungeva opportuno e gradito. Oddo cangia di un tratto il suo ultimatum.
Non è a dirsi se l'arcivescovo di Ravenna ed i caporioni dell'esercito di Enrico lo stessero ad attendere. Fu ricevuto per ogni attestato d'onore e di riverenza, come a tant'uomo convenivasi, e come coloro, prodi e generosi anch'essi, solevano verso chi la loro stima meritava. Oddo non si perdette in molte parole. Li ringraziò delle accoglienze cortesi e disse come egli non venisse già per cedere il castello, che avea avuto in consegna pel senato e pel popolo romano e che a costoro soli dovea rendere quando a lui, conte Oddo da Nemoli, sarebbe sembrata ora convenevole; ma per patteggiare la dedizione di papa Gregorio. Un lampo di gioia sfolgora nel volto a Guiberto. Di ogni passata ingiuria e di ogni durezza di Ildebrando e' si sentiva di già soddisfare. Risponde quindi che cedeva a tutte le condizioni onorevoli, col suo grado e con le rispettive posizioni conciliabili, e che ne rimetteva la proposta a lui stesso, conte Oddo da Nemoli, come colui che meglio d'ogni altro sapeva quali fossero i debiti di cavaliere e di soldato. Questo tratto di cortesia e di confidenza imbarazza Oddo. Uomo d'onore, egli conosceva fin dove le sue pretensioni potevansi estendere senza aver taccia di impudente o di sciocco. Dimanda perciò, prima di tutto, che, quanto si sarebbe convenuto rimetteva all'approvazione di Gregorio stesso—anche per aver modo di far leggere quel benedetto scritto datogli da Alberada. Poi chiese: 1.o al papa risparmiata vita e libertà egualmente che a tutti i suoi proseliti; 2.o la causa dei due pontefici è dell'imperatore discussa da venti vescovi e da venti baroni, scelti quindici dall'imperatore Enrico, quindici da lui, Gregorio, e dieci da Guglielmo il conquistatore d'Inghilterra, come re neutrale; 3.o infine, la città di Roma, fino alla decisione finale del giudizio dei commissari, stabilito a Torino pel dì dell'assunzione della Vergine di quell'anno, sgombrata da ambo i partiti e lasciata al governo libero del senato e dei patrizii romani.
I due primi patti furono accettati incontanente; l'ultimo, siccome riguardava ancora l'imperatore che avea occupato la città, e l'imperatore non vi era, ributtato. Del che, essendosi contentato Oddo, che già bruciava leggere la scritta di Alberada, e che sentiva ancora risonarsi l'orecchio di quel resistete, si stese protocollo, firmato dall'arcivescovo e dai capitani di Enrico, ed Oddo al castello ritorna per ottenere l'assenso di Gregorio.
VIII.
Tal fean de' Persi strage: e via maggiore La fea dei Franchi il re di Sarmacante, Ch'ove il ferro volgeva o il corridore Uccidea, abbattea cavallo o fante.
Gerus. Liber.
«Beatissimo padre, diversi pericoli del viaggio mi hanno ostato giungere molti giorni prima, e confortare il vostro coraggio. Roberto Guiscardo assedia Aversa con esercito, di trentamila fantaccini e settemila cavalli, perchè il principe di Capua, Giordano, gli ha messi ostacoli al passaggio. E' sarebbe capitato qui otto giorni più presto, se non avesse dovuto ridurre a soggezione Oria, e distruggere Canne, ribellate. Arriverà sicuro domani o diman l'altro, perchè lascerà manipolo di truppa per l'assedio di Aversa, se innanzi non si renda. Tenetevi saldo. Molte altre cose vi dirò a voce, dove che al conte Oddo riesca questa notte aprirmi la postierla del castello, e la vigilanza delle scolte non me lo impacci. Mi presenterò alla porta sulla mezzanotte varcata, e farò segnale di tre colpi: indi darò voce. Dio mi faciliti il modo di farvi pervenire questi avvisi. Benedite Alberada».
Non appena Oddo ebbe udita leggere questa scritta che cominciò a saltare come ragazzo per la gioia. Gregorio restò mutolo, nè segno alcuno di commozione dal suo volto trasparì.
—Lo diceva io, gridava il castellano fregandosi le mani gaudioso, lo diceva io che quella brava figliuola non poteva mancare? Mi porti il diavolo se non è dessa la più santa delle figlie d'Eva! Recarsi fino in Grecia! Andare a supplicare quel birbone che la ripudiò come la donna di un bovaro! Rinunziare a tutto! Affrontare Dio sa quanti guai per due... vale a dire, il tristo siete stato voi, padre beato, che le ne avete date a sorbir delle belle. Io ho fatto quanto ho potuto per addolcirne il destino. Ebbene, mi affoghi l'inferno, se da ora innanzi non la tratterò come una regina. Povera creatura! povera creatura! Ecco, maestro mio, se non è vero che il mondo è storpio per due terzi, e che le cose camminano a sproposito.
—Non lo avrei mai creduto! sclama infine Gregorio già fuori di sè da un pezzo. Due che ebbero più ingiustamente mali da me? Non lo avrei mai creduto.
—Mi porti il diavolo, se non penso anch'io così. Ma la cosa è proprio come ella la dice... però se non avete dimenticato di leggere. Per me già non mi è potuto mai entrar nella memoria quell'affare di sillabe e di lettere. Che affare, dannato! Ho domati cavalli, ho addestrati falconi, ho difese piazze e castella, ho affrontati nemici, Dio sa quanti! e quattro birbe di lettere ebbero a farmi perdere il cervello e la pazienza. Mai più, mai più. Andiamo adesso: che dobbiamo rispondere a quei bell'imbusti di laggiù? Perchè qualche cosa di sicuro dobbiamo rispondere—non fosse che per mostrarci venerati cavalieri.
—Ecco, riprese Gregorio, con tuon fermo, rilevando la testa, componendo il sembiante ad aria severa ed altera: farete loro sapere che sbrattino la città; che l'infame antipapa si constituisca nostro prigioniero nel palazzo di Vaticano; che ci diano ostaggi di sicurtà; e che gl'invasori di Roma si obblighino di aspettare il nostro lodo sulla penitenza che vorremo dare loro per aver osato avvicinarsi a mano armata alla sede di Pietro. A questi, e non altri patti, noi usciremo di qui. Andate, e fate saper loro i nostri voleri.
Oddo lo guarda in volto di una maniera significativa e curiosa, poi, crollando il capo e mettendosi le mani alla cintura, soggiunge:
—Sentite, messer papa, siamo stati alcuni mesi insieme e mi dispiace che non mi abbiate ancora conosciuto. Codesta è risposta di un poltrone e di un traditore... non corrugate il ciglio, perchè con me già non caverete nulla, e bisogna che la cosa io ve la spippoli come la mi frulla pel capo. Quella risposta dunque io non posso dare, perchè io sono onorato cavaliere, e non mi piace pescarmi giusto alla vecchiaia il caro epiteto di vituperato e di folle. Uditemi bene dunque: o cangiate proposito, ed io recherò a quei valenti baroni la ragionevole vostra intenzione, ovvero, e farete meglio, salite voi lassù dei merli e dite loro scomuniche, perchè io me ne lavo le mani come il conte Pilato.
Gregorio fulmina di terribile occhiata l'ardito castellano, e senza aggiunger altro sale sulla torre, strappa il bianco vessillo, ed avvicinatosi al merlato lo precipita giù nella fossa lacerandolo, a vista degli araldi dell'oste che aspettavano risposta dal conte Oddo. Un grido di furore scoppia fra tutta la gente, che, guardando al castello, intorno adunavasi, ansiosa vedere una volta terminata una lite che di sì aspro governo travagliava la città. Gli araldi corrono al palazzo Laterano onde tenerne conto papa Clemente ed il consiglio dei baroni. Ma quivi e' trovano le cose già mutate. Imperciocchè un corriere del principe di Capua, giunto in quel punto, veniva a prevenire dell'imminente arrivo del Guiscardo. Quindi nulla più si badava alle spavalderie del cattivo Ildebrando.
Roberto era aspettato, e dal dì che giunse Rolando già considerevoli apparecchi per debitamente riceverlo approntavansi. Non si pensava però ch'e' sarebbe venuto così tosto, nè che il principe Giordano gli avesse opposta così corta resistenza. Roberto calcolò meglio le sue mosse, e marciò sopra Roma anche più presto di quel che Alberada aveva promesso al pontefice.
I baroni, partigiani dell'imperatore e dell'arcivescovo di Ravenna, tennero consiglio. Si riassunse la somma delle cose, si fe' censo delle truppe, e si stabilì un piano di difesa, giusta i consigli del Buglione, non per anco in istato di vestire le armi. La città si pose in punto d'armi, chiuse le porte, guarnite le mura ed i forti, e si attese l'oste del Guiscardo.
Il senato ed il popolo romano dall'altro lato, imbestialiti contro Gregorio che chiamava loro addosso novello guaio, dopo averli involuti in quattordici anni di sventure e di mine, risolsero ad ogni modo non volerne più di lui, e difendersi contro il duca di Puglia. Così aggiustate le cose, con minor tumulto di quel si sarebbe paventato in simile caso, si distribuirono pei rioni e sui baluardi.
In tutta la giornata non comparve alcuno, nè alcuna cosa si seppe dell'inimico. Sul far della sera però capitarono spie a spron battuto ed annunziarono, il Guiscardo avere alzati i padiglioni verso Velletri, sicchè non prima del meriggio del domani avrebbe potuto presentarsi sotto Roma. Malgrado la notizia, Guiberto ordinò alle truppe veglia d'armi sulle mura, dove accesero moltiplici fuochi, sia per iscorgere se novità accadesse laggiù nel piano, sia per dissipare la virulenta mofeta che con le tenebre si stendeva qual fitto nebbione sulla città. Sano consiglio ed accorto. Imperciocchè Roberto aveva solamente simulato di passare la notte a Velletri, ma, come le tenebre occuparono intiero il paese, egli aveva comandato togliersi il campo e cavalcar sopra Roma. Ed in effetti vi voleva ancora un tantino per l'alba, quando quei che vigilavano sugli spaldi s'avvidero di lui, e chiamarono alle armi.
Allo spuntare del sole già il Guiscardo spiegava la sua truppa verso porta Latina.
Noi non descriveremo per minuto i fatti di questo vigoroso assalto ed ostinata resistenza, per tema di fastidir quelli dei nostri lettori che non troppo bene se la dicono con la storia, e perchè ne abbiamo abbozzate veramente a sufficienza di battaglie e di opere di guerra. Basti dire, che Roberto Guiscardo, Sigelgaita coi Saraceni di Lucera cui aveva tolti a condurre, e Ruggiero, e Ben Hamed da un lato; e dall'altro Rolando, Ulrico di Cosheim, Guiberto, Baccelardo, e quanti abbiam veduti caldeggiare per Enrico, fecero miracoli di valore. Anzi Baccelardo e Guiberto, non paghi del travaglio che davano al nemico da star sulle mura, apersero porta Asinaria, oggi Lateranense, ed uscirono, per forte caricare i Saraceni ed i cavalli condotti da Ruggiero, altro figliuolo di Guiscardo. Quel fatto pose la gioia nel cuore di Roberto, che ormai vedeva i suoi vacillare; il Buglione sgomentò.
Roberto ordinò ai baroni calabresi ed ai cavalieri normanni serrarsi ad ordini spessi, perchè allora la cavalleria non formava mai più di una fila sola e rarissimamente due, non volendo, come signori, alcun combattere dietro l'altro; e si avanzò per pigliare la pugna. Il Buglione mandò più volte a scongiurare Baccelardo e l'arcivescovo che con lenta e combattuta ritirata rientrassero nella città. Ma questi, impegnati in caldo attacco, non potettero secondarlo. Goffredo cangiò piano di combattimento. E' spiccò Rolando coi cavalieri romani a rinforzarli; ma previde già che il nemico sarebbe penetrato nella piazza. Questo squadrone testeggiò i cavalieri di Roberto, ed impedì per allora che si girassero negli ordini dei soldati di Guiberto e di Baccelardo e sussidiassero i mezzo rotti Saraceni. Ulrico di Cosheim intanto coi mangani e con le frecce spazzava i Pugliesi che, accalcati a porta San Lorenzo, tentavano sfondarla; e sì maledettamente li trattò, che sbrancati corsero a cercare asilo dove più calda ferveva la mischia. All'arrivo di costoro, la cosa non bilicò più. Roberto caricò di più vigore. I soldati di Rolando piegarono, e rinculando sempre, cercarono ricovero nella città. Il duca vi si cacciò con essi.
Dall'altra banda, Ruggiero fu tratto da cavallo mezzo morto per mano dell'arcivescovo. Questi, fatto segno di Ben Hamed e di Sigelgaita, indietreggiò, opponendo sempre la fronte e tempestando colpi, sino a che dai suoi non fu trascinato dentro. Baccelardo, costretto a retrocedere, perchè gli avevan spaccato l'elmo sulla testa, spezzata la spada, morto il cavallo, e portato via lo scudo, rottesene le guigge dando col punteruolo di mezzo sul capo ad un Saraceno che lo travagliava col pugnale. Per lo che, entrati dentro Roma, confusi assalitori ed assaliti, più feroci badalucchi principiarono. Non crocicchio, non strada, non piazza mancava di zuffa. Nelle corti stesse, nei chiostri, nelle chiese, e duelli a corpo a corpo e mischie in molti inferocivano. E nè i Romani cedevano, nè quei del duca stancavansi, avvegnachè considerevolmente menomati; tal che forse in Roma avrebbero trovata la tomba se più a lungo fosse durato il giorno.
Ben Hamed però, vedendo che non si sarebbe venuto mai a capo di domare gli ostinati Romani, immaginò distoglierli dalla difesa, e comandò ai Saraceni d'incendiar la città. Non appena l'emiro aveva profferito l'ordine, che questi distribuironsi a piccoli gruppi, inondarono i quartieri, e coadiuvati dai Calabresi e dai Pugliesi, già rotti al saccheggio, appiccarono fuoco a più punti di Roma, e segnatamente a San Giovanni a Laterano. Il vento, mosso da poco, aumentò le fiamme e le propagò. Sicchè, in brev'ora, quanto ergevasi dal Laterano al Coliseo è tutto ridotto in cenere. I Romani allora, per salvarsi dal fuoco e spegnerlo, lasciano di osteggiare la truppa del Guiscardo, e quei soldati, non avendo più a difendersi, si sciolgono ad ogni maniera di rapine e di sacrilegii, non rispettando tempii, non chiostri, non l'onore delle donne, non l'innocenza dei fanciulli, non la canizie dei vecchi. Roma mutasi in sentina di ogni delitto e di ogni oltraggio al pudore ed alla religione.
Gregorio intanto, come Nerone, dall'alto delle torri di Castel Sant'Angelo contemplava l'esizio e la mina della sua città.
Ritto fra due merli di una torre, immobile come fosse pietrificato, l'occhio fisso, le braccia tese ed irrigidite, il capo scoverto, perchè un buffo di vento gli aveva portato via il berretto, i capelli delle tempie rizzati come fili di argento, la lunga barba arruffata ed inturbinata dalla brezza, e' sembrava quivi non un uomo ma il ministro di quelle divinità egizie ed indiane il di cui sguardo è incendio, il di cui alito è peste, il di cui gesto è sterminio. La sua potenza visuale era ampliata. Egli vedeva tutti i singoli particolari di quel terribile dramma; vedeva dove l'aquila non avrebbe più nulla distinto. L'anima esuberava. La sua tonica bianca si gonfiava e s'agitava sotto il soffio della tramontana, che aveva cominciato auretta e si era ingagliardita a turbina. Dorato, e calmo all'alba, il cielo si era andato a poco a, poco; caricando di rosso, si che sarebbesi detto un'aurora boreale. Tutti i comignoli di Roma, a quel riverbero, sembrano fiaccole immense che illuminano una città involta in un bianco sudario di nebbia come uno spettro che vien fuori da una tomba. Quella nebbia però si era a poco a poco anch'essa sminuzzolata a fiocchi, a sprazzi, a lembi che assumevano sotto l'azione del vento mille forme fantastiche, che grondavano sangue, così indorati come erano dal sole, e che cozzavano in cielo come gli uomini cozzavano sulla terra. L'aere rimbombava di un rumore indistinto, incalzante, vertiginoso come l'ululato di un mostro che agonizza.
Però Gregorio non badava al cielo, non badava alla natura. La terra lo attirava magneticamente, E' non diceva parola. La sua fronte si alzava serena; il suo volto per niuna commozione turbavasi, Oddo intanto correva su e giù lo spianato gridando: Miseri cittadini! Quale giorno doveva io vedere prima di morire! Nè meno costernata di costui mostravasi Alberada, la notte precedente ammessa dentro. Ella neppure parlava, solo si torceva le mani, genuflessa, gli occhi ora rivolti al cielo, ora alla desolata città. Un rivolo di lacrime tacite le solcavano le guance. E così questi miravano, al riverbero delle fiamme, Roma struggentesi in un nuvolo nero fumo che l'avvolgeva a volta a volta, e che più spesso, spazzato dal vento il torbido velo, si mostrava nel suo pieno squallore col sole che infine, verso sera, placido e bello tramontava, indorando le cupole delle chiese. Quand'ecco che Alberada gitta un grido da spezzare il cuore, si alza sollecita, seco trascina Oddo malgrado di lui, e viene giù alla porta del castello.
IX.
Piacemi, cavalier, che Dio temendo Porta lo nobil suo ordine bello, E piacemi dibonare donzello Lo cui destino è sol pugnar servendo.
Guittone d'Arezzo.
Due cavalieri, Roberto e Sigelgaita, cavalcavano verso il ponte San Pietro per isboccare alla porta di castel Sant'Angelo. Tutto ad un tratto odono alle spalle uno scalpito di due altri guerrieri che, a briglia sciolta, galoppavano. Immantinente Roberto, che andava dietro, volge la testa, per guardare chi fossero, e vedendo che l'altro gli accennava della mano di sostare, gira il cavallo e subitamente si trovano di fronte.
—Io sono Baccelardo, grida il cavaliero alzandosi con una mano la visiera dell'elmo. Roberto Guiscardo, fanciullo, nelle sale di Melfi, ti detti un guanto e ti consigliai a conservarlo perchè sarei venuto a ridomandartelo uomo. Ora tel ridomando; e qui, perchè il tempo è venuto, perchè lungamente ho ritardato, mi renderai ragione dell'infame vitupero che facesti alla tua donna Alberada.
Baccelardo, dopo essere stato così pesto e disarmato, rigettato dentro dall'onda dei suoi che vi cercavano tardo scampo, aveva fatti novelli sforzi, e con cento opere di valore tentato cacciarne l'oste normanna. Ma avendo infine compreso che vanamente si arrabattava a tal uopo, che irreparabilmente Roma era perduta, risolse attaccare il suo destino a quello della signora del mondo, e fare scoccare l'ora della sua vendetta. Rientrò quindi nel suo alloggiamento onde provvedersi di armi e di destriero.
Non appena egli vi pose piede, che il suo paggio Corrado, dominato fino allora da mortale ansietà percorrendo la stanza a lunghi passi, gli si gitta addosso e mille domande gli volge se fosse ferito. Baccelardo risponde alle amorevoli carezze di questo bel giovanetto per un tristo bacio sulla fronte. Poi muta il suo giaco, squarciato in più luoghi, prende nuova rotella, nuova spada e lancia, e si fa allacciare le correggie dell'elmo. E tutto senza dir parola, con una solennità ed una freddezza, che agghiacciava il cuore del sollecito damigello. Però come il suo armamento fu compiuto, Baccelardo ordina ad uno scudiero d'andargli a preparare il suo destriere Licht, il quale, perchè troppo vecchio, aveva risparmiato la mattina, ben prevedendo avrebbe avuto bisogno di cavallo più leggero e più vigoroso. In quel momento decisivo della sua sorte, e' non volse scompagnarsi dal più fedele amico che unicamente lo aveva amato e tanto... prima che il cielo gli avesse messo a fianco il tenero damigello. Questi, durante quegli apparecchi, divorato da ineffabile smania, non aveva profferita parola. Ma come vide che Baccelardo, dopo avergli gittato uno sguardo—uno sguardo che racchiudeva tutta una storia di passione—si allontanava senza neppure confortarlo del consueto bacio sulla fronte, gli corre dietro frettoloso e cadendogli ai piedi grida:
—Vuoi farmi dunque morire?
Baccelardo lo solleva dal suolo, e stringendoselo al petto con una ineffabile tenerezza, con una voluttà disperata e baciandogli replicate volte il sembiante, suo malgrado una lagrima gli cade, ed il pallido volto del contristato giovane bagna.
—Dove vai dunque? questi dimanda. Ti ho veduto tante e tante volte andare a combattere e mai il cuore mi si è stretto così aspramente; mai tu mi hai lasciato con quell'aria mesta e funerea. Di', Baccelardo, in nome di Dio! dove dunque vai tu?
—Vado incontro al mio destino, Guaidalmira. Non mi hai veduto mai correre alla pugna di questa ciera abbattuta, perchè mai a simili pugne sono andato. Ora si deve decidere. Egli è qui, egli mi deve un conto; vado a trovarlo, vado a cercarglielo.
Guaidalmira, perchè dessa era il paggio Corrado il quale aveva seguito Baccelardo fra tante sventure e pericoli; Guaidalmira, che conosceva tutta la storia di lui, non fa più motto. Solo dopo un minuto di silenzio risponde:
—Ebbene, va pure. Però non puoi negarmi ch'io t'accompagni.
—A che pro, Guaidalmira?
—Noi so io stessa. A nessun pro per certo. Ma voglio accompagnarti; e tu non puoi rifiutarmelo.
—Ma sai che s'io ti vedessi, se io ti vedessi impallidire e tremare, perderei ogni equilibrio di mente, e forse...
—Tu non mi vedrai. Mi metterò un morione con la buffa inchiodata. Ma voglio accompagnarti; voglio essere presente allo scontro terribile; il tuo destino ti porta... alla vittoria. Voglio, debbo perciò esserci anch'io. Ricordati che a Canossa accomunammo il nostro avvenire; accomunammo la nostra sorte. Non possiamo più, o almeno non è questo il tempo di separarci.
—E impossibile, dopo alquanto di silenzio soggiunge Baccelardo. Tu devi restare qui, per te, per me lo devi. In qualunque altro instante, non avrei esitato a condurti meco; ma in questo...
—Ebbene, giacchè vuoi che io resti qui, va pure... va. Ma diamoci almeno un addio. Dà un addio alla tua Guaidalmira che tanto, che te solo ha amato. Non la vedrai più. Essa morrà qui, te lo giuro.
Baccelardo la guarda attentamente, e vedendo che ella era risoluta a non so qual partito estremo, con un sospiro balbetta:
—Vieni dunque: era deciso così! Se vi è un Dio però, se vi è un Dio che pesa e guarda i fatti degli uomini, sa a cui dare la vittoria in questo momento.
Guaidalmira sorride amaramente. Poi, presagli la mano come per ringraziarlo dell'accordatole favore e baciatagliela, l'esamina attentamente, e una lagrima vi lascia sopra cadere. Baccelardo l'abbraccia un'altra volta, ed in un baleno, messi a termine gli apparecchi della partenza, escono per Roma onde imbattersi nel Guiscardo.
Ed eccoli l'uno a fronte dell'altro, vicino al ponte San Pietro, di rincontro a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi di quell'Alberada per cui Baccelardo dimanda l'abbattimento.
All'aspetto di quest'uomo, a quella protesta, Guiscardo si scuote. Sigelgaita ritorce anch'essa il cavallo, e come se non fosse più cosa animata, immobile resta a guardare, vicino ad un pilastro del ponte. Il turbamento di Roberto non dura molto. Egli porta la mano al suo fianco, e dal cinturino della spada spicca un guanto che a Baccelardo presenta.
—Baccelardo, ecco il tuo guanto, egli dice. Gli è però mestieri che sappi io non battermi più per una causa di cui Iddio mi ha fatto conoscere l'ingiustizia. Va dunque in nome dei santi, perchè mi dorrebbe farti male.
—Ti credo, risponde Baccelardo; ebbene, giacchè confessi che indegnamente facesti vitupero alla contessa Alberada, io ti apprezzo per quel nobile cavaliero che sei. Battiti quindi meco per gli Stati del padre mio, che infamemente usurpasti ed infamemente ritieni.
E così favellando gli toglieva dalle mani il guanto, cui dava a custodire a Guaidalmira, si calava la visiera, e ritraendosi metteva in resta la lancia per dar principio al combattimento.
Fu allora che Alberada, dall'alto della torre li vide, e riconosciutili dalle divise, trascinandosi furiosa il conte Oddo alla porta, lo costrinse ad aprire, e si fece metter fuori.
Sventurata! quale fatalità la trascinava!
Non appena ella fu alla testa del ponte, all'altra banda del quale quei due furibondi battagliavano, che di voce affannata si pose a gridare:
—Arrestatevi, arrestatevi, in nome di Gesù Cristo!
A quella voce Sigelgaita si volge, Sigelgaita che fredda, impassibile, taciturna come le statue che si mettono sopra i sepolcri, vedeva affrontare suo marito e suo nipote, ed impegnare una pugna dalla quale uno solo o nessuno doveva tirarsi vivo. In un baleno Sigelgaita si gitta allora da cavallo come una furia. Corre ad Abelarda, l'abbraccia per un amplesso da soffocarla, da cacciarle nei reni le dita delle manopole di ferro, la trascina, la gualcisce, la contorce, la difforma, le fa scricchiolare tutte le membra, l'arruffa come un cencio—e tutto in un attimo, di un solo moto—si accosta ai balaustri del ponte, appoggia sul petto di lei il suo mento, la spezza in due nella spina, e la precipita nel Tevere. E tutto ciò, in meno di tempo che non mettiamo a narrarlo. Alberada gitta un grido di morte, e sotto le acque dispare. Sigelgaita l'aveva veduta a mano a mano coprirsi nel volto di pallore mortale, l'aveva udita mettere quel gemito terribile, l'aveva veduta precipitare dall'alto, la vide tuffare nell'onde, e non si era scomposta nel viso, e dai parapetti del ponte non si era allontanata. Tutto ad un tratto quella sfortunata ricompare a galla ed un palo della diga l'accrocca della tunica e di faccia verso il cielo la capovolge.
—Non sei ancor morta? grida a quella vista Sigelgaita come una tigre; e cercando attorno, non scorge anima viva, non vede oggetto da poterle lanciare sul capo, non trova pietre, non trova nulla, null'altro che un cadavere innanti ai piedi di un cavallo, un cadavere coperto di ferro e di sangue che fumava ancora. Ella lo trascina fino al ponte; poi, piegandosi sopra di lui, lo afferra di ambo le mani, lo solleva, e pigliata la misura, lo lascia cadere sul capo d'Alberada, ritenuta sempre dal lembo delle vesti ad un pinolo di palizzata. Il cadavere non era giunto ancora giù, che di sopra il suo capo Sigelgaita sente passare un cavallo di slancio, il quale egualmente nel fiume si precipita.
Quel cadavere era Baccelardo: quel cavallo Licht.
Un altro cavaliere, cui ella non aveva scorto dapprima perchè caduto brancoloni sotto una scala del ponte, vi si appressa allora per avventarsi ancor egli al medesimo salto. Sigelgaita lo rattiene. Era Guaidalmira.
E Gregorio tutto contemplava dall'alto delle torri, e sul suo volto segno di commozione non appariva. Ritornava il padrone di Roma!
Disgraziato! Godi pure, le tue gioie son numerate.
La notte intanto era compiutamente caduta. La notte di Roma, di allora in poi, divenne più tenebrosa. Saccheggiata e spogliata di tutte le sue ricchezze, vituperata nell'onore, bruciata negli edifizii, decimata dal ferro di cittadini, desolata di tempii, vedovata dal bando dei migliori suoi uomini, dopo quel giorno, l'antica città restò pressochè deserta, e la popolazione si trasferì tutta intiera al di là del Campidoglio—in quello spazio che altra volta formava il Campo di Marte.
Quella sera stessa la duchessa Sigelgaita riceveva a segreto colloquio, nella sua camera da letto, Rolando da Siena.