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Da un carteggio inedito

QUESTE LETTERE, PER ADEMPIMENTO DI DOVERE, PER TESTIMONIANZA DI CARA PROFONDA AMICIZIA.

Reading edition

I. Madesimo (Chiavenna), 18 luglio 1897.

I.[1]

Signora contessa,

Grazie. Ricevei ieri la fotografia, bella molto.[2] Intanto dal Ministero di grazia e giustizia furono assegnate mille lire pe' restauri della chiesa di Polenta. Io, presso la vetta dello Spluga, a mille seicento su 'l livello del mare, poco posso fare.

Certo, non cogliere timi, come l'ape d'Orazio, circa nemus uvidique Tiburis ripas:[3] ma tra venti, rupi e torrenti, rapisco a volo qualche strofe; e vedremo.[4]

Io sto ora molto bene e non sono più zoppo. Tant'è: io non era fatto per la cattedra e l'accademia.

Ossequio Lei, e La prego de' miei saluti memori al conte, al figlio,[5] all'avv. Trovanelli.[6]

Dev.mo Giosue Carducci.

Alla gentildonna Contessa SILVIA PASOLINI Cesena.

II. Madesimo (Sondrio), 12 settembre 1897.

II.[7]

Signora contessa,

Ricevo qui le fotografie polentane in grande, molto belle. Grazie.

Credo che il 15 prossimo, alla fine, sarà pubblicata nell'Italia di Roma l'ode,[8] che sin dal giugno io aveva promesso al conte Gnoli. Pochi giorni dopo verrà fuori l'edizione Zanichelli, con la fotografia della chiesa, credo, e con quella del cipresso,[9] vorrei; a tutto benefizio de' restauri.

Impossibile mi era mandarLe una trascrizione dell'ode, che alla gran bontà di Lei piacque desiderare: inchiostro, penne, carta impossibili. Dimani scendo a valle; lunedì sarò a Bologna: indi a Lei verrà un saggio mio calligrafico, che, non fo per vantarmi, sarà commendevole. Nella calligrafia (brutto vocabolo pedantesco, ma la cosa può essere buona) è il mio vero bello scrivere.

Credo che Ella sarà con la madre Sua. La prego di riverirla per me. E salutando il conte e Pierino, a Lei bacio la mano.

Dev.mo Giosue Carducci.

Alla n. signora Contessa SILVIA BARONI PASOLINI (Vicenza) Bassano.

III. Bologna, 12 gennaio 1898.

III.[10]

Signora contessa,

Meglio tardi che mai. Io sto benissimo: e col nuovo anno ho cominciato a bere della Sua canina,[11] che va anche meglio di me. Ho scritto oggi all'arciprete;[12] che mi mandò molte benedizioni e voci di sue preghiere a Dio, e una damigiana di sangiovese dalle sue mani educato presso la vetusta chiesa: bene educato da vero. Io lo assicuro che Zanichelli, fatti i conti a giorni, gli manderà del denaro; e lo esorto a riprendere i lavori, anche per aiuto de' poveri.[13] Intanto prego per mezzo di Lei il signor conte a far ricerca dei disegni e progetti presso l'Economato o al Ministero.

Alla bella poetessa[14] non anche ho scritto: dimani l'altro. Anche da Bertinoro alto ridente il sindaco[15] mi scrisse graziose e nobili cose. E anche a lui risponderò. Ma il tempo mi è scarso a esser gentile. Quanto lavoro, io che pure vorrei non far nulla, e che anelo all'ozio sì come il cervo al fonte delle acque vive! Ozio in monti e in colli, pensando alla salute dell'anima mia.

La prego di salutare per me la signora *. Salutala in mio nome e dalle avviso (Dio mio, con la scusa di un verso del Tasso, mi trovo a dar del tu a Lei: Contessa, voglia perdonarmi) che io sono avverso al ministro, il quale mi tornava a parlare di Roma, dove io non voglio fare il professore; e non voglio fare il professore più.[16]

Bensì a Roma verrò su' primi di febbraio; ma non andrò in casa della sig. *; temo di essere incorso nell'ira sua. Senta un po' Lei. Signora contessa, La riverisco devotamente, e La prego di ricordarmi al conte e a Pierino.

Suo Giosue Carducci.

Alla nobile signora Contessa SILVIA PASOLINI BARONI Via Venti Settembre 35 Roma.

IV. Bologna, 19 giugno 1902.

IV.[17]

Cara signora contessa,

Saluti, ossequî, ricordi affettuosi.

EccoLe la lettera del Ierace.[18] Nel XII, Confessioni e Battaglie, manifestai la mia recisa antipatia e inettitudine alla piccola letteratura di commissione e decorativa.[19] Nè giova ricordare lo scritto breve e doloroso per Pietro Pasolini. Lì fu una grande sventura domestica che parlò nel cuore, un giovine nel fior dell'età che io avevo trattato famigliarmente, che mi era veduto crescer bello e lieto in conspetto....[20]

Non feci che esprimere quello che immaginai dover essere, senza frasi, il sentimento de' genitori.

Qui è un monumento reale, da collocarsi in luogo storico, con intervento di ministri, squadre etc. Non son fatto a simili scene; ammiro e ascolto e leggo rapito; ma io non so dir niente.

Ella significhi meglio che io abbia detto, e faccia sentire a Ierace quanto mi duole il dire di no. Ma!

Suo aff.mo Giosue Carducci.

Alla n. d. contessa SILVIA PASOLINI ZANELLI BARONI Faenza.

V. Madesimo, 27 luglio 1902.

Signora contessa,

Grazie, Ella sa di che, e quanto effuse dal cuore Le pervengono.

Oggi compio sessantasette anni. Le bambine dello stabilimento mi hanno presentato un magnifico mazzo di fiori alpestri. Due bambine, che a pena sciolgono i passi, mi hanno dato dal seno delle loro madri due mazzolini di edelweiss. Mi giunge dal Giornale d'Italia un ricordo di Ugo Pesci, che mi ha veramente commosso. Lo legga, signora contessa, nel numero del ventinove giugno.

E nella rocca medicea passi Ella giorni felici, confortata dall'arte divina, che non ha segreti per Lei.

La musica è una grande consolatrice, con le sue voci profonde, tenere e possenti, che non si sa d'onde vengano. Forse è la rivelatrice della grandezza arcana di questa nostra povera natura ed anima.

Giosue Carducci.

Alla signora contessa SILVIA B. PASOLINI Dovadola.

VI. Bologna, 8 luglio 1904.

VI.[22]

Cara contessa Silvia,

Dall'antro di Zanichelli, molto migliore della sua fama, di quella cioè che gli ha fatto Ella, Le scrivo per mandarLe i miei saluti e i miei congedi.

Io domenica, cioè doman l'altro, parto per Madesimo; e lassù spero che le ninfe serene delle Alpi mi avvolgeranno fra i loro grandi veli. A Lei lascio le ninfette degli Appennini, scalze, stracciate e sudanti ad ogni passo che muovono per la sassosa via. Se non che, a quelle ninfuccie Ella comanda e presiede come fata bianca, e come sovrana e partecipe della multiforme armonia; e le fa apparire e atteggiarsi come meglio Le piaccia.[23] A settembre, quando l'aere sarà ammansato, io tornerò a Lei prima di tutto, e poi alla bellissima e dolcemente indimenticabile Lizzano: Lizzano sola degna di non essere ricordata con le ninfe appenniniche, sola degna di essere ricordata con desiderio anche di sul seno austero delle ninfe alpine.

Faccia, La prego, i miei ossequî al conte; faccia a sè stessa i miei saluti con tutta l'effusione.

Suo di cuore Giosue Carducci.

Alla nobil signora Contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Faenza.

VII. Villa Adele, Madesimo, 24 agosto 1904.

VII.[24]

Cara contessa Silvia,

Questa mia lettera spera di raggiungerLa sulle rive della Brenta, e incomincia dal mandare memori saluti e augurî di bene stare alla contessa Marina,[25] la cui immagine mi sta scolpita nel cuore.

Quassù abbiamo avuto purtroppo caldo, che ora è compensato da cinque gradi di freddo e da un vento indiavolato. Questi alti e bassi senza misura mi fanno ricordare con molto rimpianto e con grande desiderio Lizzano, dove il cielo, la terra, l'aria ricordano la temperatura e i bei paesaggi dell'Ariosto, e dove sono fate e ninfe, e dee vere e vive «che adornan sempre le felici rive», e mettono in fuga con i lieti e onesti favellari la malinconia, se ella si attenta di avvicinarsi all'anima.

Dunque Lizzano anche nel disordine della natura serba le notti fresche e piene di armonia, a cui il lido marino manda il lume dei suoi fari, e gli effluvii della sua marina?

Ahimè, bel paese è Lizzano, e richiama i cuori e le fantasie con molti ricordi. Io spero di rivederlo ben presto, e riprendervi, giacchè la prima signora lo concede, i segni e poteri della mia sovranità.

Alla qual signora mando i miei omaggi, e assentimenti alle ninfuccie e agli Egipani.

La saluto di mia mano.

Giosue Carducci.

Alla nobil donna Contessa SILVIA PASOLINI BARONI Bassano.

VIII. Villa Adele, Madesimo, 20 luglio 1905.

VIII.[26]

Cara contessa Silvia,

Oggi il cielo, la terra e quasi l'anima mia sorridono un ineffabile sorriso[27] di primavera; e vogliono che io Le scriva.

Ma che dirLe che risponda a quel che mi suona dentro? Nulla più di quello che Ella sa.

Non però che sia sempre così; ieri, e poco prima, la tempesta era nel cuor mio. Vedevo tutto nero; e il non poter camminare come prima mi dava la morte nel cuore.

Oggi il mio spirito si è rialzato, e profitto del tempo benigno per mandarLe un saluto dall'anima.

L'Elvira[28] ed io non facciamo che pensare e parlare di Lei; e il sorriso e lo spirito soave[29] della fata bianca è il principio e il termine d'ogni nostro pensiero.

InvitarLa a venir quassù sarebbe oggi un'illusione, perchè è letteralmente tutto pieno; ma appena si potrà, io Le scriverò fulmineamente; ed Ella verrà, perchè senza di Lei non vi è luogo bello, ed Ella ha il potere, con la parola e co'l sorriso, di far più bello l'aspetto delle cose.

Dove è ora? Dovunque Ella sia, il mio cuore è con Lei.

Mi ricordi a cui crede che il mio ricordare piaccia. A Lei credo prima che a tutti.

Giosue Carducci.

Alla n. d. contessa SILVIA BARONI PASOLINI Faenza.

IX. Madesimo, 9 agosto 1905.

IX.[30]

Carissima contessa,

Se mi sarà dato di finire questa mia avanti che annotti, essa Le verrà sollecita annunziatrice di una mia gita (quarta o quinta) allo Splugen.

Il cielo era una benedizione di Dio sulla natura, e la terra un rendimento di grazie, e l'anima mia pacata nella pacifica armonia dei versi virgiliani.

Quanto e come soavemente mi facevano pensare quei versi, su quei monti! Ma verso sera mutò il paesaggio e l'anima. Le basti ch'io non ho mai chiuso un occhio la notte, e da ciò indovini lo stato dell'anima mia. Ciò non ostante stamattina, grazie a Dio e a Virgilio, ero di nuovo in pace con la natura e con me. Quanta pietà nelle parole dei Troiani sbattuti dal naufragio!

«Dî tibi, si qua pios respectant numina, si quid Usquam justitia est, et mens sibi conscia recti, Praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt Saecula? qui tanti talem genuere parentes?»[31]

Glieli ho scritti in latino, perchè Ella si avvezzi a leggerli e a ripeterli latinamente. Nessuno ha scritto versi latini così belli come Virgilio: un tempo pensavo che Orazio, ma ora no.

Io La raccomando ai versi virgiliani che La accarezzino con la loro armonia, e Le facciano dimenticare la trista dissonanza delle cose.

E ora non ce n'entra più. È contento il Geròla della mia epistola cretense?[32] Tanto meglio, benchè io non era competente giudice; ma mi inspirò la pietà della gente veneta, così fida alle memorie d'Italia: e con ciò, e con i saluti dell'Elvira[33] e con i miei saluti, La lascio nel pensiero di Virgilio e nel mio.

Giosue Carducci.

Ricorderò i ricordati da Lei allo Zanichelli; Ella mi ricordi strettamente ed affettuosamente a Sua madre.

Alla nobil signora La contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Bassano Veneto.

X. Bologna, 14 ottobre 1905.

Molto amata contessa Silvia,

Un gran dire della mia cera. Un miracolo: portenti. Ma intanto co'l pretesto di rendermi la forza e l'attività d'un tempo, il dottore Boschi[35] mi relega a due o tre giorni di letto forzato: e viene troppo spesso a visitarmi. Io non ho cagione di lamentarmi; ma pur troppo mi sento debole debole debole, come gli entusiasti della mia salute pur dicono. Parliamo d'altro.

Mi è ricapitato sott'occhio un ricordo a me carissimo: un album della città di Faenza, con le firme dei cittadini, e con inscrizioni significantissime. Quanti nomi a me cari di uomini animosi e valenti e di gentili donne: che belle ore mi ricordavano!

In capo a tutti mi salutò e mi parlò al cuore il nome Vostro, nobilissima Silvia, «Sylvia dulcis». E mi destò la speranza di vederVi presto.

«Instar veris enim vultus ubi tuus affulsit populo, gratior it dies et soles melius nitent».[36]

Addio. Ave et salve.

Giosue Carducci.

Alla n. d. sig.ra contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Cesena.

XI. Bologna, 19 novembre 1905.

XI.[37]

Contessa Silvia molto amata,

Non posso far a meno di esser triste oggigiorno. È morto il mio vero amico Giambattista Gandino. Fu il primo che conobbi in Bologna nel 1860.[38] Quanti anni, quanti dolori, e quanta fedeltà! Il latino e l'amicizia, due immutabili passioni dell'animo suo. Dall'amicizia sua non mi venne mai un turbamento; fu il re del latino puro: questa la sua vita nel rispetto mio. Peccato che Voi non l'abbiate conosciuto!

Ecco la mutazione per il Vere Novo.[39] Mutato nel verso secondo così: «Sorride e chiama»;[40] il verso sesto dica così: «E guarda gli occhi, candida Silvia, tuoi». Così tutto va bene; immagine, metro e verità.

Oggi è una giornata orribile. Il barometro si abbassa fino all'anima e proibisce di pensare. Spero che costassù in montagna l'aria sia più pura: qui pesa sul capo e sul cuore. Ahimè! oggi sto male. Passate i miei saluti affettuosi alla signora Marina e al conte, e addio.

Salve et vale.

Giosue Carducci.

Alla signora Contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Bassano Veneto.

XII. Bologna, 28 novembre 1905.

XII.[41]

Signora contessa Silvia molto amata,

Questa volta voglio parlarVi di studî. Ho comperato due libri nuovissimi a un tratto: la Congiura di Catilina, e.... indovinate?... Elvira, amore di Lamartine.

L'Elvira a me e al mio compartecipe[42] non fa la figura di bellezza che rinnovò l'arte moderna: anzi!... Ma ciò non toglie che la poesia da lei inspirata non sia la più bella poesia francese. Non mai quella lingua, che par negata alla poesia, ebbe inspirazioni così di cuore come Le Lac, che certo è la più bella poesia sentimentale moderna. Non mai inspirò così profondamente un lamento così mesto e così sentito come nel Crucifix. Tutto è finito: poesia, inspirazione e sentimento. Ma ciò non impedisce che sia stato un movimento profondamente sentito.[43]

La Conjuration de Catilina di G. Boissier è storia romana: sempre vera, sempre nuova e sempre bella.

E ora d'altro. Cioè del vostro piede, che deve essere affatto guarito e padrone di sè: Voi non me ne dite abbastanza, ma io immagino che sia così; vi sento intonata in altra guisa.

Salutatemi la Vostra piccola amica tedesca[44] e la vostra gran madre contessa Marina, le quali mi hanno messo in testa questa leggiadra notizia. E Voi pregate che co' miei malanni mi seguiti sempre il buon umore che ho oggi, il quale in gran parte, anzi tutto, mi viene da Voi.

Grazie. Salve et vale.

Giosue Carducci.

Alla signora Contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Bassano Veneto.

XIII. Bologna, 29 novembre 1905.

XIII.[45]

Signora contessa Silvia molto amata,

Una gentile e pia necessità (che tale parrà anche a Voi) m'impone una impronta sollecitazione anche a Voi.

La società scolastica che in Graz s'intitola del mio nome, mi chiede un mio ritratto per collocarlo in luogo di onore. Fosse una solita domanda, e de' soliti, non risponderei. Ma qui bisogna che mi rivolga a Voi, perchè m'impetriate dal gentile artista di Cesena[46] una copia di quella che a me pare bellissima (e so che pare anche a Voi) fotografia. Spesa qualunque siasi, a conto mio. Vi prego di mandar qui per la firma necessaria. Figuratevi che devo andare in mezzo a Mazzini e a Garibaldi: ahi, quanto e immeritato onore! Fate Voi almeno che io figuri bene: io Vi dovrò anche questo. Non Vi dico che mi perdoniate; troppo Vi conosco: amatemi un poco di più.

Vostro Giosue Carducci.

Alla signora Contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Bassano Veneto.

A questa lettera il Carducci unì un articolo, ritagliato dall'Avvenire d'Italia, giornale bolognese, intitolato «Traveggole socialiste intorno a Giosue Carducci», nel quale è detto che l'Avanti riporta dall'Asino: ... «che il poeta è ridotto quasi ad uno stato d'incoscienza, e che i preti approfittano del suo stato per invaderne la casa in attesa di confessarlo moribondo...». In margine a tale articolo il poeta dettò le parole seguenti:

E dire che son per riprendere i miei lavori, perchè il Boschi è ammirato della mia salute! G. C.

XIV. Bologna, 2 decembre 1905.

XIV.[47]

Signora contessa molto amata,

Già fin da ieri il Bacchi della Lega deve aver significato al signor conte la indegnazione mia per quello che il giornale aveva scritto, a proposito di cose mie, su Voi, etc.[48] E come Voi usate dire, la pitantana[49] mi aveva colto sul serio; e chi sa che cosa avrei scritto a quei cialtroni, degno di loro e dell'ira mia; se poi uomini di senno, e voglio contare specialmente in questa categoria il Bacchilega, non mi avessero persuaso che erano parole spese inutilmente, e che nessuno badava a quel che era scritto in quel giornale, e che quella turba di mascalzoni non vale il

«. . . . . fango che mi lorda i piedi».[50]

Vili, dire che Voi siete mossa da uno scopo occulto di tenerezze devote, per un'onorificenza di Corte! Io non conosco donna superiore a Voi nel disprezzo di simili sciocchezze. E parliamo, alla fine, d'altro.

Grazie di quello che farete con Casalboni;[51] grazie per me e per gli amici d'oltre i confini; specialmente per essi, che me potrebbero lasciare da parte. Dunque sarà una bella fotografia, che farà onore al mio ceffo; e, fuor di scherzo, all'arte cesenatica. Grazie, grazie, grazie. Onorate Voi quella degna Cesena, che tanto mi favorisce; onoratela e ringraziatela.

Voi mi dite, scrivetemi e consolatemi di Voi. Se per consolarVi vi può piacere che io dal medico Boschi sia trovato sempre più valido, ciò Vi consoli: quanto a me, io altrove cerco la mia consolazione, e Voi ben lo sapete. A proposito: come va il vostro piede? Sempre meglio, non è vero? Io e i vostri migliori amici sempre attendiamo che il conte vi riconduca alle nostre parti, ma rispettiamo i sentimenti di vostra madre, alla quale affettuosamente mi ricordo.

Addio. Lasciate la pitantana, vocabolo che non piace punto a Bacchilega, nè a me. Salve et vale.

Giosue Carducci.

Alla signora contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Bassano Veneto.

XV. Bologna, 5 decembre 1905.

XV.[52]

Signora contessa Silvia molto amata,

Oggi spedisco a Graz il mio ritratto, da accompagnarsi a quello dei veramente illustri e sacri:[53] ho scritto ai giovani che l'opera è di artista italiano, Casalboni; che vien loro in dono da gentildonna italiana, Silvia etc. Così il dono sarà più accetto e più gentile. Questo voglio che sappiate subito tanto Voi, che l'artista.

Ahimè! che brutta giornata! involuta di tenebre e di nebbia, quale da ormai due mesi è ridotta l'anima mia.

«Ma ci fu dunque un giorno Su questa terra il sole? Ci fur rose e vïole, luce, sorriso, ardor? «Ma ci fu dunque un giorno la dolce giovinezza, la gloria e la bellezza. Fede, virtude, amor?»[54]

Pare che ci fossero; almeno io le ho cantate. Nel tedio invernale presente non pare davvero che ci siano. Sbaglio: sono nell'anima vostra.

Salve et ave.

Giosue Carducci.

Alla contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI. Bassano Veneto.

XVI. Bologna, 23 decembre 1905.

XVI.[55]

Signora contessa Silvia molto amata,

Voglio fare le mie confessioni; cioè vo' dir cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi.

Cominciamo dal principio; da Dio, o da chi è tenuto Dio.

Poco più che ragazzo cominciai un inno a Cristo, così:

«Io non so chi tu sia, nè per che modo Venuto se' quaggiù.....»

applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino.[56]

Uomo fatto, rincarai con parole mie proprie quel che avevo accennato di sbieco, segnatamente nella Chiesa gotica:

«O inaccessibile re degli spiriti, tuoi templi il sole escludono. Cruciato martire tu cruci gli uomini, tu di tristizia l'aër contamini»;[57]

e nelle Fonti del Clitumno:

«. . . . . . . . . . un Galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, gittolle in braccio una sua croce e disse: — Portala, e servi —».[58]

E certo sono cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissimo: e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo:

«Oh, allor che del Giordano ai freschi rivi traea le turbe una gentil virtù etc.»[59]

Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio ai preti; ogni volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire ch'io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi; e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certo alcune espressioni son troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al gran martire umano.

Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perchè capace di dirlo apertamente.

Vedete che m'è venuta voglia di scrivere, oggi.

Il vostro Giosue Carducci.

Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e da tenerne conto.

G. C.

Alla contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Faenza.

XVII. Bologna, 27 decembre 1905.

XVII.[60]

Signora contessa Silvia molto amata,

Che bel passeggiare, arridendo il variato sole di primavera, su per i colli dell'amenissimo Lizzano; o anche discendendo verso il piano! Affacciandosi questa visione agli occhi e all'animo conturbati da questa nebbia brumale, più triste è il tristissimo decembre. Torneremo mai sui colli di Lizzano? O al bellissimo Bertinoro? Io per me dubito.

Mi contenterei per ora, e anche per allora, di ritrovarmi nella bella saletta di Faenza, dove mi guardano tanti visi ch'io non conosco, e pure amo; o nel salone, dove tante cose possono essere cantate e suonate con musica melodia. Tacendo, nel mio silenzio mi pare di ascoltare e d'intendere. Ahimè! Inteso bene che tutto sarebbe allegrato e fatto vivo dall'aspetto e partecipazione della signora. Voi dareste la vita vera a quell'ignoto ch'io medito, che io sento, e che potrei anche rappresentare.

Questa divagazione malinconica mi fa meno uggiosa la triste nebbia. Se Voi foste qui e parlaste, svanirebbe affatto. Ma io voglio venire a Faenza.

Ricordatemi il nome della signora che mi mandò il salmone; l'americana famosa che parla e scrive così bene l'italiano.[61] Bisogna che le risponda.

Addio, addio; con l'anima profondamente contristata, in mezzo alla gioia apparente, dalla morte di Severino Ferrari:[62] grande ferita nel mio cuore!

Addio, cara signora ed amica dolcissima. Voi mi intendete.

Il vostro Giosue Carducci.

Alla signora contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI. Faenza.

XVIII. Bologna, 11 aprile 1906.

XVIII.[63]

Signora contessa Silvia molto amata,

Siete tornata a Faenza, nella dolce dimora in cui vi ho sempre vista io. Quella dimora è sacra per me; e deve essere anche per Voi. Quante rimembranze soavi vi rifioriscono nell'anima! Se avessi lo stile prezioso, oh quanto vi rifiorirei! Ma l'affettuoso è stile molto più nobile del prezioso, e con questo seguito a scrivere. Invano Voi fareste opera di chiamarmi alla preziosità. «Io sento e dico e rappresento il vero». Oh che bel verso! «Quidquid conabar dicere, versus erat». Così avveniva al fiorito Ovidio:[64] ma l'intima eloquenza del cuore commosso non era con lui, nè era da lui. Non vorrei fargli torto, se per lui mi sovvenissi i Marini e l'adorato D'Annunzio. Per quanto adorato? Perchè adorato? E come adorato? Problemi a cui sarebbe facile rispondere, se io avessi voglia di rompermi il capo con la poesia moderna. E già! V'è poesia moderna? E ciò che porta quel nome, lo merita? Io più che invecchio, più penso che no. E forse è una malinconia della vecchiaia.

Pensateci e rispondetemi. EccoVi dato l'argomento a una bella lettera. La quale, e tutto quello che viene da Voi, io aspetto con desiderio e affetto infinito.

Intanto Vi saluto.

Vostro Giosue Carducci.

Alla signora contessa SILVIA PASOLINI-ZANELLI Faenza.

Notes in this chapter

Note 1 · È interamente di mano del Poeta.Note 2 · Trattasi della fotografia della chiesa di Polenta, fatta dal Casalboni di Cesena.Note 3 · Orazio, Carmina, lib. IV, ode seconda, 30-31.Note 4 · Proprio allora il Poeta stava meditando e componendo la meravigliosa ode «Alla chiesa di Polenta».Note 5 · È il conte Pier Scipione Pasolini Zanelli, immaturamente rapito all'affetto de' genitori e del Carducci il 28 decembre 1898.Note 6 · Nazzareno Trovanelli di Cesena, «buon cittadino e buon letterato — scrive il Carducci nelle note alle Rime e Ritmi, Poesie, p. 1034 — di cuiNote 7 · È interamente di mano del Poeta.Note 8 · L'ode «Alla chiesa di Polenta».Note 9 · Il cipresso di Francesca, che ancora non era stato colpito dal fulmine.Note 10 · È interamente di mano del Poeta.Note 11 · È una specie di vino nero romagnolo.Note 12 · Don Luigi Zattini Brusaporci, allora arciprete della chiesa di Polenta, ed oggidì di quella di Bertinoro.Note 13 · Sono i lavori de' secondo periodo dei restauri della storica chiesa.Note 14 · È la contessa Vittoria Aganoor-Pompily.Note 15 · Augusto Farini di Ravenna, uomo d'ingegno molto e di molto cuore, morto nel 1906.Note 16 · Su le ragioni che indussero il Carducci a rifiutare la cattedra dantesca, instituita nell'Università di Roma con legge 3 luglio 1887, ed in Note 17 · È interamente di mano del Poeta.Note 18 · L'illustre scultore, prof. Francesco Ierace, autore del monumento a Pier Scipione Pasolini Zanelli nel cimitero di Faenza, avea chiesto al PNote 19 · Cfr. Confessioni e Battaglie (serie seconda), Bologna, Zanichelli, 1902, pp. 127 e sgg., 141 e sgg.Note 20 · Vedi l'epigrafe per Pier Scipione Pasolini Zanelli, in Prose, p. 1475 (Bologna, Zanichelli, 1902).Note 21 · Interamente autografa, e scritta a lapis, tranne l'indirizzo sulla busta, ad inchiostro e di altra mano.Note 22 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, segretario particolare ed amico affettuosamente fedele del Poeta. Le parole in fine della letteNote 23 · Invece di «piaccia» aveva prima dettato la parola «torna», poi cancellata.Note 24 · D'altra mano da quella del Poeta, e forse del figlio dell'albergatore. Le parole in fine della lettera «La saluto di mia mano» e la firma soNote 25 · È la signora contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia.Note 26 · D'altra mano da quella del Carducci, e forse del figlio dell'albergatore, tranne la firma, che è autografa.Note 27 · L'amanuense aveva scritto: «in un affabile sorriso»; e il Poeta corresse di sua mano: «un ineffabile sorriso».Note 28 · La consorte del Poeta.Note 29 · Invece di «soave» avea prima dettato «benigno», poi cancellato.Note 30 · Di mano del prof. Flaminio Pellegrini, tranne la firma, che è autografa. Vedi Appendice, p. 178.Note 31 · Eneide, I, 603-606.Note 32 · Allude ad una lettera da Lui scritta al dott. Giuseppe Geròla, che gli avea inviata in omaggio una sua opera sugli scavi nell'isola di CretaNote 33 · È la consorte del Poeta.Note 34 · Di mano del cav. Giulio Gnaccarini, genero del Poeta, tranne la firma, che è autografa.Note 35 · Egregio medico curante del Carducci.Note 36 · Orazio, Carmina, libro IV, ode quinta, 6-8.Note 37 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 38 · Il Gandino, illustre professore di lettere latine nella r. Università di Bologna, morì il 15 novembre 1905. Narra il Chiarini (Memorie dellaNote 39 · Poesie (Bologna, Zanichelli) p. 898.Note 40 · Invece di «chiama» aveva prima dettato la parola «canta», poi cancellata.Note 41 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 42 · Allude al suo ottimo segretario, spesso partecipe delle letture e degli studî del Poeta.Note 43 · «Lamartine non gli andò mai giù» — scrisse, a proposito delle letture che il Carducci faceva nella sua prima gioventù, Enrico Nencioni nellaNote 44 · È la signorina Cathie Hold, di Monaco di Baviera.Note 45 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 46 · È il fotografo Augusto Casalboni, autore d'una serie di riuscitissime, e ormai ben note, fotografie del Poeta.Note 47 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 48 · Si riferisce alla ingiusta accusa fatta da certi giornali alla signora contessa Silvia Baroni Pasolini: che, cioè, ella tentasse di convertiNote 49 · Vocabolo scherzoso del dialetto veneto, in senso di collera, sdegno e simili.Note 50 · Monti, Sonetto satirico (Padre Quirino....), verso 14.ºNote 51 · Vedi, a questo proposito, la lettera precedente.Note 52 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 53 · Vedi, a questo proposito, le due lettere precedenti.Note 54 · Tedio invernale, in Poesie (Bologna, Zanichelli) p. 599.Note 55 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 56 · «..... in quell'anno (1857) io andavo pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante, Io non so cNote 57 · Poesie (Bologna, Zanichelli) p. 817.Note 58 · Poesie (Bologna, Zanichelli), p. 804.Note 59 · Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, in Poesie (Bologna, Zanichelli) p. 415.Note 60 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.Note 61 · È la signorina Francesca Alexander di Boston, italiana di sentimento, artista e scrittrice ammirabile, che dimora a Firenze.Note 62 · Morì nella notte tra il 23 e il 24 decembre del 1905, nella villa Sbertoli, casa di salute a Collegigliato presso Pistoia, ove trovavasi in Note 63 · Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne in fine la parola «Vostro» e la firma, che sono autografe.Note 64 · Cfr. Tristium, lib. IV, X, 26.
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