XVI.
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Come sior Bortolo aveva predetto, il matrimonio del contino Leonardo rese intrattabile il signor Vinati, il quale vedeva frustrate le sue speranze di dare un titolo alla figliuola. La moglie di lui, che aveva tutte le bizze e tutti i rancori d’una femminetta arricchita, soffiava nel fuoco e minacciava il marito della sua collera s’egli non esigeva da quelle Zelenze (e qui la signora Vinati aggiungeva un epiteto energico) il puntuale rimborso del mutuo che scadeva appunto alla fine dell’anno.—Non un giorno, non un’ora, non un minuto—strillava la megera, implacabile come il destino. E anche altri creditori che fino allora non avevano badato a qualche ritardo nel pagamento degl’interessi, e non avevano mai detto di no alle domande di rinnovazione, si facevano meticolosi ad un tratto e dichiaravano senza cerimonie di non voler servire più da zimbello a nessuno. Sior Bortolo non sapeva a che santi votarsi. Invero, egli s’era già preparato la sua brava ritirata; aveva un bel poderetto in Friuli e una casa piena di grazia di Dio in Venezia, ma finchè c’era qualche osso da rosicchiare nell’azienda, non gli bastava l’animo di abbandonare le Loro Eccellenze. Povera gente! Sarebbero stati impicciati come pulcini nella stoppa.
Ormai la fama con le sue cento bocche spargeva dappertutto la notizia della prossima rovina dei Bollati, e sul palazzo pesava la tristezza che pesa sulle cose decrepite. Come suole accadere, i cosidetti amici di famiglia s’erano dispersi; non c’era ragione, dicevano, di andar a disturbar della gente che aveva tanti sopraccapi. Tutt’al più veniva ogni giovedì e ogni sabato il nobile Canziani, visitatore poco desiderabile, sia perchè pativa frequenti accessi di tosse, sia perchè i suoi reumatismi gli rendevano difficile di mettersi a sedere quand’era in piedi e di alzarsi quand’era seduto. I Rialdi, nella loro qualità di genitori della sposa, bazzicavano in casa ancora più spesso del solito, e pranzavano alla tavola dei parenti tre volte per settimana, ma stavan sempre con tanto di muso, non potendo perdonare ai Bollati i loro dissesti economici. Ed era di umor tetro anche don Luigi, il quale si vedeva mancar lo stipendio da parecchi mesi, e presentiva di dover presto abbandonare la sua sinecura, senza che gli fosse riuscito almeno di stampare il libro da cui egli si riprometteva l’immortalità.
Ah come sarebbero rimaste male le lustrissime Adriana e Marina, padrone e protettrici del defunto Nicola se, uscendo dal sepolcro per un momento, fossero penetrate nel salottino ch’esse avevano empito del loro sorriso, del loro cinguettìo festevole, della loro grazia elegante! Come avrebbero stentato a credere che fossero due Bollati quelle due donne dalla faccia scialba e dall’aria abbattuta che sedevano una di fronte all’altra davanti a un tavolino rischiarato da una lucerna a olio di cui un cappello verde raccoglieva entro un breve cerchio i tremuli raggi, mentre il resto della stanza era immerso nelle tenebre e la vecchia lumiera di Murano, riscintillante un tempo per cinquanta fiammelle, pendeva dal soffitto polverosa e dimenticata! Suocera e nuora talvolta giocavano a conzina, talvolta stavano a guardarsi senz’aprir bocca. Un’ombra scura si moveva nel fondo; era don Luigi che, sprofondato in una poltrona, ora stirava le braccia, ora accavallava le gambe; poco più in là Romeo, il soriano amatissimo dalla contessa, sonnecchiava e faceva le fusa, rivolto a spira sopra uno sgabello imbottito. Ogni tanto S. E. Chiaretta tralasciava a mezzo la partita o rompeva il silenzio per infilar le sue solite querimonie, fedele al suo antico sistema di presagire i maggiori guai senza esser capace di muovere un dito per istornarli da sè. Don Luigi rincarava la dose delle lamentazioni, Fortunata ascoltava pazientemente e taceva. Di tratto in tratto ella guardava verso l’uscio come chi attende qualcuno. Ma la persona da lei attesa non capitava. Capitava invece, prima di recarsi al Casino dei nobili, o al teatro, o al caffè Suttil, il lustrissimo Zaccaria, il quale, dacchè le sue faccende volgevano alla peggio, era diventato più loquace che mai, e discorreva de’ suoi colossali progetti agricoli, delle sue sognate rivendicazioni di feudi, d’una miniera aurifera ch’egli credeva d’aver scoperto in uno dei suoi poderi del Friuli e d’altre signorie fantastiche e cervellotiche.
Era forse in vista di queste ricchezze future che il conte Zaccaria, nonostante i suoi rigidi principii sull’integrità del patrimonio, aveva permesso che si cominciassero a vendere stabili e campagne. Rimedio che veniva troppo tardi per acconciare le cose. I prodotti dei fondi andavano nelle fauci dei creditori ipotecari, e quando si voleva procurarsi quattrini per disporne a proprio talento era necessario ricorrere allo spaccio furtivo (furtivo così per dire) di qualche oggetto d’arte o d’antichità; oggi un quadro, domani una statuina di bronzo, o un cammeo, o una collezione di porcellane, o un fornimento di pizzi. La servitù, che stentava a riscuotere il salario, approfittava della confusione e sottraeva ingegnosamente qualche coserella anche lei. Già le loro Eccellenze, sollecite del proprio decoro, non avevano stimato opportuno di licenziare i gondolieri, nè le cameriere, nè il cuoco, e queste ottime persone avevano dichiarato di restarsene al loro posto per solo amor dei padroni, aspettando tempi migliori. Anzi il cuoco spingeva l’abnegazione fino a prestar l’opera sua al contino Leonardo per agevolargli le sue particolari combinazioni finanziarie. Non gli dava più danaro direttamente, ma lo aiutava a trovarne ingarbugliando degli usurai acciecati dall’avidità del guadagno. Conchiuso l’affare, il signor Oreste si prelevava la sua provvigione a fronte, diceva lui, degl’interessi che gli spettavano per le sue sovvenzioni passate. Altro che interessi! Se si fosse fatto il conto, si sarebbe visto che il signor Oreste s’era da un pezzo rimborsato anche del capitale, ma in famiglia Bollati non si facevano conti.
Subito dopo il matrimonio, il nostro contino aveva ripreso la sua vita d’un tempo, e della moglie non si curava neppure. Che s’ella si permetteva qualche timida rimostranza, egli prorompeva in bestemmie e in contumelie e urlava che non lo seccassero, per Dio! Egli s’era sposato per compassione, per misericordia, ma non intendeva di essersi messo un laccio al collo, o voleva divertirsi, e star con gli amici e spassarsela con femmine belle ed allegre; che già di lei, di Fortunata cioè, se ne persuadesse pure, egli era stucco e ristucco.
Che pena devess’essere per Fortunata il subire un trattamento simile, s’intende facilmente. Buon per lei che s’ella non aveva nessuna delle qualità vigorose che servono a domare le avversità, possedeva però tutte le virtù passive che aiutano a tollerarle. Alla brutalità del marito, all’alterigia dei suoceri, i quali, pur non vedendola di mal occhio, la consideravano poco più d’una cameriera, ella contrapponeva una calma, una mansuetudine infinita. Le acerbe parole, gli sfregi celati o palesi non potevano scancellare dal suo cuore la riconoscenza per Leonardo che l’aveva sposata, per il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta che l’avevano accolta nella loro casa. Ed ella sperava di conquistarsi meglio il suo posto quando le fosse nato il suo bambino, quel bambino nel cui pensiero ella riposava la mente nell’ore più sconfortate e più tristi. In quanto alla catastrofe finanziaria verso la quale si correva a passo accelerato, ella non se ne angustiava troppo. Cresciuta nella persuasione dell’immensa ricchezza dei Bollati, ella non concepiva neanche la possibilità ch’essi avessero a cadere in miseria; sarebbero diventati meno ricchi; la gran disgrazia davvero! Che bisogno aveva ella di vestiti sfoggiati, di teatri, di gondole, di cavalli, di cocchi? D’un po’ d’amore ella aveva bisogno, ecco tutto, e quest’amore la sua creatura almeno non glielo avrebbe negato.
Nei vecchi tempi, la nascita d’un erede in famiglia Bollati era un fatto di grande importanza. I primi ostetrici della dominante prestavano le loro cure alla puerpera, e i parenti e gli amici accorrevano in palazzo ad attendere con trepida ansietà lo scioglimento favorevole della crisi. Ma la povera Fortunata non ebbe il piacere di mettere in iscompiglio la cittadinanza. La notte in cui ella fu colta dalle doglie il conte Leonardo gozzovigliava in un’osteria con altri scapestrati suoi pari. Avvertito delle condizioni in cui si trovava la contessa moglie—Io non posso far nulla—egli disse giudiziosamente.—Bisogna chiamare la levatrice.
E poichè lo assicurarono che quest’utile provvedimento era già stato preso, egli soggiunse:—Quand’è così, lasciatemi in pace.
E seguitò a mangiare e a bevere fino alla mattina. Allora, tornando a casa mezzo brillo, egli ricevette la lieta notizia che sua moglie, dopo sofferenze non lunghe ma acute, aveva dato alla luce una bimba.
—Neanche buona di darmi un maschio—egli brontolò con mala grazia.
Alla piccina furono imposti i nomi di Chiaretta, Luigia, Adriana, Teresa, Veronica, Margherita. Questo lusso di nomi era tradizionale nelle femmine di casa Bollati, e non si volle che in ciò la nuova contessina fosse da meno delle sue antenate. Delicato riguardo del quale non sembra però che la neonata fosse molto riconoscente, perchè subito dopo il battesimo ella principiò a strillare come un’ossessa e strillò per tre giorni e tre notti consecutive. Trascorso questo termine, ella perdette la voce e il fiato e si credette che sarebbe morta prestissimo. Ma la madre con le sue carezze, co’ suoi baci, con le dolci parole susurratele nell’orecchio la persuase a vivere. Povere mamme egoiste! Vi par proprio che la vita si apra così bella ai vostri figliuoli?
La piccola Margherita (era questo tra i sei nomi della fanciulla quello con cui la si chiamava) prese un po’ di carne e di colore appena fu condotta in campagna. E Fortunata si sentiva così felice, così felice! Quand’ella poteva star vicino alla bimba e chinarsi sulla sua cuna, e covarla cogli occhi, e mirarne i moti inconscienti, e interpretarne il linguaggio, ella non aveva tempo d’accorgersi di quant’altro succedeva intorno a lei. Tutt’al più, qualche volta, le spuntava una lagrima sul ciglio al pensar che Leonardo non si curava di quest’angioletta e non le aveva dato ancora neppure un bacio. Del resto, il brontolio della suocera, le visite frequenti di sior Bortolo che lasciava sempre dietro di sè uno strascico di nuvoloni, la turbavano mediocremente. Certo la villeggiatura non era più quella d’un tempo; non c’erano banchetti, non c’erano ospiti, ma che ne importava a lei che aveva la sua Margherita?
Sua madre, la contessa Zanze, non riuscì a svegliarla che a mezzo dal suo beato sopore. La contessa Zanze, com’era suo dovere, venne a far visita ai parenti, e, quando fu sola con Fortunata, le riferì tutte le chiacchiere della piazza sul conto dei Bollati, e le disse che s’era giunti al punto di dover affittare il piano nobile del palazzo a un lord inglese. Non avevan detto nulla a lei?.... No? Ah quest’era il conto in cui si teneva la sua figliuola? Oh se si sarebbe fatta sentire! Ma intanto si ricordassero tutti, anche Fortunata, che i nodi venivano al pettine, e che per scampare dalla miseria bisognava almeno mettere in salvo qualche cosa, prima che i creditori se ne impadronissero.... perle, diamanti, trine, oggetti insomma di poco volume e di molto pregio. Aveva capito? Sì o no? Gran fatalità la sua di aver sempre da fare con gente di poco cervello!
Fortunata non potè a meno di ripetere a suo marito i discorsi che le aveva fatti sua madre, di chiedergli se ci fosse nulla di vero in tutto ciò.
—Che ne so io?—egli rispose stringendosi nelle spalle.—Fanno, disfanno, comprano, vendono, senza chiedere il mio parere.... Tutti imbroglioni, tutti furfanti.... I nostri nonni, che Iddio li abbia in gloria, hanno cominciato loro a sciupare il patrimonio e noi facciamo il resto.... Io non voglio fastidi.... Finchè ce n’è, pretendo d’aver la mia parte; quando non ce ne sarà più....
—Oh, Leonardo,—proruppe Fortunata,—non puoi parlare così.... Non sei solo adesso.... Ci siamo.... c’è questa creaturina qui.... Per me, vedi, mi rassegnerei a dormir sulla paglia, a viver di pane e acqua.... ti giuro anzi che accetterei il sacrifizio con entusiasmo.... perchè nessuno direbbe allora che t’ho amato per speculazione.... ma, lei, la nostra Margherita, non ha da esser nata per patire.... non è vero, Leonardo, che non lo permetterai?.... Guardala com’è bella, com’è bianca e rosea.... Via, Leonardo—ella soggiunse, e i singhiozzi le rompevano la voce—se anche ti son diventata incresciosa io.... se non puoi proprio amarmi più, un po’ di bene lo devi volere alla tua figliuola.
E così dicendo cercava di tirarlo vicino alla cuna. Ma egli, stizzito, protestò che non poteva soffrire nè le donne che piagnucolano, nè i bambini che allattano, e infilò l’uscio della stanza. Allora Fortunata si gettò con la faccia in giù sui guanciali del letto e diede libero corso alle sue lagrime.
Il vagito della bimba la scosse. Ella si rasciugò gli occhi e ricomponendo il viso a un’espressione serena prese in collo la piccola tiranna che urlava furiosamente. Accarezzata dallo sguardo e dalla voce materna, Margherita si chetò a poco a poco e abbozzò il suo primo sorriso.
—Oh, tesoro mio, anima mia!—esclamò Fortunata in estasi, e la sua faccia s’illuminò tutta.—Come ride già! S’egli fosse qui adesso! S’egli la vedesse!
E inebbriata da quel sorriso, dal primo sorriso della sua bimba, la povera donna dimenticò i suoi dolori.