ADAR (Febbraio-Marzo).
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Due avvenimenti importantissimi registra la storia nostra in questo ultimo mese dell'anno: uno decisamente nefasto, e l'altro, quantunque minacciasse di irreparabile rovina il popolo nostro, la Provvidenza che in ogni tempo vegliò e veglia con particolare sollecitudine ed amore alla sua esistenza; sventò i consigli dei suoi nemici, e facendo trionfare la verità e la giustizia lo cangiò in una lieta e festiva commemorazione. Consiste il primo nella ricorrenza della morte di Mosè, avvenuta (secondo quanto ci insegna la tradizione) il sette Adar, il giorno anniversario della sua nascita, quarantanni dopo l'uscita d'Egitto e centoventesimo della sua età.
Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto fosse vivo il suo desiderio di condurre egli stesso il popolo che tanto amava alla conquista della Palestina; e quante preghiere indirizzasse a Dio a tale uopo. Ma pei suoi imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e: «Ti basti, gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa; perocchè non passerai questo Giordano». Volendo però soddisfare, in parte, il nobilissimo desiderio del suo servo fedele lo invitò a portarsi alla cima della collina, da dove per una virtù prodigiosa concessa alla sua vista, gli sarebbe stato possibile di vedere «la terra buona che estendevasi al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò ai divini voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè costituendolo suo successore, salì sulla vetta del Nebo da dove potè effettivamente ammirare la terra in cui sperava il suo popolo lungamente felice, e che non v'ha dubbio lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua legge. Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla sua perpetua meditazione una cantica sublime (aasínu) che secondo il suo detto «non avrebbe dovuto venire mai dimenticata dalla bocca della sua posterità», perchè era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute da Dio di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del dovere che imprescindibile incombeva su lui di restare fedele al patto conchiuso su tale base tra lui e Dio, benedisse particolarmente ogni tribù; e «senza che il suo occhio si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi umori vitali» rese l'anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di trenta giorni. L'elogio funebre che per bocca di Dio si scrisse Mosè di suo vivente, secondo il Nacmanide, o che come credono altri aggiunse il suo successore negli ultimi versetti del Pentateuco, è un brevissimo compendio delle sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità ammirabile: «E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale il Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l'eguagliò), in quanto a tutti i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a operare nella terra d'Egitto a Faraone ed a tutti i suoi servi, a tutto il suo paese. E in quanto a tutti gli atti di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili, che Mosè fece alla vista di tutto Israele».
Iddio stesso raccolse quell'anima santa e fece sparire i purissimi resti mortali di quell'uomo maraviglioso102.
Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani lettori, privandoli del racconto leggendario che sulla morte di Mosè trovasi in un antico libro di parafrasi al Pentateuco, chiamato medrass rabà (grande commento), e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato nel Talmud. Ecco il primo:
Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra legge, Mosè erasi arrestato alla scrittura del nome infallibile di Dio, e in quel punto del tempo era giunto il momento designato alla sua morte.
Il Signore chiama a sè l'angelo Gabriele, e così gli dice: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».
E l'angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come oserò io dare la morte all'uomo di cui tutte le umane generazioni non vantano pari?»
E il Signore chiama a sè l'angelo Michele: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».
E l'angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli fui maestro: ei mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta il cuore di vederne la morte».
E il Signore chiama a sè Samaele, l'angelo della distruzione e della morte, e gli dice: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».
L'angelo della morte esultante di una gioia che non sa nascondere si veste d'ira, e tutto chiuso nelle sue armi sanguigne piomba ratto qual folgore innanzi all'uomo santo e trovandolo coll'ineffabile nome divino sotto la penna trema in tutta la persona. Lo guarda, e il raggio di divina luce che sfavilla sul volto di Mosè lo abbarbaglia, e gli fa torcere il guardo truce. Ei pensa tra sè: «È un angelo costui, e niuno degli angeli potrà dargli la morte».
Intanto Mosè si accorse di aversi un testimonio innanzi e a lui rivolgendosi gli grida: «Che vuoi tu, che cosa cerchi qui?»
«Io son mandato per darti la morte, risponde l'angelo ancora tutto tremante. Tutti i mortali sono soggetti al mio impero».
«Tutti gli altri mortali sì, risponde Mosè sicuro di se stesso, ma non io. Consacrato prima di nascere, ministro dei portenti celesti, banditore a tutta la terra della legge della verità, io non affiderò mai a te l'anima mia».
Samaele tutto confuso rivolò in cielo.
Ma una voce misteriosa allora suono dall'alto, e diceva: «Mosè, Mosè; la tua ora è giunta, tu devi morire».
«Signore! Signore! gridava Mosè piangendo, io fui accolto nelle celesti sfere da te, io fui altre volte ammesso al tuo bacio divino, perchè vorrai affidare l'anima mia all'angelo della morte?»
E la voce, gli rispose: «Datti pace, io stesso adempierò all'ufficio della tua morte e della tua sepoltura».
E allora Mosè si prepara a morire puro come un Serafino, e il Signore scende dagli altissimi cieli, e tre angeli, Michele, Gabriele, Zagaele, gli fanno corona.
L'angelo Michele scava la tomba, Gabriele stende un bianchissimo lino al capo, e Zagaele ai piedi, e l'angelo Michele sta immoto da un lato a Mosè, e l'angelo Gabriele immoto dall'altro lato.
E il Signore dice a Mosè: «chiudi le pupille,» e Mosè le chiudeva, «stringi le mani al cuore,» e Mosè stringeva al cuore la mano, «accosta i piedi» e Mosè accostava i piedi.
«Anima santa! fanciulla mia! diceva il Signore: da cento vent'anni tu animi questa creta intemerata. Ma è giunta l'ora, esci e vola in cielo».
E l'anima tutta dolorosa rispondeva: «Su questo corpo intemerato e puro io ho posto tutto il mio amore, e non ho il coraggio d'abbandonarlo».
«Fanciulla mia! esci. Io ti accoglierò negli altissimi cieli, sotto al mio trono immortale, coi Serafini e Cherubini».
E l'anima esitava.
Il Signore allora impresse un bacio sulla fronte a Mosè e con quel bacio l'anima volò in cielo.
E una nube di mestizia velava il cielo dove suonavano, queste parole: «Chi resta ora a combattere l'empietà e l'errore?»
E una voce rispondeva; «Egual profeta non sorse mai».
E la terra piangeva: «Ho perduto il santo». E Israele piangeva: «Abbiamo perduto il pastore». E gli angeli in coro cantavano: «Venga il santo, venga in pace all'amplesso divino».
Il sepolcro di Mosè.
Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad ogni occhio mortale il sepolcro dell'uomo di Dio.
La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d'Israello stavano già innanzi d'allora, al previdente consiglio di Dio.
Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando di pianto quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la potente intercessione del santo uomo presso la Divina Giustizia, affinchè il tremendo destino fosse mutato, come avrebbe potuto la stessa Divina Giustizia respingere quel santo intercessore?
Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina aveva decretato l'abbandono e la morte, solo Mosè bastò a disarmarne la collera.
E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari in morte.
L'empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro del grande Legislatore.
Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte cerca, fruga, sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.
Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte e gettando in giù lo sguardo, s'immaginarono d'avere laggiù in fondo scoperto il cercato sepolcro.
Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo sguardo intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore! il sepolcro di Mosè si presenta ai loro occhi in sull'alta vetta.
Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui l'una si ferma ai piedi, l'altra alla cima del colle.
«Eccolo, gridano dall'alto, eccolo, l'avete a voi vicino». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro presso la schiera disotto.
«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna; voi ci siete presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava ai loro occhi presso la schiera che era in alto.
E il sepolcro non fu trovato mai.
Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello che diede origine alla festa di Purim (delle sorti), festa dedicata intieramente all'allegria e al piacere. Ecco in breve il riassunto storico di tale avvenimento.
Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta Neemia e della parte importantissima da lui avuta nella rifabbricazione del secondo tempio, come ebbimo pure a parlare di Alessandro Magno, delle sue vittorie in Asia, della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad incontrarlo, e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene tra la morte del primo alle conquiste del secondo passò un periodo di circa un secolo; nel corso del quale probabilmente non avvenne nulla di notevole agli ebrei; perchè tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un'ampia lacuna, se si esclude la così detta meghilà (storia) di Ester.
Chi fosse l'Assuero (Ahhassveross nome indubbiamente persiano) di cui si parla in questo libro è disputa fra gli eruditi. Nella Scrittura troviamo dato questo nome ad un re che è sicuramente Cambise, ad un altro che debb'essere Astiage ed all'Assuero di Ester che non può essere nè l'uno nè l'altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse Artaserse Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare molte somiglianze fra il carattere di Assuero e quello di Xerse celebre per l'infelice esito della sua spedizione nella Grecia, altri ritengono che fosse un re dei Medii, ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono che fosse Dario Istaspe.
Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il dominio su uno esteso impero di centoventisette provincie, cioè da Oddu (l'India) sino a Cuss (l'Etiopia). Nel terzo anno del suo regno diede ai grandi della sua corte una serie di festini per cento ottanta giorni consecutivi, chiusa da sette altri giorni di festini continui dati a tutti gli abitanti della Capitale (Susa).
Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva bevuto oltre il convenevole, volendo presentare all'ammirazione dei suoi cortigiani la regina Vasti, dotata, secondo lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad invitarla al festino.
Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un naturale e lodevole sentimento di pudore, la regina rifiutò d'intervenirvi. Il re oltremodo adirato, chiese ai sette suoi principali ministri che lo circondavano quale pena era dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la proposta di un certo Memuhhan, Vasti fu tolta da regina (uccisa o relegata nell'Arem).
Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di fare la scelta delle più belle ragazze dello stato per essere inviate all'Arem reale di Susa. Fra le donzelle raccolte si trovava un'ebrea chiamata Adassà (mirto) o Ester (astro in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e di madre era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester presentata al re seppe conquistarne il cuore e fu assunta a regina nell'anno settimo del regno di Assuero: senza che questi pensasse neanche d'informarsi di quale famiglia essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo, che sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo reale, potè scoprire una congiura che erasi ordita da due eunuchi contro la vita di Assuero: col mezzo di Ester il complotto fu sventato e puniti i colpevoli.
Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più importante carica di Corte ordinò che i sudditi avessero ad inginocchiarsi al suo cospetto. Fosse per scrupoli religiosi o fosse per altri motivi, su cui tace il testo, Mardocheo non volle mai piegare il ginocchio quando gli avveniva d'incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito risolse di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva. Presentatosi pertanto al re disse che come il popolo ebreo, era distinto da tutti gli altri per proprii costumi e leggi, così era insubbordinato verso i magistrati e trasgressore delle leggi del regno; e dando cattivo esempio agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente distruggere. Il re senza informarsi di nulla diede il suo assenso, ed Amano giubilante estrasse colla sorte il giorno da stabilirsi per la distruzione degli Ebrei. Il numero estratto segnò il giorno tredicesimo del mese duodecimo.
Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto portò la costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne trasmise copia alla regina Ester sollecitandola ad intercedere pel suo popolo presso il monarca. Ester esitò dapprima ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a certa morte presentandosi non chiamata nell'appartamento particolare del re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare agli Ebrei di Susa un digiuno di tre giorni. Al terzo giorno ella si presentò al re il quale l'accolse con tutti i segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi dovuti al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia di Amano un pranzo nel di lei appartamento in quello stesso giorno. Il re vi aderì; e a metà del banchetto domandò alla regina quale causa l'avesse decisa a quell'insolito invito. La regina rimandando al giorno seguente la manifestazione del suo desiderio, invitò nuovamente lui ed Amano a pranzo presso di lei. Amano fiero del grande onore ricevuto dalla regina, fu maggiormente ferito dal disdegno dimostratogli da Mardocheo che ebbe ad incontrare sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla propria moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l'autorizzazione di fare appiccare Mardocheo l'indomani, al quale uopo fu nella notte alzato un patibolo nel suo cortile istesso.
Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero non potendo dormire, si fece leggere gli annali del suo regno; e ripresentatasi così l'occasione di richiamarsi alla memoria il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò se già gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in quel punto, e gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad un uomo ch'egli desiderava onorare pubblicamente. Nel suo sterminato orgoglio Amano suppose che il re avesse l'intenzione di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di fare vestire quell'uomo del manto reale, di farlo montare sul cavallo che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione, e farlo quindi girare per le vie della città col cavallo condotto a mano da un principe obbligato a gridare di tratto in tratto «così si fa all'uomo che il re desidera di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò Amano stesso di eseguirlo alla lettera.
Questo fu il preludio della punizione dell'alterigia vincolata alla tristizia e il trionfo dell'innocenza. Eseguito quello per lui ben penoso incarico e intervenuto al festino della regina questa, lui presente, chiese grazie al re per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi che un eunuco certo Hharvonà, raccontò al re come Amano avesse fatto alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo. A quest'annunzio l'ira del re scoppiò terribile e ordinò che Amano venisse immediatamente appeso a quello stesso patibolo.
Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano venire revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo chiamato dalla fiducia del re, a succedere nella carica d'Amano, con altro decreto reale dovette autorizzare gli Ebrei a prendere le armi per difendersi dai loro nemici nel giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale autorizzazione egli sperava probabilmente di intimorire i mali intenzionati e di risparmiare l'effusione del sangue; ma pochi nemici acerrimi degli Ebrei non avendo voluto desistere dai loro sanguinarii progetti a cui li autorizzava tuttavia il decreto d'Amano assalirono gli Ebrei. Ma questi aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra dei nemici uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata nel libro d'Ester sia stata esagerata: quantunque non si debba obbliare l'ampiezza del regno che constava, come dicemmo, di 127 provincie.
Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si esprime il testo: «dall'afflizione al gaudio, dal lutto all'allegria» furono consacrati alla gioia da Mardocheo e da Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai contemporanei e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».
Archeologia.
Rapporti esteriori—Guerra.
Completeremo il nostro studio sulle antichità politiche degli ebrei, trattando ora dei rapporti che essi ebbero colle nazioni straniere.
Abbiamo già parlato altrove del trattamento degli ebrei verso lo straniero.
La guerra, terribile necessità dei popoli, originata da contese tra gli individui, da lotte tra le tribù per la malaugurata avidità negli uni di usurpare quanto era di spettanza degli altri; flagello che disgraziatamente la civiltà non ha ancora potuto rendere impossibile per quanto ne abbia attenuati i disastrosi effetti, e che forse non isparirà completamente dalla terra se non nei tempi messianici vaticinati dai nostri profeti per un'êra di pace inalterata tra gli individui e fra le nazioni, perchè allora «tutta la terra sarà piena della conoscenza di Dio come il mare è pieno d'acque»; non poteva non richiamarsi alle umanissime sollecitudini del Legislatore ebreo.
Abbiamo già detto altrove, e ripetiamo ora, che Mosè non voleva che il suo popolo diventasse un popolo conquistatore: i limiti del territorio che doveva occupare erano stati segnati precedentemente dal Signore stesso. Dominato da tale lodevolissimo pensiero egli doveva mostrarsi, come si mostrò effettivamente, avverso alla guerra offensiva. Abbiamo già parlato sulla sorte riservata alle popolazioni della Palestina e dei proclami di Giosuè al suo ingresso in essa. Relativamente alle nazioni stabilite fuori di quel territorio egli le divise in diverse categorie. Agli Amaleciti guerra eterna perchè tanto codardi quanto scellerati, sorprendevano le donne e i fanciulli che nell'uscire dall'Egitto restavano alla coda del popolo, e li trucidavano senza misericordia. Ai Madianiti guerra d'esterminio, perchè colle loro infami astuzie spinsero gli Ebrei ad abbracciare il loro sozzo culto e causarono così la morte a ventiquattro mila persone. Agli Ammoniti e ai Moabiti nessuna guerra aggressiva, ma neppure nessuna alleanza, nessun rapporto d'amicizia perchè oltre al rifiutarsi di concedere agli ebrei il libero passaggio nel loro territorio per portarsi alle rive del Giordano, passaggio invocato da Mosè a titolo della parentela che esisteva tra le due nazioni, diedero prova di una straordinaria malvagità verso gli stessi ebrei perchè sibbene non minacciati da quelli, chiamarono presso di sè con larghe promesse di onori e di premii il mago Balaamo per farli maledire persuasi di poterli poscia combattere e vincere103. Agli Idumei discendenti di Esaù, obblio intiero del rifiuto dato al richiesto passaggio sul loro territorio verso il Giordano. Lo stesso generoso obblio verso gli Egiziani; pel merito di aver ospitato la famiglia del patriarca Giacobbe. Riguardo poi altri popoli lasciò intera facoltà di fare guerra o conchiudere alleanze. Egli raccomanda però che qualora avessero dovuto attaccare una città fuori della Palestina si dovesse cominciare per offrire agli abitanti una capitolazione. Se la città si fosse resa volontariamente, gli ebrei dovevano contentarsi di renderla tributaria, ma costretti ad ottenerla colla forza, allora la legge li autorizzava ad uccidere gli uomini supposti di avere militato contro di loro, e di menare in ischiavitù le donne e i fanciulli104.
Organizzazione militare.
Dai tempi di Mosè sino a Saulle l'organizzazione militare dovette essere molto imperfetta; e sono assai poche le nozioni che a tale riguardo ci vengono somministrate dai libri santi. Sappiamo soltanto che erano sottoposti alla milizia tutti i maschi dall'età dei 20 anni in su; che la milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi di una stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo; che l'apertura della guerra si faceva allo suono di trombe; che i sotérim facevano le proclamazioni da noi già sopra dette, prima dell'attacco, per fare sortire dalle file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni riguardanti la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente che nel campo degli ebrei doveva regnare la proprietà e i buoni costumi.
Saulle fu il primo a dare l'esempio di truppe stanziali. Dopo la sua proclamazione a re d'Israele sul Ghilgál scelse tremila uomini: duemila li tenne sotto i suoi ordini immediati, e pose gli altri mille sotto gli ordini di Gionata suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele erano ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque specie di utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti a provvedersi presso i loro dominatori, persino gli strumenti agricoli. Ciò nullameno per un atto eroico di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su quelli una vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne faccia nissun cenno, dovette certo mettersi in misura di respingerli tenendo sotto le armi un buon numero di truppe sperimentate, sotto la direzione del valoroso Abner; poichè la storia c'informa ch'egli «combattè intorno contro tutti i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei re di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove si dirigeva egli dava sconfitte».
Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato a succedere a quel valoroso quanto infelice monarca, inebbriato dai suoi successi dimenticò che un re ebreo doveva limitarsi a conquistare e a difendere il territorio che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare dall'ambizione e compose una vera armata regolare.
Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale probabilmente composta di soldati stranieri; poscia compose un corpo di milizia di 285 mila soldati diviso in dodici corpi ciascuno di ventiquattromila uomini, che dovevano restare in servigio un mese dell'anno nei dintorni della Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto gli occhi stessi del re da abili capitani, da lui nominati e scelti fra i suoi trenta eroi.
Salomone completò l'opera del padre colla formazione di un corpo di cavalleria, e colla provvista di carri da guerra, ch'egli distribuì in diverse piazze forti: non pare però ch'egli abbia dovuto servirsene, perchè il suo regno fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo in ambidue i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell'esercito si distinguevano tre divisioni principali: l'infanteria, la cavalleria e i carri. Questi portavano, oltre al conduttore, parecchi combattenti. L'armatura sola faceva certo distinguere il soldato dal semplice borghese, perchè noi non troviamo traccia di uniforme fra le truppe ebree. Ogni corpo d'armata si componeva, di parecchie legioni di mille uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta. Il generale in capo detto sar ahháil o sar assavà, oppure il re quando prendeva il comando in persona, aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le divisioni, ed era seguito da uno scudiero o portatore d'armi detto noscè chelim. A quanto pare i carri formavano due divisioni, di cui ciascuna aveva il proprio capitano. Gli ufficiali superiori formavano un consiglio, che in tempo di guerra si erigeva a tribunale per giudicare gli accusati di delitto politico. Probabilmente fu un consimile tribunale che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del re stesso, perchè predicava al popolo l'alleanza coi Caldei. Il mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie famiglie; e dal fatto di Barzilai bisogna convenire che i ricchi proprietarii erano larghi di provvisioni alle truppe che militavano presso i loro possedimenti.
Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle degli altri popoli di due specie difensive ed offensive. Quali armi difensive noi troviamo menzionate le seguenti: 1º Il Sinnáh o il grande scudo, il quale probabilmente aveva la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il maghén, il piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre. Quest'arma è molto più antica del Sinnah perchè mentre questa la troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non troviamo traccia dell'altra sino dopo l'epoca di Davide. Da un passaggio d'Ezechiele risulta, che queste armi erano in legno, coperte di una pelle che talvolta veniva unta d'olio. Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in rame, e che Salomone ne avesse parecchie d'oro sospese alle pareti del suo palazzo quali ornamenti. 3º Il Kóvanh (elmo) ordinariamente di rame. 4º Il Sirion corazza di rame fatta a scaglie. 5º Il Mishhà gambale di rame menzionato una sola volta nella descrizione della armatura di Golia, epperciò forse non in uso fra gli ebrei.
Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il hhérev (coltello o spada) chiuso in una fodera thàar e attaccato a una cintura particolare; 2º differenti specie di lancie, e di dardi designati colle parole: rómahh, hhanid, hhídon, hhess; di cui è difficile precisare le forme; 3º Késced (arco) ordinariamente di rame, colle freccie che si portavano in un turcasso sulle spalle; 4º Kélan (fionda), che era a dir vero un'arma pastorale, ma convien credere che se ne servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra che la tribù di Beniamino contava «settecento giovani scelti mancini, i quali tutti miravano colla fionda ad un capello e non fallivano».
Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere delle macchine da guerra che erano di un'immensa importanza nello assedio delle città, e nella loro difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono somministrate dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo libro dei Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda, fece fabbricare in Gerusalemme mai più vedute hhissevonóth, per metterle sulle torri e sugli angoli delle mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali macchine non potevano essere che catapulte e baliste e fors'anche arieti il cui nome proprio carim, e l'appellativo mehhí kobél (percottente di faccia) sono adoperati in Ezechiele. Di fatti la catapulta era un grande arco che si stendeva e lanciava molto lontano freccie, giavellotti pesantissimi ed anche travi; e la balista teneva luogo di grande fionda gittando sassi a grandi distanze.
Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra erano i così detti carri falcati, che la Scrittura distingue in due specie: gli uni servivano solamente per condurre i principi o generali; gli altri armati di ferro si spingevano contro la fanteria e menavano grande strage. I primi carri bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone contro gli ebrei dopo la loro uscita dell'Egitto, e che vennero sommersi nell'Eritreo in numero di sei cento: ma Mosè non dice se erano armati o semplici carri da corso. I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano grande uso, perchè Sìssera si portò a combattere contro Debora con settecento carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene mai serviti.
Tre vocaboli sono adoperati in ebraico per designare le insegne militari, cioè déghel, oth e ness. È impossibile determinare con certezza la differenza degli oggetti indicati con tali nomi. Molti interpreti però credono che il vocabolo ness si adoperasse per designare un piuolo o pertica alla cui sommità attaccavasi una striscia di stoffa od altro che sventolasse, e che si ergeva sulle colline quale segnale o punto di convegno; che il vocabolo oth significasse l'insegna particolare di ciascuna tribù; e che il déghel, distinto dagli altri due pel colore della stoffa, fosse l'insegna comune di ogni corpo d'armata composto di tre tribù.
Secondo i Rabbini le dodici tribù d'Israele formavano quattro corpi colle seguenti insegne. Giuda, Issacar e Zebulun portavano sulla loro bandiera un lioncello con queste parole: Kumà adonaî véiafússu oievéhha ecc. (Sorgi o Signore! e saranno dispersi i tuoi nemici e fuggiranno i tuoi avversarii dal tuo cospetto); Ruben, Simeone e Gad portavano sulla loro bandiera un cervo colla leggenda Scemáh Israel ecc. (Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro è Dio unico); Efraim, Manasse e Beniamino avevano un fanciullo ricamato col motto Vaanán adonaï aleém iomám (e la nube di Dio era sopra di loro nel giorno, nel loro partire dall'accampamento) e finalmente Dan, Asser e Naftali avevano un'aquila collo scritto Suvvà adonai rivevóth alfè Israél (Ritorna o Dio fra le migliaia d'Israele!),
Giunti oramai al compimento del nostro lavoro, e rincrescendoci di separarci dai lettori che ebbero la gentilezza di seguirci sin qui, coll'argomento che la disposizione della materia ci obbligò a trattare per ultimo; ci sia permesso che ci accomiatiamo da loro coll'esprimere un voto che parte spontaneo dal nostro cuore: ripetendo qui le parole colle quali il profeta Isaia e Michea, vaticinarono l'epoca beata che immancabilmente dovrà sorgere per l'umanità. «Popoli numerosi si porranno in cammino, e diranno: «Venite, andiamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; perchè c'insegni alcuni dei suoi dettami, in guisa che possiamo seguire le sue vie». Imperocchè da Sionne uscirà ammaestramento, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le nazioni, e pronunzierà sentenza a popoli numerosi, i quali quindi spezzeranno le proprie spade per farne delle marre, e le proprie lancie per farne falci; una nazione non alzerà più contro l'altra la spada, nè altri più si eserciterà nell'arte della guerra.... Gli stranieri poi aggregatisi al Signore per prestargli Culto, e per amare il nome del Signore, ed essergli servi.... Io li condurrò al mio sacro monte, e li rallegrerò nella mia Casa d'orazione; i loro olocausti ed altri sacrifizii saranno graditi sul mio altare: perciocchè il mio Tempio si chiamerà Casa d'orazione di tutti i popoli».
