Note 277 — CAPITOLO IX.
Reading edition
Acta Sanctor. febr., III, p. 255. Secondo un testo latino del sec. XIII, pubblicato da Du Méril (Mélanges ecc., p. 430), Virgilio si libera di prigione facendosi portare dell'acqua in una conca nella quale egli s'immerge e tosto sparisce. Forse a ciò si riferisce il «com de la conca s saup cobrir» di Giraud de Calançon. Anche questo fatto figura (due volte) nella leggenda del mago Eliodoro: «ut autem allata est (pelvis cum aqua) continuo in eam se coniicit et ex oculis abit cum hoc dicto: salvus sis, imperator, quaere me Catanae.» Anche nella leggenda di Pietro Barliario lo ritroviamo, p. 13:
«Venne l'ora fatal che dee morire, E al patibolo giunto immantinente Già salito sul palco s'udì dire: Datemi un poco d'acqua, amica gente. Un vaso d'acqua ebbe apparire Ma, prima che bevesse lietamente, Signori di Palermo, gli ebbe detto, Io vi saluto e a Napoli v'aspetto.»
Il «quaere me Catanae» di Eliodoro e l'«a Napoli vi aspetto» di Barliario spiegano il «vado ad Napulum» di Virgilio nel Mirabilia. Anche in un racconto dei Quaranta viziri (trad. ted. di Behrnauer, p. 23) uno scheik immergendosi nell'acqua si libera da morte, scomparendo e trovandosi trasportato immantinente a Damasco.