PADRE DON GIUSEPPE (continued 2)
Reading edition
—Ti fa male ancora? domandò il giovine con un fil di voce.
—No, mormorò lei.
E stettero così, palpitanti, in un rimescolio pieno d'incanto.
Ma egli si fece più ardito; le cinse la vita con un braccio; senti ch'essa s'abbandonava e la strinse appassionatamente.
—T'amo…. mormorò con voce tremante. T'amo….
La fanciulla trasalì. Alzò lentamente gli occhi umidi di tenerezza sul viso di lui, poi li abbassò con un sospiro.
I fiori ch'essa aveva sul petto e tra' capelli, esalavano un soavissimo odore, mentre i grilli col loro canto monotono, li addormentavano in quell'estasi che provavano completa per la prima volta.
VII.
Padre don Giuseppe intanto seguitava a perdere. La testa al giuoco il degno sacerdote non ce l'aveva per nulla: a quella malaugurata confidenza fattagli a tavola dal povero Berlingheri egli, scosso violentemente, aveva dato quel passo che separa la colpa del delitto, aveva risoluto di metter le mani a qualunque costo sul danaro dell'amico. Non un rimorso, non l'ombra d'un rammarico, una gioia feroce, la soddisfazione d'aver finalmente colta al varco, e per un caso veramente fortunato, quella buona occasione che aspettava da tanto tempo…. Non se la sarebbe lasciata scappare!! Ma questa sua risoluzione, per quanto tenace, s'era imbattuta subito in un ostacolo non facile a superarsi, benchè sotto la forma di due parole, e un punto interrogativo: «E come?»
Qui un subbuglio di pensieri. Insinuarsi destramente nell'animo dell'amico, e cavargli di bocca dove teneva nascosto il tesoro? La cosa non sarebbe stata tanto difficile…. Ma poi?…. Doveva tenerlo certo nella sua camera, e in qualche altro luogo riposto…. Come penetrarvi, come avere il tempo d'operare? Correrebbe novantanove gradi di probabilità su cento di perdere la riputazione o peggio, senza guadagnar nulla. Aprirsi con Lisabetta…. e fare il tiro mentre i padroni fossero fuori di casa?… Umh…. Lisabetta stava coi Berlingheri da trent'anni, doveva essere incorruttibile…. Oh, se avesse potuto far con Lola quel che aveva fatto con l'altra…. ma quella fraschetta gli aveva imposto sempre con quell'aria di regina che assumeva a ogni benchè leggiero tentativo…. Con donna Costanza…. Sorrise internamente, trovando buffa l'idea. Tuttavia pensò che ci sarebbe potuto riuscire: peccato che la cosa non gli fosse venuta in mente prima…. una donna brutta e vecchia, quando si sa fare, si tira a quel che si vuole! Disgraziatamente era troppo tardi: una simile faccenda richiedeva del tempo, egli non voleva aspettare, poichè poteva darsi benissimo che nel frattempo all'amico saltasse il grillo d'impiegare i danari, e non gli garbava punto di restare a denti asciutti. Come dunque? E bruciato dalla febbre della cupidigia, vi aveva fatto il capo grosso a passeggio, mentre giocava, ci fece il capo grosso nell'andarsene a casa, ci fece il capo grosso seduto al tavolino mentre faceva dei ghirigori con l'indice sulla coperta impolverata del breviario, a cena, a letto nell'insonnia. E come?… E come?… ed era la sua tortura.
A volte si credeva in possesso del tesoro, e l'impiegava in mille modi. Davanti agli occhi poi, ci aveva un barbaglio d'oro e d'argento: vedeva napoleoni e dodici tarì in ogni punto, come un allucinato; se ne sognava delle cascate addirittura con un tintinnio carezzevole all'orecchio.
E se il suo pensiero fosse volto ad altro, lo rimettevano in carreggiata i danari che dava la mattina alla serva per la spesa, le posate a tavola, i bottoni di metallo de' giubboni dei contadini che incontrava per strada, la catenella d'oro, il pomo d'argento del bastone d'un amico, la sua tabacchiera…. i candelieri dorati dell'altar maggiore, i turibuli allineati nell'armadio socchiuso della sagrestia, il calice, i ricami d'oro degli arredi…. Sin nell'ostia che alzava tra le dita per consacrarla, al posto del Cristo in croce, ebbe a vedere diverse volte una nube d'oro!
E diventava più feroce nella brama: e con una strana fosforescenza negli occhi, e quel color di febbre che non lo lasciava nè notte, nè giorno, ripeteva in sè stesso cocciutamente ch'egli lo voleva quel tesoro, sì, lo voleva!… anche se per impadronirsene fosse stato necessario di passare sui cadaveri di suo padre e di sua madre.
E come…. e come… Ed era la sua tortura.
Cominciò a vagar per le strade come un trasognato, rendendo il saluto senza sapere a chi lo rendesse; a rispondere a sproposito nei consulti, non a tono nelle conversazioni; a passeggiar continuamente come una bestia feroce nella gabbia, brutto, con le mani dietro la schiena, quand'era in casa….
Un giorno arrivò anche ad ascoltare le querimonie d'un debitore carico di famiglia, il quale voleva una dilazione: e a gran sorpresa del meschinello rispose con un «va bene, si vedrà» che non aveva mai detto dal tempo che s'era messo a spogliare i poverelli!
—Che ha padre don Giuseppe? cominciavano a domandarsi in paese.
—Ma!
—Che ha padre don Giuseppe?
—Ma!
E amici e conoscenti n'erano proprio inquieti, tanto più che il loro Salomone non pareva avesse più quella lucidità di mente meravigliosa. Che stesse per impazzire? Oh, Dio nol volesse! Quella sarebbe stata davvero una grave sventura per il paese.
Ma egli non impazziva, no: l'aveva saldo il cervello, benchè un pensiero glielo martellasse dalla mattina alla sera, senza profitto. Che diamine era successo dunque in lui, sempre d'ingegno così sveglio? non era più quel Peppe d'un tempo che aveva ideato quel bel tiro delle posate?
E un giorno a quest'idea gli si presentò davanti agli occhi la figura losca di don Castrenze. Avevano continuato a essere amici, avevano riandato sempre il tempo passato…. Anche lui aveva seguitato a cercar d'ingegnarsi: come avesse pagato il debito ai Salamaria si sapeva. Era sicuro perciò che in questo frangente l'avrebbe aiutato volentieri. Sì, era una buona ispirazione la sua, il cuore non l'ingannava. In due avrebbero veduto meglio nella cosa. Ed egli che non ci aveva pensato prima!
Non mise tempo in mezzo: si buttò il ferraiuolo sulle spalle, prese il cappello, e uscì.
Il galantuomo giusto era in casa. Ricambiarono i saluti e sedettero; parlarono per un pezzo del più e del meno, e infine il reverendo entrò con bel garbo nella faccenda per la quale era venuto.
Ma il volpone voleva tastar prima il terreno: operare con cautela era la sua massima, e trattandosi di ciò non perdeva mai la bussola. Fece cadere il discorso su don Alessio. Per indisporre Castrenze contro il vecchio, gli disse ch'era stato lui a buscherarlo nell'elezioni: l'aveva cantato chiaro a cena, la sera ch'era arrivato don Giovannino, il nipote.
Osservò con soddifazione che gli occhi dell'amico mandavan fiamme addirittura, ascoltò pacatamente il sacco di vituperi che questi vomitò contro il Berlingheri. Allora cominciò a far le parti del galantuomo, pioggiandolo accortamente, dicendogli ch'egli aveva preso le sue difese, convincendolo del bene che gli aveva sempre voluto e gli voleva. Era l'amico d'infanzia, il vecchio compagno delle scappatelle passate. Oh, i bei tempi d'allora! Si ricordava eh, quella graziosa burla delle posate!
Il galantuomo cambiata a un tratto l'espressione del viso, dichiarò che non poteva pensarci senza sbellicarsi dalle risa, e rise battendosi le coscie. Al che il reverendo trasalì di gioia: ora s'inoltrava più sicuro nel suo discorso, un vero capolavoro con tant'arte, con tanto accorgimento, l'aveva condotto! Quand'ebbe dato gli ultimi tocchi, ritornò a parlare di don Alessio; prese un'aria di mistero e disse del tesoro.
Qui s'animò, s'accese, le sue frasi diventarono poetiche, e affascinò l'amico addirittura.
Lo fece restare a bocca aperta nel provargli con cifre, vuol dire matematicamente, che il tesoro doveva montare a diciottomila onze! Manasia era affittato mille e duecent'onze all'anno; il fittaiolo aveva l'obbligo di pagare la fondiaria e la sopratassa comunale: la Ceppa, diciotto salme di terreno tutto seminativo, a buttarla giù non doveva dar meno di duecent'onze all'anno: Badalà, l'aveva sempre sentito dire all'amico, gli dava legna, vino, olio, frumento, e legumi per uso di casa, ecc.: i canoni di Serravalle rendevano quattrocento cinquant'onze all'anno. Pareva non ci fosse altro…. no, non c'era altro. Mille e duecento, dunque, e duecento, mille e quattrocento, e quattrocento cinquanta, mille ottocento cinquanta. Metteva mille ottocento via, numero rotondo, i cinquanta andavano per il resto della fondiaria. Il vecchio non spendeva più di trecent'onze all'anno…. quattrocento, là. Ne restavano mille e quattrocento. Ah…. comprava delle terre ogni anno. Bene, metteva c'impiegasse cinquecent'onze: non di più certo…. Da mille e quattrocento dunque, leva cinquecento, ne restano novecento. Erano vent'anni che don Alessio accumulava quella somma! Novecento per venti facevan giusto diciottomila!!
Allora, veduto l'amico ansante sotto al fascino di quella cifra, parlò chiaro: voleva impadronirsene a ogni costo, chiedeva il suo aiuto, avrebbero diviso, s'intendeva.
Castrenze accettò la proposta con grand'entusiasmo; nella foga dell'ammirazione e della riconoscenza, arrivò anche ad alzarsi, e a correre a stringersi nelle braccia il colosso, egli piccolo, grassotto, con gli occhi uno a Cristo e l'altro a S. Giovanni in quel suo muso di faina!
L'aveva sempre detto lui, ingegno come quello di Peppe non ce n'era, no, non ce n'era: e i più scaltri poi non eran degni neppure di legargli le scarpe. Diciottomila onze! una fortuna per Gesù Cristo! quelli erano affari! Si poteva rischiare a occhi chiusi la libertà…. e anche la pelle, per una simile conquista! Bravo, aveva fatto bene a parlarne con lui.
E quand'ebbe sfogata tutta la sua gioia, e l'amico l'ebbe ascoltato approvando, ventilarono la cosa rossi dal piacere, e con gli occhi lustri.
Era chiaro, loro due soli non potevano fare il tiro, tanto più che il prete non voleva cercar d'appurare dove don Alessio tenesse nascosti i denari: bisognava dunque ricorrere ad altri, benchè in questo caso verrebbe a toccar meno a ciascuno: ma non c'era scampo, o bere o affogare. Allora il reverendo propose qualcuno del paese. Ma don Castrenze tentennò il capo, non eran uomini quelli, de' quali si sarebbero potuti fidare. La villa era vicinissima al paese; anche che riuscissero a penetrarvi con l'astuzia, non potrebbero spennare il gallo senza che stridesse…. e non contava le galline…. epperò un chiasso, un diavoleto che potevano attirar carabinieri e paesani armati da quelle parti, e compromettere ogni cosa; figurarsi poi a volerci entrare di viva forza, unico mezzo forse. No, no, prima di tutto era necessario allontanar quel pericolo.
Egli sapeva chi li avrebbe levati d'imbarazzo: dovendo dar parte della somma a qualcuno, meglio darla a uomini sul cui aiuto potevano contar senza meno, ch'avrebbero assicurato la riuscita della cosa, allora com'allora molto dubbia…. Dovevano esserne con don Peppino. Aveva un amico che l'avrebbe fatto abboccare col capobanda: Peppe fidasse in lui pienamente. Peppe approvò; lodò la sagacia e la prudenza di Castrenze…. gli raccomandava però…. di non compromettere la sua veste sacerdotale. E avendogli questi detto che in ballo ci avevano a esser tutti, rispose che anche lui l'intendeva così; ma voleva che lo si facesse passare per un tal Serafini, campiere a spasso: all'occasione si sarebbe travestito da campiere.
Presa dunque questa deliberazione, stettero a parlare ancora della casa. Fermavano la maniera di diportarsi entrati in casa, com'essere: far cantare a ogni costo l'amico nel caso che non volesse cantare; tenere gli occhi alle mani dei compagni, ladri, ma ladri! ch'avrebbero potuto far sparire un migliaio d'onze in men che non si dice. Discutevano il come cancellare in seguito ogni traccia del reato; si sarebbero travestiti, avrebbero poi fatto sparire gli abiti, si sarebbero procurato un alibi…. Se riuscivano a metter le mani su' danari volevano goderseli in santa pace, che diavolo! Arrivarono anche a far progetti sul come l'avrebbero impiegati: il prete voleva ingrandire il suo fondo della Rupe, don Castrenze voleva metter su negozio di frumento, darlo a' contadini nell'inverno a quattro tumuli a salma…. Ciò dava il benefizio del ventiquattro per cento; non c'era mica male!
Si separarono coi cervelli in fiamme, dandosi la posta per l'indomani, chi sa fosse sfuggita loro qualche cosa.
E l'indomani don Castrenze che la notte non aveva dormito, andò ad aspettare il prete in piazza, vicino la porta piccola della parrocchia dove questi era solito dir messa.
Mezz'ora dopo il reverendo venne fuori in fretta. Nemmen lui aveva dormito la notte; era uscito presto; aveva vagato per il paese come un cagnaccio randagio; aveva abborracciato la messa col capo pieno di pensieracci; e correva al ritrovo.
—Bisogna far presto, disse sottovoce a don Castrenze, proprio presto…. può darsi che l'amico impieghi i danari; resteremmo con un palmo di naso.
Don Castrense accennò di sì col capo a varie riprese. Anche lui era di quel parere: partiva a momenti, andava a trovar l'amico che doveva farlo abboccare con don Peppino. E fattesi reciproche raccomandazioni e reciproche proteste, si divisero. Don Castrenze era già lontano, quando il reverendo lo richiamò con un «pst pst» energico. Voleva dirgli si ricordasse di non compromettere la sua veste sacerdotale….
Serafini…. campiere a spasso…. restavano intesi….
—Si parla una volta, rispose il guercio, stringendo la mano che l'altro gli tendeva come ultima raccomandazione.
VIII.
Il galantuomo desinò un po' più presto del solito. Alzatosi da tavola, sellò il morello, mise nelle bisaccie il gabbione col furetto, due pani bianchi, un fiasco di vino, un quarto di ricotta salata, un po' di salsiccia e quattro sedani: e montato a cavallo, con Vespa e Monaca dietro partì per Pietracaduta.
Arrivò sul far della notte. La luna già levata in un cielo senza una nuvola, batteva sulle vecchie mura della masseria con la mandria da un lato riparata da spini su' muriccioli a secco, si specchiava nell'abbeveratoio vicino, facendone scintillare le acque, increspate da un leggiero venterello. Dietro, sotto a' suoi raggi, verdeggiava tutt'in giro la costa, senza un albero, sparsa qua e là di sassi, e sulla cui sommità spiccava nell'azzurro un mastino acculato che abbaiava.
Allo scalpitìo del cavallo s'affacciò alla porta un contadino.
—Ehi!
—Ehi!
—Che volete?
—C'è compare Giorgi?
—C'è. Si voltò verso l'interno, e chiamò:—Su Giorgi!… su Giorgi!…
—Oh.
—C'è uno che cerca di voi.
Un momento dopo comparve il campiere. La luna l'illuminò tutto, facendo luccicare i fregi di rame della giberna ch'aveva ad armacollo: era un uomo chionzo dal naso a trombetta, con una barba ispida, e nera: era vestito di bordiglione, portava, schiacciata indietro sul capo una scarzetta di felpa con una lunga nappa di seta.
—Ehi!
—Salutiamo, compare Giorgi.
—Oooh, don Castrenze!
Il galantuomo era sceso da cavallo; s'abbracciarono e si baciarono.
—Quant'è che non lo vedo!…. Presto, Masi, conduci il cavallo nella stalla; levagli le bisaccie di dosso e portale su. (Poi avviandosi con l'amico)—Come va tanto bene?
—Son venuto un po' per vedervi, è un secolo che non si fa quattro chiacchiere….
—Grazie.
—Un po' perchè mi bisognano un par di conigli per regalarli.
—Ci corre con poca fortuna: l'altr'ieri ci furono quattro cacciatori di Cammarata, e spazzarono via ogni cosa…. Basta, con tutto ciò non resteremo a denti asciutti; so certe tane in un dirupo….
Frattanto erano entrati nella fattoria. Giorgi andò a staccare da un chiodo una lucernetta di latta, e s'incamminò facendo lume. Salirono per una scaletta ripida di cinque o sei gradini, e vennero nella stanza de' campieri. Era piccola, a tetto, dalle pareti sudice: a sinistra due letti con le panchette di legno, e su ciascuno uno strapunto abballinato a quadretti bianchi e azzurri; a destra un deschetto addossato alla parete, e due rozzi sgabelli. Al capezzale de' due letti tre o quattro immagini di santi affumicate, incollate con midollo di pane, un fascio di taglie di ferula. Da tutta quella roba esalava un puzzo di caprino ch'appestava.
Giorgi Ciulla posò la lucerna sul deschetto.
S'accomodi, disse all'amico accennando uno sgabello, e mi permetta: vado a preparare qualcosa da mangiare: si contenterà del poco che c'è. Se avessi saputo….
Entrava Masi con le bisacce.
—Non state a incomodarvi, compare, ho portato un po' di salsiccia. E fattosi incontro al contadino, la cavava fuori dalle bisacce coi sedani, il pane, il fiasco e la ricotta: dava l'una al campiere, posava le altre cose sul deschetto.
—Oh, non c'era proprio bisogno…. basta, sempre compito don Castrenze! E Giorgi, dicendo ciò solo per cerimonia, stendeva la mano, e pensava con piacere che di quella salsiccia ne prenderebbe una satolla.
Mezz'ora dopo i due amiconi erano seduti al deschetto senza tovaglia, davanti alla salsiccia che aveva quel bel colore dorato degli arrosti cotti appuntino. Giorgi si levò di tasca il coltello, l'aprì, e si mise a tagliare il pane: dette la parte dell'orliccio all'amico, ne posò un'enorme fetta accanto al suo piatto; partì la salsiccia, aspettò, lasciandoci gli occhi sopra, che l'amico si servisse, infilzò il coltello in un rocchio, e si mise a mangiare a bocconi doppi.
—E che si dice, compare Giorgi, domandò il galantuomo ammiccando.
—E che s'ha a dire, don Castrenze, rispose con la bocca piena: ci angustiano.
—Al solito, eh?
—Già.—E tra un boccone e l'altro prese l'aire.—Vengono quegli sbirroni de' carabinieri, si mangiano mezza masseria, poi fuori con la solita storia: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! vengono quegli sbirroni dei militi, spazzano il resto, e poi: ci avete a far pigliare i briganti, se no all'isola! i soldati l'istesso, con la differenza però che quegli lì se gliene date, ne prendono, se no, niente. Ma siate ragionevoli, noi che l'abbiamo legati alla cintola i briganti? nella masseria non ci vengono…. A chi lo dite? è come parlare al muro. A me mi paiono pazzi! Lasciamo stare che non potremmo mostrarci più a fronte scoperta, che ognuno avrebbe il diritto di sputarci in faccia, mi spiego?…
Il galantuomo alzò le sopracciglia, e approvò col capo.
—Ma quando ci fosse toccata una schioppettata nella schiena, seguitò Ciulla, o che loro ce la leverebbero?
Infilzò il coltello in un altro rocchio al quale attaccò un morso, e abbassando la voce riprese:
—Prima che venisse don Peppino dalla Calabria, i briganti di Sicilia, parlo di quelli de' nostri tempi s'intende, non erano che la…. (e disse la parola) di tutti i briganti! tanti scassa pagliai buoni solo a rubar cavalle, mule, caci, scappolari, o barde o bisacce, assaltavano qualche volta il procaccio, facevano qualche sequestro…. ma che razza di sequestri: fatti senz'abilità e senz'accordo….
—Come quello del marchese di S. Gabriele, per esempio.
—Appunto. Ma venuto don Peppino la cosa cambiò aspetto: si cominciarono a far furti seri, si cominciò a fare alle schioppettate con la forza, a ammazzar spie, a organizzare sequestri, veri sequestri…. Non parliamo di quelli de' fratelli Sala; la colpa fu di compare Vincenzo, che, lasciato a guardia de' sequestrati, pensò d'ubbriacarsi….
—Che bestia!
—Lei lo sa, i due giovini che non erano minchioni, gli fracassarono il cranio con una terribile legnata, e se la svignarono. Ma quello di Salemi però fu fatto da maestri, quel che si dice da maestri.
—È vero.
E il campiere trasportato dalla mania che aveva di chiacchierare, usciva sempre più dal proposito: ora raccontava i particolari del sequestro Salemi.
—Lei non l'ignora certo, propose l'affare don Santo Rufola soprastante dei Carabillò. Per mezzo suo si sapeva che Salemi doveva andare a Termini, anche l'ora della partenza s'era appurata, e ch'egli portava dei salsiciotti che doveva regalare al suo avvocato! Don Peppino fa appostare i suoi uomini a Sbalzo di Franco, tra gli ulivi sopra lo stradale: lui in stivaloni verniciati e giacchetta di velluto, a cavallo alla sua storna sellata come la cavalla d'un principe, si mette a passeggiare fumando tranquillamente. Che razza d'uomo, eh!
—Per Gesù Cristo!
—E in pochi giorni, duemila e cinquecent'onze in tasca, in barba a tutti gli sbirri della Sicilia!… Ah, la vita del brigante ha de' pericoli, ma è bella soggiunse con un sospiro. Borsa piena, libertà, senza pastoie di legge e del diavolo! Se non avessi moglie e figliuoli!…
E annaffiò il suo rammarico bevendo al fiasco con gran rumore di labbra: poi disse strizzando un occhio:
—Si lascia bere questo vinetto!
E il galantuomo solleticato dalla lode, facendo cerchio dell'indice e del pollice uniti, e alzando la mano, esclamò con enfasi volgare, ch'era di quello pisciato dal Padre Eterno!
—È di Malfarina?
—Già.
—Famosa contrada.
Allora si ricordò che aveva lasciato il discorso a mezzo.
—Dunque, dicevo io, perchè le cose ora vanno di tutt'altro modo? perchè la banda ora è ordinata e disciplinata come si deve: capo, vice capo, gregari, affiliati, manutengoli, spie, e gli statuti, come dicono loro, certe leggi con le quali il marchese tiene tutti in un pugno. Capisce lei! Andate a scherzare con questa gente! Bisogna rigar diritto se non si vuol avere una schioppettata, o una citazione….
—Una citazione!
—Sicuro.
—E cos'è questa citazione?
—Cos'è questa citazione? Vengo e la servo: ha da sapere che n'han inventata un'altra: appena vien loro un sospetto, vi mandano un pezzo di carta scritta, proprio come fa la giustizia, dove vi s'intima di farvi trovare il tal giorno, alla tal ora, nel tal luogo: lì il capo, il vice capo, e il più anziano, siedono su' sassi come se fossero giudici, vi dan l'avvocato per difendervi, uno v'accusa, e vi fan la causa! Finiscono per lo più con mandarvi all'altro mondo. Perciò li vadano a prender loro i briganti se n'hanno voglia e coraggio, tanto son pagati per questo: noi ci lascino stare per i fatti nostri a buscarci il pane, che andiamo per le serre di notte e di giorno, e non si sa mai quel che può capitarci.
—Avete ragione.
E per far vedere ch'anche lui era in giorno di queste cose, si messe a raccontare come fossero stati uccisi il tal campiere, il tal pastore, il tal contadino, fucilati i due della borgata di Roccamena, per non aver voluto badare ai fatti loro; e per l'istessa ragione costretti a snocciolare grosse somme tizio e sempronio, ricchi proprietari; come al fattore di Marcatobianco, che una notte aveva lasciato fuori senza pane e senz'orzo compare Ciccio Raja, avessero fatto lo smacco di rubar due mule e sette cavalle, tra cui la famosa Bordellina, la cavalla morella che ora cavalca don Peppino.
—Ora a proposito, ditemi una cosa…. riprese dopo un po' di silenzio, è veramente calabrese questo don Peppino?
Il campiere che ingoiava un grosso boccone, accennò di sì col capo.
—Calabresissimo, disse poi.
—O perchè allora lo chiamano il Lombardo?
—È lui che dice che è lombardo.
—E con quale scopo?
—Eh… ce l'avrà certo il suo scopo…. chi sa che corbellerie grosse avrà fatto in Calabria…. e com'è naturale lei mi capisce….
—E… ditemi un'altra cosa…. perchè lo chiamano il Marchese?
—Glielo dirò in due parole.
Prese un sedano, e cominciò a nettarlo.
—Ha da sapere che una domenica di marzo dell'anno scorso andavo al picco dell'Avvoltoio, per certe mie faccenduole: nel bosco incappai in un appiattamento di bersaglieri. Alto, mi gridò l'ufficiale alzandosi di dietro a un pietrone. Mi fermai.
—Chi siete?
—Il campiere di Pietracaduta.
—Come vi chiamate?
—Giorgi Ciulla.
—Di dove venite?
—Dalla masseria.
—Dove andate.
—Al picco dell'Avvoltoio,
—Avete permesso d'armi?
—Sissignore.
—Mostratemelo.
—E perchè no.
—Me lo levai di tasca e glielo detti. Lo lesse guardandomi di quando in quando come se volesse farmi il ritratto: poi approvò col capo, e me lo restituì.
—Avete visto briganti?
—E dove! alla masseria non ci vengono; io giro un po' pel feudo, vedo passare tanti e tanti…. ma la trazzera è del re e non si può impedire: la gente lo portano scritto in fronte se sono briganti o no?
—Avete la lingua molto sciolta, brutto muso.
—Io non so se sia un brutto muso; questo so, che aria chiara non ha paura di tuoni.
—Basta. Andate. Ci vorrebbe la legge…. (non so più che cosa avesse bestemmiato) per questi birboni!
—Bacio la mano.
E seguitai per la mia via. Avevo fatto un mezzo miglio, quando vidi venire verso di me un uomo a cavallo a una cavalla baia. Quello lì, dissi, mi pare Nino D'Amico…. Se è lui, ha da esser devoto a qualche santo. Mi avanzo: era lui.
—Salutiamo.
—Oh, co….co….compa….pare Giorgi! (Tartaglia un poco, disse, al galantuomo sorridendo).
—Dove si va, compare Nino?
—Scendo alla masseria per parlar con Ntoni il capraro.
—Ringraziate Dio d'avermi incontrato, gli dissi io allora.
—Perchè?
—Nel bosco ci sono appostati i bersaglieri.
Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare Ciccio Raja, Mamola…. tutti i picciotti insomma; e alcune donne, Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.
Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli della vita del brigante, quale fine l'aspetta…. qua, là, egli non aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da mantenere, pensasse alla povera vecchierella…. Insomma un certo discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta, andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come un lupo.
—Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:—Compare, è un segreto del nostro capo…. però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e non posso negarvi nulla: ma!…
—Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:—È un marchese incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un brigantaggio come quello del Napoletano.
—Davvero! esclamò don Castrenze.
—Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.
—Stento a crederci…. perchè…. Ragionate con me: se le cose andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, non s'eran fatti ancora conoscere: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta, non si guarda tanto pel sottile.
—Sì, ma….
—Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti, averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar tanto. Che ve ne pare?
Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro lungo bacio al fiasco.
—Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso, dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.
E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.
Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.
—E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca, cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse farlo abboccare con lui… Si trattava d'un affare delicato…. rischioso…. ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco, sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli aveva proposto l'affare…. e finalmente gli domandò se voleva essere della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini, ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.
Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio che vuol vendere la cavalla.»
Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto, don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa pazienza, poichè…. insomma…. l'affare era avviato benino. Annunziò con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.
IX.
«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo, togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.
—Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale…. aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva risposto:—Si parla una volta.
L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.
Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le viste d'andarsene a caccia.
—È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero allontanato un poco dalla masseria.
—Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.
—Dov'è?
—Sulla montagna.
—Gli avete parlato.
—Gli ho parlato.
—Accetta?
—…. Ci son guai.
—Guai!
—Guai.
—Ma perchè?
—Perchè…. perchè…. Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva essere un suo amico.
—Pietro Serafini.
—Già.
—E?…
—Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.
—Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.
—Gli dissi che non lo conoscevo.
—Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.
—Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma…
—Spiegatevi.
—Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo Serafini….. e ciò sarebbe niente…. ma il peggio è che compare Nino D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua? Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non si scherza…. se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta, saremmo in un precipizio.
—Carta scritta…. carta scritta…. disse il galantuomo un po' inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte queste storie?
—Non ha capito?
—Io no.
—Oh!… ma la cosa è chiara…. il capitano teme…. che lei….
Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno d'aggiunger altro.
—Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!
Questi scrollò il capo.
Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua piccola persona.
—Io! io! E si batteva il petto. Io!… Ma io sono un galantuomo, compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la provincia e tutta la Sicilia….
—St…. piano; si calmi.
—E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche voi, dubitate di me!
—Io! che dice mai!
—Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh, quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,… un traditore.
—Ma chi le ha detto….
—Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per un braccio. Andiamo dal capitano!… spiegherò ogni cosa, e vedremo! Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì, del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!
Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici, aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra, quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più mafiosesca che mai, aspettava.
Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra, col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide, quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo, calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati: aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore, generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i compagni obbedirono subito allontanandosi.
—Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di S. Giovanni?
Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.
—A servirla.
—Assicuraste che l'affare è buono.
—A servirla.
—Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso.
—A servirla.
Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.
—Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè Serafini…..
E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce, aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come stesse quella faccenda.
Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un po' più adagino…. Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la provincia, la Sicilia tutta…. e piuttosto che macchiarsi d'un infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.
Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi. Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico, che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione, del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti…. Serafini era padre don Giuseppe Rizzotto.
E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano, al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse: che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico, travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento. C'era che dire?
Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse travestito da campiere.
—Padronissimo, rispose il galantuomo.
E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:
—Domenica sera dunque.
—Dove?
—Nel bosco di Melia…. tra due ore e due ore e mezzo…. e precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?
—Sissignore.
—Chi arriva il primo aspetta.
—Bene. E il segno per riconoscerci?
—….Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino, domandate loro:—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?
Gli dette commiato con queste parole:
—Badate!… prenderò delle informazioni.
—Oh, ci ho tanto piacere!
Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa, smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il cappotto, e via a trovare il reverendo.
Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse all'amico, poi gli domandò:
—Che cosa hai fatto?
—Tutto.
—Parlasti con don Peppino?
—Ci parlai.
—Accetta?
—Sì: ma vuole abboccarsi con te.
—E…. ti sei ricordato di non compromettere la mia veste sacerdotale?
—Oh!
—Bene.
—Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle Tre Croci.
Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.
Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.
Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.
Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati, entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove l'aspettava don Peppino.
La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso, mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi. Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto l'abbaiare sinistro d'una volpe.
Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra, nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.
—Castrenze…. mormorò il prete.
—Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.
—L'hai sentito?
—Sì.
—Che diamine vuol essere.
—Umh…. Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni attorno il luogo dell'appuntamento…. sarà un di essi che l'avverte del nostro arrivo.
—O se invece fossero i soldati?
—Eh, per Gesù Cristo!… i soldati non fischiano.
Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete gli andò dietro borbottando.
Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.
Era un luogo quasi circolare, nella cui parte superiore si vedevano tre mucchi di pietre, su ciascuno de' quali era conficcata una rozza croce di legno. Un'altra via, dirimpetto a quella che avevano percorso i due amici, s'ingolfava più cupa e più profonda.
—Non c'è nessuno, disse il prete sottovoce, dopo avere spinto lo sguardo un po' da per tutto.
—Aspettiamo.
Ma in questa sentirono un fruscio di sterpi smossi, e videro sbucare dalla via dirimpetto, due uomini a cavallo, armati e incapucciati, i quali pareva andassero per i fatti loro.
Padre don Giuseppe si strinse nel cappotto.
—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta? domandò il galantuomo, quando que' due gli passarono vicino.
—Don Castrenze…. disse quello ch'era avanti.
Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare, voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle, intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio, e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno d'attacco, diceva lui.
—Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.
Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.
Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo. Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis: egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è l'entrata di S. Saverio, la principale del paese…. questa è l'entrata di S. Brigida…. E intanto salivano e scendevano secondo gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci, latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte, o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto; erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su' cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.
—Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.
Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il portone a angolo acuto.
Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua bravazzata.
—Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.
—Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si può penetrare per il coretto.
—M'avete detto che per solito non ci sono che tre carabinieri, un vice brigadiere, e un brigadiere…
—Sì.
—Ne siete sicuro?
—Sicurissimo…. Però può darsi il caso che da una sera all'altra capiti qualche pattuglia da Cammarata, e ci resti.
—Bene starete all'erta; nel caso dei casi il vostro amico sa da chi farci avvertire. E ora andiamocene….Sarebbe inutile visitare i dintorni della villa i picciotti, quando sarà l'ora, ce li condurrete voi e il vostro amico: io avrò troppo da fare qui.
E fini con un sorriso mafiosesco.
—Resta a fissare il giorno, disse il reverendo incamminandosi.
Il bandito stette a pensarci su.
—Non può essere prima del ventinove di marzo, disse infine.
—Il ventinove di marzo! Ancora altri dieci giorni!…Badate, in simili faccende non si perde tempo.
—Lo so; ma non c'è che fare.
—Vediamo….
—È impossibile. Della gente ce ne vuole…. devo avvertire i picciotti…. far certi preparativi….
Ma l'omaccione insisteva: era impaziente: con un po' di buona volontà non c'era bisogno poi di tanto tempo per riunire gli amici, al Capitano certo non sarebbero mancati i mezzi. Le cose lunghe diventan serpi…. un caso qualunque poteva far scoprire tutto, ci pensasse. Oltre di che se si presentasse una buona occasione, il vecchio potrebbe impiegare il danaro, e lasciar tutti con un palmo di naso….
Allora l'altro l'interruppe. A lui la cosa premeva più che a ogn'altro, figurarsi! ma bisognava essere ragionevoli: non si poteva riunire i picciotti in meno d'otto giorni…. e poi, o che s'assaltava un paese al lume di luna?
Questa ragione, più d'ogni altra, calmò gli ardori troppo evangelici del reverendo: egli si persuase. Il ventinove di marzo dunque. Il capitano manderebbe un suo fidato a Pietracaduta, Ciulla penserebbe a far avvisare don Castrenze: l'importante era stabilire il luogo dove riunirsi la sera, prima di dar l'assalto. E scelsero la così detta Tribunella, una cappellina poco più su dallo stradale, a mezzo miglio del paese, che alcuni fedeli avevano eretta alla Madonna Addolorata. Intanto salivan la costa di buon passo. Don Peppino ruminava il disegno d'attacco: non poteva nascondere a sè stesso la difficoltà dell'impresa, e per il contorno irregolare del paese, e per la vicinanza di Cammarata, e per la posizione della caserma dei carabinieri: tuttavia di dar addietro non ci pensava nemmen per sogno: s'affidava alla sua vecchia esperienza, all'arditezza de' compagni, s'affidava alla fortuna che l'aveva sempre aiutato nei pericoli.
Il reverendo lo seguiva sbuffando; il colosso sudava sotto al cappotto, mentre un pensieraccio, sortogli in mente nel volger gli occhi alla villa, gli faceva scorrere dei brividi di piacere per il corpo; finalmente si sarebbe presentata quell'altra occasione che aspettava da tanto tempo…. voleva prender due piccioni a una fava: Lola, quella bella fanciulla che s'era mostrata così sdegnosa con lui, egli l'avrebbe in mano, e in quella confusione…. La vedeva nel letto verginale…. dibattersi nella sua stretta…. sentiva palpitare sotto alle sue, quelle tenere carni…. E agitato da una viva impazienza, gli sapeva mill'anni, imprecava alla luna che, giusto in que' giorni, doveva venire, con quella faccia da mascherone, a rompergli le uova nel paniere!
Un quarto d'ora dopo i due compaesani l'uno accanto all'altro, tirandosi dietro le cavalcature, il prete ragguagliando di tutto don Castrenze, s'allontanavano giù per la discesa verso la Rupe, i banditi a cavallo, e per la via dond'erano venuti.
Il capo aveva ripreso a ruminare il suo disegno di attacco, e lo veniva perfezionando: bisognava occupare tutte le cantonate delle strade principali, circondar la caserma de' carabinieri…. quel posto lo riserbava per sè e alcuni dei più arditi: bisognava atterrir gli abitanti con urli e schioppettate, alla minima voce, al minimo rumore che partisse dalla villa…. Ed enumerava gli uomini su' quali poteva contare: quei di Prizzi, que' di Mezzoiuso, que' di Lercara, que' di Burgio…. Valvo co' suoi: stabiliva la maniera come avvertir tutti il più presto possibile.
Intanto, un'altr'ordine di pensieri travagliava la mente del confidente, e gli mandava in tanto veleno il tacchino di cui quel giorno s'era inzeppato nella masseria di Melia.
—Assaltare un paese!… assaltare un paese!… ripeteva tra di sè dimenando il capo sotto al cappuccio. Assaltare un paese!…
Gli parevano tutti pazzi, non poteva darsene pace: e spinto dalla tremerella che aveva addosso al solo pensarci, diceva una fitta d'ingiurie a sè stesso. Era un porco, uno schifoso, una carogna, la cosa più bassa e vile del mondo! Gli stava bene…. gli stava bene! S'era voluto buttare alla campagna, come se la vita del bandito fosse seminata di rose!… Se si presentava dopo quel maledetto furto (che gli fossero cadute le mani!) il più che poteva incogliergli era una condanna di due o tre anni: puh! la gran cosa! meglio ora che c'era tutto il verso di morire com'un cane, con una schioppettata? Brr, gli venivano i bordoni solo a pensarci.
Prese una positura più comoda sulla sella, si strinse di più nel cappotto, e dopo un poco riprese il filo delle sue idee. Ma poi santissimo diavolo, glielo lasciassero dire, gente che si senton uomini davvero dovevano accettare una proposta simile? cose, cose da stordire! S'affrontavano i pericoli, non c'era che dire, ma gettarsi in bocca al lupo!… cercare di farsi tagliare a pezzi da una popolazione spalleggiata da carabinieri, soldati, militi e sbirri del municipio!… Oh, questa no, non poteva mandarla giù…. E poi, chi lo diceva che non ci fosse sotto un tranello?… Basta a rischio, di farsi dare del minchione, egli voleva dir la sua.
Spronò la cavalla, e andò a mettersi accanto al Capitano.
—Do do do do don Peppino.
—Che che che che vuoi, riprese il Marchese contraffacendolo.
—Pe pe per….memettete che che…. dica uuuuuna parola?
—Parla.
—I…. i…. du due san… gio….vannesi mi mi mi pa….paiono du du due i i intriganti…. io no no non…. credo che sa sa sarete…. ta ta tanto pazzo da fi fidarvi di di di di lo….ro, da da….d'accecce….ttare uuna prooo….posta da da gente che che co co….noscete poco, fa fa fatta forse pe pe per….
—I consigli tienli per te quando non ti si chiedono, imbecille!
—E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza. Fermò la cavalla e si rimesse dietro.
—Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli…. se n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più rimedio…. allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!… Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò più una parola…. Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte, giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.
—Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.
—Che vuoi?
—A a a avete se sentito quel la la….mento?
Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto molto senso.
—L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.
—È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.
—E?…
—A….a….a….apporta disgrazia.
Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti stretti:
—L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!… e se seguiti a rompermi i corbelli…. sangue…. il gufo avrà cantato per te. Riprovati ora!
—E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a' suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.
Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita di costui.
Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio dell'ignoto…. parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo) doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e inesorabile…. Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne, nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati…. E il bandito feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone, Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente. Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti, cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava al passo irrequieto e nervoso della Bordellina che rodeva la briglia e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.
A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre, onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato, quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare; erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore, soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla madonna!
Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che l'ha tirato su per le forche!
Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre figure: sua moglie Rachele…. la sua bimba…. Oh, la sua bimba! la sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie…. E aveva dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse aperta la terra ad inghiottirlo!
E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai carabinieri…. entrava nella banda Bellucci…. era preso in una casipola nelle vicinanze di Scigliano…. ammanettato, sedeva sul banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo guardavano bieche….. egli le riconosceva, erano il sindaco di Saracisa…. il signor De Giovanni di S. Donato…. Rafaele il povero mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?
Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi. Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Gennarino Placo…. Era stato Gennarino Placo, che, scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.
Qui si rasserenò un poco. Aveva due vie aperte dinanzi a sè, quella del delitto, e quella del lavoro: ma quattro lunghi anni di galera gli erano stati di terribile esempio; ma le massime del maestro di S. Stefano avevano lasciato un'impronta benefica nell'anima sua: era rientrato in sè stesso. Aveva vissuto nel piccolo mondo della sua foresta, separato completamente dall'altro, ignaro delle leggi, e, in certo modo, delle consuetudini di essa, non respirando che vita brigantesca, non sentendo levare al cielo che briganti, non sentendo ricordare che fatti di sangue; s'era persuaso dunque che fosse quella la vera vita col diritto della libertà, della volontà, della forza. Ma senza nemmeno pensarci (il suo maestro glielo aveva dimostrato) egli aveva conculcato la prima pel trionfo delle altre due; aveva stuprato, aveva rubato, aveva assassinato…. egli, l'amante feroce di quella libertà, l'aveva calpestata! E non aveva il diritto, di far tutto ciò! aveva visto altri uomini ad arrestarlo, altri uomini a condannarlo, altri ad approvare quella condanna, a biasimare quel che suo zio gli aveva raccontato ammirando!… anche qualcuno dei suoi compagni di sventura aveva sentito a parlare di rassegnazione, di giustizia…. Non era forse Iddio che lo aveva fatto incontrare col maestro di S. Stefano, gli aveva dato l'agio di fuggire, perchè mutasse vita?
Allora aveva scelto la via del lavoro, e vi si era incamminato pieno di gioia e d'ardore. Aveva inventato un romanzo: s'era dato per un tal Giuseppe Del Santo da Bergamo, un garibaldino che aveva versato il sangue per la patria, dopo d'averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa di un ricco signore di Padova: aveva parlato di sciagure domestiche, di persecuzioni, ed era riuscito a gettar la polvere negli occhi di tutti. Ed eccotelo cambiato in maestro, e insegnare l'abbiccì a' contadinotti delle borgate di Nicoricchia, dell'Uditore e Trabucco; e nelle ore libere, scriver lettere e far di conti. Era retribuito scarsamente, è vero; certe volte doveva contentarsi d'un piatto di maccheroni…. ma s'era attaccato con ardore all'idea di mutar vita, e avrebbe sofferto la fame e peggio. «Il pane tanto più è saporito, e onorato, quanto più è bagnato dal sudore della fronte di colui che lo mangia.» E questa sacra massima lo confortava, ricordandogli l'uomo grande che aveva fatta la luce nelle tenebre dell'anima sua.
Viveva tranquillo come se quella vita dovesse durar sempre, quando un punto nero apparve in quell'orizzonte sereno. Nel marzo del 1862, risaputo che il fittaiuolo dell'ex feudo Scale; vicino Piana dei Greci, cercava uno che sapesse far di conti, era andato alla masseria, aveva parlato con costui, avevano stabilite le condizioni. Però non era potuto star là che una quindicina di giorni, non andando d'accordo col fattore Alegna, un mafioso che lo metteva con le spalle al muro. Egli era uomo da farlo stare a dovere; ma aveva risoluto d'evitare che un qualche guaio lo ricacciasse nell'antica via. Era tornato a Nicoricchia. Ma quindici giorni di lontananza (è così fatta la natura umana) erano bastati a far sbollire l'entusiasmo destato in que' borghigiani dal garibaldino, il quale aveva versato il sangue per la patria, dopo averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa d'un ricco signore di Padova, e l'istesso piatto di maccheroni non c'era tutti i giorni.
A quel ricordo, anche ora, benchè sotto l'incubo della paura della morte, e del redde razionem, il bandito sentiva accendersi il sangue, e un pensiero s'agitava in confuso nella sua mente: caso mai quel Megna gli capitasse tra le mani…. oh, gliela farebbe pagar cara!
Riprese il filo delle sue idee. Un bel giorno, durante il passo delle quaglie, era venuto a Nicoricchia il figlio del commendatore Pallanza. Egli l'aveva risaputo, s'era fatto presentare al giovine da un giardiniere suo amico, gli aveva raccontato il solito romanzo, lo aveva ammaliato come aveva ammaliato gli altri, e lo aveva pregato di fargli avere un posto, tanto da poter vivere, o a Palermo, o in qualche feudo. Il giovine aveva promesso d'aiutarlo. Difatti, un mese dopo, gli faceva arrivare una lettera per il signor Lo Cicero, fittaiuolo di Marcatobianco.
Così il destino l'aveva condotto bel bello nei luoghi (covo di ladroni) che dovevano esser teatro dei suoi nuovi e più sanguinosi delitti! A che era valso l'aver sofferto la fame pur di perseverare nella buona via? Aveva cercato d'allogarsi alle Scale, e s'era imbattuto in Megna; sarebbe potuto restare a Nicoricchia, e s'era imbattuto in Pallanza. A Marcatobianco doveva imbattersi in Micca!
Micca era bella; sì…. egli si sentiva trascinato verso di lei; sì…. s'era mostrato galante, troppo insistente; sì…. ma non era vero che avesse tentato di violarla! Un giorno di luglio essa s'era addormentata tra' covoni, in un campo mietuto: egli, che cavalcava da quelle parti, sonnecchiando al sole che cadeva cocente e terribile sulla campagna, non s'era accorto di lei se non quando il suo cavallo aveva fatto uno scarto. Essa si svegliava in sussulto, supponeva quel che non era, balzava in piedi spaventata, e correva d'un fiato alla masseria. L'indomani sconciava, e moriva. Che colpa ci aveva avuto lui?… Il marito gli era nemico; egli l'aveva soppiantato; s'era valso di quella disgrazia per perderlo nell'animo dei padroni. Era stato chiamato in Alia, e licenziato.
La luna tramontava: sotto a' suoi raggi obliqui la campagna prendeva un aspetto livido di mostro spirante.
Il bandito scrollava mestamente il capo sotto al cappuccio: si ricordava ch'era uscito dal paese assai sconfortato…. pensava, con una certa amarezza, che aveva servito il signor Lo Cicero bene, e onestamente…. Gli erano state affidate delle grosse somme, per andare a pagar la fondiaria o la ricchezza mobile; non aveva avuta mai la tentazione d'appropriarsele e non farsi più vedere: e l'avrebbe potuto far facilmente…. Basta, solo in mezzo a sterminati campi di stoppie e di favuli flagellati dal sole, senza cavallo, senza sapere dove battersi il capo, aveva veduto il precipizio all'orlo del quale si trovava, e questa volta l'aveva misurato con occhio indifferente. Passavano giusto certi mulattieri, era montato in dosso a una loro mula, deciso d'andare a Termini. Però vicino a Raciura, preso a un tratto da una di quelle strane sensazioni che certe volte soglion essere foriere dei gravi avvenimenti della vita, cambiava idea, smontava, e s'internava nel bosco.
Perchè?
Là, in un pagliaio di pecorai, doveva imbattersi in que' banditi che aveva conosciuto durante la sua dimora a Marcatobianco, per raccontar loro quel che gli era successo; cavalcare un par di mesi con essi; dar prove non dubbie del suo coraggio in uno scontro improvviso, allo svolto d'una via, con soldati e militi; cedere alle preghiere, e accettare il comando della banda….
Si rivedeva a Malfarina, sur un poggio a cavaliere di due valli, dopo aver letti gli statuti della nuova associazione, tra i compagni pieni d'entusiamo, i quali, agitando i berretti in aria con un urrà formidabile, guardavano in qua e in là dove scorgessero paesi, quasi in atto di sfida alla società che si preparavano ad attaccare.
Da quel giorno aveva affogato i rimorsi nel sangue: non del tutto però, poichè, come si vede, di tempo in tempo ritornavano a galla.
Albeggiava. A destra, da una masseria in costa, si elevava un pennacchio di fumo; abbaiavano i cani, le pecore belavano nelle mandrie; un branco di mulacchie si svegliavano stridendo nel bosco; cominciava il concerto delle calandre ne' seminati ondeggianti al soffio d'un venterello fresco…. La natura si ridestava allegra e rugiadosa in quella bella mattinata di marzo, sotto alla volta celeste d'un cielo senza una nuvola.
Il Marchese fece bocca da ridere: l'apparire del giorno, i rumori della vita, l'avevano rinfrancato, avevano scacciato le nebbie de' suoi tristi pensieri. O dove l'aveva la testa per aver ruminato tutte quelle sciocchezze! il canto d'un uccellaccio, le paure d'una carogna, l'avevano colpito al punto….
Finì il pensiero con un sogghigno. Voleva farne di più d'ora in avanti, per punirsi di quella debolezza da femminuccia…. Dio? che Dio! Inferno? che inferno! Il vero inferno era la _vicaria_¹, e sinchè aveva in mano la carabina, non ce lo caccerebbero certo! Alla masseria per Cristo! lì l'aspettavano i compagni: manderebbe Mamala ad avvertire que' di Mezzoiuso, D'Aquila que' di Prizzi, Di Marco que' di Lercara, egli e Savona andrebbero a Granza, a trovar Valvo…. L'assalto di S. Giovanni farebbe epoca. E col cuore allargato da una gioia feroce, diede un par di spronate alla Bordellina, che, a quest'attacco repentino, s'impennò, saltò un ruscello, e via per la costa come una saetta.
¹ Vicaria, carcere principale di Palermo, onde vicaria per carcere in generale.
—Ma ma….maria san….santissima! ha iiil di di diavolo iin corpo!… barbugliò compare Nino, mentre tirava a due mani le briglie della sua cavalla, che, al partire dell'altra, s'era messa a far salti. E gli andò dietro alla meglio.
X.
Otto giorni dopo, sul far della sera, attorno alla casipola del Daino pascolava ancora una mandria di pecore; il pecoraio, seduto sur un sasso, e col bastone tra le gambe, provava con lo zufolo una polca che aveva sentito sonare, nell'ultima festa, alla banda del suo paese. E chi sa quanto ancora sarebbe restato lì, curvo, con gli occhi intenti, dimentico dell'ora e di sè stesso, se un ragazzetto non fosse venuto, a nome del Ciulla, ad avvertirlo ch'era già tardi, scendesse con le pecore. S'alzò, intascò lo strumento, radunò la mandria a urli, fischi e sassate, e se la cacciò davanti per la viottola sparsa di ciottoli, che mena alla valle, all'estremità superiore del cui tappeto verde tagliato da un borro, spiccava la macchietta rossa del tetto della masseria di Pietracaduta. La casipola tra il lusco e il brusco, restò come ingrugnata, solitaria nell'altipiano col monte a ridosso, dal cui pendio calava lentamente una nebbia fitta.
Poco dopo, dalla strada detta Bocca di Capra, sbucarono otto uomini a cavallo: andavano un dietro l'altro avvolti in lunghi cappotti, come una sfilata d'ombre nere nella nebbia invadente. Venuti vicino la casipola, smontarono; lasciarono i cavalli in custodia a uno di loro, si fecero all'uscio consunto, chiuso con un bastone, infilato per traverso in un cappio di corda macera fermato al buco della chiave, l'aprirono, ed entrarono.
Dopo una mezz'ora, eccoti altre ombre sfilare nella nebbia:
—Ehi!
—Ehi!
Smontavano, lasciavano i cavalli, ed entravano.
Ciò sino a mezzanotte passata.
Dieci minuti dopo, l'unica stanzaccia terrena della casipola offriva uno spettacolo strano. Nel focolare scoppiettava una bella fiammata: e tutt'attorno sedevano tre uomini: don Peppino nel mezzo, Biagio Valvo, a destra, Umberto Riggio a sinistra; se ne stavano, ritti a gruppi, altri banditi, e campieri, e pastori, fin proprietari, associati alla banda. La fiammata illuminava in pieno le loro facce barbute o rase del tutto, dall'espressione dura e feroce, faceva luccicare i fregi di rame delle giberne e de' fucili, i bottoni d'acciaio dei giubboni dei pastori. E sulle loro teste, coperte di scorzette di felpa con lunghe nappe, di berrette di Padova, o di berrettini a barca di panno nero, galleggiava un denso strato di fumo, che faceva lacrimare gli occhi d'alcuni, in ispecie di due induvidui del primo gruppo a destra. Questi due davano nell'occhio per più ragioni: erano vestiti d'abiti di panno fine, dal taglio in certo modo elegante a confrontarlo con quello degli altri abiti, che pareva fatto con l'accetta; le loro faccie, punto feroci, erano solamente un pochino abbronzate; anche nel loro atteggiamento c'era qualcosa di mortificato….Si sarebbero detti due galantuomini smarriti in quella combricola di birbanti. Erano Pallanza, e Rossetti, due proprietari de' paesi vicini. Davan pure nell'occhio gli uomini del quarto gruppo, per il modo strano ond'erano armati: oltre al fucile a due canne, avevano chi un'accetta, chi un palo di ferro, chi un martello e lunghi scalpelli, chi una mazza d'acciaio.
Era un vocìo rotto da risa feroci: que' signori parlavano velatamente dell'assalto di S. Giovanni prossimo a compiersi, e si millantavano con una mimica smodata. Ma a un tratto il brigante calabrese s'alzò e impose il silenzio con un gesto. Il farabutto, che dava a quanto faceva una specie di strana solennità, atteggiò quella sua brutta faccia a un'aria mafiosesca, guardò tutti in giro e cominciò ad arringarli, come deve fare un generale prima del combattimento. Disse che li aveva fatti avvertire di trovarsi quella sera nella casipola del piano del Daino, a norma degli statuti dell'associazione: sapevano di che si trattava. Pensassero che la riuscita di quel colpo di mano, oltre d'impinguare le loro borse, assodava, col terrore, il loro potere definitivamente. Quello era uno smacco che davano alla forza armata, un di quegli smacchi che fan cascar le braccia addirittura e per un pezzo. Raccomandava l'ubbedienza ai capi: stava dinanzi a lui il fiore vero della malandrineria siciliana, e non parlava d'altro; era sicuro che ognuno farebbe il suo dovere.
Finito questo breve discorso, che fu accolto con un mormorio di approvazione, il Marchese cominciò a far l'appello dei banditi.
Di Montemaggiore risposero: Biagio Valvo, Carmelo Lo Cicero, Cruciano Mesi, Pietro Salpietra, Angelo Mazzarese, Antonino Berretta. Di Prizzi: Luciano D'Aquila, Paolo e Filippo Gaucitano, Raimondo Sarese, Francesco Maralà detto Piede di palo, don Nicola Rospetti, don Giuseppe Palenza (i due proprietari), Giuseppe Sambra detto il Dannato, Sebastiano Chilli, Giuseppe Occhibianchi. Di Mezzoiuso: Carmelo Mamola detto Cairone, Pietro Sgrò, Pietro Morale, Giorgio Vittoriano (campieri manutengoli), Antonino Mistretta detto il Salemitano. Di Lercara: Antonino Di Marco, Francesco Raja, Pietro Reina detto il Malo villano, Giovanni Pessa, Gaetano Manzella, Serafino Cilì. Di Burgio: Nicasio Savona, Giuseppe Carabillò, Umberto Riggio.
Mancava Nino D'Amico! e il Capitano avendo fatto osservar ciò aggrottando le sopracciglia, a giustificarlo prese la parola Carmelo Mamola detto Cairone. Il suo compaesano egli l'aveva lasciato dispiaciutissimo di non aver potuto venire; al momento della partenza, l'aveva visto lui coi suoi propri occhi, la cavalla s'era messa a zoppicare, aveva un'inchiodatura…. non c'era nè il tempo nè la maniera di procurarsene un'altra. Conchiudeva, che in grazia della buona volontà, era giusto tener compare Nino come presente, e fargli aver poi la sua parte di bottino.
Che gran furbo quel tartaglione! aveva trovato il modo di serbar la pancia a' fichi senza che avesse a risentirsene il borsellino.
E il Marchese che lo conosceva, represse un sorriso, e guardò i due colleghi. Avendo costoro approvato con un cenno del capo, accettò la proposta di Mamola. Subito dopo si fece l'esame degli strumenti portati dai Cercarsi. I tre capi se li passarono di mano in mano approvando con un lento muover di testa, dichiarando ch'erano atti a sfracellare porte, a rovinare muri, a scassare casse ed armadi….
—C'è permesso? disse in quella una voce. Ed al voltarsi, i banditi videro Ntoni sulla soglia dell'uscio, illuminato tutto dalla fiamma. Il capraio piegava letteralmente sotto al peso di due castrati scorticati e senza testa, che portava a cavalluccio legati per le zampe di dietro.
—Compare Giorgi manda questi a lor signori.
Delle grida di gioia, assai imprudenti a quell'ora nel silenzio della notte, accolsero il capraio e le sue parole: ma un delizioso trasalimento dello stomaco l'aveva spinto per que' petti feroci, pieni dell'allegrezza della prossima rapina. Si messero altra legna sul fuoco, si prepararono delle bacchette di ferro da fucile, per servir da spiedi ed arrostir le due bestie, che già alcuni avevano levate di dosso al capraio, appendevano a due cavicchi, e cominciavano a fare in pezzi….
Per non destar sospetti, la banda prima che aggiornasse si sparse per la campagna in piccoli drappelli. Nella casipola non restarono che il Capitano, Biagio Valvo, e Giorgi Ciulla il quale era arrivato durante la notte.
XI.
Il vecchio orologio a pendolo sonò due ore: il prete contò le fave ammucchiate alla sua destra: poi esaminò le carte, e accusò i punti motteggiando.
—Come si perde questa partita! esclamò don Alessio rimasto come un allocco. Perdio!…
Ma si battè subito sulla bocca, e voltosi alla sorella che guardava sorridendo, soggiunse:—A momenti mi fa bestemmiare come un eretico questo cristiano!
—Ma se non sa giocare, riprese il prete motteggiando sempre.
—Io!!
—Lei, lei.
Il vecchio lo guardò un poco, posando i pugni stretti sull'orlo del tavolino, poi si messe a ciondolare il capo.
—Dica piuttosto che ha il diavolo dalla sua!
E lì un diluvio di ragioni, per via delle quali egli credeva di dimostrare con la più bella evidenza, che nè quella, nè molte altre partite, avrebbe dovuto perdere.
Il reverendo rideva proprio di cuore e romorosamente al suo solito; buttava giù facezie su facezie, con una disinvoltura come se non covasse nulla nell'animo. S'alzò, strinse la mano dell'amico, raccomandò all'amica che gliela desse lei qualche lezioncina al fratello quando non aveva troppo da fare. Si messe il cappuccio che soleva portare la sera e le giornate fredde in luogo del cappello, s'avvolse nel ferraiuolo, e, dicendo che aveva un gran sonno, e che appena arrivato a casa avrebbe cenato, e sarebbe andato a letto, uscì.
—Era tardi…. che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo?… Aveva fatto male ad andare alla villa quella sera….
Ecco cosa pensava, nello scender le scale, preceduto da Lisabetta che gli faceva lume! Ma riflettè subito che il non andarci sarebbe stato un errore: la sua assenza giusto quella sera, si sarebbe potuto commentare, e certe volte basta un minimo che a metter la giustizia sulle peste…. Si compiaceva, del resto, del come aveva saputo nascondere per due buone ore l'agitazione che lo divorava. Eh, eh, caso mai avesse a accadere qualche guaio…. come per esempio, Dio nol voglia, un arresto…. sarebbe una testimonianza assai giovevole a lui quella dei suoi amici che l'avevano veduto tutta la sera così calmo e burlevole. O che si può supporre che uno abbia tanta forza d'animo da padroneggiarsi a quel modo, momenti prima di commettere un reato, e per due buone ore?…
Arrivò davanti alla porta di casa sua in pochi minuti. La serva l'aveva mandata a lavare alla Rupe: si levò la chiave di tasca, aprì con gran rumore, entrò, rinchiuse con gran rumore, salì a tastoni, accese il lume. Si levò il ferraiulo, il cappuccio, la zimarra, il collare, le ampie tasche, le scarpe con le fibbie; infilò sbuffando un par di stivaloni, panciotto e bonaca di bordiglione, si legò al collo un fazzoletto rosso, mise sul capo un cappellaccio di feltro nero, la giberna ad armacollo, prese un par di pistole, un coltellaccio a molla, il fucile, e così cambiato che nemmeno il nonno, se fosse tornato al mondo, l'avrebbe riconosciuto, soffiò nel lume, e via al buio remando. Tutto ciò in fretta e furia, camminando in punta di piedi, prendendo ogni cosa con la massima precauzione come oggetto da rompere.
Era tardi; che non avesse a arrivare a tempo al luogo del ritrovo? Ma ci arrivò che non c'era ancora un'anima, tutto sudato ed ansante. Era una di quelle notti buie che cielo e terra paiono confusi. Ascoltò: nel profondo silenzio non si sentiva che il lontano ugiolare d'un cane, in quel caos di tenebre non si vedeva che un punto rosso, tremolante, la lampada della cappellina. Egli v'andò; la girò per accertarsi che non ci fosse gente appiattata dietro, poi si postò tra due macchie di rovi poco distanti, e vi restò immobile, con l'orecchie e con gli occhi tesi, rattenendo il respiro, per sentir meglio.
Venivano?… non venivano?… che diavolo facevano a tardar tanto!
E nel tabernacolo, dietro la piccola grata di legno, l'immagine della Madonna Addolorata, col seno trafitto da sette spade, guardava con gli occhi neri di vetro, terribili nel volto scialbo, quel degno ministro di Dio, acquattato lì a pochi passi, armato sino ai denti, tormentato da due inquietudini: che i compagni avessero a prendere un'altra strada, e si avessero a dimenticare di lui, che avesse a capitare qualche pattuglia!
Ma a un tratto dei cani abbaiarono a sinistra…. si udì uno scalpitio che si veniva avvicinando sempre più…. Come gli batteva forte il cuore! Comparve nel crocicchio un'ombra a cavallo…. e si mise a fischiettare un'arietta popolare allora in voga: il segnale. Finalmente!!
—Castrenze!
—Lasciamo stare i nomi, per Gesù Cristo! esclamò il galantuomo impaurito, e a voce bassissima, che le piante non hanno orecchie e sentono.
—E gli altri dove sono?
—Vengon dietro…. giù nello stradale.
Quando i due amici giunsero nello stradale, vi si fermava una massa nera d'uomini a cavallo. Erano i briganti.
Il galantuomo si rimise a fischiettare; e don Peppino, riconosciutolo a quel segno, ordinò a tutti che smontassero, e dessero le bestie ai sei contadini che dovevano restare a custodirle sotto la sorveglianza di Ciccio Raja. Fu un fantastico agitarsi d'ombre, un bisbigliare confuso, uno scalpitìo d'uomini e di cavalli.
—Presto!… Presto!… E i vari gruppi s'ordinavano dietro a' capi, mentre il Marchese distribuiva, a quelli i quali dovevano assaltare la villa, il palo, la mazza, gli scalpelli e i martelli che aveva fatto portare ai contadini.
—Siamo pronti? domandò infine.
—Pronti, risposero i vari capi.
—Avanti dunque picciotti!
E in queste tre parole, proferite dal Marchese a voce un po' più alta, c'era la ferocia della tigre oramai certa che sbranerà la vittima agognata da tanto tempo, la lieta baldanza d'un capitano che sa di comandare uomini avvezzi a mostrare il viso.
Tuttavia capo e gregari si avanzarono con una certa trepidità: uno del cavalli mise un nitrito che fece rimescolar tutti involontariamente. Ma arrivarono senza intoppi alle prime case del paesello, e si fermarono. Lì fu un nuovo agitarsi d'ombre, e un nuovo bisbigliare: e il Marchese cominciò ad affaccendarsi di nuovo con quell'aria da generale, che, per la sua natura d'istrione, soleva assumere sempre che se ne offrisse il destro. Postava uomini a guardia dell'imboccatura della strada principale; uomini a tutte le cantonate dei vicoli che mettevano in piazza, luogo di riunione in tutti i paesi di provincia; uomini all'imboccatura opposta della strada: e intanto s'avanzavano in sull'arme, quatti quatti rasente i muri delle case addormentate, non facendo rumore nemmen per uno: uomini all'entrata delle Grotte; uomini a quella di S. Brigida, dalla quale si diramava la via che saliva alla villa.
Oh, i sangiovannesi sono bene accerchiati, e quelli che faranno il tiro lassù potran stare sicuri di non esser disturbati per un pezzo! Via dunque, avanti reverendo! avanti ladroni di strada meno disprezzabili di quell'uno in veste nera! il passo è libero, e le vittime, due povere donne e un vecchio, aspettano, senza difesa.
—Fate presto, e con prudenza…. raccomandò loro il marchese: e le sette iene un momento dopo disparvero nell'ombra di quella notte senza stelle.
—Oh, se potessi prendere due piccioni ad una fava! pensava il sacerdote con un brutale rimescolio. Basta…. forse non sarà difficile.
XII.
Povera Lola…. Il lumino da notte posato sul tavolino, davanti a un quadretto dell'Immacolata Concezione, con un cestino da lavoro per riparo dal lato destro, spandeva un debole chiarore in una parte della stanzetta, allungava smisuratamente l'ombra del cestino nell'altra parte dov'era il letto in cui essa dormiva. La coperta bianca modellava il suo corpo rannicchiato. Sul cuscino spiccava la sua testolina bruna, con gli occhi chiusi, e le labbruzza semiaperte a un respiro dolce e regolare.
Dormiva con le braccia in croce sul petto, e sognava di Giovanni. Quante volte il giovine, spintovi dalle sue domande, non le aveva descritto il nuovo quartierino che aveva affittato in una bella casa in via Macqueda! A lei pareva d'essere a Palermo (in un Palermo foggiato dalla sua immaginazione, cioè, un giardino immenso sparso di palazzi, con una larga via nel bel mezzo, via Macqueda) e davanti a quella casa. Trepidante, entrava, saliva le scale, sonava all'uscio del terzo piano…. le apriva una serva (vecchia) che la squadrava tra curiosa e meravigliata.
—È in casa il vostro padrone?
—Sissignora. Signo….
—St…. interrompeva lei con un gesto.
Attraversava in punta di piedi l'anticamera, il salotto, spingeva un uscio pian piano, e guardava…. Come le batteva il cuore! Egli era al tavolino, coi gomiti appoggiati sul piano, e le guance tra le palme: pensava di certo. A che pensava? Essa, camminando sempre sulle punte de' piedi, veniva sin dietro alle sue spalle… gli buttava le braccia al collo.
—Oh!…
E qui una dolce sorpresa, un alzarsi di scatto, un abbraccio in cui si confondevano le loro persone, un bacio in cui si confondevano l'anime loro. Lui le domandava com'era venuta…. e tornava ad abbracciarla, a baciarla, senza darle il tempo di spiegarsi…. Uno accanto all'altro con un braccio attorno alla vita, visitavano la stanzetta. Essa la vedeva come il giovane gliel'aveva descritta tante volte: con l'armadione, il tavolino carico di libri dal lume con la ventola istoriata, gli abiti pendenti dall'attaccapanni, il letto col zanzariere di velo bianco…. di sotto alla balza della coperta venivan fuori le punte d'un par di graziose pianelle, quelle stesse che lei gli aveva ricamate, e regalate prima di partire….
E nella stanzetta, tutta un profumo verginale, un moscerino ronzava di quando in quando.
Ma a un tratto essa si desta…. e presa da un terribile batticuore, si rizza sur un gomito…. poi a sedere sul letto…. Chiusa nella camicia da notte, con gli occhi spalancati, con le mani tra' capelli, sta ad ascoltare…. Che è, Dio mio!… sente abbaiare i cani furiosamente…. sente un rumor di sassi che rimbalzano sul suolo…. il guaito d'un dei cani certo colpito…. uno scalpitìo nella spianata…. un colpo dato alla porta, uno strano scricchiolio….
Ma sono i ladri di sicuro…. e cercano di scassare la porta!
A quest'idea balza fuori delle coperte, e volgendo sguardi atterriti verso la finestra, dà di piglio alla sottana che è col resto degli abiti su una sedia ai piedi del letto, se l'infila in fretta, s'infila la veste, le pianelle, e mentre cerca d'agganciarsi alla meglio la vita con le dita tremanti, corre all'uscio: l'apre, si slancia nella camera della zia.
Donna Costanza, supina, col volto gonfio e la bocca aperta, russava sodo.
—Zia…. zia….
La fanciulla, ritta innanzi al letto, bianca come una morta e tremando verga a verga, la chiamava con voce soffocata, e la scoteva.
—Eh, eh….
—Zia…. zia….
—Cosa vuoi…. che cosa c'è?… balbettò essa finalmente con gli occhi ancora tra' peli.
—I ladri…. cercano d'entrare in casa….
—Gran Signora Maria! barbugliò la povera donna, e balzò dal letto, e s'infilò la veste che la nipote aveva preso di sulla sedia e le porgeva. Batteva i denti.
Attraversarono la camera come pazze, un andito, spinsero l'uscio del salotto….
Ma anche l'uscio della stanza di don Alessio, e quello che metteva nell'anticamera si apersero in quel mentre, e sulla soglia dell'uno apparve il vecchio, su quella dell'altro la serva.
Il povero Berlingheri era in maniche di camicia, con la vecchia giberna ad armacollo, la lucerna in una mano, il fucile nell'altra: aveva la faccia più bianca del berrettino da notte tirato sin sull'orecchie. Lisabetta non aveva avuto certo il tempo di buttarsi qualcosa addosso: la camicia nera, rattoppata, le cadeva da un lato sul braccio, mostrava a nudo metà del petto vizzo, sussultante. Era morta dallo spavento: batteva palma a palma, si dondolava sulla vita.
—I ladri…. i ladri…. ripeteva con una nenia strana come se cantasse. Stan scassando la porta…. stan scassando la porta….
—Padre….
—Fratello mio….
—Co…. cocoraggio Co…. coraggio…. tartagliava l'infelice per rassicurare quelle povere donne. E posò la lucerna sul tavolino, e stringendo nelle mani quel fucilone che pareva una canna da pescare, andò alla feritoia, ne aprì lo sportellino con la mano tremante, riuscì a introdurre la lunga canna nell'apertura, chiuse gli occhi, e tirò il grilletto. Parve che il fucile facesse cecca, però il colpo partì immediatamente dopo. Allora fuori di sè, come se quell'atto avesse esaurite le sue ultime forze, lasciò l'arma che s'arrestò a mezza aria con la canna dentro alla feritoia, e si messe a urlare con voce rantolosa:
—Aiutooo!… aiutooo!…
A quello sparo, a quegli urli, due tremendi colpi rintronarono tutta la casa, e la porta di fuori volò in ischegge, fra un tintinnire metallico, certo del chiavistello che, sconficcato e lanciato per aria, cadde, e ribalzò sul pavimento.
Lisabetta balzò a un angolo della stanza, vi si rannicchiò coprendosi la faccia con le mani, invocando tutti i santi del calendario, sempre con quella strana nenia: donna Costanza, Lola, corsero strillando a stringersi al povero vecchio, e l'abbracciarono: stettero tutt'e tre a guardar la porta, quasi paralizzati. E ad accrescere orrore a quella scena, dal paesetto, per il silenzio della notte, s'elevò un clamore infernale, e uno coppiettìo di fucilate.
Allora perdettero la testa affatto, e si misero a correre per la stanza all'impazzata, cercando un'uscita senza poterla trovare.
—Giovanni mio…. Giovanni mio…. ripeteva tra di sè la povera fanciulla con ambascia, nè in quella confusione poteva connetter altro. Poterono infilar l'uscio della camera di don Alessio, spintivi dal pericolo imminente, come intesero per le scale un rumor di passi precipitosi che si venivano avvicinando. Andarono a cacciarsi in un camerino che c'era a destra entrando, e dove il vecchio soleva tenere gli abiti e la biancheria. Stettero nell'angolo più riposto, abbracciati, immobili tra gli abiti, rattenendo il respiro, nell'ingenua speranza di non esser trovati.
Un calcio poderoso fece spalancare con violenza l'uscio del salotto, che la serva aveva richiuso, e i banditi irruppero urlando: non vi muovete o siete morti! Uno di que' demóni era avanti, con la lanterna in una mano e il fucile nell'altra, gli altri venivan dietro in sull'orme, con certi visacci da atterrire. Il reverendo con il cappellaccio sugli occhi, il galantuomo con la faccia attraversata dalla benda, attesa la schioppettata avevano creduto prudente tenersi tra gli ultimi: non si sa mai quel che può succedere…. molte volte gli agnelli soglion diventare leoni!… Però videro lo schioppo a mezz'aria con la canna cacciata nella feritoia, e ripresero animo: se chi aveva sparato aveva abbandonata l'arme, potevano star sicuri di non incontrare nuova resistenza. I banditi intanto si scagliarono addosso alla povera Lisabetta ch'era rimasta rannicchiata nell'angolo. L'afferrarono per i capelli, e la costrinsero a mostrare il volto, la minacciarono coi pugni stretti, e coi calci dei fucili, l'ingiuriarono domandandole dove s'eran cacciati i suoi padroni. Ma l'infelice era esterrefatta, li guardava con gli occhi istupiditi, non riuscendo che a mettere dei suoni inarticolati. Con una pedata la mandarono ruzzoloni, e avanti. Si slanciarono nella camera da letto del vecchio, urlando, non vi movete, o siete morti! Oh, sì, il poveretto, che tremava nel camerino stretto alle due povere donne, ne aveva proprio voglia di muoversi! Cercarono da per tutto: dietro a' mobili; sotto il letto; e accortisi finalmente dell'uscio del camerino, lo sfondarono a calci, e dentro.
Seguì una confusione terribile:—Son qua…. son qua….—Non vi movete, sangue….—Assassino….—Si…. signori miei…. si….gnori miei…. E strilli di donne.
A un tratto rimbombò un colpo d'arme da fuoco…. si sentì il rumor d'un corpo che stramazzi…. un grido straziante: Figlia…. figlia mia….
In quella confusione, un fucile s'era scaricato accidentalmente. Povera Lola!
A un silenzio lugubre di pochi secondi successero uno scalpiccio, delle bestemmie, delle frasi smozzicate di minacce: afferravano il povero padre, lo strappavano a forza dal corpo della figlia, lo trascinavano fuori dal camerino: anche donna Costanza trascinavan fuori, ma come peso inerte: più fortunata in questo dal fratello, essa era svenuta. La lanterna che teneva uno dei banditi, e rischiarava or qua or là quella terribile scena tra il fumo e il puzzo della polvere, gettò una striscia di luce sul corpo della povera fanciulla, a metà sprofondato dentro una cesta sotto agli abiti appesi, con le braccia, il capo e i capelli penzolanti, gli occhi sbarrati nel volto livido.
S'accorsero che donna Costanza era svenuta quando un di loro tornò col lume ch'era andato a prendere nel salotto: la lasciarono stramazzar per terra, e corsero al vecchio che i compagni tenevan per le braccia, e pel petto della camicia. L'infelice era istupidito dal dolore. Signori miei…. balbettava, signori miei…. la mia povera figlia….
Tuttavia fu necessità che desse loro i danari. Ripetendo come un ebete, tutto…. tutto…. si fece al letto, frugò, con le mani tremanti, sotto al cuscino, ne levò una chiave, andò a rimuovere un piccolo armadio, e aprì uno sportello ben praticato nella parete e imbiancato com'essa.
Agli occhi avidi dei banditi che s'affollavano, si presentarono, schierati in quel nascondiglio, cinque o sei sacchetti rigonfi. Fu un pigiarsi, uno stendere confuso di manacce, un ghermire rapace. E il povero vecchio, approfittando del momento in cui supponeva i banditi bastantemente occupati, si mosse per accorrere in aiuto della figliuola, che, con quella pietosa ostinazione di chi perde un essere caro, non voleva credere ancor morta, benchè l'avesse veduta stramazzare senza mettere un grido.
Ma una mano di ferro gli si posò sul braccio, e lo costrinse ad arrestarsi.
—Dove vai, assassino!
Era il feroce Mamola, e lo guardava bieco.
Era dunque quel povero padre l'assassino! quel povero padre che agonizzava nello spasimo di sapere ferita a morte la sua creatura, a pochi passi da lui, chiedente l'aiuto che barbaramente gl'impedivano di darle.
—Signori miei…. per pietà…. signori miei, la mia povera figliuola…. se ne muore senza soccorso.
—Ancora col solito ritornello! riprese il bandito bruscamente. Lasciala stare quella…. (e l'infame osò pronunziare la terribile parola) pensa alla tua vita piuttosto!
Il povero padre mise un gemito.
All'ordine dato dal feroce Mamola, tutti i sacchi furono posati sul tavolino, e sotto gli sguardi cupidi e diffidenti del Rizzotto, e del galantuomo, si sciolsero, e si esaminò quel che c'era dentro, un par di migliaia d'onze al più, in moneta d'oro e d'argento. Non era certo quello il tesoro, il vecchio furbo voleva prenderli per minchioni…. Fu per questo che Mamola gli si piantò davanti, e fissandolo co' suoi occhiacci iniettati, e afferrandolo con mal piglio per il braccio, gli disse:
—Via, vecchia carogna, dicci dov'è nascosto il resto del danaro….
Il poveretto protestò, si contorse, disse che con quel chiodo nel cuore di non potere dar soccorso presto alla figliuola, pur che lo lasciassero in pace, gli avrebbe dati dei milioni se li avesse posseduti…. Sì, egli aveva altre sei mila onze, però due giorni addietro le aveva prestate al fratello, cui bisognavano per compir la somma necessaria alla compra del Cigno, messo in vendita dai Carabillò di Cammarata…. Se non gli credevano gli potrebbe far leggere….
Un terribile schiaffo, datogli da Mamola, gli troncò le parole in bocca.
—Oh, ammazzatemi che è meglio! barbugliò l'infelice con le labbra insanguinate.
—Ah, inventi frottole!… ah, voi rubarci la somma più grossa!… Tò, pezzo di ladro!… Tò, pezzo d'assassino!… Il resto dei danari, sangue…. il resto dei danari, o ti scanno….
E il bandito, orribile a vedersi con la faccia livida tutta rasa, con la schiuma alla bocca, picchiava e picchiava di santa ragione a ogni esclamazione, e col pugno, e col fucile volto per la bocca, mentre il debole vecchio, stordito, accecato, e tutto contuso, or pencolava da un lato, or dall'altro. Una pedata lo fece cader di peso…. Dovettero levarglielo dalle mani.
Nè il galantuomo, nè il reverendo avevano preso parte a questa brutta scena: temevano d'essere riconosciuti malgrado il loro travestimento: il primo se n'era stato vicino al tavolino a guardare i sacchi col danaro; il secondo, sinistro col cappellaccio nero sul naso, e quel che si vedeva dal volto con uno sgraffio sanguinante dall'angolo della bocca sin sotto al mento, andava battendo col martello sulle pareti, chi sa ci fosse praticato qualche nascondiglio. Ora però parvegli venuto il momento d'immischiarsi anche lui in quella faccenda. Il vecchio era tenace. Che busse! ci voleva altro per rompergli lo scilinguagnolo: e quella gente era capace di lasciare il banco e il benefizio…. Bella davvero! non ci mancava altro…. essersi messo all'arrischio di perdere la libertà, e forse la vita, perchè? per niente! e la andrebbe così, se il vecchio non cantasse!
E quest'idea lo tormentava; attirava dal profondo dell'anima sua un nembo d'ira e di collera, che gli veniva offuscando la ragione.
I banditi si consultavano: il feroce Mamola, non ancora sodisfatto, di tratto in tratto si voltava a guardar bieco, degrignando i denti, il povero Berlingheri seduto in terra, con le mani tra le gambe, con gli occhi fissi all'uscio del camerino, dal quale venivano ancor fuori strappi di fumo.