NOTE:
Reading edition
È del 3 aprile '37 una pietosa lettera (Vedi Bonfadini, 109, 110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi si deve fare un'operazione assolutamente necessaria: se essa non riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione». Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche «quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l'anima materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre. Prepara l'altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di stato» vedi il libro citato del Lebey, Les trois coups d'état, etc.
91. Ib..
Giuseppe Mazzatini, in un suo scritto: I moti del 1831 a Forlì, aggiunge queste interessanti notizie, che comprovano quanto dicemmo, cioè come il sentimento della gratitudine e della memoria fosse vivace nell'animo di Luigi Napoleone: dopo un anno, quando nel '32 era nella Svizzera, così scrisse il 18 luglio al Baratti: «La lettera che avete scritta, mi ha fatto gran piacere, giacchè mi rincresceva di essere privo da lungo tempo delle vostre notizie. Vi avrei prevenuto molto avanti se non avessi temuto che un semplice atto d'amicizia male interpretato vi arrecasse dispiaceri, mentre sentiva il bisogno di esprimervi la mia riconoscenza per la testimonianza d'affetto che mi avete dimostrato in circostanze per me sì luttuose. Credete che non dimenticherò mai le vostre premure per alleviare il mio dolore. Dopo molti penosi viaggi a traverso la Francia e dopo il soggiorno di alcuni mesi in Inghilterra, siamo alfin giunti in Svizzera dove passiamo una vita tranquilla da un anno a questa parte. Mia madre m'incarica di farvi i suoi complimenti e la sua salute è adesso soddisfacente. Adesso io godo buona salute, benchè abbia sofferto lungo tempo di diverse malattie. Addio, caro signor Baratti; credete alla mia amicizia. — Louis N.» Curiosissima fra l'altre, è la lettera (io ne ho vista la minuta) che, testimonianza della loro amichevole relazione, il Baratti scrisse il 29 dicembre del '49 a Napoleone: dopo molti complimenti, gli diceva: «L'Italia esulta che la Francia si sia scelto spontaneamente per capo chi ha più degli altri ereditato dal grande Uomo l'istinto alla grandezza e alla gloria. L'Italia vi ha conosciuto e confida». A Forlì si va tuttora ripetendo che il principe Napoleone morì di veleno: il figlio del Baratti, che ricorda benissimo i due fratelli a Forlì, nega ogni valore a questa voce; e i cronisti, indiscutibilmente veridici, come il Calletti e il Baccarini, sono d'accordo nel dichiarare la natura della malattia. A Forlì vive il figlio di G. B. Baratti che conobbe i due fratelli nel '31 ai Bagni di San Piero in Bagno e fu amatissimo dalla vedova e da Napoleone III: questi, anzi, mortogli il fratello, fu ospitato da lui che abitava presso all'albergo. Il signor Baratti conserva il bicchiere che aveva seco il principe Napoleone Luigi: è di cristallo di Boemia ed ha nel centro, entro a una targa di cristallo, il ritratto di Napoleone I coronato d'alloro. Oltre una tabacchiera di tartaruga, con tre piccole medaglie di bronzo sul coperchio, rappresentatevi Ortensia, Giuseppina ed Eugenia, possiede un medaglione d'oro che racchiude entro a un cerchio di capelli una N pur fatta di capelli: fu dono della vedova, e i capelli sono del principe. Del quale, fra il carteggio che il Baratti ebbe colla famiglia Bonaparte, ho ritrovato solo questo biglietto, senza data ma del '31, ed a lui diretto: «Sono dispiacentissimo di non aver trovato in Forlì la mia conoscenza di San Piero in Bagno. Il conte Saffi sta benissimo e si è fatto onore molto in uno riscontro che abbiamo avuto con dei briganti in Sabina a 18 mille (sic) di Terni. Napoléon L.»
dal delitto trasse il diritto, e dal misfatto il fato,
come scrisse il Carducci. Oggi in verità non appare che come documento della nobile allucinazione della sua mente. In essa è detto: «Quando la provvidenza suscita uomini come Cesare, Carlomagno, Napoleone, è per tracciare ai popoli la via da seguire, segnare con il suggello del loro genio un'êra novella, compiere in qualche anno il lavoro dei secoli. Felici i popoli che li comprendono e li seguono! Sventura a quelli che li misconoscono e li combattono!
Nè l'assassinio di Cesare, nè la prigionia di Sant'Elena hanno potuto distruggere per sempre due cause popolari, rovesciate da una lega, coperta sotto la maschera della libertà e così si avvera ogni giorno, dal 1815, la profezia del Prigioniero di Sant'Elena: quante lotte, e sangue, e anni non abbisogneranno, perchè il bene che io volevo fare all'umanità possa avverarsi!»
Il Carducci, che fu avverso quanto altri mai a Napoleone III, e non eccessivamente tenero del conte di Cavour, scrisse: «Napoleone III non pensò certo a un regno d'Italia di cui coronarsi egli come Carlo Magno e il primo Napoleone: troppo erano diversi i tempi, se anche a lui benigni e opportuni: ma certo aveva vagheggiato un regno murattiano a Napoli e un bonapartiano in Etruria; e con molto rimpianto dovè scuoter via il bel sogno d'una confederazione italiana sotto la presidenza del pontefice. Camillo di Cavour non aveva ancora abbracciato tutta l'idea dell'unità come fece indi a poco; ma che che ne paresse ai democratici ed anche ad Alberto Mario, il conte non si voleva tra i piedi regni murattiani o bonaparteschi». (Alberto Mario, scrittore e giornalista.)
Per ciò poi che riguarda la Francia, crede o desidera di far credere ad E. D'Azeglio «che la rivoluzione si estenderà alla Francia, che sarà così governata da un sovrano spogliato del suo prestigio e ne seguirà una conflagrazione ben maggiore di quella che oggi si teme». È lo spettro della Rivoluzione; del quale mezzo così acuto uso farà Cavour di fronte a Napoleone. Parlando poi di questa lettera al Nigra, il De La Gorge (op. cit., II, pag. 422) ne fa maligna parafrasi, dicendo che Cavour scrisse al Nigra «affinchè arrivasse sino a Napoleone e con la sua astuzia, i suoi sotterfugi, le sue preghiere lo strappasse alle influenze degli amici della pace».
249. Ib.
«Vostra Maestà — diceva — si ricordi che gli Italiani, tra i quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande: si ricordi che gli furono fedeli sino alla sua caduta. Vostra Maestà non respinga la voce suprema d'un patriota sui gradini del patibolo: liberi la mia patria, e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno nella posterità».
Dopo l'attentato dell'Orsini l'Hübner voleva sapere se era vero che «l'Imperatore avesse l'imaginazione colpita» (Hübner, II, pag. 285); e al Cavour sono attribuite queste parole: «Per l'Imperatore, Mazzini è uno dei suoi più feroci nemici: gli spedisce ogni tre mesi degli assassini: una specie particolare di pazzia» (Chiala, III, CV). Il proposito di Napoleone di graziare l'Orsini è stato messo in dubbio; anzi, negato dal nobile Carlo di Rudio (Resto del Carlino, 4 ottobre 1908), il quale riferisce particolari interessanti, ma molto contestati e contestabili, sull'attentato. Ma della volontà di graziare l'Orsini non può cadere dubbio (vedi anche Hübner). Altre deduzioni si potrebbero fare se risultasse che la polizia austriaca sapeva in antecedenza dell'attentato (vedi Bonfadini, op. cit., pagg. 173-176 e Prefazione alle citate Memorie del Griscelli, Loescher, 1908). Avvenuta la pubblicazione delle lettere dell'Orsini nella Gazzetta Piemontese, scrive l'Hübner: «I giornali di Parigi non hanno osato riprodurre gli ultimi scritti dell'assassino, che l'organo del signor Cavour raccomanda come modello alla gioventù italiana». Specialmente perchè la provenienza dovrebbe significare qualche cosa, ristampo questi passi di lettera che da Parigi Amilcare Cipriani, non inferiore al Rudio per audacia rivoluzionaria, ma coscienza insospettata, scriveva il 17 settembre 1906 al signor Paolo Mastri e che fu edita nel Resto del Carlino (17 settembre 1908):
«.... la prima lettera che scrisse all'Imperatore, questi, profondamente impressionato e commosso, per tentare di salvarlo e servire in pari tempo la causa italiana per la quale l'Orsini si era sacrificato, per l'intermediario di Pietri, la fece recapitare a Jules Favre difensore dell'Orsini stesso, acciocchè la leggesse dinnanzi alle Assise, ciò che fu fatto.
«L'effetto fu strepitoso e, se Orsini non ebbe salva la vita, ebbe salvo l'onore.
«I ministri andiedero su tutte le furie, ed il conte Hübner, ambasciatore austriaco ne fu sbalordito, perchè intese che era un colpo diretto al cuore del suo governo.
«La seconda, quella ch'egli scrisse alla vigilia di morire, l'Imperatore l'inviò a Cavour, pregandolo di pubblicarla nella Gazzetta Ufficiale del Piemonte.
«Cavour, sorpreso, obiettò che un tale atto equivaleva ad un attacco diretto di entrambi contro l'Austria.
«Napoleone rispose si pubblicasse, e così fu fatto. Erano le prime ostilità.
«Quattro mesi dopo Cavour e Napoleone si trovarono a Plombières: l'Imperatore fu ben presto convinto che Orsini non era un delinquente, ma un apostolo che s'immolava per la sua patria, e non avendo potuto salvargli la vita, gli fece sapere in carcere: «che d'ora innanzi tutti i suoi pensieri erano oramai rivolti alla liberazione d'Italia.» Per questa complicata questione dell'Orsini si desiderano i promessi studi di Alessandro Luzio.
Sono proprio di quel tempestoso mese di marzo, quando dopo la nota del Monitore, il Cavour — secondo il Guerrazzi — aveva perso il sonno e tutto andava in isconquasso, queste interessanti istruzioni per Poerio e gli altri esuli napoletani a Londra:
Illuminare l'opinione pubblica inglese, evitando però, come fecero sinora con tanta prudenza, le dimostrazioni e gli atti che potrebbero farli confondere con la screditata emigrazione mazziniana. Cercare ogni modo per dimostrare che le due grandi cagioni dei nostri mali sono: l'influenza austriaca e la dominazione temporale del Papa: insistere su questo punto per rendersi favorevole l'opinione protestante. Fare adesione alla politica piemontese, senza però lasciar travedere che si subisca l'influenza venuta da Torino. Insistere perchè l'Inghilterra faccia prevalere nel Congresso (se Congresso vi sarà) il principio del non intervento dell'Austria, in modo preciso ed assoluto, nei paesi situati sulla sponda destra del Po.
NB. È del 19 aprile questa lettera del Cavour a G. Gorio (Chiala, VI. pag. 394): «Non si dia più verun fastidio per la pronta vendita dei buoi grassi. Salveremo le vacche, ma perderemo la causa italiana, che pareva prossima ad una soluzione favorevole. L'Imperatore è stato ingannato od è traditore. Ci ha fatto un danno irreparabile col costringerci al disarmo. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che abborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo».
Oramai era deciso: il conte Buol rispose all'ambasciatore inglese che «v'era un'opinione pubblica anche in Austria, con un Imperatore giovane e cavalleresco a cui la dignità e l'onore del suo paese erano sacri. Noi siamo stati sbeffeggiati, provocati, insultati per lungo tempo dalla Sardegna». Vedi Chiala, III. CXXXVII. Tentò il Walewski il mezzo supremo dell'intimidazione per mezzo di Massimo d'Azeglio, mandato in quei giorni a Parigi ed a Londra dal Cavour: «Per carità, consigliate, consigliate al vostro governo subito il disarmo. Se voi non disarmate, l'Austria vi attaccherà e vi schiaccerà senza fallo. Noi verremo in vostro soccorso, ma sarà troppo tardi. L'esercito piemontese avrà cessato d'esistere e il Piemonte servirà di campo di battaglia tra Francia ed Austria».
«Il latore della presente ha l'ordine di mettersi a vostra disposizione tre giorni per la risposta.
«Se allo spirare di questo termine non ricevesse risposta, ovvero essa non fosse completamente di nostra soddisfazione, la responsabilità delle gravi conseguenze che seguirebbero a questo rifiuto ricadrebbe tutta intera sul governo di Sua Maestà di Sardegna.
«Il mio Imperatore, dopo avere esaurito tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della Pace, dovrà con suo grande rincrescimento ricorrere alla forza delle armi.
«Nella speranza, ecc., ecc., signé Buol».
NB. Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera all'amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest'inverno una scappata a Parigi, voi mi troverete all'Hôtel di Bristol. Ho fermato l'appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».
NB. Per ciò che riguarda Milano, si consulti l'opera di prossima publicazione del signor Ausano Labadini, Milano e alcuni momenti del Risorgimento italiano.
NB. Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., Castelli, op. cit., pagg. 310 e 311).
NB. Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può raggiungersi senza sacrificare le leggi dell'equità. Comprendeva abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano, mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto l'illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò maledetto come autore di tanti mali». (Arturo Labriola, La Comune, pag. 28.)
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