Note 1 — III. bis. LA COA.[1] (Variante raccolta in Milano)
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I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nella PRIMA SERIE, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nella SECONDA SERIE, manca questa ultima parte ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nella TERZA SERIE finalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol' essere un bastone, il quale batte comandato senza remissione. Alla PRIMA SERIE di riscontri appartengono:—I.—Gesta Romanorum, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II.—La vurza, lu firriolu, e lu cornu 'nfatatu (Pitrè. Op. cit.) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna, e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III.—Von dem Schäfer, der die Koenigstochter zum Lachen brachte (Gonzenbach. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene per ottenere la Reginotta promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa; ma il Re sdegnato il manda in carcere, dove poi, mantenendo egli allegra la brigata de' prigioni co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri: i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Ne vende alla Principessa, che, afflitta, disperata, fuor di sè, per farsi guarire dalle escrescenze gli restituisce anello, tovagliuolo, borsa e fischietto. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene poi la Reginotta in moglie.—Alla SECONDA SERIE di riscontri, appartengono:—I.—Il figliuolo del Pecorajo (Imbriani. Novellaja Fiorentina).—II.—Petru lu Massariotu (Pitrè. Op. cit.)—Alla TERZA SERIE di riscontri finalmente spettano:—I.—Lo cunto de l' Uerco (Basile. Pentamerone).—«Antuono de Marigliano, ped essere l' arcenfanfano de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n' Uerco, da lo quale, volenno vedere la casa ssoja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All' utemo le da' 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia ssoja, fa pagare la penetenzia all'Oste de la furbaria et arrecchisce la casa ssoja.»—II.—Il Racconto dell' Orca (nel già citato Conto de' Conti,) che sarà bene riprodur qui per intero.—«Ebbero gran ragione i Filosofi antichi di chiamar cieca la Fortuna, poichè le sue operazioni son regolate alla cieca, ne, se crediamo all'esperienza, v'è cosa più mutabile della Fortuna istessa, stantechè il più delle volte si compiace d'innalzare in alto e sublime grado le genti dappoco e di niun valore; ed all'incontro deprime in basso stato ed abbietto il fiore degli uomini, come vi farò sentire. Eravi nella Città di Biserta una donna dabbene, chiamata Drusilla, la quale, oltre a sei figlie femmine, avea un figlio maschio, tanto sciocco e scimonito, che la povera madre perciò ne stava scontentissima. Nè v'era giorno, che non l'avvertiva, ora correggendolo dolcemente, ed ora al dolce delle correzioni vi mescolava l'asprezza dell'invettive, ed anche, se v'era di bisogno, delle bastonate. Con tutto ciò, non furono queste cose bastanti a far sì, che Rodomonte si fosse riavuto dalla sua dappocaggine. Per la qual cosa, vedendo Drusilla non esservi speranza, che suo figlio ravveduto si fosse della sua sciocchezza, (quasichè il difetto di natura stato fosse in lui cagionato per colpa sua) un giorno fra gli altri con un bastone lo battè di maniera, che poco vi mancò a non romperle tutte le ossa. Rodomonte, che videsi così mal concio, per isfuggire dalle mani della sdegnata sua madre, si partì dalla casa. E tanto camminò, sinchè un giorno, sul tramontar del Sole, arrivò ad una montagna così erta, che nascondeva le sue cime tra le nuvole. Giuntovi sopra a gran fatica, vide vicino ad alcuni alberi di pioppo una grotta, nella cui bocca vi stava seduta una orribile Orca, che avrebbe spaventata ogni persona, che l'avesse veduta. Ma Rodomonte, che, come s'è detto, era sciocchissimo, senza prendersi timore, salutando l'Orca, le disse: Addio Signora, che si fa? come la passate in salute? comandate niente? Quanto v' è da questo al luogo, dove debbo andare. L'Orca, che intese questo discorso, che non avea connessione alcuna, si pose a ridere; e, perchè le piacque l'umore di Rodomonte, le disse: Vuoi stare a padrone? E Rodomonte replicò, Quanto mi dai al mese? E l'Orca ritornò a dire: Attendi a servire onoratamente, che sarà la tua fortuna. Così concluso, Rodomonte restò a servire l'Orca, la quale talmente lo ben trattava, che Rodomonte, nello spazio di due anni, stiede felicissimamente, ed allegramente. Ma dopo questo tempo, venuto in fastidio de'ben trattamenti dell'Orca, le venne desiderio di rivedere la sua madre e le sorelle; e, pensando alla casa sua, stava afflitto, e malinconico. L'Orca, che conobbe subito il pensiero di Rodomonte, chiamollo da parte, e le disse: Rodomonte mio, io sò, ch'hai una grande ardenza di veder la casa tua; perciò, volendoti bene, quanto le viscere mie, mi contento di darti gusto, purchè ritorni subito. Pigliati adunque quest'Asinello, che servirà per alleviarti la fatica del viaggio. Ma stà attento a non dirli mai: Arre cacaure; chè te ne pentirai. Rodomonte presosi l'Asino, senza licenziarsi, salitovi sopra, si pose a correr di trotto; ma non avea dato ancora cento passi, che, smontato dall'Asino, incomincia a dire: Arre cacaure. Appena disse queste parole, che l'Asino incominciò a cacare perle, rubini, smeraldi, zaffiri e diamanti più grossi d'una noce l'uno. Rodomonte, in vedere tante pietre preziose, per l'allegrezza non credendo appieno se era vero o no, ciò che avea veduto, prese un panno, e dentro ve le avvolse, e ritornò a cavalcare. E, toccando di buon passo, giunse ad una Osteria, dove smontato, la prima cosa, che disse all'Oste, fu: Te', lega quest'Asino alla mangiatoia, e dagli bene a mangiare. Ma avverti a non dire: Arre cacaure; perchè te ne pentirai. E conservami queste coselline in parte sicura. L'Oste, che era malizioso, avendo inteso di botto questa proposta di Rodomonte, e vedute le gioie, che molto valevano, venne in curiosità di vedere, che significavano queste parole. Perciò, dato un buon desinare a Rodomonte, e fattolo bere ben bene, lo lasciò in un profondissimo sonno. Dopo di che, andando frettolosamente alla stalla, disse all'Asino: Arre cacaure. Il quale, in virtù di dette parole, fece la solita operazione, con evacuare tante gemme e pietre preziose, che non è possibile divisarlo. Vedutosi dall'Oste questa preziosa evacuazione, fe pensiero di cambiare l'Asino, e d'ingannare la sciocchezza di Rodomonte. Per la qual cosa, svegliatosi Rodomonte la mattina a buon'ora, chiamando l'Oste, le pagò ciò, che dovea; e, pigliatosi l'Asino cambiato, col sacchetto pieno di pietre, in vece delle gioie, che riposte vi avea dentro, s'incamminò frettolosamente verso Biserta. E, prima di metter piede in casa, incominciò a gridare: Corri, Madre mia cara; corri, che ti voglio arricchire. Spandi in terra una gran tovaglia, che vedrai tesori. La Madre con allegrezza grande, aperta una cassa, cavò fuori molti lenzuoli, spandendoli in terra. Sopra de'quali postovi l'Asino, principiò a gridare: Arre cacaure. Ma che arre cacaure! che l'Asino punto da tali parole non si moveva. Tuttavia replicando Rodomonte tre e quattro volte l'istesse parole, e vedendo, ch'erano gettate al vento, prese un bastone; e tanto lo battè, che il povero Asino, non potendo resistere al dolore delle bastonate, incominciò talmente a cacare, che imbrattò tutti quelli bianchi lenzuoli di maniera, che appestò tutta la casa. La povera Drusilla, che pensava di arricchire la sua povertà, in vedere così imbrattati quei panni, che altri non avea, ed in sentire tanto puzzore, diè di piglio ad un bastone; e tanto lo battè, che appena Rodomonte poteasi muovere. Per la qual cosa, riavutosi Rodomonte dal dolore delle bastonate, ritornò di nuovo all'Orca, che, vedendolo venire e sapendo ciò, che l'era accaduto (perchè era affatata), le fece un'acre riprensione, chiamandolo poltrone, semplice e sciocco, per aversi fatto ingannare da un Oste. Tanto che Rodomonte giurò di mai più lasciarsi burlar da persona vivente. Ma non passò un altro anno, che le venne lo stesso desiderio di vedere le genti di casa sua. L'Orca, ch'era brutta di faccia e bella di cuore, dandoli licenza, le regalò un tovagliolo, e le disse: Porta questo a tua Madre; e, finchè non giungi a tua casa, non dire: Apriti e serrati, tovagliolo. Perchè se t'accade qualch'altra disgrazia, il danno è tuo; ora va col buon anno e torna presto. Partitosi Rodomonte dall'Orca e poco lungi essendo, pose il tovagliolo a terra, ed in dire: Apriti, tovagliolo; (cosa mirabile a vedersi) uscirono da quello tante galanterie, ch'è incredibile a divisarlo quanto erano di gran prezzo e valore. La qual cosa vedutasi da Rodomonte, disse: Serrati, tovagliolo; e, serratavi dentro ogni cosa, s'incaminò verso la medesima Osteria. Nella quale entrando, disse all'Oste: Conservami questo tovagliolo. Ma avverti a non dire: Apriti, e serrati, tovagliolo. L'Oste, ch'era maliziosissimo, disse: non dubitare. E datogli ben bene a mangiare ed a bere, lo mandò a dormire. E pigliato egli stesso il tovagliolo, disse: Apriti, tovagliolo! E 'l tovagliolo cacciò fuora tante cose di prezzo, che fu uno stupore a vedersi. Per la qual cosa, ritrovato un altro tovagliolo, simile a quello, lo cambiò; ed essendosi risvegliato Rodomonte, ce lo consegnò. Ed indi a poco di là partitosi, arrivò a casa sua; e, nel giungere che ivi fece, disse alla Madre: Ora sì, che daremo un calcio alla miseria. E, ponendo a terra il tovagliolo, incominciò a dire: Apriti, tovagliolo. Ma perchè era stato cambiato, vi perdeva il tempo: onde, sdegnandosi contro dell'Oste, giurò, che l'avrebbe fatto pentire del suo inganno; e, senza dir altro, partendosi di nuovo dalla casa, si portò dall'Orca. La quale, riprendendolo più acremente dell'altra volta, le fece a poco a poco conoscere, che, per essere stato così sciocco e così facile a palesare il secreto, avesse perduto una e due volte la Fortuna. Venuto Rodomonte in qualche maniera in sè, seguitò a servire l'Orca, senza più pensare alla casa sua. Ma, dopo tre altri anni, le venne l'istessa voglia di prima, perciò chiese licenza all'Orca, che, per togliersi quella continua vessazione, ce la concedè. Prima di partirsi, le diede una mazza ben lavorata, che l'avesse conservata per sua memoria, ma che si fosse guardato dal dire: Auzate, mazza; e: Corcate, mazza. Rodomonte partissi di nuovo verso la casa; ma non fu lungi di là un mezzo miglio, che disse: Auzate, mazza. Non fu parola questa, ma arte d'incanto; perchè subito la mazza incominciò a lavorare d'intorno alle spalle del misero Rodomonte, tanto che le bastonate piovevano a cielo aperto, e l'una non aspettava l'altra. Il povero Uomo, non sapendo cosa l'era succeduta, disse subito: Corcate, mazza; e la mazza in un istante si fermò, ne più andò in giro. Per la qual cosa imparando a sue spese Rodomonte, si portò frettolosamente alla solita Osteria, ove fu ricevuto con maggiore accoglienza delle altre volte. Onde Rodomonte, in arrivare, disse all'Oste: Conservami questo bastone. Ma non dire: Auzate, mazza; perchè te ne pentirai. L'Oste, tutto allegro di questa terza venuta, dopo averlo fatto ben bene mangiare e bere, lo lasciò dormire; e, prendendo la mazza, con chiamar la moglie a questa festa, disse: Auzate, mazza. La quale incominciò di maniera a battere l'Oste, che, non sapendo cosa l'era succeduto, gridava misericordia. Onde, svegliatosi al romore Rodomonte, e veduto l'uccello dentro la pania, disse. Non v'è rimedio! tu morirai, se non mi restituisci tutte le robe mie. L'Oste, che si vedeva a mal partito, principiò a gridare: Pigliati quanto posseggo, purchè mi liberi da tale incontro; e, per maggiormente assicurare Rodomonte, fè venire tutto ciò, che rubato l'avea. Del quale impadronitosi Rodomonte, con dire e: Corcate mazza, lo liberò da tanta vessazione. Per la qual cosa, pigliandosi l'Asino, il Tovagliolo e la Mazza, ritornossene a casa. E facendo ivi dell'uno e dell'altro esperienza, sollevò la casa poverissima, con maritare le sorelle, e con lasciar ricca la Madre, facendo avverare il motto: che a' Pazzi ed a' Fanciulli dio l'ajuta».—III.—La fola dl' Om Salvadg (nella Chiaqlira dla Banzola succitata.—IV.—Lu scarpareddu mortu di fami; (Pitré. Op. cit.)—V.—La Munachedda (Ibid.).—VI.—Zaubergerte, Goldesel, Knüppelchen schlagt zu (Gonzenbach. Op. cit)—VII.—Ari, Ari, cagadanari (Bernoni. Fiabe e Novelle popolari Veneziane)—VIII.—Bastoncrocchia (De Gubernatis. Le Novelline di Santo Stefano). Riproduciamo per esteso quest'ultima versione:—«Un padre aveva tre figliuoli. Va il primo di essi a cercar fortuna e trova per via un vecchio: gli era Gesù in persona, che gli si fa compagno. Ma, vedendo di non avere nessun lieto incontro, si perde d'animo e vuol tornare a casa. Allora Gesù gli regala un tavolino a tre piedi, cui basta dire: parecchiati, ed ei si parecchia di ogni grazia di dio. Arriva il nostro giovine all'osteria e dalla contentezza non si tiene, ch'ei non iscopra il segreto, ch'egli ha. La notte, il tavolino gli viene scambiato dall'oste. Ei torna a casa e si vanta a' fratelli del miracolo, ch'egli ha portato con sè; ma, alla prova, gli convien pigliarsi con pace la berta, che i fratelli gli danno. Parte, alla volta sua, anche il secondo de' fratelli. Ed ancor esso incontra il vecchio Gesù, che gli si accompagna. Non trovando tuttavia da far fortuna con Gesù, dice il giovine, ch'ei vuol tornare a casa. E Gesù gli regala una pecora marcia, che ha virtù di versare, per le parte deretane, luigi d'oro. Ma, arrivato alla stessa osteria, ove il maggior fratello era capitato, il malaccorto si lascia scappare il prodigioso animale, ch'ei porta con sè. E, la notte, la pecora marcia gli vien scambiata. Ei torna a casa ed è burlato ancor lui, mentre s'attendeva esser portato in trionfo. Parte il minor fratello e trova anch'esso Gesù; e si accompagnano insieme. Ma viene il tempo, in cui il giovine vuole andarsene, perch'ei non trova a far fortuna. E gli lascia per ricordo un bastone, cui basta dire: Baston crocchia, ed ei si mette a bastonare per ogni verso; e: Resta, perch'ei cessi dalle bastonature. Per via ei ne vuole far la prova con tre ricchi signori. E la prova gli riesce così bene, che i tre signori, pur ch'ei comandi al bastone di cessare, gli lasciano quanto essi hanno. Arrivato all'osteria medesima, ov'erano capitati i suoi due fratelli, ei dice al bastone: Baston, crocchia. E il bastone a bastonare senza pietà e misericordia l'oste ed i suoi. Nè cesserebbe, se l'oste non s'affrettasse a rendere il tavolino a tre piedi, che si parecchia da sè, e la pecora marcia, che ha quella certa virtù, che abbiamo detta di sopra. E il giovine ritorna a casa pieno di ricchezza e di contento».—il De Gubernatis annota, in altra versione empolese soggiungersi:—«che, col bastone, il giovine uccise tutti i parenti, fu padrone di tutto, fece un bel castello, diventò un gran principe e sposò una bella principessa. L'eroe (sic) di questa stessa novellina è chiamato nella tradizione piemontese, Giovannino senza paura e senza rimprocci. Ma, invece della pecora marcia, vi si trova l'asino; invece di Gesù, vi si trova il diavolo».—La sola prima parte della fiaba (e guasta) si ritrova in Die Geschichte von Ciccu (Gonzenbach. Op. cit.).