VOLUME I (continued 2)
Reading edition
Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso, scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce traverso questo bicchiere!"
Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di Clelia e di Raimondo.
La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le sue lagrime.
Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S. pittore, amico di Raimondo.
--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!
--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma visse a Milano alcuni mesi.
Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.
Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli accostai con animo di domandargliene novelle.
Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma soltanto l'infelice.
La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero abbottonato fin sotto la gola.
Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.
Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un segreto.
XXV.
Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo? ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo rinunziare alla confidenza?
Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera dissecata ai rami spenti d'un olmo montano --ma la vita non corre più fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.
E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me; e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava, la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.
Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.
Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e gli scrissi con abbandono.
Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato. Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo afflitto acerbamente.
Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.
Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto al lavoro.
Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.
Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.
D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi subito se non mi fosse grave.
Buttai in un canto la mia veste da camera; indossai un soprabito, e mi recai in compagnia di Charruà in casa di Raimondo.
XXVI.
Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.
E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei consigli a chiedermi.
Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di perdonargli.
Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se compissi un dovere--e forse non ebbi torto.
Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.
Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le strinse nelle sue.
XXVII.
--Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto--ma oggimai è impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti svelerò l'animo mio.
"Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò scemerà il mio affanno--se v'era dunque colpa in me, era quella di voler essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era certamente un egoismo assai strano--l'egoismo del dolore.
"Non è un segreto il mio, non è una colpa--è un dolore. Se ti dirò cosa che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, nè io me ne sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo strazio del mio cuore.
"Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per isolarlo, ed isolarmi in esso--dividerò teco l'affanno patito e quello che mi rimane a patire--il mio strazio sarà il tuo.
"Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti, inauditi--e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.
"Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore--e me ne tenni lieto. Il mio dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi rimaneva di Clelia.
"Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte,--poss'io dire alla mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è spezzato nel mio organismo--un nonnulla forse, una mollecola spostata--ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo fantoccio--me lo sono lasciato sfuggire di mano--in nome del cielo ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie braccia...."
Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia profonda:
--L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato. Impazzire! rinunziare alle idee--non serbarne che una per tutta la vita, non volere e non potere averne mai, nè un solo istante, un' altra--essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho desiderato.
"Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto, e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha atterrito.
"È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi conto --e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai più nulla a fare quaggiù--credilo, non ci hai più nulla a fare."
Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe guadagnato un intervallo più lungo di quiete.
Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.
Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate; pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo dolore.
Raimondo aveva del leone e del fanciullo --ruggiva o piangeva. Arcano impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.
E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto, che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo tremenda, ma lunga --che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.
Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il loro debole crepito al nostro respiro.
Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.
XXVIII.
"Sono oramai cinque anni--te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma senza gran dolore,--la felicità mi facea sentire meno l'affanno della tua partenza--il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.
Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene agli occhi l'immagine, non so riuscirvi--al mio quadro manca sempre qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po' d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo tocco di pennello a completare la mia immagine--ma tuttavia è imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del sagrifizio si è spento in me--sono diventato egoista, non già per paura, ma per inerzia--ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male, ma incapace ad un tempo di bene.
Giammai, io penso, trasformazione più ingrata è avvenuta nella tempra gagliarda degli anni giovanili. La rovere orgogliosa si è spogliata della ruvida corteccia, ha barattato i suoi rami rozzi e tenaci colle pieghevoli fronde del salice che piange senza lagrime.
Talvolta penso che ho torto di lamentarmi--non ho avuto io la mia giornata? --sia pure un'ora sola nella vita, che importa se almeno in quest'ora si ha vissuto? Quanti più sventurati di me non bevettero mai alla coppa della felicità! Ho amato potentemente--fui potentemente amato--l'amarezza ha seguito la pace--e sia--cotesta è la legge degli uomini. Il dolore segue i nostri passi e cammina veloce. Quand'ei ci avrà raggiunto più nulla--tant'è: procuriamo che ciò avvenga più tardi che sia possibile, e sopratutto non voltiamoci indietro per via.
Ma il sillogismo si è spuntato contro il mio cuore codardo; lungi dal ricingermi di forza per resistere e soffrire, ho imprecato alla natura; mi son detto che quando la carriera delle rose è finita, non conviene andar oltre un passo, ma seppellirvisi per sempre--che se il calice non può darci altro che amarezza, la mano dell'uomo deve allontanarlo dalle sue labbra e buttarlo nel mondezzajo, perché nissuno più lo raccatti.
Comprendo quanto egoismo si nasconda in questi principi; e che se pensassero tutti di tal guisa, il mondo rassomiglierebbe ad uno sterminato deserto, e i palagi e le ville sarebbero covili e tane tortuose, e gli uomini serpenti raggomitolati. Ma anche di quest'immagine talora mi compiaccio--e in verità che tra la bava del rettile, e l'adulazione che ci circonda, io non so dire quale più bassa e più oscena--nè se dal confronto l' uomo possa uscirne a miglior partito e col vantaggio dalla sua.
Vorrei poterti rappresentare al vivo lo spettacolo della mia felicità d'un giorno perché tu potessi comprendere lo strazio che ho patito.
Io non so se mai altr'uomo abbia sentito voluttà così intense e tanto profondamente--l'amore, l'abbandono soave e tenero di due anime, quella confidenza totale che accomuna e confonde le esistenze, quel palpito concorde che accende le fiamme del desiderio e avviva la sete perenne di baci. Io ho provato tutto ciò; ed è rimasta nel mio petto un'impronta indelebile di quella vita, e quasi un'eco del passato che vi ridesta a quando a quando un sussulto povero e mesto.
Sì, io fui felice; quant'uomo può immaginare, quanto fantasia di poeta, o sogno d'innamorato può creare. Clelia, il fantasma rosato che io aveva vagheggiato spasimando per tanto tempo, era finalmente mia, fra le mie braccia--era mia, palpitante, carezzevole, lieta delle mie carezze. La nostra vita fu per gran tempo un idilio, uno spasimo dolce, una festa d'amore.
Nei nostri slanci d'affetto ci chiamavamo coi motti più teneri; a poco a poco i nostri stessi nomi si corruppero nelle nostre labbra in cento vezzeggiativi, e ne vennero fuori due parole bizzarre, senza senso, ma che per noi ne avevano uno dolcissimo. È con quel nome strano che io la chiamo nei vaneggiamenti delle mie notti insonni, e mi pare ch'ella risponda alla inia voce e che susurri alle mie orecchia in una favella misteriosa la sua risposta.
Ci eravamo abituati al piacere d'essere insieme, di vederci ad ogni istante, e tuttavia noi sapevamo rinnovare tutti i giorni al nostro cuore lo stesso giubilo, colla stessa potenza di vita, colla stessa frenesia; insaziabili sempre l'uno dell'altro, quando eravamo lontani ci pareva d'essere incompleti. Le più strane e sciocche paure si affollavano nella mia mente s'egli avveniva che io dovessi separarmi per poco da lei; diffidavo della mia felicità; parevami che il più leggiero soffio l'avrebbe fatta svanire.
Quando eravamo dappresso deliravamo di contentezza; se mi accadeva d'uscire un istante, essa correva al balcone per seguirmi collo sguardo--e siccome sporgeva il corpo dal davanzale per vedermi più a lungo, io mi voltavo cento volte trepidante, e le faceva segno di ritirarsi. Ella sorrideva, i passanti ci guardavano e sorridevano anch'essi--ma quel riso non mi feriva. Ed io penso che gli uomini si affannino invano per avvelenare col ridicolo la felicità degli amanti, e che faranno invece assai bene ad arrestarsi a benedire e a scongiurare il nugolo dalle loro teste--nè mai voce di preghiera sarà salita tanto alto, però che l'ara benedetta dell'amore darà vita alla famiglia che è cosa santa.
In casa eran cento follie--me la toglievo spesso sulle braccia alla sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: "cattivo" se ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non l'avrei colta più mai.
A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo entrambi--per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non più oltre.
Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò molto che si dimise dalle sue funzioni--nè io saprei immaginare altra causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.
Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle gioie e respirare il profumo di quella pace.
Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora l'eccellenza--ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie, ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo senza un sospiro."
XXIX.
"I primi mesi del mio matrimonio scorsero di tal guisa fra le puerilità e le matte allegrie. Clelia era in molte cose una bambina; le piaceva dormire colla testa appoggiata sulle mie ginocchia, le piaceva passare le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e scompigliarli poi ad un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la spartitura sul mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi, e guai! se io non ne sorrideva.
Io la lasciavo fare--mi deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un argomento importante della mia vita.
E che l'accigliata filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il fanciullo--la sua voce non saprà mai giungere fino al cuore--l'infanzia è l'alba dell'amore, però che l'amore è la vita--il vero filosofo amava i fanciulli, e voleva vedere le loro teste ricciute attorno a sè, e dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe una filosofia dolce, fidente, che si compendiava in una parola: amate.
"Amate, amate--sappiate essere fanciulli nell'amore" ecco il consiglio del saggio--e le turbe faranno assai bene a se stessi se lo ascolteranno--e faranno bene alle future generazioni se lo ripeteranno accanto al focolare ai loro figliuoli.
Usciti d'infanzia gli uomini sogliono arrossire di buon'ora del loro passato; e la maggior offesa che altri possa far loro è di rammentarglielo. L'età senile giunge sempre troppo presto a vendicare siffatto oltraggio. Ma poi che io non mi vergogno che vi sia stata un'età della mia vita in cui ero fanciullo, non mi dorrà neppure di confessare che fatto uomo seppi rinnovarmene alcun tempo le dolcezze."
XXX.
"Un giorno io era rimasto assente di casa più dell'usato; al mio ritorno Clelia mi venne incontro alquanto imbronciata. Le prodigai mille carezze e il suo malumore fu ben presto dissipato; ma rimase nel suo volto come una impronta indefinibile di mestizia e di sbigottimento, e un abbandono soavissimo nelle sue membra.
Io non sapeva che pensare; ella mi nascondeva qualche cosa; pareva a quando a quando volermisi accostare per rivelarla, e che l'animo non le bastasse.
--Che hai? le chiesi ponendomi all'improvviso d'innanzi ad essa, e carezzandole le guancie colla mano.
Arrossì, si turbò nella risposta, e tentando districarsene, si confuse peggio.
--Ho paura.... balbettò poco dopo; ma non disse altro.
--Di che?
Invece di rispondermi si gettò fra le mie braccia e nascose il capo sul mio omero."
XXXI.
"Clelia era madre.
Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.
Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere madre.
--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci, mi diceva in quei momenti con abbandono.
M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.
Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:
--Guardami bene.
--Ti vedo, le risposi sorridendo.
--Non è vero che sono piccina?
--Non mi pare.
--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua essenza.
Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare da senno al nostro bambino.
--Puoi dire: la nostra creatura; le osservai un giorno sorridendo.
--Perchè?
--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?
--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.
--Ed io voglio che sia una bambina.
--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli; voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non replicare, altrimenti vado in collera davvero.
Perchè non andasse in collera, me la strinsi al cuore teneramente."
"Malgrado i suoi pronostici e i suoi voleri assoluti, il bambino fu proprio una bambina, come io aveva desiderato.
Non ho mai saputo comprendere la causa della insana predilezione che sogliono le madri accordare ai maschi. Un filosofo materialista ne attribuisce la simpatia del sesso--tal sia di lui s'egli non vede più in là. Però qualunque ella sia codesta causa, io sono convinto che nasconde un'ingiustizia.
Me ne era ripetuto cento volte le ragioni, ed aveva desiderato una bambina.
"Un bambino, m'era detto, non sarà tuo che fino all'età di cinque o sei anni; più oltre diventerà caparbietto, insolente, distratto, e ti farà andare in furia più d'una volta. A vent'anni, se mai avvenga che le sue idee non si accordino colle tue, ti abbandonerà senza dolore; si darà al giuoco, allo stravizzo, agli amorazzi; vorrà fare il cospiratore, vorrà cacciarsi nelle fila dei soldati per vanità, e col pretesto della gloria ti farà provare palpiti non mai sentiti--temerai ch'egli ti venga meno ad ogni tratto--Al contrario una fanciulla è un amore perenne: la vedrai crescere per lunghi anni dinanzi ai tuoi occhi--sempre egualmente desiosa delle tue carezze, sempre ingenua, sempre dolce--e vorrà che tu pigli parte ai suoi giuochi infantili, e ti salterà sulle ginocchia per abbracciarti e carezzarti colle sue piccole mani. Quando sarai invecchiato ed ella cresciuta tanto da non amar più la bambola, si compiacerà d'uscire con te e darti braccio; ti preparerà di sue mani il caffè, che è la tua bevanda favorita; terrà in ordine la tua guardaroba, vorrà numerare la tua biancheria--e quando la sorte le avrà dato un buon marito e che tu ne sia lieto, ella ti lascierà piangendo, e ti trarrà in disparte per dirti fra le lagrime che le duole di separarsi da te, e prometterti che non passerà giorno senza venirti ad abbracciare. Quando sarai cadente per vecchiaia, persuaderà il marito a raccoglierti sotto il suo tetto; al tuo arrivo ti manderà incontro i suoi figliuoli, che si caccieranno fra le tue gambe chiamandoti nonno...."
Per tal guisa io andava alimentando il mio desiderio; ed io credo che se le mie speranze fossero andate deluse, la gioia di esser padre non avrebbe pagato il mio dolore.
Pensa adunque la mia gioia quando mi nacque quella bambina.
Avea lo sguardo, la bocca e il riso di Clelia; e sebbene mi fosse vivamente contrastato, io sostenni sempre che n'avesse anche il naso; però il nome non doveva essere altrimenti.
Se non che in ciò incontrai grave opposizione per parte di Clelia che venne persuadendomi non so con quali argomenti a battezzarla col nome di Bianca, ch'era un bel nome. E poi che non voleva contraddirle in ogni cosa, mi arresi; però fu fermato che l'avremmo chiamata Bianca.
Questo angioletto che veniva a visitare la nostra casa e ad iniziare la nostra famigliuola, fu salutato con festa; per esso la sorgente delle nostre dolcezze fu moltiplicata; rinnovate le nostre abitudini e dato loro un altro indirizzo. Quind'innanzi la nostra vita non avrebbe avuto un solo istante di vuoto; quella bambina la riempiva tutta, noi vedevamo d'innanzi uno scopo, comprendevamo pienamente le ragioni della creazione, ne avevamo in mano le fila; parevaci d'aver penetrato il segreto della divinità.
Quanto è audace l'amore di amante, quanto è sereno quello di sposo, altrettanto è robusto ed operoso l'amore paterno. Il mio cuore educava a un tempo i tre affetti, li custodiva gelosamente, e ne irraggiava di continuo, come il fiore i suoi profumi. L'affetto è il profumo del cuore.
Quella creatura è oggi l'unico conforto di questa terribile vedovanza del mio cuore. Per essa io posso ancora ingannare la mia solitudine, crescere vita alle mie memorie, rinvigorire il culto melanconico che ho sacrato a quell'angiolo che m'ha lasciato.
Se tu vedessi quanto le somiglia, come l'ingenuo suo sorriso infantile ricorda il mesto sorriso della povera morta.
Io passo molte ore della notte al suo capezzale,--finchè non si sia addormentata, ella mi rivolge la sua testolina, sorride e mi porge a quando a quando le mani per abbracciarmi. Quando dorme io me ne sto silenzioso a guardarla col gomito appoggiato al guanciale, e allora mi pare di sentire la presenza d'un essere invisibile che penetri dentro di me, che mi avviluppi in un amplesso di fuoco, e mi parli una parola dolce in segreto.
Credi tu che gli spiriti dei defunti possano abbandonare le regioni dell'aria, e visitare il tetto che li aveva in vita, e confortare i dolori che hanno lasciato?
Non mi dire di no.
Anch'io ho sorriso molto tempo di questa credenza; oggi è la sola che mi sia cara, e m'affanno per arrestarla.
Se questa fede non m'inganna, la poveretta non mi ha lasciato del tutto--sol ch'io la chiami colla mente, ed ella si appoggia subito al mio fianco, sol ch'io le parli, per udire ancora la sua voce--per vederla non ho che a cercare il suo volto affilato sotto le guancie un po' più ritondette della piccina.
Tutto ciò avviene misteriosamente, senza che quasi io ne abbia coscienza--non vi occorre che un atto debolissimo di volontà che si produce come per attrazione invisibile.
Nulla di più puro, di più dolce dello spirito di lei come suole apparirmi in queste fantastiche visioni--la mia anima pur essa ne rimane mutata; il dolore cede al raccoglimento sereno--l'amarezza alla mestizia. È un sospiro all'amore, all'eternità dell'amore forse, e vi si mesce un vago ed indefinito timore che non conturba. La morte sola mi farà leggere quella pagina, io sento che oggi tutte le potenze del mondo lo tenterebbero invano.
Come è monca la vita! quanto perplesse e dubbiose le sue rivelazioni, quanto oscuro il suo linguaggio!
Gli uomini hanno chiesto alla Natura il suo segreto, e la Natura ebbe pietà delle loro smanie, e concesse loro a brandelli un lurido cencio perchè nascondessero la loro nudità. Gli stolti ne andarono orgogliosi, e si tennero in gran concetto, e quel povero mantello battezzarono: Scienza. Felici, se poterono illudersi! Ma il pensatore rifiuta l'aridità di questa scienza boriosa; egli domanda le cagioni--e la Natura è muta, inesorabilmente muta.
La morte è la grande rivelazione--il Calvario è più eloquente del Sinai."
XXXII.
"Era passato un anno dalla nascita della nostra bambina; noi non ci saziavamo mai di vederla, di recarcela sulle braccia e coprirla di baci. Quel piccolo amore incominciava a balbettare, a chiamarci a nome. La nostra felicità era così grande, che quasi la temevamo.
La felicità è paurosa al pari della sventura; il troppo sofferire e la sovrabbondanza di gioia infiacchiscono allo stesso modo--però il tapino che non ha nulla a perdere teme la codarda prepotenza degli uomini e l'uomo dovizioso e contento teme l'instabilità della sorte. Così il fardello delle miserie non cessa un solo istante di battere sul dorso dell'umanità incurvata.
Di quei giorni ricevetti lettera di Eugenio da Roma. Aveva compiuti i suoi studi presso un artista celebre che era morto poco prima; però egli si trovava solo e sarebbe venuto a stabilirsi a Milano. Sperava di riaccostarsi in qualche modo alla sua infanzia riaccostandosi a me che ero stato fra i pochi suoi amici di quell'età benedetta.
La sua lettera era mesta, esalava un profumo di amore, di dolcezza, di entusiasmo melanconico. Mi parlava a lungo del suo maestro come se io lo avessi conosciuto, di quadri che egli aveva in mente di fare prima di morire, di quelli che aveva condotto a termine negli ultimi giorni di sua vita.
Le sue parole mi fecero una strana impressione. Tentando raffigurare Eugenio ai miei occhi, ne feci da principio un ritratto di capriccio; lo immaginai alto di statura, con barba bionda e rara, e coi capelli lunghi, a poco a poco quel tipo si trasformò nella mia testa, nè io seppi riuscire ad altro che all'Eugenio del collegio. Allora fui tratto a pensare al mio passato, ritessei la lunga tela della mia vita conturbata, rifeci ad uno ad uno i miei viaggi faticosi.
Melanconica cosa la memoria; quel ripetersi le gioie e i dolori senza provarne lo spasimo e la dolcezza, e dire a sè stessi che tutto ciò non è più, non sarà più mai; e che pure è una parte di ciò che noi siamo. Però io diventai mesto; ma quando vidi venirmi incontro Clelia sorridente e colla bambina fra le braccia, allora io sentii qualche cosa di freddo, quasi un brivido di piacere corrermi per le vene, e mi gettai nelle braccia di quelle creature coll'anima traboccante di fede. Quelle creature erano il mio avvenire.
Da quel punto non pensai più che a rallegrarmi della mia felicità. Rivedere Eugenio, dividere la mia vita fra l'amicizia e l'amore era troppo grande fortuna perchè io me ne mostrassi ingrato.
Comunicai a Clelia la lieta novella e con tanta anima come se io mi tenessi sicuro di farle piacere, e che il suo giubilo dovesse crescere il mio. Ella sorrise e mi domandò chi fosse Eugenio; e poichè comprendeva che la sua domanda mi avrebbe confuso, unì le sue mani passandole attorno al mio braccio, e mi guardò in volto carezzevole.
"Tu hai cento volte ragione;" le dissi. E siccome mi sovvenne allora che non solo Clelia non conosceva Eugenio, ma non ne aveva forse udito parlare una sola volta da me, le palesai brevemente i nostri rapporti di collegio, facendo di lui un ritratto lusinghiero, perchè ella pigliasse a stimarlo. Clelia mi ascoltava, pareva godere del mio godimento, e mi assicurava che avrebbe avuto piacere di conoscerlo. Se non che io scorsi nelle sue parole un po' di freddezza, e quasi me ne piccai. Ella se ne avvide e mi si fece dappresso.
"Quando arriverà egli? mi domandò.
"Fra quattro giorni.
"E tu gli andrai incontro, non è vero? e passerai le tue giornate con lui, mi abbandonerai per questo nuovo amico che viene appositamente da Roma per allontanarti da me?...
La poveretta parlava in sul serio; io non sapeva che risponderle, ma il mio cuore traboccava di tenerezza. La confortai come seppi; le ripetei mille giuramenti; e che io l'amava più d'Eugenio e che l'avrei amata sempre.
Quando fu più calma, levò il suo volto ingenuo e mi confessò ch'era gelosa e che ci badassi."
XXXIII.
"Quattro giorni dopo io mi recai di buon mattino ad aspettare l'arrivo di Eugenio. Vi andavo col cuore commosso, come se mi appressassi alle mura del collegio di B. e salissi per le scale e m'aggirassi per i corridoi una volta popolati dalle nostre voci argentine.
Per via mi domandavo come avrei fatto a riconoscere Eugenio, e s'egli avrebbe ravvisato me; ma poi che nessuno dei due poteva lusingarsi di tanto, io mi affannavo in quel quesito. "E via, pensai, non ne ho il ritratto nella mente? che se la memoria mi fallisse, non porto io nel petto un consigliero che mai non inganna?"
Così riconfortato, attesi più calmo. Udii il fischio del vapore e il pesante rallentare delle carrozze, e vidi schiudersi le porte, e uscirne una frotta di gente d'ogni sorta coll'aria annoiata e stracca.... Guardai quei volti ad uno ad uno; il cuore martellava stranamente, ma non mi aveva ancora detto: "vedilo, è lui...."
Coloro avevano tutti aspetto d'uomini impensieriti delle loro faccende; ora Eugenio, secondo il mio concetto, doveva camminare ridente, e a un tempo affannoso, per rivedermi. E poi eran tutti bruni, o m'era parso; e se v'era qualche biondo frammezzo, gli era un personcino dilicato, mentre Eugenio per quanto io aveva strologato, doveva essere assai alto di statura.
Erano tutti passati; le porte s'erano rinchiuse, e il cuore non m'aveva peranco detto nulla.
Volsi lo sguardo intorno a me; i viaggiatori si cacciavano dentro le carrozze; interrogai dell'occhio la fisionomia di coloro che m'erano più presso, ma non seppi ricavare da nessuno di quei volti le linee giovanili d'Eugenio quali m'erano rimaste in mente. A un tratto m'accorsi che un uomo mi guardava--lo guardai; era bruno, di mezzana statura, giovane tuttavia ed assai bello. Non era il ritratto che io cercavo, e volsi il capo altrove, e per poco mi parve d'avere il fatto mio e corsi dietro ad una persona alta, di cui io non vedeva che le spalle, ma che avrei giurato ch'era Eugenio. Se non che in quella mi sentii toccare per un braccio dolcemente; era il giovine bruno di poco prima.
"Raimondo.... disse egli confuso.
"Eugenio, dissi io--e ci abbracciammo più impacciati che inteneriti."
XXXIV.
"Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo, sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini, teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta. Sulla riva del Purus io m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al momento di rivederlo. Nè io amai per gran tempo quel palmizio benefico--anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare dalla soglia della propria casa.
Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito sgradevole.
Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine. Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o lascieranno sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti segnali d'innamorati. Quei due castelli sono lì, immoti, colossi terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due esseri di sasso non s'è udita più mai.
Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche; si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo ch'egli ingannava sè stesso, viveva lieto dei suoi inganni.
Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita dalla sorte.
Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta; nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede; avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava nulla, fuor che di benedire.
Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.
Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il mondo con un nuovo sorriso.
Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un concetto, domandava un'ispirazione, voleva creare. Questo era il suo dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.
Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale, e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.
In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione, come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele nel breve giro di alcuni mesi.
Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la vita dell'uomo, ed è fango.
In breve diventammo indivisibili.
Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei occhi, che mi celava l'animo suo.
Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.
Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto, nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai suoi timori.
La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?
--Tu esci; non guarderai nessuno per via?...
--Nessuno, mi conosci.
--Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i giovinotti; non è vero che sono sfacciate?
--Impertinenti....
--Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle....
XXXV.
"Eugenio veniva sovente di buon mattino per andarne insieme a passeggiare lungo i bastioni dei platani. Egli amava la natura, e diceva sempre di volerla sorprendere appena desta; quelle passeggiale all'alba fecero assai bene alla mia mente, e rinnovarono le mie forze. Ma per Clelia erano un martirio; s'era fatta una legge di non farmene più rimprovero, ma io mi accorgeva ch'ella ne soffriva.
--Tu finirai per dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.
Le risposi con mille carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così innocente dei suoi rimproveri, che doveva far forza a me stesso per non lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio spirito voleva ribellarsi a quel giogo, e diventava più insofferente ogni giorno; avessi io avuto una colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male quanto il sapermi accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così dolce, così debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni volta di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo volto nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si allargava; mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto che queste scene si rinnovavano.
Com'era naturale, Clelia aveva concepito una strana ripugnanza per Eugenio. In cuor suo lo accusava di rapirmi a lei, d'aver posto fra le nostre anime un intervallo che prima non esisteva, e d'essercisi cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi sogni pazzi d'artista, colle sue fantasie.
Io comprendevo tutto ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio; parevami che perchè io l'amavo anch'essa dovesse sentirne a parlare volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in silenzio, ed io interpretando in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità di dirle ciò che io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del mio amico. Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi al volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia, ripetendomi cento volte che mi amava.
Ignoro se Eugenio si accorgesse allora di questa antipatia bizzarra, irragionevole, che avea destato in Clelia. Egli era così poco vanitoso ed avea così povero concetto di sè medesimo, che forse non si meravigliava punto che altri gli addimostrasse freddezza. Fors'anco si era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le ragioni, o avesse temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo sospetto, non ne lasciò apparire alcun segno.
Una mattina Clelia si attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la conducessi per le camere come una volta. Mi diceva un mondo di cose; s'era svegliata di buon umore, mi amava più del solito, voleva che io l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille capricci, ma ne sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta perchè quel giorno amava d'essere pazzarella.
All'improvviso si arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle sue braccia, volle che io le accordassi un favore. Io era felice di poterla contentare, e glielo dissi.
--Bianca, disse a voce bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che è laggiù, e mi additava la camera della balia, impallidisce, vien magra....
--Che dici mai! t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.
--Ed oggi non lo è più, ribattè con un sorriso furbo che parea domandare dì non esser colto in fallo.
--Ebbene?
--Ebbene, la poveretta ha bisogno di muoversi, di veder la campagna, di sedersi sull'erba, di raccogliere le piccole margherite, di salutare la primavera che è così bella....
--La nostra creatura sedersi sull'erba, raccogliere le piccole margherite!.... ma ti pare?... e avrei continuato nella mia meraviglia, se non avessi visto Clelia sorridermi collo stesso sorriso di prima.
--Ho inteso, dissi, ho inteso tutto, pazzarella; ma perchè ricorrere a questo sotterfugio?...
--Ti ho prevenuto; questa mattina ho voglia di scherzare. Acconsenti?
--Acconsento.
--E lascerai a me la scelta del luogo?
--Al tuo capriccio.
Fece un piccolo salto di contentezza, e mi baciò nel volto.
--Ma non è tutto, soggiunse poco dopo. Io voglio che noi siamo soli....
--Soli! e la piccola Bianca che è pallida e che immagrisce?... bisognerà condurre anche la balia....
--Senza dubbio--non è questo--non farmelo dire: io so che tu ci soffri...
--Eugenio....
Clelia chinò gli occhi senza dir motto.
--Noi saremo soli, le dissi imbronciato.
--Ma tu diventerai più lieto, non è vero? Non vorrai già tenermi il broncio per questo? E perchè non saremo noi soli una volta, a nostro agio? e perchè non potremo noi carezzarci e sorridere senza essere visti da un'estraneo?
--Eugenio non è un estraneo; un amico non è un estraneo, interruppi. Gli uomini onesti apprezzano troppo i loro sentimenti per umiliarli e tradirli in questo modo. Voi donne non conoscete amicizia--chi nol sa?--però io ho sempre dubitato se voi donne abbiate il cuore fatto come il nostro.
Clelia non rispose--piangeva.
Allora la tenerezza, vincendomi il cuore, mi fè correre in mente il dubbio sulle mie stesse parole, il dubbio sopra di me, sopra i miei sentimenti. Mi rimproverai di disconoscere l'amore di Clelia, di non apprezzare come meritava quello stesso ingiusto contegno con cui essa trattava Eugenio. Era gelosia, era egoismo d'amore, ma era amore. Dovevo io farle una colpa d'amarmi di tal guisa? E il volere il suo amore, tutto il suo amore, ma rifiutare ad un tempo ciò che in esso vi era di affannoso, non era egli egoismo più grande? e non avrei io distratto di tal guisa quell'affetto che mi era così caro?
Tutti questi pensieri turbinarono un brevissimo istante nel mio capo--mi accostai a Clelia, e le dissi che avrei fatto il suo volere, che non era desiderio di contraddirmi, ma dolore di vederla così ingiusta verso un amico sincero che mi avea suggerito parole così aspre; mi perdonasse. Mi perdonò.
Si fecero i preparativi per la gita in campagna--furono presto fatti--non recavamo nulla con noi, saremmo andati alla ventura--era il volere di Clelia.
--E da qual parte ci volgeremo?
Clelia pose l'indice attraverso la bocca, con aria di mistero. Era un segreto.
Noi stavamo per uscire di casa, quando Charruà venne ad avvisarmi che Eugenio mi aspettava.
Guardai Clelia in volto; si trastullava col suo ombrellino con aria apparentemente distratta.
Uscii dalla camera e andai incontro ad Eugenio; lo accolsi freddamente, egli non se ne accorse o attribuì ad altro il mio contegno. Gli dissi che io uscivo; che sarei andato in campagna con mia moglie.
--Per molto tempo? domandò meravigliato.
--Ritorneremo questa sera. E ad evitare che egli si proponesse per compagno, gli domandai come avrebbe passato la giornata.
--Contava passarla teco, mi rispose indifferente; ma poichè tu vai in campagna....
Come potevo io non dirgli che venisse con noi? In un baleno pensai ogni mezzo per evitarlo--non ve n'era alcuno. S'egli avesse proseguito a parlare, se avesse detto due sole parole di più... ma egli taceva. Lo invitai. Era impossibile che egli non indovinasse lo sforzo con cui io gli faceva questo invito--ma s'egli non dubitava di nulla, a che mai attribuirlo? Mi domandò se non sarebbe riuscito importuno--gli risposi diamine, ma freddo. Eugenio comprese che la sua compagnia in quel giorno non era desiderata. Mi strinse le mani, e sorridendo ingenuamente: "io sono un pazzo, mi disse; volermi cacciare framezzo a due sposi che vanno a scampagnare; non accetto l'invito; per quanto tu faccia, io comprendo che vuoi esser solo."
Lo avrei abbracciato; invece, poichè mi vedevo oramai al sicuro, gli ripetei l'invito con qualche insistenza.
--Saluterò tua moglie, soggiunse Eugenio, ostinandosi nel rifiuto.
--È di là, e corsi ad avvisarla.
La trovai intenta a spogliarsi di una veste di mussola a scacchi che aveva indossato per la campagna.
--Che fai? le domandai un po' stizzito.
--Lo vedi, e a temperare il mio dispetto mi venne incontro carezzevole chiamandomi: amico mio.
Le dissi che saremmo stati soli, che Eugenio non veniva, che si affrettasse che egli voleva salutarla.
--Davvero! esclamò battendo le mani; andremo dunque ancora in campagna, e saremo soli, e correremo nei prati!... che piacere!
La interruppi e le ripetei che Eugenio aspettava per salutarla.
--Ben volentieri, disse con malizia; gli sono riconoscente a quel povero signor Eugenio.
Nell'uscire salutò cortese più del solito il mio amico; e ci avviammo per la campagna.
--Dove andiamo noi, domandai un'altra volta.
Ella pose ancora l'indice attraverso le labbra. Era un segreto."
XXXVI.
"Uscimmo per la porta più vicina. Clelia era fuor di sè dell'allegria; si attaccava al mio braccio, e mi lasciava improvvisamente per correre ad accarezzare la bambina, la quale incominciava a muovere i primi passi da per sè.
La balia era una buona donna, che amava molto la piccola Bianca. Non aveva voluto lasciarci, non avevamo voluto che ci lasciasse e continuava a starsene con noi. Anch'essa era giubilante, seguiva attenta i passi incerti della bambina, e quando minacciava di cadere se la toglieva sulle braccia e correva inseguita dalla mamma.
Si andò a caso un gran pezzo.
--Dove andiamo noi, in fede mia?
Clelia non pose più l'indice attraverso le labbra, ma si fece presso a me sorridendo, e mi disse di non saperlo; e che la bambina aveva appetito, e da gran tempo rifiutava il latte; però bisognava cavarsi da quest'impiccio.
Per buona ventura lì presso, a un trar di sasso appena, era una bicocca mezzo sepellita dai gelsi; però fattomi innanzi, vidi penzolare un'insegna irruginita che non era avara di promesse a chi voleva tentare l'esperimento.
Proposi a Clelia di entrare in quella locanda; battè palma a palma le mani, e si fe' innanzi per la prima. Se un uragano avesse scoperchiata quella misera casetta, e una tempesta di napoleoni d'oro l'avesse colmata lino al tetto, io penso che quel buon diavolaccio d'oste non avrebbe avuto più piacevole sorpresa. E' ci venne incontro confuso, colle gote arrossate dal piacere, girando e rigirando fra le mani il suo berretto.
Quella fu una giornata benedetta; io me ne ricordo sempre con tenerezza, con dolore.
Ho riveduto più tardi quella casa, e il volto rubicondo di quell'oste. Egli mi riconobbe, e s'inchinò allo stesso modo, e fece girare allo stesso modo il suo berretto, offerendomi i suoi servigi.... Ma io vi era andato per ritrovare un frammento della mia felicità seppellita, vi era andato per piangere."
XXXVII.
"La giornata passò rapidissima; il piacere ha le ali leggiere, e corre veloce innanzi agli occhi dei mortali. Ritornammo a Milano dopo il tramonto.
Clelia non si saziava di dirmi che s'era divertita.
--Quanto sarei mai felice se potessi essere sempre con te in campagna!" mi ripeteva ad ogni tratto.
Le promisi che vi saremmo andati presto per fermarci alcun tempo.
--Soli?
Questa insistenza in un'idea che feriva ingiustamente il mio buon Eugenio mi afflisse. Tuttavia non me ne offesi.
--Soli, le risposi, e non altro.
--Così va bene, soggiunse Clelia; ma questa volta impensierita, come se temesse di aver ridestato il mio malumore e se ne pentisse, e scendendo in cuor suo comprendesse per la prima volta d'essere ingiusta.
--Oggi che non l'ho visto, sono più disposta a perdonargli, mi disse qualche tempo dopo scherzando.
--A chi? domandai distratto.
--E a chi se non al tuo amico, al signor Eugenio?
Le risposi con un sorriso; e finsi di non porvi gran fatto mente continuando a sfogliazzare un antico albo di paesaggi svizzeri, ma in segreto me ne compiacqui, e dissi a me stesso che se Clelia m'aveva detto quelle parole, doveva aver pensato fino a quel punto ad Eugenio; e che se vi aveva pensato, non poteva andar molto che anch'essa avrebbe apprezzato le virtù di quell'anima gentile.
Però mi lusingai che si sarebbe ravveduta.
XXXVIII.
"Per tutto il dì successivo attesi inutilmente Eugenio. Quando fu presso all'imbrunire uscii sperando d'incontrarlo per via, mi recai alla sua abitazione, e seppi che era rimasto assente tutto il giorno.
Rifeci i miei passi--sulla soglia incontrai Clelia che m'avea aspettato dalla finestra. Le cinsi il collo del mio braccio, ella passò il suo intorno al mio corpo.
--Si sarà egli offeso? mi disse.
--E chi mai?
--Il tuo amico Eugenio?
Credevo di no, e glielo dissi."
XXXIX.
"Il domani lo aspettai ancora senza frutto--andai in traccia di lui come nel giorno innanzi, ma senza poterne avere alcuna notizia.
Me ne ritornai a casa fantasticando mille cose senza riuscire ad appagare il mio spirito irrequieto.
Questa volta Clelia non mi aveva visto dalla finestra, però non venne sulla soglia ad aspettarmi. Charruà mi additò l'uscio della sala con una espressione che non sfuggì alla pratica che io aveva del suo volto. Egli aveva una buona notizia; sapeva di farmi piacere--ma siccome tutto ciò era stato indovinato, non voleva tradirsi. Mi appressai rapido all'uscio e udii una voce nota--entrai; era Eugenio.
Eugenio seduto accanto a Clelia, le narrava forse la storia della sua assenza, una storia mesta perchè Clelia pareva commossa. In quel punto io non pensai al piacere di rivedere l'amico mio, all'ansietà passata in quei due giorni, al timore di averlo offeso, tanto io era felice di veder Clelia così mutata verso di lui. E pensai alle cagioni che avevano potuto operare questa trasformazione, e mi rallegrai quasi dell'assenza d'Eugenio, poichè parevami, e forse non andavo errato, di dover attribuire ad essa sola questo miracolo.
Strinsi la mano d'Eugenio, e m'assisi vicino a lui, interrogandolo cogli occhi. Clelia risollevò i suoi verso di me e sorrise. Quel sorriso era un mondo di idee: una confessione vergognosa dell'ingiustizia con cui aveva sempre trattato Eugenio, una promessa di non farlo più; e quasi un dirmi: "vedi, t'ho obbedita--perdonami."
Quel sorriso meritava una risposta; le domandai dolcemente che cosa l'avesse commossa. Mi fè cenno della mano ascoltassi Eugenio. Ascoltai. E seppi allora come egli fosse stato assente a cagione dell'arte sua; e come un barone T... tedesco lo avesse chiamato presso di sè in una villa del Lago di Como per il ritratto d'una bambina morta. La piccina non aveva che tre anni ed era bella--Clelia aveva pensato a Bianca e s'era intenerita. Io stesso a quell'immagine melanconica mi sentii commuovere--se non che in quella udii nella camera prossima la voce argentina della nostra creatura. Ricambiai con Clelia uno sguardo d'intelligenza e il suo volto si rifece sereno."
XL.
"Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia.
La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano, si confondevano in una sola.
Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne accusano la provvidenza--nessuno può scoprirne le fila misteriose.
Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto tempo repressi; io era libero d'amare.
Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se ne compiacque.
Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio; non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia.
Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse l'uno meglio dell'altro.
Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie.
Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.
Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe artista.
Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente.
Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo comune.
Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi; quale più non era facile determinare.
Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.
Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna i passi della miseria.
Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.
Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più feconde.
In quella notte Eugenio ebbe una idea....
E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione suprema ed entrò.
Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa che rassomigliava ad un sì.
Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un rispondere affannoso di sì e di no--poi il frate volle recitasse il confiteor, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta il confiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.
Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.
A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza.
Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere, cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore. Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente."
XLI.
"Un'altra volta ritornando a casa, ove sapeva d'essere aspettato da Eugenio, entrai in sala all'improvviso. Eugenio era seduto sopra una sedia daccosto al tavolo. Clelia sul divano in attitudine d'ascoltare.
Al vedermi Clelia fè un atto di sorpresa--non m'aveva udito ad entrare perchè era distratta--non poteva essere altrimenti. Però sorrisi della sua debolezza--essa arrossì in volto e non sorrise. Non vi badai gran fatto, e mi rivolsi ad Eugenio.
--Che cosa narravi a mia moglie? gli domandai scherzoso.
Eugenio mi porse la mano.
--Parlavamo di pittura--le facevo una proposta che tu devi farle accettare.
--Sentiamo....
--Voleva fare il ritratto ad entrambi, prese a dire Clelia.
Eugenio assentì collo sguardo.
--La buona idea! dissi io, converrà bene accettare mia cara.
--Prima però faccia il tuo, disse Clelia.
--Non sarà mai, prima il tuo....
--Via, sii buono....
--Sii buona....
Fu stabilito che Eugenio avrebbe incominciato al domani il ritratto di Clelia."
XLII.
"Il domani un cavalletto da pittore collocato dinanzi ad una finestra, un'ampia tela fermata sovr'esso, la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno sgabello a tre piedi, attendevano la prima seduta.
Eugenio non solo fu puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona mezz'ora per preparare le sue matite e i suoi pennelli. Clelia si acconciava a malincuore all'idea di doversene stare immobile per un pezzo--il suo corpicino era tutto foco.
--Lo vedi, mi disse ella--oggi non posso star ferma, sono una pazzerella--il signor Eugenio dirà assai male in cuor suo di me, e sciuperà il suo tempo inutilmente--se incominciasse da te--la tua gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.
Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè potesse vedermi senza volgere il capo.
Accondiscesi.
Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo, veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente, penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma, e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle dell'amante lo passano."
XLIII.
La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia, ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva sempre maggior vita in quella fantastica creazione.
Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio, noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.
L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso, l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.
In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata. Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza? Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della mia muta contemplazione.
Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore, quanta era la vitalità di quel quadro.
Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.
Charruà entrò portando un candelabro acceso--la nuova luce diradò la folle visione e i vaneggiamenti della fantasia conturbata."
XLIV.
"Passarono alcuni giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue sedute; Clelia anch'essa non aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma sapeva di farmi piacere e non si lamentava.
La tela era oramai al suo termine, il volto e le mani erano finite con cura, ci si vedeva entro la vita; si poteva girare attorno alla sua persona, e l'aria dietro il capo scherzava coi suoi capelli. Se fossero stati sprigionati, avrei creduto di agitarli col mio respiro.
Era una bella tela, da inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato l'autore. Eugenio pareva compiacersene; durante le sue sedute egli rimaneva talora alcuni istanti immobile a guardare Clelia, poi volgeva l'occhio sul lavoro, e il suo volto non accennava lo sconforto. Ma non accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non si palesava in altro modo.
Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti, e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna invece lo avrei nascosto a me medesimo.
Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così fragile il suo corpicciuolo di libellula!"
XLV.
"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri, mendicati giorno per giorno.
Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era stata già frutto di molte lotte.
Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.
Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e chinava gli occhi.
--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno stimato altrui una volta, lo stimano sempre.
Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.
Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e piangeva ancora."
FINE DEL PRIMO VOLUME.