Front matter (continued 2)
Reading edition
Gerardo scrolla il capo, vuole interromperla.
— Mi lasci dire! Mi lasci dir tutto! Poi, a poco a poco, senza accorgermene, lo scherzo per me diventava realtà... o idealità, come vuole! Lei è tanto buono, tanto diverso degli altri, tanto superiore agli altri. Dice così giuste cose che colpiscono e fanno pensare!... E io ho sognato, ho sperato... Se davvero, col tempo, diventasse proprio un amico, un buon amico, se diventasse davvero... un po' il mio papà? L'amico nostro, buono! — Sofia si corregge subito — l'amico mio, che mi avrebbe guidata, consigliata, confortata. Sì, confortata, perchè la vita non è mai senza lacrime, anche quando si crede di poter essere felici! E in cambio, di questa sua amicizia, di questo suo affetto, io sentivo e sento, che avrei potuto darle lealmente, e apertamente, una parte così buona della mia anima, della mia tenerezza! Non è possibile! Non è più possibile! Lo capisco! Lo sento! Per questo non ci vedremo più, non ci parleremo più! Ecco, le ho detto tutto! Adesso... addio! Ma pure... questo mio sentimento, questo mio grande rimpianto lo proverò sempre, sempre! — Io adesso torno indietro; è meglio che non ci vedano insieme; e poi devo avere la faccia stravolta... — Si ricordi sa, così... come le ho detto, un gran bene! Sempre, sempre! Per tutta la vita.
Sofia si volta a un tratto con la voce rotta da un singhiozzo e si allontana rapidamente, quasi correndo: il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa, si perde, e sparisce nel buio, fra i tronchi vecchi e diritti, in fondo al lungo viale.
Il Parvis ritorna verso l'albergo, camminando in fretta, a capo chino, senza vedere nessuno, senza salutar nessuno.
— La posta, Eccellenza.
È il portiere che gli presenta il solito fascio di lettere, di giornali e di libri.
Il Parvis lo prende macchinalmente e straccia la busta della prima lettera, senza nemmeno guardarla.
— Il mio servitore dov'è?
— Era qui adesso.
— Fatelo chiamare, subito. E il mio conto, subito. E una carrozza.
Il portiere fa un atto di meraviglia:
— Parte, Eccellenza?
— Sì.
— Prende il diretto per Roma o per Milano?
— Per Roma.
— Vorrà pranzare, prima. Le ordino il pranzo?
— No. Pranzerò a San Marcello o a Pracchia.
Gerardo parla spedito, con la voce sicura, con tono risoluto. La sua faccia è la solita, di tutti gli altri giorni. Soltanto ha le labbra pallide, stirate e in mezzo alla fronte è apparsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e fonda, che non c'era prima.
Fa le scale tranquillamente, ma poi entrato in camera richiude l'uscio con un impeto di collera. Rapidamente, quasi macchinalmente, prende la piccola valigia a mano e la riempie di lettere, di carte, di libri: vi caccia dentro la scatola delle sigarette, i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'orario. — E il portafogli? Dov'è? — Non ricorda se lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano.
— Eccolo.
— Ma invece del portafogli è l'astuccio di pelle con il ritratto di Flaviana.
Lo guarda, ma senza commuoversi: freddamente.
— Sei vendicata! Come sei vendicata!
Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli, continuando invece a cacciar roba nella valigia, tutta la roba che gli capita sotto le mani.
A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa di fresco, di umido è passato sopra la sua faccia; è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul tavolo.
— Via! Va via!
Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ritorna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa inciampare!
— Maledetta bestia!
Gli dà un altro colpo così forte, che lo fa rotolare sul pavimento.
Teo non guaisce, corre a nascondersi sotto il canapè.
— Comanda?...
È la voce di Prospero, entrato dietro a Teo, ma che il Parvis non ha veduto.
— È un'ora che aspetto, vivaddio! Mai al tuo posto! Mai!
Prospero non risponde: la sua faccia rasata, scura, sembra diventata di bronzo.
— Il mio baule, la mia roba subito. Soltanto la mia. Tu partirai domani, per Milano.
E non dice più una parola. Rimane immobile, muto, diritto, le braccia dietro il dorso, fissando il baule che Prospero riempie lentamente.
Soltanto, quando sta per salire in carrozza, non può trattenere un impeto, un moto di stizza.
È il generale che lo chiama, che lo ferma. Il generale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca aperta, è tutto un punto d'interrogazione.
— Ritornate presto, onorevole?
— No. Non torno più.
— Come?... Non tornate più?
— Ho ricevuto un telegramma: sono chiamato a Roma d'urgenza. Affari importantissimi. Buona permanenza, generale, e sempre in buona salute!
— Ma...
La carrozza parte. «Gambe de pano» rimane fermo, in mezzo alla strada, seguendone, con l'occhio stupito, la rapida discesa.
Prospero, sempre con la faccia scura, annuvolata, ritorna subito in camera del padrone, appena questi è partito, e si china ginocchioni, guardando sotto il sofà.
— Teo! Vieni qui! Teo! — Niente: Teo non risponde, non si muove. — Teo! Vieni qui! Teo!
Dopo un momento, Teo, quatto quatto, esce di sotto il canapè, le orecchie basse, la coda nascosta fra le zampe: si avvicina a Prospero, gli odora la faccia, poi corre di nuovo ad accucciarsi nel suo nascondiglio.
Prospero scrolla il capo e se ne va chiudendo l'uscio. Prima di sera, ritorna con la zuppa di pane e di carne.
— La pappa, Teo!... Buona la pappa!
Teo riappare, odora il piatto, ma gli dà contro con il muso, rifiutandolo, e di nuovo si rifugia sotto il canapè.
— Teo!... Teo!... Povero Teo!
VIII.
Com'era vertiginosa quella discesa! Il Parvis era preso da un senso di sconforto, di oppressione, di tedio.
Quando si trovò di nuovo, improvvisamente, alla stazione di Pracchia, senza mai aver detto una sillaba al vetturino, gli parve di essersi destato da un sogno. Il solito rumore, il solito frastuono, il solito caldo, la solita polvere, il sudiciume, i saluti ossequiosi del capo-stazione, degli impiegati: il correre affaccendato dei facchini.
Come ormai erano già lontani l'Abetone, il bosco, il viale Elena! Quanto tempo era passato... un'ora sola!
Rincantucciato nell'angolo del suo scompartimento, non si muove più. Non scrive, non legge, non apre, non tocca nemmeno la valigia.
A Civitavecchia, il conduttore spalanca lo sportello:
— Desidera i giornali del mattino, Eccellenza?
— No.
Il Parvis, sempre immobile, sempre rincantucciato, richiude le palpebre, ma non può chiudere gli occhi. Il treno corre velocemente lungo la bigia e desolata campagna romana, così brulla ed arida, qua e là disseminata di ruderi, di avanzi, e di castelli diroccati: un grande cimitero di cui il vento secolare ha portato via i cippi, le statue e le croci. Ma Gerardo non vede che boschi e prati... uno spazio infinito di verde, e in fondo in fondo e poi vicino, più vicino... il cappellone... il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Lei, sempre lei, lei!... Amoore! Tesooro! Je t'adoore!...
— Sarà sempre così? Dovrò vederla sempre, così? Non potrò mai chiudere gli occhi della memoria, gli occhi dell'anima, e non vederla più, e ritornare calmo, tranquillo, felice?... — Oh Flaviana, povera la mia Flaviana cara, amata, adorata! Tu sì, tu sì, che mi volevi bene!
A Roma, l'onorevole Parvis grida con tutti, strapazza tutti: appena sceso all'albergo per le camere; poi al ristorante per la colazione, poi da Aragno per un articolo della Tribuna. Il Governo ormai è una baracca, i partiti sono una commedia: il paese è in rovina, la società in dissoluzione. È nervoso, aggressivo, violento.
— Che ha l'onorevole Parvis?
— Nevrastenia.
I più sorridono con malizia:
— Nevrastenia, prodotta dalle dimissioni date, e che furono accettate troppo presto! È il bruciore di aver perduto il potere!
— Non ha equilibrio, non ha prudenza. Gli manca la serenità, la stabilità dell'uomo di governo.
— Ha un carattere troppo impetuoso, atrabiliare! È mezzo matto!
Gerardo se ne va da Roma dopo una settimana; ha levato il saluto a tre o quattro persone ed è stato sul punto di avere un duello.
— Sono stufo di questa vita, di questa baraonda, di tutte queste liti! Manderò le mie dimissioni anche da deputato! Voglio viaggiare, viaggiare... Viaggiare in paesi lontani, nuovi, diversi dai nostri!
E pensa, in cuor suo, a un paese di ghiaccio, di neve, o scolorito, o giallo, ma senza un filo di verde! — Là, finalmente, non lo avrebbe veduto più, mai più, quel grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Quando a Milano sta per entrare in casa, Prospero gli viene incontro, con la faccia stralunata, borbottando qualche parola che Gerardo non capisce bene.
— Che c'è?
— Teo ha preso il cimurro. Sta maliss...
Il resto si perde, vola per aria.
— Non hai chiamato il signor Lodetti?
Il signor Lodetti è il veterinario.
Prospero scrolla il capo, borbottando: si capisce, s'indovina che non c'è più niente da fare.
— Dov'è?
Prospero va innanzi e Gerardo lo segue.
Attraversano l'anticamera, il salotto, lo studio, la stanza da letto, il gabinetto di toilette... Nel guardaroba, sotto la finestra c'è il lettuccio del povero Teo: una cesta rotonda, e un vecchio plaid disteso sopra la paglia.
— Il padrone! Teo! il padrone!
Prospero ha un suono tremulo, un accento insolito nella voce pietosa.
— È qui il padrone, Teo...
— Teo... povero Teo, — mormora il Parvis avvicinandosi alla cuccia. Teo fa uno sforzo, si alza a stento sulle due zampe anteriori; ha il testone grosso, sformato, che non può più reggere. Eppure, barcollando... cerca, allunga il muso verso il padrone, e muove ancora adagio la coda... ma è sfinito: ricasca giù, nella cuccia, abbandonandosi, le gambe ripiegate, il respiro affannoso, come un rantolo, un lamento che continua, che continua, mentre l'occhio rimane aperto, con la pupilla vitrea, dilatata.
— Teo, povero Teo...
Gerardo si china per accarezzarlo, e allora il lamento, il rantolo si fa più sommesso...
— Teo, povero Teo...
Gerardo continua ad accarezzarlo, ad accarezzarlo... ma poi, quando fa per allontanare la mano, il rantolo, il lamento diventa più forte, più lungo, disperato, e Teo gli volge l'occhio umano, che si ravviva in quell'ultima, suprema espressione del dolore e della morte.
Prospero porta uno sgabello: Gerardo siede e rimane sempre vicino a Teo, accarezzandolo sempre, finchè il rantolo, che continua, che continua per un'ora, per due ore, si fa più affannoso, più profondo, più forte, indi, a poco a poco, più lento, più sommesso... poi finisce... non si sente più. Teo, dopo un ultimo sussulto, rimane fermo, immobile, disteso.
Gerardo ha il cuore gonfio, stretto: lì, nella cuccia, accanto al povero Teo, c'è ancora il nastro rosa, ricamato e regalato da Sofia.
... La mattina dopo, all'alba, nel piccolo giardino della casa, il portinaio sta scavando una buca. Prospero ha portato Teo, rigido, stecchito, avvolto in un panno bianco.
Gerardo è pallido, ha gli occhi stravolti.
Mentre il portinaio prepara la piccola fossa, Prospero scopre il testone di Teo, poi lo ricopre di nuovo.
— Ecco fatto! — esclama il portinaio, allegramente. — Di qua, signor Prospero!
E stende le mani per prendere il lungo involto bianco.
Prospero non dice nulla, si alza, e sotto gli occhi di Gerardo, sempre ritto, muto, pallidissimo, depone Teo, delicatamente, nella fossa, e lo copre, lo ricopre con il panno bianco, per difenderlo dalle palate di terra, umida e nera.
Il portinaio riempie la buca in fretta, poi vi distende sopra la terra, rassodandola con quattro colpi di badile ben forti, bene assestati:
— Ecco fatto!
Allora, allora soltanto dal petto del Parvis prorompe un urto di singhiozzi, uno scoppio di pianto dirotto, desolato.
Egli rientra nella sua stanza, si butta attraverso il letto, piangendo ancora, sfogandosi. Finalmente ha trovato la via delle lagrime.
— Finito! Finito! È proprio tutto finito!