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Gian Gabriele Borkman

ATTO PRIMO.

Mario Buzzi translation

Camera della signora Borkman. Porta aperta nel fondo, che riesce sulla veranda: a traverso le invetriate della veranda si scorge il giardino coperto di neve. Alla parete di destra, porta che dà sulla strada: più avanti un’antica stufa di ferro, in cui crepita un buon fuoco. Nel fondo a sinistra piccolo uscio: più in qua finestra con pesanti cortinaggi. Fra l’uscio e la finestra un sofà ed un tavolino con tappeto: sul tavolino lampada accesa con paralume. Seggiolone addossato alla stufa. Al di fuori, sotto l’incerto bagliore del crepuscolo, la neve cade a piccoli fiocchi.

SCENA PRIMA. La Signora Borkman sola; poi la Cameriera; poi Ella Rentheim.

(La signora Borkman, una donna attempata, dai capelli incanutiti e dall’aspetto freddo e grave, è seduta sul sofà e sta lavorando d’uncinetto: le sue mani sono affusolate e diafane. È vestita di un abito di seta nera, fuori di moda ed alquanto usato: sulle spalle porta uno scialle di lana. All’alzarsi della tela la signora Borkman tralascia di lavorare e se ne sta immobile e meditabonda. Si ode il tintinnìo dei sonagli di una slitta, che arriva.)

Sig.ª Bork. (dopo di essere stata in ascolto, esclama quasi involontariamente, ma raggiante di gioia:) Erardo! Finalmente! (S’alza e guarda fuori della finestra: ma poi, delusa, ritorna al tavolino e riprende il lavoro. Poco dopo dalla porta di destra entra la Cameriera con un vassoio.)

Sig.ª Bork. (impaziente). Dunque il signor Erardo non è ancora arrivato?

Cam. No, signora. C’è però di fuori una signora....

Sig.ª Bork. (mettendo da parte il lavoro). Sarà la signora Wilton....

Cam. (avvicinandosi alla signora Borkman). No, è una signora che non conosco.

Sig.ª Bork. (indicando il biglietto di visita sul vassoio). Datemi quel biglietto.... (dopo aver dato un’occhiata al biglietto, s’alza fissando la cameriera) Ma siete proprio certa che il biglietto è per me?

Cam. Sì, è per la signora, o almeno così mi parve d’aver sentito....

Sig.ª Bork. E quella signora vi ha detto che voleva parlare con me?

Cam. Sì, con lei, signora.

Sig.ª Bork. Ebbene, fatela entrare.

(La cameriera va ad aprire — Ella Rentheim entra. Ella Rentheim è molto somigliante alla sorella: il suo aspetto però è di persona sofferente, quantunque i lineamenti del volto rivelino ancora le tracce di una splendida bellezza. I capelli folti ed ondulati sono completamente bianchi. Porta cappellino e veste un abito di velluto nero ed un mantello foderato di pelliccia. Le due sorelle si guardano vicendevolmente con sguardo indagatore; tutte e due sembrano dapprima perplesse di rompere il silenzio.)

Ella Rent. (ferma accanto alla porta). Sei meravigliata di vedermi qui, Gunilde?

Sig.ª Bork. (immobile, in piedi fra il sofà ed il tavolino, sfiorando il tappeto con le punte delle dita). Non ti pare d’aver sbagliato strada? Dovresti pur sapere che il fattore abita dall’altra parte della casa.

Ella. Oggi non ho da parlare col fattore.

Sig.ª Bork. Hai forse da parlare con me?

Ella. Sì. Ho da parlare con te.

Sig.ª Bork. (movendole incontro). Allora.... prendi posto.

Ella. No, grazie; posso starmene bene anche in piedi.

Sig.ª Bork. Fa come meglio ti aggrada. Ma levati almeno il mantello.

Ella (sbottonando il mantello). Infatti in questa stanza fa un po’ troppo caldo....

Sig.ª Bork. Soffro tanto freddo!

Ella (fissando la sorella ed appoggiando un braccio sul seggiolone). Gunilde, sono ormai trascorsi quasi otto anni dall’ultima volta che ci siamo viste.

Sig.ª Bork. (fredda). Sì, otto anni dall’ultima volta che abbiamo parlato insieme.

Ella. Hai ragione: dall’ultima volta che abbiamo parlato insieme — giacchè nel frattempo avesti più d’una volta occasione di vedermi.... ogni anno, quando venivo qui, dal fattore.

Sig.ª Bork. Credo due o tre volte, tutt’al più.

Ella. Anche io ti vidi un paio di volte, alla sfuggita.... là, alla finestra.

Sig.ª Bork. È possibile; m’avrai visto rincantucciata dietro le cortine. Che buona vista la tua! (ruvida e pungente) Ma l’ultima volta che ci parlammo fu proprio qui, in questa stanza....

Ella (interrompendo). Lo so, Gunilde!

Sig.ª Bork. Una settimana prima.... prima che egli venisse fuori....

Ella (facendo qualche passo per la stanza). Non tocchiamo quell’argomento!

Sig.ª Bork. (con voce sommessa, ma energica). Una settimana prima che egli.... il direttore di Banca, venisse rimesso in libertà.

Ella (c. s.). Sì — è vero! Mi ricordo benissimo di ogni particolare! Ma è così angoscioso, di non poter pensare a quei ricordi così tristi.... oh!

Sig.ª Bork. E con tutto ciò non è dato liberarsi di quei pensieri, che continuano a girare e rigirare incessantemente nella fantasia! (con impeto, battendo le mani) No, non lo comprendo! Dovessi vivere ancora cent’anni, non lo potrei comprendere! Non posso comprendere come una simile disgrazia.... una disgrazia tanto terribile abbia potuto piombare sur una famiglia! E pensa.... sulla nostra famiglia! Una famiglia tanto rispettabile quanto la nostra! Chi avrebbe mai potuto soltanto pensare che proprio la nostra famiglia dovesse venirne travolta!

Ella. Oh Gunilde.... molte, molte altre famiglie furono colpite da quella disgrazia.

Sig.ª Bork. Sì, hai ragione; ma di quelle famiglie non mi do tanto pensiero, perchè per loro la catastrofe si ridusse unicamente alla perdita di qualche centinaio di corone.... o di qualche centinaio di banconote.... Ma per noi....! Per me! Per il mio povero Erardo! Per il mio povero bambino — perchè in allora Erardo era ancora bambino! (sempre più eccitata) L’onta, di cui fummo coperti noi due innocenti! E poi la vergogna! Quell’odiosa, quell’orribile vergogna! E per giunta: rovinati completamente!

Ella (con diffidenza). Dimmi, Gunilde.... come sopporta le conseguenze del suo fallo?

Sig.ª Bork. Chi? Erardo?

Ella. No.... lui. Rispondimi!

Sig.ª Bork. Credi forse ch’io gli domandi....?

Ella. Oh, ma non occorre domandare....

Sig.ª Bork. (guardandola meravigliata). Spero bene che non vorrai credere che io viva con lui! Trovarmi con lui? Vederlo?

Ella. Neppur vederlo!

Sig.ª Bork. Vedere un uomo, che dovette scontare cinque lunghi anni di carcere? (nascondendosi il viso fra le mani) Oh quale onta! (alzandosi) Se poi penso di quale aureola fosse a suo tempo circonfuso il nome di Gian Gabriele Borkman!... No, no, no.... non voglio più vederlo.... mai più.

Ella (fissandola per qualche tempo). Gunilde, tu hai un cuore ben duro!

Sig.ª Bork. Verso di lui — sì.

Ella. Al postutto egli resta sempre tuo marito.

Sig.ª Bork. Ma non fu forse lui, che in tribunale, durante il suo processo, incolpò me di essere stata la causa, che lo aveva trascinato al precipizio, la causa della rovina, rinfacciandomi di avere sprecato migliaia di corone?

Ella (esitante). Che non ci fosso un po’ di verità in quelle sue confessioni?

Sig.ª Bork. No, egli voleva che tutti sprecassero con quella leggerezza....

Ella. Lo so, lo so: ed appunto per questo motivo avresti dovuto mettergli a tempo un freno. Oh quanto bene gli avresti procurato mettendogli un freno!

Sig.ª Bork. E doveva io sapere che non era suo il denaro.... sì, il denaro che egli mi lasciava sprecare? E quanto e come ne sprecò lui! Dieci volte più di me.

Ella (con calma) Forse il posto coperto da Borkman avrà portato con sè tutto quello spreco o almeno una buona parte.

Sig.ª Bork. (ironica). Certo: ci fu un tempo, in cui si andava sempre ripetendo che la famiglia del direttore Borkman doveva figurare. Ed egli sapeva “figurare„ e splendidamente. Quando sdraiato nel suo tiro a quattro passava davanti alla casa, pareva come se passasse un re: egli rispondeva ai saluti della gente proprio come un monarca. La gente pronunciava il suo nome come il nome di un re: “Gian Gabriele!„ “Gian Gabriele!„ Tutti sapevano di quanta grandezza fossero circonvolti quei due nomi!

Ella (risoluta e con calore). Allora egli era infatti una grandezza.

Sig.ª Bork. Sì, apparentemente. Mai, però, mai egli mi fece conoscere, neppure con una sola parola, quali fossero le sue condizioni finanziarie; nè mai m’indicò la provenienza di tutto quel denaro.

Ella. Oh no.... anche gli altri non avrebbero potuto supporlo.

Sig.ª Bork. Verso gli altri non lo avrei tenuto responsabile; ma verso di me era suo dovere di dire la verità. E la verità non me la disse mai! Menzogne, menzogne, ecco il suo sistema; e m’ingannò sfrontatamente.

Ella (interrompendola). Scaccia dalla testa una simile idea, Gunilde! Borkman non ti ha ingannata — non ha mentito; forse egli credette più opportuno di sottacerti il vero stato delle cose.

Sig.ª Bork. Fa pure questione di parole, se così t’aggrada: il risultato rimane sempre l’identico.... Poi sopravvenne la catastrofe e tutto andò in rovina. Anche tutta l’aureola!

Ella (sopra pensiero). Sì, tutto andò in rovina.... per lui.... ed anche per gli altri.

Sig.ª Bork. (alzandosi minacciosa). Ella.... devo però osservarti, che non mi do ancora per vinta! Oh io saprò bene ancora procurarmi una soddisfazione! Puoi esserne certa!

Ella (con ansia). Vuoi procurarti una soddisfazione? Non ti comprendo....

Sig.ª Bork. Voglio procurarmi una soddisfazione per riabilitare il nome, che andò perduto coll’onore e coll’agiatezza! Voglio avere una soddisfazione per la mia vita trascorsa sì miseramente, comprendi! Sappi che tengo in mio potere un uomo.... un uomo, che deve lavare l’onta del direttore.

Ella. Ma Gunilde! Gunilde!

Sig.ª Bork. (sempre più accalorandosi). Pensa che esiste una mano vendicatrice, la mano di un uomo, che deve riparare a tutto il male che mi fece suo padre!

Ella. Erardo — dunque!

Sig.ª Bork. Sì, Erardo.... il mio diletto figliuolo! Oh egli saprà certamente rialzare le sorti della casa, della famiglia, del nostro nome. Erardo ricostruirà tutto quello che è ancora possibile di rifare.... e forse anche qualche cosa di più.

Ella. E come credi che ciò potrà mai avvenire?

Sig.ª Bork. Avvenga quello che si voglia.... io non lo so. Ma è fuori di dubbio che tutto ciò debba accadere — un giorno o l’altro, (tentando di leggere negli occhi di Ella) E a te, Ella.... non passò mai per la mente una simile idea, allorquando Erardo era ancora bambino?

Ella. Non lo saprei....

Sig.ª Bork. Da senno? E perchè conducesti con te, via di qui, il piccolo Erardo, quando la bufera scoppiò.... sopra questa casa?

Ella. In allora tu non avresti potuto occuparti di Erardo, Gunilde.

Sig.ª Bork. Ah, sì, è vero, è vero. E poi suo padre aveva un motivo ben giustificabile per non poter occuparsi di suo figlio.... era così ben guardato là, dove si trovava....

Ella. Gunilde! Come parli!

Sig.ª Bork. (con tono invelenito). E pensare che ti adattasti ad assumere l’educazione del figlio.... del figlio di un Gian Gabriele, e che lo trattasti come se fosse stato tuo!... Portarmi via il bambino?... andar con lui lontano di qui?... tenerlo tanti anni in casa tua, dove egli trascorse quasi tutta la sua infanzia?... (guardandola con diffidenza) Ma, Ella, spiegami il perchè di tutte queste tue premure verso Erardo? Dimmi perchè lo tenesti tanto tempo sotto la tua vigilanza?

Ella. A poco a poco, Erardo incominciò a volermi tanto bene....

Sig.ª Bork. Più che a me.... sua madre!

Ella (pronta). Non lo so.... e poi Erardo era allora di gracile complessione.

Sig.ª Bork. Gracile? Erardo!

Ella. Almeno mi fece l’impressione.... quella volta. Oltre a ciò, non devi dimenticarti che la temperatura di laggiù, alla costa, è molto più mite di quella di questa regione.

Sig.ª Bork. (sorridendo amaramente). Davvero? più mite? (interrompendosi) Sì, sì, tu hai fatto del bene, molto, ad Erardo. (cambiando tono) Del resto era facile per te, Ella, che ne avevi i mezzi, (sorridendo) La sorte ti fu propizia, Ella! Arrivasti ancora in tempo a salvare tutto il tuo patrimonio!

Ella (compunta). Eppure io non feci neppure un passo per riacquistare il mio denaro.... te l’assicuro. Non potevo supporre — e lo rilevai soltanto molto più tardi — che tutte quelle carte, che erano depositate a mio nome alla Banca.... fossero state risparmiate....

Sig.ª Bork. Bene; bene: io già non me ne intendo di questi affari. Ti ripeto soltanto che fosti molto fortunata. (con sguardo scrutatore) Ma dimmi quale era la tua intenzione, quando, in vece mia, ti decidesti di educare Erardo?

Ella (fissando la sorella). Quale fosse la mia intenzione?

Sig.ª Bork. Avrai avuto pure una intenzione! Mi spiego: cosa volevi fare di Erardo?

Ella (con calma). Volevo facilitargli il cómpito di diventare l’uomo più felice di questo mondo.

Sig.ª Bork. (con sprezzo). Bah! I disgraziati della nostra specie hanno ben altro da fare che di pensare alla felicità!

Ella. Intenderesti dire....?

Sig.ª Bork. (con gravità). Tutti i pensieri di Erardo dovono essere rivolti tanto in alto, tendere ad un punto sì eccelso, che nessun uomo del paese possa più scorgere l’ombra, in cui suo padre ha voluto gettare me.... e mio figlio.

Ella (indagando). Dimmi, Gunilde: Erardo si è proprio prefissa questa méta per la sua vita....?

Sig.ª Bork. (meravigliata). Oso sperarlo!

Ella. .... o questa méta, alla quale vorresti vederlo indirizzato, non è che un semplice desiderio da parte tua?

Sig.ª Bork. (freddamente). Io ed Erardo abbiamo avuto sempre le stesse aspirazioni.

Ella (accorata; lentamente). Puoi adunque contare in tal modo su tuo figlio, Gunilde?

Sig.ª Bork. (con aria di trionfo). Sì.... grazie a Dio. Puoi esserne convinta!

Ella. Allora, ad onta di tutte le tue disgrazie, devi pur sentirti felice.

Sig.ª Bork. Infatti.... o almeno sotto questo rapporto. — Ma poi, ad ogni istante, rivive il ricordo di quell’altra storia.... e allora nella mia anima si scatena la bufera.

Ella (cambiando tono). Dimmi.... dimmi adunque.... perchè sono venuta qui proprio per questo....

Sig.ª Bork. Ebbene parla! Spiegati!

Ella. Vorrei parlarti di un affare.... ma prima dimmi un po’.... Erardo non abita qui, con voi....?

Sig.ª Bork. (freddamente). Erardo non può abitare qui, con me. Egli devo tenere la sua abitazione in città....

Ella. Lo so da una sua lettera....

Sig.ª Bork. Erardo deve rimanere in città per finire i suoi studi: però egli viene a trovarmi qui ogni sera.

Ella. Allora forse lo potrò vedere qui da te? Sta bene: approfitterò dell’occasione per dirgli qualche cosa.

Sig.ª Bork. Oggi non è ancora venuto, però non può tardare più oltre.

Ella. Eppure, Gunilde.... a quest’ora Erardo deve essere già venuto: sento rimbombare i suoi passi sopra di noi.

Sig.ª Bork. (con uno sguardo fugace). Qui sopra — nel salotto?

Ella. Sì. Ho sentito il rumore dei suoi passi durante tutto il tempo che abbiamo parlato.

Sig.ª Bork. (volgendo altrove gli occhi). Non sono i passi di Erardo, Ella!

Ella (meravigliata). Non è Erardo? (con aria di presentimento) Ma chi è dunque che cammina nel salotto del primo piano?

Sig.ª Bork. Il direttore di Banca.

Ella (con un filo di voce, quasi come se provasse dolore). Gian Gabriele! Gian Gabriele Borkman!

Sig.ª Bork. Passeggia su e giù — da mattina a sera; tutti i giorni — sempre così.

Ella. Mi si raccontò infatti....

Sig.ª Bork. Lo credo. La gente parla qualche volta di noi....

Ella. Lo seppi da Erardo, che in una delle sue lettere mi raccontò che suo padre conduceva una vita solitaria, nel salotto del primo piano. Egli mi scrisse altresì che tu avevi fissato il tuo appartamento al pianterreno.

Sig.ª Bork. Sì, Ella: tiriamo innanzi in questo modo dal giorno in cui lo rimisero in libertà e me lo rimandarono a casa. Pensa, sono già otto lunghi, otto eterni anni, che conduciamo questa vita!

Ella. Non avrei però mai creduto che si dovesse prender per buona moneta tutto ciò che Erardo mi scrisse sul vostro metodo di vita. Mi pareva impossibile....

Sig.ª Bork. (affermando col capo). Tutto verità! D’altronde non poteva essere altrimenti.

Ella (fissandola). Quale orribile vita è la vostra, Gunilde!

Sig.ª Bork. Tormentosa più che orribile.... ed ormai quasi insopportabile.

Ella. Lo comprendo benissimo.

Sig.ª Bork. Sento sempre il rumore dei suoi passi: da mattina a sera.... e come echeggiano qui abbasso!

Ella. Echeggiano forte, è vero.

Sig.ª Bork. Qualche volta mi sembra che i suoi passi sieno simili a quelli di un lupo ammalato, rinchiuso nel salotto come in una enorme gabbia. (stando per un momento in ascolto) Ascolta, ascolta.... su e giù.... il lupo si muove su e giù....

Ella (con precauzione). E non potrebbe mutarsi questa situazione, Gunilde?

Sig.ª Bork. (pronta). Egli non ha mai fatto nemmeno un passo verso di me.

Ella. E non potresti tu fare il primo?

Sig.ª Bork. (stizzita). Io? dopo quel delitto, che egli commise contro di me!... Grazie tante! Che il lupo resti pure nel salotto, dove potrà muoversi a suo talento.

Ella. Il caldo si fa sempre più sentire in questa stanza. Se permetti, vorrei mettermi un po’ in libertà.

Sig.ª Bork. Te lo dissi già prima....

(Ella Rentheim depone il mantello ed il cappellino sopra una sedia accanto alla porta d’ingresso.)

Ella. E non accado mai che tu l’incontri fuori di casa?

Sig.ª Bork. (con riso amaro). Intendi di dire: in qualche famiglia di conoscenti?

Ella. No, quando egli esce di casa per pigliare una boccata d’aria fresca — laggiù nel bosco o....

Sig.ª Bork. Il direttore non esce mai di casa.

Ella. Nemmeno verso sera?

Sig.ª Bork. Mai.

Ella (scossa). Non può fare uno sforzo?

Sig.ª Bork. Pare di no. Il suo vecchio pastrano ed il suo cappello a cencio sono appesi in quell’armadio incassato nel muro.... vicino al portone.... te ne rammenti?

Ella (quasi fra sè). L’armadio in cui da bambine abbiamo giuocato tante volte....

Sig.ª Bork. (affermando col capo). Qualche volta — verso sera — lo sento scendere dal salotto.... come se volesse vestirsi ed andar fuori. Ma di solito egli si ferma già a mezza scala.... e ritorna nel salotto dove ricomincia la sua passeggiata.

Ella. (con voce sommessa). E non viene mai a trovarlo qualcuno dei suoi vecchi amici?

Sig.ª Bork. Egli non ha nessun vecchio amico.

Ella. Eppure.... una volta egli aveva molti amici.

Sig.ª Bork. Ehm! egli seppe rompere quelle amicizie in un modo veramente ammirabile. Gian Gabriele finì col diventare per gli amici.... un amico troppo prezioso.

Ella. Hai ragione, Gunilde.

Sig.ª Bork. (impetuosamente). Del resto devo confessare che fu vile, indegno, abominevole da parte dei suoi amici di dare tanta importanza a quelle insignificanti perdite, che dovettero subire per causa sua. Alla fine non perdettero che un po’ di denaro: più in là niente.

Ella (senza darle ascolto). Sicchè egli vive lassù nel salotto, solo, tutto in balìa di sè stesso.

Sig.ª Bork. Probabilmente: mi hanno raccontato però che qualche volta lo viene a trovare un vecchio impiegato, uno scrivano.

Ella. Sarà sicuramente un certo signor Foldal. So che questo signore e Borkman sono amici d’infanzia.

Sig.ª Bork. È possibile: io però non lo conosco. Questo signor Foldal non faceva parte del nostro circolo.... del nostro circolo d’una volta.

Ella. E adesso egli viene a tener compagnia a Borkman?

Sig.ª Bork. Il signor Foldal forse non avrà una numerosa cerchia di amici: naturalmente il suo impiego non gli permette di andare da lui che sull’imbrunire.

Ella. Questo signor Foldal fu anche uno di quelli, che ci rimisero del denaro all’epoca del fallimento della Banca.

Sig.ª Bork. (schermendosi). Mi sembra, infatti, di ricordarmi che il poveretto perdette in quell’occasione un po’ di denaro. Però la sua perdita sarà stata ben poca cosa....

Ella (facendo un po’ risaltare le parole). Vi perdette tutto il suo patrimonio.

Sig.ª Bork. (sorridendo). Sì, tutto il suo patrimonio.... è vero; ma la sua sostanza era tanto insignificante, che non vale la pena di spendervi altro parole.

Ella. E Foldal non spese neppure una parola su quell’argomento.... durante il dibattimento.

Sig.ª Bork. Posso però assicurarti che Erardo indennizzò generosamente il signor Foldal della bagatella che il pover uomo perdette alla Banca.

Ella (stupefatta). Erardo! Ma come mai gli fu possibile d’indennizzarlo?

Sig.ª Bork. Erardo si prese cura della figlia minore del signor Foldal. Ora grazie agli sforzi di Erardo essa ha un’educazione, che le permetterà di farsi fra breve una posizione indipendente e più che discreta. Capirai che ciò vale molto di più di quello che avrebbe potuto fare per lei suo padre.

Ella. È vero — tanto più che il vecchio Foldal deve trovarsi in condizioni finanziarie poco floride.

Sig.ª Bork. Nota poi che Erardo si occupò a tal segno della educazione della ragazza, da farle apprendere anche un po’ di musica. E la ragazza fece tali progressi, che ora può andare.... da lui.... qui sopra, nel salotto, e può suonargli qualche pezzo.

Ella. Dunque egli è ancor sempre tanto appassionato per la musica?

Sig.ª Bork. Certo. C’è sopra il pianoforte, che tu ci mandasti.... quando egli era aspettato qui....

Ella. Sicchè è proprio su quel pianoforte che ora suona la ragazza?

Sig.ª Bork. Sì, — la ragazza viene qualche sera a fargli un po’ di musica. — E tutto ciò lo si deve ad Erardo.

Ella. Ma dimmi: la giovane Foldal deve fare ogni volta quel lungo tratto di strada per venir qui e per poi ritornare in città?

Sig.ª Bork. Non è necessario. Erardo le ha procurato un’occupazione presso una giovane signora, che sta qui nella vicinanza: la signora Wilton....

Ella (impressionata). La signora Wilton!

Sig.ª Bork. Una signora molto ricca, che tu non conosci.

Ella. Ne conosco il nome. La signora Fanny Wilton.... hai detto?

Sig.ª Bork. Sì.

Ella. Erardo me ne parlò sovente nelle sue lettere. E questa signora Wilton abita ora qui vicino a voi?

Sig.ª Bork. Ha preso a pigione una villa non lungi dalla nostra: devi sapere che la signora Wilton ha abbandonato la città soltanto da poco tempo.

Ella (esitante). Si vocifera che la signora Wilton viva separata dal marito.

Sig.ª Bork. Credo che il marito sia morto da parecchi anni.

Ella. È vero: ma in ogni caso il divorzio ci fu.... il marito si fece separare da lei....

Sig.ª Bork. Il marito la abbandonò: ecco la sola verità. In tutta quella faccenda la signora Wilton non ebbe ombra di colpa.

Ella. Sei in una certa intimità con lei, Gunilde?

Sig.ª Bork. Così, così. Come ti dicevo, la signora Wilton abita qui vicino e qualche volta mi viene a visitare.

Ella. Ti è anche simpatica?

Sig.ª Bork. Oh è tanto intelligente! Ha un modo di giudicare le cose tanto esatto; tanto chiaro!

Ella. E sa giudicare bene anche gli uomini?

Sig.ª Bork. Sì, soprattutto gli uomini. Su Erardo, per esempio, la signora Wilton ha fatto addirittura uno studio speciale — uno studio profondo, fino nell’anima. Ed è perciò che egli la porta ai sette cieli.... il che è ben naturale.

Ella (indagando). Sicchè lei è in maggiore intimità con Erardo che con te?

Sig.ª Bork. Erardo ebbe maggior occasione di incontrarla in città.... ancor prima che la signora Wilton si fosse decisa di venire ad abitare in campagna.

Ella (sopra pensiero). Ah dunque quella signora si è alla fine decisa di venire ad abitare vicino a voi....

Sig.ª Bork. (guardandola con sdegno). Che cosa intendi di dire con queste parole?

Ella (tentando di eludere la domanda). Dio buono! Volevo dire....

Sig.ª Bork. Quelle parole sulle tue labbra mi parvero strane, Ella! Tu volevi certamente alludere a qualche cosa.

Ella (fissandola con uno sguardo energico). Infatti, Gunilde, io volevo dirti qualche cosa.

Sig.ª Bork. Dunque parla!

Ella. Anzitutto devo farti osservare che io tengo un certo diritto su Erardo, o almeno così mi pare.... Forse me lo negherai?

Sig.ª Bork. (volgendo lo sguardo verso la parete). Dio me ne guardi bene! Tutto il denaro che sborsasti per la sua educazione....

Ella. Oh non è per il denaro, Gunilde! È perchè io porto affetto a tuo figlio....

Sig.ª Bork. (ironica). A mio figlio? Sarebbe mai possibile? Tu? Ad onta di tutto quello che è avvenuto?

Ella. È possibile, sì.... e ad onta di quanto è avvenuto. È proprio così. Nutro un vivo affetto per Erardo: l’amo come potrei amare un uomo.... ora, alla mia età.

Sig.ª Bork. È possibile; ma....

Ella. È perciò, vedi, che m’affanno e mi torturo quando penso che esiste qualche pericolo per lui.

Sig.ª Bork. Qualche pericolo per Erardo? Ma quale è mai questo pericolo? Chi glielo minaccia?

Ella. In prima linea tu.... sì, tu.... a tuo modo....

Sig.ª Bork. (con impeto). Io!

Ella. .... sì; in secondo luogo quella signora Wilton.... almeno lo suppongo.

Sig.ª Bork. (dopo averla guardata per qualche tempo). Come lo giudichi male! Il mio Erardo! Mio figlio! Erardo, che ha da compiere una grande missione!

Ella (con isprezzo). Quale missione?

Sig.ª Bork. (sdegnata). E me lo domandi con quell’aria di sprezzo!

Ella. Ma credi forse che un giovanotto dell’età di Erardo.... credi forse che un giovane sano ed allegro abbia voglia di sacrificarsi per.... quella tal missione!

Sig.ª Bork. (con intima convinzione). Erardo la compierà! Ne sono certa.

Ella (scuotendo il capo). Gunilde, tu stessa non ne sei certa e non vi presti nemmeno fede.

Sig.ª Bork. Non prestarvi fede? Io?

Ella. I tuoi sono sogni e nulla più; senonchè, — lo comprendo bene — senza quei sogni, la tua vita precipiterebbe senza dubbio nella disperazione.

Sig.ª Bork. È vero; ciò costituirebbe per me una vita di disperazione! (con violenza) Dimmi, Ella! Vedresti tu di buon occhio una simile soluzione?

Ella (alzando il capo in alto). Sì: la vedrò di buon occhio.... se non saprai far di meglio che imporre un giogo ad Erardo.

Sig.ª Bork. Dunque tu vuoi intrometterti fra noi due! Fra madre e figlio! Tu!

Ella. Io voglio liberarlo dalle tue mani.... dal tuo giogo.... dalla tua tirannide.

Sig.ª Bork. (con aria di trionfo). Non vi riescirai. Erardo rimase in tuo potere.... sino ai quindici anni. Ora me lo sono riacquistato io — comprendi!

Ella. Oh io saprò riprendertelo! (a voce bassa) D’altronde noi due, Gunilde, abbiamo lottato un’altra volta per un uomo.... ed all’ultimo sangue.

Sig.ª Bork. (con aria di tripudio). Sì, ma in allora fui io la vincitrice.

Ella (ironica). Persisti ancora nel credere che quella vittoria fosse per te proprio una conquista?

Sig.ª Bork. (cupa). No; purtroppo.

Ella. Anche dalla lotta, che ora stiamo per impegnare, non potrai aspettarti una vittoria.

Sig.ª Bork. Ma non sarà per me una vittoria il poter conservare l’autorità materna sopra Erardo?

Ella. No, perchè tu vuoi conservare sopra tuo figlio soltanto una specie di tirannia!

Sig.ª Bork. E tu, invece, a che tendi? quali sono le tue intenzioni?

Ella (con calore). Io voglio far mio il suo carattere così affettuoso.... la sua anima.... tutto il suo cuore...!

Sig.ª Bork. Non vi riescirai mai!

Ella (fissandola). Hai preso dunque tutte le precauzioni per difendere il potere che vanti su Erardo?

Sig.ª Bork. (sorridendo). Sì: mi sono permessa di prendere tutte le precauzioni immaginabili. — Ma dalle lettere, che ti scriveva Erardo, non traspariva proprio nulla di tutto questo cambiamento subentrato nel frattempo?

Ella (affermando lentamente col capo). Sì. A poco a poco il tuo io s’era infiltrato in tutti i suoi scritti.

Sig.ª Bork. (pungente). Per arrivare a questo risultato adoperai tutti gli ott’anni.... da quando lo riebbi.... sai.

Ella (frenandosi). E cosa dicesti a Erardo sul conto mio? Si potrebbe saperlo?

Sig.ª Bork. Sì — certo!

Ella. Dillo adunque!

Sig.ª Bork. Io non gli dissi che la verità!

Ella. Quale verità?

Sig.ª Bork. Io gli ripetevo sempre e poi sempre di ricordarsi con gratitudine che dovevamo unicamente a te l’attuale nostra posizione, la nostra esistenza.

Ella. E poi? Continua....

Sig.ª Bork. T’assicuro — lo so per esperienza — tali ricordi non si cancellano nè si dimenticano mai....

Ella. Ma tutto questo Erardo lo sapeva ancor prima di ritornare a casa sua.

Sig.ª Bork. Quando egli ritornò qui, da me, Erardo supponeva ancora che tutte le tue cure e tutte le tue premure verso di lui non fossero che il frutto di un cuor d’oro, (con sguardo raggiante di gioia) Ora non lo crede più, Ella!

Ella. Ed a che cosa crede adesso?

Sig.ª Bork. Ora crede alla realtà dei fatti. Un giorno gli domandai come potesse spiegarsi che la zia Ella non venisse mai a trovarci....

Ella (interrompendola). Oh Erardo ne sapeva già prima il motivo!

Sig.ª Bork. Ora però lo sa meglio. Tu avevi trasfuso in lui la convinzione che ciò accadeva per un riguardo verso di me.... e verso l’uomo di quassù — del salotto....

Ella. È vero: fu proprio così.

Sig.ª Bork. Ma di quella convinzione non è rimasta ora in Erardo nemmeno una traccia.

Ella. E come mai potesti supplire a quella sua convinzione?

Sig.ª Borke. Ora egli crede alla realtà: egli crede che tu ti vergogni di noi.... che tu ci disprezzi. — Non corrisponde tutto ciò alla realtà? Ci fu un’epoca, in cui accarezzasti il progetto di staccare Erardo completamente da me? Rifletti un po’, Ella — te ne rammenti?

Ella (cercando di scansare la domanda). Fu all’epoca, in cui lo scandalo aveva raggiunto la sua più scabrosa fase — quando l’affare era stato già deferito al Tribunale.... Ormai ho mutato pensiero.

Sig.ª Bork. Però, anche se ciò fosse vero, il tuo desiderio non ne guadagnerebbe gran cosa. Pensa alla missione di Erardo! Che succederebbe della sua missione? No.... no. Sono io che ho bisogno di lui.... non tu.

Ella (freddamente, ma insoluta). È quello che vedremo! Sappi intanto che mi sono decisa di rimanere qui.

Sig.ª Bork. (trasalendo). Qui — nella villa?

Ella. Sì — qui.

Sig.ª Bork. Qui — da noi? Per questa notte?

Ella. Voglio chiudere i miei giorni in questa villa, se così sta scritto nel mio destino!

Sig.ª Bork. (calmandosi). È giusto, Ella.... d’altronde la villa è tua.

Ella. Ma che!...

Sig.ª Bork. Tutto quello che vedi qui appartiene a te. È tua la sedia che occupo: è tuo il letto sul quale passo tante notti insonni, agitate.... sì, anche tutto ciò che ci viene giornalmente servito a tavola, lo dobbiamo esclusivamente a te.

Ella. Infatti non è possibile altrimenti. Borkman non può più posseder nulla: in caso contrario potrebbe venir qui qualcuno dei suoi creditori e portargli via tutto.

Sig.ª Bork. Oh lo so bene! La nostra posizione è tale che per campare dobbiamo accontentarci di dipendere dalla tua carità e dalla tua misericordia.

Ella (freddamente). Gunilde! Non posso proibirti di interpretare in tal senso l’attuale stato delle cose.

Sig.ª Bork. No, non lo puoi.... E dimmi, quando ho da principiare a sgomberare?

Ella (fissandola). Pensi di sloggiare?

Sig.ª Bork. (agitata) Sì, voglio sloggiare: perchè non crederai già che io sia disposta di vivere con te, nella stessa villa, sotto lo stesso tetto! No — piuttosto all’ospedale o sulla strada!

Ella. Bene. Allora acconsenti che Erardo parta con me....

Sig.ª Bork. Erardo! Mio figlio! Mio figlio!

Ella. Se l’acconsenti, parto subito.

Sig.ª Bork. (dopo aver riflettuto per un istante). Lascio ad Erardo la scelta fra noi due.

Ella (con dubbio). La scelta ad Erardo?... e l’osi, Gunilde?

Sig.ª Bork. (ridendo forte). Se l’oso? Lasciar libera la scelta fra sua madre e te, ad Erardo? Sì, l’oso.

Ella (ascoltando). È arrivato qualcuno! Mi pare di sentire rumore di passi....

Sig.ª Bork. Sarà Erardo!

(Bussano alla porta d’ingresso, che s’apre. La signora Wilton, in abito di visita e mantello, entra nella stanza: la segue la cameriera, come se volesse scusarsi di non essere arrivata in tempo per annunziare la visita.)

SCENA II. La Signora Borkman, Ella Rentheim, la Signora Wilton, la Cameriera; poi Erardo Borkman.

(La signora Wilton, una figura di rara bellezza, è sulla trentina: ha splendidi capelli castano-oscuri; le sue labbra, rosse e fresche, sono atteggiate a sorriso.)

Sig.ª Wil. Buona sera, mia cara signora Borkman.

Sig.ª Bork. (un po’ brusca). Buona sera, signora Wilton. (alla cameriera, additando la lampada che trovasi nella veranda) Portate fuori quella lampada od accendetela. (la cameriera eseguisce e parte)

Sig.ª Wil. (accorgendosi della presenza di Ella Rentheim). Le domando scusa, signora Borkman.... credevo che la signora fosse sola....

Sig.ª Bork. Non si faccia riguardi! (presentando Ella Rentheim) Mia sorella, arrivata or ora.

(Erardo Borkman, un giovanotto elegantemente vestito, dall’aspetto gaio, entra frettolosamente dalla porta d’ingresso.)

Erardo (sull’uscio, raggiante di gioia). È possibile! La zia Ella da noi? (correndo incontro alla zia ed afferrandola per le mani) Zia! Zia! Tu qui?

Ella (gettandogli le braccia al collo). Erardo! Il mio caro e buon Erardo! Oh come ti sei fatto grande! Quale gioia di poterti rivedere!

Sig.ª Bork. (brusca). Erardo!... Non ti comprendo.... perchè hai ritardato?

Sig.ª Wil. (pronta). Erardo.... il signor Borkman mi ha accompagnato qui da lei....

Sig.ª Bork. (scrutando Erardo con lo sguardo). Ah, è così, Erardo! Invece di venire prima da tua madre....

Erardo. Fui un momento dalla signora Wilton.... per prendere la piccola Frida.

Sig.ª Bork. E dov’è la signorina Foldal?

Sig.ª Wil. Aspetta nell’anticamera.

Erardo (per l’uscio aperto). Vada pur sopra, Frida.

(Pausa. Ella Rentheim sta osservando Erardo, che sembra impacciato ed impaziente; ad un tratto il di lui viso assume un’espressione pensierosa.)

(La cameriera entra con la lampada accesa, che depone nella veranda: poi esce e chiude la porta.)

Sig.ª Bork. (con affettata galanteria). Dunque, signora Wilton.... se vuole passare la serata in nostra compagnia.... allora....

Sig.ª Wil. La ringrazio infinitamente, signora Borkman: ma non era questa la mia intenzione. Siamo stati invitati altrove: siamo attesi dall’avvocato Hinkel....

Sig.ª Bork. (fissando la signora Wilton). Sono invitati? Chi?

Sig.ª Wil. (sorridendo). Veramente, non ci sono invitata che io. I signori Hinkel, però, mi incaricarono.... se lo avessi incontrato per combinazione.... d’invitare anche il giovane signor Borkman.

Sig.ª Bork. Ciò che avvenne, mi pare....

Sig.ª Wil. Sì — per una fortunata combinazione: venendo da me.... per la piccola Frida....

Sig.ª Bork. (seccamente). Non sapevo che mio figlio conoscesse quella famiglia.... la famiglia dell’avvocato Hinkel.

Erardo (stizzito). Infatti non la conosco. (un po’ impaziente) Del resto, mamma, tu conosci meglio di me le famiglie che sono solito di praticare, e quelle, con le quali non mi trovo in relazione!

Sig.ª Wil. Ma che! È tanto facile di entrare in relazione con quella famiglia! In casa Hinkel convengono sempre molti giovanotti allegri e simpatici, ed uno sciame di belle ragazze.

Sig.ª Bork. (con calore). Conoscendo a fondo mio figlio, dovrei arguire che in quella società egli non dovrebbe trovarsi molto bene.

Sig.ª Wil. Ma, signora Borkman, al postutto anche suo figlio è giovane.

Sig.ª Bork. È giovane, sì, grazie al Cielo. Sarebbe infatti triste....

Erardo (mal reprimendo la sua impazienza). Sì, sì, buona mamma.... è naturale che io non andrò questa sera dai signori Hinkel. Resterò qui con te e con la zia Ella.

Sig.ª Bork. Lo sapevo bene, Erardo mio....

Ella. No, no, Erardo, tu non devi trattenerti qui per cagion mia....

Erardo. Ma no, cara zia: non parliamone più — sia come non detto! (guardando la signora Wilton — con aria d’imbarazzo) Come si fa ora? Siamo ancora in tempo? La signora Wilton ha già aderito all’invito.... a nome mio.

Sig.ª Wil. (ilare). Baie! Siamo ancora in tempo. Quando mi troverò in quei salotti tanto brillanti e tanto simpatici.... sola, senza compagnia.... non dubiti.... presenterò le dovute scuse.... a nome suo.

Erardo (sempre con imbarazzo). Se fossimo ancora in tempo....

Sig.ª Wil. (spensieratamente). Ho accettato tante volte degli inviti per poi rifiutarli.... a nome mio. E vorrebbe lasciare la zia, che è arrivata da poco? Uh, monsieur Erardo.... non sarebbe un comportarsi da bravo figliolo!

Sig.ª Bork. (tocca). Da bravo figliolo?

Sig.ª Wil. Via, signora Borkman, mi correggo: volevo dire, da bravo figlio adottivo.

Ella. Ben detto; così mi piace.

Sig.ª Wil. Ad ogni modo parmi si debba portare più gratitudine ad una brava madre adottiva che alla propria madre.

Sig.ª Bork. Lo dice per esperienza?

Sig.ª Wil. Ah.... ho conosciuto tanto poco mia madre. Se però avessi avuto anch’io una madre adottiva tanto buona.... forse non sarei cresciuta così.... così indisciplinata.... come mi chiama il mondo. (verso Erardo) Dunque, signor studente, adesso si resta a casa con la mamma e con la zia.... a prendere il tè! (verso le due signore) Buona sera, signora Borkman! Signorina, addio.

(La signora Borkman ed Ella Rentheim la salutano col capo: la signora Wilton s’avvia all’uscio.)

Erardo (tenendole dietro). Posso accompagnarla — per un breve tratto?

Sig.ª Wil. (sull’uscio, opponendosi). No, non glielo permetto — neppure un passo di più: sono tanto abituata di fare da sola la mia strada. (guardandolo fissamente e tentennando il capo) Ora però, signor studente, si guardi bene.... si guardi bene — glielo ripeto!

Erardo. Di che?

Sig.ª Wil. Andando adesso via da questa casa, per la mia strada.... sola, senza compagnia.... voglio provare la mia forza ipnotica su lei.

Erardo (ridendo). Dunque vuole provare la sua forza ipnotica ancora una volta su me?

Sig.ª Wil. (in tono semiserio). Stia bene in guardia! Andando ora via da qui, ripeterò fra me e me, con tutte le forze della mia volontà: Erardo Borkman — signor studente Borkman.... prenda il cappello!

Erardo. E lo studente prenderà il cappello? Crede?

Sig.ª Wil. (ridendo). Oh se lo credo! Egli prenderà subito il suo cappello. Poi io dirò: Erardo Borkman, da bravo, infili il soprabito! E prenda le soprascarpe di gomma! Non se le dimentichi, sa! E mi segua! Suvvia — m’obbedisca! Da bravo!

Erardo (con ilarità forzata). Non ne dubiti.... obbedirò!

Sig.ª Wil. (con l’indice teso). Sempre così obbediente!... Buona notte! (ride, saluta le signore e chiude dietro a sè la porta)

SCENA III. La Signora Borkman, Ella Rentheim, Erardo Borkman.

Sig.ª Bork. È poi vero che la signora Wilton possa esercitare sugli altri una forza ipnotica?

Erardo. Neppure per sogno! Come puoi prestar fede ad un simile scherzo? La signora Wilton scherzava.... ecco tutto. (interrompendola) Ora non parliamo più della signora Wilton.

(Erardo obbliga la zia di prender posto sul seggiolone accanto la stufa.)

Erardo (accanto alla zia e fissandola). Come ti sei decisa di fare questo lungo viaggio, zia Ella? E per sopra più con questo freddo!

Ella. Vi fui costretta, Erardo.

Erardo. Davvero? E perchè?

Ella. Ho dovuto decidermi a venir in città per consultarmi una buona volta coi medici.

Erardo. Brava zia!

Ella (sorridendo). Ne sei contento?

Erardo. Certo; godo che finalmente ti sia decisa a venire in città.

Sig.ª Bork. (alzandosi dal sofà; fredda). Ella, sei ammalata?

Ella (guardandola con severità). Lo sai bene che sono ammalata.

Sig.ª Bork. So infatti che da parecchi anni sei un po’ sofferente....

Erardo. Già all’epoca del mio soggiorno in casa tua, ti raccomandai più d’una volta di consultare qualche medico.

Ella. Non ho nessuna fiducia nei medici del mio paese: e poi in quell’epoca la malattia non aveva ancora raggiunto la fase attuale.

Erardo. E adesso?

Ella. Adesso è subentrato un peggioramento.

Erardo. Fortunatamente non ci sarà pericolo?

Ella. È questione di opinioni.

Erardo (premuroso). Ma ora non ritornerai a casa, non ci lascerai tanto presto?

Ella. No, no; ora voglio rimanere qui.

Erardo. Probabilmente ti fermerai in città, dove ci sono parecchi medici di grido?

Ella. Partendo da casa avevo anche io quest’intenzione....

Erardo. Procura di trovarti un buon alloggio.... una pensione tranquilla e comoda.

Ella. Stamane ho preso alloggio all’antico albergo, dove ero solita prender stanza anche negli anni passati....

Erardo. Ti troverai ottimamente in quell’albergo?

Ella. Ottimamente; però penso di non rimanervi a lungo.

Erardo. Ed il motivo?

Ella. Dacchè mi trovo in questa casa ho cambiato idea.

Erardo (con meraviglia). Hai cambiato idea?

Sig.ª Bork. (tutt’intenta nel suo lavoro, senza alzare gli occhi). Tua zia vuol prendere dimora nella sua villa, Erardo.

Erardo (guardando ora la madre, ora la zia). Qui? Da noi? Nella sua villa?... È vero, zia?

Ella. È questa la decisione che ho preso poco fa.

Sig.ª Bork. (come sopra). Spero bene che non avrai dimenticato che in questa villa tutto è di proprietà di tua zia.

Ella. Ormai ho stabilito di rimanere qui, Erardo; almeno per il momento e sino a nuova deliberazione. Mi farò accomodare un appartamento nell’edifizio abitato dal fattore.

Erardo. Ottima idea! Quelle stanze sono sempre pronte per te. (con improvvisa vivacità) Ora che ci penso, zia.... tu sarai stanca del viaggio?

Ella. Sì, sono un po’ stanca.

Erardo. Perciò sarebbe bene che ti coricassi per tempo.

Ella (sorridendogli). Lo farò.

Erardo (premuroso). Continueremo le nostre chiacchiere domattina.... o un altro giorno. Parleremo di quello che più t’aggradirà: di cose vecchie e di nuove.... E la mamma sarà pure con noi.... Ti pare?

Sig.ª Bork. (interrompendolo ed alzandosi dal sofà). Erardo.... comprendo bene che tu vuoi congedarti da me!

Erardo (scrollando le spalle). Che dici?

Sig.ª Bork. Dico che tu hai vivissimo desiderio di andare dall’.... dall’avvocato Hinkel!

Erardo (sopra pensiero). Infatti vorrei.... (ritornando in sè) Ti parrebbe forse miglior cosa se io rimanessi piuttosto a casa per intrattenere la zia Ella fino ad ora tarda?... Pensa che la zia è ammalata!

Sig.ª Bork. Vuoi dunque andare in casa Hinkel?

Erardo. Sì, mamma.... mi pare che sarebbe bene di approfittare di quell’invito. Che ne pensi, zia?

Ella. Penso che nelle tue azioni sei completamente libero, Erardo.

Sig.ª Bork. (avvicinandosi minacciosa ad Ella). Tu vuoi adunque portarmelo via!

Ella (alzandosi). Oh se lo potessi, Gunilde!

(Al di sopra, nel salotto, si odono gli accordi di un pianoforte.)

Erardo (stizzito). Questo poi non lo posso sopportare. (cercando intorno con gli occhi) Dov’è il mio cappello? (ad Ella) Zia, conosci il pezzo di musica, che si sta suonando qui sopra?

Ella. No — non lo conosco, Erardo.

Erardo. È la danse macabre — la danza macabra. Non conosci, zia, la danza dei morti?

Ella (con sorriso melanconico). Non ancora.

Erardo. .... Mamma.... te ne supplico.... lasciami uscire.

Sig.ª Bork. (guardandolo con uno sguardo severo). Vuoi dunque lasciare tua madre?

Erardo. Ritornerò più tardi.... domani.

Sig.ª Bork. (in preda a violenta agitazione). Vuoi tu dunque lasciarmi per andare da quel signore, per andare da.... no, no; non voglio nemmeno pensarvi!

Erardo. Mamma — nei salotti splendidamente illuminati di quel signore, non si vedono che facce allegre e raggianti di giovinezza.... vi si fa della buona musica....

Sig.ª Bork. (indicando il salotto superiore). Anche là sopra si fa della musica, Erardo.

Erardo. Ed è proprio la musica.... la musica di là sopra che mi obbliga ad uscire di casa.

Ella. Vorresti forse proibire a tuo padre di obbliare, per un momento, sè stesso!

Erardo. Oh no! Vorrei anzi che quell’obblio avesse su lui un’efficacia ben più duratura. Ma quella musica io non la posso soffrire.

Sig.ª Bork. (con aria d’ammonizione). Sii forte, Erardo mio! Sii forte! Non dimenticarti che t’incombe una grande missione.

Erardo. Mamma.... non sciorinarmi tanti paroloni! Non sono nato per fare il missionario! Addio, buona zia! Addio, mamma! (esce in fretta)

SCENA IV. La Signora Borkman e Ella Rentheim.

Sig.ª Bork. (dopo breve pausa). Ella, tu lo attirerai ancor una volta nelle tue reti!

Ella. Potessi almeno crederlo!

Sig.ª Bork. Ma, vedrai, lo dominerai soltanto per poco tempo.

Ella. Perchè tu mi opporrai degli ostacoli, nevvero?

Sig.ª Bork. Io o lei.... quell’altra.

Ella. Fra le due — meglio lei che te.

Sig.ª Bork. (affermando lentamente col capo). Ti comprendo. E lo dico anch’io: meglio lei che me.

Ella. Anche se ciò dovesse condurlo....?

Sig.ª Bork. Avvenga quello che ha da avvenire!

Ella (prende il mantello ed il cappellino). È la prima volta, in questo mondo, che andiamo d’accordo — noi, le due gemelle! — Buona notte, Gunilde. (fuori per l’uscio d’ingresso)

(Il pianoforte diffonde sempre più forte e più distinta la sua voce.)

Sig.ª Bork. (rimane per un momento immobile: poi stringendosi nelle spalle e come accasciata dal dolore mormora:) Il lupo ùlula di nuovo! Il lupo ammalato! (Pausa. — Gettandosi quindi a terra e singhiozzando, mormora con voce dolorosa:) Erardo, Erardo.... non abbandonarmi! Ritorna e vieni a soccorrere tua madre! Perchè non posso sopportare più a lungo questa vita.

FINE DELL’ATTO PRIMO.

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