QUARTO ATTO
Reading edition
Il vestibolo.
Tra il vespero e la sera. — La lampada è già accesa. Nel giardino va addensandosi la notte. Il lembo di cielo visibile, attraverso il vano, sulle chiome degli alberi, va, man mano, avvivandosi di qualche stella.
I.
(Dall'interno della Casa di Salute si propaga, sommessa, la preghiera dell'Angelus cantata a coro dalle Ricoverate.)
Ulrico e Francesco
(sono seduti presso il tavolino, l'uno di faccia all'altro: tutti e due curvi, oppressi, meditabondi nella acuita ascoltazione che li accomuna.)
La preghiera
(È l'ultima strofa:)
Ancora ancora serbaci, o Signore, il tuo favore, d'ogni bene, quaggiú, principio e via. E cosí sia!
(La melopea si spegne, lasciando nell'aria un'ondulata scia di misticismo.)
(I due amici parlano in un tono di segretezza. Non ne sanno il perché. Non se ne danno ragione.)
Ulrico
La sua voce, l'hai distinta?
Francesco
L'ho distinta, sí.
Ulrico
Anch'io l'ho distinta. E mi ha sorpreso che prettamente modulasse le note d'un canto ascetico quella bocca che sino a qualche mese fa aveva modulate, con esperta lascivia, le note di una danza voluttuosa.
Francesco
Ed era tra tutte le voci la piú carezzevole.
Ulrico
La piú carezzevole e la piú pacata, la piú ferma.
Francesco
Verissimo.
Ulrico
Come spieghi la schietta serenità di lei dopo le emozioni che oggi l'hanno squassata?
Francesco
Ella cantava pregando. E appunto il pregare contribuiva a rasserenarla.
Ulrico
È diventata cosí mistica, cosí religiosa da trovare la serenità nella preghiera?!
Francesco
È diventata cristiana: — nell'altruismo, le sue aspirazioni; nella temenza di peccare, i suoi spasimi; nella preghiera, il conforto da cui le deriva la serenità.
Ulrico
Converrai che c'è da intontire. Un'atea di quella risma!...
Francesco
Un'atea, no. Non una credente, ma nemmeno un'atea. L'ateismo è un convincimento. Ed è una forza, giacché un convincimento è sempre una forza. Ella non recava in sé nessuna forza, non c'era in lei che una psichica inferiorità, una fiacchezza ignara che vagava e si smarriva nella sua ignoranza. Mi è stato agevole, per questo, fare di lei la piú religiosa delle mie Ricoverate. L'ignoranza dei deboli è un gran vuoto che aspetta d'essere riempito e che la religione può senza fatica riempire.
Ulrico
(ha la mente scompigliata ed esausta, il corpo vinto dalla rilassatezza.) Sarà stato come tu dici! Non discuto... Non ho la capacità di discutere... Del resto, tutto ciò non ha piú alcuna importanza! (Ostenta un gesto noncurante e risolutivo.) Quel che è fatto è fatto! Io ci metto sopra una croce, e la saluto con una voltata di schiena! (Si alza, piglia il cappello.)
Francesco
(impulsivamente) Cos'è? Te ne vai?... Te ne vuoi andare?
(Una pausa.)
Ulrico
(come un infermo abbattuto dalla infermità) Mio caro Francesco, ti ho afflitto, vessato, tormentato senza restrizioni. È tempo che ti liberi. Tu, scusami, dimentica e non ti preoccupare piú di me. Tant'è: sono quasi calmo. L'uragano è dileguato. Lo ha disperso quel supremo pacificatore dei piú gravi cataclismi dell'umanità che è... l'Ineluttabile!... La sola conseguenza che deploro di tutta questa faccenda è che non saprò come impiegare i logori avanzi della mia vita. Ci sarebbe da buttarli via... Ma... vedremo!... Si ha pure da attendere un po' l'impreveduto. Buona notte, Francesco!
Francesco
(alzandosi, rude, imperativo) Ulrico, io non ti permetterò d'allontanarti di qui sinché ci sarà lei.
Ulrico
Non me lo permetterai, perché?
Francesco
Tu la rivedrai! Tu le riparlerai!
Ulrico
E a qual fine?
Francesco
Per indurla ad amarti, per indurla a seguirti. Non si vince senza combattere. Tu devi vincere!
Ulrico
Queste sono le frasi con cui s'incoraggiano gli eroi delle imprese balorde!
Francesco
Non è mai una impresa balorda l'ostinarsi d'un innamorato nel proposito di farsi amare.
Ulrico
Tutto quello che potevo dirle per farmi amare, io glielo ho detto.
Francesco
Non le hai detto abbastanza. Non hai abbastanza insistito.
Ulrico
La sua indifferenza verso i miei sentimenti, verso la mia persona, è, oramai, insuperabile, e tu lo hai compreso come l'ho compreso io.
Francesco
Il colloquio di oggi è stato troppo brusco, troppo subitaneo, troppo breve, troppo superficiale. Insistere insistere insistere con l'ardente pienezza della tua fiamma nuova! Presto o tardi, il grande amore suscita l'amore!
Ulrico
Non in una donna nella quale l'amore sia già sbocciato con la sua anima stessa!
Francesco
(muggendo sordamente) E dàgli! E dàgli!..
Ulrico
Contro di me ti adiri?!
Francesco
Sono tante scudisciate le tue obiezioni!
Ulrico
Le mie obiezioni rispecchiano, con esattezza, qualche cosa di cui il tuo acume di scienziato e la tua sensibilità di uomo hanno ben còlta una prova definitiva.
Francesco
(acceso, congestionato) Io mi strapperei il cervello per non pensare d'essere colui che te la toglie! Questo pensiero mi sconvolge, mi terrorizza!
Ulrico
Anche di piú ti sconvolge e ti terrorizza, Francesco, il pensiero che presto o tardi il grande amore suscita l'amore, inquantoché — se proprio credi che ciò sia — non puoi ritenerti inaccessibile a un tale fenomeno.
Francesco
(esaltato di terrore) La tua nefasta gelosia m'impone sempre di piú l'incubo maligno che sorge dall'attaccamento di quella donna! Ma io lo scaccerò! Lo scaccerò come si scaccia il profanatore d'un sacrario! E se non riuscirai tu a farti amare da lei, riuscirò io a farmene odiare! (Si domina. Aduna le idee.)
Ulrico
(inerte, flaccido) Be', non incollerirti di piú. Sono a tua disposizione.
Francesco
Tu sarai ospite mio. E a cominciare da stasera avrai modo di ritentare. Dopo la preghiera dell'Angelus e il raccoglimento che segue, è concessa alle Ricoverate una parentesi di emancipazione affinché esse diano segni espliciti delle loro vicende mentali, dei loro progressi o dei loro regressi. Per Sonia Zarowska è convenuto piú specialmente che la Suora la mandi in giardino se l'aria sia mite. Ciò serve a provarle che merita d'essere trattata come una persona normale e a deviarla dalla tendenza che rivela per la clausura. Oltre di che, sotto il cielo stellato o al chiaro di luna, ella si abbevera di poesia; e la poesia si tramuta, per lo spirito, in ossigeno di bellezza morale. Stasera l'aria è mitissima. In giardino ella sarà tra pochi minuti. Lí, la troverai in condizioni propizie ad ascoltarti. — E adesso vieni con me, buono e paziente. Non sarebbe opportuno che súbito tu t'incontrassi con lei. Bisogna che, in giardino, rimanga un pezzo tutta sola. So quel che dico. Fatti guidare da me.
Ulrico
(con accasciata malinconia) Io il burattino, tu il burattinaio; ma siamo ambedue egualmente grotteschi e miserevoli!
Francesco
(mettendogli, fraterno, una mano sulla nuca) Vieni, vieni, Ulrico! E taci. Non piú sfoghi amari e inutili! Vieni! (Lo conduce via, a destra.)
II.
(Una strampalata vociferazione anima gradatamente l'atmosfera. Le voci di alcune Ricoverate, in diversi toni e accenti, si succedono e anche si mescolano, dissonanti:)
— Uno due tre quattro cinque...
— Tutti manigoldi! Tutti assassini!
— (una specie di ululato) Aùuu! Aùuu!
— Suora Marta, io sono muta!
— (risate.)
— Oh! che festa! che tempesta!
— (con altisonante slancio declamatorio:)
Non vuoi col brando uccidermi, e coi detti Mi uccidi, intanto?
— Chi di noi è la piú bella?
— Io!
— Io!
— Io!
Una voce zelante
Andiamo nell'altra sala a chiassare! E sarà bene chiudere la porta!... È serata bisbetica. Se il Direttore ci sente!...
(La piccola gazzarra gaia e tragica si allontana.)
— Uno due tre quattro cinque sei...
— Aùuu! Aùuu!
— (declamazione:)
O morte, o morte, Cui tanto invoco, al mio dolor tu sorda Sempre sarai?
— Chi di noi è la piú savia?
(Risponde un mugolio corale, in sordina:)
— Sonia Sonia Sonia Sonia Sonia...
(Silenzio.)
III.
(Comparisce Agnese nel giardino. — Indossa un abito semplice e scuro. Un semplice cappellino, che ha un po' la foggia d'una cuffia monacale, le incornicia la fronte senza alterare le linee del volto, perspicue come quelle d'un cammeo.)
Agnese
(indugia di là dalla soglia. La febbrile premura che la sospinge è contrastata da un sopravvenuto sgomento. Quando ella si decide a varcare la soglia, un leggero capogiro la squilibra e la costringe ad appoggiarsi a uno spigolo del vano.)
(Si avanza Sonia dalla porta a sinistra che si è appena aperta e si è richiusa.)
Sonia
(nel vedere Agnese, si sofferma con un vivo trasalimento.)
Agnese
(riavendosi, se la trova davanti, a molta distanza, in una strana intensa contemplazione, e, memore delle stranezze che fioriscono tra quelle mura, non si meraviglia.)
Sonia
(persiste nel guardarla, trasfigurandosi, e un culminante moto interiore traspare dalla sua trasfigurazione.)
Agnese
(è attirata da quella persistenza, e, facendo qualche passo verso la giovane che le è ignota, la interroga, rinnovando l'antica consuetudine di rivolgere la parola alle Ricoverate con affettuoso interessamento:) Chi siete voi, cara, che tanto mi guardate?
Sonia
Chi sono io?... Come dirtelo?... Sonia Zarowska mi chiamo, ma non sono piú Sonia Zarowska.
Agnese
Ah, no?
Sonia
Sono tutta diversa, ora, dal mio nome.
Agnese
(le si accosta, correggendola, garbata, suasiva) Il nome non conta. Siete tutta diversa da quella che eravate.
Sonia
(compiacendosi di essere compresa) Da quella che ero, sono diversa.
Agnese
Una seconda esistenza?!
Sonia
Una seconda esistenza. Ne dubiti?
Agnese
Non ne dubito, cara! Non ne dubito. Alcune circostanze della nostra vita producono in noi profondi mutamenti. Dal bene al male, o dal male al bene. Nel caso vostro, io credo, dal male al bene.
Sonia
Ma non una circostanza della mia vita mi ha mutata. Mi ha mutata Lui. Solamente Lui.
Agnese
Arguisco che il vostro Lui sia l'uomo filantropico e sapiente che vi ha accolta in questo asilo per prendere cura di voi.
Sonia
Sí, quello è il mio Lui!
Agnese
E dunque?... Le azioni buone o cattive che riceviamo non sono appunto le circostanze che piú influiscono su noi e piú ci trasformano?... L'accoglienza da lui concessavi è stata la circostanza che ha prodotto il vostro salutare mutamento.
Sonia
È giusto, è giusto. Hai ragione. Tu parli con sapienza: con la medesima sapienza che ha Lui. Io da ignorante parlo.
Agnese
E mi guardate!... Ancora mi guardate!?
Sonia
Non disdegnare che ti guardo!
Agnese
No, non disdegno. Perché dovrei disdegnare?
Sonia
Sei cosí in alto!
Agnese
Troppo si affretta la vostra immaginazione a illudervi sulla mia persona! Io vivo nel piú umile cantuccio della terra.
Sonia
(irradiandosi d'ammirazione) E non sei forse tu sua moglie?...
Agnese
(con un sobbalzo) Come lo avete indovinato che sono sua moglie?
Sonia
Non l'ho indovinato. Ti conosco.
Agnese
Non ci siamo incontrate mai prima di stasera.
Sonia
Ti conosco nel tuo ritratto, presso al quale egli lavora e studia, e ti conosco nella costante adorazione ch'egli ha per te.
Agnese
Ammetto, cara, che un mio ritratto veduto presso di lui vi abbia dato qualche indizio; ma che mi conosciate nella sua adorazione non è che una fantasticheria cortese suggeritavi da un estro sibillino. Voi vi compiacete di fare la zingarella lusingatrice.
Sonia
Che egli ti adori, io lo so! io lo so!
Agnese
Non potete saperlo, mia buona creatura. Egli non può averlo palesato a voi.
Sonia
Io so di saperlo. Quella adorazione, segreta, mi è entrata a poco a poco nel cuore insieme con la sua voce, con i suoi sguardi, col suo fiato, insieme con la sua tristezza. E, triste e sconsolata, quale egli, segretamente, la sentiva, quell'adorazione, segretamente, quasi mia diventava!
Agnese
(presa e attonita) Quasi vostra!?
Sonia
... Tu eri assente. Eri assente e non morta. Dove ti nascondevi?... Perché ti nascondevi?... Se fossi stata degna di ricondurti a lui, mi sarei data a cercarti, a cercarti, e dovunque ti avrei cercata. Ma ecco che, non cercata da nessuno, non ricondotta da nessuno, tu sei qui. Sei tornata, sei tornata quando piú era provvidenziale che tu tornassi. Sei tornata per la tua volontà e per la tua fede, anche piú fedele e piú amorosa e piú devota di come ti fa il tuo ritratto. Che tu sia benedetta!
Agnese
(ha l'impressione d'un incantesimo o d'un miracolo) Sonia Zarowska!... Insomma, chi siete, chi siete, voi? Chi siete realmente, ora, «tutta diversa da quella che eravate»?... E che cosa è questa vostra generosa dolcezza, che mi si è mossa incontro cosí bizzarra, cosí oltre le facoltà umane?
Sonia
(con uno scatto di cruccio allarmato) Ti sembro io una demente?
Agnese
(sollecita e tenerissima) Oh, no!... Una demente, no! Non è mai demenza l'impulso di confortare, d'incoraggiare, di augurare. E i vostri occhi sono pieni di un pensiero sicuro e sagace, la vostra fronte è rischiarata dalla piú lucida ispirazione... (La trae a sé, e se la stringe al petto.) No, no, mia piccola grande amica misteriosa, voi non mi sembrate e non siete una demente!
Sonia
(rimpicciolendosi nell'abbraccio) Grazie! Grazie!... E non mi dimenticare, te ne prego! Non mi dimenticare!
IV.
(Irrompono Francesco e Ulrico — che si avviavano verso il vestibolo e, dalla stanza attigua, hanno scorto Agnese.)
Francesco
(vibrante di stupore) Tu qui, Agnese!
(Le due donne si staccano l'una dall'altra con simultanea rapidità.)
Sonia
(come trasportata da una raffica, sparisce nella penombra del giardino.)
Francesco e Ulrico
(oltre che dell'arrivo di Agnese, sono stupiti di aver trovate le due donne unite in un amicale abbraccio.)
Agnese
(ansima, ammutolita da una emozione in cui annegano le sue forze.)
Francesco
... Non una lettera, non un telegramma che mi avvertisse del tuo arrivo! Non un cenno qualunque che me ne facesse intravvedere la probabilità!... Un proposito repentino deve averti spinta a venire proprio all'improvviso.
Agnese
Un proposito non repentino, ma di cui repentinamente ho sentita improrogabile l'attuazione.
Francesco
E, invece di correre da me appena arrivata, ti trattenevi con una estranea?! In una cordialità cosí confidenziale — per colmo di stranezza — che perfino l'abbracciavi!
Agnese
Quella estranea mi è stata preziosa. Il piú gentile, il piú commovente esemplare dell'Incomprensibile!... Mi è apparsa dinanzi estatica quando io giungevo trepidante, scoraggiata. Il ricordo d'un mio ritratto e una specie d'intuito fatidico le hanno fatto súbito riconoscere in me tua moglie. E, come un piccolo angelo protettore, mi ha misteriosamente circondata d'una infantile effusione nella quale sorrideva la fiducia di sollevare il mio spirito e di ricongiungerlo al tuo. Poi, si è costernata sospettando di sembrarmi una demente, e io... l'abbracciavo per chetarla con un segno della mia tenerezza riconoscente.
Francesco
(accorgendosi che Ulrico è rimasto lí, in disparte) Hai udito, Ulrico? Hai udito?
Ulrico
(si ravviva come per un raggio di sole baluginante nel buio) Ho udito, sí!
Francesco
(cui la presenza di Agnese costringe a velare di disinvoltura l'intenzione del richiamo) In rapporto alle apprensioni che hai per Sonia Zarowska, questo episodio ha un significato speciale e rassicurante.
Ulrico
(elettrizzandosi, scoppiettando di giubilo mal represso) Difatti, modifica, anzi... capovolge l'aspetto delle cose! Si direbbe, presso a poco, che io mi sia sbagliato!... Santodio, che logogrifo è il mondo!... Ma tu tralascia, tralascia di badare alle mie miserie. La signora Agnese è venuta, lo sento, a riprendere il suo posto al tuo fianco, nel tuo cuore... Innumerevoli spiegazioni, mi figuro, dovrete scambiarvi... Io, nel frattempo, me ne starò in giardino... a cavare l'oroscopo dal firmamento, e chi sa!... chi sa!... (Ride nervoso, ma senza amarezza:) Eh eh eh eh!... Giornata memorabile, questa, signora Agnese! Memorabile, dal principio alla fine! Eh eh eh eh!... (Esce dal fondo.)
V.
(Agnese e Francesco si dispongono, agitati, perplessi e pur contenuti, all'imminente colloquio.)
Francesco
Anzitutto, entra. (Indica la porta a destra.) Io non ti consento di rimanere sul limite della casa dove hai il diritto d'entrare, dove ho il dovere di farti entrare.
Agnese
Entrerò, Francesco, ma non súbito. Prima che ci riuniscano — come sarà inevitabile — i nostri diritti e i nostri doveri nella casa comune, bisogna che stiano l'una di fronte all'altra, in un'ora che escluda appunto i vincoli dei doveri e dei diritti, due sincerità indipendenti e complete.
Francesco
La sincerità mia ha sempre aspettata la tua. E l'aspetta piú che mai!
Agnese
(si smarrisce nella difficoltà di cominciare a esprimersi. Siede.) Purtroppo, non saprò dire. Non troverò le parole adeguate alla decisione di dirti tutto ciò che esigo sia da te approfondito. È un groviglio di sentimenti, di sensazioni e di idee inestricabile, inesprimibile.
Francesco
Non sono infrequenti i casi in cui non dicono abbastanza le parole. Ma io intenderò piú che esse non diranno se tu hai la ferma volontà ch'io intenda. (Le siede dirimpetto, presso il tavolino.) Fídati, Agnese!
Agnese
... Quale errore, quale errore nella mia fuga! Quale errore nel credere che allontanandomi da te mi sarei liberata dai dubbî tortuosi e dalle indagini prepotenti che la tua esaltazione m'infliggeva!... Quei dubbî e quelle indagini mi raggiunsero, mi perseguitarono, mi dominarono, mi avvolsero: divennero come una rete di acciaio in cui la mia anima fosse rimasta impigliata! Non erano piú nelle tue interrogazioni, nei tuoi occhi, nei tuoi silenzi, ed erano — ahimé, peggio! — in ogni attimo del mio pensiero. Io medesima dubitavo. Io medesima indagavo.
Francesco
(autoritario) Dovevi indagare!
Agnese
Non lo dovevo, Francesco, perché saldamente ricordavo che la mia fedeltà era stata cosí intrinseca ai miei istinti femminili da poter fronteggiare imperterrita le insidie delle piú abili seduzioni, l'assalto dei fascini piú possenti. E ricordavo di piú. Ricordavo... che, nonostante le torture che preparavano il nostro distacco, in una ultima parentesi di ardore, io ti avevo tenuto tra le braccia con l'identica dedizione limpida del mio primo abbandono di sposa!... Ma tu mi avevi comunicato il sospetto che l'infedeltà spunti talvolta fuori dei confini nei quali la considera l'umanità semplice alla quale io appartengo; mi avevi comunicata la febbre di scoprire il seme d'una infedeltà mia fuori delle vie che menano al peccato...
Francesco
(interrompendo) Sono vie che restano ignote a una donna come te.
Agnese
E a furia d'indagare e di dubitare, nella solitudine che contribuiva a farmi cedere alla ossessione, a farmi astrarre dalla prova tangibile della mia innocenza, a cacciarmi in una atmosfera fantastica, simile a quella in cui ho veduto vivere qui tante disgraziate che tu soccorri, io finii con l'accusarmi.
Francesco
(divampando) Di che ti accusasti?... Parla! Di che ti accusasti?...
Agnese
Mi accusai d'una profonda inquietudine per la morte d'un uomo che disperatamente l'aveva voluta.
Francesco
(battendo un pugno sul tavolino) Paolo Gemmi!
Agnese
(ribadisce) Paolo Gemmi.
Francesco
(livido — dilatando le pupille, e in un tono di rapace circospezione) Paolo Gemmi ti amava?
Agnese
(con mitezza) Sí, mi amava.
Francesco
Da lui lo apprendesti?!
Agnese
Lo appresi da lui, attraverso la maschera che egli s'imponeva. Nessun uomo che molto ami una donna da cui non sarà mai amato riesce a dissimularle il solitario amore che lo strugge.
Francesco
Tu sospettasti che per questo suo amore egli si fosse ucciso?!
Agnese
Lo sospettai, e mi fu confermato dal padre, che ne aveva raccolto l'estremo respiro.
Francesco
(attanagliandola) Perché lo interrogasti?
Agnese
Io non lo interrogai, ma le sue lagrime di padre mi vollero consapevole.
Francesco
(col fremito irruente d'una imprecazione) Ti vollero consapevole e t'incatenarono immediatamente all'amore del martire!
Agnese
No, Francesco! Nulla di quanto accadeva in me somigliava alla rievocazione dell'innamorato sparito. Nulla somigliava a un rimorso, a un pentimento, a un rimpianto profferto alla sua memoria. E perciò, anche sotto il martello della tua inquisizione, la mia coscienza permaneva immobile, altera, integra, estranea al lutto inquieto che serbavo. Solamente piú tardi, ti ripeto, solamente piú tardi io potetti accusarmi! Solamente piú tardi, nel mondo irreale, nel mondo della follia che la coscienza mi aveva offuscata lontano da te, lontano dal nido della mia realtà, questo lutto mi parve quasi colpevole! E cominciai da allora a martoriarmi per il martirio di lui, cominciai a compassionare la disperazione che lo aveva travolto, cominciai a trovarmelo dinanzi, in una larva desolata e sommessamente loquace, e le mie stanche veglie e i miei brevi sonni malati si riempivano di panico, di tremore, di lotte...
Francesco
(con l'aspetto e con l'accento di chi subisca i colpi reiterati d'un ferro aguzzo) Ah!... chi mi darà la forza di resistere a queste fitte atroci?!
Agnese
(mutando) Se è vero che ti è possibile intendere piú che le mie parole non dicano, queste fitte saranno cessate fra qualche istante. Cerca di intendere, Francesco, affinché ti sia dato di voltare le spalle a questi fatti che sono cosí effimeri, cosí trascurabili al paragone di quello, solenne, che sto per rivelarti. Il voto, che durante tre anni di unione avevamo nascosto, fervido e pertinace, in una tacita attesa, si era virtualmente compiuto, come per un decreto ammonitore venuto dall'alto proprio alla vigilia della nostra separazione.
Francesco
(in un confuso sbalordimento) Ma che mi racconti, adesso?!
Agnese
Le lotte contro la povera larva del suicida, contro la pietà che ne avevo, contro il suo amore susurrato dalla voce sinistra della morte... furono presto e improvvisamente troncate dalla letizia di un giorno che mi parve il piú luminoso della mia vita!
Francesco
Tu eri madre?!
Agnese
N'ebbi quel giorno la certezza.
Francesco
(con una incipiente esultanza, mescolata al suo travaglio) Agnese!...
Agnese
Cerca di intendere! Cerca di intendere!... Ero madre per te, per te, e dalle viscere materne si diffondeva in tutto il mio essere l'energia sana e trionfante della fedeltà perfetta che l'allucinazione aveva per poco turbata!
Francesco
Sí, questo io lo intendo, lo intendo...
Agnese
Ebbene, il tuo cuore non mi si riavvicina ancora? Non ancora, non ancora mi promette la pace che merito?
Francesco
Sono in un vortice, Agnese!... Troppe emozioni in una volta!... Ti chiedo in grazia una sosta!...
Agnese
Una sosta, no!... Ho lungamente tardato a recarti l'annunzio in cui tanto speravo, perché lungamente ho temuto di perdere le mie speranze facendoti l'astrusa confessione che Dio mi aveva comandata. Ma poi, a un tratto, sono corsa a rischiare queste speranze presa da una avidità subitanea e sfrenata di vedere la mia sorte, di vedere il mio avvenire, del quale tu sei l'arbitro. E, giacché hai udito la confessione e l'annunzio, io ti chiedo impaziente che parli la sincerità tua come ha parlato la mia. Mi assicuri tu che presso la culla della nostra creatura torneranno a congiungerci tutte le ragioni sublimi che un tempo ci congiunsero?
Francesco
(dilaniandosi, prorompe in un doloroso furore) Io vorrei almeno tacere e non me lo concedi!... Vorrei tacere! Vorrei tacere!... Quel morto mi rende implacabile col suo amore sovrumano ed eterno!
Agnese
(sorge in piedi irata e fiera. Indi, la fierezza e l'ira svaniscono in uno sconforto muto.)
(Un silenzio.)
Francesco
(umiliato, balbetta:) So di offendere l'eroismo della tua confessione degna d'una santa. So di calpestare il dono che la tua virtú mi ha portato. (China la fronte con l'umiltà d'un peccatore cosciente davanti ad un altare.) So... di essere abominevole!
(Sonia sguscia di tra gli alberi del giardino; e, nelle pieghe della foschia, resta a origliare. — Ulrico, non visto da lei, la segue, sorvegliandola.)
Agnese
...
(assorta nella sua disillusione, lentamente scandisce:) Sicché: questa la mia sorte, questo il mio avvenire! Accanto a te, senza di te!... Mi rassegnerò. (Scrolla il capo triste.) Ed ecco: entro nella casa «dove ho il diritto di entrare, dove hai il dovere di farmi entrare». (Esce a destra — ammantata di dignitosa tristezza.)
VI.
Francesco
(è tuttora seduto, concentrato nella umiliazione, il mento sul petto, lo sguardo a terra.)
Ulrico
(acquattandosi, sparisce dietro il fogliame.)
Sonia
(si avanza piano, insicura dei suoi passi, con nella fisonomia una incisa espressione di compatimento soccorrevole. Vicino a lui, s'inginocchia, unendo palma a palma, in un gesto supplice.)
Francesco
(ne ha un urto e un brivido. Si rizza, scostandosi.) Che fate voi in codesto atteggiamento?!
Sonia
Imploro!
Francesco
Implorate che cosa?
Sonia
Nulla per me.
Francesco
E allora nulla avete da implorare!
Sonia
Non l'hai vista infelice? E non sei tu anche piú infelice di lei?... Da te imploro ciò che ella ha certamente implorato.
Francesco
Smettete! Alzatevi!
Sonia
(obbediente, si alza.)
Francesco
E ritiratevi! Mi date molestia!... D'altronde, è l'ora del riposo. Già forse riposano le vostre compagne. Mi spiacerebbe che Suora Marta si incomodasse a cercare di voi. E badate: mai piú implorazioni indiscrete come quella che avete osato di rivolgermi! Tra mia moglie e me, voi non siete nessuna!
Sonia
Non giudicarmi troppo male! Ascoltami!
Francesco
Non c'è bisogno ch'io vi ascolti. Ritiratevi, Sonia! Vi ordino di ritirarvi!
Sonia
Ascoltami! Ascoltami! (Tutta palpiti nella insistenza)... Tu mi hai congedata oggi, dicendomi che ero guarita. Non mi pareva che fosse vero, e t'ho pregato di farmi restare. Ma stasera mi pare vero. Mi accorgo che è vero. Mi sento veramente guarita. E sono pronta a lasciarti. Me ne andrò. Me ne andrò domattina all'alba. E anche súbito potrei andarmene. Per questo, vedi, per questo mi abbrucia il desiderio di saperti incamminato, insieme con lei, verso la gioia, verso la felicità. Se io ne avessi la sicurezza, il mio cuore sarebbe docile e forte, e ti saluterei tranquilla, senza piangere, senza soffrire...
Francesco
(pervaso dalla soavità ch'ella emana, se ne difende, e reagisce con brutale asprezza.) Basta, Sonia! Basta! Basta! Non voglio commuovermi per le vostre ansie inopportune! Non voglio, non voglio piú udire il suono della vostra voce!
Sonia
Perché mi tratti cosí?... Perché mi disprezzi tanto?...
(Un intervallo — doloroso.)
Francesco
(arrendendosi) Non vi disprezzo. Vi giuro che non vi disprezzo!... Avrei respinta l'inframmettenza d'una sorella come ho respinta la vostra. Io eccedo nel manifestare i miei ritegni, la mia intolleranza. Le parole che mi vengono alle labbra sono convulse, inconsulte, ingiuste. Me ne rammarico. Me ne pento. E, poiché l'affetto che nudrite per me v'impedirebbe di lasciarmi con tranquillità prima di sapermi conciliato con le speranze legittime che hanno qui ricondotto mia moglie, mi piego a rendervi conto di ciò che, in ogni caso, non potrebbe riguardarvi. Vi garantisco, dunque, che, da questo momento, io mi dedicherò a rinsaldare la mia convivenza con lei. Vi garantisco che la nostra felicità coniugale sarà, comunque, ricostruita. Da voi stessa mi è stato mostrato... che m'incalza la necessità di riaggrapparmi, per la mia salvezza, all'unica donna che io debba amare e che abbia il diritto di amarmi!..... Come vedete, dopo che mi avete tante volte immeritamente circondato della vostra riconoscenza, siete voi che meritate la riconoscenza mia...
(La commozione sta per vincerlo.) E adesso, una stretta di mano, e addio!
Sonia
(ebra di sacrificio — in ambo le mani chiude quella che egli le ha stesa.) Addio!
Francesco
(fisandola con gli occhi gonfi di lagrime) Senza piangere...
Sonia
(fisandolo con gli occhi morenti di ebbrezza e di angoscia) Senza piangere.
Francesco
Senza soffrire...
Sonia
Senza soffrire.
(Tutti e due tremano. I loro pallidi volti si avvicinano l'uno all'altro.)
Francesco
Povera Sonia!... (Ma, ghermito da un fulmineo raccapriccio, si stacca da lei.) No! No! Che orrore!... Via! Via! Via!... Via! (Fugge a destra, guatando indietro.)
VII.
Sonia
(rimane un istante stecchita. Nelle orbite enormi e cupe, le pupille sono come cristallizzate e il bulbo biancheggia d'un biancore gelido. Indi, ella, i piedi attaccati al suolo, si agita dalla cintola in su, boccheggiando, annaspando e sforzandosi di chiamare, col fiato monco:) Ulrico!... Ulrico!...
Ulrico
(è già comparso nel fondo, trascinandosi a stenti. — Sembra un uomo crivellato di ferite, — Egli risponde roco, terribile, sibilante, disperato:) Non mi chiamare, Sonia! Conosco lo strazio che ti soffoca! Ti ho spiata. È uno strazio che a me non chiede che di essere maledetto!
Sonia
Riprendimi! Riprendimi! Puoi riprendermi, ora!... Finalmente, mi ritrovi com'ero!
Ulrico
(nella rapina d'una fiamma frenetica, piomba su lei, l'afferra, la gualcisce, la storce, gridando:) Non cosí, non cosí ti volevo!... È la piú scellerata delle tue crudeltà questa offerta nefanda!
Sonia
(mormora:) Non sono mai stata crudele.
Ulrico
(seguitando a gualcirla, a storcerla, a inveire) Nessuno commette maggiori crudeltà di chi non si sente crudele!
Sonia
(come una moribonda) Puniscimi... Puniscimi...
Ulrico
(in uno scroscio di pianto che straripa da tutta la sua persona e che ha qualche cosa di selvaggio) Con la mia fine ti punirò — vedrai! — dandoti il rimorso che ti spetta!
(Si spalanca la porta a sinistra.)
Suora Marta
Maria Vergine! Che è questo?!
Ulrico
Venite, venite, Suora Marta! Sorreggetela voi! (Getta tra le braccia amorevoli della Suora il corpo sgretolato di Sonia.) E, soprattutto, sorreggetene l'anima trafitta! Io, vado, invece, a perdere la mia! (Esce a precipizio.)
Suora Marta
Sonia! Sonia!... (Tenendola, incuorandola) Mia buona Sonia! Mia buona figliuola!... Preghiamo il Signore!... Preghiamolo insieme!...
Sonia
(cadendo in deliquio) No, Suora Marta! Non so piú pregare...
Sipario.
FINE.
Avvertenza. — Nella pagina seguente, le note della preghiera corale delle Ricoverate.

CORO: Ancora ancora serbaci o Signore il tuo favore d'ogni bene quaggiù.... principio e via. E così sia. E così sia.
[Ascolta]
REMO SANDRON, Editore — Libraio della R. Casa Milano-Palermo-Napoli-Genova-Bologna-Torino-Firenze
Opere di ROBERTO BRACCO
Edizioni SANDRON
TEATRO:
Volume I. — 4ª EDIZ. RIVEDUTA, in-16, pagg. 372.
Non fare ad altri... Commedia in un atto. — Lui, lei, lui. Commedia in un atto. — Un'avventura di viaggio. Commedia in un atto. — Una donna. Dramma in quattro atti. — Le disilluse. Fiaba in un atto. — Dopo il veglione. Scenette.
Volume II. — 4ª EDIZ. RIVEDUTA, in-16, pagg. 364.
Maschere. Dramma in un atto. — Infedele. Commedia in tre atti. — Il Trionfo. Dramma in quattro atti.
Volume III. — 4ª EDIZ. RIVEDUTA, in-16, pagg. 385.
Don Pietro Caruso. Dramma in un atto. — La fine dell'Amore. Satira in quattro atti. — Fiori d'arancio. Idillio in un atto. — Tragedie dell'Anima. Dramma in tre atti.
Volume IV. — 3ª EDIZ. RIVEDUTA, in-16, pagg. 372.
Il diritto di vivere. Dramma in tre atti. — Uno degli onesti. Commedia in un atto. — Sperduti nel buio. Dramma in tre atti.
Volume V. — 3ª ediz. riveduta, in-16, pagg. 387.
Maternità. Dramma in quattro atti. — Il frutto acerbo. Commedia in tre atti.
Volume VI. — 3ª ediz. riveduta, in-16, pagg. 290.
La piccola fonte. Dramma in quattro atti. — Fotografia senza.... Scherzetto. — Notte di neve. Dramma in un atto. — La chiacchierina. Monologo.
Volume VII. — in-16, pagg. 308.
I fantasmi. Dramma in quattro atti. — Nellina. Dramma in tre atti.
Vol. VIII. — 3ª EDIZ. RIVEDUTA, con una nota dell'Autore e con un'appendice, in 16, pagg. 288.
Il piccolo Santo. Dramma in cinque atti. — Ad armi corte. Commedia in un atto.
Volume IX. — in-16, pagg. 340.
Il perfetto amore. Dialogo in tre atti. — Nemmeno un bacio. Dramma in tre atti e un epilogo.
Volume X. — 2ª edizione, in-16, pagg. 348.
L'internazionale. Commedia in un atto. — L'amante lontano. Dramma in tre atti. — Ll'uocchie cunzacrate. Dramma napoletano in un atto. — La culla. Dramma in un atto.
I PAZZI. Con un preambolo dell'Autore.
VERSI:
Vecchi versetti. — Con prefazione dell'Autore, note dell'editore e glossario.
NOVELLE:
SMORFIE GAIE E SMORFIE TRISTI
Volume 1º SMORFIE TRISTI. Un volume in-16, pagg. 334.
»2º SMORFIE GAIE. Un volume in-16, pagg. 304.
»3º LA VITA E LA FAVOLA. Un volume in-16, pagg. 316.
»4º OMBRE CINESI. Un volume in-16, pagg. 320.
SCRITTI VARII:
Tra i due sessi. — Volume di pagg. 70. — 2ª edizione.
Edizioni GIANNINI
Tra le Arti e gli Artisti. — Volume di pagg. VIII-390 Tra gli uomini e le cose. — Volume di pagg. 362.
Prezzo del presente volume: Lire NOVE.