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Col fuoco non si scherza

XII.

Reading edition

Una gita in montagna.

Regina aveva preparata una gita all'alpe del Giosuè per fare una sorpresa ad Amedeo, che vi doveva accompagnare alcuni signori di Cadenabbia. Una zia del giovine barcaiolo, che aveva lassù un pascolo e alcune capanne, avrebbe dato alloggio e allestito un letto sulle foglie di faggio: e poichè la luna viaggiava verso il suo pieno, c'era da godere una notte incantevole nella pace di quei monti. Flora, che cercava volentieri le distrazioni che aiutano a riflettere, accettò di accompagnarla. Per rendere l'improvvisata più gustosa, Regina propose di andare tutte e due vestite come le pastorelle «bergamine» che vi tengono le mandrie nei mesi di estate, cioè con una gonnella corta di traliccio turchino, colla bustina di velluto nero e una pezzuola in testa di cotone rosso, allacciata sulla nuca colle cocche sporgenti. Flora aveva già indossato questo costume montanino nell'occasione d'una festa di beneficenza data a favore dell'asilo infantile. Lo si cercò, lo si tirò fuori dalla guardaroba con gioia anche della mamma, che vedeva volentieri tutte le occasioni che aiutassero a portar fuori la figliuola da' suoi pensieri. Regina indossò la gonnella della Nunziata, si accomodò una specie di zendado in capo e ci mise di suo la faccia tonda e rubiconda e i fianchi solidi di una vera montanara.

Quando Bortolo, che si era offerto come guida, venne al Castelletto sul far della sera, fece i suoi complimenti alla signorina, che in quel vestito semplice da pastorella gli parve la vera beata Giannetta della Madonna di Caravaggio.

—Ho preso con me un canestro con qualche provvigione di bocca, a buon conto, per non piombare sulla povera Maddalena come un volo di corvi affamati. L'aria dei monti è aguzza come una lesina e non fa mai danno aver con sè del pan bianco e del formaggio. Più che latte e polenta e acqua fresca l'alpe non dà… Amedeo non immagina certo che arriveremo prima di lui, perchè la strada dalla Cadenabbia fa un giro, mentre noi taglieremo per i sentieri: e poi i signori amano viaggiare con comodo.

Prima che il sole fosse scomparso del tutto dietro i monti, la brigatella uscì dalla strada dell'orto, e infilato il viottolo del castello, che si arrampica e passa sopra le case del paese, si trovò sul sentiero che va all'alpe. Regina camminava avanti, col suo passo di capra, Flora nel mezzo, e Bortolo che aveva qualche annetto di più, alla retroguardia, col suo canestro sul braccio e il lungo bastone in mano.

La strada uscì presto dai muricciuoli che cingono le piccole vigne, e cominciò a serpeggiare sotto l'ombra già densa dei castagni, che lasciavano vedere attraverso alle foglie il chiarore del cielo ancora soffuso della luce del crepuscolo. Usciti anche dal bosco, il viottolo divenne subito irto e sassoso su per il fianco del monte fino a un primo balzo o terrazzo naturale, da dove l'occhio poteva dominare tutto il bacino del lago, che pareva sprofondato in una valle.

Nella luce dimessa del tramonto s'impiccolivano e si rattristavano i paesi e le ville: morivano già fioche le voci e le squille delle campane portate lontano dal corso più veloce del vento. Nitido il cielo era sul capo, d'un candore profondo, in cui biancheggiavano le prime stelle: e a queste parevano rispondere i primi lumi, che folgoreggiavano nelle tremule acque del lago.

Regina dal cuor contento, dopo aver intonato alcune canzonette, presa dall'affanno del salire e più ancora dal raccoglimento quasi religioso della luce morente, si arrestò ad aspettare il babbo accanto ad una rozza croce, dove intonò l'Angelus.

Flora rispose alla preghiera a voce alta, come se volesse farsi sentire e sentire la sua voce in quel grande spazio diffuso.

Di mano in mano che si andava su, lontani dalle cose solite e urtanti, il suo cuore provava un senso quasi di leggerezza e di liberazione. Avrebbe voluto andar sempre verso una meta altissima e lontana, che la portasse fuori da ogni triste pensiero. Il suo cuore aveva bisogno non soltanto di pace, ma di un vero lavacro di purificazione che distemprasse e sciogliesse i germi dell'odio e dei cupi rancori. Il male per la prima volta l'aveva urtata e offesa colla sua mano ruvida e caliginosa e come tutte le nature candide sentiva la vergogna e il ribrezzo di non essere senza macchie. Lassù, in quell'aria, in quel cielo purissimo, lontanissima dai contatti indecenti della realtà, Flora sentiva quasi risorgere la sua buona innocenza infantile, quando è così facile credere a tutto quello che emana dal cuore. Oh se avesse potuto andar sempre verso quelle lucidissime stelle che la guardavano!

Quando svoltarono in una valle più interna, cominciò a ondeggiare sulle piante e sulle creste una penombra vaga e confusa uniformemente sparsa, che si stringeva sempre più in se stessa, mentre dal fondo saliva una frescura umidiccia che ammolliva le foglie. Regina volle che la signorina si mettesse uno scialle di lana sulle spalle.

Lasciato il viottolo, che tendeva a sprofondarsi verso il torrente, presero a battere un sentiero appena segnato sul pelo dell'erba, nel mezzo d'una prateria in forte pendenza. Qui erano gli ultimi e piccioli campi di segale e di colza, chiusi da stecconati di legno, dopo i quali la stradina procedeva tra basse siepi fino a un gruppo di capanne basse dal tetto di lavagna, che parevano appiattarsi sotto la misteriosa protezione di un gruppo di piante gigantesche.

Era l'alpe detta del Boss, dove pascolava una mandra sparsa per i prati e che non si vedeva più per l'aria già fatta oscura: ma venivano da tutte le parti i suoni rotti delle campanelle, intonate agli accordi di una musica in cui cantano senza stonare le cose più disparate.

Flora, che amava la voce delle cose, mentre Bortolo s'era fermato a cangiar quattro parole coi pastori, andò a sedere in disparte sopra alcuni tronchi rovesciati e appoggiata la testa al palmo della mano, seguiva mentalmente la linea del paesaggio, colle casette scure che mandavano i tetti fino al suolo, umiliate sotto le ramificazioni ampie e bizzarramente frondose delle piante, che ricamavano il cielo bianchiccio strisciato da un'ultima venatura sanguigna. Dentro all'armonia sparsa e mescolata delle campanelle risuona una voce continua e profonda di acque correnti, di vento che fugge carico del buon odore del fieno. La giovenca chiama il torello dal fondo del prato, la capra si querela sulla roccia da cui ti guarda cogli occhi gialli: guizzano nei fondi umidi come spilli d'oro le lucciole: esce dalle stalle il morto tonfo delle cose misto al comando della voce umana. E voci ed ombre e lumi vagano lentamente nell'oscurità che si addensa, si raccolgono, si fanno fievoli al venir della notte silenziosa, che versa rugiada sulle erbe e sogni nelle menti degli uomini.

* * * * *

Mentre Flora si lasciava trascinare a queste poesie, nel rumor vago e fuggevole credette di udire un più distinto suono di campanelli, misto a un bisbiglio di voci e di squilli di corni, che si avvicinavano a poco a poco: e subito dopo vide sbucare dalla strada bassa della valle un baglior vagolante, come di lampioncini a vento, che si agitassero nell'aria, e tra l'ombra e le luci guizzare molte persone, che si avvicinavano insieme al frastuono crescente.

Regina venne a dire:—Son qui, son quei signori di Cadenabbia. Stiamo ben nascoste, che Amedeo non ci abbia a conoscere.

La bella compagnia si accostò, salendo pel viottolo come una mascherata. Davanti erano due uomini con lanterne chiare di carta attaccate a un bastone, che precedevano un asinello vestito e bardato come un principe. E sull'asinello era una signorina vestita di bianco come una beduina. Seguivano altre lanterne d'un colore giallastro, che accompagnavano un'altra signora pure a cavallo d'una bestia ornata di piume rosse e di campanelli.

Era questa la baronessa, imbacuccata anch'essa come una beduina. A piedi seguivano il barone, il commendatore, il banchiere svizzero, e altri giovani signori che si perdevano nell'ombra e non si facevano sentire che per un frequente strombettare nei corni da caccia che portavano al collo, a cui rispondevano altri corni più lontani, dove ondeggiavano altri lumi col resto della compagnia in ritardo. Flora non conosceva nessuno di questi eleganti viaggiatori notturni che giunti davanti alle case del Boss, si fermarono in crocchio ad aspettare chi stava più indietro.

Sotto le grandi piante quel dondolare di lumi variopinti, quel rimescolarsi di colori, quel ridere allegro di gente allegra, quel tintinnare festoso di sonagliere, quello schiamazzar di corni, offriva uno spettacolo magico e pittoresco di fiera e di festa carnevalesca, che rallegrò gli spiriti alquanto sonnolenti della nostra patetica contessina. Dal posto dove s'erano nascoste, le ragazze videro Amedeo, che pareva il capo della masnada, parlare a lungo coi pastori, e quando gli accordi furono presi, la compagnia si mosse verso un prato declinante a sinistra fino a una spianata prospiciente il lago, dov'era stato preparata un'alta catasta per un solenne falò, che doveva essere veduto, e per il luogo e per il concorso dato dall'albergo, a cento miglie lontano.

Le nostre due pastorelle lasciarono passare la comitiva ed esse poi per un sentiero dietro le case riuscirono sulla spianata, a destra della catasta, nel momento che due uomini inginocchiati mettevano il fuoco nella paglia e soffiavano colla bocca nella fiamma.

Cominciò a svolgersi un gran fumo, che spinse la bella compagnia a cercar miglior posto verso il luogo dove Flora e Regina stavano nascoste. Il Bersi per poco non veniva a piantar il suo lampione sotto il castano, dove si appiattavano le nostre due vaghe ninfe. Fu per entrambe un argomento di risa questo fuggi fuggi. Flora si dichiarò subito innamorata del bell'asinello bardato come un principe e se non fosse stato per rispetto alla bella beduina, che gli stava sopra, sarebbe riuscita a carezzargli le orecchie.

La fiamma della paglia non morse così subito alla legna alquanto verde del faggio e dei querciuoli e alle stramaglie fresche che addobbavano l'alta piramide su cui era stata conficcata la vetta d'un pino comune; ma nella nuvola fumosa che il vento andava dispiegando come una fascia cinericcia non tardarono a guizzar avide lingue di fuoco, che crepitavano con un rumor secco, penetrando nelle fibre dei tronchi.

Le fiamme alquanto trattenute dal fumo e dal verde del frascame, uscendo dalla base, cominciarono a lambire i fianchi della piramide, a scalarne l'altezza, a prender un vigore interno, a incidere con punte di fuoco i tronchi, i rami, le decorazioni di pino, finchè la vampa la vinse sul fumo e con un fremito vigoroso avviluppò tutta la catasta, rischiarando col suo baglior fantastico il verde smeraldo del prato, il masso del monte, le case dell'alpe svegliate al di sotto delle gigantesche ramificazioni, da cui fuggivan gli uccelli spaventati.

Nell'accensione libera di quella gran vampa s'illuminò pure (e fu un quadro non meno fantastico e bello) la compagnia schierata in disparte, le signore sulle cavalcature bardate, i signori nei loro eleganti costumi alpini, gli uomini dell'alpe che contemplavano con compiacenza e con un raccoglimento quasi devoto la sacra fiamma accesa in onore della Madonna e a cui per la corona dei monti in giro rispondevano altre fiamme, che accendevano altre fiamme nei profondissimi e freddi silenzi del lago, immobile come una lastra di piombo.

La fascia di fumo, dopo esser montata alta nel cielo si lasciò piegare dal vento come un pennacchio, si disperse allargandosi, scendendo verso l'oscuro vallone, che nel contrasto pareva fatto ancor più nero e pauroso; e intanto era una meraviglia il vedere come alle lingue serpentine bianche e purpuree con fuggenti anime azzurre nel mezzo succedesse a poco a poco un braciere di rubini ardenti, che cascavano fiaccandosi, mettendo in vista altri tesori più intimi e più fosforescenti, un vero incanto degli occhi, che faceva pensare ai misteriosi ripostigli delle fate e ai sogni irraggiungibili della bellezza.

Tutti si specchiavano meravigliati e assorti in questo mucchio di gemme accese, tra cui spiccavano come degli occhi ardenti e curiosi; tutti, tranne Flora, che non vedeva più nulla, non sentiva più nulla. Al sorgere impetuoso della vampa ella aveva riconosciuto Ezio, che ritto alle staffe della superba baronessa ne accoglieva le tenere espansioni, appoggiando, di mano in mano che l'ombra tornava a coprirli, la testa alla mano che essa gli abbandonava. Flora che era lì a due passi, spettatrice non invitata, sentì il cuore farsi duro come un pezzo di pietra. S'era lusingata, venendo a questa gita notturna di lasciare a basso ogni pensiero cattivo e di trovare nella solitudine dei monti un sentimento buono di perdono e di riscatto: ed ecco invece, come una malvagia evocazione, uscir di mezzo ai bagliori fantastici dell'incendio l'oltraggioso castigo della sua vita, l'ingiuria viva di quella donna trionfante sulle rovine del suo ideale. Fu buona fortuna che l'avvilimento da cui fu subito presa le impedisse di correre verso quella donna e di gridare una brutta parola; ma quando, consumato l'ultimo tizzone non rimase che un focolare di cenere e carboni, quando vide la lieta brigata muoversi per procedere verso l'alpe di Giosuè, dove era la meta della gita, essa persuase Regina ad accompagnarsi a quei signori, e si mise quasi sull'orme della coppia innamorata, suscitando le proteste della sua compagna, a cui pareva un po' troppo pericolosa l'avventura.

Ma così potè assistere, coperta dall'ombra, al momento in cui, giunta davanti alla capanna dell'albergo, la bella baronessa, scioltasi dallo sciamma in cui s'era avviluppata contro la brezza notturna, si abbandonò per discendere dalla cavalcatura nelle braccia del giovine, che la tenne un istante sul petto.

—È orribile!—mormorò tra i denti stretti, portando una mano alla bocca come per voglia di mordere. E infatti se essa misurava la colpa di quella donna al patimento che ne provava, doveva sembrarle un delitto esecrabile quel che per gli altri non era che un dei soliti amori di passatempo. Nella sua innocenza del male, nell'atto di conoscerlo, se ne sgomentava come il bambino che balza esterrefatto di mezzo al suo sogno al comparir di un bieco fantasma, che non esiste se non nella sua immaginazione. Ma non aveva essa innalzato il suo edificio di speranze al di là del vero? Non aveva essa creduto troppo al suo sogno?

—Torniamo indietro, signorina: il babbo cercherà di noi—andava replicando Regina.

—Aspetta, vediamo che è bello…—rispose Flora, trattenendola per la gonnella.

Nessuno per fortuna si accorse di queste due pastorelle che adocchiavano nell'ombra. Soltanto una volta una delle due signorine russe, sopraggiungendo alle loro spalle, chiese a Flora in buon italiano:—Come vi chiamate, cara?

La contessina Polony avrebbe voluto rispondere: Vendetta, esecrazione… ma la buona Regina la strappò per la mano e la trascinò via.

Il sentiero, che dalle capanne dell'albergo mena alle casette bianche della zia Maddalena, scende per un tratto fino a una sorgente che gorgoglia tra i sassi all'ombra e risale un altro tratto fino al colmo della prateria, battuta dal chiaro tremulo della luna che faceva luccicar l'erba.

Bortolo, che aveva presa un'altra strada, stava già discorrendo colla Maddalena, quando le due giovani sopraggiunsero. La vecchietta che non si aspettava questa visita fu tutta in tripudio: ma quando seppe chi era la bergamina che accompagnava Regina cominciò a lamentarsi che non l'avessero avvisata a tempo, perchè avrebbe fatto trovare un materasso, una coperta di lana, un po' di salame cotto; e intanto invitava la compagnia a entrare nel suo umile tugurio.

Quando le quattro persone ebbero preso posto sugli sgabelli, non ci fu più luogo per nessuno in quel bugigattolo, reso nero dal fumo, che un lumino scarso riempiva più di puzzo che di luce. Le travi gregge, oblique, logorate dal tempo e dall'uso s'incrociavano in un angolo a cui si appoggiava la pietra del focolare. Il fumo, dopo aver vagato a tingere le pareti, si risolveva a uscire per l'apertura d'un finestrino, che lasciava vedere attraverso alle lavagne del tetto la luce delle stelle.

Una piccola madia, fatta lustra dalle mani che vi eran passate sopra, un paiolo, quattro piatti di peltro, quattro scodelle di terra, quattro cucchiai di stagno formavano tutto l'arredamento di quell'antro, che serviva a un tempo di cucina e di sala di conversazione ai pastori che passavano lassù la stagione del pascolo.

Bortolo fu incaricato dalla Maddalena di stendere della paglia nuova e qualche poco di stramaglia pulita in una «baita» vicina, che serviva spesso di alloggio ai forestieri e agli alpinisti che capitavano lassù di proposito o sviati. E intanto la zia mandò Regina a sciacquare il paiolo al torrente, perchè voleva scaldare due mezzine di latte e preparar loro un po' di cena prima di mandarle a dormire.

La vecchietta, non più alta dell'usciolino della sua capanna, pareva essa pure un travicello affumicato, stretta come era o indurita ne' suoi vestiti senza pieghe e senza colore. Soltanto la faccia era ancor mobile e gli occhi in quel volto solcato da mille rughe concentriche mettevan fuori un'anima ancor giovanile e viva come l'acqua che stilla da un ruvido tufo.

—Se lei mi cerca una chicchera di caffè, cara figliuola mia, sarei imbarazzata a contentarla—disse a Flora che stava immobile ad asciugare i piedi davanti alla pietra del camino—Acqua fresca, latte fresco, polenta calda e castagne fin che ne vuole e anche dei caciolini di capra, se ne ha voglia: ma in compenso di quel che ci manca, qui non bazzica mai il dottore e non si sa che cosa sia la malinconia che fa dolere la testa ai signori. Dovrebbe lasciar giù tutto e venir a stare con noi tre o quattro mesi: vedrebbe queste braccia diventar belle e grasse—e la donna stringeva nella mano l'avambraccio della signorina come se andasse in cerca di polpa.—E non avrebbe questa ciera lunga e spaventata come se avesse visto il lupo. Ci ha già l'amoroso?

—Perchè?—chiese Flora con un atto quasi sdegnoso.

—Quando le ragazze non sono allegre, gatta ci cova. Ci son passata anch'io cinquantanni fa: ma poi le cose vanno a posto e addio buon tempo!

Bortolo entrò con un fascio di legna minuta. Regina riportò il paiolo coll'acqua della fonte: la fiamma fu suscitata e il tugurio si riempì d'una luce d'oro che ridestò tutte le mosche appiccicate ai travi. La rugiada presa e la frescura della notte rendevano piacevole anche quella vampata in cui presto cominciò a muggire il latte.

—Amedeo non tarderà a picchiare all'uscio—disse Regina—Non può far dormire gli asini in compagnia di quelle belle signore. Zitto… non vi pare di sentire un suono di campanelli?

Stettero un istante ad ascoltare e veramente un tintinnio di campanelli, a cui si mescolava una voce d'uomo, veniva su per il sentiero della sorgente.

—Nascondiamo la testa nei grembiuli e voi, babbo, voltatevi di là—disse Regina, avvolgendo la testa di Flora e la propria.

—Zi' Maddalena, siete ancora lì?—gridò la voce di Amedeo di fuori.

—Chi comanda?—chiese alla sua volta la zia Maddalena, che si divertiva allo scherzo come a' suoi tempi migliori.

—Son Amedeo con due amici. Li meno in stalla.

—Sei tu, Deo? menali e vien subito che ti dò una bella cosa…—Voi fatevi costà—disse alle ragazze—e vediam se vi conosce. Voi, Bortolo, fingete di rimestare nel paiolo.

Due minuti dopo Amedeo ritornò fischiando.

—Come state, zi' Maddalena? cent'anni che non vengo a trovarvi e voi non scendete mai.

—Ho a fare, Deo. Entra. Ci ho qui della gente venuta ieri da Bergamo.

—Da Bergamo? buona sera alla compagnia—disse Amedeo, chinando il capo per poter infilare l'usciolino.

—Sì, da Bergamo. Son due figliuole di quest'uomo venute a cercar marito all'alpe del Giosuè.

—Fate la burla a dir che son di Bergamo. Questa che ride sotto il grembiule non è di Bergamo. Questi è Bortolo e questa è… so io chi è: e se vuol maritarsi all'alpe del Giosuè, buona padrona. Io ho di là alle capanne dell'albergo tre grazie di Dio…

—Voglion giusto pigliar voi… quelle là…—fece la Regina, scoprendo il capo, tra le matte risa di zia Maddalena e di Bortolo.

—Voi non state male vestita in quella maniera—disse Amedeo, arrossendo un poco di gioia—e fu un bel pensiero il vostro d'esser venuti. Ma chi vedo? anche la signorina venuta a piedi per questi sassi? e voi, Bortolo, tenete mano al sacco? bravi! se il maggiordomo dell'albergo mantiene la promessa, ora vi porto da fare un brindisi in compagnia.

—Voi forse immaginate che vi faccia dormire nella stessa baita—entrò a dire la zia Maddalena, facendosi tra i due promessi sposi e guardando in faccia ora all'uno ora all'altra con una espressione di soddisfatta allegrezza.—Niente affatto: finchè il sor curato non avrà detta la sua, voi non direte la vostra.

—È venuto anche il signor Ezio—disse bonariamente Amedeo a Flora, che fatta rossa in viso dal calor vivo della fiamma, potè nascondere il suo interno patimento.—E pare che non perda il suo tempo colla bella cantante, un pezzo di donna che mi ha stancato due asini…—Risero tutti a questa facezia, tranne Flora che fissò gli occhi tristi nella brace.

In mezzine di terra fu versato il latte, mentre Bortolo toglieva dal canestro i cartocci e il pane.

Amedeo uscì a prendere la bottiglia che gli aveva promesso il maggiordomo. Ciascuno mangiò secondo il suo appetito; ma l'aria frizzante e la lunga camminata non dissero nulla a Flora, che solo per cortesia e per non parere selvatica in mezzo a gente così buona, trangugiò a stento una goccia di latte.

Sentendosi quasi soffocare in quel basso tugurio, si mise a sedere sulla porta da dove l'occhio correva sulla prateria, che il raggio della luna scoloriva in un verde pallido e molle. Nella conca, oltre il torrentello, nereggiavano le capanne dell'albergo, da cui venivano schiamazzi e risate allegre con un frequente pizzicare di mandolini. A un tratto s'intese una voce chiara ed educata di donna cantare con comica vivacità la canzonetta del Funiculì funiculà.. una voce da teatro, distesa, che in quel vasto silenzio alpestre correva a riempire la valle e a destare gli echi addormentati del monte.

Flora rispose al brindisi di Amedeo, bevendo un sorso di vin bianco in una pulita ciotola di legno: (la zia Maddalena non aveva altra cristalleria) e quando Bortolo cominciò a pisolare, mostrò anch'essa il desiderio di stendere le gambe stanche sulla paglia. La vecchia accompagnò le ragazze su per una scaluccia aperta, che metteva in un fienile esposto alla luce della luna e le lasciò colla buona notte.

Regina preparò due tane nel giaciglio, spiegò una coperta di lana e fattosi un covo, si addormentò presto sulla sua felicità.

Anche Flora si distese e si rannicchiò nella paglia e cercò di sprofondarsi, di annientarsi nel suo giaciglio, invocò il sonno, il riposo, l'oblio, chiuse gli occhi, ma non potè dormire.

Non le giovava di richiamare tutte le vecchie ragioni che l'avevano persuasa a rinunciare a quel che essa credeva un diritto del suo cuore, ma che non era in fondo che un audace desiderio del suo orgoglio. Non aveva già fatto capire alla mamma, a Cresti, e ad altri che essa era morta a questo passato? non le giovava nemmeno l'inventare ragioni nuove o ingegnosi sofismi per dimostrare a sè stessa che nulla era mutato nel destino antico della sua vita e che il soffrire, come faceva lei, poteva parere ormai a ogni persona ragionevole una debolezza ridicola d'un orgoglio non meno ridicolo; ma che servono le dimostrazioni a un cuore che non vuole sentirle? Al contatto crudele del male il suo cuore era arrivato a un tal punto di sofferenza che non l'avrebbe spaventata nemmeno l'idea di morir lì, nella paglia, quella notte stessa, come una mendicante a cui si è rifiutato per crudeltà un misero tozzo di pane.

Nella quiete assoluta della solitudine alpestre le pareva di sentir martellare il suo povero cuore così dolorosamente che più d'una volta si pose a sedere sulla paglia come per cercare un sollievo: poi sentendo che là dentro le mancava il respiro, scivolando adagino presso Regina, che dormiva con una lenta pesantezza, spinse l'usciolino e venne a sedersi sulla scaletta di legno, provando nella freschezza dell'aria notturna un subito ristoro.

La luna alta nel mezzo del cielo, col disco nitido e vivo diffondeva su per le vette sassose e per le pieghe aspre dei monti la sua luce, che attenua le linee più pesanti in una leggiera trasparenza quasi di cose che si sognano. Il paesaggio dell'alpe pareva palpitare come animato dai segreti spiriti della natura. Una punta rocciosa, in fondo, forse il Legnone, resa diafana dal tocco dei raggi, si alzava come un'aspirazione al cielo blando e casto, senza una nuvola, seguita a poca distanza da altre vette minori, che avevano nel tremolìo molle dell'aria e della luce una trepidazione di cose vive: spettacolo bello e sacro da strappar la preghiera a chi non avesse avuta la morte al posto della fede.

Le casette sparse, coi tetti bagnati d'una luce così bianca che pareva neve, versavan l'ombra sul verde prato e parevano anch'esse addormentate in un pensoso raccoglimento. Tratto tratto si svegliava una campanella con due tocchi sonnolenti, a cui rispondeva da lungi il belato pauroso d'una capra. Sottili fischi uscivan dall'erba, ma sui fuggevoli suoni incombeva il gran silenzio dell'ora notturna, un silenzio che pareva piovere anch'esso dalle remote scaturigini dell'infinito.

È l'ora sacra in cui pare che l'anima resa più diafana riceva nel profondo silenzio delle sue acque il riflesso delle cose invisibili che passano e s'increspano all'alito degli spiriti che non possono più nè morire nè dormire.

È l'ora in cui i desideri sepolti bussano al cuore delle fanciulle che vegliano e i sogni fanno ridere i bambini che dormono.

La notte serena versa le sue rugiade anche sui fiori del male, assopisce il rimorso indomabile, ristora le speranze affrante, rinnova i voti traditi. Quando più dormono le cose fuori di noi e come sottili profumi si sprigionano le più recondite memorie di vite che ci aspettano e ronzano intorno a noi sensazioni di oscuri mondi ignoti che ignorano il nostro sole, i nostri uccelli, le nostre rose, i nostri dolori, dove da cause più sottili derivano vite più delicate e fragili.

Il luccichìo del torrente che serpeggiava in mezzo alle erbe folte della prateria risvegliò a un tratto in Flora la sensazione fisica d'una lunga e acre arsura che la tormentava da un pezzo, confusamente percepita, ma non riconosciuta nell'oscurità del suo patimento morale. Si mosse, discese i pochi scalini spezzati, e battendo il sentiero per cui era venuta nel salire, si avviò verso la sorgente da cui quella striscia lucente d'acqua che serpeggiava nell'erba era alimentata.

Quando vide la sua persona riflessa sul terreno, nella gonnella corta, colle due cocche sporgenti del suo zendado di mandriana, invidiò l'ombra sua e stette a contemplare quel che avrebbe potuto essere, se Dio l'avesse fatta nascere in una di quelle capanne brune che toccano coi tetti la terra. Che giova alzarsi se mancano le ali al volo? umile creatura, nella terra è la tua felicità.

Prima di giungere alla sorgente entrò in una macchia di esili pioppi, che spandevano la loro ombra sottile e tremolante sul greto chiazzato del torrente: ma il luogo non era così oscuro ch'ella non potesse discernere anche nell'ombra il filo dell'acqua che usciva dalla bocca d'un canale di quercia e versavasi in una barba di spume tra i ciottoloni e le felci del solco. Scese fino al canale, vi appoggiò la bocca riarsa e bevette a lungo di quell'acqua sincera che veniva dal cuor della montagna. Poi si voltò a contemplare la luna che dietro il ricamo delle mobili piante pareva navigare verso un polo lontano.

Stette un istante inerte ad ascoltare il bisbiglio dell'acqua che rompeva tra i sassi e che nel silenzio vasto della valle pareva raccontare le sommesse storie della sua grotta oscura e meravigliosa, e avrebbe dovuto poi tornare sopra i suoi passi, se una forza non meno irresistibile di quella che trascina le nuvole nel cielo, non l'avesse condotta a proseguire oltre il boschetto, verso le capanne nere, che dormivano nell'ombra, o piuttosto verso la ragione della sua tristezza.

Essa non avrebbe saputo dire se in quel pauroso desiderio che la moveva fosse più la speranza d'incontrarsi in Ezio o la paura; se, vedendolo, per caso, uscire da una di quelle capanne sarebbe corsa a lui, a stringerlo nelle braccia, a redimerlo da una selvaggia seduzione o se invece sarebbe corsa a rimpiattarsi come una timida fiera dei boschi; ma non cessava per questo di dirigersi a quella volta, e già le capanne chiuse e silenziose eran lì a pochi passi, già ne rasentava l'ombra, quando le parve di udire un rumore, come un frascare vicino.

Si ritrasse dietro una siepe di spino che cingeva uno di quei casolari.

Qualcuno veniva alla sua volta: qualcuno entrava nel recinto stesso che chiudeva il casolare deserto e andava a sedersi sulla soglia d'un usciolino chiuso, dov'erano alcuni grossi tronchi rovesciati, nell'ombra del piovente del tetto.

Non era lui… ma una donna, la baronessa… la baronessa che, non potendo forse riposare sul giaciglio insolito del suo letto di montagna, veniva a far della poesia al chiaro di luna.

Il cuore di Flora insorse in un impeto d'ira, ma non ebbe quasi il tempo di formolare un pensiero che da un ciglione, a cui si appoggiava il muro della capanna, saltò sul prato un giovine…

Flora celata dalla siepe si trovò caduta sulle ginocchia come se a un tratto le fossero tolte le forze della vita, le si ghiacciò il cuore, le si mozzò il respiro. Sentiva che essa non poteva restar lì, invocava mentalmente da Dio l'aiuto di sorgere, di fuggire: ma non poteva reggersi.

Finalmente con un atto di estrema violenza se la comandò questa forza e la trovò: si alzò, si ritrasse con precauzione, aggrappandosi agli arbusti per non ricadere.

Nessuno saprebbe dire come avvenisse, come nessuno sa perchè un fulmine si accende e l'altro no. C'eran delle piastre di selce sparse sul terreno. Flora si chinò, se ne trovò in mano una che fischiò nell'aria come soleva farle fischiare alla riva, quando faceva il giuoco del rimbalzello a fior di acqua… e fuggì mentre uno straziante grido di donna rompeva il silenzio della notte. L'aveva colpita!

XIII.

Convalescenza.

Seguirono alle emozioni di quella notte giorni di febbre cocente e di delirio, che tennero in pena l'animo del dottore, il quale non sapeva a che cosa pensare, se a una febbre infettiva di carattere maligno o a una congestione cerebrale: e invece, quando nessuno se lo aspettava, il male si dissipò da sè, lasciando indietro una grave prostrazione di forze e una straordinaria tranquillità morale inesplicabile in quel carattere rivoluzionario.

Era discesa dai monti colla febbre in corpo e si pensò che la fatica del viaggio, il sole preso nel ritorno, il latte della zia Maddalena e la quantità d'acqua trangugiata per spegnere l'arsura avessero prodotto questo male: e Flora lasciò che credessero al sole, all'acqua, al latte della zia Maddalena. Essa vedeva bene da dove era venuta la sua febbre.

Tuttavia nella debolezza grande in cui era caduta le pareva di trovare in fondo a' suoi mali una pace nuova, non priva di qualche conforto, come se la febbre avesse abbruciata anche l'idea maligna che l'aveva fatta soffrire. Non era stato male ch'ella avesse potuto vedere co' suoi occhi la verità: e non era male che la sua vita si costituisse nella verità.

Mentre il dottore parlava alla mamma di crisi, di flogosi del sangue, di sovraeccitazione nervosa, di macchie epatiche, essa compiacevasi d'aver finito di soffrire. Strappata l'ultima illusione, non aveva che da aspettare che la ferita si rimarginasse da sè. Per chi l'aveva fatta soffrir tanto e inutilmente non rimaneva in lei più che una immensa compassione: a quella donna non osava nemmen discendere col pensiero. La figlia del colonello Polony, la contessina del Castelletto, la nipotina della donna, che aveva con un colpo di pugnale vendicata un'ingiuria, s'era avvilita fin troppo a credere che la sua felicità potesse essere contrastata da questi volgari intrugli di amori melodrammatici celebrati al raggio di luna. La nausea è un male che libera spesso da altri mali.

Ad avviarla e a guidarla su questa buona strada di pensieri modesti e ragionevoli giovò non poco la parola dolce e misurata di Elisa D'Avanzo, la buona amica che al primo telegramma della signora Matilde era corsa a sedersi accanto al letto della malata. Con Flora s'erano conosciute durante le vacanze, che Elisa D'Avanzo veniva a passare tutti gli anni sul lago: e quantunque questa fosse di parecchi anni più innanzi e d'indole grave, quasi austera, Flora aveva trovato in lei un'interprete intelligente che l'aiutava mirabilmente a comprendere sè stessa. L'amicizia non è in fondo che la fortuna di trovare in altri la parte che ci manca. In questa funzione integrale Elisa D'Avanzo rappresentava per Flora Polony quella virtù riflessiva, che non abbondava nell'indole della più giovane, troppo facile a credere agli impeti del cuore. Poco era il tempo che le due amiche vivevano insieme, perchè le condizioni ristrette e l'ufficio d'insegnante non permettevano alla D'Avanzo che un breve soggiorno sul lago tra il settembre e l'ottobre; ma la buona relazione continuava nelle copiose lettere che Flora mandava a Torino tutto l'anno, specialmente nelle lunghe e vuote giornate d'inverno, in cui pare che ogni vita morale si ritiri dalla campagna per rifugiarsi nei grandi centri. Erano lunghe confessioni, sfoghi innocenti, confidenze illimitate, nelle quali Flora amava mettere a nudo il suo cuore per il piacere di contemplarlo; erano sunti di letture fatte, consigli chiesti, pensieri trascritti dai libri, pagine intere della sua vita e di sensazioni che nascevano spesso e morivano sul foglio stesso che le raccoglieva.

Elisa D'Avanzo era a parte di quel segreto che la fanciulla non aveva mai osato confessare molto apertamente nemmeno a se stessa; nè si era maravigliata che un'illusione fondata sull'egoismo altrui dovesse cadere un giorno o l'altro come una baracca mal costruita nella sabbia. Essa era venuta subito, anticipando il suo arrivo, a raccogliere le rovine di questa illusione e ora sforzavasi di costruire con quel che si poteva salvare un edificio più modesto, ma più solido per il bene della povera Flora.

Elisa D'Avanzo aveva sofferto la parte sua nella vita, perchè potesse parlare con qualche autorità: ma più che i dolori conosceva della vita quelle spinose necessità e quei nudi bisogni, che sdegnano la pietà e che vivono giornalmente della nostra carne viva.

Da quasi vent'anni era insegnante nelle scuole comunali di Torino, costretta a mantenere una povera sorella scema che non aveva altro aiuto. Per quanto esaurita dal lavoro, conservava ancora al di sotto del logoramento fisico della persona magra e leggera, i tratti di una sana e delicata bellezza, vivificata dalla luce di due grandi occhi pieni di pensieri e sempre attenti alle cose buone. Vestita quasi sempre di nero o con pochi ornamenti vedovili, essa portava da dieci anni il lutto all'unico amore della sua vita, perchè si considerava veramente la vedova dell'uomo che l'aveva amata, che aveva promesso di sposarla e che a ventisei anni era morto vittima di una infezione cadaverica sul punto in cui stava per ottenere una cattedra di fisiologia all'università.

Colla morte di Annibale Perrone la scienza ebbe a rimpiangere una forte speranza spenta troppo presto per l'onore della patria. Amici, colleghi, discepoli, corpi scientifici, riviste italiane e straniere ripeterono per un anno l'elogi che segue ai valorosi e benemeriti cittadini; un busto di marmo fu innalzato nel cimitero dov'è sepolto… ma ad altre cose ebbe poi a pensare il mondo. Altri uomini, altri studi, altri maestri, altri ideali sorsero a far dimenticare l'opera di un trapassato, come l'erba cresce sull'erba segata dalla falce del villano; ma dopo dieci anni la donna era ancor viva al suo dolore. Il mondo si rinnova e dimentica: la donna che ha amato bene una volta, vive e muore nel suo amore. Crollano le lapidi e i monumenti attaccati ai muri: ma una memoria che sia sepolta nel cuore di una donna è un albero sempre verde che mette ogni anno una radice di più. Così Annibale Perrone, che nessuno ricordava più, continuava a vivere delle luminose speranze della giovinezza nel modesto cuore d'una povera maestra elementare, che all'educazione dei figli del popolo dava tutto quel che non era morto in lei, in compenso della pace che il lavoro le aveva procurato.

Per Flora fu una vera medicina la compagnia della cara amica, che, senza bisogno di interrogarla, seppe rispondere con carità e con prudenza ai gemiti di quel povero cuore lacerato.

—No, no—le andava dicendo Elisa, nei momenti in cui vedeva la malata più disposta ad ascoltarla—tu non puoi sacrificare il tuo avvenire, i tuoi pensieri, i tuoi doveri al culto di un uomo che non ti ama e che non puoi stimare. Se egli ha potuto suscitare in te un'illusione, non fu che un raffinamento del suo egoismo, perchè volle cogliere in te un fiorellino modesto dal profumo delicato e ornarsene per un'ora l'occhiello; ma non tardò a farti capire che si è subito pentito di quest'atto d'imprudente poesia. Per tutto l'oro del mondo egli non sacrificherebbe un giorno della sua libertà e un solo dei suoi capricci alla perpetua felicità di una donna che lo vuole tutto per sè. Il nostro modo di amare, cara Flora, non è tutto piacevole perchè coll'amor nostro noi diamo tutte noi stesse e per sempre. Ma questi signori più che la donna amano le donne: o almeno non ci considerano se non come carte che servono a fare il giuoco e che si cambiano ad ogni partita. Tu, nell'ingenuità tua, non potevi immaginare che il mondo fosse così; ma è forse bene che il caso t'abbia aperti gli occhi. Ogni tua violenza farebbe peggio. Più si sente incalzato da te, più ti si ribella e provocherà le occasioni per dimostrarti che non intende sacrificarti nulla, nè un risentimento, nè una vendetta, nè una seduzione. Più cattivo lo renderesti quel giorno che tu ti presentassi come creditrice. Nulla è più odioso quanto un creditore che non si può pagare. Sicchè per il tuo meglio, se proprio ti pare di avergli voluto bene e se ti duole di sciupar del tutto una immagine che ti fu cara, credo che ti convenga rinunciare tranquillamente a lui, e riprendere invece quei modesti doveri che tu hai verso tua madre e verso te stessa. Vedi me. Quando ho dovuto per forza rinunciare alla felicità, mi son rifugiata ne' miei doveri, come mi sarei rifugiata in una chiesa per salvarmi da un acquazzone, E così il mio sacrificio invece di restare morta radice nel suo egoismo, fruttò a me e agli altri, se non una felicità migliore, certamente un riposo non inutile e qualche beneficio.

Flora ascoltava attentamente e ringraziava cogli occhi teneri l'amica del bene che le faceva colle sue parole.

Un'altra volta il discorso cadde sulle grandi obbligazioni che sua madre aveva verso il signor Cresti del Pioppino e sull'avvenire incerto che avrebbero incontrato tutt'e due, se per non voler più aumentare queste obbigazioni, Flora avesse persuasa sua madre a lasciare il Castelletto e a seguirla in una grande città in cerca di lavoro e di pane. Anche su questo punto Elisa D'Avanzo aveva le idee chiare e positive di chi ha vissuta la sua esperienza.

—Vivere in una grande città oggi è un negozio arduo e faticoso per chi vi è nato, per chi vi ha parenti, amici, clientela, avviamento naturale; ma a chi arriva nuovo la grande città si apre come un deserto inesplorato; la piccola come un sepolcro. Tu vai in città a chiedere il tuo pezzo di pane; ma nessuno ha mai pensato che tu avessi diritto di averne: anzi molti si meraviglieranno che tu possa osar tanto e venir da lontano apposta per portar via un poco di quel pane che basta appena a chi c'è: molti se ne sgomentano; molti stringono i pugni e digrignano i denti.

Vincere colla forza la concorrenza di chi aspira al tuo medesimo pezzo di pane non sempre si riesce: perchè più abile della forza è l'astuzia: e di tutte più ancora la malignità. Onde i buoni in questa gara son già vinti prima di entrare. Ma date pure eguali condizioni, il vincere non riesce facile nemmeno a chi fin da fanciullo si preparò l'animo alla lotta e per tutti gli anni della sua giovinezza non fece che addestrarsi nell'esercizio di questa lotta, rompere, per dir così, la volontà a tutte le ripugnanze, fortificarsi contro gli assalti dei più cupi avvilimenti. Ma chi non ha mai lavorato o imparò l'arte sua solamente come un diletto della vita, se anche l'ingegno l'assiste, non può essere sicuro di non smarrirsi, di non stancarsi, di non avvilirsi, di non trasformare il suo stesso lavoro in un acuto strumento di tortura e di cader vittima della sua stessa energia.

—E allora—diceva la buona amica—che sarebbe di tua madre?

—La povertà è cosa assai triste—soggiungeva malinconicamente col tono di chi sa quel che significa contrastare giornalmente colla sorte avara e cogli intrattabili bisogni.—La povertà è cosa triste per tutti, anche per chi vi è nato in mezzo e non conosce altra sorte; ma per una fanciulla bella e gentile, che non voglia rinunciare al suo prezioso orgoglio, l'essere povera è una condizione insopportabile.

La gente fa ai poveri una colpa persino di quella stessa dignità che nei ricchi è stimata come un pregio del carattere; e io ho sentito accusare di alterigia certe povere donne, che preferivano una goccia del loro magro caffè fatto in casa, alla grassa abbondanza d'una minestra offerta per nulla da una cucina economica. Il povero ha sempre torto d'essere povero e di offendere col suo spettacolo gli occhi beati di chi lo vede; ha torto di essere seccante, quando chiede, e arrischia di offendere il beato egoismo della gente felice anche quando si ostina a non chiedere. Al povero è difficile perfin d'esprimere la sua riconoscenza, o perchè dice troppo o perchè dice troppo poco; ma più per la ragione che il ben ricevere non è più facile che il ben dare.

Chi poi può paragonare la povertà sopravvenuta a una perduta agiatezza ed è nella condizione dolorosa di dover continuamente paragonare quel che è a quel che era, quel che aveva prima a quel che non ha più, condanna sè stesso ad un supplizio, che è paragonabile soltanto allo strazio che farebbero due cavalli che tirassero un misero corpo in due versi opposti: tra le memorie e i disinganni, tra il passato e il presente Io strazio rompe la vita.

Ora tu hai qui sull'uscio—conchiudeva la giudiziosa amica—chi ti offre amore, amor vero, non fiamma di paglia, tranquillità d'animo, ricchezza con decoro: è un uomo schietto che tu non potrai non amare, quando potrai più da vicino conoscere il suo cuore e misurare il valore della sua virtù nascosta. Non è il biondo cavaliere della leggenda che passa nei sogni della giovinetta bionda: ma tu non sei romantica e sai quel che valgono i cavalieri di ventura.

L'uomo che io ho amato più di mio padre e più di mia madre non era bello: nè mai mi son chiesta s'egli lo fosse o se era un male che non lo fosse. Era il dottor Perrone che aveva guarita mia madre, era il bravo professore, amato da' suoi allievi, era la gloria della scienza e bastò perchè a me paresse più bello d'un dio. Sento che l'amerei dell'istesso amore anche se egli mi comparisse davanti coi capelli bianchi, già vecchio cadente. Consacrarsi al valore di un uomo è qualche cosa di più attraente che non amarlo per la sua gioventù e per la sua bellezza. Perciò ti ripeto che tu fai male a non incoraggiare il signor Cresti. Sarebbe per te il miglior modo per guarire del tutto da una febbre non buona, che non vien tutta dal cuore…—

Flora arrossì: gli occhi le si riempirono di lagrime di pentimento.—Forse, sì, forse avete ragione; io devo però meritarmi quest'amore e fargli un posto degno nel mio cuore. Avete ragione, non vi può esser nulla di buono in questa febbre d'odio e di gelosia che consuma la parte migliore di me. Dite intanto al buon Cresti che venga a trovarmi.—

* * * * *

Quando il solitario del Pioppino, incoraggiato da tutte le patti, scese al Castelletto a far visita all'illustre inferma si consolò tutto nel vedersi accolto con un sorriso di tenera bontà.

La malata ancor ravvolta negli scialli, con in testa una delle cuffiette della mamma, che faceva brillare i riccioli dei capelli sull'orlo della fronte, coi colori attenuati della convalescenza, stava nel seggiolone di mamà, nel vano della finestra, dove il sole batteva, mettendo nel salotto un lieto e giallognolo tepore.

La mamma era in cucina a preparare la seconda minestra della convalescenza, in cui era stato concesso di lasciar cadere un fegatino di pollo: Elisa era uscita per la sua solita passeggiata mattutina, che doveva riattivare un appetito da lunghi mesi inerte: Flora nel vano della finestra, fissi gli occhi a due nuvolette vaganti nel cielo come fiocchi di lana, si abbandonava con un molle piacer fisico alla sua dolce stanchezza, appoggiando la testa al dorso della poltrona, correndo dietro col pensiero ai rumori che venivano dal villaggio e allo sciacquìo dell'onda che gorgogliava ai piedi della casa: voci e suoni che si mescolavano a visioni e a memorie di cose lontane, cadute da un pezzo in dimenticanza.

La mente fatta più docile e meno impedita dal vigore della resistenza fisica si abbandonava con più indulgenza a ripensare le cose passate e a considerare con un senso di maggior benevolenza il destino della vita. Il bene, andava persuadendosi, è nella moderazione dei desideri e non si riposa mai così bene come nella propria bontà. E come il suo corpo godeva del tepore del sole e l'appetito invocava come un gran bene la piccola scodella di minestra, silmilmente nella sua convalescenza morale essa augurava al suo spirito la guarigione che fa godere d'ogni minimo bene, e quella sana volontà naturale che dà sapore ad ogni modesta fortuna.

Era così assorta, in contemplazione d'un farfallone che, svolazzando, urtava nel vetro, ostinato anche lui contro l'impossibile, quando Beniamino Cresti entrò.

—E così, Flora? va bene, sento….

Flora, che non l'aveva sentito entrare, piegò la testa e vide il signoretto del Pioppino con un enorme mazzo di rose gialle in mano, le più belle rose di quella qualità che fossero sul lago.

—O Cresti, buon dì. Grazie, sto bene davvero. Son per me queste rose?

—S'intende: le ho colte apposta.

—Come si chiamano?

—Rose rêve d'or….

—Come son belle! me le lasci veder bene.

Cresti lasciò cadere il grosso mazzo sciolto in grembo alla fanciulla, che rispose con un piccolo grido di gioia.

—Hanno un profumo inebriante: o è forse la mia debolezza che me lo fa sentire?

—Il profumo è l'anima dei fiori—sentenziò l'amico, che da qualche tempo andava spigolando in un florilegio di bei pensieri; e per far la sentenza più rotonda e più significante, chinandosi sulla fanciulla, che pareva sprofondata nel seggiolone della mamma, soggiunse:—E il sorriso è il profumo dell'anima.

—Ma ci son dei profumi acri che fan pensare più alle spine che non ai fiori.

—Dunque, proprio bene? sentiamo un pò….—Cresti le prese il polso, trasse l'orologio d'oro e misurò le pulsazioni sul tic tic dei minuti secondi—Polsetto un pò debole ancora, ma regolare: segno che il cuore è in ordine.

—Domani potrò uscire in giardino. Ma sieda, Cresti.

—Ho premura—si scusò egli—son venuto soltanto per far la mia visita medica e anche per chiedere un consiglio.

—A me?

—Sì, un consiglio d'arte.

Cresti che pareva già sulle spine, fatto un mezzo giro intorno alla tavola, tornò presso la poltrona, trascinandosi dietro una sedia; ma si accontentò di appoggiarvisi colle braccia.

—Sa che ho comperato il Ravellino….—riprese in tono semplice, fissando lo sguardo al di là dei vetri verso la riva, dove si poteva scorgere la piccola villa.

—È affare fatto? benissimo.

—Bersi mi stava alle costole e io ho detto: Cosa fatta capo ha.

—Ha fatto bene—disse lentamente Flora, portando alla bocca una rosa, su cui tenne fisse le labbra.

—Per me ne ho fin troppo del mio vecchio Pioppino, ma capisco che non a tutti possa piacere un luogo così solitario, lontano dal lago, ficcato in una crepa di montagna. Al Ravellino avremo la nostra barchetta…

Cresti si arrestò, sentendo che parlava in plurale; socchiuse un poco gli occhi e aspettò che altri finisse un discorso che non osava andar avanti da sè.

—Avremo la nostra barchetta… ma il Ravellino è in un disordine orribile. Bisognerà che ci spenda molto denaro per ripulirlo e per togliere tutto quel che c'è di barocco e cattivo gusto. Avrò quindi bisogno di molti consigli.

—Verremo a vedere, consiglieremo…—disse lentamente, con dolcezza, Flora, secondando con benevolenza il pensiero del suo buon amico, mentre coll'orlo delle labbra andava mordendo e sfogliando la bella rosa.

Cresti si appoggiò allo schienale, distese un braccio sulla sponda della poltrona e con una intonazione in cui tremolava il suo povero cuore riconoscente, soggiunse:

—Sicuro, vorrei far restaurare una bella camera grande in stile del Rinascimento con un bel soffitto a rosoni dipinti: e poi anche il giardino ha bisogno di mille adattamenti. Quel Bersi era un ostrogoto… Un artista ha posto di guazzare fin che vuole: e io faccio conto sul buon gusto degli amici.

—Grazie. Metteremo fuori tutta la nostra dottrina artistica.

—E poi c'è ancora una cosa…—soggiunse l'amico, che tirava lentamente il pensiero come se temesse che, rompendosi il filo, l'animo dovesse precipitare in un pozzo.—Ravellino è un nome che non dice nulla; troppe baldorie vi hanno fatto in questi anni quei famosi scapestrati: e quando sia lavato e purificato, bisognerà battezzarlo con un nome un po' poetico.

—È giusto—disse Flora.

—Ho scritto qui alcuni nomi—riprese, mentre levava con mano tremante dal portafogli un cartoncino; e balbettando per l'estrema commozione:—Cioè… veramente ne ho scritto uno solo; anzi o sarà questo o non sarà nulla. Ma non posso scriverlo sul.. sul frontispizio, se prima non ho la debita autorizzazione.

—Dalla prefettura?—chiese ridendo dietro il fascio di rose la contessina.

—Eh… già… forse anche dalla prefettura, ma prima ancora ci vuole un'altra autorizzazione. Ecco: io le lascio questo cartoncino in una busta, Flora. Non dica nulla a nessuno, ma ci pensi e mi sappia dire schiettamente il suo parere… No, non lo guardi adesso.

Flora aveva già letto sul cartoncino: Villa Flora.

—Lei non mi deve dare la risposta nè oggi, nè domani, nè dopo: potrà anche non darmela mai e non cesseremo per questo d'essere buoni amici.

Egli aveva ripreso la piccola mano della signorina e se la teneva stretta nelle sue. Flora sentì gli occhi intenerirsi davanti a questa devozione così pietosa, così tenera, così umile e prima di ritirare la mano strinse quella del vecchio amico con un lungo indugio di benevolenza.

—Scriveremo…—balbettò essa, guardandolo cogli occhi molli.

Il pover'uomo, che non si aspettava tanto, fu per piegare un ginocchio in terra. Si limitò ad appoggiare la testa al dorsale del seggiolone fino a toccare coll'orlo delle labbra i nastrali della cuffietta. Ma parendogli che la casa si rovesciasse col tetto nel lago, fuggì senza manco dire addio. Nel corridoio s'incontrò nella signora Matilde che veniva colla minestrina in mano. Le fece alcuni segni colle mani, senza riuscire a farsi capire; finalmente la baciò in fronte e scappò via. Sulla porta di strada dette proprio nella signorina d'Avanzo, che tornava dalla passeggiata: fece anche a a lei alcuni segni, baciò anche lei in fronte e corse verso il Pioppino nella speranza d'incontrare a mezza via il suo caro Massimo. Una grande beatitudine istupidiva il suo cuore e non capiva perchè egli seguitasse a tenere alla bocca la mano chiusa come se stringesse una moneta preziosa. Su quella mano ancor calda della muta promessa non cessava dall'imprimere baci.

E intanto non restava dal fuggire, come se la sua felicità gonfia di vento lo portasse in aria. Camminò un bel pezzo verso la strada lacuale; passò oltre, senza vederla, la strada del Pioppino: si arrampicò per un viottolo, che metteva in un altro, scese per la strada d'un torrente, saltò rive e scarpe di campi e di vigne, sempre stringendo in mano il suo prezioso pensiero, e non si arrestò, se non quando la schiena del monte gli si rizzò erta e minacciosa davanti. Sentendosi stracco, affannato, colle ossa dislogate, si lasciò cadere sopra uno strato d'erba ancor molle di rugiada e lasciò che le lacrime non mai sparse durante la sua vita colassero tutte in una volta.

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