Note 497 — CAPITOLO XIII.
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L'esigenza dell'istinto artistico prevalente fra noi era grande per questo lato; tutto essendo rimesso al gusto individuale, e l'uso letterario non essendo ancora arrivato a norme fisse e nettamente formulate, i minori ingegni trovavansi talvolta più imbarazzati nello scriver volgare che nello scriver latino. Fra gli altri sono notevole esempio di questo ch'io dico, le parole che leggonsi in un codice senese del Fior di Virtù: «Poichè de' vocaboli volgari sono molto ignorante, però che io gli ho poco studiati; anche perchè le cose spirituali, oltre non si possono sì propriamente esprimere per paravole volgari come si sprimono per latino e per grammatica, per la penuria dei vocaboli volgari. E perciò che ogni contrada, et ogni terra ha i suoi propri vocaboli volgari diversi da quelli de l'altre terre et contrade; ma la grammatica et latino non è così, perchè è uno apo tutti e latini. Però vi prego che mi perdoniate se non vi dichiaro perfettamente le sententie et le verità di questo libro.» ap. De Angelis, Capitoli dei Disciplinati ecc. (Siena, 1818) p. 175. C'era dunque un gusto imperioso a cui doveva chiedere scusa chi non si sentiva forte abbastanza per soddisfarlo. Il latino, comunque grosso, era grammatica, come lo chiamavano allora in Italia e altrove; avea regole ed uso più determinati, e minori per esso erano le esigenze artistiche. Pare impossibile che il Porr, il quale ha capito tante cose, non abbia capito la ragione semplicissima di quest'uso medievale della parola grammatica; ved. Zeitschr. f. vergl. Sprachforsch. I. p. 313.