PARTE PRIMA Daria. (continued 2)
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Tacque e incominciò a singhiozzare.
— Bene! — dissi io. — E dopo tutta questa storia perchè Daria dovrebbe essere qui con me? Che cosa sono io? Che cosa è Daria? Finitela con questa commedia! Non temere. Sterpoli non ha scannato nessuno.
— Sì, ma allora, dimmi, dove sarà?
— E che importa a me di saperlo? — risposi. — Vuoi che io vada a cercarla nel letto di Clauss per farti contenta? E dove vuoi che sia? Vuoi che ti porti io per mano dietro la porta della loro camera, e che contiamo insieme i baci che si danno, e gli abbracci, e il resto? Vuoi che io faccia, io, quello che Sterpoli non ha fatto, perchè lui è ubriaco e io sono sveglio? — Ah! sono sveglio, ora, ben sveglio, bambina mia! — esclamai, trascinato da una specie di esaltazione ironica. — Sveglio! Non mica addormentato come oggi! Così avessi veduto sempre tanto chiaro! Non sono più un ragazzo ingenuo, non credo più a nulla. Se tu non fossi tu, ma Daria in persona, e non stessi lì a piangere, ma a supplicarmi, ma ad adorarmi in ginocchio, ma a baciare la terra dove posano i miei piedi, non ti crederei, non ti crederei, e scoppierei dalle risa. Altro che carezze sulla bocca, altro che bisbigli di parole tenere nell'orecchio, altro che sguardi caritatevoli voglio io! E io stesso ti porterei per mano da Clauss e gli direi: Eccola questa sgualdrina! Te l'ho portata. Prenditela...
Sudavo freddo, la testa mi doleva. Nelle orecchie avevo il tumulto di una burrasca. Non ci vedevo più.
— E ora vattene! — dissi. — Vattene via...
La urtai più volte con la punta del piede, ma sopratutto il mio ridere a scatti, a sussulti, dovette spaventarla. Senza altre parole, singhiozzando, Soave scese le scale e scomparve. Mentre, barcollando, disfatto, esausto, ripercorrevo il corridoio per rientrare nella mia stanza, la voce di Sterpoli echeggiò dietro l'uscio socchiuso, chiamandomi per nome.
Entrai. Stava seduto sul letto, voltato verso l'uscio, con la faccia dipinta di paura.
— Ah! — disse, — sei tu...
Abbassò il capo, si passò un fazzoletto sulla fronte e domandò:
— Dove sei stato?
XI.
Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia. Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura, mormorò:
— Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire, d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce imperiosa che dice: — Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci, umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo io resistere o fuggire? Mi aveva detto: — Sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice! — ed io ero come un prigioniero al quale si dice: — Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo. Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine. — Che fare? — urlavo disperatamente. — È possibile? È vero? — e tutto ciò che toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente. — Che vuoi da me, civetta? — urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini che noi irroriamo di lacrime e di sangue! — Morire! dicevo a me stesso. Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano singhiozzando: — Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato! Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi appuntava quella rosa sullo sparato. — Mi pento, diceva guardandomi come una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e tenerla contro di me, e dirle — Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami? No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara), aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su quella bocca sempre vittoriosa, urlare: — Lasciala! L'ho pagata col mio sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro, adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli, di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce: scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina. La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo, divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca. — Chi è? domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non posso. — Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta. — Chi è? ripete quella voce. — Sono io, Clauss, sono io! — rispondo. Poi alzo il braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce rantolante sospira: — Daria! Aiuto!... E odo un tonfo e qualche cosa di molto pesante cade di schianto ai miei piedi. — Sono io, — ripeto ancora. E poi più nulla...
Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi; inorridito lo respinsi e gridai:
— Vattene! Vattene! Assassino!
Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto, come morto.
La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre, comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche. Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso, balbettavo: — Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via!
XII.
A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto, vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani... Sì... Vedevo che erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule, quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto, su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani abbandonate. Una voce interna mi diceva: — Tu devi esser felice. Ed io, con la stessa voce, rispondevo: — Sono, sono felice. E ancora: — Tu volevi morire. Ed io: — Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti, s'aggiravano come farfalle...
Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel fiore chiuso.