CANTO QUARTO (continued 3)
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[Fu il mondo, sí come noi possiamo per lo testo della santa Scrittura cognoscere, molte centinaia dʼanni prima lavato dal diluvio universale, che Dio alcuna legge desse ad alcuno uomo. E la moltitudine della gente da Noé procreata e daʼ figliuoli, era ampliata molto, e in diversi popoli sʼera sparta sopra la faccia della terra: e non solamente la terra continua, ma ancora molte isole aveva ripiene, e ciascheduno secondo il suo arbitrio, o secondo il beneplacito di colui il quale in prencipe avea sublimato, vivea: e cotal vita estimava ottima e laudevole, quantunque molti pessimamente estimassono. Nondimeno i piú lungamente seguitarono le leggi naturali: e alcuni, che piú di sentimento cominciarono a prendere «a naturali», una brieve legge aggiunsero, cioè:—Non far quello ad altrui, che tu non volessi che fosse fatto a te.—E da questa nacque un modo di vivere piú universale, il quale essi chiamarono «ius gentium»: per lo quale assai oneste cose si servavano diligentemente tra lʼuniversitá deʼ popoli. Poi cominciarono le genti a fare le leggi municipali, e secondo quelle vivere e governarsi. E nondimeno sopra le leggi umane avevano alcune divine leggi, per lʼammaestramento delle quali essi onoravano e adoravano Iddio; e cosí perseverarono e ancora perseverano molte nazioni.]
[Ma, poi che a nostro signore Iddio piacque volere le sue leggi ad alcun popolo dare, dalle quali non solamente il popolo, al quale dare le intendea, ma eziandio qualunque altro, volendo, potesse prender regola e norma da piacere a Dio; primieramente fece Abraam degno della sua amicizia, e a lui aperse parte del suo secreto, cioè di quello che fare intendeva nel seme suo: né a lui perciò alcune singulari leggi diede, se non in tanto che, a distinzione deʼ suoi discendenti dagli altri popoli, gli comandò la circuncisione, la qual sempre perseverò e persevera in quegli che deʼ suoi discendenti si dicono. E questa medesima amicizia ritenne con Isaac e con Iacob, discendenti dʼAbraam. Ma poi Iacob, con quegli che di lui eran nati, andatone in Egitto, e in grandissima moltitudine cresciuti, per piú centinaia dʼanni servato il rito della circuncisione, sotto le leggi e sotto la servitudine delli re dʼEgitto furono; della quale Moisé per comandamento di Dio, carichi delle piú care cose degli egiziaci, per lo mar Rosso gli trasse, e menògli neʼ diserti dʼArabia: e quivi dimorando ancora senza legge, se non quella che arbitrariamente in bene e in riposo di loro sʼusava; Moisé, sí come loro duca e giudice, salito sopra il monte Senai, in due tavole gli diede Iddio scritta la legge, la qual voleva servasse il popol suo: e cosí cominciâro gli ebrei ad essere sotto propria legge, che mai infino a quel tempo stato non vʼera. E questo fu, secondo Eusebio in libro Temporum, regnante appo gli assiri Ascadis, lʼanno del regno suo ottavo, e regnante Cecrope appo gli ateniesi, lʼanno quarantacinquesimo del regno suo: il quale anno fu lʼanno del mondo tremilaseicentottantadue, neʼ quali tempi nacque dʼIside Epafo in Egitto, e il tempio dʼApollo Delio fu edificato da Cristone. Quindi, morto Moisé, sotto il ducato di Giosué piú fattisi avanti, per forza cacciaron delle lor sedie i cananei e il loro paese occuparon tutto, e intra sé il divisono, e poi per certo tempo possederono: e secondo la legge ricevuta, e sotto giudici e poi sotto re vivendo, in continue guerre coʼ vicini da torno, or vincendo e or perdendo, e in grandissime avversitá e tribulazioni divisi dimorando, quantunque alcun nome acquistassero, non fu perciò di tanta fama, che guari per lo mondo si dilatasse: e quanto essi erano daʼ riti degli altri uomini separati, tanto dallʼaltre nazioni erano reputati da meno.]
[Se adunque, avanti che la giudaica legge fosse, vissero i mortali sotto lʼarbitrio loro, o sotto quelle leggi che essi medesimi si dettavano; a cui direm noi che essi dovessero andar cercando per le leggi divine, e di conoscere Iddio? E, oltre a ciò, pur dopo la legge data a Moisé, qual maraviglia è se, abituati in quella maniera di vivere che detta è, non sentirono, né si misono a sentire quello che Iddio sʼavesse detto o fatto con Abraam, o coʼ suoi successori, o con Moisé nelle solitudini del mondo, né poi ancora col popolo suo? Conciofossecosaché quegli, aʼ quali deʼ fatti deʼ giudei pervenne alcuna notizia, gli avessero per servi fuggitivi e per ladri, e Moisé per uomo magico e seduttore. E se per cosí gli aveano, a che ora si dee credere che a loro fossero andate le nazioni strane a consigliarsi della divinitá e deʼ beneplaciti di quella? Se forse si dicesse sotto queʼ furti e sotto i lor costumi Iddio sentiva altissimi misteri della futura incarnazion del Figliuolo e della resurrezione: questo credo io ottimamente, ma ciò non sapeano le nazioni gentili, e, come dice Isaia: «Quis enim cognoscit sensum Domini, aut quis consiliarius eius fuit?» E se quelle leggi e quelle operazioni di Dio, che noi tutto il dí leggiamo, si piacque a Domeneddio con questi suoi singulari amici dʼadoperare; come il dee aver saputo lʼindiano, come lo spagnuolo, come lʼetiopo o il sauromata, aʼ quali per alcuno mai significato non fu? E se essi nol deono aver potuto sapere, qual giustizia dannerá la loro ignoranza in questo? Chi non vedrá questa essere stata ignoranza facti, la qual davanti dicemmo doversi potere scusare? Appresso, presupposto che alcuna altra nazione avesse voluto dagli ebrei sapere questo secreto, il quale a loro solo Iddio avea dimostrato, lʼavrebbe ella potuto credere, essendoci per le loro medesime lettere manifesto che essi ebrei, essendo lungamente stati pasciuti di manna, e udendo gli ammaestramenti di Moisé (il quale per la loro liberazione avean veduto percuotere Faraone di dieci crudelissime piaghe, e veduto da lui essere stato nel deserto elevato un serpente di rame, al quale mostrate le lor piaghe, daʼ serpenti del luogo dove erano, ricevute, tutti guerivano; avevangli veduto con la verga percuotere una pietra viva, e di quella a saziar la sete loro uscire un fiume): non gli prestavan però interamente fede, ma, or con una ritrosia, or con unʼaltra, non facevano altro che mormorare e chiedere che nella servitudine, della quale tratti gli avea, gli ritornasse? E ultimamente, elevato un toro dʼariento, contro al comandamento suo quello adorarono, onorarono e magnificarono per loro Iddio?]
[Non fu mai alcun messo di Dio mandato, che il suo piacere loro annunziasse e chiamassegli ad obbidienza della sua legge. E chi dubita che Domeneddio non conoscesse alcun da sé a ciò non dover venire non chiamato, quando i chiamati con ostinata pertinacia recusavan dʼudire i suoi comandamenti e dʼubbidirlo? Se forse volesse alcun dire:—Iona fu mandato da Dio a Ninive;—ma esso non andò ad ammaestrargli della legge di Dio, ma a nunziare che Ninive infra quaranta dí si disfarebbe. E se gli ebrei furono in Babilonia lungamente in prigione, e vi furono reputati bestie; estimando i caldei che se savi fossero stati, o fosser sante le lor leggi, che Iddio non gli avrebbe lasciati venire in quella miseria; e perciò creduti non erano: eʼ non pare che dubitar si debba che non fossero i gentili molto piú prestamente venuti, che non fecero gli ebrei. E questo pare si possa comprendere da ciò che seguí, quando chiamati furono, poi che Cristo incarnato recò in terra quella celeste luce della dottrina evangelica, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo, che illuminato voglia essere: la quale avendo esso primieramente predicata, e poco dagli ebrei ascoltata, mandò per lʼuniverso i suoi messaggieri a chiamare alle nozze reali di vita eterna ogni nazione. Né furon chiamati neʼ diserti o nelle solitudini arabiche, né da uomini paurosi o fiochi, ma, come dice di loro il salmista; «Non sunt linguae neque sermones, quorum non audiantur voces eorum. In omnem terram exivit sonus eorum et in fines orbis terrae verba eorum». E queste nel cospetto deʼ re, deʼ prencipi, deʼ tiranni, e nelle cittá grandissime, nelle piazze, neʼ templi, nelle convenzioni e adunanze deʼ popoli: e a questa chiamata prestamente concorsono le nazion gentili e con intera mente senza alcune ritrosie prestaron fede alla dottrina deʼ chiamatori: e non solamente vi prestaron fede, ma per quella se medesimi fecero incontro a tormenti senza la divina grazia intollerabili, e alla morte temporale, senza alcuna paura e con ferma speranza della futura gloria. E cosí si può credere avrebber fatto, se alcuna altra volta fossero stati chiamati. E se essi chiamati non furono, come altra volta è detto, essi non si dovevano né potevano indovinare.]
[Seguirono adunque quello iddio o quegli iddii, quegli riti dʼadorargli e dʼonorargli, che i lor padri, li loro amici, i loro vicini eʼ loro sacerdoti mostravan loro, e a questo, credendosi bene adoperare, eran contenti: conciosiacosaché alcun non sia che cerchi di quello che egli non conosce. E, seguendo il predetto rito dʼadorare Iddio, furono di quegli assai che il seguirono, virtuosamente e moralmente vivendo; avendo in odio e dannando i disonesti guadagni, le violenze, lʼozio, la concupiscenza carnale, le falsitá, i tradimenti e ogni altra operazione meritamente biasimevole; esercitandosi ciascuno di prevalere agli altri in iscienza, in disciplina militare, in ben fare alla republica e in divenire glorioso tra gli uomini: e questo con lunghe fatiche e con gran pericoli della propria vita. E cosí si dee credere e ancora molto piú avrebbon fatto in onore del nome di Cristo, per la vita celestiale e per lʼeterna gloria. Ma a doversi di ciò informare non potevan salire in cielo: né in terra era chi lor ne dicesse parole, né che a lor giudicio fosse degno di tanta fede.]
[Se forse volessero alcuni dire:—Cosí come per forza dʼingegno essi adoperarono di conoscere i segreti riposti nel seno della natura e la cagion delle cose, e per saper queste seguivan gli studi caldei, gli egizi, glʼitalici e gli altri quantunque lontani; e cosí per conoscere il vero Iddio si dovean faticare, e andar cercando quegli che maestri e dottori erano della ebraica legge, accioché di ciò gli ammaestrassero—potrebbesi consentire, i gentili dovere aver creduto gli ebrei dover esser maestri di questa veritá. Ma essi non si vedevan tra le nazioni del mondo dʼalcuna preeminenza, né onorato il popolo ebreo, e massimamente a rispetto degli assiri, deʼ greci, degli affricani e ultimamente deʼ romani; anzi si vedea un piccol popolo pieno di vitupèri, di peccati e di scellerate operazioni, e ogni dí essere daʼ caldei e dagli egiziaci presi e straziati e menati in cattivitá e in servitudine, e essi e le lor femmine, e le loro cittá rubate, e ad esse esser disfatte le mura e talvolta tutte abbattute e desolate; per le quali cose assai di fede appo le nazioni strane alla loro religion si toglieva, e per questo essendo avuti in derisione, non era alcuno che mai a loro andato fosse. Erano, oltre a questo, gli ebrei intra se medesimi divisi, ché altra maniera servavano i giudei e altra maniera i sammaritani: e chi meglio di costor si facesse, non potevano le nazioni lontane discernere. Né è da dubitare che molto di fede non togliesse loro appo gli strani la divisione.]
[Che dunque si può dire della ignoranza di coloro che, avanti che Cristo per li suoi messaggeri la legge, da lui data, essere stata data manifestasse, se non quello che davanti è stato detto, cioè che la loro ignoranza, sí come ignoranza facti, si debba potere scusare? E perciò, se per altro ben vissero, non aver altra pena meritata, che quella che semplicemente per lo peccato originale è data a coloro, li quali morirono avanti che essi potesson peccare, e quello sentirne, che par che san Paolo voglia, quando scrive: «Servus nesciens vel ignorans voluntatem Domini sui et non faciens, vapulabit paucis»; e in altra parte: «Facilius consequutus sum veniam, quoniam ignorans feci».]
[De ignorantia iuris non dico cosí; percioché, come di sopra dissi, come la legge, la quale a ciascuno appartiene, è promulgata e manifestata, non puote alcuno con accettevole scusa allegar la ignoranza: percioché tale ignoranza si può meritamente dire crassa e supina, e apparire aperto, colui che ciò non sa, nol sa, perché non lʼha voluto sapere. E però se, dopo la dottrina evangelica predicata per tutto, è alcuno che quella seguita non abbia, quantunque per altro virtuosamente vivuto sia, sí come degno di maggior supplicio per la sua ignoranza, non dee a simil pena esser punito con glʼinnocenti, ma a molto piú agra. E di questi cotali pone lʼautore alquanti, come è Ovidio, Lucano, Seneca, Tolomeo, Avicenna, Galieno e Averrois; li quali io confesso, tra gli altri dallʼautor nominati, non doversi debitamente nominare, percioché di loro si può dir quello che scrive san Paolo: «A veritate auditum avertent, ad fabulas autem convertentur», ecc. E il salmista: «Sicut aspides surdae et obturantes aures suas, ut non exaudirent voces», ecc. E di questi meritamente si dice quella parola, che di sopra contro aglʼignoranti è allegata da san Paolo: «ignorans ignorabitur», e similmente lʼaltre autoritá quivi poste. Nondimeno, che che qui per me detto sia, io non intendo di derogare in alcuno atto alla cattolica veritá, né alla sentenza deʼ piú savi.]
[Lez. XVIII]
Resta a vedere quello che lʼautore abbia voluto per lo castello difeso da sette alte mura e da un bel fiumicello, e per lo prato della verdura che dentro vi truova, poi che con quegli cinque poeti entrato vʼè. E, secondo il mio giudicio, egli intende questo castello il real trono della maestá della filosofia morale e naturale, fermato in su il limbo, cioè in su la circunferenza della terra: conciosiacosaché queste due spezie di filosofia, morale e naturale, non trascendano alle sedie deʼ beati, ma solamente di terra speculino, conoscano e dimostrino i naturali effetti deʼ cieli nella terra e gli atti degli uomini: per la cognizion delle quali cose sta sempre verde la fama di quegli uomini e di quelle donne le quali seguíti gli hanno. E, a volere a cosí eccelsa e cosí nobile stanza divenire, si conviene tenere il cammino il quale lʼautore ne divisa, cioè passar quel fiumicello, il quale circunda questo luogo, dove la filosofia, maestra di tutte le cose, dimora; e passarlo come terra dura, accioché nellʼacqua di quello non si bagnino i piè nostri. E sono, avanti ad ogni altra cosa, per questo bel fiumicello da intendere le sustanze temporali, cioè le ricchezze, i mondani onori e le mondane preeminenze, le quali sono nella prima apparenza splendide e belle, quantunque in esistenza oscure e tenebrose si truovino: in quanto sono privatrici, e massimamente in coloro che non debitamente lʼamano o guardano o spendono o esercitano. E come lʼacqua spesse volte è aʼ nostri sensi dilettevole, cosí queste sono aglʼingegni e aglʼintelletti nocevoli; e cosí sono flusse e labili come è lʼacqua, la quale è in corso continuo; niun fermo stato hanno; oggi sono, e doman non sono; oggi sono in questo luogo e doman in quellʼaltro; oggi piacciono e domane spiacciono. E chiama lʼautor questʼacqua «fiumicello», che è diminutivo di «fiume», per dare ad intendere queste cose temporali e la lor luce e il lor comodo, a rispetto delle cose eterne, esser piccole o niuna cosa. E perciò, chi vuole pervenire allʼaltezza della fama filosofica, gli convien passar questo fiumicello non con delicatezze, non con morbidezze, non con conviti e artificiati cibi e esquisiti vini e con lunghi sonni e dannosi ozi; ma tutte queste cose, e simiglianti, non solamente scacciate e rimosse da sé, ma senza bagnarsi i piedi in questʼacqua, cioè in alcun atto lasciarsi toccare, o muover lʼaffezione a quella, e come terra dura passarlo, come il passaron per la temporal gloria Cammillo, Cincinnato, Curzio, Fabbrizio e Scipione e simiglianti, e per la filosofica eminenza Diogene, Democrito, Anassagora e i lor simili: li quali, scalpitate coʼ piedi le ricchezze, ed avutele a vile e disprezzatele, passarono con lieto e libero animo alle lunghe fatiche degli studi, delle virtú e delle scienze: e, passato il fiumicello, cioè le temporali delizie scalpitate, con cinque solenni poeti, cioè con quegli dottori li quali sieno per sofficienza degni a dimostrar quella via, [per la quale] alle filosofiche operazioni e perfezion si perviene. E intendo per le sette porti, per le quali dice che entrò con queʼ savi, le sette arti liberali: e non per quelle sette arti le quali molti intendono esser quelle con le quali i demòni ingannano gli sciocchi. E chiamansi «liberali», percioché in esse non osava, al tempo che i romani signoreggiavano il mondo, studiare altri cheʼ liberi uomini: o vogliam dire che liberali si chiamano, percioché elle rendono liberi molti uomini da molti e vari dubbi, neʼ quali senza esse intrigati sarebbono. E di queste arti ottimi dimostratori furono i predetti poeti, se con intera mente si riguarderanno i libri loro, neʼ quali, quantunque esplicitamente le regole, spettanti a dover dare la dottrina di quelle, per avventura non vi si truovino, eʼ vi si truovano le conclusioni vere e gli effetti certi delle regole, per le quali si solvono i dubbi li quali intorno alle regole posson cadere. È nondimeno da sapere non esser di necessitá, a colui che odierno filosofo vuol divenire, sapere perfettamente ciascuna delle liberali arti. Saperne alcuna perfettamente è del tutto opportuno, sí come al filosofo la grammatica e la dialettica, al poeta e allʼoratore la grammatica e la rettorica: poi sapere dellʼaltre i principi, e sapergli bene, è assai a ciascuno.
Entrò adunque lʼautore, per gli effetti delle liberali arti, con questi cinque dottori (coʼ quali si dee intendere ciascun altro entrare, il qual degno si fa per suo studio, imitando i valenti uomini), nel prato della verzicante fama della filosofia, dove da questi medesimi, cioè daʼ valenti uomini, e massimamente daʼ poeti, gli son dimostrati coloro che per le filosofiche operazioni meritarono la fama, la quale ancora è verde. E dissi «massimamente daʼ poeti», percioché di queste cosí fatte dimostrazioni niun altro par dover essere miglior maestro, che colui il quale col suo artificio sa perpetuare i nomi deʼ valenti uomini, e le glorie deglʼimperadori e deʼ popoli: e questi sono i poeti, deʼ quali è oficio il producere in lunghissimi tempi i nomi e lʼopere deʼ valenti uomini e delle valorose donne. La qual cosa quantunque facciano ancora gli storiografi, percioché nol fanno con cosí fiorito, con cosí rilevato, né con cosí ornato stilo, sono in ciò loro preposti i poeti; li quali in questa parte lʼautore intende per la perseverante dimostrazione, la qual sempre davanti da sé porta i nomi e lʼopere di coloro che son degni di laude.
Ma puossi qui muovere un dubbio e dire: che hanno a fare gli uomini dʼarme e le donne con coloro li quali per filosofia son famosi? Al quale si può cosí rispondere: non essere alcun nostro atto laudevole, che senza filosofica dimostrazione si possa adoperare. Stolta cosa è a credere che alcuno imperadore possa il suo esercito guidare ogni dí salvamente, senza prendere i luoghi da accamparsi, trovare le vie per le quali aver con salvocondotto si possano le cose opportune allʼeserciti, guardarsi dalle insidie, prender lʼordine o dare al combattere una cittá, ad assalire i nemici, al venire alla battaglia, se la disciplina militare, nella quale gli conviene essere ammaestratissimo, non gliela dimostra; e questa disciplina militare è fondata e stabilita sopra i discreti consigli della filosofia, li quali, quantunque non paia a molti sillogizzando prestarsi, nondimeno, se i ragionamenti, se i divisi, se i consigli si guarderanno tritamente, tutti dal discreto filosofo in sillogistica forma si riduceranno. E perciò se quegli, che ottimi maestri nella disciplina militar furono, coʼ filosafi si ponghino e nominino; come filosafi in quella spezie deʼ loro esercizi vi si pongono. Cosí ancora le donne, le quali castamente e onestamente vivono, e i loro ofici domestici discretamente e con ordine fanno, senza filosofica dimostrazione non gli fanno. E dobbiamo credere non sempre nelle cattedre, non sempre nelle scuole, non sempre nelle disputazioni leggersi e intendersi filosofia. Ella si legge spessissimamente neʼ petti degli uomini e delle donne. Sará la savia donna nella sua camera, e penserá al suo stato, alla sua qualitá: e di questo pensiero trarrá lʼonor suo, oltre ad ogni altra cosa, consistere nella pudicizia, nellʼamor del marito, nella gravitá donnesca, nella parsimonia, nella cura famigliare; trarrá ancora di questo pensiero appartenersi a lei di guardare e di servare con ogni vigilanza quello che il marito, faticando di fuori, acquisterá e recherá in casa; dʼallevare con diligenza i figliuoli, dʼammaestrargli, costumargli; e similmente intorno alle cose opportune dar ordine aʼ servi e allʼaltre cose simili. Che leggerá piú a costei nella scuola, che nella sua etica, che nella politica, che nella iconomica le dimostrerá niuna cosa? Dunque quelle, che cosí hanno adoperato e adoperano, non indegnamente, secondo il grado loro, coʼ filosafi sederanno di laude e di fama perpetua degne. Non dunque fece lʼautor men che bene a discrivere i famosi uomini in arme e le valorose donne in compagnia deʼ solenni filosafi.