LA TOSCANA E L’ORIENTE
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Non mancano romanzi ed appendici di giornali a coloro che nella lettura cercano una distrazione. Pochi sono che non rabbrividiscono alla vista di un volume in quarto, a due colonne in più che cinquecento pagine fitte di documenti. Eccovi uno di quei volumi, ma non rabbrividite. Sono i documenti delle relazioni tra le città toscane e l’Oriente, raccolti da Giuseppe Müller e splendidamente impressi dai Cellini di Firenze.
Le Crociate! Che slancio di fede, che rifioritura della speranza nel martirio! Entrarono in parossismo tutti gli istinti cattolici e cavallereschi del medio evo, e Pietro l’Eremita e Goffredo di Buglione desiderarono morire per la Croce. Le istituzioni feudali trovarono quel che cominciava a mancare, uno sbocco per gli entusiasmi, un dominio pei cadetti. Dio lo vuole! e i cavalieri s’imbarcano sulle galee pisane, venete, genovesi, e la febbre cristiana per la conquista del Sepolcro riceve più tardi la sanzione della poesia. I Pisani recano sulle galee tanto delle terra benedetta da poterci seppellir sotto i loro morti ed edificar sopra il meraviglioso Camposanto. Tutta quell’epoca nella tradizione, e nella storia, secondo il Cantù, sembra una nuova primavera della fede.
Sembra. I documenti toscani sono proprio il rovescio della Gerusalemme liberata.
Certo le repubbliche italiane erano profondamente religiose. Le istituzioni, gli edifici, la storia ce lo attestano. Ma erano religiose all’italiana, con un pizzico di scetticismo di quando in quando, e con molte impertinenze pei preti e pei frati. Si poteva esser cattolici e guelfi come i fiorentini, e metter la briglia ai chierici e domarli se recalcitranti, come nei molti Consigli dal 1281 in poi. Si poteva essere cattolici e ghibellini come Dante, e lodar Dio dicendo corna del Papa. Il Boccaccio mostra più intimo questo miscuglio di religione e d’irriverenza, che nei letterati finì poi in una rinnovazione artificiale del paganesimo. Certo le repubbliche italiane erano religiose, ma erano anche repubbliche di mercanti. Le Crociate erano certo una santa e meritoria impresa, ma se non fosse tornato conto il prestar le galee ai ferventi cavalieri, i repubblicani, religiosi ma furbi, non ne avrebbero prestato nemmeno una. Tutto il contegno di costoro dice che essi veggono come liberando il Sepolcro si possano stabilire fattorie in Siria e sia possibile acquistare il paradiso all’altro mondo facendo masserizie in questo. Così adunano flotte e combattono a Tolemaide, a Tiro, a Giaffa, dappertutto dove c’è un porto da aprire alla religione di Cristo ed alla ragione del commercio loro.
I documenti toscani non potevano far meglio vedere questa doppia direzione delle repubbliche italiane in quei tempi. Nei trattati dei Pisani specialmente, ritroviamo un curioso ed ingenuo miscuglio di cose sacre e profane, una specie di identità tra la religione e l’interesse, da far venire la pelle d’oca a tutti quelli uomini buoni ed a quei poeti romantici che credono alla ideale purità della fede d’una volta. Gli imperatori di Costantinopoli, cristiani della fede loro, cominciarono ad essere seccati da tutti questi paladini della fede che passavano sulle loro terre o navigavano lungo le loro coste. Di qui una serie di battaglie e di piraterie tra i successori di Costantino e i benedetti dai pontefici, che finirono secondo il solito, cioè con la sconfitta di chi ha meno forza, se non meno ragione. Dopo una di queste lotte, i Pisani, nel 1111, fecero un trattato coll’imperatore Alessio Comneno, dove si vede chiaro il pasticcio tra la religione e l’interesse; dove si trovano insieme donazioni alle chiese, esenzioni d’imposte, libertà di trasportare pellegrini o mercanzie, godimenti di posti distinti in S. Sofia o nell’Ippodromo, e simili curiose mescolanze. Chi tiene il primo posto in questi trattati e nella direzione generale della politica repubblicana? Queste città libere sono più religiose che commercianti, o più commercianti che religiose?
Veramente, se si bada ai documenti, pare che la religione non fosse la più favorita. I Crociati, figli di una società feudale, conquistando la Siria vi trapiantarono le istituzioni loro. Ogni città, ogni castello ebbe il suo signore con diritto di alta e bassa giustizia, soggetto soltanto al re in teoria. Qua e là però, qualche barone più forte, qualche re più ambizioso, rompevano l’equilibrio dei piccoli feudi e cercavano di dominare. Naturalmente le colonie repubblicane non trovavano il loro conto in questo concentramento di potere e reagivano con poco gusto della religione. Nel 1197 i Pisani, in una di queste turbolenze, assalgono e feriscono persino i pellegrini. Resistono tenacemente anche i vescovi intinti di rapacità feudale e lottano senza scrupoli contro quello di Accone (Tolomaide) pei privilegi di una loro chiesa. Contro alla potenza guelfa sono sempre ghibellini, contro la prepotenza feudale sono sempre repubblicani. E nello stesso tempo che si dibattono contro la pressione del fisco regio o imperiale e lottano con tutti i mezzi contro ai dazi ed alle tariffe per la conservazione dei loro privilegi sociali, continuano le battaglie per la fede, cedono uomini, armi e navi contro i Saraceni. Sbaglieremo, ma ci sembra quasi di vedere che quei vecchi repubblicani cercassero la loro stessa coscienza e, combattendo pel loro Dio e la loro fede, cercassero quasi di scusare, di legittimare, di assolvere l’avidità commerciale.
Ad ogni modo, se non si vuoi convenire con noi, bisognerà confessare che sono un curioso fenomeno quei crociati che nel 1203 e nel 1204 in nome di Cristo assalgono Costantinopoli e bruciano anche le chiese.
Ma se gli scrupoli religiosi tacevano spesso in faccia al lucro così accadrà di quella religione di partito, vivissima in quei tempi e in quegli uomini, incorruttibile anche in faccia agli aperti tesori della Siria. Questa è la disgraziata fede che ebbe tanti martiri nel medio evo, che fece ogni città nemica alla città vicina, di ogni casa una fortezza contro la casa in faccia. Delle battaglie di Legnano non ce n’è che una nella nostra storia, poichè Fornovo non conta; ed anche quei pochi giorni di concordia italica furono contristati da fratricidi ferocissimi. In Oriente ogni repubblica aveva le sue torri come i baroni, ed i quartieri erano divisi da mura e fortificati l’uno contro l’altro. Non solo per ragioni di traffico si osteggiavano, ma le rivalità avevano ragioni moltissime di antipatie, di odii, di precedenti. Le paci si fanno e si disfanno, ma la tenacità nel partito, rimane contro qualunque disfatta, contro ogni tentazione.
Nel 1228 i Pisani, ghibellini, fedeli, lottano per la fortuna di Federico II e si mantengono fanaticamente svevi contro i Genovesi, anche quando c’era tutto da perdere. E l’ira contro Genova, che doveva poi così dolorosamente smorzarsi nelle acque della Meloria, persiste sempre viva, sempre cieca.
Rovinava il debole regno fondato dai crociati, rovinava sotto gli sforzi dei maomettani; ma i due combattenti dimenticarono tutto, e sotto il tetto che crollava non pensarono che a combattersi. Dopo rovinata la casa, uscirono pesti e malconci dalle macerie e, senza guardarsi attorno, seguitarono la battaglia.
Sono questi i tempi feroci che un romanticismo linfatico ci dipinse come l’età dell’oro, della fede, dell’onore e della giustizia. L’epoca fu gloriosa per l’Italia, ma non fu certamente bella per la società. Questi repubblicani erano buoni cattolici, ma spesso, e forse per questo, erano anche buoni corsari. Predavano indifferentemente greci e saraceni, e sapevano prepotere sui deboli. Tra questi era l’impero di Costantinopoli, caduto nelle mollezze della teologia e dei sofismi precursori della scolastica. Sul finire del secolo XII i corsari pisani spazzano il Bosforo, giungono quasi ad affamare la capitale e spingono la sfrontatezza fino a spedire propri ambasciatori all’imperatore Isacco. E le repubbliche tutte fanno a gara per imporre all’Impero infemminato patti di privilegi e umiliazioni di scuse, proprio come oggi le potenze europee al turco. Così finiva la vana epopea delle crociate. Ci guadagnò la borsa, ma ci perdettero la religione e i costumi.
È noto infatti come i reduci guerrieri della Croce portassero in Europa la luce delle mollezze orientali. E quanto il contatto coll’Oriente fosse pernicioso ad una società non ancora uscita dalla barbarie, lo dice la vergognosa istituzione della schiavitù, propagata anche fra di noi e durata per qualche secolo. Il cristianesimo, dopo le sue vittorie sulla società romana, s’era addormentato nel sonno della barbarie, e nel dormiveglia del ridestarsi non ricordava più i precetti umani e santi che non erano stati ultima causa della sua vittoria. A Firenze, a Lucca, a Siena erano molte schiave, per lo più tartare, e venute dalle colonie genovesi in Crimea. A Venezia era il mercato principale, ma in Ancona anche qualche mercante fiorentino attendeva all’ignobile traffico. Solo nel 1364 in Firenze si sentì il bisogno di regolare questo immorale commercio e di rimediare allo scandalo che ne veniva, ordinando che i figli delle schiave seguissero le condizioni paterne, e fossero liberi. Tutti potevano introdurre e possedere schiavi e schiave. Si poteva venderli, donarli come bestie, e la legge ne guarentiva la proprietà. Tra il 1366 e il 1397 le compre di schiave che si possono constatare in Firenze, sono 389. Dante aveva troppa ragione di inveire contro i costumi della sua patria, e noi non saremo lontani dal vero attribuendo in parte al contatto coll’Oriente la corruttela della madre di poco amore.
Con la caduta di Pisa in mano dei Fiorentini cessano in Oriente le liti sostenute con l’armi in pugno. L’astuzia e la politica accorta si sostituiscono alla rozza prepotenza dei marinai, quasi corsari. Firenze è cattolica e guelfissima, ma i sogni delle crociate la fanno sorridere. Tutto il suo ingegno e la sua furberia si volgono a vivere in pace col Gran Turco ed a spillarne quel più che si può di privilegi e di quattrini. La raccolta dei documenti, così bene illustrata dal Müller, giunge fino al 1531. Se arrivasse fino al 1880 ci sarebbe da rallegrarsi o da vergognarsi pel nostro paese?
