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XII conti pomiglianesi

Note 44 — III.—'E CORNA[1]. Versione raccolta in Pomigliano d'Arco

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Per trasformazioni asinine, oltre i tanti Asini d'oro, vedi Pentamerone IV, I. Minec'Aniello aveva un anello incantato, che ne appagava ogni voto. Anello quindi poco dissimile da quello, che, nel IV dell'Italia liberata, una donzella asserisce esserle stato rubato:

Io fui figliuola già d'una gran Donna,

Signora del paese di Bitonte,

Che maritommi al Duca di Crotone

E diedemi per dote un solo anello

Di pregio extremo, e di valore immenso.

Questo avea tal virtù, che, s'io il basciava,

E poi toccava ogni qualunque cosa,

Quella si convertiva in seta, o in oro,

O in tutto quel, ch'i' aveva dentr'al pensiero.

Hor io, tornando al dolce mio terreno,

Per rivedere i miei, con questo anello,

Ch'io nol lasciava mai da me lontano,

Passai vicina ad una bella fonte,

E veduta, ch'io l'hebbi, ivi discesi,

Per bere, e l'anel presi, e lo lasciai

Volendo farmi un'ottima bevanda; ecc.

Dunque un anello incantato era stato rubato a' Menec'Aniello. Ma egli il ricupera con l'aiuto de' sorci di Pertugiocupo, e subito, con esso anello incantato inasina, inciuca, insomarisce i ladri, che glielo avevan rubato:—«Co' cchiù allegrezza, che non ha lo 'mpiso, quanno l'arriva la grazia; fece subeto deventare due asene le negromante. Sopra l'uno de li quale stiso lo ferraiuolo, sse accravaccaje comm'a 'no bello conte; e, carrecato l'autro de lardo e caso, toccaje a la vota de Pertusocupo, dove, regalato lo Re e li Conziglieri, le rengraziaje de quanto bene pe' causa loro avea receputo, preganno lo cielo, che maje mastrillo le facesse 'mpedimiento, maje Gatta le portasse dammaggio, maje arzeneco le causasse despiacere»— Tra' Conti popolari raccolti in quel d'Agen da Gianfrancesco Bladè, v'è una leggenda intorno ad un viaggio di Gesù:—«Nostro Signore, con San Piero e San Giovanni, cammina cammina, giunse alla porta d'un castello. Picchiano. Un tozzo di pane per carità, signore; per l'amor di dio e della madonna. Pater noster, qui es in coelis, sanctificetur....... = Via di qua, birboni. Non vi darò nemmeno un briciolo, poltronacci. E, se non voltate subito le spalle, sciolgo i cani. = San Pietro, disse nostro Signore, poni il basto a quest'asino. Il padrone del castello si trasformò lì per lì in un asino; e San Pietro gli mise il basto e la cavezza. Nostro Signore, con San Pietro e San Giovanni, cammina cammina, giunsero ad un piccolo molino, dov'era una donna sola. Picchiano. Un tozzo di pane, per carità, mugnaja, per l'amor di dio e della madonna. Pater noster, qui es in coelis... = Poveretti, le vostre preghiere vi frutteran poco. Posso darvi solo questo pezzetto di pane. Dividetelo. = Grazie, mugnaja, disse nostro Signore. Pel vostro pezzettino di pane vi regalo quest'asino col basto e con la cavezza. Fatelo lavorare a più non posso; e non gli date nè paglia nè fieno. Saprà trovarsi di che campare la vita da sè, lungo il ciglione delle strade e presso le siepi. Nostro Signore se n'andò con San Pietro e San Giovanni. Cammina cammina, in capo a sette anni si ritrovarono innanzi al piccolo mulino. Ripicchiano alla porta. Un tozzo di pane, per carità, mugnaja, per l'amor di dio e della madonna. Pater noster, qui es in coelis... = Con piacere, poveretti. Entrate, la zuppa è in tavola. Ecco una pagnotta per ciascuno, ed agli e sale. Scendo in cantina a spillare una botte di quel vecchio. Sett'anni fa, tre poveri, più giovani di vojaltri, passarono di qua. Per un pezzetto di pane, mi donarono un asino col basto e la cavezza, raccomandandomi di farlo lavorare a più non posso, senza dargli nè paglia nè fieno. L'ho sempre lasciato trovarsi di che campar la vita da sè lungo i ciglioni delle strade e presso le siepi. Pure aveva compassione di quella povera bestia, grazie alla quale ho accorsato il mio piccolo molino e mi sono arricchita.==Mugnaja, noi vi abbiamo regalato l'asino col basto e la cavezza, ed ora bisogna restituircelo.==Volentieri, poveretti. Nostro Signore, San Pietro e San Giovanni salirono tutt'e tre sull'asino, che li portò fino al suo castello. Un tozzo di pane, Signora, per carità, per l'amor di dio e della madonna. Pater noster....==Volentieri, poveretti. Ecco tre pagnotte di dieci libbre l'una. Sett'anni fa, tre poveri vennero a chiedere l'elemosina alla porta di questo castello. Mio marito gl'insultò, minacciando sguinzagliare i cani. Allora uno de' tre il mutò in asino; un altro gli mise il basto e la cavezza ed il condusse via.==Riconoscereste vostro marito, signora? chiese nostro Signore.==Sì, povero, il riconoscerei.==Quand'è così, alzati e riprendi la tua forma prima. Allora l'asino s'alzò, riprese la forma umana, e la signora riconobbe il marito. Il padrone del castello morì la dimane, ma aveva fatto penitenza in terra e Nostro Signore lo accolse nel suo paradiso».—Per uno inasinamento simulato, vedi anche una Novella dell'Abate Michele Colombo, che dice averla stesa giusta la narrazione, che udita n'aveva in mezzo ad una brigata d'Amici ed il soggetto esserne stato trattato eziandio da uno scrittore francese e da un altro Italiano:—«Gianni, andato per legna in un bosco, ne lascia il suo asino fuori legato ad un albero. Due romiti, passando quivi vicino, lo veggono: uno di essi lo scioglie, ci lega sè stesso, e manda il compagno suo al romitorio col somiere di Gianni. Questi, uscito dal bosco, trova il romito in luogo dell'asino: lo mena a casa e 'l trattien seco a cena e ad albergo. Alquanti dì dopo, ito al mercato, s'imbatte nell'asino suo; e, credutolo il romito, lo compera e lo fa vivere più morbidamente, che non si conviene ad asino. La bestia insolentisce, prevarica, scandalezza Gianni, e impenitente si muore».—Confronta con la graziosissima Novella in sesta rima di Lorenzo Pignotti, intitolata Il ricco e l'asino, ch'è il Pignotti appunto lo scrittore Italiano, di cui parla il Colombo ed il Piron il francese. Vedi pure Pitré (Op. cit.) Lu Capaciotu.

Nella commedia del Fagiuoli, intitolata Il sordo fatto sentir per forza, due ragazzi, Celio (con due panieri di erba al collo) e Laura (con una mazza), giuocano all'ortolano.

Laura. Chi vuol l'ortolano? al cavolo, all'insalata; raddicchin di poggio; bietola, prezzemolo, nipitella; fior di borrana, di ramerino, salvia larga, arrò! (gli dà una mazzata).

Celio. Oi, tira piano, sai.

Laura. Ma ricordati, che ora io son l'ortolano e tu se' l'asino.

Celio. I' sono anche tuo fratello e tu non se' ortolano.

Laura. Ma ora, che noi ci balocchiamo, tu fai da asino, e io fo da ortolano.

Celio. 'N ogni modo dà più piano; che, se io fo da asino da burla, io non son davvero: e così tu anche non hai a far davvero.

Laura. O via, i' ho 'nteso. Chi vuol l'ortolano? Insalata minuta, cavol bastardo, cavol novellino; lattuga romana, broccoli, spinaci, citriuoli, petonciani; ramolacci della Font'all'erta, barbe di bietola, barbatella. (Celio passeggia). Tru, toe (Celio tira innanzi a passeggiare). Tru, toe, ti dico (Gli dà un'altra mazzata).

Celio. I' ho gusto che tu tiri a tirare; tu mi fai male, sai.

Laura. Se tu non ti fermi.

Celio. Se tu non me lo dii.

Laura. Quand'io dico: tru, toe; allora tu t'hai a fermare. E quand'io dico arrò, arri là; allora tu hai a andare, se tu vuoi far da asino per bene... Tu avrai pur sentuto Tonio quando so' pa' lo mandava coll'asino a vendere l'ortaggio pelle vie; tu avrai pur sentuto a Firenze e non che lui gli altri ortolani.

Celio. I' gli arò sentuti, ma' i' non ci arò abbiadato.

Laura. O badaci. Daccapo. Ortolano! Cavol bianco, cavol nero, cavol bastardo; insalata minuta, radicchin di poggio, arrò!

Celio non si muove.

Laura. Arrò.

Celio sta forte.

Laura. Arrò, arri là; i' ho 'nteso (Gli dà una mazzata).

Celio. Oi, oi! Laura, i 'mi disasinerò, veh! e ti darò de' musoni poi io da ultimo.

Laura. Sta cheto, tu guasti il giuoco. Gli asini non parlano, nè l'altre bestie, se non la notte di Befana. A voler far l'asino bene, tu hai a ragghiare, quando tu vogghia dir qualcosa, come fanno loro. Che non gli hai mai sentuto ragghiare? Di maggio e' non fann'altro pure.

Celio. T' hai ragione, ghi è vero; sicchè, quando tu dirai arrò, io ho a star fermo?

Laura. Noe, tu hai a ire.

Celio. E quando tu dirai tru to?

Laura. Tu t' hai a fermare.

Celio. E s'i' scambio?

Laura. Allora, perchè tu intenda, si ridice da capo; e ci và una bastonata.

Celio. O ch' è d'obbligo?

Laura. Certo, a voler, che tu intenda da ultimo.

Celio. E, s'io vorrò dire i fatti mia, che non ho a dir le parole com' i' dich' ora?

Laura. Noe; tu hai a ragghiare.

Celio. So io?

Laura. Pròvati! tu n'arai sentuti tanti, che, se tu hai un po' di cervello, t'avresti a avere imparato.

Celio, contraffà l'asino quando ragghia. Ah ah ah, ah ah ah.

Laura. Uh tu ragghi male; tu potresti ben ragghiare con un po' più garbo.

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