COMPAGNI DI STRADA
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COMPAGNI DI STRADA
EMIGRANTI
Sul gelido registro del Notturno
Asilo, trema la tua mano grossa,
tracciando il nome:—Paolo Gibilrossa,
muratore, lombardo.—E taciturno
mi guardi, con quegli occhi così amari
nella faccia di bronzo; e attendi.—Anch'io
scrivo, se vuoi, sotto il tuo nome il mio:
—Ada Negri, poeta.—Ecco. Siam pari.
E questa casa, ch'è d'ognun,—mi senti,
compagno?...—è nostra.—Hai sonno. Hai freddo. È lunge
la patria. Per l'angoscia che ti punge
più che pel freddo, forse, batti i denti.
La vecchia storia sempre nuova io tutta
leggo nei solchi e solchi che ti scavano
il volto, e nella dura orbita cava
degli occhi, ove ogni luce par distrutta.
Porti, nel sacco a spalla, ogni tuo bene;
ma raccolto sul petto aver vorresti
il tuo bambino, e dargli, se si desti
e pianga, un bacio, e il sangue delle vene!...
In sua culla di legno il bimbo dorme
laggiù, nella casuccia in riva al fiume:
la madre agucchia agucchia sotto il lume,
ma in cuor cammina sulle tue tristi orme.
Pòsati, adesso!... Getta il sacco a terra.
C'è un po' d'Italia, qui. Spezza il mio pane.
Io parlerò con te delle lontane
messi che splendon sulla nostra Terra.
Esule al par di te, che di calcina
t'imbratti a cementar le case altrui,
e pietra a pietra ammucchi in squadra, sui
palchi eretto ore morte è più vicina;
strofa su strofa io costruisco i palchi
eretti contro il ciel, del mio pensiero:
tutte le imbevo del mio sangue nero
perchè ben l'una contro l'altra calchi.
E nulla vale a me, nulla a te vale
il pazïente sforzo dïuturno:
oggi, stranieri, in questo Asil Notturno:
doman, forse, stranieri, all'ospedale.
Ma poi che nostro fato è andar pel mondo,
tu con la tua cazzuola e col secchiello
di calce, io col pensier che m'è coltello
infisso ove lo spasmo è più profondo:
andare andar, fin che la morte a schianto
ci abbatta colla faccia sulla pietra,
per consolar la tua tristezza tetra
ti tesserò col canto un dolce incanto.
.... Non vedi?... Dalla porta spalancata
entrano, a gruppi, taciti fratelli.
Hanno donne per mano, hanno fardelli
sul dorso, hanno la fronte umilïata.
Dalle basse finestre, anche: dai muri
fenduti a un tratto, e poi richiusi, un dietro
l'altro, irrompono: in quegli occhi di vetro
ti riconosci, ed in quei volti duri.
Tutti di qualche patria esuli figli
sono, e in cuore ne portan crocifisso
il rimpianto; e di notte, a buio fisso,
i lor fardelli sono i lor giacigli.
E tutti vanno e vanno; e dopo giorno
è sera, e dopo notte è l'alba, e lunge
la casa è sempre più: sol la raggiunge
il cuor, che sa la strada del ritorno.
Strada del sogno, strada, ah, così corta
che in un attimo è vinta; ed ecco, il tetto
dei padri spunta, e in esso il benedetto
capo dell'ava che non è ancor morta!...
Tu, che firmasti Paolo Gibilrossa
da Lombardia,—fratello in Cristo:—noi
il nostro pane romperem, se vuoi,
con questa gente squallida e commossa.
Poco, tu dici?... Guarda: amor lo spezza
in cento parti e cento; e il bianco sale
vi asperge, e l'acqua versa nel boccale
che a cento bocche dà la sua freschezza.
Nella pace dell'àgape fraterna
ritroverem la patria; e nell'amore
che il tuo pallor fa uguale al mio pallore,
celebrerem la sua bellezza eterna.
Poscia, ravvolto nel mantello, al suolo
con essi, in fascio, dormirai.—Non io.—
Io poeta, a colloquio col mio Dio
sol visibile a me, veglierò solo:
chinata in atto d'umiltà la macra
faccia verso i dormenti, infin che sgombra
l'alba apparisca, reggerò nell'ombra
sul lor riposo la mia torcia sacra.
L'OMICIDA
Orme di sangue scorgo sulla ghiaia.
Seguo, in silenzio, la sinistra pèsta.
L'aria è pesante. Il ciel cova tempesta,
basso così che tocca la petraia.
Sotto l'immota ansia del ciel, le chiazze
conto, ancor calde, ancor dolenti, e spio.
Nessuno.—È tutto morto, forse.—Ed io
unica resto sulle spente razze.
Ma di pietrame dietro un grigio ammasso
terminan l'orme—e un uomo s'accovaccia.—
Uomo, chi sei?... Perchè celi la faccia?...
Ben fu il tuo sangue a far vermiglio il sasso?...
T'hanno ferito?... ov'è il tuo male?... Lascia
ch'io ti lavi la piaga, ch'io t'assista.
Guardami....—ah!... mai non vidi su più trista
faccia l'orror di più feroce ambascia.
Comprendo. Non è tuo quel sangue. L'hai
versato in altri. Oh, meglio assai se fosse
tuo!... Non farebbe di sè tanto rosse
la terra e l'aria, adesso, e ovunque andrai.
Ma non temere della mia presenza.
Io sono fuori della legge. Accanto
stanno, e si guardan, sole, ignude, in pianto,
la tua coscienza con la mia coscienza.
*
Uomo, io so come il germe d'un delitto
s'abbarbichi, per odio, in fondo al cuore.
Forse, un giorno, il corrusco odio fu amore:
fiamma più accesa, arma più aguzza. È scritto.
Uomo, io so come cresca e s'aggrovigli
nel mistero dell'anima il malvagio
istinto, e vi serpeggi a spire, adagio,
celando in ombra il tossico e gli artigli.
Io so l'indeprecabile, funesto
sogno che mostra l'avversario, intriso
di sangue, a terra.—Ognun, nel sogno, ha ucciso.—
Ma il braccio non potè compiere il gesto.
V'è tra pensiero ed atto un divïeto
supremo. Dimmi, o ignoto—se ti basti
la forza—come e quando tu varcasti
nella tua rabbia il limite secreto.
Dimmi il lampo e lo stridere e il gioire
fra costa e costa, del coltello. E il getto
purpureo, da quel petto sul tuo petto
allora e sempre, e il vano tuo fuggire:
e il subito cader dell'odio, a piombo
sul corpo offeso: e il dopo: stupefatto
vuoto silenzio, ove il terror dell'atto
compiuto fremo come un sordo rombo.
*
Ma tu non parli; e un tremito convulso
dalla radice dei capelli ai piedi
ti scrolla; e guardi tu, ma non mi vedi,
o dai fratelli, per tua mano, espulso.
Colpa e castigo impressi io vedo a un punto
sulla tua faccia disperata: e l'uno
l'altro divora, e poi rigetta: e niuno
scorger da essi ti potrà disgiunto.
E s'anco non ti fulmini del mondo
la vendetta, l'Ucciso è in te: qual sasso
nel ventre il porti, infin che al peso il passo
non ceda, e tu con lui non piombi al fondo.
Io, randagia indomabile, che il giogo
degli uomini gettai, che ne respinsi
la legge, e dell'orgoglio mio mi cinsi
come Brunilde del divino rogo,
io sol padrona a me, solo a me schiava,
non ti condanno, nè ti assolvo. Penso
che soffri. E accolgo il tuo soffrire immenso
in me, qual getto di bollente lava:
di me lo impronto, in me il trasmuto, al cuore
tuo lo ridono in pura insonne fiamma
converso. Or parti, col tuo chiuso dramma
assunto a luce—e ti conduca amore.—
IL FANALE NEL VICOLO
Esso vide stanotte Anna Malpenga,
chiamata in basso gergo la Cerbiatta,
stringersi al muro, sospettosa e piatta,
come attendendo in ansia un che non venga.
L'uomo uscir dalle tenebre, in berretto
a visïera sul volto a triangolo,
vide; e gettarle, ambiguo, un pacco, e all'angolo
sparire. Ella tornò, le braccia al petto.
Tornò, guardinga, l'occhio a spia, fondendo
il corpo all'ombra, stretta nel suo scialle,
tratto tratto guardandosi alle spalle,
tutta nel suo terror rabbrividendo.
E quando entrò nell'orbita rossigna,
la denunziò il fanale:—Porti sangue,
Anna.—Ma il guizzo tortile d'un angue
ebbe, fuggendo, la donna serpigna.
Ed esso attese, in vana guardia, l'alba
che, fredda, sporca, sulla roggia lebbra
dei muri vacillando al par d'un'ebbra,
pose, presso alla sua, la faccia scialba.
*
Un'altra notte vide Irma la Rossa,
—che mostra sullo zigomo sinistro
due sfregi in croce, e due sbaffi di bistro
sotto le occhiaie che l'insonnia infossa,—
paurosa accosciarsi sui ginocchi
a una soglia di bettola, se alcuno
uscisse e la chiamasse....—ma nessuno
si volse al ploro dei terribili occhi.
E a poco a poco ella s'addormentò,
col viso in grembo. E lungo e lunge, muto
e scalzo, fra le braccia di velluto
sorreggendola, il Sonno la portò.
Dove?... Un villaggio, un campo, un ciglio verde
di canale, una bimba a lavar panni,
e silenzio, silenzio. Ed anni ed anni
persi nel tempo, ed ella anche si perde....
.... Ma sussulta. Il fanale è presso a morte
nel primo sole. Trepida, la nottola
urta al muro, e dilegua senza motto,
mentre al giorno la vita apre le porte.
*
Udì pure il fanale (quattro tocchi
battevano alla torre di Maria)
una voce cantar; ma così pia,
così dolce, da mettersi a ginocchi.
E riconobbe il canto di Fiorella,
che fu tant'anni in carcere. Serena
e fioca,—«Ave,—diceva—o Gratia Plena,
che poggi il piè sulla più alta stella.»
Il bimbo delle sue carni corrose
dal vizio altrui, così, sur un saccone,
cullava; e la materna passïone
trasfigurava le parole in rose.
L'ascoltavano gli usci acchiavacciati,
le cieche imposte, il lastrico. E il fanale
fiamma divenne, accesa a un immortale
altar, ritto fra l'ombre dei peccati.
Tacque la voce e ritornò il mattino,
tutto bianco di neve ancor del cielo,
ancora intatta. Ed il fanal fu stelo
di giglio in un albór quasi divino.
IL VIOLINISTA
Monos e Una.
Ti strappasti tu l'anima, per farne
corda che vibri al tocco dell'archetto?...
Da qual paese ignoto e maledetto
fin qui portasti le tue gambe scarne?...
Curvo, e quasi incorporëo nel tinto
frac slabbrato alle falde, coi capegli
lungo-spioventi intorno al bianco degli
zigomi aguzzi, hai l'umiltà d'un vinto.
Par che ti sia d'orrore esser fra gli uomini.
Ne' tuoi occhi—acqua verde fra le ciglia—
sta la perenne triste maraviglia
d'essere vivo. Ma, se suoni, domini.
Nel caffè di sobborgo, ove Arlecchino
s'ammorba, in casco, in giacca, colle stanche
donne a lato, davanti a coppe bianche
di tossici o purpurëe di vino,
tutti i gesti s'impietrano, la massa
ha un volto solo, pallido, contratto:
ogni favella si fermò di scatto,
poi che la tua gigante anima passa.
Donde la porti?... dal delitto, forse?...
Questo non è Chopin, non è Beethoven.
Sei tu, con la follia che dentro move
a turbine, e ti schiaccia fra due morse
talora, e strappa l'urlo; e in un singulto
lo spezza; e poi lo sgrana in razzi, in trilli
salenti in frenesia, come zampilli
di sangue, verso un paradiso occulto.
*
Io che t'ascolto, piccola, celata
fra Georg il minatore e Willy il fabbro,
pur tengo, dietro questo chiuso labbro,
una pulsante forza imbavagliata.
Forza di melodia, che da un tormento
intimo viene, e che talor mi strozza
dentro così, che n'ho la gola mozza,
ma non la posso liberar nel vento.
Manca l'arco che il mio ritmo selvaggio
accompagni con l'ebbra ala d'un'eco.
Quell'arco è il tuo. Forse tu pure un'eco
cerchi nel mondo, o nòmade selvaggio.
O rapsòdo, se tu Mònos ti chiami,
io son Una, son quella che tu vai
fra terra e cielo in van cercando; e mai
sinora ebbe pietà de' tuoi richiami.
Ah, ch'io possa cantar fino a sentire
in un gorgo di sangue il cor spaccarsi,
e per delizia l'anima restarsi
smemorata fra il vivere e il morire:
sospesa al tremolar delle tue corde
la voce, come su un azzurro abisso
di cieli:—e in religiosa èstasi fisso
l'uomo al prodigio, od acclamante a orde!...
.... Ma non per l'uomo.—Per la nostra gioia
titanica, soltanto:—per esprimere
il sogno, e in lui la verità sublime
che nulla muor, se pur la carne muoia.
LA FOLLA
Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto
perduta; e tu mi porti e tu mi spingi
e mi rigetti, e d'ignorarmi fingi,
ma ben m'abbranca il tuo potere occulto.
Sai di sudore umano, e di sporcizia
mascherata d'aromi, e del sentore
d'ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore
per oscuro fermento in te s'inizia.
Mi piaci per l'enorme onda vitale
che tutta mi ravvoltola, muggente
e rischiumante, carne e cuore e mente
impregnando del tuo libero sale.
Ogni volto che a lampi appare e spare
forse è il mio: chè mio corpo non è questo
solo ch'io sento e curo e movo e vesto:
chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...
D'essere innumerevole è mia gloria
e mia superbia; e multiforme, come
te, folla; e in preda a tutti i venti, come
te, che a folate scardini la storia;
e, se fremito passi di sommossa,
ingigantir con te, con te disvellere
i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle
col divampar della mia furia rossa.
LA PORTA SOCCHIUSA
Poi che socchiusa ritrovai la porta,
—affaticata per la lunga via—
entro.—Accogliete, o buona gente pia,
colei che in volto è bianca come morta.
Ecco il capoccia dall'imperatoria
testa, asciutto qual zolla che dissecchi
al sole. Ecco la madre dai cernecchi
grigi, in umile aspetto umile storia.
Ecco i robusti giovani e le nuore,
e grappoli di bimbi fior-di-pesco.
Fra i rudi attrezzi del mestiere, il desco
è pronto, con la fede e con l'amore.
Prima ch'io sieda accanto al patriarca
niveo-barbuto,—ed a' miei piedi il cane
guarderà calmo, con pupille umane—
benedirò la vostra mensa parca.
Uscirà tutta,—vinta dall'incanto,—
l'anima vostra dal viluppo oscuro,
tacita accompagnando il segno puro
nell'aria, e il filo tremulo del canto.
Tutta la stanza splenderà nei volti
estatici, nei vetri, nei metalli,
nei fasci d'armi avvezze, per le valli
fertili, a smover terra, a falciar côlti,
a mutilar boschi e filari, a incidere
solchi. A fiore dei rustici balconi
verran le azzurre costellazïoni
col raggio dei sereni occhi a sorridere.
E più dolce parrà la scabra vita
a chi m'ascolterà con mani giunte:
e la fatica amore, e le consunte
pietre dell'erta un'immortal fiorita.
E i bimbi chioma-d'oro, intenti al mio
saio vermiglio ed al mio scalzo piede,
adoreranno con ingenua fede
in me la vagabonda ombra di Dio.
LA FALCE
Vecchio capoccia, domattina all'alba
mi darai una falce per falciare.
Ancor dai cieli penderà, sul mare
dei campi, l'arco della luna falba.
Sarà l'ora in cui lutto a pena schiude
occhi e sensi novelli al novel giorno;
e tutto fresco e tutto puro intorno
si maraviglia di sue forme ignude.
Io falcerò coi figli del tuo letto
e coi nipoti del tuo forte nome,
fino a che il sol non sia sovra le chiome
raggera, e vino incendiario in petto.
A cento a cento cresceran le biche
dietro i miei passi: a me dinanzi il suolo,
frante le siepi, non sarà che un solo,
per la mia falce, mareggiar di spiche.
E poi ch'io venni in terra per mostrare
miracolo, e il miracolo avverrà.
La mozza arista si rinnoverà.
Noi falceremo per moltiplicare.
Landa, sterpaglia, cavo, anfratto e roccia
sfolgoreranno in un gran vello biondo.
Non per te, non per noi, ma per il mondo
strideran le lunate armi, capoccia!...
Nè donde venga il rutilante abbaglio
saprem, se dal meriggio ardente in gloria,
o dalle messi offerte alla vittoria
nostra, e piombanti a fascio al secco taglio.
E ogni figlio dell'uomo i suoi mannelli
—cantando in libertà lungo le strade
candide fra il corrusco delle biade—
in alto reggerà come flabelli.
E quando il sol s'avvolgerà di veli
insanguinati per la dïuturna
morte divina, noi con taciturna
bocca la pace implorerem dai cieli:
noi, militi e custodi del tesoro
di tutti, accesi nel tramonto gli occhi
e gli spiriti in Dio, curvi a ginocchi,
solleveremo a Lui le falci d'oro.
PLENILUNIO
Vecchio capoccia, ormai dentro la casa
dorme la tua tribù, queta e serena.
La casa è bianca nella luna piena
dalla soglia di pietra alla cimasa.
Anche l'aia ha un immobile pallore
estatico, un candor di nevicata.
Lasciami presso il cane, accovacciata
col viso a terra. Ho stanco il corpo e il cuore.
Lasciami presso il cane, sulla soglia
di pietra. Non cacciò dal suo felice
campo Boòz la pia spigolatrice
che venne a lui così sperduta e spoglia.
Io sono Ruth dai morbidi capelli
color di notte, che d'un manto regio
superbamente coprono lo sfregio
brutale della tunica a brandelli.
Ma Ruth rimase. Io partirò coll'alba.
Io sempre vado e vado, e mai non resto.
Sol mi trattien, rete di perle, questo
plenilunio che magico s'inalba.
Voglio dormire in un lenzuol di luna
come una principessa di leggenda;
e della Lattea Via farmi una benda
maravigliosa alla gran chioma bruna.
.... Trame d'argento. Ragnatele d'astri.
Silenzio. E tutto bianco, tutto bianco....
.... Ma poi la luna piegherà su un fianco,
gonfia, inferma, grottesca, fra giallastri
vapori.—E mentre la sua faccia tragica
d'assassinata affonderà nel nulla,
io pur riprenderò, verso il mio nulla
che salvezza non ha, la fuga tragica.
LA MADRE
Sciara-Sciat.
23 ottobre 1911.
Non piango, no.—So ben che tu non vuoi,
figlio. Il cuore impietrò sotto le bende
nere, il tacito cuor che non t'attende
più. Non si piange sui caduti eroi.
Un nome s'incavò nella memoria:
Sciara-Sciat.—Là piombasti, in una pozza
di sangue; e ti fu poi la testa mozza,
figlio!...—Non piango, no.—Questa è la gloria.
Tante madri a quest'ora hanno il mio cuore
di pietra, e la mia faccia d'agonia!....
.... Tacciono. Così volle,—e così sia,—
la Patria, amor che vince ogni altro amore.
O figlio, io ti creai colla mia carne
giovine, io ti nutrìi colle mie rosse
vene, e la forza che per te mi mosse
unica or regge le mie membra scarne.
Arde in te la sostanza di mia vita,
e tu con fibra e fibra ancor t'aggrappi
a me, come nell'ora in cui gli strappi
del tuo corpo al mio corpo eran ferita.
Porto, grondanti sotto la gramaglia,
le piaghe tue: pur io la testa mozza
rotolare mi sento nella sozza
terra, ed il sangue fino a Dio si scaglia.
Muoio due morti, in me agonizzo e in te.
Ma lacrime non ho. Tu non le vuoi.
Passa la guerra, e i giovinetti eroi
nella ràffica invola, ed il perchè
non dice a noi, pallide madri. Passa
e prende. A rullo di tamburo, a squillo
di tromba, all'ombra ardente del vessillo,
a ritmo d'inni e di mitraglia, ammassa
e lancia a torme i figli nostri, i figli
nostri, ove un sol fulgore han vita e morte:
fide vegliammo noi per questa sorte
le culle d'oro e gli umili giacigli.
Fàsciati di silenzio, o bocca pia,
crocifìggiti in petto, o cuor demente:
non invocare Iddio, chè Iddio non sente:
così volle la Patria.—E così sia.—
Che altro io potrei darti, o Patria grande?...
vuota è la casa, spento il focolare:
la cenere io raccolsi sull'alare
e con essa formai le mie ghirlande.
Irrigidìi per te la fronte stanca
nella bellezza dell'orgoglio sacro.
Madre d'eroe non piange.—A volte il macro
volto, per aria che al respir le manca,
tende, ed il labbro; e il sangue a goccia a goccia
sgorga dalla ferita che s'incava
nelle profonde viscere, e ne scava
la vita, come fa stilla da roccia;
ma singhiozzar con disperata voce
sul figlio morto, non sarà chi l'oda:
sta, di fronte alla gloria, che l'inchioda
al suo materno amor come a una croce.
IL DONO
Nella notte un selvaggio urlo, senz'eco.
—Urlo di vita, o pur di morte?...—Quella
che in esso lacerò la bocca bella
or s'è composta in un silenzio cieco.
Dorme il suo nato a lei daccanto: informe
nodo di carne inconscia e bruta.—L'atto
del generarlo la scagliò d'un tratto
nel buio di voragini senz'orme.
Sprofondò; sprofondò vertiginosa-
-mente; e più nulla seppe; e il suo vermiglio
sangue ancor vivo zampillò nel figlio,
s'accese in lui, ne imporporò la rosa
sacra del cuore.—Così tu passasti,
o Donatrice, nella discendenza
tua: tal fu del donar la vïolenza
che te stessa al novello Esser lasciasti.
.... Crescerà il figlio d'anno in anno, schivo
ma saldo, in sè nutrendo, quale in scorza
d'albero scabra, una compatta forza
di vita, un fresco e rifluente rivo
d'amore, un'inquieta ansia di germi:
ei che non ebbe canti su la culla
sentirà in petto l'anima fanciulla
sola armata, fra tante anime inermi.
Si chiederà talvolta:—Ho io due cuori,
che, se l'un manca, l'altro rinnovella
nel corpo il sano impeto rosso, e nella
lotta ritempra i palpiti e gli ardori?...
Ho io due vite in me, che l'una preme
l'altra, e l'invigorisce con midolla
occulte, ed è per essa al par di zolla
che vegli o incalzi il maturar del seme?...
.... Per lui verrà compiuto ad esultanza
il divino miracolo del Dono.
La madre rivivrà nel figlio buono,
perfetta incorruttibile sostanza:
il cuor nel cuore in ritmo pulserà
concorde: senza volto e senza nome
e senza voce, e pur presente come
Dio, più grande sarai, Maternità.
LA VERGINE E IL FALCO
Vide ella il Falco fendere il sereno.
Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.
Con l'impeto feriva il vento e il raggio.
Cielo e terra, di lui tutto era pieno.
Il balenare avea d'una saetta,
la maestà superba avea d'un nume.
Il mostro senza artigli e senza piume
librarsi ella mirò del sole in vetta:
e s'abbattè come s'abbatte un ramo
a terra, e rise con riversa gola,
e pianse: a lui gettando la parola
ancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—
*
E prega, umìle, il Falco che non l'ode:
—Io non ti chieggo, o domator di vento,
con qual poter foggiasti lo strumento
che ti solleva a le celesti prode.
Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,
su me piombassi per ghermirmi, e via
mi rapinassi a volo, e per magia
d'ali e d'amore il cielo fosse nostro,
ecco, io son pronta: io ti sarò la bianca
preda che tutta s'abbandona, e al vampo
del vorticoso ardor non cerca scampo,
se pur, fragile, in petto il cor le manca:
come sien fresche le mie labbra, e snelli
i fianchi e dolce la mia nuca ai baci
sapresti, o Falco, che con colpi audaci
nuvole ed astri afferri pei capelli.
Purità m'è compagna; ed assomiglio
nel mio candore a un'erma d'alabastro:
niuno ancora disciolse il roseo nastro
che al mattin fra le trecce m'attorciglio.
Ho l'aroma del fieno, che la falce
divelse a pena, e il sol penètra; e diaccio
specchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,
piccola rama pendula di salce.
Uomini adusti dall'odor ferino
mi soffiaron sul volto, avidi, folli,
il desiderio a vampe. Ed io non volli:
ma commisi a me stessa il mio destino.
Non io, non io de' lor traffici oscuri
viver soffersi, leggiadretta serva,
con basse ciglia ed anima proterva
filando il lino entro i lor vecchi muri:
non io le grigie e tortuose scale
di lor case salìi, dove s'affloscia
gioventù, senza gaudio e senza angoscia,
su spessa coltre e torpido guanciale.
Io voglio te, che armi la tua sorte
per guerra, e il sole di sfidar sei degno:
voglio te, per seguirti all'alto segno,
o, se tu cada, ne la bella morte.
E questa sia precipitosa, come
il fiammeggiar d'un bolide notturno;
e tu dorma in eterno il taciturno
tuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—
*
Prega; e non l'ode il domator di vento,
sempre più alto nel rapace volo.
.... Donna, fragile carne!... Il Forte è solo
nel suo libero assalto al firmamento.
Adora, e taci. E lo vedrai sparire
nel superato caos della vertigine
azzurra: invitto re sui due prodigi
dell'universo: il vivere e il morire.
A COLUI CHE NON È VENUTO
Io t'aspettavo, fin dal giorno in cui
di fiorire m'accorsi all'improvviso,
primula in marzo. E venne uno, con viso
dolce. Ma io mi dissi: Non è lui.
Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia
m'apportarono gli anni. Anche l'amore.
Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore
aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia:
ed io mi persi a capofitto, giù,
col desiderio folle d'annientarmi
tra forti braccia che potean spezzarmi
come la creta.—Ma non eri tu.—
Così, polvere e cenere divenne
ciò ch'io toccai. Seccarono le polle.
Avvizzirono i tralci e le corolle,
e morte, in vita, in suo poter mi tenne.
Tu, nato troppo presto o troppo tardi,
per me creato ed a me occulto, solo
perch'io son sola, indifferente al volo
degli anni, se nel tuo deserto guardi!...
Tu, che m'avresti avuta come il mare
ha l'onda, uguale a te ma in te perduta,
e nel dominio avvolgitor veduta
a somiglianza tua trasfigurare!...
Non venisti, non vieni, non t'attendo
più. Domani morrò. La vita ha fretta,
non vedi?.... Appena schiusa, appena detta
una parola, fugge, impallidendo,
quasi colpita da terror....—Ma forse
di là, nell'ombra ove uno spirto tocca
l'altro in silenzio, io troverò la bocca
che solo in sogno la mia bocca morse.
PONTE DI LODI
Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri
abbracciati dall'impeto del fiume
rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume
candide a fior dei vortici verdastri.
Come una volta ancor vorrei poggiarmi
alle tue sbarre, e riaver quel vento
in faccia; e mirar nuvole d'argento
specchiate in acqua, e d'esse sazïarmi.
Ma esser quella d'allora, con quel volto
e quell'anima, scarna adolescente
livida di superbia, impazïente
di vivere, con sensi aspri in ascolto:
e tutto innanzi a me: lo spumeggiante
fiume e la vita!...—Ma su via trascorsa
non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:
altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.
E vado e vado. Finchè, un giorno.—Addio—
dirà l'anima al corpo. E sarà il fiume
natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume
d'astri, mi condurrà verso l'oblio.
L'INFERMO
Della stanza d'esilio—che m'è schermo
al mondo e nel mio spasmo m'asserraglia—
dietro il muro sottile odo, ferraglia
rimossa, un tossir querulo d'infermo.
Chi è?... Non so. Ma soffre. E il suo lamento
di cencio umano ove la morte ringhia,
con nuove corde aspre di punte avvinghia
il mio bisogno eterno di tormento.
Vorrei, nè posso, consolar l'affanno
di quei bronchi inguaribili.—Di fianco
l'una all'altra, ma cieche; a fil d'un bianco
muro, ma estranee, due miserie stanno:
la mala bestia che t'asfissia in gola,
o ignoto, e il cancro che mi mangia il cuore.
Ma passeranno, sole, nell'orrore
del vuoto, senza dirsi una parola.
PASSIONE
Due pupille più nere della notte,
cinte di bistro su rossetto e biacca,
mi chiedono, ammiccando con bislacca
beffa: «Salvation-Army, o Don Chisciotte?...»
Raschia con sega di sarcasmo il sazio
riso d'un glabro adolescente impuro:
—«Non amo, frate-femmina, lo scuro
saio. Santo Francesco, o Sant'Ignazio?...»
E il popolo in cravatta rossa:—A quando,
profeta, il paradiso che hai promesso
alla nostra miseria?...—E a me dappresso
corre per gioco, urlando, fischiettando.
Io guardo, fisso innanzi a me, fantasmi
che sola io vedo.—E affronto il mio supplizio.
L'amor che mi guidò, fatto cilizio,
mi si tramuta in voluttà di spasmi.
Camminare su filo di coltello,
bersaglio a crudeltà di bocche triste,
anche se il fragil corpo non resiste
bello è, se il sogno che tu insegui è bello.
Ma troppo ormai la sozza umana rete
sul mio respiro le sue maglie serra.
—Fuori il tuo cielo, figlia della terra,
se lo possiedi!...—Io sono stanca. Ho sete.
Dammi un po' d'acqua, o uomo, se pur t'abbia
io tutto dato di me stessa!...—Ed ecco:
all'implorante anelito del secco
labbro un sorso di fiele offre Barabba.
L'INCANTESIMO DEI FIORI
Tu batti con la tua timida nocca
all'uscio, ed entri; e strisci alla parete,
incerta.—Ma chi sei?... Porti una rete
d'oro sui fianchi, e una giunchiglia in bocca.
Vidi altre volte il viso tuo sottile
di faunetta silvestre, fra due rami
spuntare. Ma piacer d'altri richiami
mi spinse—e non sentìi ch'era d'aprile.
Solo or m'accorgo che hai un occhio verde
ed uno azzurro, e sai di terra e d'erba.
Ah, s'io ti bacio sulla bocca acerba,
forse l'anima mia più non ti perde!...
Non oso. Ma con denti di pantera,
aguzzi, tu sorridi: e t'è caduto
il fior di bocca, e col leggiadro e muto
gesto a me ti riveli, o Primavera:
e fiori e fiori dalle dita snelle
sbocciano, in fasci, in grappoli, in germogli:
per la mia gioia al nudo suol tu sciogli
la tua dovizia di terrene stelle.
Tanto mi doni?... Vi son dunque tanti
fiori nel mondo?... ed io le avverse ciglia
chiuse tenevo sulla maraviglia
ch'ora, per te, mi folgora?... per quanti
anni fui cieca?...—Ecco le genzïane
cilestri, e il fior di menta, e il fior di maggio-
-rana, e il timo e il ranuncolo selvaggio,
e le viole dalle facce umane:
ecco i fiori di frutto, ah, sì leggeri
che a un soffio cadono, e già gonfio è il seme
di sotto; e l'eliotropo aureo, che teme
la notte, e volge al sole occhi e pensieri:
e le rose di carne, di dolcissima
e tenue carne, che, a mangiarla, in succhi
d'amore si trasforma; e nivei mucchi
di tuberose, e grappe di narcissi:
e il cupo verde delle felci, e i pallidi
grigi de le betulle, e le incorporee
trine del capelvenere, e le arboree
glicinie, e le palustri emerocallidi....
.... Sorreggimi, Occhiglauca!... Ho la vertigine.
Or mi trasmuto, come Dafne, in tronco.
Lo spirto, in forma umana avvinto e monco,
torna, d'un balzo, alla silvestre origine!...
Boccadifiori, baciami!... Parole
divine odo, calor di linfe suggo.
E dalla vita e dalla morte fuggo,
per annientarmi nel fulgor del sole.
I GIACIGLI
Non per dormire—poi che il sonno è tolto
a quest'occhi che ardor di conoscenza
aperti tiene anche nell'ombra, senza
riposo, accese lampade nel volto:
non per dormir, ma per sapere, in ogni
letto io volli accostar la belva umana:
a lei dappresso ma da lei lontana
come il fantasma che compar nei sogni.
E vidi, in lari che si chiaman sacri,
la quiete non già, ma il dramma oscuro
dell'odio sibilar fra letto e muro,
e pianger figli a quegli spasimi acri.
Tra porta e porta ascoltai scoppi secchi
di voce, come palle di pistola
dritte al segno del cuore o della gola,
o aguzze pietre a fionda contro specchi:
parole unghiute, uguali a uncin che artiglia,
singhiozzi, uguali a strider di catene
scosse—e in vano implorai su quelle pene
esasperate un pio chiuder di ciglia.
*
Ma, anche, io vidi il volto di chi dorme
dopo l'amplesso, cuore contro cuore.
Stanco, livido, assente, nel flosciore
delle labbra, allentate in smorfia informe.
Spento il baglior dell'attimo che illude
l'anima di sfuggire al suo sgomento
d'esser sola, tornar, cieco, il tormento
io vidi, a gogna delle membra ignude.
Ed era chiuso senza perdonanza
l'un volto all'altro: e torbido, ed avverso:
l'uomo non ha che sè nell'universo,
sol per pietà gli mente la speranza.
E chi conta nel sonno il suo danaro,
e chi in sogno combatte un suo rimorso,
e chi con suggellate iridi un corso
segue di fiume susurrante e chiaro:
e l'amico e il nemico e il vile e il forte
guardai nell'ora in cui l'orgoglio oblia
la maschera: e mal fu: per chi lo spia
il sonno è più tremendo della morte.
Rantoli e incùbi di morenti in fila
negli ospedali; tenebre di celle
ove colui che non vedrà le stelle
più mai, memorie, vaneggiando, infila!...
Spasimoso ansimar sulle cuccette
degli asili notturni, aliti densi
di vino, naufragar di tutti i sensi
nel gorgo delle mescolanze infette!...
Destituita dalla somiglianza
con Dio,—da sè diversa umana faccia
che della luce e del pensier la traccia
smarrisci,—e ti deturpi in oblianza!...
Due creature io solo scôrsi, belle
nel sonno: ah, così belle, che i giardini
del cielo, dai silenzïi turchini,
sfogliavano su lor fiori di stelle.
L'uno era un bimbo, in un candor soave
di trine, e lo cullava un pio cantare:
l'altro era un marinaio in mezzo al mare,
e lo cullava il ponte della nave.
L'UOMO SEPOLTO
Miniera di Senghenydd.
Ottobre 1913.
Georg, biondo atleta: non udisti un rombo
sovra il tuo capo?... uno sparar di cento
cannoni, a un tratto?...—Ora, silenzio.—È spento
il tempo. L'aria è come fuso piombo.
Pietre su pietre franano alle bocche
degli anditi. Ove sono i tuoi fratelli?...
Non ti vale dell'unghie far coltelli,
nè, ruggendo, divellerti le ciocche
scomposte, nè cozzar con sanguinanti
membra contro la notte che t'acceca.
Di là, nella stessa ombra sorda e cieca,
son mille e più di mille agonizzanti.
Scagliansi in mucchio verso l'orifizio
distrutto, con feroci granfie il dorso
l'uno all'altro raspando, a pugno e morso
fuggir primi tentando al gran supplizio:
ma fumo e fiamma indietro li ricaccia,
non v'è più strada, non vi son più porte:
solo, e despota, il caos....—Ma tu sei forte,
Georg.—Taci.—Guarda la tua fine in faccia.
*
Ricordi tu come sia fatto il cielo?...
.... Grigio ora, e curvo sui sinistri pozzi
della miniera; e un getto di singhiozzi
immenso, fino a quel livor di gelo.
E donne e donne coi bambini in collo
e al fianco, con irti aridi cernecchi
di furie al vento; e infermi e storpi e vecchi
guatanti il mostro non ancor satollo....
E invocano, che il mostro dal suo fondo
vomiti all'aria le ingoiate squadre:
e v'è fra essi la tua bianca madre,
Georg!... V'è tuo padre. Hanno te solo al mondo.
Le ossature dei pozzi han somiglianza
di scheletri: il silenzio fa spavento
più dell'urlo: nel livido sgomento
della folla ancor trema una speranza:
ma non rende la bocca maledetta
quel che inghiottì....—Con gesto di flagello
leva la folla come un sol coltello
le braccia, a testimonio di vendetta.
*
.... Georg, il corpo tuo grande si fa pietra
fra pietre: e luna e l'altre uguali stanno
ormai nel tempo; e ciò che fu l'affanno
d'un'ora, è calma immota in ombra tetra.
Ma non è morte, e non è tomba. Esiste
sol la materia, che caduche imagini
di carne transustanzia entro compagini
sacre, irridendo alle querele triste.
Tenebra di caverne, fulvo dorso
di monte, erbosa immensità di piano,
tutto non è che sedimento umano,
nè s'arresta Re Atomo in suo corso.
E chi calchi l'orecchio sul fecondo
solco, o lungo le vertebre del masso,
sente il respir dei morti, che il trapasso
sciolse in vene d'occulto hùmus pel mondo.
Georg, biondo atleta, umile eroe sommerso
nell'ombra, a giorni effimeri perduto,
a giorni eterni assunto,—io ti saluto:—
prima eri un corpo; ed or sei l'universo.
SPERANZA
Forse il lume ch'io cerco è quel che splende
là in fondo. No. S'è spento. Era un mio vano
miraggio. Ma, più in alto e più lontano,
un altro lume e un altro, ecco, s'accende.
Forse il tetto ch'io cerco è quel che fuma
dietro quei pioppi; e alcun v'attizza il fuoco
per riscaldarmi....—No. Sparve. Era un gioco
di nuvole.... Ma un altro è fra la bruma.
Forse il fratel ch'io cerco è quel che il viso
ora mi tende, e il cuor nel viso, emerso
sopra la folla. Ed ecco, mi s'è sperso....
Ma un altro volto scorgo, e un altro riso.
Come se dal mio alvo fosse espresso
il mondo è mio, sol perchè il vedo in sogno:
quel che ho non curo, e quel ch'è incerto agogno,
e mangio e bevo del mio sangue istesso.
Delizia del cadere, e poi delizia
del drizzarsi d'un balzo, senza chiedere
aiuto: e non guardar che la mia fede,
e portar dentro me la mia milizia!...
E vado. Ad ogni membro ho qualche benda
su qualche vecchia o giovine ferita.
Pur, così come a me t'abbranchi, o vita,
troppo bella sei tu perch'io t'offenda.
Ti benedico, o vita, per l'amore
che mi negasti, per le chiare strade
che mi chiudesti, per le sette spade
con cui mi tormentasti carne e cuore:
perchè altro amor più bello, altro sentiero
più largo io sognar posso: e col fantasma
che la speranza al desiderio plasma
vincer la nuda aridità del vero.
NOSTALGIA
V'è alcun che canta: «O sole mio......» su l'acque
verdastre della Lìmmat.—Chi?...—S'affonda,
o voce, il cuor nella tua scìa profonda,
il triste cuore ove ogni voce tacque.
Freddo, pioggia, crepuscolo. Beffarde
sbucan le lune elettriche, fra aloni
di nebbia. Oscure ombre mi radon, suoni
rauchi movendo dalle lingue tarde.
«Ja, yes.» Ma «O sole mio....» dall'altra riva
chiama il canto che forse non ha bocca,
ch'è di fantasma; e l'anima mi tocca
con la carezza d'una mano viva.
Batto i denti, alla pioggia. E più il mantello
su me ravvolgo, e più mi sento ignuda:
mi sferza il dorso la ferocia cruda
del croscïante gelido flagello.
Bene risponde, col suo scampanare
a stormo, il sangue entro le arterie folli:
—Esilio, tu sei mio perch'io ti volli,
perchè mi piacque le tue vie calcare.—
Esilio?... Ma qual'è dunque, o tremenda
anima, la tua vera patria?... In quale
angol di terra addormirai tu il male
tuo, che piangere sempre io non t'intenda?...
S'io mi buttassi a fiume, tu faresti
forse silenzio, anima disperata.
Andrei, colla corrente. Andrei, placata
all'improvviso, fin che il Sol si desti,
il Sole mio, sì bello e sì lontano
ch'io non lo vidi con quest'occhi ancora:
e con l'incendio de' suoi raggi indora
sol chi per lui gettò l'ingombro umano.
LA CERCATRICE D'ORO
E scavo e scavo, nella pietra, a prova
di picca.—Vena d'Oro, vena d'Oro!...—
Aspre occultan le rocce il lor tesoro,
ma v'è chi a ben perseverar lo trova.
Io più non so da quanti anni le braccia
mi stronco nell'indomita battaglia.
Il macigno m'irride, scaglia a scaglia
balzando agli occhi. E falsa è ancor la traccia.
Se un balenar m'illude, altri mi scosta,
brutale, sibilando:—Questo è mio:—
.... ma non è oro, è talco.—Ed altri ed io
torniamo, insonni, alla superba posta.
Intorno e innanzi a me scorgo perversi
volti, quadre e selvatiche mascelle
di animali da preda; e le favelle
incrocian sfavillìi di stocchi avversi.
E il furor della lotta e l'ingordigia
tende ed ingrossa i muscoli, scolpisce
forza odio frode sopra i volti; e strisce
di sangue irrigan la petraia grigia.
.... Scòpriti finalmente, Oro, bell'Oro,
ragion di vita, fonte della grazia.
Il polso e il braccio sul piccon si strazia,
cedon le fibre all'ìmprobo lavoro.
Quando il terren sarà vana maceria,
scaverò nella carne sino all'osso.
Quando la carne non sarà che un rosso
brandello, spaccherò del cuor l'arteria.
Ah, forse allor, piombando sul basalto
arido, io penserò che a possederti,
o Verità, basta fissar gli aperti
occhi negli astri fiammeggianti in alto.
CONFESSIONE
Or che la notte grava sul supplizio
di chi non dorme, e tu sei sola in faccia
a te, sola nel vuoto che t'agghiaccia,
e non vestita che del tuo cilizio:
come fossi sul punto di morire
confèssati, chè l'anima t'ascolta:
dolce ti sia, non fosse che una volta,
quel che da te mai non fu detto, dire.
Confessa che la tua ribellïone
non è che l'urlo della creatura
debole, che mancò la sua ventura
per non aver trovato il suo padrone.
Confessa che tu vai con fiammeggiante
torcia sanguigna contro leggi ed uomini,
solo perchè la forza che ti domini
tutta, ancor non t'assalse il cor tremante.
Ed altro tu non sei che una fanciulla
fragile, torturata dall'angoscia
d'essere sola, e che talor s'accoscia
rabbrividendo di tutto e di nulla:
e—se il dirlo t'è colpo di staffile
bene assestato alla superbia prava,
che importa?...—non saresti che una schiava
d'amor, contenta del suo posto vile,
se pur domani, verso te, dal rogo
ove chi arde più a sè prega ardore,
venisse a tese braccia il tuo signore,
per cui delizia ti sarebbe il giogo.
*
Senza misericordia e senza tema
prendi ed indaga, or che nessun ti guarda,
questa povera tua vita bugiarda
che inconsolabilmente in man ti trema.
Dilaniala, se vuoi: non ha difesa
contro la tua curiosità feroce:
puoi con tre chiodi conficcarla in croce,
per vendicarti della lunga offesa.
È un cencio rosso, con lacerti monchi,
con fibrille pendenti: è un feto morto:
più non attende ormai, sotto il tuo smorto
sguardo, che il colpo che da te la tronchi.
Ma tu non osi. Ma tu l'ami, frusta
così: la scuoti, con furor selvaggio:
giovine ancora, e intrepido, è il coraggio
che ti sospinge con schioccar di frusta.
Giovine ancor tu sei, per la dovizia
che in fiori intatti dentro ti germoglia,
e più t'adorna quanto più sei spoglia,
e, se soccombi, a nuove vie t'inizia.
E doman come ieri, sotto panni
superbi il cuore in umiltà raccolto,
null'altro al mondo cercherai, che il volto
invisibil che cerchi da tant'anni:
e se lungo la strada che t'avanza
no 'l troverai, forzando anche le porte
del silenzio, nei regni della morte
seppellirai con te la tua speranza.
LIBERAZIONE
I.
Croce Rossa.
Carità!... Veste bianca come benda,
croce al petto vermiglia come piaga:
tra fumo e fuoco e sangue che dilaga
ala e riparo di pietosa tenda:
quando ancor l'aria palpita del rombo
della mitraglia, ed all'incendio in groppa
Morte per campo e per trincea galoppa
sugli eroi cui trafisse il ferro e il piombo,
piccola suora che non teme agguato
di palle sperse, e dei feriti il carco
segue e protegge per sinistro varco,
della pietà, che l'arma. Eroe-Soldato!...
Chi m'è fratello ignoro e chi nemico,
colui che a me si affida è tutto mio;
e più egli soffre e più ritrovo Iddio
nella miseria sua che benedico.
Come un leone ha combattuto, ed ora
—«Mamma!.....—implora, con l'ansia d'un bambino
Ch'io ti menta per lui, bacio divino:
ch'io sia la madre della tragica ora!...
E il marcio e il lezzo delle piaghe, e i grumi
di sanie, ed i troncati arti, ed i ciechi
occhi divelti e i cavi petti e i biechi
labbri ruggenti e il sangue sparso a fiumi
liberin me da me, mi rendan pura
d'ogni memoria mia: così perduta
nel pianto altrui, che dentro il cor sia muta
la bestemmia dell'intima tortura.
II.
Salvation Army.
Salvation-Army!...—Senza nome e senza
patria, per tutti i lastrici del mondo
e le case perdute e il trivio immondo,
gettare, in gaudio, la mia pia semenza:
essere una, ed esser mille e più di
mille: nei bassi vicoli e nei covi
discendere, ove ingurgitan, da nuovi
e vecchi sbocchi, delinquenti, drudi,
vittime stanche, femmine da conio,
Barabba e Alfonso, Maddalena e Taide,
e turbe vaporanti dalle laide
carni dell'alcoöl l'arso demonio:
dove, figlia dell'ombra, la miseria
s'accoppia al vizio e genera il delitto,
tutta avventarmi, col vibrar diritto
della siringa in una guasta arteria!...
Essere una, e mille, e più di mille.
Esser piccola e pallida, e risplendere
quale una torcia, e alla mia fiamma accendere
umane innumerevoli scintille:
e sentir che, da esse, opache turbe
potrebber forse divampare in roghi
devastatori del mal seme, in roghi
d'anime, illuminanti i campi e l'urbe:
per la carne che soffre e per l'anelo
amor che l'arde, pel sottil sarmento
e il magnifico incendio, essere il vento
che sospinge le fiamme insino al cielo.
III.
«Libera me da me.»
Infilar presso a te punto su punto
nel tugurio ove ignori e sonno e pace,
o dolorosa, che, se il labbro tace,
riveli il tuo patir nel volto smunto:
dell'aratro con te tirar la stanga
per fender solchi che ci diano il pane,
uomo, che tutte le scïenze umane
sai, poi che in pugno sai stringer la vanga:
santificar con libero e fraterno
gesto il tuo maglio, o fabbro, il tuo piccone,
o minatore, la tua passïone
umile, o schiavo del travaglio eterno!...
Libera me da me, nell'oceanico
tumulto travolgendo il mio rottame
naufrago, umanità, che hai sete e fame
di cuori, a pasto del tuo cuor titanico!...
Forse la triste femmina in gramaglie
pesanti, la reclusa che mi mugola
dentro, con tal convulso arrancar d'ugola
che par l'anima schizzi fra tanaglie,
tacerà.—Sarò un'altra. Sarò quella
che dona. Sarò l'ombra della vita.
Coglierò fiori con le bianche dita
per alcun che dirà:—Grazie, sorella....—
E udrò l'onda del sangue gorgogliare
non solo in me, ma in ogni calda polla
della terra; e fluir, placida, colla
calma d'un fiume che discende al mare.
I SOPRAVVISSUTI
I.
Fu, prima, ferocissima, la guerra.
Poscia, il saccheggio con la pestilenza.
E siccità distrusse ogni semenza.
E il terremoto devastò la terra.
Mostruosi grovigli d'insepolte
vittime scavalcando con demente
rabbia, i vivi, fra lunghe urla sgomente,
abbandonaron le crollate vôlte.
E ad uno ad uno caddero per via.
E per giorni e per notti la tormenta
divina imperversò, fin che fu spenta
ogni voce nel mondo in agonia.
Di cerchia in cerchia ruinò sperduto
del sole in traccia, come pazzo, il mondo;
nel suo terrore d'astro moribondo
all'altre stelle in van chiedendo aiuto.
Ma la celeste rutilante aurora,
per volontà di Dio dal caos balzando,
disse: Pace!...—e le arrise il miserando
regno dei morti e del silenzio, ancora.
E pace fu, sopra la terra. Il solco,
sazio di sangue e di midollo umano,
in opulento biondeggiar di grano
risfolgorò, senz'opra di bifolco.
E ancor le piante misero le fronde.
E qualche uccello ancor vi pose il nido.
Tutto tornò com'era, a monte e a lido,
al bosco e al prato, in cielo e sovra l'onde.
Sol fu distrutto quel che l'uom creò,
la casa, il libro, il quadro, il circo, il tempio,
la macchina: e distrutto egli, con l'empio
suo cuore.—Ma un manipolo restò.—
Restò, padrone, in faccia al cataclisma.
Restò, più forte della cieca morte.
—Compagni!... Nostre ormai sono le porte
del tempo!... Assunti dal vermiglio crisma
al gran destino, di gladïatoria
possanza i maschi, di superba grazia
le donne,—avanti!...—Il nuovo impero spazia
da nord a sud. Al nuovo impero, gloria!...—
II.
Ultimi d'una stirpe di titani,
progenitori di più eccelsi eroi,
or che faremo?... Quale, ora, da noi
prova attende, alba vergine, il domani?...
Sparvero i lari, i codici, i messali,
i crocifissi dalle tese braccia
consolatrici: inabissò ogni traccia
di civiltà negl'ìnferi letali.
O mio compagno atletico, rammenti
tu il tuo nome?... e tu, fiore di dolcezza,
femmina bella come la bellezza,
che smarrita mi guardi e non mi senti?...
E tu, che ascondi dietro il fronte enorme
la scïenza dei secoli;—e de' tuoi
volumi, ove scrutasti il prima e il poi,
l'ammasso in gora senza scampo dorme?...—
E tu, che sulle storte gambe reggi
ligneo torso nodoso, uso al travaglio
di leva?... e tu, che corda di bavaglio
tessevi un dì, tessendo all'uom le leggi?...
E tu, donna, che porti sulle labra
impresso il bacio d'una moltitudine?...
Tu, ch'eri ladro?... tu, che in solitudine
scandagliavi l'insonne anima scabra?...
Novello nome per virtù novella
venga a ciascun dal limpido lavacro
donde ei, fanciullo primigenio, il sacro
cammino imprenda verso nova stella!...
Sia rimesso a ciascuno il suo peccato
s'egli peccò secondo la scomparsa
legge:—maravigliosa anima, apparsa
dal caos, prima di te nulla era nato!...
Parli e agisca ciascun secondo il detto
della sua verità, nuda ed eterna
come quella che i sommi astri governa
e un perchè impone all'albero e all'insetto:
ciascun discopra, invïolato, il volto
della sua verità dall'ombra trista:
per la bellezza che non fu ancor vista,
per l'amore che ancor non fu raccolto.
III.
Fiorirà dal novissimo pensiero
la novissima lingua; ai puri infanti
coi colloquî degli alberi e coi pianti
dell'acque intatto offrendo il suo mistero.
Maravigliosa anima nostra, figlia
del caos, sì presso alla lucente origine
che tocchi, col respiro, la vertigine
degli astri, e chiudi il sole entro le ciglia!...
Nella tua nudità senza vergogna,
nella tua forza che a se stessa è braccio,
e, perchè sciolta d'ogni falso laccio,
innocente di frode e di menzogna!...
Da oggi a sempre, o tu che nel tuo viso
sol ti rifletti, va per vie d'amore,
lieve ondeggiando in cerchi di splendore
cosmico, e ardendo in ogni atomo un riso!...
.... Ma già tramonta, o miei fratelli, il Dio
di questo giorno: già, sanguinolente
nubi e spade di fiamma ad occidente
guardano a noi come per dirci addio.
Mai non vedemmo, o miei fratelli, il sole
con tristezza sì grande naufragare:
sparve: è una pioggia ormai, su terra e mare,
di tacite impalpabili viole.
Dove sono, o fratelli, le campane
che suonavano un dì l'Ave Maria,
accompagnando il pellegrin per via,
dolci di tutte le dolcezze umane?...
Dove le umìli tremule fiammelle
dei lari, guida al vagabondo e scorta?...
O memoria, tu dunque non sei morta!...
uomo, ugual tu sei sotto le stelle!...
Chi piange?... Il cuor s'accosti all'altro cuore,
se ha freddo. E dentro soffochi il singulto.
Se rivelato essere a noi l'Occulto
deve, e vinto da noi tempo e dolore,
dal più profondo anelito dell'Io
sorga e s'adori,—come nella culla
di strame il Cristo,—innanzi al tutto e al nulla,
l'immortale Unità dell'Uomo-Dio.
FINE.
Nota dei trascrittori
Le grafie alternative sono state mantenute (vïole/viole, oblìo/oblio). I minimi errori tipografici sono stati corretti senza annotazione.