V.
Reading edition
Tuttavia, il poetino
Giovin d'anni e di senno, non audace, Duro di modi ma di cor gentile,
s'avvide, o credette d'avvedersi, che Euterpe non era sincera con lui, e la piantò in asso. In cose d'amore, diceva da vecchio, sont staa semper un imbrojàa! E si lasciò sedurre dal «sospiro» di Erato.
Par proprio di quel tempo l'Ode, squillante di armonie pariniane, che comincia Qual su le cinzie cime. Al poeta giovinetto fu forse ispirata dall'«angelica» fanciulla, della quale confessava d'essersi invaghito «con fortissima e purissima passione» nel 1801, e soggiungeva d'aver rivista a Genova sei anni dopo[7]. Non ancora, vi dichiara, gli occhi suoi erano «dolci»—«dotti», corresse in un'altra copia—«d'amorose lagrime»; e gli occhi di lei, «vincendo di splendor l'emule Vergini», gli si rivolsero «dolcemente gravi». E come «soave» era quella voce!—Non so se anche il «parlar» di costei, «eletto e nitido», cadesse
come di limpide Acque lungo il pendio lene rumor;
ma chi non risente la grata fragranza catulliana delle odi Il pericolo e Il messaggio, in queste alate strofette, leggiadramente intessute di settenari e d'endecasillabi, e rese più agili dagli sdruccioli non frenati da rime?
Da gl'innocenti sguardi Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano, Escono accesi dardi, Non certi men nè di più leve incendio Se dal fronte scendendo il crine avaro Dolce fa lor riparo:
Non altrimenti in cielo Febo sorgendo, di dorate nuvole A' suoi splender fa velo, Che vincitor superbi indi sfavillano, E la terra soggetta in suo viaggio Tinge di dubbio raggio.
Oh qual tutta di nove Fatali grazie ride allor che l'invido Crin col dito rimove, E doppio appresta di beltà spettacolo Sul picciol fronte trascorrendo lieve Con la destra di neve!
Il poeta è stato assalito dal «fanciulletto Idalio», mentre
per le fiorenti Ascree piagge scorrea, lungo le Aonie Secrete acque;
e non gli valsero a difesa «gli aspri precetti di Zenon».
Nè vuol ch'io canti, rossa Di sangue, Italia; onde ancor pochi godono; Nè di plebe commossa Le feroci vendette, ed i terribili Brevi furori, e i rovesciati scanni De' tremanti Tiranni.
Celebrerà dunque Venere, traente «da' gorghi del paterno Oceano Le rugiadose chiome»,
E il Zeffiro lascivo Che ne le zone de le incaute vergini Scherzar gode furtivo, Onde audaci i pastor maligni ridono, E a lor la guancia bella e vergognosa Tinge virginea rosa.
Ma il pudico poeta non ne fece poi più nulla. E si lasciò invescare dall'«amaro ghigno» di quella Musa, che aveva pur allora perduto il principale suo «sacerdote» nel Parini: da Talia.
Nell'ottobre del 1803, in compagnia d'un suo zio paterno e di due altre famiglie milanesi, i Draghi e i Tordarò, era andato a Venezia; dove rimase circa un anno. Che grata impressione ricevette da «quei palazzi così stupendamente variati», da quel dialetto, che è, diceva, «un così felice miscuglio di tronchi, piani e sdruccioli»! (Cara invidia per chi, negli Inni e nell'Ode, avrebbe poi adottati i metri pariniani!). Lo zio e gli altri due, fautori e impiegati dell'Austria, vi erano mal visti; «e siccome Tordarò era brutto bene, i Veneziani fecero quel verso: Due di bestie hanno il nome, un la figura». Ma, soggiungeva, «quanto a me, che fui conosciuto subito per avverso al dominio straniero, si diceva: In presenza di lui si può parlare, perchè non è dei loro». Vi conobbe molti senatori e molte gentildonne: il doge Manin, che «in quell'inverno si lasciò rubare per ben quattro volte il tabarro per via»: Francesco Pesaro, ancor dolente «d'essere stato fischiato allorquando aveva proposto in Senato di armarsi e di unirsi all'Austria contro i Francesi»; e quel Camillo Gritti, in onor del quale il Parini aveva scritto La magistratura. «Io lo trovai una sera», narrò poi il Manzoni, «in una conversazione; e, accostatomi a lui, gli dissi pieno d'entusiasmo: C'è un'ode del Parini fatta per Lei! Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene!» Ritornando, volle soffermarsi un giorno nella «gentil Vicenza»; ma anche qui gli occorse un caso strano. «Entrai», raccontava, «in una bottega da caffè, e uno dei signori che vi erano seduti, s'alzò e venne a me, a chiedermi se io ero nobile, perchè quello era il Caffè dei nobili. Io gli risposi che nel mio paese non c'erano più queste distinzioni; e che se fossi stato nobile prima, non lo sapevo, perchè mi pareva cosa di tanto poca importanza da non curarsene affatto»[8]. (In verità, i Manzoni erano nobili del contado, e possedettero un tempo il feudo onorifico di Moncucco nel Novarese; e quando don Pietro e il fratello canonico don Paolo vennero a stabilirsi a Milano, avevan chiesto d'essere ammessi al patriziato, ma la domanda non era stata accolta, perchè la loro famiglia non era vissuta per oltre cento anni nella città).
Nel soggiorno veneziano, nell'arguta oltre che bella città che fu patria dell'ammirato Goldoni (il Manzoni, da vecchio, esclamava: «E il Goldoni! che ingegno comico! Molière fa ridere, ma talvolta fa odiare i suoi personaggi: Goldoni fa sorridere, e li fa amare[9]») e di Gaspare Gozzi, si sentì dunque nelle grazie di Talia, e snocciolò l'uno dopo l'altro tre Sermoni, che mandava via via agli amici milanesi. Persuaso d'esser nato a far versi, preferiva oramai «notar la plebe con sermon pedestre» al celebrare con «numeri sonanti» le memorande, ma fin troppo memorate, «opre antiche d'eroi» (Serm. III). Non già per «consiglio di maligno petto»; ma
Lidia m'occorre, che di frutti estrani
Fatti e costumi Altri da quei ch'io veggio, a me ritrosa Nega esprimer Talia. Che se propongo Dir Penelope fida, e il letto intatto De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente Feconda l'orto del marito; cui Non Ilio pertinace o il vento avverso, Ma il prego mattutino o l'affrettata Visita de l'amico o il diligente Mercurio tiene ad ingrassare il censo De l'erede non suo. L'imprese appena Tento di Cincinnato e il glorïoso Ferro alternato alla callosa destra, O i Legati di Pirro innanzi al duro Mangiator del magnanimo legume; Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri Villano, oggi pretor, poco si stima Minor di Giove, e spaventar mi crede Con la forzata maestà del guardo.
Difficile arte però quella del poeta, e non da sfaccendato o da distratto in altre cure. E lo sapeva bene il Parini, il «divo Parini»! (Serm. II).
Quando sull'orme dell'immenso Flacco Con italico piè correr volevi, E dei potenti maledir l'orgoglio, Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne, Al crin mentito ed a la calva nuca Facessi oltraggio[10]. Indi è che, dopo cento E cento lustri, il postero fanciullo, Con balda cantilena, al pedagogo Reciterà: Torna a fiorir la rosa.
E anche l'Alfieri lo sapeva, «primo signor de l'Italo coturno»! Ma ora, quanta e quale profluvie di «versi inetti», degna forma di «maldigesta dottrina»! Manca (mancava allora, s'intende!) il gusto della buona poesia; e invece tutti ne voglion giudicare: «o sii tu servo, O duro fabbro, o venda in su i quadrivi Castagne al volgo».
Che dirò dei teatri? . . . . . Mentre Emon si spolmona e il crudo padre Alto minaccia, e la viril sua fiamma Ad Antigone svela, o con l'armata Destra l'infame reggia e il ciclo accenna, Odi sclamar dai palchi:—Oh duri versi! Oh duro amante! Dal tuo fero labbro Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio Megagle ad Aristea, Clelia ad Orazio!—
L'Alfieri è venuto in uggia per la sua austerità ed asprezza. Il dramma che ora piace è quello novissimo—di Francesco Albergati, di Camillo e Carlo Federici, di Giuseppe Foppa, di Giovanni de Gamerra, di Giuseppe Zanoia, di S. A. Sografi, di Giovan Gherardo de Rossi, di Giovanni Greppi, di F. A. Avelloni, di Andrea Willi—che mescola e confonde il riso colle lagrime: un mirabile mostro, il piè destro calzato di coturno, il sinistro di socco, e sul volto una maschera informe, atteggiata a un comico ghigno ma solcata da lagrime e da sangue.
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima, Primo signor de l'italo coturno? Te, ad imparar come si faccia il verso, De gl'itali Aristarchi il popol manda. Mirabil mostro in su le ausonie scene Or giganteggia. Al destro pie' si calza L'alto coturno e l'umil socco al manco; Quindi va zoppicando; informe al volto Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno Grondan lagrime e sangue.
Che insano entusiasmo, allora, in quel principio di secolo, per simili sconcezze (ogni tempo ha le sue!)...
Allor che al denso Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti Di voci e palme un suon, che per le cave Volte rumoreggiando, i lati fianchi Scote al teatro e fa sostar per via Maravigliato il passaggier notturno.
Il poeta, nauseato d'un simile schiamazzo, si chiude coi suoi pensieri e coi suoi libri, e medita.
Io, perchè de la plebe il grido insano Non mi fieda l'orecchio, in questa cella Mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri Quanti coll'occhio annoverar tu possa.

Alessandro Manzoni a 20 anni.