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Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi

APPENDICE.

Reading edition

A

VII. Tumulti quando incominciassero. — Pag. 37.

«Il Consiglio, — non obliando la miserabile condizione nella quale, per effetto dei mutamenti politici, era caduta la Toscana, — deliberava unanime questa dichiarazione di fiducia, formulandola così: «Siamo grati agli espedienti che il Governo si affrettò di adottare.» — Non era anche venuta l'ora dell'ingratitudine!»

Con quali intenzioni il signor Guerrazzi salisse al Ministero, e perdurasse in quello, si ricava dalle seguenti lettere, di cui le prime due dirette al cavaliere Niccolò Puccini; la terza ad egregia Donna lucchese, che il Prefetto di Lucca prima di rimettere fece copiare, e in copia conservò; l'ultima confidenziale al prelodato signor Prefetto.

«Amico.

«Tu molte cose hai indovinato: altre no. La troppa acutezza sfonda il foglio. Io quando scherzo ragiono come te; ma in questo mi sento superiore a te: che credo in più e migliori cose, come, a modo di esempio, nella capacità del Popolo a diventare superiore a quelli che lo hanno superato. Mi raccomandi giustizia; io ti assicuro che il tuo amico mostrerà sempre giustizia e generosità. Scusami la brevità. Tu se' discreto, e pensa che non istò in prigione per avere tempo di scrivere a lungo. Addio.

«Firenze, 27 ottobre 1848.

«Affez.mo F.-D. Guerrazzi.

«Al Cittadino Niccolò Puccini. — Pistoia.»

«Amico Carissimo.

Sai tu? le lettere mie saranno brevi, in istile di XII Tavole. — Per ora fo bene? Tu gridi: bravo Cecco! — Perchè dai di occhio ai tuoi poderi; e finchè faccio gli affari vostri, io vo d'incanto. Sta benone. Il Ministero canaglia non parti che ritenga del gentiluomo più che non credevano? Lasciamo gli scherzi, frutto fuori di stagione. Io vado innanzi secondo la mia coscienza, che, comunque inasprita, fu sempre onesta e buona. Se io non potrò dire come Pericle sul termine della vita, cioè: non avere mai offeso nessuno; spero potrò affermare non averlo offeso senza giustizia. E sta sano, mandandomi democratici deputati, — se più tardi non li volete avere escamisados.

«Firenze, 16 novembre 1848.

«Affez.mo F.-D. Guerrazzi.

«All'Ill.mo signore C. Niccolò Puccini.»

«Signora.

«Tre cose voleva Del Re, e le ha ottenute:

«Si mutasse in parte lo Stato maggiore della Civica. — Io lo aveva già mutato tutto, ponendone a capo Lelio Guinigi con moltissimi rispettabili e amati cittadini.

«Si comprimessero le Fazioni. — Io comprimerò qualunque Partito inesorabilmente, — Bigionisti e Riformisti, e lo vedrà.

«Si procurasse il bene di Lucca. — Lucca è carissima nostra sorella, e non abbiamo mai confusi i buoni Lucchesi con i pochi faziosi, Bigionisti, che fanno chiasso e lo perchè non sanno; Riformisti, che si agitano per avere impieghi che non avranno mai. — Pace, concordia e giustizia internamente, gloria italiana fuori. — Credo la Deputazione sia rimasta contenta: forse qualche individuo della medesima no: che ne pensate voi?

«Firenze, 3 del 49.

«Aff.mo A.o Guerrazzi.»

«Signor Prefetto di Lucca.

«A. C.

«Desidero vedervi presto: venite più presto che potete; superata la prima prova, il Ministero ha speranza di salvare anche quelli che l'odiano. Non sono quello che fui; non dirò che morì gran parte di me; ma se posso, voglio costringere i nemici, se non ad amarmi, ch'è impossibil cosa, almeno a rendermi giustizia. Addio.

«10 gennaio 1849.

«Guerrazzi.»

B

VIII. Di una insinuazione dell'Atto di Accusa, che mi dà luogo a chiarire le sofferte ingiurie per parte della Polizia. — Pag. 75.

«Questo Partito.... da me ardiva pretendere un atto di contrizione delle colpe commesse, poi si contentava di un atto di fede, che gli servisse di modello per confrontarvi in ogni tempo la mia futura condotta.... Intanto il Governo, liberati i compagni della mia prigionia, riteneva me, che avevo dichiarato non volere uscire, dove alla mia fama non si desse convenevole riparazione.»

Delle trattative intorno a tale argomento, degli artifizii del Partito avverso, delle premure degli amici, onde il signor Guerrazzi uscisse finalmente del carcere, porgono testimonianza diversi Documenti, dei quali basteranno al lettore le due Lettere che qui riportiamo.

«Amico Carissimo.

«Avrei desiderato ricevere altre lettere da te, per aver notizie di tua salute. — Sento, è vero, con piacere, che sei sano, grazie alla tua coscienza e filosofia; ma ben sai che i caratteri di un amico sono cari agli occhi, e più al cuore.

«Ogni giorno si dice che vieni: pure io dubito, che il tuo ritorno possa ritardare ancora. Corre voce, che qui vogliano accoglierti con festa, e mi dispiace, perchè così facendo si potrebbe forse recare danno alla città ed a te. — Io dico a tutti coloro che si chiamano amici tuoi, che si astengano da qualunque dimostrazione clamorosa, e ti lascino, per così dire, passare inosservato; ma non sono essi che bisogna trattenere; è la plebe, e con quella mal si ragiona. — Credo che non mi porrai nel numero dei soffocatori, ma dei prudenti; perchè mentre faccio a tutti tale raccomandazione per amore della patria e dell'amico, non saprei mai impedirti di procurarti una decorosa e legale giustificazione; e so che non sei capace di cercarne una diversa. È giusto che si conosca chi ha errato; ma ciò deve farlo la legge, e non gli esaltati, ai quali potrebbero unirsi i tristi, che pur troppo devono esservi fra noi. — Ora

Le leggi sono, e ognun pon mano ad esse.

«Se qualche volta ti ho consigliato, ho sempre avuto in mira l'utile tuo; e la lunga amicizia che esiste fra noi ti è pegno sicuro. Nell'attuale stato di cose, stimerei ben fatto, quando sarai per tornare, che con tacito permesso superiore, che credo non ti sarebbe negato, ti facessi precedere da un avviso, pregando, anzi intimando chi si vanta tuo amico, a non fare clamore alcuno, dicendo loro, che anzichè esserti di giovamento, potrebbero pregiudicarti; che questa non sarebbe espressione di amicizia, ma desiderio di nuocerti; che i tempi sono gravi, e l'unico e santo pensiero di tutti deve essere il bene reale della patria; che queste divisioni d'individui non devono convertirsi in divisioni generali; che vi sono leggi tutelanti ogni cittadino; che non hai bisogno di soccorso per difendere il tuo onore; — con tutto quel più che puoi e sai dire.

«Fallo, ed opererai sanamente, e ti sarà vantaggio. Sappi che corrono da parte a parte lettere anonime di minaccie. Previeni qualunque occasione a cui potresti servire di pretesto, e forse con tuo danno. — Io non vedo altro mezzo: — se il tuo senno te ne suggerisce uno migliore, adopralo pure, purchè produca lo stesso effetto.

«Armati di pazienza, e aspetta.

«Ho sentito con piacere che sei disposto a fare un sacrifizio alla patria ponendo tutto in oblio, purchè il Governo conosca soltanto da qual parte stava l'inganno. — Te ne ringrazio, perchè comprerei la pace nostra a caro prezzo.

«Rispondimi.

«Il tuo amico ti augura bene, e ti abbraccia.

«Livorno, 29 febbraio 1848.

«Gaetano Paganucci.

«Al sig. D. F. Domenico Guerrazzi.

«Nel Falcone. — Portoferraio.»

«Amico Carissimo.

«Livorno, 19 marzo 1848.

«Stamattina non abbiamo potuto concludere nulla, perchè essendovi stata una dimostrazione per lo Statuto romano, non abbiamo potuto riunirci. — Però alcuni fra noi sono di parere di aspettare la tua risposta; altri di fare subito l'istanza, perchè al Governo piacerebbe averla, ed il Popolo sollecita da ogni parte. — Credo che forse aspetteremo; ma tu non tardare a scrivere. — Ti dico però francamente, e da vero amico, che bisogna accettare. — Il modo sta in te, vale a dire, che puoi scrivermi lettera, dicendo (in sostanza): «che i tuoi principii furono sempre costituzionali; fede le opere tue; che l'istituzione della Guardia ti è simpatica, come lo è a tutti.» — La forma ed il resto, ognuno lo vede a modo suo. — In quanto a consentire per l'abolizione del processo politico, puoi dire, come è vero, che questo è un sacrifizio che ti si chiede; che sei sicuro del trionfo; ma che a sollecitazione non tanto degli amici, quanto di tutti, e in vista di togliere ogni occasione di discordia alla patria, ti rassegni, pronto sempre a fare in vantaggio di essa ec. ec. ec. — Dì quello che ti pare. — Se vuoi, farò stampare la tua risposta. — Peraltro ti soggiungo, che non è momento da esitare. — La pace in città esiste; ma può essere precaria; e Dio ci guardi. — Vedi: ha perdonato la famiglia dell'ucciso. — I tuoi compagni di prigionia non dissentono. Per la verità non posso dirti nulla di R***, perchè non gli parlo; ma credo che seguirà il vostro esempio; — e poi, egli è forestiero. — Ripeto, e ripeterò sempre, che bisogna sacrificarci, certi che il premio di quest'opera verrà presto. — Se volessi o potessi dirti quanto è accaduto e accade; quanti intoppi si incontrano; quanti disinganni in ogni verso; quante cose non s'intendono, ec., empierei dei volumi. — Conchiudiamo; rispondimi subito, se non l'hai fatto, e secondo il desiderio di tanti amici che ti vogliono bene. Il Governatore aspettava oggi una risposta; ma non siamo andati da lui, nè ci andiamo, prima di avere tue lettere.

«Si avvicina la sera, e vado in Piazza a sorvegliare per la pace, cosa che occupa i tanti buoni che sono fra noi.

«Addio. Ci rivedremo presto.

«Affezion.mo Amico Paganucci.

«Ti giuro sul mio onore, e non lo giuro invano, che se consenti a tornare a Livorno subito, e non vi è altro mezzo che quello che ti suggerisco, la città avrà pace; diversamente, torniamo indietro una settimana, cioè al tremendo dubbio di una guerra cittadina. — Vedi quale responsabilità ti assumi! L'amicizia mi costringe a palesarti il vero.

«Al signor F. Domenico Guerrazzi.

«Nel Falcone. — Portoferraio.»

E mentre gli si domandava oblio della offesa patita, ed ei lo dava, l'Accusa per questi fatti ha coraggio di scrivere: «che il signor Guerrazzi ha interessato la grazia!....»

C

Ivi. — Pag. 76, in nota

«Al Popolo, che ingannato era venuto ad arrestarmi, tali apparecchiava parole, come resulta dallo Scritto inedito pubblicato dall'Accusa (a pag. 60 del suo Volume di Documenti).»

Eccolo per intiero:

Suadeo vos emere aliquantulum charitatis et verecundiæ, et animadvertetis vos esse cives ejusdem miseræ civitatis.

Foscolo, Hypercalypsis.

Repugnavo a emettere qualunque dichiarazione intorno al mio stato, perchè farlo dal carcere mi sembrava viltà. Adesso poi sollecitato reiterate volte dai miei amici, e persuaso che le mie parole possano tornare di qualche benefizio al Paese in cui nacqui, mi è forza rompere il mio proponimento. Dirò parole sincere, e quali nè persecuzioni immeritate, nè ardenti calunnie, potrebbero farmi dettare diverse. Io venni strappato dal seno della mia famiglia con violenza e con ingiustizia; poteva fuggire, e non volli: fuggono i colpevoli, e nei passi paurosi della fuga cercano scampo: gl'innocenti hanno da trovarlo nella giustificazione delle opere loro. Popolo sono, Popolo nacqui, e quindi non abbisogno adularlo per ottenere il suo favore; nè io posso odiare il Popolo, nè egli me: noi siamo stretti con vincolo necessario! Però troppo spesso il Popolo lascia aggirarsi dai falsi profeti, e troppo spesso lapida i veri, e poi al bisogno si trova tradito miseramente, e il pianto non giova. Popolo mio, che cosa ti feci? Mi dissero: Che tu non contavi nulla; mi proposero di entrare nel novero degli sciagurati che ti s'imposero padroni insolenti e ignoranti; si vantarono possedere potenza di punirti: finalmente (lo dico o lo faccio?) lo dirò, perchè la mia difesa è sacra: minacciarono strangolarmi, se io non avessi consentito a formar parte di loro. Immani cose e spregevoli! Forse il mio sangue potrebbe animare un secondo Trasibulo, non certo uno dei trenta Tiranni. La prima colpa, e il mal seme delle calunniose persecuzioni fu questo, — il mio aborrimento a entrare nel novero di cotesti Tiranni da dodici al quattrino. Io mi posi in disparte, e non valse: costoro non pure in Livorno, ma in Toscana, ma in Italia, me predicarono furibondo Gracco, me invaso di itterizia di sangue, me erede delle furie di Marat; ed in aggiunta agente dei Gesuiti, e compro dall'Austria, e simili altre calunnie, che mi farebbero tremare la mano se non mi muovessero a riso la bocca. Lasciamo di loro; io scuoto dal mio pensiero la loro memoria, come gli Israeliti scuotevano dai loro calzari la polvere uscendo fuori di casa abominata, — conciossiachè non sieno degni neppure di disprezzo. Ma tu, o Popolo, soffristi che io fossi tratto a vituperio in carcere, e non solo lo soffristi, ma venisti a gravare le mani, a me infermo, di obbrobriose catene! Tutto questo, perchè? Mi accusano di sette, di congreghe, conventicole insomma, dirette a sovvertire il Governo? È calunnia: io sfido chiunque ad articolare un fatto solo che induca a sospettarlo, e giuro sopra l'anima del padre mio, ch'è cosa falsa: nessuno del mio paese ardirebbe dirlo. Lo scrisse il Giornale La Italia: tale sia di lei. Parlo dei fatti del 6. Io giaceva steso sul letto infermo quando venisti in casa, o Popolo, perchè io ti servissi; cercai sottrarmi, perchè male disposto della persona e studioso di quiete; ma riuscì impossibile lo allontanamento per essere ingombro il cortile del palazzo; tornai in casa e favellai di forza: — mi lasciassero; disapprovare ogni idea di tumulto, non sentirmi capacità nè salute di avventurarmi fra coteste procelle. — Uno del Popolo mi rispose: — Ora, come? Voi avete detto che dei carichi pubblici avreste assunto quelli che il Popolo vi avrebbe commesso, e adesso vi ricusate? — Non mi ricuso; ma voi siete tutto il Popolo? Io qui non vedo alcuno che rappresenti il Governo, e il Governo nel mio concetto forma parte principalissima del Popolo, composto di tutte le classi della città. — Voi volete lo invito del Governo? — lo avrete. — Alcuni partirono, molti rimasero, tenendomi quasi in ostaggio; tornarono, e con essi lo Aiutante di Piazza Baldanzi, con istanza del signor Governatore a recarmi al Palazzo per acquietare il Popolo. Andai: — il Popolo chiedeva armi, e non altro. Seppi, che l'Avvocato Marzucchi ne aveva fatta promessa, ma non aveva potuto mantenerla; seppi inoltre avere il Popolo nominata una Deputazione per esporre i suoi voti al Governo, e cessare le dimostrazioni tumultuarie; e mi disse il Marzucchi averla proposta al Popolo egli medesimo; — proposizione che egli rinnovò il giorno nove nella Caserma della Guardia Civica, alla presenza di mille e più persone.

Parlai al Popolo poche parole, e si disperse: mentre mi tratteneva in Palazzo favellando con l'Avvocato Marzucchi e il Conte De Larderel, entrarono alcuni individui concitati nello sguardo che chiamarono in altra stanza il Marzocchi, e quindi a breve vidi uscire alcuni del Popolo, e udii che dicevano, non senza improperii: — sono venuti a proporre l'arresto di una cinquantina di popolani, la pagheranno: il pezzo più grosso ha da essere un orecchio! Abbandonai precipitoso il Palazzo, mandai subito a chiamare persona congiunta per sangue col più minacciato di coloro, e lo avvertii del pericolo. Feci il mio dovere, e non meritava veruna riconoscenza; e se non l'ho avuta, non me ne dolgo. Il giorno 7 per tempo mi condussi al Palazzo del Governatore; eranvi gli Assessori Marzucchi e Venturi e il Conte De Larderel: favellai, io credo, nè insensate nè triste parole; esposi i mali della città, proposi i mezzi di rimediarvi; di più domandai loro quello che per me dovesse farsi. Mi pregarono tutti a rimanere nella Deputazione, e adoperare ogni mio sforzo pel bene del paese. Promisi farlo, purchè essi pure cooperassero, e come provvedimento per tôrre via ogni pretesto di lite li persuasi a interporsi presso Gianpaolo Bartolommei, col quale da qualche tempo io viveva con freddezza, ond'egli consentisse formare parte della Deputazione. Recatomi col Conte De Larderel alla Comune, conferivamo su quanto era da farsi, quando sopraggiunsero gli Assessori Marzucchi e Venturi, e referirono le loro premure presso il signore Bartolommei riuscite indarno. Presenti gli Assessori distendemmo la prima Notificazione; dettò il Venturi il paragrafo relativo all'approvazione, su tutto quello avevamo fatto e facevamo, e fu egli che persuase inserire la frase che avremmo ragguagliato il Popolo del nostro operato volta per volta, sostituita alla espressione di ora in ora, avvertendo come la prima denotasse maggiore spessezza della seconda. In questa sopraggiunse un giovane colla notizia che il signore Bartolommei erasi determinato a formare parte della Deputazione, ma che prima voleva vedermi. Andai: sopita ogni grossezza, venne alla Comune. Il Popolo applause; quinci passammo alla Caserma della Guardia Civica. Tutti mi porsero amica la destra; la strinsi a tutti: il Mayer per la seconda volta domandò oblio di una ingiuria fattami; lo concessi: il Ricci pareva restio; più tardi venne a casa in compagnia dei Capitani Orsini e Conti: disse essere stato ingannato, e che chiarito dello errore veniva adesso a scusarsi; e fu accolto amorevolmente. Ogni cosa pareva disposta alla concordia, e cotesto giorno ebbe la sembianza di felicissimo. Il giorno otto per tempo mi mandava a chiamare il Governatore; eravi seco l'Avvocato Venturi; poco dopo sopraggiunse il Conte De Larderel: mostraronmi la Notificazione del Marchese Ridolfi; considerata attentamente rispondemmo: il Governo ha male appresa la Deputazione; ebbene, ognuno ritornerà alle proprie case: noi non desideriamo meglio. — No ci venne detto, voi non partirete; noi non vogliamo pubblicare cotesta Notificazione, che manderebbe a soqquadro ogni cosa. Marzocchi è partito per Pisa, e già ci ha ragguagliato. Vedete la lettera; tanta è la lealtà nostra, che noi non dobbiamo celarvi nulla. La lettera parlava di spiegazioni date al Ministro, e della favorevole accoglienza delle medesime; avere proseguito, egli Marzucchi, per Firenze, per dare ad altri coteste spiegazioni; augurarne bene; — badassero a tenere tranquilla la città; — dissuadessero la Deputazione recarsi dal Ministro, perchè forse non sarebbe stata bene accolta. Conchiusero finalmente col pregarci a rimanere nella Deputazione fino a nuove istruzioni. Osservai, badassero bene che noi intendevamo rimanere perchè pregati, e non volevamo poi essere ripresi di nulla. Il Venturi mi stese la mano dicendo: Francesco, noi ci conosciamo da molti anni: sono un galantuomo: tutto quello che avete fatto e farete fu con piena approvazione del Governo: e se mai trovassero a ridire sul vostro operato, io vi prometto che darò subito la mia dimissione. Venturi non ismentirà le parole, e il Conte De Larderel ne può fare buona testimonianza; ma non abbisognerà certamente. Dopo ci mostrarono varie dimissioni dai gradi della Civica, che a loro e a noi parvero inesplicabili; erano di Gianpaolo e di Luciano Bartolommei, di Federigi e di Fiorini. Il Gonfaloniere ed io andammo alla Comune: qui trovammo lettera di L. Giera dimissionario dal posto della Deputazione. Il signor Gianpaolo Bartolommei non credè civile neppure scrivere alla Deputazione; mandò un articolo al Corriere Livornese, in cui, discorrendo di non so quali rimorsi, diceva deporsi dall'assunto incarico. Rispondemmo ad ambedue manifestando loro lo invito dell'Autorità locale, e pregandoli a sospendere le dimissioni fino a nuovi ordini del Governo. Tutto ciò ci fece nascere sospetto, che qualche segreto agitatore si compiacesse seminare lo spavento e scompigliare la concordia; sospetto reso tanto più grave da un Ordine del Giorno del Colonnello della Guardia, del giorno avanti, che invitava tutti i Civici a radunarsi per difendere (niente meno) la vita e le sostanze dei cittadini, — e da certe espressioni sfuggite al Ricci nella Caserma, nel giorno stesso quando mi era condotto davanti: come! mi avevate detto che dovevamo fare sparger sangue; ed ora non è più vero? — Adesso alcuni ufficiali della Civica prorompono nella stanza, e passionatamente domandano, che cosa intendessimo fare, se scioglierci o rimanere. Manifestammo loro le istanze del Governo locale. Invitati ad andare in Caserma a ripetere coteste spiegazioni, andammo e le ripetemmo. L. Giera, sopraggiunto, disse che nel suo particolare aveva ricevuto uguale preghiera dal Governo. Invitati a pubblicare cotesto fatto li compiacemmo con la seconda Notificazione. Di poi ognuno si ritirò, aspettando le ulteriori disposizioni del Governo. Il giorno 9 il Governo non cerca più di me, ma invita gli ufficiali della Civica, e partecipa loro altra Notificazione del Marchese Ridolfi. I fratelli Bartolommei vennero a comunicarmela, domandandomi che intendessi fare. Risposi sorridendo: «starmene in casa a badare ai miei negozii.» Più tardi si fecero a trovarmi molti individui, avvertendomi essere necessario che io manifestassi il mio concetto (che la soppressione della Deputazione non era cosa che meritasse sdegno), e inculcassi la necessità della concordia. — Ben volentieri mi recai alla Caserma a prestare quest'ufficio. Nella stanza degli ordini avvennero diverse arringhe più o meno concludenti, ma cospiranti tutte alla pace, alla tranquillità e alla concordia. — Nello uscire dalla stanza una voce sinistra mi percosse: — «Bisognerebbe ammazzarli tutti!» — Mi sentii ribollire il sangue, ed esclamai: — la quiete è stabilita, nessuno ardirà turbarla; ma se mai per somma e non preveduta sventura qualche tumulto avvenisse, guardi la Civica a non far uso delle armi: pensi che potrebbe rimanere ucciso un padre o un fratello. — Giunsi alle scale; la calca era folta; non si poteva avanzare nè retrocedere; intanto vedo apparirmi incontro l'Avvocato Marzucchi. Respinti in mezzo alla Caserma, io domandai al Marzucchi spiegazione di certe parole lette nella Notificazione, che mi parvero lesive così alla verità come all'onore; le parole suonavano: coloro che si dissero vostra Deputazione ec. — Come hai consentito, lo interrogava io, che queste parole si stampassero, quando noi fummo da te pregati a formarne parte? quando quello che facemmo fu da te approvato? — Il Marzucchi, presenti mille persone, rispose: — Finchè io mi rimanga rappresentante del Governo, mi sia permesso non manifestare la mia opinione sopra gli atti del medesimo; in quanto a quello che avverte il Guerrazzi, è vero; il Governo locale approvò quanto dalla Deputazione venne operato, e la Deputazione fu proposta e consigliata da me. — Io mi dichiarai soddisfatto, e aggiunsi che mi ritiravo nelle mie case. Marzucchi allora, ammonendomi gravemente, mi disse: — No, non devi ritirarti, ma affaticarti pel bene del tuo paese; — con certe parole dolci di lode, scontate con largo sorso di amaro. Allora di nuovo parlai, parlò lo stesso Marzucchi e Bartolommei, credo Bernardi e Ricci. Mentre così ci travagliavamo, una vocina stridula si fece sentire: «la Deputazione è figlia della minorità!» — Queste parole irritanti m'increbbero: mi volsi a vedere chi le avesse proferite: era un tal Viviani; allora esclamai: — Oh! l'ho notato, è il Viviani, non ci occupiamo di lui.-E la gente d'intorno impose silenzio allo importuno. Il Viviani pretende che io immaginassi una proscrizione; ch'egli fosse posto nelle note; egli mi finse Silla, sè proscritto. Il Viviani ha fatto me e sè troppo grandi. Veramente non ho la pazienza dello zio Tobia, che vessato dalla mosca la prese, aperse la finestra, e dicendole: creatura di Dio il mondo è largo abbastanza perchè noi non ci diamo noia! la pose in libertà; — ma mi protesto, che non ho mai imitato Domiziano: però viva, sieno quieti i suoi sonni: se deve morire per le mie persecuzioni, può contare sopra 100 anni di vita. — Il Popolo adunato, scosso da tante esortazioni, giurò sopra il suo onore da ora in avanti rimanersi tranquillo; la Guardia promise vigilare alla quiete della città. Allora proposi a Marzucchi: poichè ogni motivo di provvedimenti straordinarii cessa, prega il Ministro a ritirare le milizie, e concedere che il Municipio si aggiunga varii individui, i quali, prevenendo ogni dimostrazione tumultuaria, si facciano organo presso di lui dei voti del Popolo. Promise farlo, e credo ancora promettesse darmi risposta in giornata. Tornai a casa. Alle 2 p. m. il Conte De Larderel venne a trovarmi; mi disse essere stato accolto freddamente dal Ministro Ridolfi; aggiunse sentirsi male disposto, andassi a trovarlo nella sera. Più tardi ricevo avviso essere stato risoluto il mio arresto; mi posi a ridere; a buio si rinnovarono gli avvisi. Mi misi a scrivere un articolo di Giornale. Alle 8 circa, vennero Giannini e Meucci per parlare del Giornale, e rinnovarono lo avviso; intanto sopraggiunge Dario Bastianelli ad avvertirmi per parte del Conte De Larderel, non istessi ad andare da lui perchè gli era entrata la febbre. Dopo questi venne il signor Mastacchi, giovane al quale in tempo di mia vita avevo allora forse favellato tre volte, e mai di politica; e notiziandomi sicuro il mio arresto, mi scongiurava a non soffrire questo insulto tanto fatale alla mia mal ferma salute; mi scansassi, in qualche luogo riparassi fino a ragione conosciuta. Ringraziai cordialmente per tanta bontà l'onesto giovane, e gli altri venuti con lui a me ignoti perfino di vista, ma nel tempo stesso scriveva un biglietto a Gianpaolo Bartolommei: avere da più parti saputo che il Governo disegnava arrestarmi, ordinasse tenere aperto il portone, perchè non desideravo trovassero i Carabinieri impedimento. — Ahi io credeva che soli i Carabinieri sarebbero venuti ad arrestarmi!

Questa è la verità, e null'altro che la verità. Ora mi volgo ai miei Nemici, ai Giornalisti, ai Municipii, al Governo, e al Popolo, e dico:

Ai Nemici: — Voi mi avete atrocemente perseguitato; calunniato senza coscienza e senza verità: voi mentre ero in carcere avete versato a piene mani sopra di me la ferocia e la menzogna[754], rinnovando le immanità dei Veneziani che conducevano la loro vittima al supplizio tra le colonne di Piazzetta San Marco con la spranga alla bocca, o la gittavano cucita dentro un sacco nel Canale Orfano. Voi mi avete baciato e tradito come Giuda[755]. Tal sia di voi. Voi temete che io mi vendichi di voi? Il giudizio del pubblico e i rimorsi della vostra coscienza bastano soli alla mia vendetta.

Ai Giornalisti: — Alcuni senza conoscermi mi hanno difeso; che posso dir loro? Io gli ringrazio meno della difesa, che per avermi mantenuta la fede negli uomini: altri, conoscendomi, tacquero; pieni di tanto sdegno per le ingiustizie che si commettono mille miglia lontano, per le domestiche non hanno ire. Il cuore loro è fatto ad uso di fantasmagoria. Che giovano le parole? Esse sono frasche. Ognuno verrà giudicato a misura delle opere, e un giorno il vostro peso sarà trovato leggiero sulla bilancia.

Ai Municipii Toscani: — Perchè veniste volta a volta a lanciare le vostre imprecazioni sopra Livorno vostro fratello, come sopra una vittima espiatoria? Certo vi scusa lo essere stati indotti in errore da taluni de' miei concittadini, che per sostenere le loro calunnie non aborrirono infamare il proprio paese, e renderlo esecrabile alla faccia della Italia: ma senno e carità volevano che voi v'informaste bene dei fatti, prima di cuoprire d'obbrobrio una città innocentissima. Adesso sarebbe giustizia emendare i vostri Indirizzi, non già nella parte in cui dimostraste la vostra benevolenza al Principe Costituzionale, che non contiene in sè nulla che non sia commendevole, ma nell'altra che esprime gl'immeritati improperii.

Al Governo: — Io non voglio con inopportune querele creare imbarazzi e promuovere scandali; ma si persuada che nè Catilina vissero in Livorno, nè vi fu mestieri salvare la patria. Il Governo porse troppo facili le orecchie, e trasmodò in atti violenti ed ingiusti. Quando i Popoli si commuovono, è difficile che non nascano Partiti; più difficile che i cittadini all'uno o all'altro non si appiglino. Solone, che pure fu salutato uno dei sette Sapienti della Grecia, ordinò, nelle leggi che dava ad Atene civilissima, il bando a chiunque non avesse Partito; piacendogli piuttosto il cittadino appassionato, comecchè poco direttamente al bene pubblico, che lo ignavo e lo inerte. I Partiti voglionsi dominare e dirigere, e non farsi schiavo di nessuno. Il Governo rinnuovò lo errore di Enrico III, il quale si dette in balía della Santa Lega, e cessando essere re di Francia diventò servo dei Guisa e capo di fazione. I tumulti a Roma, nota Machiavelli, giovarono alla Repubblica, perchè terminarono sempre in buone leggi: nelle condizioni presenti dei Popoli, io per me non approvo i tumulti, ma, come Machiavelli nelle Storie m'insegna, noi non potremo deplorarli abbastanza, quando terminano con le prigioni e lo esilio dei cittadini. Questa sventura condusse a precipizio la Repubblica Fiorentina. E se siffatti mali nascono da provvedimenti violenti, quanti non ne dobbiamo temere maggiori quando le violenze percuotono cittadini incolpevoli, che invece di provocare tumulti si affaticano, richiesti, con ogni forza loro a comporli? Ma se umana cosa è lo errare, bestiale è poi ostinarci nello errore. Io non muovo querele, nè do consigli; e non ostante, meno per me che per la causa della giustizia e della verità, pei luttuosi fatti della notte del 9 gennaio, io lo conforto a riparare l'onore offeso di persone che non demeritarono la benevolenza della patria e la stima dei generosi.

Al Popolo poi convienmi fare più lunghe parole. — Tu, o Popolo, sei venuto a incatenare me, colpevole soltanto di averti obbedito in cosa innocente, a te consigliata, e ad ogni modo a me estranea affatto. Tu hai incatenato queste mani che non vergarono scritto che non tornasse in onore della patria italiana. Gli stranieri una volta, sbarcando in Livorno, davano di occhio ai Mori della Marina, e andavano via sprezzando questa nostra città, come una osteria posta sopra la strada maestra[756]. Se oggi si trattengono un'ora, lo fanno per istringermi la mano, e l'onore del figlio del Popolo refluisce sul Popolo, perchè la mia fama è tua fama..... Se ho trascorso..... perdona questa vampa di orgoglio a colui che fu sempre saturato di calunnia e di vituperio! Un Carabiniere, nonostante il timore della punizione, mi tolse le catene che tu mi desti, e agitato dalla paura di avermi offeso ne ha perduta la ragione. Una persona costituita in dignità squassò sdegnosa le catene, gridando più volte, e non senza pianto: questa è una indegnità! — E così un Carabiniere ed uno Impiegato ebbero per me la pietà che mancò a te, — a te, mio Popolo, pel tuo figlio che t'ama. Ma tu, o Popolo, rigetti la colpa sopra la Guardia Civica, ed essa, chiamandosi ingannata, la rigetta sopra alcuni ribaldi. E sia così, e così mi piace, e giova credere. Ma dimmi: i lupi cessarono di starsi in custodia del gregge? Il grano fu separato dal loglio? Dura tuttora, o cessò il regno di Giuda? Cotesti servi di tutti i poteri, traditori di tutti gli amici, adulatori di chi sorge, calunniatori di chi cade, coteste vespe importune e venefiche ti sussurrano sempre dintorno?

Ma se tu pensassi, o Popolo, che io volessi concitare il tuo sdegno contro costoro, t'inganneresti. Oh! vivano nella loro viltà come sopra un letto di riposo. La stirpe dei codardi per sommo di Dio benefizio è scarsa tra noi; conserviamoli gelosamente come mostri: noi gli additeremo ai nostri figliuoli, nella stessa guisa che accennavano al fanciullo Spartano lo Iloto ubbriaco.

Io l'ho detto: tra me e te, Popolo, noi non dobbiamo odiarci, nè lo possiamo. Forse Aristide odiò la patria perchè bandito ingiustamente? In certa notte con pericolo di vita ruppe il bando, e fu la precedente alla battaglia di Salamina, per avvisare Temistocle intorno alla ragione dei venti, e all'ordine della flotta persiana. Gli antichi esempii non saranno stati letti invano. I Veneziani supplicarono Carlo Zeno imprigionato iniquamente, onde salvasse la patria dal pericolo supremo da cui era minacciata: usciva, pugnava, vinceva, e poi altero e costante tornava al carcere[757].

Tra me e te ogni trista memoria è obliata, o Popolo, e con tutti fra te. Vi lasciai non liberi: uscendo adesso vi trovo facoltati a farvi liberi se volete. A patto tale, chi non vorrebbe avere sofferta la prigionia? Baciamoci dunque, e stringiamo ora che ne fa mestieri più che mai i vincoli di famiglia. Giù rancori, giù discordie, se volete essere forti contro il nemico comune: io non so davvero come potrete riuscirvi, con matte fazioni tra voi. E soprattutto nè viva a tale, nè morte a tale altro: il secondo grido è crudele, o la nostra religione lo aborre; il primo è segno di servitù. Oggimai non hanno a contare gl'individui, ma i principii. Mi confortarono, o Popolo, ad abbandonarti, e porre la mia stanza in altro paese. Non posso farlo: le cose si amano pei sagrificii che costano, e il mio paese mi costa assai. Io qui ebbi nascimento, e qui desidero sepoltura accanto alle ossa del padre mio e dei miei amici, che più felici di me mi precederono nella morte: io continuerò, secondo che è dato al mio povero ingegno, a onorarli come posso e devo; ma tu, o Popolo, ricompensami con lo starti unito, col non fare il mio nome bandiera di fazioni e di tumulti: io te ne scongiuro per la mia fama, e più per la tua: anche tu fosti accusato, e devi mostrare che lo fosti a torto, a nessuno secondo tra i Popoli italiani, e a qualcheduno primo. Le petizioni offrono mezzi legali per manifestare i tuoi voti: e per tôrre d'inganno il Governo attienti a queste.

Terminerò col darti uno avvertimento non inopportuno ai tempi che corrono. Le cose di Francia non t'illudano; gli Stati non vivono d'imitazione. Ogni Popolo ha le sue età. Non bene risensato dal lungo letargo, male imprenderesti a correre. Sta quieto; fortificati; sviluppa il tuo ingegno nello studio del reggimento degli Stati. La forma costituzionale presenta campo abbastanza per questo. Certo, il contegno di Luigi Filippo ti rende sospettoso; per lui il trono circondato da istituzioni democratiche diventò menzogna; ma la colpa stette nell'uomo, non già nella cosa; e alla fine tu vedi a quale luttuoso termine lo ha condotto la sua slealtà. Occorrono esempii di re e repubblica vissuti lungamente d'accordo. Senofonte nella vita di Agesilao ci porge testimonianza di questo fatto, con le seguenti parole: «lo elogio di Sparta non può separarsi da quello della sua famiglia, perchè se Lacedemone non imprese a spogliare i suoi re del potere supremo, i re a posta loro non ambirono autorità maggiore di quella che concedevano loro le leggi.»

Di più non dico, e forse il detto è troppo. Tu, o Popolo, vorrai intenderlo e seguitarlo? Deh! sia dato un giorno di conforto al travagliato mio spirito!

Di Prigione, 19 marzo 1848.

F. D. Guerrazzi.

D

IX. Esame del §§ VI, VII, VIII, dell'Atto di Accusa. — Pag. 113.

«Nè, come per sè stesso poco è vago di parole il Commercio, così egli si era rimasto a dimostrarmi la sua benevolenza con vuoto suono di favella, chè mi aveva profferto largamente qualunque somma pei bisogni della patria avessi riputata necessaria.»

A dimostrare la temperanza civile del signor Guerrazzi, l'animo suo disposto ad ogni più umile ufficio, purchè utile al bene della sua Patria, e come si fosse largamente meritate le profferte e le lodi de' suoi concittadini, si riporta il seguente Documento del signor Avv. Dell'Hoste[758], dal quale resulta com'ei si offerisse perfino a fare da segretario al signore Guinigi, onde comporre le turbolenze livornesi. Così narra Valerio Massimo che Epaminonda si adattò a sostenere l'impiego di soprastante alla nettezza delle strade di Tebe, rendendo, con la splendidezza dell'opera e la modestia dell'animo, onoratissima una carica che aveano voluto imporgli per umiliarlo[759].

«Stimat.mo Sig.r Cancelliere Guidotti.

«Benchè i miei commessi di Studio mi avessero assicurato di avere, nei sette mesi del mio arresto politico, puntualmente eseguito il mio ordine, di abbruciare anche i più indifferenti carteggi che non fossero di affari meramente legali, non già per riguardo mio, ma unicamente per togliere di mezzo le carte inutili, nella riordinazione dei miei fogli, nulladimeno, per adempire alla promessa che ieri le feci, io ho consumata oggi inutilmente tutta la giornata in cercare il viglietto Guerrazzi del dì 15 settembre 1848, a cui alludeva la lettera che al medesimo io risposi in detto giorno, e che ella mi contestò ieri per incarico della Direzione Criminale di Firenze.

«Sono dolente che anche quel biglietto sia stato dai miei commessi distrutto, ma mi consola il pensare che il signor Gonfaloniere Francesco Ruschi, ed il già Ministro dell'Interno signor cavaliere Donato Samminiatelli, lo lessero in quello stesso dì 15 settembre 1848. Intanto io scrissi in detto giorno al Guerrazzi in quella mia lettera, che io ero rimasto edificato del di lui contegno, inquantochè egli spontaneamente dicevami, che esso si sarebbe adattato a fare anche da commesso al Guinigi, se lo rimandavano come Governatore a Livorno, imperocchè egli dichiarasse di non conoscere altra idea che questa per ristabilire il buon ordine in detta città.

«Questo mi sono creduto in dovere di scrivere a VS. in ordine all'invito che ieri alla fine del mio esame facevami, di verificare se il detto biglietto Guerrazzi, de' 15 settembre 1848, esistesse tuttora presso di me.

«E con tutto il rispetto mi dichiaro

«Suo Devotiss.o Servo «Avv.o Antonio Dell'Hoste.»

E

Ivi. — Pag. 117.

«Narra l'Accusa, ed è vero, che in varie città della Toscana (essa rammenta Livorno, Arezzo e Lucca) avvennero manifestazioni affinchè S. A., Montanelli e me chiamasse al Ministero.»

Quando fu fatta la dimostrazione ad Arezzo, Montanelli era già incaricato della formazione di un Ministero, e certo cartello, di cui parla la querela aretina contro Tornelli e consorti, non indicava nome di alcuna persona. Questo vuolsi dire a rettificazione di quanto è stato appreso per vero sulle false asserzioni dell'Accusa alla pagina indicata.

F

XXII. Atti speciali, § 5. — Pag. 289.

«Nelle prime ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle cose.»

I Dispacci della notte del signor Guerrazzi alle Autorità provocavano Proclami dove si dichiarava assente la Corona, e che a vigilanza sua nel Monitore officiale stampavansi.

«Cittadini!

«Nell'assenza del Granduca, la Camera dei Deputati e quella dei Senatori, in mezzo agli applausi ed alle acclamazioni del Popolo Fiorentino, eleggevano ad unanimità i cittadini Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, a comporre e rappresentare il Governo Provvisorio della Toscana.

«In tal modo è provvisto alla sicurezza dello Stato; e noi conosciuta la solennità del momento, il bisogno della cooperazione di tutti i buoni, l'interesse di guarentire l'osservanza delle Leggi, procureremo, ciascuno nei limiti delle proprie attribuzioni, che l'ordine e la quiete sia conservata nel nostro Compartimento, come lo è stata nelle altre principali città della Toscana.

«Cittadini, l'unione delle Autorità, come costituisce un loro dovere, non può che essere il primo dei vostri desiderii per il conseguimento della comune prosperità. Cotesta unione sarà tanto più efficace, perchè voi vi mostrerete solleciti coadiuvatori degli atti del Governo intesi al ben essere generale.

«Le virtù vostre, il vostro amore per la Patria, per le libere istituzioni, come rifulsero in ogni tempo, si manifesteranno più splendidi adesso che la Patria lo reclama, la Italia lo chiede, lo rende indispensabile la realizzazione delle nostre speranze.

«Lucca, 8 febbraio 1849.

«R. Buoninsegni Prefetto — G. B. Mazzarosa Gonfaloniere — L. Guinigi — N. Guinigi — G. Manganaro — A. Pandolfini — G. Pagliaini.

(Monitore Toscano, 10 febbraio 1849.)

G

XXIV. Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano, § 1. — Pag. 312.

«I Circoli, nientemeno, si reputavano, ed erano padroni.... Avvi una testimonianza gravissima di quello che potesse allora il Governo, ed è del Ministro Inglese. Se fossero pubblicati i Dispacci di Benoît Champy Ministro di Francia, ne avremmo altra solenne conferma.»

Il signor Benoît Champy si è fatto pregio d'inviare la seguente lettera a lode del signor Guerrazzi.

«Paris, 10 Septembre 1851.

«Monsieur.

«Vous me demandez quelles ont été mes impressions au sujet de la ligne politique suivie par le Ministère formé en Toscane au mois d'octobre 1848, dans les diverses circonstances qui ont succédé et suivi le départ de S.A.R. le Grand-Duc, de Sienne pour Santo-Stefano. C'est au nom de la défense d'un accusé que vous m'adressez cette demande: il est de mon devoir de vous répondre; je le fais avec une entière franchise.

«Je déclare donc, 1º que jusqu'au départ de S. A. R. le Grand-Duc, de Sienne pour Santo Stefano, le Ministère dont M. Guerrazzi faisait partie m'a paru constamment animé de la ferme résolution de maintenir intacts les droits et l'autorité du Souverain, en même temps que les principes politiques qu'il représentait en arrivant au pouvoir.

«2º Qu'après le départ de S. A.R. le Grand-Duc pour Santo Stefano, les membres du Gouvernement Provisoire, parmi lesquels figurait M. Guerrazzi, non seulement ont cherchè par de louables efforts à protéger la paix publique et la sécurité privée, mais encore ont résisté avec énergie a la pression des Clubs, qui demandaient que la déchèance du Souverain fût immédiatement prononcée et la République proclamée en Toscane. La volonté des Membres du Gouvernement Provisoire était de réserver à la Nation seule le droit de décider de la forme et de l'organisation politiques qu'il lui conviendrait d'adopter.

«Telles sont, Monsieur, mes impressions: elles sont encore aujourd'hui ce qu'elles étaient au mois de mars 1849, époque à laquelle, nommé Ministre de France à Carlsruhe, j'ai dù quitter la Toscane. En vous transmettant ce témoignage, j'ajoute qu'il est l'expression d'une convinction sérieuse et profonde.

«Veuillez recevoir, Monsieur, l'assurance de mes sentiments de haute considération.

«Av. Benoît Champy, «Représentant du Peuple à l'Assemblée Nationale, ancien Envoyé extraordinaire et Ministre plénipotentiaire en Toscane.

«A Monsieur l'Avocat Corsi, «Florence.»

H

Ivi. — Pag. 314.

«Facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo Ammoniva: «Se il Principe è partito, non è decaduto; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»

Nè solo faceva scrivere, che il Principe non era decaduto, ma confidenzialmente lo scriveva di propria mano egli stesso al Prefetto di Lucca Raimondo Buoninsegni:

«Ministero dello Interno

«A. C.

«Torno a scrivervi. — Armate — armate — armate.

«Suscitate con tutti i mezzi il patriottismo del Popolo.

«Credete a me; co' Riformisti non tregua mai nè pace; ci fanno guerra sotterranea e crudele.

«Non temete Piemonte. Francia e Inghilterra stanno con noi e proteggono. Non abbisogniamo di giuramento. I soldati giurarono allo Stato. Lo Stato ci è. Leopoldo NON FU DICHIARATO DECADUTO: ciò spetterà, SE VORRÀ FARLO, alla Nazione.

«I soldati non saranno tutti cattivi: separate i buoni dai tristi; comprimete, fucilate: fate il diavolo e peggio, che in questi casi è il meglio.

«A Manganare fu scritto opportunamente. Eccitate i soldati con premii e buone parole. Domani una Legge militare.

«Sarà provvisto danaro in tempo. Confermo le passate. Energia, perdio! energia; le mezze misure ci ammazzano.

«Firenze, 13 febbraio 1849. — 1 ora e ½ pom.

«Guerrazzi.

«Avvisate di ora in ora.»

I

XXV. Spedizione di Lucca, § 9. — Pag. 481, in nota.

«Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.»

Io ho parlato di Decreto impresso senza il mio consenso, e senza la mia firma; ora terrò discorso di Legge pubblicata con la mia firma, e senza il mio consenso, e voglio dire della Legge del 4 marzo 1849. — Questo però non s'intenda assolutamente alla lettera, però che il Decreto del 4 marzo 1849 fosse, co' lavori disposti dal Consiglio di Stato, e dal Cavaliere Sopraintendente Peri, annuente il signor Mazzoni, compilato dall'onorevole uomo Lionardo Romanelli, il quale venne a sottoporlo alla mia sanzione mentre il Legato Maestri, col suo Stato Maggiore, sosteneva meco la sua lotta quotidiana; onde io turbato dalla contesa vi gettai sopra gli occhi, ma la condizione dell'animo mio non mi concedeva, non che considerarlo, leggerlo materialmente; e questo sia detto affinchè non si creda il signor Romanelli capace di sottrarre la firma altrui per sorpresa: la colpa fu tutta mia, non sua.

Di nessun peccato mai ho così fervorosamente pregato Dio a perdonarmi come di questo. In quell'Atto si vede sanzionato il principio della separazione in carcere per tutto il tempo della pena. Ora questa misura è contraria alla religione, alla salute del carcerato, alla sua intelligenza, al fine della pena, alla economia e al bene della società.

Alla religione: perchè l'uomo per la prigionia separata, di soverchio protratta, si dispera, e, o violento si dà la morte, o nel cuore diventato salvatico maledice quello ch'è orribile maledire. In Inghilterra, nella prigione modello di Pentonville, di cui ragionerò più sotto, nello spazio di 18 mesi si verificarono sei suicidii sopra 450 detenuti; e il Coroner ebbe a dichiarare parergli cotesto sistema fatale.

Alla salute: dacchè è provato come l'uomo non possa stare per anni e anni dentro una cella di pochi passi alta e lunga, stremo di aria, senza intisichire, o contrarre altro morbo locale, come scrofole tubercolari o alienazione mentale. Il carcere di Pentonville fu fabbricato per 500 prigionieri, e costò 3 milioni di lire. La camera di ogni detenuto ha 14 passi di lunghezza; l'aria vi si rinnuova mercè ventilatori costruiti co' migliori trovati; col mezzo di bene intesi apparecchi, vi si alternano correnti di aria fredda e calda; così che durante mesi interi la temperatura non varia più di un grado o due; vi si trovano campanello per chiamare i serventi, sedie, tavolini e letto eccellentissimi, tavola per le mondizie, dove due cannelle versano a piacimento acqua calda e acqua fredda. Il vitto corrisponde allo albergo; abbondante, ben cucinato, di prima qualità; carne giornalmente, perchè trovarono, che senza carne il prigioniero diminuiva notabilmente di peso (oltre 15 libbre per individuo, è 86 su %), e le forze lo abbandonavano. Non vi è con minore diligenza curato lo spirito; vi si trova una Biblioteca generale, e alquanti libri compongono una biblioteca particolare per ogni cella. Quattro professori sono preposti allo sviluppo della intelligenza dei condannati. I Vescovi e i Ministri di tratto in tratto li visitano. Nonostante queste comodità, ho notato il numero dei suicidii nel corso di 18 mesi; e nonostante gli agii esposti, uomini di dottrina e di pratica grandissime hanno attestato solennemente, che l'uomo non può sopportare senza danno dell'anima e del corpo la carcere separata per più di 12 mesi. Dopo i 12 mesi si ammettono i detenuti al lavoro collettivo, poi si trasportano nella terra di Van-Diemen, alla isola di Norfolk, nell'Australia, o altrove. — Con l'Atto dei 4 marzo 1849, confermato con la Legge del 5 maggio 1849, tutta intera la pena si sconta nella carcere separata; ch'è quanto dire con la perdita della salute e della intelligenza, peggiore assai di quella della vita; — il lavoro, la più parte in cella, consistente in filare canape, fatalissimo per la polvere minuta che n'esce, causa potente di etisia; — il vitto vario: pei condannati allo Ergastolo, carne (4 oncie) e vino (1 mezzetta), una volta per settimana; alla Casa di Forza, carne e vino nella medesima proporzione, due volte; alla Casa di Detenzione, tre volte: — ventilatori non si conoscono; temperatura quale la stagione manda nella state e nel verno; aria poca, acqua fredda sempre; — mobili, un letto pieno di capecchio, che si alza e si chiude al muro per tutta la giornata; non seggiole, non tavole; uno sgabello incatenato, una mensola traversa, una catinella, una brocca, un vaso mutato due volte al giorno; — le stanze lunghe sette passi, larghe poco più di due (a tre non arrivano), fetide e buie; d'insetti schifosi, qui nelle Murate, popolatissime; — sacramentale l'ordine che i detenuti non si parlino nè si vedano; e per meglio assicurarsene, le brevi finestre, ora quadre, ora circolari, ora bucate a guisa di 8 (come a Volterra), munite spesso dalle tramoggie, invenzione infernale, che lascia vedere uno spicchio di cielo all'insù. Su questo proposito io mi ricordo un fatto di Lord King Gran Cancelliere d'Inghilterra, a cui i prigionieri della Flotta si lagnarono di essere tenuti in celle oscure senza mai poterne uscire. Il Direttore scusavasi col motivo, che sarebbero fuggiti se gli avesse lasciati fuori, a cagione della poca sicurezza del carcere; ma Lord King lo ammonì severo: «fate alzare i muri quanto volete, ma guardatevi di fabbricare una prigione dentro la prigione.»

Il lavoro in comune si concede, ma a chi? Ai detenuti nello Ergastolo giunti al settantesimo anno, e a quelli che condannati a vita vi passarono il massimo periodo dello Ergastolo a tempo. Signore! E qual lavoro possono fare allora in comune se non iscavarsi la fossa, dove avranno ad essere in breve sepolti? Io ho esaminato questi infelici, quando escono per un'ora a prendere aria in certi chiostrini chiusi dintorno, lunghi quanto un lenzuolo mortuario, donde non si vede che un po' di cielo; e sono rimasto percosso dal camminare vacillante a modo di ebbro, dalla faccia cadaverica emaciata, con isbattimenti colore di cenere; tranne pochi, o giovani o di fresco venuti, non anche domi dalle rigide carezze di questo carcere umanitario. La pena può nello Ergastolo prolungarsi a vita, nella Casa di Forza a sette anni e mezzo, in quella di Detenzione non so bene a quanto[760].

E quanto sia maggiore supplizio simile detenzione ad un uomo italiano che ad uno inglese, si comprende da chi tenga conto del clima, e della nostra natura meridionale, bisognosa di espansione.

Contraria alla economia: perchè il lavoro individuale, tranne rarissime eccezioni, non ricatterà mai le spese del mantenimento, mentre il lavoro collettivo sempre le supera. In Inghilterra il lavoro individuale ha rappresentato da Lire 60 a Lire 300 l'anno, mentre il lavoro collettivo ha dato Lire 3 al giorno; fra noi credo non andare errato se affermo che il valore del lavoro separato a Volterra non oltrepassasse mai la media di sette soldi per giorno.

Il minimo della media del mantenimento dei detenuti nello Ergastolo, e nelle Case di Forza e di Detenzione, somma a Volterra a Lire 165. 3. 4. per individuo; ma non vi si comprendono le spese degli impiegati, delle guardie, del mantenimento di fabbrica, mobiliare, e interessi di capitali spesi ec.

Contraria alla intelligenza: perchè se dietro prove continue uomini insigni reputarono, che senza danno delle facoltà intellettuali l'uomo non potesse rimanere chiuso in carcere separato per 12, o al massimo per 18 mesi, pensate un po' voi se vi si possa tenere per 6 anni, anzi per tutta la vita!

Di quelli che all'Accusa piacque darmi per coaccusati, il giovane Pantanelli, per insania, si segò le vene, ed ora abita Bonifazio; Petracchi, per disperazione, si gettò giù dalle finestre e si ruppe le gambe; tenuto un tempo a Bonifazio, fu rimandato alle Murate concio, come, Dio ve lo dica per me. Il Piccini, svanito, tentenna per andarvi; vi andò ancora il Capecchi, ma, a quanto mi dicono, per simulata pazzia: pure, che sia ridotto a mal termine non è difficile credere: degli altri non so.

Contraria al fine della pena: perchè questa intende correggere, e il carcere separato soverchiamente, o protratto, uccide; ogni emulazione che nasce dal consorzio è tolta via; ogni impressione derivante dal commercio degli uomini soppressa; il cuore, impregnato di tristezza, cose triste rumina sempre; i vincoli di famiglia sciolti. Se il carcerato impietrisce l'anima, che gl'importeranno moglie e figliuoli? Se non giunge a diventare pietra nell'anima, forza è che diventi cadavere logoro dall'angoscia cocente dei suoi pensieri. E d'altra parte non si conosce argomento, che tanto valga a placare e a intenerire i cuori, a predisporli al pentimento, quanto le affezioni domestiche. Io ho letto, come per indagini istituite resulta nelle scuole cenciose di Londra di rado incontrarsi figliuoli corrotti dai genitori. Gran freno agli uomini è lo amore dei figliuoli, e sopra tutti temuto il giudizio della propria famiglia! Io potrei addurre stupendi esempii di padri e di madri, che studiosamente nascosero la propria turpitudine ai figliuoli, per non doverne arrossire davanti a loro. Dunque perchè nell'ammenda del colpevole vogliamo privarci di questo argomento, confessato il meglio efficace di ogni altro?

Leggiamo che una Commissione di Francesi nel 21 aprile 1851 si è condotta nel Belgio a studiare i mezzi di svegliare nei condannati sensi di pentimento, e di rimorso! Che i Romani mandassero in Grecia per Leggi, bene sta; perchè non è strano che il Popolo più adulto nella civiltà superi pei trovati intellettuali il meno adulto; ma nei tempi che corrono, andare in cerca di argomenti per commuovere il cuore, come se fossero artificiali, e si trattasse di provocare gli affetti come i sudori, parmi cosa da trasecolare: non ci è bisogno di andare tanto lontani, no; qui in casa fucile abbiamo e pietra focaia atta a levare cotesto fuoco, il cuore umano e gli affetti domestici. Se per virtù di questi tu non ricavi scintilla di pentimento o di rimorso, tu viaggiassi quanto Aasvero, non incontrerai di meglio. Riguardo alle femmine, è provato come nulla più giovi ad emendarlo, quanto costituirle nella dignità di mogli e di madri. Il signor Hampton c'informa, notabile essere il buon contegno delle condannate alla Terra del Van-Diemen dopo il matrimonio. Se così per le donne, perchè no per gli uomini? — Nozze, tribunali, ed are, — diero alle umane belve esser pietose — di sè stesse e di altrui.

Contraria al bene della società: perchè, che cosa diventeranno la moglie ed i figli del condannato? Uscito dopo lunga prigionia egli non cura ricercarne; ma se lo pungesse siffatto desiderio, dove mai gli andrebbe a trovare? — Ah! i suoi figli forse saranno nella carcere donde egli è uscito poco anzi: le figlie in parte ch'è vergogna dire.

E nonostante, giovani e dilicate donne non rifuggono di avventurare il piede nei sinistri carceri, e solo per vedere linde le pareti, gli usci ritinti, simmetriche le celle come quelle del Castoro, la fuga dei corridori, vanno in estasi per la bellezza del luogo, e non rifiniscono mai, calandre sentimentali, di dare ad intendere che le prigioni sono quasi diventate casini a Fiesole. Se voi sapeste come, dietro cotesta porta ritinta, continua si disfaccia una esistenza, a modo di arena che sgorga dall'oriolo a polvere! Se voi sapeste, povere creature destinate a rimanere sempre deluse dalla fronte prima delle cose, voi piangereste le più dolenti delle nostre lacrime. Voi non potete sentire cantare al povero storno le parole: I can't get out, che commossero tanto le viscere al nostro amico Yorik; perchè s'egli dicesse soltanto: non posso uscire, sarebbe chiuso in carcere anche più tetra, e a pane e acqua.

Howard, per giudicare con pieno conoscimento delle carceri, volle starvi rinchiuso per quattro mesi, o sei, che non ricordo bene; ed io fermamente penso, che poco possa parlarne chi non le ha provate. In questo caso, senza taccia d'immodestia, mi dichiaro professore; à quelque chose malheur est bon: e di vero, se Dio mi dà grazia, intendo che questa esperienza, acquistata a prezzo sì duro, fruttifichi alla Umanità.

Però non sarebbe giusto negare, che da quello erano prima le nostre carceri non abbiano migliorato assai; ma in faccende tanto importanti non bisogna mai volgere il capo addietro, per vedere il cammino percorso; all'opposto tenere sempre diritti gli occhi al sentiero che ci rimane davanti; e meglio poi, bisogna non innamorarci tanto dei trovati stranieri, quando neppure si possono mettere in opera com'essi fanno; e pensare sempre che tutti i climi non sono benigni al medesimo fiore. Io voglio sperare, che, mercè l'ottima mente di chi presiede agl'Istituti Penitenziarii in Toscana, sarà emendato, e presto, il fatto fatale e involontario da me commesso della prigionia separata per tutto il tempo della pena; — confido, che, applicandoci lo ingegno, egli troverà mezzo, senza danno, e con utile inestimabile, di riunire gli uomini in umano consorzio, almeno in quanto concerne il lavoro comune; e in questa speranza tempero il dolore di essermi condotto con leggerezza in negozio tanto importante. Non mi trattengo neppure ad avvertire come il carcere promiscuo pei reati comuni, e i delitti politici, o tu consideri lo scopo, o risguardi alla moralità della pena, sia indizio supremo di barbarie o di vendetta, spesso di ambedue, onde anche qui non dubito prontissima ed efficace l'ammenda.

K

XXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851. — Pag. 671 e seguenti.

Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno al medesimo argomento.

Secondo che me ne venne il grido dal mondo lontano, scrissero dei fatti miei distesamente un Inglese, un Francese, parecchi Italiani, fra i quali un Cappuccino. Inglese, Macfarlane energumeno: di costui già lessi la Storia degli Assassini di tutto il Mondo in 3 volumi, e mi parve Omero degno di cotesti eroi, e cotesti eroi degni del loro Omero. Quando mi proveranno, che predicando al Rospo egli potrà per via di persuasioni lasciare il veleno, che gli viene da natura, imprenderò a curare Macfarlane l'Inglese. Il Francese è D'Arlincourt: se costui fosse giovane, la risposta che meriterebbe non sarebbe nemmeno una guanciata....; ma essendo vecchio passeremo su lui, come sopra un sentiero fangoso, in punta di piedi, e in fretta, per non c'imbrattare le scarpe: nella sua gioventù compose romanzi assurdi; ha voluto disonorare i suoi capelli canuti con un romanzo perfido; sciagurato vecchio! Non sembra a voi che io abbia parlato troppo di cotesto mal vecchio? Sì davvero, la metà di avanzo. Lasciamo degli oltramontani, e degli oltremarini, e le loro ignominie: veniamo a favellare degl'Italiani, principiando dal Cappuccino; ma come volete che io mi trattenga con Padre Pasquale (dacchè importa grandemente, o miei Lettori, che voi tutti sappiate come il buon Frate si chiami per lo appunto Fra Pasquale), se fino dal principio del suo Opuscolo mi paragona con una secchia? Secchia? dite voi. — Secchia, dico io; e per farvelo vedere vi cito addirittura il passo, che dichiara così: «Al signor Guerrazzi si tributa nella penisola una specie di culto, onde la nostra critica potrebbe sollevare contro noi le passioni dei suoi proseliti.... La Italia è il solo paese, che possa vantarsi avere trovato in una secchia una causa di guerra, un soggetto di poema. Or bene, il Guerrazzi è questa secchia, senza altri giuochi di parole![761]» Così, Padre, io tolgo presto commiato da voi; e se non mi sembra dovermi raccomandare ai vostri scritti, penso potermi, o Reverendo, raccomandare con maggiore frutto alle vostre orazioni.... però badate, che io conto sopra di queste.

Dopo il Frate metto due Rossi tinti in chermisi: uno si chiama C. Augusto Vecchi, l'altro Carlo Rusconi. Dirò poco del primo, non tanto perchè mi pare che meriti poco, quanto per non conoscerlo intero, essendomi pervenuto della sua Opera fino al sedicesimo fascicolo; ma se la balla corrisponde alla mostra, so bene io come mi avrà concio. Favellando a pagine 248 della mia vita privata, dopo molte gagliofferie afferma, che appresi sui processi criminali le corruttele dei viventi. Ora io non avvocai cause criminali, tranne due o tre, e queste per la singolarità loro, perchè ricordo che in una si trattava di fattucchieria, e in un'altra di un Carabiniere còlto con l'amante sua dentro a una capanna, — parendomi strano, che là, dove Virgilio aveva trovato argomento dello episodio di Didone ed Enea, i Giudici nostri avessero rinvenuto materia per cacciare in prigione la innamorata Regina, e il pio Troiano; onde io per puro amore del Libro IV della Eneide mi feci a difenderli. Più oltre C. Augusto Vecchi senti un po' che cosa scrive: «La pazza idolatria di sè stesso lo spinse tanto oltre a credersi disceso da stirpe dominatrice, poichè un Guerrazzo aveva tiranneggiato in remoti tempi la sua natale città. E tutti hanno letto in una sua Lettera diretta a Giuseppe Mazzini com'ei rivendicasse su tarlata pergamena rinvenuta in Portoferraio l'albero geneatico della modesta famiglia sua. Ed io ho veduto nello scorcio del 48 in Firenze siccom'egli dispregiatore in altrui degli aviti vezzi, facesse imprimere sur un polizzino ingessato un blasone di propria fattura; in cui tra bandiere, picche, e pastorali mitrate, appariva un lione rampante; e sotto una insegna cavalleresca, che nessun principe al certo gli aveva conceduto.[762]» Io con troppo maggiore motivo di quello che ebbe il Cardinale Alfonso d'Este, quando domandò all'Ariosto in proposito dell'Orlando Furioso: donde avete cavato tante c...., devo ricercare il mio Augusto dove diacine abbia letto tante bugie. — Tutti hanno letto la lettera ec. Orsù, sa egli leggere? Nè prenda in mala parte la domanda, imperciocchè ho trovato persone, che non sapevano leggere, le quali ne avevano obbligo molto maggiore del suo: supposto pertanto ch'ei sappia, torni a leggere questa lettera meco. Discorrendo delle cose mie alla buona, così scrivo a pagine 19 di questa lettera stampata a Livorno nel 1848 nella Poligrafia Italiana:

«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo svolgere di carte te ne porge testimonianza l'Odeporicon del Proposto Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre. Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.

Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale, miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la moglie.»

Dunque nè il signor Augusto, nè tutti, possono avere letto nella mia lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali, se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse vero; ed il signor Vecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata: Charitonis et Hodœporici Hodœporìcon (Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri):

Pag. 606. — «Anno 1553. — Il Capitano Filippo di Raffaello Guerrazzi di Castelfranco è Commissario dell'Artiglieria della Fortezza di Foiano. (Vedi sotto all'anno 1574.)

Pag. 606. — «Anno 1563. — Guerrazzo figliuolo di Filippo Guerrazzi di Castelfranco fu da Cosimo I Granduca creato Cavaliere di S. Stefano pel merito fattosi nella milizia, come consta dal suo Diploma. — Di questo Cavaliere non si fa menzione nella Galleria dell'Onore.

Pag. 608. — «Anno 1574. — Muore Castellano di Livorno il Capitano Filippo di Raffaello Guerrazzi, il quale fu soldato di valore, ed era prima stato Commissario dell'Artiglieria nella Fortezza di Foiano in Val di Chiana, come si vede da una sua patente del 1553.» — Giuseppe Vivoli Cavaliere, nel Tomo III degli Annali di Livorno, Annotazione alla Epoca XI, pag. 126, 128, parlando del Forte dell'Antignano, aggiunge: «Il disegno di questo Forte, dice il Grifoni (Cron.) con la guida del MS. del Pezzini, fosse dal Capitano Filippo Guerrazzi di Castelfranco posto in carta; e che essendo piaciuto a Cosimo I, desse tosto l'ordine al medesimo di presiedere a farlo eseguire (1567).» E più oltre: «Alcuni opinano, avess'egli, oltre il comando della Fortezza, ottenuto in Livorno anche il posto di Commissario, vale a dire, di Capo del Governo locale. Ebbe rinomanza di prode soldato e di ufficiale di merito distinto, perchè, innanzi essere impiegato a Livorno, era stato Comandante del presidio militare dell'Elba.» Al medesimo successe nella stessa carica di Castellano di Livorno il suo fratello Antonio stato Capitano alla Isola del Giglio. — (Storia del Valdarno di sotto, MS. presso il signor Dottore Domenico Guerrazzi di Castelfranco.)

Pag. 609-610. — «Anno 1594. — Vive Battista di Bonaccorso Guerrazzi, prima Castellano, poi Capitano di Archibusieri a cavallo in Ungheria, sotto D. Antonio de' Medici; ove in una battaglia restò ferito e inabile a continuare nella milizia: onde si ritornò in Italia, come apparisce dal Passaporto di quel Principe dato in Vienna il dì 9 ottobre di questo anno, ed esistente appresso i signori Guerrazzi. — Questa famiglia Guerrazzi passò da Gangalandi ad abitare a Castelfranco nel 1427, come consta da' Libri pubblici della Comunità, e di essa vi sono ancora in oggi due soggetti considerabili per la dottrina; ed uno è il signor Avvocato Guerrazzi, dimorante in Firenze, e l'altro il signor Dottore Raffaello Guerrazzi, che esercita pure la professione legale nella medesima città, adorno nello stesso tempo di molta erudizione, contro il consueto di simili Dottori, che fanno assai capitale della barbarie per essere reputati eccellenti. Ha di più fatto considerabile profitto della lingua greca sotto il signor Dottore Angelo Maria Ricci pubblico professore della medesima, onde è da esso commemorato nel Catalogo dei suoi discepoli, dato fuora nel primo Tomo delle Dissertazioni Omeriche, non lasciando di far menzione ancora del signor Tommaso suo Fratello, colle seguenti parole: His adnumerandi Raphael Guerrazzius in Græcarum Litterarum curriculo longe progressus, et Thomas eius frater Sacerdos moribus integerrimis.

Pag. 612. — «Anno 1645. — Prete Lodovico Guerrazzi di Castelfranco, Proposto.»

La prima fabbrica di vetri fu fondata in Livorno dalla mia famiglia, come si ricava dal seguente Documento riportato negli Annali del Cavaliere Vivoli, Tomo III, pag. 419:

«Paolo e Michele Guerrazzi di Castelfranco abitanti in Pisa supplicano a S. A. S. di haver privilegio di poter fare in Livorno una Fornace di Vetrami di ogni sorta.» — In pié della quale come in filza S. A. S. benignamente rescrisse:

«S. A. S. gli farà dar la Casa in Livorno Nuovo a pigione moderata, a loro soddisfazione, et così ordina al Paganuccio che faccia, et che per anni 10 nessuno possa far vetrami in Livorno nè suo Capitanato, nè condurre di fuora per vendere, eccetto loro, eccettuando da questo però cristalli orientali fini, occhiali, spere, paternostrami, et vetri per invetriate, fiaschi che venghino di Fiandra, fiaschi coperti di spalatro, di Francia, che questi vi possono venire. — Con che li Supplicanti saranno obbligati dare le robbe ai bottegai di Livorno per il prezio nel quale gli stanno di presente posti a Livorno, perchè possino vendere a minuto per servizio delle lor botteghe, et come li bottegai saranno obbligati a pigliar le robbe dai Supplicanti, così non potranno li Supplicanti vendere a minuto in detta Terra, et suo Capitanato, a manco numero di dodici pezzi per volta, et il quale ordine il Governatore di Livorno lo farà bandire subito che haveranno messo fuoco, al che fare sieno obbligati per tutto dicembre prossimo, et lo faccia eseguire con quelle pene che saranno convenienti, et quanto alle legne il Paganuccio gliene faccia dare sempre a l'uso et prezzo che le paga S. A.

«FERDINANDO.

«9 marzo 1598.

«Antonio Serguidi.»

L'arme trovai in casa, nè avevo punto mestieri falsarla, commettendo opera infame per fine da nulla, imperciocchè la si trovi murata nel mastio della Fortezza Vecchia di Livorno, come tutti i Castellani costumavano fare, e nelle sepolture della mia famiglia nella Chiesa di Santa Caterina di Pisa, dove si legge questo epitaffio:

Sepulcralem hunc lapidem Quem mortalitati consulens Sibi suisque vivens posuerat Franciscus Guerratius Philos. Ac Medicinæ Doctor Templi incendium consumpsit Ardens Camillæ Guerratiæ In Patruum amar restituit Anno Reparatæ Salutis MDCLXV.

E dell'Accademia Pisana fu non volgare ornamento Pietro Guerrazzi professore, dichiarato cittadino fiorentino. Turpi sieno, o innocenti, ed anche puerili, le giunterie non sono da me, neppure per fabbricare una insegna. Filippo Guerrazzi nell'arme sua pose i cannoni, perchè Commissario di artiglieria; Guerrazzo la croce di Santo Stefano, e la mitra Monsignore Vincenzo di Domenico Guerrazzi, dell'ordine di Sant'Agostino di Lecceto, promosso al Vescovado di Borgo San Sepolcro, quale non potè conseguire stante la morte immatura. — (MS. citato di sopra.) — Il costume porta di stampare la insegna di famiglia sopra i polizzini da visita, e ve la posi ancora io, non temendo davvero commettere delitto di lesa maestà repubblicana; in ogni caso spero non venire condannato alle gemonie per questo. Riguardo poi alla nobiltà il signor Vecchi, se veramente desidera conoscere quello che io ne senta, potrà riscontrarlo, purchè lo legga davvero, nel Capitolo XV dell'Assedio di Firenze, dove troverà che io ne professo la opinione stessa, che ne aveva Dante:

«Ben se' tu manto che tosto raccorce, Sì che, se non s'appon di die in die, Lo tempo va dintorno con le force.»

E colà dico, che parmi ostentazione di vanità disprezzarla, come pregiarla troppo; e che ai nati da lignaggio reso illustre dagli avi per atti di mano e d'ingegno la chiarezza del sangue impone obbligo grande di continuare la bella trama che eredarono ordita. In quanto a me, ripeto che vengo da agricoltori e da soldati, e pongo fine a simili quisquilie, a cui mi condusse la necessità di lavarmi dalle disoneste imputazioni di falsità, che il signor Vecchi non ha dubitato appormi nel suo libro, che pure intitola: — Storia!

Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna, socialista: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio degli Affari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a sollecitarmi per la Unificazione et reliqua, con ogni maniera di pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi, giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono, confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere, tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note commentando.

In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco la

REQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA, SIGNOR RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata: La Repubblica Romana del 1849.

«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764] Domenico Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando, che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi dintorno[767]; stimava la Toscana più facile preda, che non gli dessero ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di Montanara. La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento di minore rilievo che altri non riputasse, e con facile fantasia precorrendo lo evento in quello vedeva forse il filo misterioso, che da quel laberinto poteva trarlo. Ostentando di basarsi sul positivo, sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli, che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse essergli stata da altri consigliata.

«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze del Governo, o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi, per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla Costituente di ratificarla. Il Ministro di Roma sentì la importanza del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, e il Dottore Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano[770].

················

«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamo con tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa delle Rivoluzioni.

«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771]. Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali ne fossero le fatali conseguenze.

«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe, dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare, blandendo i Partiti opposti.

«Repubblicano per tutta la vita, se poteva credersi ai suoi scritti, e tirato anche forse più al demagogo che al repubblicano, allorchè giunto al Potere ebbe modo di far proclamare la Repubblica, non volle[773]; allorchè gli fu dato di unificar due provincie assecondando i voti del Popolo, egli, che unitario e entusiasta del Popolo si era detto, bramò persistere in una disunione insensata[774]. Avviluppato dalla Diplomazia, che, non avendo concetti politici, formula nel temporeggiare tutta la sua scienza, egli che scritto avea le pagine dell'Assedio di Firenze, e vilipeso a quanti assumono il mandato di Rappresentanti di Re o di Corti, caduto era nelle reti di un ambasciatore che giudicava colle istruzioni che riceveva dalla distanza di mille miglia dei bisogni e dei provvedimenti che dovevano adottarsi per un Popolo[775]. Fatto propenso al Piemonte del quale non era mai stato ammiratore, la Repubblica Romana era divenuta per esso come uno spino, e quello spino vieppiù gli era infesto allorchè gli si parlava di Unificazione[776].

«Qual era il concetto di quell'uomo? Lo si può indagare traverso alle oscillazioni della sua condotta. Egli aveva poca fede nella Rivoluzione, niuna nei resultati ch'essa si era proposti. Per esso la questione era di rendersi necessario a tutti i Partiti, e reggere col Positivismo che affettava le sorti del Paese di cui stava a capo[777]. Non volendo offendere il Piemonte prima della Battaglia di Novara col mostrare di aderire a Roma, perchè più dell'entusiasmo del Campidoglio apprezzava le baionette piemontesi, dopo la disfatta del Piemonte persistè a non volere unificare la Toscana con Roma, perchè reputò quello il solo mezzo ad evitare un intervento forestiero[778]. Non vedendo come, dopo Novara, non vi fosse più che da inalzare il grido di Francesco I a Pavia: Tutto è perduto, fuorchè l'onore, — egli l'onore ancora volle mettere a repentaglio, e lo perdè miseramente[779]. Errore incompatibile in Uomo di Stato, contraddizione a tutta una vita che celebrato avea sempre la gloria e le virtù del sagrifizio, egli credè possibile una Restaurazione senza soldati conoscendo i sentimenti del suo Popolo, egli antepose alla gloria di vivere o morir coi Fratelli il miserabile egoismo di salvarsi solo in mezzo all'esizio universale[780].

«Le cose però s'incalorivano ogni giorno dopo la fuga del Duca, e qualche concessione era pur mestieri di fare a quel desiderio di Unificazione che nel Popolo si manifestava. Il Dottor Maestri, Inviato di Roma[781], instava perchè quel desiderio fosse appagato, mostrando che nulla di meglio chiedeva la Repubblica, che nessun altro scopo avea la sua missione. Lottando quotidianamente col Toscano Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far forza in chi non ha una preconcetta opinione, egli gli mostrava come i principj dovessero salvarsi, quali che si fossero i pericoli a cui si andasse incontro, come la moralità dei democrati stesse nel far concordare le aspirazioni colle opere, come l'utile vero si procacciasse seguendo i dettami di quello che era nobile e grande, e come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di Rivoluzione, che il non far nulla, e l'aspettare gli avvenimenti colla stolta lusinga di dominarli.

«Queste cose egli diceva altresì al Montanelli e al Mazzoni, compagni del Guerrazzi nel Governo Provvisorio; ma benevoli ascoltatori avea in loro, nè per parte loro sarebbero mai venuti gli ostacoli. Il Guerrazzi solo balenava, prometteva un giorno, poi si peritava, finchè cresciuto l'impeto dell'opinione del Popolo dovette alfine arrendersi sulla fine di febbraio, e fare inserire nel Monitore Toscano[782]: «Come il Governo, volendo mostrare quanto gli stesse a cuore la desiderata Unificazione della Toscana con Roma, avesse intavolate trattative a quell'uopo.»

«Le trattative dovevano versare per allora sulla congiunzione dei due territorj, togliendo le linee doganali che li dividevano;

«Sulla parificazione delle Tariffe;

«Sulla unità di Rappresentanza diplomatica all'Estero;

«Sulla reciprocità pel corso delle monete ec. ec.

«Quanto al decretare l'Unificazione assoluta dei due Paesi, Guerrazzi opinava che si dovesse aspettare il voto dell'Assemblea Toscana che dovea fra breve radunarsi, sentenza a cui pure aderiva Mazzoni per un suo amore di legalità, soverchio forse in quei momenti, e a cui non ostava il Montanelli, assorto più che in tutt'altro nel concetto della sua Costituente.

«Quella concessione fatta all'opinione calmava per un momento il Popolo, ma in breve si vedeva con quanta sincerità Guerrazzi aderisse a ciò che annunziava il foglio officiale[783]. A legare vieppiù i due Paesi, l'Inviato di Roma avea proposto da gran tempo un cambio di Truppe, una divisa per esse uniforme; ma nè l'una, nè l'altra cosa veniva mai attuata. L'unità della Rappresentanza all'Estero restava del pari obliata, sebbene il Governo della Repubblica ne avesse dato l'esempio, affidando al Console Toscano in Genova la tutela eziandio degli interessi dei sudditi romani. La parificazione delle Tariffe, votata infine dall'Assemblea di Roma, era accolta da Guerrazzi colla stessa indifferenza, nè il Governo Toscano facea un passo, mentre quello di Roma gli spianava da ogni lato la strada[784].

«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatava gli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile catastrofe che dovremo fra breve raccontare. Aggiornata per quanto si era potuto la convocazione della Costituente Toscana[785], il Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto, almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786]. Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto, a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano, come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, — disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'Inviato Romano, non doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni; doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo ragione a quelle esigenze che potessero restare.

«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio, permaneva staccata da Roma; il Partito liberale, sdegnato di quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro[789].

«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].

«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791] dei suoi Colleghi, che opposti si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792] l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingeva coi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, o di accudire ad una Restaurazione, si attenne a quest'ultimo, avendo egli, repubblicano, voluto prima forse l'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione armata diventava necessaria[794]?

«Infiammando i sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara, potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza, o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].

«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale. Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata; i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue; e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi erano Toscani, non Italiani, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era minacciata[797].

«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria Novella, e le grida di morte ai Lombardi, morte agli Italiani, mentre sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.

«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare, rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.

«La Reazione percorse tutto il suo stadio, si autorizzò dell'idea fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva risparmiare un intervento tedesco. Le grida di morte ai Deputati, morte ai Liberali, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcere che da tutt'altri, che da essi, avrebbe dovuto meritare[798].

«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare il benamato Principe, e tornare a quelle saggie franchigie troppo dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitori delle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che cercarono (indegno strattagemma) di adonestar l'intervento austriaco, mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo pei suoi sentimenti italiani, troncò le ambagi con un Proclama in cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera loro.

«Così cadde Firenze, e, che peggio è, cadde vituperosamente; vituperosamente non pel suo Popolo che l'Italia aveva amato, come quello di tutti gli altri Paesi, ma per le stolte e ambiziose tergiversazioni di un uomo che portò il pessimismo dei suoi scritti nella vita politica[799], e per lo zelo di una gente fredda, egoista, inconsiderata, che non comprese come, ostando al movimento nazionale, diveniva per necessità l'alleata dei Tedeschi.

«Era serbato a quell'inclita città il vedere quindi una Convenzione stretta col nemico d'Italia per l'occupazione della patria, e il vedere un Corsini ad apporre il suo nome in un patto, che convertiva una provincia italiana in un feudo tedesco.

«La Storia, che giudicherà gli uomini e gli atti di questa età dolorosa, saprà dispensare imparzialmente le lodi e l'infamia[800].»

Seguono due libri entrambi stampati da Felice Le Monnier, il quale si è fatto Editore del pari della mia Apologia, onde si può dire di lui quello che gli antichi narravano della lancia di Achille, la quale sanava le ferite che faceva.

«Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti «Vulneris auxilium Pelias hasta tulit[801].»

La prima ha titolo: «Gli ultimi Rivolgimenti Italiani; Memorie storiche del signor Marchese F. A. Gualterio di Orvieto. — Firenze, 1850-51.» Quando di queste Memorie mi pervenne notizia, ne augurai subito male, talchè nel 9 gennaio 1850 ebbi a scrivere al mio Difensore signore Avvocato Tommaso Corsi: «Ricordi quello che si narra di Alessandro Macedonio, quando Lisimaco gli leggeva certa storia di strani gesti operati da lui? È fama che Alessandro, interrompendo Lisimaco, esclamasse: e dove eravamo noi quando facevamo sì stupende cose? — Questa storia mi si affacciò alla mente più volte leggendo le mille gagliofferie e perfidie stampate sul conto mio; però a imitazione di Alessandro mi sono stretto nelle spalle interrogando me stesso: — e dove ero io quando facevo tante belle cose? — Jeri leggendo il Galignani's Messenger del 28 decembre me ne capitava una sott'occhio nuova di zecca, e parla così: — dicesi che un certo signor Marchese Gualterio di Orvieto abbia pubblicato una Storia Politica d'Italia dal 1847 al 1849, la quale cause one immense sensation by the new light which it will throw on the men and things of our day ec..... by documents esaminati nello Archivio segreto del Governo, e di alcune Cancellerie; — e seguita: — another revelation still more curious will show in the most evident manner that the Dictator Guerrazzi was supported by Lord Palmerston. The proof of this exists in a letter of Guerrazzi to Sir G. Hamilton, complaining in the better terms of having abandoned by England after the english Ambassador had formally promised him that he might calculate on his support.» Ora niente di questo è vero; e l'onorevole Lord Palmerston ebbe la bontà di significarmi, col mezzo del Ministro Hamilton, il suo gradimento per i miei sforzi, da me in tempi difficili, e privo di qualunque aiuto, operati in benefizio della salute pubblica, confortandomi a perdurare in quelli, e a sostenere con ogni facoltà mia il Principato Costituzionale. Lo evento poi corrispose al presagio. Cotesto è libro di Parte; due compaiono essere i fini che si propone: favoreggiare gl'interessi della Monarchia Costituzionale Piemontese, esaltare il Partito, che si dice dei Costituzionali moderati. Malgrado le lodi prodigategli da questi ultimi, senta un po' me il Marchese Gualterio, chè, quantunque non gli sia parso finora, troverà che io so dire il vero, e posso, perchè fin qui, e sono quarantasei anni, viltà che sia non ho saputo mai; da parte il merito letterario di cotesto libro, io gli dichiaro che non è opera da prudente storico, nè da uomo onesto. Come storico di casi contemporanei, sembra a me che dovesse mettere più coscienza nel ricercarli, più gravità nello esporli, dacchè io davvero non comprendo come possa giovare alla comune Patria, e allo stesso concetto che promuove, inciprignire le piaghe, e perpetuare, anzi crescere, le maladette discordie. Se io male non veggo, in questa parte egli amministra ottimamente i negozii, — non però quelli d'Italia. Come onesto, io lascio considerare a lui, che pure è gentiluomo, e si professa dabbene, se egli doveva raccogliere nelle orecchie tutto quanto vi versava dentro la necessità di attenuare un'azione turpissima, l'astio della mediocrità, e l'odio di superbie umiliate. Egli non è ancora giunto co' suoi scritti alla mia vita politica, e siccome mi giova sperare che di ora innanzi avrà compreso, con un bove solo non tirarsi il solco, nè potersi giudicare del suono delle campane se ambedue non si ascoltano, e che di ciò farà senno così per dettare le rimanenti Memorie, come per correggere le già scritte, non mi trattengo più oltre sopra di lui, pago, intorno alle ragioni della mia vita privata, di quel tanto che mi fece l'onore di attestare Tommaso Corsi, e che io stesso ho discorso sparsamente nella mia Apologia.

«Ma sopra ogni altro feritore infesto «Sopraggiunge Farini, e me percuote.»

Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio, rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci dagli sbracati e dagli scamiciati, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati. Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro intitolato Lo Stato Romano in varie parti dell'Apologia: mi giovi qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «Chi rompe paga, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi, usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi, e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine 87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura nelle voglie pazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti, li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella, ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana, lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della mia Apologia, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:

«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e, come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana, che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio, perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione, amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè davano nome ed esempio peggiori.»

Notes in this chapter

Note 9 · Al Popolo, che ingannato era venuto ad arrestarmi, tali apparecchiava parole, come resulta dallo Scritto inedito pubblicato dall'Accusa a c.Note 28 · Lamartine, Histoire de la Révolution de 1848, Bruxelles 1849, tom. 1, pag. 194. — Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmasNote 1 · Come in questa seconda, e troppo più iniqua replica.Note 2 · Come in questa seconda, e troppo più iniqua replica!Note 3 · Alexandre Dumas, Impressions de VoyageNote 4 · Querini. Vita di Carlo Zeno.Note 5 · Questo Documento occorre fra quelli, che l'Accusa non ha reputato di suo interesse stampare nel mostruoso Volume.Note 6 · «Mirifica procuratione abjectissimum negotium pro amplissimo ornamento expedendum Thebanis reddidit.» — (Valerio Massimo, Factorum DictorumqNote 7 · Il condannato alla galera a vita, poichè vi aveva consumato 30 anni, domandava e otteneva per benigna consuetudine la grazia della rimanenteNote 8 · «Il Nuovo Messia, la sua legge e i suoi discepoli, o le Rivoluzioni nella Penisola italica spiegate per mezzo delle loro cause. Catechismo mNote 9 · «La Italia. Storia di due anni 1848-1849, scritta da C. Augusto Vecchi; — dedicata ai Forti, alle Madri, e alle Vergini innamorate.» (TorinoNote 10 · Citando a memoria commetto alcuni errori, che sono emendati da quanto vengo esponendo qui oltre.Note 11 · E non è vero.Note 12 · Senza ira, come senza rancore: riuscì a voi salvare la Repubblica Romana?Note 13 · Questo mettere a un mazzo Guicciardino e Machiavello non a giudizioso. Chiunque però si faccia a governare gli Stati con sicurezza di sbagliNote 14 · Le manifestazioni, che mi vedeva fare dintorno, davvero non mi ricordavano punto nè Leonida, nè Pietro Micca, nè il vescovo Germanos. Molti Note 15 · Forse per avere scritto romanzi e poesie si ha da crederebbe si possa fare la guerra senza cannoni, e senza soldati? — Intorno alla virtù deNote 16 · Qui due errori: uno di giudizio; l'altro di fatto. Non è vero, che il voto universale fosse di unirsi con Roma; non è vero, che fossero eletNote 17 · Messa da parte la tumida esagerazione delle parole, e del concetto di questa scrittura, devo confessare, che la persona meno acconcia a persNote 18 · Voto popolare, è vero; ma non voto universale del Popolo, nè espresso nei modi convenienti di chi dispone di cosa solenne.Note 19 · Ministro mi fece il Principe; Membro del Governo Provvisorio le Camere del Parlamento Toscano, e il Popolo; Partiti opposti io non blandii: Note 20 · Lo Scrittore servendo al Partito giudica senza esame: egli non ha mai letto i miei Scritti politici. Appena vennero i tempi opportuni per ocNote 21 · Amo il Popolo davvero, e quindi aborro prevalermi della sua esaltazione per perderlo: tutti desidereremmo la Italia unita in una sola NazionNote 22 · Richelieu scrisse tragedie, Canning poesie, Martinez della Rosa commedie, nè penso che governassero gli Stati con le loro opere letterarie. Note 23 · Il Piemonte mi offriva pegno di accomodare probabilmente le cose d'Italia; la Repubblica Romana a scomodarle sempre più. Qui nota, lettore; Note 24 · Volendo reggere col positivismo, per necessità dovevo accostarmi al Partito dei positivi. E ritenute le proposizioni, che pure va dettando lNote 25 · E prima, e dopo lo infortunio di Novara, pretesi che con buona fede s'interrogasse la universalità dei Toscani sopra le sorti del Paese. TutNote 26 · Questo è vaniloquio. L'onore dell'uomo di Stato consiste nel procurare il maggior bene, e nello evitare più che possa mali al suo Paese. NoiNote 27 · Chi mi fa rimprovero di non essere morto, quantunque Ministro di Repubblica, prima di tutto è vivo! Ciò posto, dirò: appunto perchè conoscevNote 28 · Il Dottore Maestri pur troppo si atteggiava, come ho detto, a Proconsolo, piuttostochè a Ministro di Stato amico. Lascio considerare se le sNote 29 · Il sig. Rusconi erra: non io accettai, ma il signor Montanelli accolse le trattative sopra 8 punti come si è veduto nella Apologia; ed in quNote 30 · Non dica il Popolo, ma la parte del Popolo, che unita ai non Toscani dominava tiranna in quel momento. E in quanto a sincerità, io non avevaNote 31 · Fu parlato di cambio di milizie, ma il Governo di Roma voleva mandare Volontarii, ed io non gli accettai. — Quello che più importava era la Note 32 · Non è vero: fu affrettata quanto più si potè, nè si poteva fare in meno tempo; assolvendo perfino da talune formalità, che pure sembravano nNote 33 · Non feci io il Discorso di apertura, nè lo lessi: lo scrisse e lo lesse il signor Montanelli. Consideri il signor Rusconi, che con tanta ineNote 34 · Anche questo non è vero; dimostrando la difficoltà, che il Popolo Toscano aderisse alla Unificazione, gli diceva che non avrebbe acconsentitNote 35 · Ripeto, che il Discorso non fu mio; fu composto, e letto dal signor Montanelli. Con tanta inesattezza probità non consente giudicare.Note 36 · Anzi cospirava a rovesciarmi: ma una volta la Costituente Toscana riunita, io era sottoposto; e quando una Assemblea uscita dal voto universNote 37 · Quanto sia vero questo, si è veduto.Note 38 · L'Assemblea conoscendo le mie intenzioni mi prescelse, e non mi disfeci. Montanelli desiderò andare altrove perchè conosceva a prova la inanNote 39 · Falso anche questo: furono i partigiani del signor Rusconi che a forza vollero pubblico questo rapporto, e lo ebbero secondo la verità. ForsNote 40 · Che io al desiderio del Montanelli compiacendo consentissi ad allontanarlo, è vero; ma che io lo allontanassi con forza o con astuzia, non èNote 41 · Qui occorrono spropositi quante parole. Io volli nulla, ripeto; volli quello che al Popolo piacque, pacato e illuminato sopra i suoi interesNote 42 · Ai Corpi Lombardi; che venivano per mare, facevo osservare come fosse più giudizioso proseguire per quella via fino a Civitavecchia, — e menNote 43 · Dai solenni svarioni intorno a quanto avvenne in Firenze nell'11 aprile, e che tutti conoscono, si argomenti la esattezza e la probità delloNote 44 · Tutto questo è un finimondo di bugie.Note 45 · Cioè dai Repubblicani; ed ecco come è consentaneo seco lo Autore, che io volevo rendermi necessario a tutti i Partiti. Il Partito vinto mi vNote 46 · Come! Poco sopra i miei scritti predicano il sagrificio, la gloria, la Repubblica ec. — Adesso porto il pessimismo dei miei scritti nel GoveNote 47 · Il signor Rusconi mi darebbe diritto di recriminare intorno alla falsità dei suoi fatti, e alla fallacia, per non dire peggio, dei suoi giudNote 48 · Ovidio, de Remedio Amoris, libro I.
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