La cagna nera (continued 2)
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Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza risentirmi.
Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di udirla raspare alla porta. Nulla!
Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora che Patirai non c'era più. Perchè v'era quel brutto nome di Patirai, quello schernevole nome di Patirai che non mi si voleva staccare dal cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome di Patirai: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione della mente.
Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.
Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare.
Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la fede.
Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un kolback borbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.
E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l'azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!
O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!
E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti aggiungono tuba e stiphelius, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?
E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!
Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che egli pure come voi aveva.
O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di anno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.
***
Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.
Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, irrefrenabile.
— Patirai! Patirai! — gridavano l'uno e l'altro — la cagna del professore!
Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare contro con un urlo angoscioso e feroce.
Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo di Patirai! Patirai!
Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.
Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.
Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.
Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?
— No — dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo ronzare attorno — no a casa...: portatela via, liberatemene!
— Allora lasci fare a me — disse colui con un tono di voce come si fosse aspettato questa risposta —, e vedrà — aggiunse con triste sorriso — che non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.
Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare in sonno.
Mi stava poi alla mente quella poverina di Patirai! (già la chiamavo così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei un debole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi allontanava il sonno.
Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto ed uscii.
Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.
Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.
Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa addormentata.
Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico, lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e squilli di risa infantili.
Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per i campi.
Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare de visu la perfetta inutilità del suo metodo.
Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi davano fuoco a Patirai; all'imbelle, alla lamentevole Patirai.
La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.
Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandava un fetore insopportabile; pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.
Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, con la zampina rattrappita.
Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli occhi.
— Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa — dissi come se avesse dovuto intendere — e tu starai buona, è vero? e farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo bel cuscino.
Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma era troppo sfigurata e deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto tempo e chi l'avesse conciata a quel modo.
Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura di Patirai; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.
Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea.
Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito al solito posto.
— La minestra è stracotta — disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera e levando il piatto che ne conservava il calore. — Colpa vostra; siete venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.
Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù il cibo; allora bevvi in due bicchieri tutto il mezzo litro di vino perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un tremito di convulso che mi scoteva tutto.
Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e mi chiese inarcando le ciglia:
— Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!
Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide perchè mi domandò con premura:
— Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva notizia?
Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro; finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma della mano, domandai con voce che cercavo sonasse tranquilla e come indifferente:
— Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se urla, tutti si mettono a ridere....
Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a significare: «Spiegatevi più chiaramente.»
Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza:
— Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una cagnolina....
A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un silenzio completo.
Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della cucina e con un tondo in mano.
Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui.
— Eh, per Dio — ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio —, per una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda?
— No, che non è per la cagnaccia rognosa! — ribattei io, prendendo coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a quell'idea che mi ribolliva dentro. — Legatele un sasso al collo, buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo naturale di homo sapiens! È questo che io voglio dire! Voi risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo: dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su cui si regge la storia. O povera Patirai! Se tu fossi stata un feroce mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti avrebbero dato il pane e ceduta la destra!
Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria; illuminare la notte come il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso. E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi ricordo un esempio che ho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule insanguinato, li scacciò....
A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai parlare così di seguito e con tanta violenza.
Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di commiserazione per me. La solita timidezza mi vinse, mi sedetti, che mi era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.
Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:
— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....
— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste cose: homo homini lupus lo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto....
— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?
— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.
— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.
— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.
Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.
— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e ritornò lentamente in cucina.
A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così martoriata.
La barbara scena non mi si staccava dalla vista:
«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa! Cercava di me e non aveva nessuno che la difendesse.... e loro la flagellavano, la lapidavano.»
Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!» Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai in fretta e mossi fuori dell'osteria.
Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e non aver nessuno che la difendesse!»
Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.
— Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto — dissi riponendovela.
Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi. Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A poco a poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza.
— O, perdonami! perdonami! — mormorai supplicando quasi ella mi avesse potuto rispondere e consolare con le sue carezze.
Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta e il giglio rifiorirà sul quartiere.
***
Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.
Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.
Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.
Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.
Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.
Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale, un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.
Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.
Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di gentilezza e di bontà.
Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della demenza.
***
Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e l'avvenire della vita.
E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene; l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella, poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà.
***
Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po' timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere — a me pareva di rispondere — io vi darò voti assoluti e con lode, perchè il triplice ignorante sono io.»
«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno, all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della perversità per poter vivere fra i suoi simili.
«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza d'insensibilità e di ferocia che vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola. Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.
«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei entusiasmi e le mie sentenze di virtù.
«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è obbligatoria come il frak per i camerieri.
«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.
***
Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.
Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.
Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.
Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell'intenzione:
— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.
— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto asciutto.
— Sarà per lo meglio — e raddrizzatosi e compostosi della figura, sciorinò il Popolo Romano e cominciò con molti: veda! capisce! eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui lo distoglievano i saluti ricevuti e resi dai maggiorenti della città e il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare.
Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, voltava la faccia inorridita ed esclamava:
— Schoking! for shame! for shame! — perchè era stata istruita in un pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara, correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia.
Anzi mi disse spiccio:
— Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia pure a meno di venir fuori con noi.
Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.
La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa idea: mutar vita! Vivere cioè in modo positivo, come vivono tutti quelli che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie pel capo.
Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.
Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè elezioni nè processioni.
Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al foglio filigranato della cambiale.
Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.
Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da Platone allo Spencer!
Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!
Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo.
***
Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre, avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le inutili prove tentate.
Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le, confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società.
E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.
Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile, questo non importava, ma tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.
Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.
E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse allo sfacelo della mia ragione.
***
La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si vedono passare grossi landau a due e anche a tre cavalli con sonagliere e postiglioni.
Sono per lo più ricchi stranieri che percorrono quella via così celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.
Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade, io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in qualche cosa di pratico.
La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e lasciavano vuoto il cervello.
E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti che ebbero un'idea felice, la misero in atto e in poco tempo riuscirono ad aggiogare la fortuna al loro carro?
Ma era una vana impresa!
La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno, dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo di piacere quasi infantile.
Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.
Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li sentivo più. Ero libero perchè ero lontano dalle cose vere: ma dove? Fuor di dubbio nel paese dei sogni.
Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine timida e dispettosa.
Perchè Patirai mi fissava con quelle pupille immobili, con quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la mia coscienza.
Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano segnata l'espressione di una gran pietà per me. Era proprio così: quelle pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne facevano ricordare.
V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola. Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche quell'affetto!
***
Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio.
Io camminavo per quella via e Patirai, l'indivisibile amica, veniva dietro di me. La campagna era silenziosa e poche vele segnavano l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando un landau fra un nugolo di polvere.
Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.
Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva beata in quell'abbandono.
La carrozza si allontanò e Patirai la rincorse furiosamente che parve una palla nera fra quella polvere della strada.
La carrozza passò portando con sè una visione di felicità. Felicità? Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. Avrei potuto anch'io essere felice così!
Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la bianca strada stava Patirai, piantata su le quattro zampe, ansante, e la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato per lasciar posto al veicolo. Patirai scodinzolava e cominciò ad abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: «hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»
Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.
Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.
Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi ha prodotto altro che dolore.
Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne ride e non ha torto.
E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, ha le sue felicità; e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane utopie.
Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è corruzione di vizio che maceri più terribilmente.
Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe mature, e i mietitori le falciavano.
Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei lavoratori.
Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.
La schiera dei mietitori mi passò davanti ed ora la scorgevo da tergo, curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo brullo ed irto degli steli recisi.
Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo. Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le falci caddero.
In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.
Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul terreno, fatto è che mi addormentai.
Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.
La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.
Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e vivace.
Erano risa di donne.
Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.
Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.
L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capelli neri arruffati come un cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.
Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.
Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.
La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.
Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.
E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!
Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente abbacinata.
Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.
Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.
E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.
Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.
***
Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.
Io sono proteiforme, e pure sono una.
Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.
Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.
Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.
V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.
E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.»
***
E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, l'imagine e la voce svanì.
Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra e Patirai era di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava.
«È inutile — meditai —, il problema della vita non l'ho capito: un compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!»
«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.
In quel punto Patirai aveva mandato un lieve guaito che lacerò l'incombente silenzio delle cose.
«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.
Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmi e di annientare tutto. Ricordo che io presi Patirai che mi amava e che io amava, e la scagliai giù nel mare.
La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.
Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento, ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò.
Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con l'occhio fisso in giù.
Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa di pauroso e di infausto.
Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o pensiero si andava affievolendo in una stupidità generale, come le ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere emesso il primo suono.
Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea minacciava di rovesciarla.
La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà.
Non un lampo di ferocia o di odio vi passò; le labbra non si sollevarono a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà per me.
Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta la notte.
Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue tenebre.