Note 16 — CAPITOLO IX.
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La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa. Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra, e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese per expediente più presto volere morire di cascata, che come il povero vescovo di Fano, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, e certo ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato come disperato.