← Table of contents
Virgilio nel Medio Evo, vol. I

Note 531 — CAPITOLO XV.

Reading edition

Inf. XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»

D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nè magiche frodi nè malìe nè fattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini; passione è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di azione. Iddio essendo per sua natura essenzialmente azione o atto, inaccessibile a passione ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suo imperscrutabile vi porta passione, ossia lo rende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser pio non può esser pietoso: «Qui vive la pietà (come opposto di empietà) quand'è ben morta» (come pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola pietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings