Note 9 — II.
Reading edition
Pag. 7. — Non posso astenermi (che mi parrebbe ingratitudine) di confessare come parecchie frasi di questo periodo sieno reminiscenze di un Canto di Francesco Pacchiani; Francesco Pacchiani, natura privilegiatissima che Dio si compiacque ornare dei tesori della più alta intelligenza. In lui era materia da mostrarsi al mondo in un punto Dante e Galileo, e il Pacchiani durante tutta la vita si affaticò a disperdere i doni di Dio. I tempi e i costumi lo guastarono; provò la sventura, ma tardi, e come conseguenza di vita scomposta, non già come persecuzione di animo gagliardo o d’intelletto svegliato. Poco ci avanza di lui, e tra le altre cose il Canto in cui leggiamo le seguenti terzine:
Come aureo industre verme esce di spoglia, Lucida spoglia ov’ei si fece alato, Dell’infinito valicò la soglia. Dalle candide penne ventilato Spirò dal cinto d’Iri il ciel di Flora D’ambrosia e d’armonia senso beato. Pe i medicei laureti udissi allora Uscir dalle famose arpe commosse Il suon che gl’immortali anco innamora; E dall’onda dei numeri percosse Che destò il ventilar dell’ala bianca, Detter mie corde, che la man non mosse, Il suono che dal tempo i nomi affranca, E l’inno che raccolsi nella mente Incominciai come persona franca.