NOTE:
Reading edition
Th. Mac Cree, Storia della riforma in Italia, suoi progressi e sua estinzione. Edimburgo 1827. Caloroso protestante scozzese, dice che «gli scrittori cattolici s'accordarono a dissimulare un soggetto penoso quanto delicato, o a mostrar que' movimenti come deboli e passeggeri, e di pochi sedotti da amor di novità». Può considerarsene continuazione fin ai giorni nostri Leopold Witte, Das Evangelium in Italien. Lipsia 1861. Molto se ne occupa anche D'Aubigné nella Histoire de la Reformation, fanaticamente e troppe cose ignorando; egli distingue i principj della riforma da quelli del protestantismo, che però ravvisa come conseguenza immediata.
Kerker, Die kirchliche Reform in Italien unmittelbar vor dem Tridentinum; nella Theologische Quartalschrift di Tubinga, anno XLI, 1859.
M. Young, The life and times of Aonio Paleario, or a history of the italian reformers in the XVI century; illustrated by original letters and unedited documents. London 1860. Due grossi volumi.
F. C. Schlosser, Leben des Peter Martyr Vermili. Heidelberg 1809.
Edv. Bridge, vicario di Manaccan nella Cornovaglia; A voice from the tomb of P. Martyr against popery, 1840.
Dr. C. Schmidt, prof. di teologia a Strasburgo, Peter Martyr Vermigli Leben und ausgewählte Schriften. Elberfeld 1858.
C. H. Sixt, P. P. Vergerius päpstlicher Nuntius; eine Reformation geschichtliche Monografie, u. s. w. Brunswich 1856.
Ferdinand Meyer, Die evangelische Gemeinde in Locarno; ihre Auswanderung nach Zürich, und ihre weitern Schicksale, 2 vol. Zurigo 1836.
Eynard, La reforme à Lucques et les Burlamaki.
Gibbing, Trial and martyrdom of Carnesecchi. Dublin 1856. Ebbe il processo originale in 70 fogli dal collegio della Trinità in Dublino, che l'ultimo duca di Manchester aveva acquistato a Parigi, dove, nell'occupazione di Napoleone I, moltissime cose furono portate da Roma concernenti l'inquisizione. Promette pubblicar anche il processo di frà Fulgenzio Manfredi, del tempo di Paolo Sarpi.
G. Heyne, Ueber die Verbreitung der Reformation in Neapel, con notizie tratte dall'archivio di Simanca. È nella Zeitschrift für Geschichtswissenschaft del 1847, vol. VIII, p. 545.
Robert Turnbull, The times, life and writings of O. Morata. Boston 1846.
Jules Bonnet, Vie d'Olympia Morata; 3ª edit. Paris 1856.
See, Some memorials of Renée of France. Londra 1859.
C. Schmidt, Celio Secondo Curione, nella Zeitschrift für die historische Theologie di C. W. Riedner, 1860: dove altre cose relative all'Italia.
C. T. Kind, Die Reformation in den Bisthümern Chur und Como, dargestellt nach den besten ältern und neuen Hülfsmitteln. Coira 1858.
A questo può riferirsi un articolo di J. Andr. von Sprecher negli «Archivj per la storia della Svizzera», Päpstliche Instruction neu betreffend Veltlin aus der Zeit p. Gregors XV. Zurigo 1858.
Napoleon Peyrat, Les Réformateurs de la France et de l'Italie, au XII siècle. Parigi 1860; a cui possono aggiungersi, per la connessione colle cose nostre.
Eugène Haage, La France protestante.
C. J. Tissot, L'Eglise libre du canton de Vaud.
De Castro, Hist. de los protestantes españoles y de su persecucion por Felipe II. Cadice 1851.
Trechsel, Die protestantischen Antitrinitarier vor Faustus Socin. Heidelberg 1839, 2 vol.
Inoltre molte cose pubblicate nei Fox's Acts and Monuments (1838); nel Taschenbuch di Stauber (Basilea 1851 e seg.); nella Révue Chrétienne di Giulio Bonnet, e in Hugo Laemmer, Monumenta vaticana historiam ecclesiasticam sæculi XVI illustrantia. Friburgo di Brisgovia 1861.
I dogmi possono disporsi in
1. Teologia propria, cioè di Dio, e suoi attributi, creazione, providenza, e appendice di quella la creazione dell'uomo, e di angeli o démoni;
2. Antropologia teologica, innocenza primitiva, peccato originale;
3. Cristologia, sulla persona e le opere del Salvatore;
4. Caritologia, o teorica della Chiesa e dei mezzi di salute;
5. Escatologia, cioè della morte, immortalità, purgatorio, resurrezione, giudizio finale, paradiso, inferno, fine del mondo.
Romano. Credo in Deum patrem omnipotentem.
Aquilejese. Credo in Deo patre omnipotente invisibili et impassibili.
Romano. Et in Christum Jesum unicum filium ejus, dominum nostrum.
Aquilejese. Et in Christo Jesu, unico filio ejus, domino nostro.
Rom. e Aq. Qui natus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine.
Romano. Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, tertia die resurrexit a mortuis.
Aquilejese. Crucifixus sub Pontio Pilato et sepultus, descendit ad inferna, tertia die resurrexit e mortuis.
Rom. e Aq. Ascendit in cœlos, sedet ad dexteram Patris: inde venturus est judicare vivos et mortuos.
Romano. Et in Spiritum Sanctum. Sanctam Ecclesiam. Remissionem peccatorum. Carnis resurrectionem.
Aquilejese. Et in Spiritu Sancto. Sancta Ecclesia. Remissione peccatorum. Hujus carnis resurrectione.
Dalle catechesi di Massimo vescovo di Torino (Homil. in traditione symboli), di san Pietro Crisologo vescovo di Ravenna (in Symb. apost.) e da altri raccogliamo i simboli delle diverse Chiese, dove trovansi introdotte le parole conceptus, passus, mortuus, catholicam, sanctorum communionem, vitam æternam, dappoi addottate nel simbolo comune, qual già si trova ne' sermoni 240, 241, 242, posti in appendice ai sermoni genuini di sant'Agostino nell'edizione dei Padri Maurini.
Alcune di quelle aggiunte pajono arbitrarie e quasi futili; ma tendevano a confutare alcuni errori divulgati. Così nel surriferito simbolo aquilejese, il descendit ad inferna si oppone agli Apollinaristi ed Ariani, che negavano l'anima a Cristo, quasi ne facesse vece la divinità; l'invisibili et impassibili è contro i Noeziani e Sabelliani, che diceano esser nato e aver patito il Padre Eterno: l'hujus carnis contrasta a chi teneva che dovessimo risorgere con un corpo aereo e celeste.
Gli esegeti tedeschi danno pel più antico simbolo che si conosca, quello della Chiesa copta, usato nella Chiesa d'Alessandria. Eccolo:
«Il vescovo o il prete dirà al catecumeno: Credi al solo vero Dio, padre onnipotente, ed al suo figlio unigenito signor nostro e salvatore, e allo Spirito Santo vivificatore, trinità consustanziale, una sovranità, un regno, una fede, un battesimo; alla santa Chiesa cattolica, apostolica, alla vita eterna?» Il catecumeno risponderà: «Credo».
Poi il vescovo od il prete gli domanderà: «Credi tu nel N. S. G. Cristo, figlio unigenito di Dio Padre? Credi che egli si è fatto uomo come noi per azione miracolosa dello Spirito Santo sopra la Vergine Maria; che fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e morto per la nostra redenzione; risuscitò il terzo giorno rompendo le catene; che siede alla destra del suo Padre nel cielo, e che verrà a giudicar i vivi ed i morti quando apparirà esso e il suo regno?
«E credi nel Santo Spirito vivificatore, che purifica tutto nella santa Chiesa?» e il catecumeno risponderà: «Credo».
Vedasi uno studio del protestante Michele Nicolas nella Revue moderne 1865, giugno.
Leone XII avea divisato di riformar le regole e il vestire de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e gran carità, che servissero al popolo sussidiando i parroci, e prestandosi agli spedali. Il secondo tutto all'educazione e istruzione della gioventù, e a sostenere gl'interessi della religione e del buon costume. Il terzo di contemplativi che predicassero, salmeggiassero, e aspirassero all'evangelica perfezione.
Degere quisquis amat ullo sine crimine vitam Ante diem semper lumina mortis habet. Illius adventu suspectus rite dicatus Agripinus præsul hoc fabricavit opus. Hic patriam linquens propriam, karosque parentes Pro sancta studuit pereger esse fide. Hic pro dogma patrum tantos tollerare labores Noscitur, ut nullus ore referre queat. Hic humilis militare Deo devote cupivit Cum potuit mundi celsos habere grados. Hic terrenas opes maluit contemnere cunctas Ut sumat melius præmia digna.... (polo? sibi?). Hic semel exosum sæclum decrevit habere Et solum diliget mentis amore Deo. Hic quoque jussa sequens Domini legemque Tonantis Proximum ut sesse gaudet amare suum. Hunc etenim quem tanta virum documenta decorant Ornat et primæ nobilitatis honor. His Aquileja ducem illum destinavit in oris Ut gerat invictus prœlia magna Dei. His caput est factus summus patriarcha Johannes Qui prædicta tenet primus in orbe sedem. Quis laudare valet clerum populumque comensem Rectorem tantum qui petiere sibi? Hi sinodus cuncti venerantur quatuor almas, Concilium quintum postposuere malum. Hi bellum ob ipsas multos gessere per annos Sed semper mansit insuperata fides.
Paolinisti e Fotiniani credeano Gesù Cristo semplice uomo, non preesistente alla sua concezione.
Simoniaci, derivanti da Simon Mago che a san Pietro offriva denari per ottenerne la facoltà di comunicar lo Spirito Santo, chiamansi quelli che fan mercimonio delle cose sacre, e più solitamente de' benefizj.
Gli Ariani negano la divinità di Cristo, e i Macedoniani la divinità dello Spirito Santo.
I Nestoriani dividevano la persona di Gesù Cristo, negando che in lui Dio e l'uomo fossero una persona sola; in conseguenza Maria non era madre di Dio.
Gli Eutichiani confondevano le due nature di Cristo, dicendo che una sola erasene fatta dalla natura sua divina e dall'umana.
Manichei e Marcioniti credeano a due principj indipendenti, l'uno del bene, l'altro del male; l'uno creatore dell'anima, l'altro del corpo; l'uno del nuovo, l'altro del vecchio Testamento.
Novaziano negava alla Chiesa l'autorità di rimettere i peccati. I Donatisti invalidavano il battesimo conferito dagli eretici. Aerio rigettava l'episcopato, il pregare pei morti, i digiuni stabiliti, e altre osservanze ecclesiastiche; Vigilanzio il culto delle reliquie e l'invocazione dei santi; gli Iconoclasti tutte le immagini.
I Pelagiani negavano il peccato originale e la necessità della grazia interiore.
I Semipelagiani ammettevano il peccato originale, e non negavano la necessità della grazia interna per compire la nostra salute, ma diceano ch'essa davasi per meriti precedenti, e che l'uomo comincia la salute sua da se medesimo, senza la grazia.
Più tardi Berengario negò la presenza reale e la transustanziazione: gli Albigesi rinnovarono le credenze de' Manichei, e i Valdesi quelle di Aerio e Vigilanzio.
Questi sono i principali eretici, ma l'enumerazione de' singoli è lunghissima, e può vedersi nel Dizionario delle eresie di Pluquet, e nella traduzione francese del Commonitorio di san Vincenzo di Lerins, fatta dall'abate Pavy, il quale ne annovera settantuna nel IV secolo.
Statuimus cum consensu et clamore omnium, ut tertio kalendas majarum (29 aprile) in Christi nomine hostiliter Longobardiam adissemus; sub hoc, quod pro pactionis fœdere per quod pollicimus et spondemus tibi, beatissimo Petro clavigero regni cœlestis et principi apostolorum, et pro te huic almo vicario tuo Stephano egregio papæ summoque pontifici, ejusque successoribus usque in finem sæculi, per consensum et voluntatem omnium infrascriptorum abatum, ducum, comitum Francorum, quod si Dominus Deus noster pro suis meritis sacrisque precibus, victores nos in gente et regno Longobardorum esse constituerit, omnes civitates atque ducata seu castra, sicque insimul cum exarcatu Ravennatum, nec non et omnia quæ pridem tuæ per imperatorum largitionem subsistebant ditioni, quod specialiter inferius per adnotatos fines fuerit declaratum, omnia quæ infra ipsos fines fuerint ullo modo constituta vel reperta, quæ iniquissima Longobardorum generatione devastata, invasa, subtracta, ullatenus alienata sunt, tibi, tuisque vicariis sub omne integritate æternaliter concedimus, nullam nobis nostrisque successoribus infra ipsas terminationes potestatem reservatam, nisi solummodo ut orationibus et animæ requiem profiteamur, et a vobis populoque vestro patritii Romanorum vocemur. Seguono i confini.
Sull'autenticità di questo documento vedi il Troya, e Brunengo, Le origini della sovranità temporale dei papi. Roma 1862.
Vuoi mantenere con tutte le forze la santa fede cattolica?
Vuoi esser difensore e protettore alle sante chiese e ai ministri di esse?
Vuoi al santo padre il pontefice romano riverentemente prestare soggezione e la fede dovuta; non violare la libertà ecclesiastica; mostrarti a tutti benigno, mansueto, affabile secondo la regia dignità; e condurti in modo da regnar a utilità non tua, ma del popolo tutto; ed aspettar il premio de' tuoi benefizj non in terra ma in cielo?
Dopo coronato, l'imperatore giurava: «Professo e prometto in faccia a Dio e agli angeli suoi, di osservare le leggi, far giustizia, confermar i diritti del regno, prestare il dovuto onore al pontefice romano e agli altri vescovi e vassalli; conservare le cose donate alla Chiesa».
Queste idee sulla distribuzione del potere non le deduco da teologi o romanisti; ma nello Specchio di Svevia, costituzione della Germania antichissima, è detto che Cristo, principe della pace, lasciò in terra due spade per difesa della cristianità; ed affidolle a san Pietro, una pel giudizio secolare, l'altra per l'ecclesiastico: la prima è dal papa imprestata all'imperatore (des weltichen Gerichtes Schwert darlihet der Papst dem Kaiser); l'altra rimane al papa affinchè giudichi stando s'un palafreno bianco, e l'imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga; significando così che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l'imperatore e gli altri principi devono costringervelo colla proscrizione. Nessuno può scomunicar l'imperatore fuorchè il papa, e questo per tre sole cause: se dubita della fede vera; se ripudia la moglie; se turba le chiese e le case di Dio. Quando si scoprono eretici bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici è scomunicato. E se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell'uffizio principesco e di tutte le sue dignità. Schilter, Antiq. Teuton., T. III.
Landolfo Seniore invece, parteggiando affatto per l'indipendenza della Chiesa milanese, non solo svisa i fatti contemporanei, ma anche i precedenti, volendo sempre esporli come tipo e specchio de' presenti; esalta tutti i vescovi precedenti, e massime Eriberto da Cantù; trova le virtù e i meriti tutti ne' concubinarj, asserendo con leggerezza e mentendo con impudenza, come avviene de' settarj.
Ottocento anni dopo, Royer Collard in Francia diceva: «Nel 1793 le persone della mia età videro la filosofia del tempo, sostenuta dal terrore, ammogliar alcuni preti. Che preti erano? che donne sposavano? I pochi che restano ancora di tali vergognosi matrimonj stanno sotto la riprovazione universale. La pruova non si rinnoverà; ma se fosse, non esito affermare che il prete ammogliato salendo all'altare desterebbe orrore al nostro popolo cattolico, e l'indignazione pubblica lo dichiarerebbe incapace e indegno del sacerdozio».
Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che fino al secolo XI uscente non ebbero mai autorità in Italia: a tal segno che nel 1085 il cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente alcune in un concilio tedesco, le ripudiò con disprezzo: che l'opera fu compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico dell'arcivescovo di Magonza Autcario, verso l'834.
Quanto al fondo, le decretali non toccano pur un punto che già non fosse stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de' prelati a fronte de' metropoliti, cioè sostenere l'indipendenza de' vescovi, anzichè ringrandire il potere pontifizio.
Il contemporaneo Geroldo di Reichersperg (nel libro I De investigat. Antichrist. ap. Gretser, Prolegomena ad scriptores adversus Waldenses, cap. 4) dice: Quam ego vellem pro tali doctrina sua, quamvis prava, vel exilio vel carcere, aut alia pœna præter mortem punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut romana Ecclesia sive curia ejus necis quæstione careret! Nam, ut ajunt, absque ipsorum scientia et consensu a præfecto urbis Romæ, de eorum custodia in qua tenebatur ereptus, ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinæ idem præfectus a romanis civibus perpessus fuerat; quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerunt quatenus a domo sacerdotali quæstio sanguinis remota esset. Sed de his ipsi viderint, sane de doctrina et nece Arnaldi idcirco inserere præsenti loco volui, ne vel doctrinæ ejus pravæ, etsi zelo forte bono, sed minori scientia prolata est, vel ejus necis perperam actæ videar assensum prœbere.
Del resto, in quei giorni il papa ed i cardinali erano affatto in arbitrio del Barbarossa, che giunse fin a portarli via: e il suddetto Ottone di Frisinga dice: Mane facto, quia victualia nobis defecerant, assumpto papa et cardinalibus cum triumpho victoriæ læti discessimus (p. 989 dell'edizione del Muratori).
Meglio del Tamburini e d'altre meschinità dei Giansenisti del secolo passato, vedi H. Franke, Arnold von Brescia und seine Zeit. Zurigo 1852.
Que non volìa maudire, ni jurar, ni mentire, Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l'autrui, Ni venjar se de li sio ennemie, Illi disent quel ès Vaudès e degne de meurir.
Giulio Perticari (Dell'amor patrio di Dante, c. XII), dice la Nobla leçon «scoperta non ha guari a Venezia», mentre fin nel 1669 ne dà degli estratti Giovanni Leger.
Nella parola valdese alcuno vorrebbe sentire il tedesco Wald, foresta.
Cataro in greco vuol dire puro, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita. Sant'Agostino già denomina Cataristi i Manichei. De hær. Manich. I Tedeschi chiamano ancora Ketzer gli eretici.
M. C. Schmidt, Hist. des Cathares ou Albigeois.
J. Venedey, Die Pataria im XI und XIX Jahrhundert. Parigi 1854.
È da notare che anticamente i Druidi chiamavansi Pataru o Pateri, forma di patres.
Cieco era il mondo, tu failo visare (vedere); Lebbroso, hailo mondato; Morto, l'hai suscitato; Sceso ad inferno, failo al ciel montare.
Dante pone un magnifico elogio dei due patriarchi in bocca a san Tommaso e a san Bonaventura nei canti X e XI del Paradiso. Di san Francesco conchiude:
Pensa oramai qual fu colui, che degno Collega fu a mantener la barca Di Pietro in alto mar per dritto segno. E questi fu il nostro patriarca: Perchè, qual segue lui com'ei comanda, Discerner puoi che buona merce carca.
E a san Bonaventura, lodando san Domenico, fa dire:
L'esercito di Cristo... dietro all'insegna Si movea tardo, sospettoso e raro, Quando lo imperador che sempre regna Provvide alla milizia, ch'era in forse ..... A sua sposa soccorse Con due campioni, al cui fare, al cui dire Lo popol disviato si raccolse.
Sulle dottrine di Averroè dovremo tornare, onde giova notare come Guglielmo di Tocco, autore della vita di san Tommaso, enumerando le eresie vinte da questo, pone in primo luogo quella di Averroè «che insegnava esservi un intelletto solo: errore sovversivo del merito de' santi, giacchè allora non v'avrebbe differenza tra gli uomini». E prosegue: Mirum est quam copiose sanctus Thomas in illam vanissimam sententiam semper inveheretur. Captabat ubique tempora: quærebat occasiones unde ipsam traheret in disputationem: pertractam vero torquebat, exagitabat, monstrabatque non a christiano solum, sed ab omni quoque alia, peripateticaque præcipue philosophia dissentire. Bolland., Acta Sanctorum Martii.
«Due cose devono avvertirsi intorno al buon ordinamento del principato in qualunque città e nazione: la prima, che tutti ottengano qualche parte nel principato, lo che mantiene in pace il popolo, e fa che tutti amino e difendano l'ordinamento. L'altra riguarda la forma del reggimento. Ottimo principato è dove uno presiede a tutti secondo il merito, e dopo lui governano altri secondo il merito; il qual principato è di tutti, perchè tutti possono essere eletti, e tutti partecipano all'elezione». Quest. 105, I della 2ª, art. 1.
Ottima è la sua osservazione intorno allo svilimento de' caratteri, prodotto dall'assolutismo: sotto il quale, dic'egli, gli uomini in servilem degenerant animum et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et strenuum. De reg. pr. L. I. 3.
Cum ad conservandum pariter, et fovendum Ecclesiasticæ tranquillitatis statum ex commisso nobis imperii regimine defensores simus a Domino constituti, non absque justa cordis admiratione perpendimus, quod hostilis invaleat hæresis, proh pudor! in partibus Lombardiæ, quæ plures inficiat. Eritne igitur dissimulandum a nobis, aut sic negligenter agemus, ut contra Christum, et fidem catholicam ore blasphemo insultent impii, et nos sub silentio transeamus? Certe ingratitudinis et negligentiæ nos arguet Dominus, qui contra inimicos suæ fidei nobis gladium materialem indulsit, et plenitudinem contulit potestatis. Quapropter in exterminium, et vindictam actorum sceleris tam nefandi, complicum et sequacium hæreticæ pravitatis, quocumque nomine censeantur, utriusque juris auctoritate moniti, dignos motus nostri animi exercentes, præsenti edictali constitutione nostra, in tota Lombardia inviolabiter de cætero valitura, duximus faciendum, ut quicumque per civitatis antistitem vel diœcesanum, in qua degit, post condignam examinationem fuerit de hæresi manifeste convictus, et hæreticus judicatus per potestatem, consilium et catholicos viros civitatis, et diœcesis earundem, ad requisitionem antistitis illico capiatur, auctoritate nostra ignis judicio concremandus, ut vel ultricibus flammis pereat, aut, si miserabili vitæ ad coercitionem aliorum elegerint reservandum, eum linguæ plectro deprivent, quo non est veritus contra ecclesiasticam fidem invehi, et nomen Domini blasphemare. Ut autem præsens hæc edictalis constitutio nostra debeat in hæreticorum exterminium firmiter observari, circumspectioni tuæ committimus, quatenus hanc constitutionem nostram per totam Lombardiam facias publicari, amodo per imperialis banni censuram ab omnibus universaliter observandam. Dat. Cathaniæ, anno Dominicæ Incarnationis MCCXXIV, mense martii, undecimæ indictionis.
Celestis altitudo consilii, que mirabiliter in sua sapientia cuncta disposuit, non immerito sacerdotii dignitatem et regni fastigium ad mundi regimen sublimavit, uni spiritualis et alteri materialis conferens gladii potestatem, ut hominum hac dierum excrescente malitia, et humanis mentibus diversarum superstitionum erroribus inquinatis, uterque justitie gladius ad correctionem errorum in medio surgeret, et dignam pro meritis in auctores scelerum exerceret ultionem... Quia igitur ex apostolice provisionis instantia, qua tenemini ad extirpandam hereticam pravitatem, potentiam nostram ad ejusdem heresis exterminium precibus et monitionibus excitatis; ecce ad vocem virtutis vestre, zelo fidei quo tenemur ad fovendam ecclesiasticam unitatem gratanter assurgimus, beneplacitis vestris devotis affectibus concurrentes; illam diligentiam et sollicitudinem impensuri ad evellendum et dissipandum de predictis civitatibus pestem heretice pravitatis, ut, auctore Deo, cui gratum inde obsequium prestare confidimus, ac vestris coadjuvantibus meritis, nullum in eis vestigium supersit erroris, ac finitimas et remotas quascumque fama partes attigerit, inflicta pena perterreat, et omnibus innotescat nos ardenti voto zelare pacem Ecclesie, et adversus hostes fidei ad gloriam et honorem matris Ecclesie ultore gladio potenter accingi. Dat. Tarenti XXVIII febr. indict. IV.
In un'altra lettera, esso Federico insiste con nuovo fervore per la repressione degli eretici. Ut regi regum, de cujus nutu feliciter imperamus, quanto per eum hominibus majora recipimus, tanto magnificentius et devotius obsequamur, et obedientis filii mater Ecclesia videat devotionem ex opere pro statu fidei christiane, cujus sumus, tamquam catholicus imperator, precipui defensores, novum opus assumpsimus ad extirpandam de regno nostro hereticam pravitatem, que latenter irrepsit tacite contra fidem. Cum enim ad nostram audientiam pervenisset, quod, sicut multorum tenet manifesta suspicio, partes aliquas regni nostri contagium heretice pestis invaserit, et in locis quibusdam occulte latitant erroris hujusmodi semina rediviva, quorum credidimus per penas debitas extirpasse radices, INCENDIO TRADITIS quos evidens criminis participium arguebat; providimus ut per singulas regiones justitiarias cum aliquo venerabili prelato de talium statu diligenter inquirant, et presertim in locis, in quibus suspicio sit hereticos latitare omni sollicitudine discutiant veritatem. Quidquid autem invenerint, fideliter redactum in scriptis, sub amborum testimonio, serenitati nostre significent, ut per eos instructi, ne processu temporis illic hereticorum germina pullulent, ubi fundare studemus fidei firmamentum, contra hereticos, et fautores eorum, si qui fuerint, animadversione debita insurgamus. Quia vero supradicta vellemus per Italiam et Imperium exequi, ut sub felicibus temporibus nostris exaltetur status fidei christiane, et ut principes alii super his Cesarem imitentur; rogamus beatitudinem vestram quatenus ad vos, quem spectat relevare christiane religionis incommodum, ad tam pium opus et officii vestri debitum exequendum diligentem operam assumatis, nostrum si placet efficaciter coadjuvandum propositum, ut de utriusque sententia gladii, quorum de celesti provisione vobis ac nobis est collata potentia, subsidium non dedignatur alternum, hereticorum insania feriatur, qui in contemtum divine potentie extra matrem Ecclesiam de perverso dogmate sibi gloriam arroganter assumunt. Messine XV jul. indict. VI.
Nella vita di Cola Rienzi: «Gridavano come se fao, ha, ha, ha, a lo Patarino». Dappoi il legato scomunica Cola, appellandolo patarino e fantastico.
Anche gli Spoletini in guerra coi Fulignati, gridavano: Moriantur Patareni, Gibellini. Muratori, Antiquitates Italicæ, T. III, p. 499, 507, 143, ecc.
Datum Viterbii, pontificatus nostri anno IX.
Parve a Gioachimo, che Pietro portasse la Trinità a quaternità, asserendo le tre persone, e inoltre l'essenza comune, distinta da esse. Molto se ne disputò, finchè Innocenzo III condannò il costui libro. Vedi Mattia Paris al 1179, e ci serva di prova de' cavilli allora usitati.
Le profezie di esso furono difese da Gregorio di Lauro, abate cistercense, nell'opera B. Joannis Joachim abatis apologetica, sive mirabilium veritas defensa. Napoli 1560. L'esame delle dottrine di esso vedasi in Natale Alessandro, Historia ecclesiastica, Tom. VI, pag. 287.
Stava la Vergin sotto della croce Vedea patir Jesù, la vera luce. Madre del re di tutto l'universo. Vedeva il capo che stava inchinato E tutto il corpo ch'era tormentato, Per riscattar questo mondo perverso, ecc.
Altri versi di frà Jacopone arieggiano al Dies iræ:
Chi è questo gran sire Rege di grande altura? Sotterra i' vorria gire, Tal mi mette paura. Ove potria fuggire Dalla sua faccia dura? Terra, fa copritura Ch'io nol veggia adirato.
E altrove:
Non trovo loco dove mi nasconda Monte nè piano, nè grotta o foresta Chè la veduta di Dio mi circonda.
Questa ostentata povertà stava forse in mente all'autore dell'Imitazione di Cristo, allorchè scriveva (Lib. II, c. 11): «Dove si troverà chi a Dio voglia servire gratuitamente? Di rado si trova alcuno, tanto spirituale, che d'ogni cosa sia denudato. Un vero povero di spirito e spoglio d'ogni cosa creata, chi lo troverà? se l'uomo abbia dato ogni sostanza sua, non è ancor nulla. Se abbia fatto gran penitenza è ancor poco. Se abbia imparato ogni scienza, n'è ancor ben lontano. Se abbia gran virtù e fervorosa devozione, molto ancora gli manca; quello cioè che sommamente gli è necessario. E che cos'è? Che, lasciato tutto, lasci se stesso ed esca affatto da sè, e nulla ritenga d'affezione privata. Fatto che abbia tutto, senta d'aver fatto nulla, e si riconosca servo inutile. Allora veramente povero e nudo di spirito potrai essere, e dir col profeta: Umile e povero son io».
Con quello stravagante e fin empio infrascamento di sacro e profano, ivi racconta l'incarnazione del figlio di Giove, e come subì l'iniqua percossa di Atropos, poi ritornato al padre, dopo spogliata di molti prigioni l'antica città di Dite, mandò a' principi de' suoi cavalieri il promesso dono del santo ardore. Segue la predicazione del vangelo nella Spagna per opera del possente Dio occidentale, ch'è san Giacomo. «E in te, o alma città, o reverendissima Roma, la quale egualmente a tutto il mondo ponesti il tuo signoril giogo sopra gl'indomiti colli, tu sola permanendo vera donna, molto più che in altra parte risuona, siccome degno luogo della cattedral sede dei successori di Cefas. E tu di ciò dentro a te non poco ti rallegra, ricordando te essere quasi la prima predatrice delle sante armi; perciocchè conosci te in esse dover tanto divenir valorosa, quanto per addietro in quelle di Marte pervenisti, e molto più. Onde contentati, o Roma, che, siccome per l'antiche vittorie più volte la tua lucente fronte ornata fu delle belle frondi di Penea, così di quest'ultima battaglia (religiosa) con le nuove armi trionfando, tu vittoriosamente meriterai d'esser ornata d'eternal corona. E dopo i lunghi affanni la tua immagine fra le stelle sarà allogata, tra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri, beata ti troverai». Lib. I, num. 25 e seg.
La Comédie de Dante traduite en vers selon la lettre, et commenté selon l'esprit, suivie de la clef ou langage symbolique des fidèles d'Amour. Tomi 2. Paris 1856.
Le Paradis de Dante illuminé a giorno; dénouement tout maçonnique de sa Comédie albigeoise. 1855.
Preuve de l'hérésie de Dante, notamment au sujet d'une fusion opérée vers 1312 entre la Massènie albigeoise, le Temple et les Gibelins pour constituer la Franc Maçonnerie, ib.
Clef de la Comédie anticatholique de Dante.
L'Hérésie de Dante démontrée par Francesca da Rimini.
Les mystéres de la chevalerie et de l'amour platonique au moyen age. 1858.
In senso opposto vedasi Dante revolutionnaire et socialiste, non hérétique, par Ferjus Boissard, 1850.
168.
Veggio il nuovo Pilato sì crudele Che... senza decreto Porta nel Tempio le cupide vele.
169.
State contenti, umana gente, al quia; Che se potuto aveste veder tutto, Mestier non era partorir Maria.
O luce eterna del gran viro A cui nostro Signor lasciò le chiavi Ch'ei portò giù di questo gaudio miro, Tenta costui de' punti lievi e gravi Come ti piace, intorno della fede Per la qual tu su per lo mare andavi. Paradiso 24.
171.
Avete il vecchio e il nuovo Testamento, E il pastor della Chiesa che vi guida Questo vi basti a vostro salvamento. Paradiso V.
Dopo i molti cattolici che scrissero del concilio di Firenze, comparve nel 1861 una memoria di Basilio Popoff, studente di teologia a Mosca, che descrive quell'ultimo tentativo di unione fra le due Chiese dal punto d'aspetto greco e con gran lodi ai membri della greca.
Item diffinimus Sanctam Apostolicam sedem, et Romanum Pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum Pontificem Romanum successorem esse beati Petri principis Apostolorum, et rerum Christi vicarium, totiusque Ecclesie caput, et omnium Christianorum patrem et doctorem existere; et ipsi in beato Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem Ecclesiam a Domino nostro Jesu Christo plenam potestatem traditam esse; quemadmodum etiam in gestis ycumenicorum conciliorum, et in sacris canonibus continetur, Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium Patriarcharum, ut Patriarcha Constantinopolitanus secundus sit post sanctissimum Romanum Pontificem, tertius vero Alexandrinus, quartus autem Antiochenus, et quintus Hierosolymitanus, salvis videlicet privilegiis omnibus et juribus eorum.
Matter (Hist. des découvertes morales et politiques des trois derniers siècles) alzò a cielo il Pomponazio come avesse stabilito la legge della perfettibilità umana, il progresso delle istituzioni e delle scienze, e la dottrina d'indipendenza dei tempi moderni. Sono sofismi degni di chi chiama barbara l'Italia al tempo di Leon X.
Le opere del Pomponazio furono raccolte e ristampate a Basilea nel 1567 con una prefazione di Guglielmo Gratarola, medico che troveremo fra i riformati, e che pure stampò le opere proprie con testimonianze del Beza e d'altri personaggi che lo lodano di gran pietà. Egli difende il Pomponazio e asserisce che morì piamente secondo i tempi, cioè da cattolico: se negò l'immortalità dell'anima secondo Aristotele, ciò non può essergli imputato se non si pruovi che voleva con ciò insinuare l'ateismo.
Hospes Achillinum tumulo qui quæris in isto Falleris: ille suo junctus Aristoteli, Elisium colit, et quas rerum hic discere causas Vix potuit, plenis nunc videt ille oculis. Tu modo, per campos dum nobilis umbra beatos Errat, die longum perpetuumque vale.
Come questa filosofia e teologia venissero messe in onore ai giorni nostri e qua, lo sanno quanti conoscono il padre Ventura, il Rosmini, il Liberatore, il canonico Sanseverino, il Perrone, ecc.
A torto si suol attribuire al Possevino l'aver nella Bibliotheca gridato primo all'arme contro il Machiavello, sceleratum Satanæ organum. Il cardinal Polo, nella sua Apologia a Carlo V, narra come gli venisse alla mano il Principe, e subito lo riconoscesse scritto da un nemico del genere umano, dove religione, pietà, tutte le maniere di virtù sono sovvertite, e veramente scritte col dito del demonio, spargendo orribili massime fra principi e fra popoli. E fin d'allora alcuno gli avea detto, per iscusa dell'autore, che egli odiava grandemente i Medici, e consigliandoli a que' delitti, volea prepararne la ruina col colmarli di odio. Iste Satanæ filius, inter multos Dei filios edoctus omni malitia, ex illa nobili civitate prodiit, et nonnulla scripsit, quæ omnem malitiam Satanæ redolent. E vien via analizzandolo, in modo da non potersegli imputare quel che al Possevino, cioè che l'abbia confutato senza leggerlo.
Lo combatterono pure frà Caterino Politi, e il Muzio, e il Bosio De ruinis gentium, e quasi tutti i teologi politici.
Messere, io l'ho saputo, e me l'han detto: Quello a chi 'l popol la vorrebbe dare, È un buon prete, ma gli è poveretto, E non potrebbe un cieco far cantare. Quell'altro mi mostrò un pien sacchetto, E son ducati, secondo il sonare, E dice ve gli arreca, e son dugento. Monsignore. Costui ha ben ragion! mettili drento.
Alcuni monaci s'accordano per far eleggere abate un di loro, il qual promette nominar l'uno priore, l'altro spenditore, l'altro camerlingo: e vanno al vescovo, e gli offrono cento ducati perchè nomini quell'abate.
Monsignore. E molto volentieri i' ho ben inteso; Ma ditemi, figliuol, sono di peso? Monaco. Monsignor, e' son nuovi tutti quanti. Non fa bisogno che voi li pesiate. Monsignore. Da voi in fuora, io vorrei duo tanti, Ma io vo' ben che voi mi ristoriate Ogni anno per la pasqua e l'ognisanti L'oca, il cavretto e' cappon mi rechiate. Monaco. Noi siam contenti, e' cappon fien duo paja, E le candele per la candellaja.
Ogni predicator buffoneggiava Nè quasi si credea dal tetto in su.
Cedrus Libani. Nella Magliabecchiana è manoscritto del quattrocento un Promptuarium prædicatorum, dove, sopra argomenti che possono esser soggetto di predica, si adunano le autorità della santa scrittura, affinchè le prediche riescano non subtilia magis quam utilia.
Eppure Stefano Dumont, professore parigino, sostenne l'autenticità anche dell'atto; autenticità simile a quella che dicemmo dell'altre Decretali, che Graziano o il falso Isidoro non inventarono, bensì mutilarono o cangiarono per ridurle opportune a una collezione legale.
Sono a vedersi per lo stesso assunto la Storia d'Alessandro VI dell'abate Jorry, e un articolo della Rivista di Dublino, del gennajo 1859. Un amico ci fa avvertire che nelle lettere inedite dell'Alberoni, trovasi un giudizio sopra Alessandro VI, che s'accorda sostanzialmente col da me espresso. Benedetto XIV, nel carteggio confidenziale coll'Alberoni, suo legato di Bologna nel 1740, gli manifestò l'intenzione di correggere varj abusi, e sovratutto di riformare il paese, rovinato da dieci anni di allegria e di conversazioni (Lettera da Castelgandolfo li 18 ottobre di quell'anno). L'Alberoni pur desiderando non ci fosse occasione di venire a que' rimedii troppo repugnanti al naturale della Santità sua, non potè di meno, da quell'uomo schietto qual era, di secondare un sì santo pensiero, aggiugnendo che il bisogno di tale riforma era universalmente sentito da tutti i buoni e dentro e fuori di Roma (Lettera dell'Alberoni di Bologna, 25 ottobre 1741). Il papa lesse, forse con poca riflessione, la lettera dell'Alberoni nella sua conversazione, dove saranno stati probabilmente alcuni bisognosi di tale riforma, e levossi uno schiamazzo contro l'impudenza del legato di Bologna, che avea avuto l'ardimento di scrivere tali cose ad un tal papa, quasichè il suo pontificato fosse quello di Alessandro VI. Non è qui luogo di trascrivere la lunga e veemente risposta dell'Alberoni allo stesso Benedetto XIV, degli 8 novembre: ma sul punto toccato s'esprime così: «Non so come costoro possino far entrare nel mio discorso Alessandro VI. Se si avesse a parlare del di lui pontificato si potrebbe dire che fu un misto di vizj e di virtù: che i primi furono mancanze d'un uomo privato, ma che le seconde furono qualità eminenti d'un principe di gran mente. Tale lo fanno conoscere le di lui famose Bolle e non Pataffie, che saranno di eterna memoria e venerazione, e fra tante altre azioni eroiche del sue pontificato, una sarà la restituzione della Romagna fatta dai Tiranni alla Santa Sede; opera che tutta si deve al coraggio e alla prudenza e sagace condotta di Alessandro VI».
«Il papa è Dio in terra, ed è vicario di Cristo. Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello, che si faccia il bene. Adunque se il papa ti comandasse cosa contraria alla carità, e tu la facessi, tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio. Il papa può errare, non solo per false informazioni, ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità. Ciò che tanto ha corrotto la Chiesa è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa: ma quando le fu data la potestà temporale, cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia... Concilio vuol dir congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa se non dove è la grazia dello Spirito Santo. Ed oggi dove si trova essa? forse solamente in qualche buon omiciattolo... Nel concilio s'hanno a far riformatori che riformino le cose giuste. Nel concilio si castigano li cattivi cherici; si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebbero deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno. Pregate il Signore, che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed ajutare chi vuol far bene e per combattere i tristi». Prediche del 1498, sopra l'Esodo.
Dilecti filii, salutem et apostolicam benedictionem. Relatum nobis fuit quod apostolico zelo veritatis et justitiæ accensi, ac pro nostro, et hujus sanctæ sedis honore contra perniciosum dogma falsamque doctrinam perditionis filii Hieronimi Savonarolæ ordinis fratrum predicatorum, ac populi seductionem multis ac veris conclusionibus et argumentis sæpius publice ac privatim predicaveritis, ac eo fervoris et studii processeritis ut, pro sustinendis vestris veris rectisque argumentationibus, et ipsius Hieronimi pertinacia convincenda, non defuerit ex vobis qui etiam se in ignem projicere proposuerit; Laudamus certe devotionem vestram ac tam pium tamquam religiosum ac venerandum opus quod procul dubio nulla poterit oblivione deleri: Nobis vero et ipsi sedi ita gratum et acceptum ut gratius et acceptius esse non possit. Hortamur et monemus vos in Domino, ut eodem tenore pergentes adversus ipsius errorum reliquias, si quæ supersint, et complicem perseverare velitis, ut exinde a Deo et hac sancta sede merita condigna consegui possitis. Dat. Romæ apud S. Petrum sub annulo Piscatoris XI die aprilis 1498, Pontificatus nostri anno sexto.
Dilecto filio Francisco Apuliensi, Ordinis fratrum Minorum de observantia nuncupatorum professori, Alexander Papa sextus.
Dilecte fili, salutem et apostolicam benedictionem. Intelleximus quanto fervore pro veritate et justitia, proque nostro ac huius sanctæ sedis honore nuper predicaveris verbum divinum in civitate ista florentina adversus falsum et perniciosum dogma iniquitatis filii Hieronimæ Savonarole, qui prius suis demeritis excommunicatus, ausu sacrilego quam plurima scandalosa et heresim sapientia tam diu disseminare tam publice non erubuerat. Fecisti profecto opus valde meritorium, ac maxima laude dignum, ac quale religiosum virum decebat, quod nobis et toti sacro venerabilium fratrum nostrorum Sanctæ Romanæ Ecclesiæ cardinalium collegio mirifice complacuit. De qua devotione te plurimum commendamus, monentes et exhortantes ut, si quid forsitan reliquarum deinceps tanti ac nepharii erroris supersit, in tam bono ac pio instituto perseverare, ac illud eodem veritatis mucrone retundere cures, ita ut majores in dies ac uberiores fructus in agro dominico producens, nostram et ipsius sedis benedictionem et gratiam valeas promereri. Datæ Romæ apud S. Petrum 1498, XI aprilis, Pontificatus nostri anno sexto.
Il codice XI della classe XXXIV de' manoscritti d'essa biblioteca ha molte scritture contro i Fraticelli dell'opinione e singolarmente del vescovo Ortano, che dice essere stato deputato coll'arcivescovo di Milano ed altri vescovi a discutere contro costoro, sorti principalmente intorno ad Asisi, e che aveano preso per capo un tal Nicolao di Marano, nell'Agro Piceno.
Rudelbach, H. Savonarola und seine Zeit, aus den Quellen dargestellt. Amburgo 1835. Questi riconosce per profeti della Riforma l'abate Gioachino, santa Brigida, santa Caterina da Siena, ed altri.
E nella Verità profetica leggiamo:
Savonarola. Atqui io son profeta. Poichè ragionevolmente mi sforzi, non senza verecondia e umiltà confesso essermi stato da Dio, per suo dono e non per alcuno mio precedente merito, conferito.
Uria. Guarda che questo sia detto non per umiltà, ma più presto per arroganza.
Savonarola. Io non m'attribuisco il falso, ma non mi vergogno già di confessare di averlo ricevuto a laude di Dio e per salute de' prossimi».
Il codice 34 della classe XXXIV dei manoscritti della Biblioteca Magliabechiana contiene una raccolta di giudizj di varj sopra la vita e le dottrine del Savonarola. Quanta traccia di sè abbia lasciato il frate appare dall'infinità di scritture a lui relative, che si trovano in tutte le biblioteche di Firenze. Fra le centinaja citerò il codice 7 della classe XXXIV manoscritto nella Magliabecchiana, che contiene Vulnera diligentis di Benedetto da Firenze, ch'è un'apoteosi del Savonarola. Nella prima pagina ordina, hoc non publicetur volumen nisi post mortem illius decimi (cioè Leon X), de quo scriptum est Leo in quinto rugitu morietur, filius Sodomæ ecc.... Detur Adriano VI P. M. ad ciò sia conservata questa cristiana opera dalle mani de' combustori et persecutori della verità.
Nella Storia degli Italiani io mi son diffuso intorno al Savonarola, esaminando se fu un martire della verità anticipata, se profeta, se un gran patrioto, un gran democratico, o un allucinato, o un impostore. Furono pubblicate di recente molte opere intorno a lui, e massime la Storia di Girolamo Savonarola del Villari (1859), e la Storia del convento di San Marco del p. Marchese.
Hoc mens illa hominum, partim sortita Deorum, Et pars ipsa Dei patitur se errore teneri? Ut scelere iste latro pollutus Julius omni, Cui velit occludat cælum, rursusque recludat Cui velit, et possit momento quemque beatum Efficere aut contra, quantum quiscumque bene egit, Et vixit bene, si lubeat, detrudere possit Ad stygias pœnas, et Averni Tartara ditis, Et quod non habet ipse, aliis divendere cælum... Et nunc ille vagus sparsit promissa per orbem Qui cedem et furias, scelerataque castra sequantur Se duce, ut his cælum pateat. Qua fraude, tot urbes Et tot perdidit ille duces, tot millia morti Tradidit, et pulsa induxit bella acria pace, Tranquillumque diu discordibus induit armis El scelere implevit mundum, fas omne nefasque Miscuit. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Naufraga direpti finxit matrimonia Petri Vindice se bello asserere, atque ulciscier armis.
Curiose sono le particolarità che vi si esibiscono intorno ai cardinali, tutte profane, e alcune anche peggio.
308.
Sacra sub extrema si forte requiritis hora Cur Leo non potuit sumere, vendiderat.
L'attribuirono al Sannazzaro.
310.
Tu l'as vu ce ciel enchanté Qui montre avec tant de clarté Le grand mystère, Si pur qu'un soupir monte à Dieu Plus librement qu'en aucun lieu Qui soit sur terre. Alfred de Musset.
314.
Julius est Romæ; quis abest? date, numina, Brutum: Nam quoties Romæ est Julius, illa perit.
Vedi Klag und Vermahnung gegen die übermässige, unchricstliche Gewalt des Pabst in Rom.
316.
Manch Advocat und Auditor Notarius, Procurator, Die Bullen geben, sprechen Recht Dero jeder hat sein G'sind und Knecht Und nehmen täglich ein Von Teutschen unser Schweiss und Blut; Ist das leiden, und ists gut?
Il concilio! fremereste d'orrore se sapeste cosa proponeva.
San Pietro. Cioè?
Giulio. Fremo ancora di rabbia. Questi scellerati voleano ricondur la Chiesa nostra, così florida e opulenta, ai giorni di sua miseria e delle frugali virtù. Voleano che i nostri cardinali, potenti e doviziosi come principi, ritornassero gli umili e poveri diaconi d'un tempo: che si spogliassero i vescovi dei loro palazzi, del fasto, delle carrozze, e si mettesse sul trono papale non il più ricco, ma il più degno.
San Pietro. Questi scellerati parlavano come Quello di cui tu ti chiami vicario. Ma quai sono i nemici che tu volevi cacciar d'Italia?
Giulio. I barbari.
San Pietro. Che bestie sono coteste che chiami barbari?
Giulio. Sono uomini.
San Pietro. Uomini dunque; ma non cristiani.
Giulio. Anche cristiani; ma cos'importa?
San Pietro. E perchè li chiami barbari?
Giulio. È il nome che noi italiani diamo agli stranieri.
San Pietro. Eppure Cristo è morto per tutti gli uomini; la sua croce gli ha resi tutti eguali.
Giulio. E' non è morto pei Francesi, che disprezzano i nostri fulmini, e ridonsi delle nostre bolle. Passi per gli Spagnuoli, che ci adorano in ginocchio, come noi mandiamo ad essi vasi d'oro, stocchi benedetti, bolle, ed essi ci ripagano con oro e soldati.
San Pietro. Il tuo regno è di Satana, non di Cristo. Chi si fa vicario del mio maestro, dee attendere solo a seguire gli esempj di esso.
Giulio. Nulla è più nobile che veder ingrandita la Chiesa.
San Pietro. La Chiesa si compone di tutti i cristiani; e tu la scomponi soffiando guerre e discordie.
Giulio. Che parli di popoli cristiani? noi chiamiam chiesa le basiliche, i preti, e principalmente la Corte di Roma, e me pel primo, che son capo della Chiesa.....
Segue un bizzarro confronto fra la Chiesa umile e povera de' tempi di san Pietro, e la suntuosa e potente di Giulio; quello si gloria d'aver guadagnato migliaja d'anime a Cristo; questo d'aver arricchito la Chiesa. San Pietro lo manda a fabbricarsi con quelle ricchezze un paradiso, chè in questo e' nol riceverà. Giulio minaccia por l'assedio al paradiso, ed entrarvi di forza coi 60 mila uomini che perirono nelle sue guerre; onde alfine san Pietro dice non meravigliarsi se, con tali uomini a capo, sì pochi or giungano al paradiso.
Ad. Mueller, Vita di Erasmo di Rotterdam. Amburgo 1828.
Lieberkuen, De Erasmi ingenio et doctrina. Jena 1860.
Il Muratori, nella Dissertazione LVI delle Antiquitates medii ævi, reca molti lasciti, anteriori all'800, per far dire messe anche quotidiane.
Il Malermi nel 1475 volgarizzò il legendario del Varagine, e dice che chiamò a sè «il dilecto Hieronymo clarissimo citadino fiorentino, non meno erudito nelle sacre lettere quanto di virtù adornato, adciochè qui rivedesse e ad arbitrio suo emendasse quello ritroverebbe da essere correcto».
Il Fontanini dimostrò che non esiste una versione della Bibbia del Varagine, vissuto a metà del XIII secolo. Ben si conosce una traduzione dell'Apocalissi, con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300, e fu stampata dal Paganini a Venezia nel 1515 col titolo «Apocalypsis J. C. hoc est revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova espositione in lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico spirito Frate Federico Veneto ordinis Predicatorum, cum chiara dilucidatione a tutti soi passi».
Aldo Manuzio, nella lettera premessa al salterio greco del 1495 prometteva pubblicare l'intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de' quali in fatto trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona (vedi Foscarini, Della letteratura veneziana, lib. IV). La Bibbia dei LXX comparve per gli Aldi sotto la direzione di Andrea Asolo nel 1518, e il paragone colla vulgata diede esercizio alla critica.
Consimile lavoro faceasi anche da altri frati, come può vedersi in varie Bibbie, e senza scostarsi da Firenze, in due che stanno a San Marco, in pergamena, e che erroneamente si attribuiscono al Savonarola stesso. V. Villari, La storia di Girolamo Savonarola, 1859.
Erasmo, esaminando qualche varianti del codice vaticano del Nuovo Testamento, si stupì della conformità di esso colla vulgata latina, ove questa discorda dai codici greci, e pensò fosse corretto sulla versione latina. Ma più saviamente il cardinale Cervini da Trento scriveva a Roma a monsignor Maffei: «Li testi delle due lingue (greca ed ebraica) sono spesso più scorretti che li latini: anzi, quanto più sono di esemplari antichi e fedeli, tanto più si trovano conformi alla nostra vulgata». Così i legali del cardinale Farnese scriveano: «Quanto più li testi greci et hebrei sono migliori, tanto più comprovano la lettione di questa vulgata». Vedansi le dissertazioni del Vercelloni. Ed oggi in fatto i migliori critici vorrebbero si possa valersi della traduzione detta Itala per correggere il testo greco del Nuovo Testamento e la versione dei LXX.
Il Prayer Book, o Libro di preghiere adottato dalla Chiesa Anglicana, si valse, per tutti i passi biblici, della nostra vulgata. Ristampandolo testè, si conservò il medesimo sistema, del che menarono gran rumore i rigoristi. Ma si mostrò che Routh, preside del collegio di Oxford, raccomandava a' suoi scolari la vulgata come eccellentissimo commento sulla Scrittura.
Claudius pretese confutarlo mostrando che altrettanti studj occorrono per essere accertati delle verità cattoliche. Non parmi. Ammesso che la Chiesa possa dire «Chi ascolta voi ascolta me», tutte le dubbiezze sono tolte dalla decisione di quest'autorità vivente. Vedi sopra ciò la Conferenza collo stesso Claude sur la matière de l'Eglise.
... Majores nostri sapientissimi homines, optimis illis temporibus, quibus ecclesiastica vigebat disciplina, quæ nunc tota pæne nobis e manibus elapsa est, tales eligebant et consacrabant sacerdotes, quos doctrina vitaque eximios, egregie et posse et velle intelligerent docere populum publice, habere conciones, præcipere plebibus quæ facienda cuique essent.., Solis tum presbyteris et sacerdotibus Dei hæc concionandi et dicendi provincia in templis et sacris locis erat demandata; reliquis omnibus de populo, etiam ex ea vita quam monasticam vocamus, quamvis doctis et prudentibus ab hoc omni munere penitus exclusis.
E Lutero e Melantone riteneano anche l'assoluzione: perocchè il primo nella disputa del 1518, e l'altro nell'apologia della Confessione Augustana, sostennero, absolutionis ministrum, etiamsi contra prohibitionem superioris absolvat, vere nihilominus absolvere a culpa, et coram Deo. Lutero dice: Occulta confessio, quæ modo celebratur, etsi probari ex Scriptura non possit, miro modo tamen placet, et utilis, imo necessaria est, nec vellem eam non esse; imo gaudeo eam esse in ecclesia Christi. De Captivitate Babylonis, tom. II, pag. 292.
E negli articoli smalcaldici, p. III, c. 8: Nequaquam in ecclesia confessio et absolutio abolenda est, præsertim propter teneras et pavidas conscientias, et propter juventutem indomitam et petulantem, ut audiatur, examinetur et instituatur in doctrina christiana. La confessione fu conservata lungo tempo dai Protestanti, e il famoso Spener fondatore de' Pietisti, nel 1686 era confessore dell'elettor di Sassonia: ma allora appunto Schaden trovò che quell'atto fosse fonte di superstizione, ingannandosi i penitenti sull'effetto dell'assoluzione: ne nacque gran disputa, e Spener riuscì ad acquetarla, facendo decidere fosse libero ai fedeli premettere o no alla sacra cena la confessione. Ciò la fece cadere in disuso.
Un'altra imitazione de' forestieri nel 1865 fu l'introduzione in Italia de' Liberi Pensatori. Essi non appartengono agli eretici, perchè ripudiano ogni religione positiva: pure, colla solita incoerenza, impongono una fede. In fatto «Non ammettono altri veri che quelli dimostrati dalla ragione, altra legge morale che quella sancita dalla coscienza».
Qui è già supposto nell'uomo qualcosa d'innato, una morale naturale, una coscienza anteriore e indipendente da ogni legge. Poi la ragione potrebbe benissimo dimostrare che il cristianesimo o qualunque altra religione è vera. Eppure i Liberi Pensatori soggiungono un dogma esclusivo, che «considerano come negazione della coscienza e della ragione umana le religioni dogmatiche e rivelate». Nè basta: come conseguenza di questo loro dogmatismo impongono degli atti, con tanta assolutezza con quanto lo farebbe il papa o il gran lama, volendo che i loro associati professino di «vivere e morire fuori del seno di qualsiasi Chiesa o credenza dogmatica, e di uniformare a questo morale impegno tutti quegli atti che hanno rapporto alla nascita e morte de' figli non ancora in istato di libero discernimento, ecc.». L'intolleranza poi è spinta al segno di scomunicare quelli che, non solo propaghino, ma professino principj contrarj a quelli dalla società affermati. Vi sarà pure un sant'Uffizio, perchè la scomunica verrà proferita «da un giurì di nove socj, eletto nel seno della società». V'è la sua propaganda: v'è la solidarietà: tutte insomma le forme della servitù che rinfacciasi alla Chiesa costituita.
Donna, se' tanto grande e tanto vali, Che, qual vuol grazia e a te non ricorre, Sua desianza vuol volar senz'ali.
«Sans doute toute religion pousse une mythologie. Mais n'oubliez pas que celle de la religion chrétienne est toujours chaste, toujours utile, et souvent sublime, sans que, par un privilège particulier, il soit jamais possible de la confondre avec la religion même». Écoutez un exemple: «Un saint eut une vision, pendant laquelle il vit Satan debout devant le trône de Dieu, et ayant prêté l'oreille, il entendit l'esprit malin qui disait: Pourquoi m'as-tu damné, moi qui ne t'ai offensé qu'une fois, tandis que tu sauves des millières d'hommes qui t'ont offensé tant des fois?» Dieu lui répondit: «M'as tu demandé pardon une fois?»
«Voilà la mythologie chrétienne. C'est la vérité dramatique, qui a sa valeur et son effet indépendamment même de la vérité littérale, et qui n'y gagnerait même rien. Que le Saint ait ou n'ait pas entendu le mot sublime que je viens de citer, qu'importe? Le grand point est de savoir que le pardon n'est refusé qu'à celui qui ne l'a pas demandé».
L'osservazione è argutissima; ma perchè fosse del tutto vera bisognerebbe un fatto assolutamente contrario all'indole della mitologia, cioè che esistesse qualche autorità, la quale scegliesse, tra i mille parti delle fantasie e dell'ignoranza, le favole che sono caste, morali, sublimi. Vero è che la più parte di quelle che furono foggiate da Cristiani recano onore al genere umano e profitto alla virtù, e attestano una vittoria della debolezza sopra la violenza, del bene sopra il male.
Al modo stesso Iddio, nella creazione, prevedendo le necessità avvenire, potè provedere a tutte le eventualità: imporre alla natura leggi che operassero per un tempo, indi cedessero ad altre, o che bastassero per deviazioni temporarie. Se il sole s'arrestò alla voce di Giosuè, tal fatto poteva esser compreso nei disegni primitivi del Creatore, e prodotto dall'azione transitoria d'alcuna legge acconcia. Se morti resuscitarono, fu effetto d'una forza che opererebbe solo a rari intervalli, benchè compresa nel piano primordiale del creato. Più facile è l'applicar tale ragionamento alle epoche geologiche, segnate dall'apparir di nuove specie animali e vegetali.
Secondo il nostro matematico, può dunque ammettersi che Dio previde tutte le circostanze contingibili che potrebbero reclamar un'effimera o durevole alterazione nell'economia del creato, e proveduto ai mezzi di farle arrivare. Così chi facesse un oriuolo che andasse sempre, che sospendesse i movimenti a un dato tempo per un minuto, che a un momento assegnato tornasse indietro le lancette, attesterebbe un'abilità stupenda, ma le variazioni sarebbero dovute a un disegno primitivo, a una legge grande e unica: e l'intelletto capace di abbracciar d'un colpo tutte le combinazioni possibili, è superiore a quello che intervenisse periodicamente a cambiare meccanismo o a invertire le proprie regole.
Tutto ciò può ispirare a una mente colta un sublime concetto della sapienza che presedette alla creazione, e sventa il sofisma di coloro che trovan indegno dell'Ente Supremo l'interromper le proprie leggi e cambiar il corso della natura per qualche bisogno dell'uomo, per qualche preghiera: o per coloro che dicono che il venir d'un'altra età geologica attesta l'imperfezione della precedente, e che il mondo fu fatto alla bell'e meglio. Pure bisogna confessare che c'è qualcosa di arido in questo mondo che va per puro meccanismo: lo spirito può contentarsene, il cuore no. Direbbesi che all'Onnipotente costi il mantener il mondo in buona condizione, il presedervi in persona, anzichè per mezzi secondarj, il governare per atti diretti di volontà, anzichè rimettersi a leggi inviolabili. L'Onnipotente può del pari e far un miracolo a dato tempo, e averlo preparato centomila anni prima; perchè dunque c'invidieremmo la consolazione di vederlo operar ad ogni caso direttamente, anzichè per un prestabilito meccanismo?
Il cardinale De La Luzerne, nella dissertazione sui miracoli, li stabilisce appunto sull'autorità dei testimonj umani e i fondamenti della certezza; e sol dopo fissate le regole della critica storica ne fa l'applicazione ai racconti evangelici. Anche Frayssinoux, volendo difendere la verità de' miracoli evangelici, consacra un'intera conferenza sull'autorità de' testimonj umani; stabilendo che un miracolo, anzitutto, è un fatto; e bisogna provarlo o distruggerlo, invece di costituir sistemi a priori.
Wittemberga ed in lei la setta luterana.
Qual Pentapoli in fiamme od in faville S'erghino l'alte torri e vasti campi: Nelle tue cieche vie piede non stampi, Ma l'onde sol di Stige a mille a mille.... Fonte de' prischi e de' novelli errori. Che nel tuo sen disseminò Lutero Contro alla fede, all'opre, al maggior duce.
E a Ginevra:
Crudele arpia che t'eleggesti in prova D'impietà asilo, acciò ch'ogni alma pera... Del tuo lago infernale il ciel commova L'onde sovra di te chi al tutto impèra... Geneva d'eresie l'eletto albergo Di Farello empia sede e di Calvino Ove Anticristo l'ampie vie disserra... D'ogni altra la peggior, Sodoma in terra.
E meglio in altro all'Eresia:
Da chi vieni? da chi? rea, da qual banda Senza patente aver teco o missione? Se 'l tuo spirto privato n'è cagione Adunque non è Dio quel che ti manda. Più sfacciata di Flora e più nefanda, Se miracol non fai: dunque a ragione O vien da facoltà che ha successione, O di' che 'l diavol è quel che t'arranda, ecc.
463.
Roma, 15 gennajo 1521.
«Caro figlio, gratissima ci fu la tua lettera, poichè ci chiarì di quello su cui ci davano a dubitare non solo l'asserzione di pie e prudenti persone, ma alcuni tuoi scritti stessi, che tu conservi buona volontà verso noi e la santa sede, e per la pace e concordia cristiana: il che perfettamente conviensi e all'egregio ingegno che Dio ti ha donato, e alla pietà che sempre professasti. E noi che, sebben lontano, ti avevamo sempre in memoria, e pensavamo dar qualche premio alle esimie tue virtù, se eravamo stati smossi da questo pensiero, lietamente ci vedemmo dalla tua lettera restituiti alla primiera intenzione. E deh come ora è certo a noi, fosse così agli altri, la benevolenza tua verso questa sede apostolica e la comune fede di Dio! No, mai non vi fu tempo più opportuno o causa più giusta di opporre l'ingegno e la dottrina agli empj, nè alcuno sarebbe di te più adatto a tale offizio, al quale pur s'adoprano molti in fama di pietà e scienza somma. Ma Iddio diresse i loro cuori, e alla tua prudenza vuolsi ciò rimettere. Noi, contro le contumelie degli uomini sediziosi, armati di pazienza e del soccorso divino, siamo viepiù dolenti che colla zizania molta buona messe si corrompa; ed ogni danno del gregge a noi commesso ne affligge, non potendo non dolerci del veder le buone menti tratte in errore, mentre desidereremmo salvi anche gli autori dell'empietà. Ma nè Dio mancherà a noi, nè noi al nostro dovere. Quanto alla tua lettera, essa ci assicura della tua ottima intenzione, e la tua venuta qui, quando ch'ella sia, riceveremo volentierissimo.»
Nella Biblioteca Vaticana, Nunziatura di Germania. Vol. I, pag. 40.
Ich Martinus bitte alle Cristen wollten helfen Gott bitten, für solche elende, vorblendte teutsche Fürsten, dass wir ja nit folgen wider den Türcken zu ziehen, oder zu geben.
Ja viel lieber den Türchen und Tattern lèyden, dann dass die Mess solt bleiben. Tisch Reden.
Di fatto, occupando la Grecia, hanno i Turchi migliorato di civiltà! Tanto acceca l'odio contro il cattolicismo.
Dal 1520 al 1620, Roma donò agli imperatori di Germania sedici milioni di scudi e sei alla repubblica veneta per combattere i Turchi.
Nil tale patribus facere se putantibus, Nihil minus volentibus Quam quem eligebant; nil minus poscentibus Quam quem vocabant. O mare! O terra! votis Hadrianus omnibus Fit pontifex: sed omnibus, Quis credat? invitis. Deúm vis hæc: Deúm Deúm abditum hoc arbitrium est...
Noi abbiamo sentito accuse consimili farsi a Pio IX.
493.
Sextus Tarquinius, Sextus Nero, Sextus et iste: Semper et a Sextis diruta Roma fuit.
Gevay, Urkunde ecc., p. 66-70. Istruzione, per Martino de Salinas, dall'8 febbrajo 1529.
«Nel breve a S. M. eravi posto espressamente de celebratione universalis concilii. A queste parole S. M. con grande attenzione aperse gli occhi e gli orecchi, dicendo: — Sia ringraziato Dio che Sua Santità persevera in quello che altre fiate mi ha promesso, e fa bugiardi costoro che dicono Sua Santità sutterfugere il Concilio —. Allora diss'io: — Sire, Sua Santità non rifiuta il Concilio, purchè si celebri secondo il debito di ragione, cioè che in primis V. M. sempre sia assistente, come al Concilio Niceno Costantino, a Costantinopolitano Marciano, e agli altri i seguenti imperatori. Poi, che si abbia evidente speranza di tre cose: l'una di ridur veracemente i Luterani al grembo di santa Chiesa, ed a questo bisogna che sufficientemente consentano, perchè per questa principal causa si avria a far il Concilio. L'altra, che non si partorisca uno scisma con le altre nazioni cattoliche che restano, che saria quando Francia, Anglia e Scozia non volessero convenire. La terza, che si facesse una buona e santa reformazione di tutta la Chiesa di Dio in capite et in membris, da vero e da buon senno: altramente, pensando a gabbar Dio, ne gabberemmo noi stessi: S. M. rispose ecc.
«Finito questo colloquio, domandandomi se io sapea scrivere in ebreo, dissegli che sì, ma che la non pensasse però ch'io fossi nato ebreo, come fingono gli eretici, dicendo ch'è cosa ingiusta che un giudeo difenda la Chiesa cristiana. Mi domandò dove io l'aveva appreso. Dissi che da un Giudeo, non già di mia terra, dove mai poterono star Giudei, ma spagnuolo, qual si fece poi cristiano in casa di mio padre». Monumenta Vaticana, LXV.
Conosciamo cinque edizioni in italiano fatte a Lipsia dopo il 1835, in tedesco ad Amburgo e a Strasburgo nel 1856; a Vevey e Lausanne nel 1856, ed a Parigi. A Torino nel 1860 se ne formò una stereotipa. Per trovare l'originale bastava ricorrere ala biblioteca della Minerva in Roma, fondata dal cardinale Torrecremata, poi riccamente dotata dal cardinale Casanatta, che fu bibliotecario della Vaticana (1620-1700). I Domenicani di quel convento aveano la licenza di leggere qualunque libro, per veder quali proibire; locchè fa rinvenire in quella biblioteca una quantità di libri, divenuti rarissimi, e fino unici. Clemente XI, nel 1701, avea pubblicato regole per il modo di conservar essi libri separatamente, e comunicarli solo a chi n'avesse formale licenza.
Quanto si vacillasse da principio sul punto della giustificazione appare dalle accuse che il padre Spina diede al Caterino e dalle difese di questo contra schedulam Paulo III oblatam, in qua quinquaginta errorum Catharinus insimulabatur; e versano la più parte su ciò e sulla predestinazione.
Fu uno de' teologi più reputati di quell'età frà Jacobo Nachiante fiorentino, vescovo di Chioggia (-1569), carissimo a Paolo III, a Giulio III; sentito assai nel Concilio di Trento, e scrittore di molte opere, di cui fanno al caso nostro la Enarratio maximi pontificatus, maximive sacerdotii Jesu Christi; de primatu Petri: De auctoritate Papæ et concilj. De actis concilj approbandis per papam. De sacrosanctis indulgentiis. De expiatorio missæ sacrificio. De natura et sacramento evangelici matrimonii. Eppure vi fu chi lo tacciò di errori intorno all'essenza della libertà; del che peraltro lo difende il Tomassino, tom. III, tratt. IV De gratia, e il Reginaldo De mente Conc. trident., P. II, cap. 77.
Dalla Società biblica furono ristampate le opere del Valdes a Oxford nel 1845.
«Volendo io confessar ingenuamente alle VV. SS. Reverendissime (i cardinali inquisitori) tutti gli errori miei dal principio al fine, dico che, essendo io a Napoli circa otto anni sono, pochi giorni prima che andassi a Basignano col N N che era a Napoli; vedendo che io aveva cominciato a lasciar la mala via del mondo, e con desiderio di ritornar alla buona delle buone opere, incominciò a tentarmi sopra l'articolo della giustificazione che siamo giusti pel sangue di Gesù, e non per le opere nostre; mostrandomi molti lochi nel Testamento Nuovo, i quali par chiaramente il dimostrino. E però gli dissi che ciò mi piaceva. Il che detto esso al Valdesio, con cui spesso conversava, e con N ed N che ancor essi erano a Napoli, il Valdes rispose all'N, secondo mi riferì, che non si fidasse di me, sapendo che io era carnalissimo, e perciò il detto Valdes non volle che mai io andassi coll'N a lui, nè che io intervenissi o sapessi li lor ragionamenti. Pure il N mi andava dicendo e confermando sopra l'articolo della giustificazione.
«Ritornato a Napoli in casa del N, andai a visitare l'N, e gli portai certi scritti del N sopra due o tre capitoli dell'epistola di san Paolo alli Romani, dove parlava ampiamente della giustificazione, conforme al libretto del Benefizio di Cristo, e domandandomi se N gli avea letti, gli dissi non saperlo, come era vero.
«Mi domandò ancora del signor cardinale Morone, quel che esso teneva della giustificazione: gli risposi che io non sapeva, altro se non che il N e il N grandemente il commendavano a Trento della bella mente e bello animo suo, di esser innamorato di Dio e non delle cose del mondo; che mostrava essere ben capace della giustificazione per Cristo, e che sempre pareva loro che più fosse acceso nell'amor di Dio».
532.
Onora e ama e teme e prega Dio Pel pascol, per l'armento e pel lavoro, Con fede, con ispeme e con desio Per la gravida vacca e pel bel toro. E 'l dubio, e 'l forse, e 'l come e 'l perchè rio Nol può ma' far, chè non istà fra loro Se con semplice fede adora e prega Iddio e 'l Ciel, l'un lega e l'altro piega.
La parola di Dio s'è risentita, E va con destro piè per l'Alemagna, E tesse tuttavia la tela ordita, Scovrendo quell'occulta empia magagna, Che ha tenuta gran tempo sbigottita E fuor di sè la Francia, Italia e Spagna, Già per grazia di Dio fa intender bene Che cosa è chiesa, caritade e spene.
La conseguenza potrebb'essere tutta opposta a quella ch'esso deduce; vale a dire che la Chiesa cattolica, perfin ne' suoi membri più devoti quali sono i monaci, non ripudia la discussione e anche la proclamazione di dottrine, contrarie alle legali, ma che pur non intaccano il dogma e il vincolo della carità. Un'argomentazione simile a cotesta facea che, nel XVI secolo, i Riformati considerassero come loro fautori molti, che con vivacità e fin con amarezza disapprovavano i disordini della Chiesa, ma senza rinnegarla. Del resto ciò non fu fatto solo coi nostri. A Dresda nel 1860 e seguenti, si pubblicò Aurora, sive Bibliotheca selecta ex scriptis eorum qui ante Lutherum ecclesiæ studuerunt restituendæ. Ediderunt F. Pistoth, Schoepff, Neumann.
Vedi pure C. Ullmann, Reformators vor der Reformation, vornemlich in Deutschland, und den Niederlanden. Amburgo 1841. Sono teologi tedeschi, Giovanni di Goch, Giovanni di Wesel, Cornelio Grapheus, Gregorio di Heimburg, Giacomo di Jüterbock, Matteo di Cracovia.
Bonnechose, Les Reformateurs avant la Reforme. Parigi 1860.
Simon Goulart, Catalogus testium veritatis.
536.
Cum casum miseratus ille magnus Carapha, Italiæ decus Carapha, Ad cœlum geminas manus tetendit Multis cum lacrymis Deum salute Orans de mea: et ecce acerba fugit Febris, et lateris dolor, refectæ Vires, etc.
Nello Schoelhorn, vol. II, è un trattato De religione M. Antonii Flaminii, e vi si legge: In ipsa Italia, veritati evangelicæ inimica, et in medio pravi perversique generis hominum micabat tamquam splendidum luminare, plenusque divinæ lucis radiis ita sensit, ita vixit, ut non dubitemus virum optimum purioris religionis veræque pietatis studiosis adscribere. In præcipuis fidei christianæ capitibus eum nobiscum conspirasse evidentissime probatum dabunt loca, quæ deinde ex ipsis ejus scriptis recitabimus piane egregia.
Bossuet chiama questo libro «epilogo del cristianesimo, dotto e misterioso compendio di tutta la dottrina del vangelo, di tutte le istituzioni de' santi padri, di tutti i consigli di perfezione; dove compajono eminenti la prudenza e la semplicità, l'umiltà e il coraggio, la severità e la dolcezza, la libertà e la dipendenza; dove la correzione ha tutta la sua fermezza, la condiscendenza tutto il suo vezzo, il comando tutto il suo vigore, la soggezione tutto il suo riposo, il silenzio la sua gravità, la parola la sua grazia, la forza il suo esercizio, la debolezza il suo sostegno».
Poichè i Protestanti vollero vedervi un loro precursore, giovi notare come tutto il libro v tratti della comunione in senso affatto cattolico.
C. 2. «Mirabil cosa e degna di fede, e che pur trascende l'umano intelletto, che tu, signor Dio mio, vero Dio e uomo, sotto piccola specie di pane e vino, tutto sii contenuto, e senza consumazione sii mangiato da chi lo prende».
Al c. 5 tratta della dignità del sacerdote «che consacra e maneggia Cristo sacramentato, e prende in cibo il pan degli angeli»: e gli raccomanda non intorpidisca dall'orazione finchè meriti impetrar la grazia e la misericordia. Quando il sacerdote celebra, onora Iddio, edifica la Chiesa, ajuta i vivi, dà requie ai morti, e si rende partecipe di tutti i beni». Prima della comunione (dice il Diletto) «esamina la tua coscienza, e con ogni potere, con vera contrizione ed umile confessione mondala e chiarificala». E conforta a non tralasciar di comunicarsi per qualche turbamento o avversione: «ma va tosto a confessare, e perdona le offese altrui. Or che giova il tardar la confessione e differir la comunione?»
In Sacramento altaris, totus præsens es, Deus meus, homo Christus Jesus... O invisibilis conditor mundi, quam mirabiliter agis nobiscum, quibus semetipsum in sacramento sumendum proponis, etc. Lib. IV, c. 1, e tutto quel libro.
Il discepolo offre al Signore tutte le opere sue buone, per quanto poche e imperfette; i pii desideri de' devoti, e quei che desiderarono dicesse preghiere e messe per loro e pe' suoi, o vivano ancora o siano defunti.
Al libro III, c. 12: «Se dirai non poter te molte cose soffrire, e come sosterrai il fuoco del purgatorio?
Al c. 6: «Sappi che all'antico nemico spiace l'umil confessione: e se potesse, farebbe cessare dalla comunione».
«Oh quanto soave e giocondo convito istituisti quando te stesso desti in cibo». Lib. IV, c. 2.
Quanto al sacerdozio:
«Oh com'è grande e onorevole l'uffizio de' sacerdoti, ai quali è dato il signor della maestà consacrare con sacre parole, benedir colle labbra, toccar colle mani, prender colla propria bocca, somministrarlo ad altrui!» C. 11, lib. IV.
«Tu devi te stesso a me volontariamente in oblazione pura e santa, ogni giorno nella messa con tutte le forze e gli affetti tuoi offerire». C. 8.
«Solo i sacerdoti, regolarmente ordinati nella Chiesa, hanno la podestà di celebrare e di consacrar il corpo di Cristo». C. 5.
«È necessario a me, che sì spesso travaglio e pecco, m'intepidisco e manco, che con frequenti orazioni e confessioni, e col prender il corpo tuo, mi rinnovi, mi mondi, m'accenda». C. 3.
E quanto all'esame e a l'autorità:
«Guardati da inutili e curiose indagini su questo profondissimo sacramento, se non vuoi sommergerti nel profondo del dubbio. Chi scruta la maestà sarà oppresso dalla gloria. Beata la semplicità che lascia le difficili vie delle questioni, e va pel piano e sodo cammino de' comandamenti di Dio». Lib. IV, c. 18.
E sulla soddisfazione:
Nunc labor tuus est fructuosus fletus acceptabilis, gemitus exaudibilis, dolor satisfactorius et purgativus... Melius est modo purgare peccata et vitia resecare, quam in futuro purganda reservare. Lib. I, c. 24.
Nel processo del cardinal Moroni, un testimonio racconta d'un prete che, divenuto familiare del Polo, fu da questo convertito alle nuove dottrine; talchè scrisse al Contarini, lagnandosi gli avesse insegnato tanti errori, mentre ora aveva aperto gli occhi alla verità. Vuol pure che il Moroni fosse stato pervertito da esso Polo.
Ciò serve di commento ai molti tentativi di riconciliazione, che indicammo e indicheremo fatti al tempo che discorriamo e posteriormente, fra cui vanno distinti i nobili sforzi del Leibniz, seguìti dalla disperazione di riuscita. Nel qual senso il Grozio diceva «aver sempre desideratissima la riconciliazione dei Cristiani in un sol corpo: ma essergli dimostrata impossibile perchè gli animi di quasi tutti i dissidenti ne sono alienissimi, e per non aver quelli alcun principio di unità nel reggimento ecclesiastico. Per le quali ragioni (e' prosegue) le antiche parti non si potranno ricongiungere, e di sempre nuove ne sorgeranno. Onde penso non potersi rannodare i Protestanti se prima non si rannodino colla sede romana: senza la quale nessun reggimento comune si può sperare: ond'è desiderabile sia tolta la scissura, e le cagioni che la produssero. Fra le quali cagioni non è dà noverare il primato del vescovo romano, ch'è conforme ai canoni, per confession di Melantone, il quale anzi lo stima necessario all'unità. Ciò non è un assoggettar la Chiesa all'arbitrio del pontefice, bensì un riporla nell'ordine che la sapienza le ha costituito». Grotii Opera, t. IV, p. 744.
545.
Se l'imperio terren con mano armata Batte la mia Colonna entro e d'intorno, La notte in foco e in chiara nube il giorno Veggio quella celeste alta e beata, Sua mercè, colla mente: onde portata Sono in parte talor, che, se in me torno, Dal natural amor che fa soggiorno Dentr'al mio cor, ben spesso richiamata, Mi par per lungo spazio e queto e puro Quanto discerno e quanto sento caro.....
E al papa dirigea varj sonetti, fra cui questo:
Veggio rilucer sol di armate squadre I miei sì larghi campi, ed odo il canto Rivolto in grido, e 'l dolce riso in pianto Là 've prima toccai l'antica madre. Deh mostrate con l'opre alte e leggiadre Le voglie umili, o pastor saggio e santo! Vestite il sacro glorioso manto Come buon successor del primo padre. Semo, se 'l vero in voi non copre o adombra Lo sdegno, pur di quei più antichi vostri Figli, e da' buoni per lungo uso amati! Sotto un sol cielo, entro un sol grembo nati Sono, e nudriti insieme alla dolce ombra D'una sola città gli avoli nostri.
Chi temerà giammai nell'estrem'ore Della sua vita il mortal colpo e fero S'ei con perfetta fede erge il pensiero A quel di Cristo in croce aspro dolore? Chi del suo vaneggiar vedrà l'orrore Che ci si avventa quasi oscuro e nero Nembo in quel punto, pur ch'al lume vero Volga la vista del contrito core? Con queste armi si può l'ultima guerra Vincer sicuro, e la celeste pace Lieto acquistar dopo 'l terrestre affanno. Non si dee con tal guida e sì verace, Che per guidarne al ciel discese in terra, Temer dell'antico oste nuovo danno.
Octavi pater, ad viterbiensem Secessum venias, rogamus omnes, Polus, Parpalias, Priulus, ipse Tuus Flaminius. . . . . . . . Cur ergo, pater, huc venire cessas? Num te illa innumerabilis librorum Tenet copia curiosum? habebis Et hic græca volumina ut latina, Quæ lassare valent decem otiosos Plinios, licet usque, et usque, et usque Noctes atque dies legas, et hercle Facis, etc. etc.
Quel che il Morone pensasse lo leggeremo nella difesa di questo.
555.
Felix qui....... ineluctabile fatum Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis avari.
Esso Bernardo ha un Opusculum de jubilæo, sive peregrinatorium ad urbem Romam in XXX dietas redactum, in quo miræ antiquitates et sacrorum interpretum sententiæ referentur: curioso viaggio da Colonia a Roma in occasione del giubileo del 1525.
Un F. G. cremonese, probabilmente domenicano, nel 1520 stampò a Cremona Revocatio Martini Lutheri ad sanctam sedem, libretto or rarissimo, ove procura convertir Lutero con questi capi: 1, Suadeat ratio; 2, Hortetur ss. Patrum auctoritas; 3, Alliciant accepta munera; 4, Premat divinæ justitiæ severitas; 5, Trahant in populis orta schismata; 6, Preces tuæ professionis emolliant; 7, Excitet Germana majestas; 8, Invitet heroum christianorum humilitas in primis Francisci I; 9, Compellat S. R. E. medio caritatis fonte proluens divina pietas.
Frà Paolino Bernardini di Lucca (-1585), che fu uno de più ferventi difensori del Savonarola, fra molte opere teologiche ha una Concordia Ecclesiastica contra tutti gli eretici, ove si dichiara qual sia l'autorità della Chiesa, del concilio della sedia apostolica e de' santi dottori, Firenze 1552, cui è soggiunto un Discorso sopra lo stato, dottrina e costumi de' Luterani, tradotto dal latino di Giorgio Vicellio.