Note 257 — CAPITOLO VI.
Reading edition
Uno di questi è anche Gregorio Magno: «non metacismi collisionem fugio, non barbarismi con fusionem devito, situs motusque praepositionum, casusque servare contemno: quia indignum vehementer existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati.» Praef. Jobi T. I, p. 6. Con quell'affettata conoscenza della tecnologia grammaticale l'ingenuo grand'uomo si preoccupa di fare intendere che il suo non volere non è non sapere. Del resto la realtà di questa noncuranza non è provata dai suoi scritti.
La inimicizia di Gregorio il Grande per gli studi profani è stata esagerata assai da molti scrittori, i quali da uno studio speciale del medio evo da questo punto di vista non appresero quale sia il vero valore ed il peso reale di certe espressioni, e non si accorsero che l'atteggiamento di Gregorio rimpetto alla antichità classica è quello stesso di cento altri distintissimi personaggi della chiesa medievale. Interpretando malamente un luogo di Giovanni di Salisbury (Polycrat. II, e. 26) si è giunti a credere che Gregorio facesse bruciare la biblioteca Palatina, mentre in quel luogo non si parla d'altro che di libri di astrologia, teurgia e simili, dei quali fecero auto da fè anche imperatori (Valente fra gli altri). È singolare come par facile a taluni credere che dopo i Vandali e i Goti rimanesse a Gregorio qualche biblioteca in Roma da bruciare alla sua volta! Questi errori sono stati già eliminati da più di un critico ed equamente giudicati da Gregorovius, Gesch. d. St. R. im Mittelalt. II, p. 90 sgg. Non s'intende come Teuffel (Gesch. d. röm. Lit. p. 1026) abbia voluto farli rivivere. La tesi del sig. Leblanc, Utrum Gregorius Magnus litteras humaniores et ingenuas artes odio persecutus sit, Paris 1852, è un'apologia da niente altro ispirata che dal sentimento cattolico.