LIBRO QUARTO Comincia il quarto libro, e prima il Prologo. (continued 2)
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CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore.
Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che facesse per accattare la sua benivolenza.
CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa.
Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, senza deliberazione di comune consentimento.
CAP. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore.
Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.
CAP. L. Di novità stata in Montepulciano.
Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ terrazzani.
CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme.
A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in Lombardia.
CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo.
Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.
CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore.
A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze, in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia, perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno, sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente giorno.
CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini.
L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’ maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire, perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo santa corona, e poi conseguendo serenissimo principe, senza ricordarlo imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze, andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne, magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale: e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’ detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria, con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune, e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto, e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.
CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini.
Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto, ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto, ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune; la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi, anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’ Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’ Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’ ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’ Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: aetatem habent ipsi, de se loquantur, e non lasciò dar loro audacia o favore; e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini, furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli altri cittadini.
CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore.
Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città, albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’ forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze.
CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati.
Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna: e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono tornandosi addietro.
CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno.
Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno, nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno. E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare.
CAP. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca.
Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’ quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso, tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’ medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e l’altro dì se ne tornò a Pisa.
CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso.
In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto, che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere, uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti, e alcuna volta l’empito delle costellazioni.
CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore.
Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano. Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’ voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’ grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni, che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo, ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.
CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore.
Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita. Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore, credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni. Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’ meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie; e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza dall’imperadore per l’accordo di quello comune.
CAP. LXIII. Come i Volterrani si diedero all’imperadore.
Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto. I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti, feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno, si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e il saramento come i Sanesi aveano fatto.
CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore.
I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole, di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli ad osculum pacis, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’ cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’ rettori del nostro comune.
CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno.
Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini; tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le sementa della terra.
CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore.
Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore, dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione, con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’ collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.
CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato.
Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato, ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto. L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore, rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse in Italia in fatti d’arme.
CAP. LXVIII. Trattati dell’imperadore ai Fiorentini.
Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena, Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto, e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che il sindacato si facesse.
CAP. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune in Firenze.
Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte, i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti, e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza: e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze, ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune.
CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore.
Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’ suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’ collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori, e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario, si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa.
CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore.
In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore. Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono. I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore.
CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze.
Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’ Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’ Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti, potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono, le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’ signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora. L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.
CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno.
Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui. Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma, quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota: avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa, le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune, con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori.
CAP. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore.
Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi, e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi. Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento, ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo, che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi, il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’ cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea.
CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore.
Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’ Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’ Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera, si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per l’abbandonata provvedenza.
CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore.
Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò. In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave, cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato, sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione, promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune. E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani, e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’ centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.
CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani.
Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa, e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.
CAP. LXXVIII. Di quello medesimo.
Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una, che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’ gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il nostro trattato.
CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia.
Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra; ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente, scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo favoreggiava la compagnia.
CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe.
Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.
CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena.
E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore, seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli anni Domini 1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città, dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo, e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si potrà trovare.
CAP. LXXXII. Di quello medesimo.
Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore, sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città, e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò, e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre.
CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari.
E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini, e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno, ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore, senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’ termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno, e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia. Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta, che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’ rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta, in grave confusione della cittadinanza.
CAP. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini.
Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni, per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.
CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri.
Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano, ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’ Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore, e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza prendere comiato.
CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali.
Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima, essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio, senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico) facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa. Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora non si mostravano soperchiati dagli oltramontani.
CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia.
Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì 29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando, viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe il mal volere contro all’imperadore.
CAP. LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore.
L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo, perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati: e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati, vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore.
CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena.
Avendo l’imperadore veduto la subita revoluzione fatta per i cittadini di Siena, d’avere disfatto e abbattuto il loro antico reggimento e l’ordine de’ nove, avendo di presente ad essere a Roma il dì della Pasqua della santa Resurrezione a dì 5 d’aprile, prese sospetto di lasciarla in libertà, e lasciovvi l’arcivescovo di Praga cui n’avea fatto vicario, prelato di grande autorità, e sperto delle cose del mondo, e pro’ e ardito in fatti d’arme, e in sua compagnia e per suo consiglio lasciò il signore di Cortona, e i Tarlati d’Arezzo, e’ conti da Santafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mostrando più confidanza in loro che nelle case guelfe di Siena, che liberamente gli aveano data la signoria di quella città: per la qual cosa i gentili uomini di quella terra e i popolani grassi molto si turbarono e rimasono malcontenti, benchè in apparenza allora non ne feciono dimostrazione; e a dì 28 di marzo 1355 l’eletto si partì da Siena, e seguitò a gran giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i Sanesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il volontario reggimento del vicario.
CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia.
In questo tempo, all’entrare d’aprile del detto anno, la compagnia del conte di Lando era cresciuta nel Regno in quattromila barbute, e in molti masnadieri, e in grande popolo di bordaglia, e tenendo loro campi sopra Nocera e sopra Foggia correvano la Puglia piana predando e pigliando uomini e femmine, e bestiame e roba ovunque ne poteano giungnere, e strignevano per paura i casali e le ville a portare vittuaglia al campo. Nel paese faceano danno assai; ma niuna terra murata poterono acquistare, perocchè non aveano argomenti da vincerle per battaglia, e per la fede ch’aveano rotta a quelli del Guasto quando si dierono loro, niuna terra si volea più confidare alle loro promesse, ma tutte s’erano armate e afforzate alla difesa. Stando la compagnia per questo modo in Puglia, il re Luigi poco mostrava che si curasse della compagnia, e meno del danno de’ suoi sudditi, con mancamento di suo onore, perocchè nè aiuto nè consiglio dava loro: ma in questi dì mandò messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco al legato, per trattare pace da lui a messer Malatesta da Rimini, e ambasciadore all’imperadore, e appresso al comune di Firenze, per avere da catuno aiuto di gente contro alla compagnia, e per sentire la volontà e ’l processo dell’imperadore: ma da se nel Regno niuna provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con le donne, in detrimento della sua fama.
CAP. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze.
Noi avremmo volontieri trapassato quello che seguita senza memoria, se senza potere essere incolpato d’adulazione per tacere l’avessimo potuto fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle mollizie del suo signore, e inviscato da quelle, venne al legato in Romagna, e cercato secondo la commissione a lui fatta dal re Luigi di tentare la pace dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe autorità di poterla in alcuno atto disporla: e partitosi dal legato, venne a Siena all’imperadore, e spuosegli la sua ambasciata, dal quale fu ricevuto graziosamente per amore del re, e ancora della sua persona, perocch’era cittadino popolare di Firenze, e vedevalo montato in cotanta dignità, e a Roma il menò con seco, e fu alla sua coronazione: e tornato a Siena con lui senza avere impetrata alcuna cosa di sua domanda, se ne venne a Firenze del mese d’aprile del detto anno, con grande comitiva di baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di diverse e strane portature, e abiti di loro robe, con maravigliosi paramenti d’oro e d’argento, e di pietre preziose e di perle, e in Firenze cominciò a fare molti conviti, e continovolli lungamente in città e in contado, avendo le giovani donne le quali faceva invitare con grande istanza sera e mattina a’ suoi corredi, e tutto dì le tenea in danza e in festa co’ suoi cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella patria indebolirono la sua fama; e considerando i cittadini il tempo nel quale la compagnia tribolava il Regno, e le novità dell’imperadore, e le mutazioni degli stati delle città e delle terre di Toscana, e la nuova gravezza, e sollecita provvedenza e guardia ch’avea il suo comune di Firenze, facevano manifesto che allora bisognavano cose virtuose e virili, e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il male esempio del suo signore, e la vanità che ’l movea a accattare benevolenza de’ giovani e vani baroni e cavalieri ch’erano con lui gli feciono dimenticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo animo. E per merito di questo, avendo domandato al suo comune per parte del re alcuno sussidio di gente d’arme contro alla compagnia, cosa che altra volta si sarebbe fatta senza domandare, per più riprese gli fu negata; potendo conoscere che poco onore della sua città riportò al re suo signore contra l’usato modo: e dove la sua persona era per addietro nominatissima in altezza d’animo e in molte virtù, per la vana mollezza femminile, a questa volta nella sua patria recò in memoria de’ suoi cittadini la detestabile vita di Sardanapalo.
CAP. XCII. Come l’imperadore giunse a Roma.
Carlo nominato nel battesimo Vincislao, figliuolo del re Giovanni, figliuolo dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo re di Boemia, eletto imperadore, giunto a Roma il giovedì santo, entrò nella città sconosciuto, e a modo di romeo vestito di panno bruno con molti suoi baroni, e andò il venerdì e il sabato santo a vicitare le principali chiese di Roma in forma di pellegrino, e per modo che da niuno forestiero o paesano potea essere conosciuto chi fosse l’imperadore: e la mattina innanzi dì, vegnente la Resurrezione, uscì di Roma con la maggiore parte della sua gente, per entrare la mattina della santa Pasqua palesemente in Roma, per venire alla sua coronazione manifestamente. Il popolo di Roma per ordine de’ loro Rioni, co’ suoi principi e con tutto il chericato con solenne processione gli uscirono incontro fuori della città, e trovaronlo apparecchiato; e fattogli la debita salutazione e reverenza, con somma allegrezza e festa, e con grande moltitudine di cavalieri romani e paesani e strani, oltre alla sua cavalleria, condussono lui innanzi e l’imperatrice appresso nella città di Roma, e menaronlo alla Basilica del principe degli Apostoli san Piero, la mattina innanzi la messa, e là smontati. Qui si faccia fine al nostro quarto libro, per fare cominciamento al quinto della sua coronazione.