INDICE (continued 2)
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Nel campo delle autonomie collettive:
riforma e disciplina del diritto di associazione, contemperando ai fini sociali utili che le categorie di associazioni si propongono l'ampiezza del loro essere giuridico e la facoltà di possedere. E in questo campo rientrano anche la limitazione che è necessario imporre alle congregazioni, moltiplicantisi oggi, come associazioni di fatto, in onta alla legge, il contratto collettivo di lavoro, l'esistenza legale e la funzione dei sindacati;
autonomie degli enti locali, così che esse siano commisurate alla capacità di sviluppo dei singoli enti ed ordinate intorno a corpi regionali elettivi, muniti di sufficienti poteri e non schiacciati dal peso degli organi del potere esecutivo centrale;
riforma della burocrazia. La necessità e i criteri di questa riforma esponeva eloquentemente, nella relazione al bilancio preventivo per gli affari interni per il 1913-14, l'on. Aprile.
La politica di tutela e di incremento delle energie sociali riguarda:
1. la riforma tributaria (imposta progressiva e sgravio di consumi; ricostituzione dei bilanci comunali);
2. la politica doganale. (Riduzione, sino alla quasi abolizione, del dazio sullo zucchero e sul ferro, riduzione del dazio sul grano);
3. la tutela della piccola proprietà rurale;
4. i lavori pubblici, in ordine ai quali converrà solo continuare il possente impulso dato ad essi dall'on. Sacchi;
5. la politica della scuola.
Di quest'ultimo argomento il radicalismo italiano, partito idealistico e di cultura, propulsore ed espressione dei progressi dell'auto-coscienza in ogni gruppo di attività sociali, minoranza colta che trae il diritto di aspirare al Governo dall'intima corrispondenza con le aspirazioni confuse ed implicite della grande massa popolare, si occupa a preferenza di ogni altro. La formazione dello spirito nazionale deve essere sua primissima cura. Esso deve quindi volere una radicale riforma della scuola media e dell'insegnamento superiore; riforma che, conservando la grande tradizione del pensiero italiano e della cultura classica, ne presidî efficacemente la formazione, diminuendo il numero delle università, distribuendole meglio, disciplinandone le funzioni; riordinando didatticamente l'insegnamento tecnico, facendo rifiorire, con larghezza di mezzi, il ginnasio-liceo.
Quanto alla scuola popolare, essa va completata con i corsi professionali, portando l'intiero corso, e l'obbligo della istruzione, a sette anni subito, e, appena sarà possibile, ad otto anni.
Queste in breve, e per principali capi, le riforme che debbono far parte di un programma minimo e massimo insieme, perchè intiero e sintetico programma emergente dalle necessità mature e constatate della classe democratica, del radicalismo di oggi.
E intorno ad esso è largo il consenso; ma è consenso disperso e diffuso di singoli, non proposito collettivo intorno al quale si raccolga un vasto fascio di forze, una volontà risoluta e animosa di un partito possente. Sicchè questo, dell'organizzazione politica del radicalismo, è l'ultimo e forse più grave argomento che ci rimane da esaminare, avviandoci alla conclusione.
L'organizzazione radicale
Questo dell'organizzazione è invero il problema assillante e insoluto che la democrazia radicale persegue in Italia da quaranta anni. Fu tentata, nel 1873, una prima riunione dei mazziniani e democratici radicali; ma li divise, e annullò lo sforzo, il dissidio tra gli intransigenti e i possibilisti, dei quali gli uni volevano l'educazione morale delle masse per l'azione repubblicana, gli altri l'azione riformatrice della democrazia.
Nel 1879 fu costituita in Roma la Lega della democrazia della quale si è fatto cenno sopra.
Fallito anche questo tentativo, si tentò di nuovo, auspici, con Saffi alla testa, i maggiori uomini del vecchio partito d'azione, e una riunione fu tenuta nel maggio 1885 in Bologna per la ricostituzione della Lega della democrazia; e vi fu deciso, il 14 maggio, di organizzare la democrazia radicale in partito, con schema di statuto proposto da Socci; e fu istituito un comitato permanente per l'organizzazione del lavoro elettorale. Parteciparono anche i repubblicani, salvo alcuni astensionisti, fra i quali il Fratti.
Nel congresso del Patto di Roma, nel maggio del 1890, al quale avevano aderito 452 associazioni, 30 giornali, 40 deputati, 2 senatori, 122 spiccate personalità della democrazia, fu di nuovo discusso l'argomento dell'organizzazione del partito, e di nuovo senza effetto pratico.
Dopo altri 14 anni sorse e tenne il suo primo congresso in Roma, nel 1904, il partito radicale organizzato; in un periodo nel quale lo sforzo idealistico era assai meno intenso, quando socialisti e repubblicani avevano largamente mietuto nelle file della democrazia e quasi per far argine all'assorbimento e alla dispersione. Altri congressi nazionali furono tenuti nel 1905, 1907, 1909. Ma la vita del nuovo organismo politico si protrasse lenta e svogliata sino ad oggi; nè per numero, nè per coesione, nè per efficacia di attività pratica il partito corrisponde all'ampiezza ed alla forza dell'idea radicale nel paese.
E il congresso del novembre scorso in Roma servì più a documentare incertezze e contraddizioni interiori, lentezza di organizzazione, preoccupazioni elettorali primeggianti ogni altra, che non a trovare il rimedio. Ma i motivi della debolezza organica di questa idea radicale non abbisognano, per iscuoprirli, di lunga ricerca; essi appaiono evidenti a chi consideri le condizioni e le vicende degli ultimi quaranta anni di vita pubblica italiana.
L'immaturità politica dei ceti medi fra i quali innanzi tutto il radicalismo dovrebbe reclutare i suoi seguaci, per la non ancora superata antitesi storica fra i gruppi sociali che detenevano il potere e la classe nuova; la differenza profonda di regioni per la quale i moti di cultura e di azione non riescono a vincere la speciale configurazione che dà ad essi l'ambiente; difficoltà, questa, maggiore per il radicalismo che non per i proletari, affratellati dalla comune povertà, ma grande anche per questi; le difficoltà opposte alla polarizzazione dei partiti dal trasformismo e dall'opportunismo parlamentari e locali, che stemperavano le migliori energie; la ripugnanza degli italiani ad ogni durevole e saldo vincolo di organizzazione sono fatti noti che spiegano molte debolezze.
Inoltre, era appena giunto il radicalismo italiano a discendere, con Bertani e Cavallotti, dalle altezze del rigido idealismo di Cattaneo e Mazzini e Bovio nella concreta realtà sociale, non rinunziando agli ideali ma cimentandoli e incarnandoli nelle prove dell'esperienza, quando sopravvenne e si diffuse un movimento nuovo, derivazione anche esso, come ho sopra mostrato, dal radicalismo ma che colpiva con i più vivaci contorni del suo programma e con la veemenza eroica della lotta ingaggiata; e molti si credettero e si dissero socialisti che erano, in realtà, degli ottimi radicali; e che tali, sovente, son riapparsi più tardi.
Più interessante è cercare se queste condizioni sieno oggi mutate; così che si possa sperare per il radicalismo un periodo di rinnovato vigore. Ed io credo che sì, ma non a segno tale che se ne possano vedere rapidamente gli effetti. Il blocco clerico-moderato che si va facendo dall'altra parte, il suffragio universale che, aprendo a più larghe evoluzioni la democrazia, ci costringerà a smettere certi particolarismi e dottrinarismi infecondi, la più diffusa coltura, la timidamente iniziatasi rinnovazione, qua e là, delle plebi meridionali, prepareranno certo larga messe al radicalismo.
E se la democrazia persisterà nell'errore delle scissioni presenti e il danno sarà grave, noi speriamo che esso non sia nè così grave nè così lungo da chiudere il cammino ai rinsavimenti riparatori.
Un ceto sopratutto io spero che troverà nel radicalismo sè stesso e le sue vie, quello degli insegnanti delle scuole medie; perchè questo della trasmissione da generazione a generazione della cultura nazionale, della formazione dell'anima e del pensiero dei ceti medi e dei professionisti è compito sopra a ogni altro radicale, se la cultura dell'età nuova deve raccogliere in sè e maturare la tradizione democratica degli ultimi secoli, educare lo spirito al dominio di sè e della storia, elaborare le grandi idee direttrici, alimentare questa insaziabile sete di libertà e di riforma che è il nostro tormento e la nostra gloria.
E contro gli eccessi di un idealismo impaziente che nella visione dell'umanità e del proletariato di tutto il mondo dimentica le patrie o le considera come anguste ai suoi sogni, e contro quelli degli altri che nel nazionalismo mascherano un ritornante istinto di violenza e di dominio messo a servizio della reazione contro l'umiltà democratica, il partito radicale dovrà far valere il concetto di una patria vista nell'unità organica e vivente della sua tradizione e dei suoi legami di popolo, ma intesa insieme come strumento di più larghi progressi umani.
Concludendo
Io dissi alla Camera, nella discussione del progetto di legge sul suffragio universale: l'Italia colta, fatta consapevole della sua insufficienza, chiama gli analfabeti a salvare la patria. La democrazia, infatti, estende ora il suo processo evolutivo a nuove masse di incolti, di trascurati, di sopravvenienti; nel fresco istinto delle necessità varie di queste masse, nell'opera alacre suscitatrice e direttrice di queste coscienze novelle, l'Italia colta ritroverà, è da sperare, sè stessa. O il popolo nuovo le dà la sua sanità rude o essa dà al popolo nuovo i suoi vizi mentali e morali. Noi, il cui maggiore orgoglio è quello di essere e di sentirci popolo, con queste masse, di mettere ai loro servizi la cultura e l'esperienza acquisita, di servire alacremente all'anima popolare che si cerca e si rivela a sè stessa e conquista la sua vita e la sua storia, noi lavoreremo perchè la prima delle due cose avvenga.
Questo è l'ufficio dei dirigenti; farsi pedagoghi di libertà e di autonomia, portare nell'opera pubblica l'espressione nitida e salda. delle esigenze ed aspirazioni di un popolo che ascende dalla necessità alla libertà, e rinnova e ravviva ascendendo le glorie di una tradizione di coltura che è la traccia luminosa della storia della civiltà europea.
La rampogna che A. Salandra rivolgeva testè al partito liberale «consideri ognuno di noi lo stato di marasma senile in cui la parte nostra è da qualche anno caduta», forse tutti gli altri partiti possono dire a sè stessi. «È tempo che ognuno prenda il suo posto qui dentro, chiaramente e francamente: siamo vicini a una crisi del parlamentarismo; è prossimo il dies irae».
E questa rampogna, è eco di altre più solenni rampogne.
Scriveva, nel 1878, uno dei nostri più insigni, Agostino Bertani:
«Noi, generazione cospiratrice e rivoluzionaria, vittoriosa per la fede nell'ideale di un'Italia redenta, scendiamo a giorni affrettati nel sepolcro, ravvolti nelle bandiere rivendicate; e con noi scompare un'epoca, un insegnamento, e si perdono nel passato le ultime note di un inno, che la storia innalzerà alla virtù di un popolo che volle esser libero e padrone di sè. La generazione che ci segue, guasta dalla dualità del dogma politico, educata all'utile, al tecnicismo scientifico, incalzata dai problemi economici, si difende dallo sgomento del vuoto con l'indifferenza dello spirito e con l'angustia dei concetti; ma la negazione ha periodi brevi e la generazione futura comincerà a impensierirsene».
La generazione nuova alla quale il Bertani volgeva l'occhio e le speranze, al di là di quella che in quegli anni si precipitava nella vita pubblica, è questa che intorno a noi fa le prime prove.
Essa è torbida e irrequieta, litigiosa e veemente, insofferente di disciplina, avida di originalità spuria, raccattatrice di cultura posticcia, per odio delle lunghe vigilie di preparazione; è quello che si poteva attendere da una generazione che non ebbe maestri, che fu dissetata di positivismo e di critica, che imparò a schernire i maggiori e si rispecchiò in D'Annunzio e si disperde in un individualismo senza freni.
E pure non tutta è guasta; e brividi e fremiti di idealismo vi corrono dentro.
Ascolti essa una parola di Giovanni Bovio¹:
¹ Discorso citato in morte di B. Cairoli.
«Quando voi vedete qualche straniero indicarvi le nostre piccole lotte di oggi, le gare personali, lo scetticismo larvato di una classe dirigente che ogni dì scende, e il potere essere conteso fuori delle idee, fuori dei metodi oggettivi, innanzi a un popolo che paga, vota e geme; quando vi si dice che qui il sacerdote è senza Dio, la cultura senza educazione e il cittadino senza obbiettivo pubblico, per concludere che una nazione nata ieri è oggi senza giovinezza, levatevi e costringetelo a voltare la faccia verso Pisa, dove Mazzini muore».
Non lo straniero, oggi, ma noi stessi dobbiamo volgere il viso verso dove Mazzini muore, verso la luce degli ideali civili e sociali che egli ed i suoi grandi contemporanei e seguaci accesero nelle coscienze, inserirono con viva violenza nella vita italiana e dal cui impulso lentamente degradante essa è stata mossa sino ad oggi.
Oggimai quel moto si arresta e langue e la cultura italiana si va oscurando e il carattere e l'animo finiscono per corrompersi se un impeto nuovo di entusiasmi e di ideali non soccorre. Di là dove il pensiero dei creatori della nostra nuova vita nazionale parve discendere nell'ombra, ricominciamo.
A noi non il silenzio, custode delle memorie, che pretestavano tristemente gli ultimi superstiti, a noi la parola e l'azione evocatrici delle memorie, suscitatrici delle speranze. Fughiamo le ombre, ripigliamo la battaglia per la sovranità dell'idea sulla storia, per la democrazia, dalla quale tanta liberazione di umili e concordia di sforzi nel bene si attende ancora. Più felice, fra noi, chi getterà nella lotta più di sè stesso e farà della propria anima ardente la luce sul cammino della folla che sale, che diventa popolo libero, Italia migliore.