← Table of contents
Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia

Note 11 — CAPITOLO VI. Una spia.

Reading edition

Notiamo alcune tra le atrocità commesse dal Salzano e dal Maniscalco, che potrebbero servire di tema ai bassorilievi di un monumento d’infamia da erigersi ai re Borboni Ferdinando I.º e Francesco II.º

Un Vaizo di Messina, giovine d’ingegno, fu imprigionato a Messina e condotto a Palermo, senza che la famiglia sentisse più a parlare di lui. Fu prima orribilmente bastonato in casa del commissario Carrega, poi legato pei piedi ad una colonna e per le mani ad un’altra, e sul suo corpo, sospeso a quel modo, un birro ballava ripetendo: su, canta! canta! che vuol dire confessa, confessa!... L’infelice è rimasto storpio per tutta la vita.

Un vecchio di onesta ed antica famiglia, per sospetto di corrispondenza coi proscritti, spirava sotto il bastone insieme alla figliuola incinta di cinque mesi.

Salvatore La Licata, intendente della marchesa di San Marco, perseguitato della polizia come inquisito di mene rivoluzionarie, ricoveravasi nel villaggio di Bagheria in una casa di provati amici. La polizia n’è istrutta, sorprende la casa, vi fruga, vi cerca, ma indarno; un birro, chiamato il Corso, antico sicario ed assassino, suggeriva un espediente al suo capo, il quale accoltolo con gioja, faceva condurre in istrada i due conjugi, e là alla presenza del marito, ordinava si spogliasse nuda la sposa, e restasse così esposta allo sguardo dei passeggeri; il pudore oltraggiato vinceva la fede ospitale, e La Licata era consegnato ai suoi persecutori.

In prigione l’infelice soffrì strazio così orrendo che la nuova della sua morte si sparse per la città; i parenti accorsero presso il procurator generale Pasciuta, e con caldissime istanze lo indussero a visitare la prigione. La prima volta gli ricusavano l’ingresso col pretesto che La Licata fosse prigioniero della polizia, e non della giustizia penale; finalmente le porte dell’antro si aprirono dinanzi al magistrato, ed egli trovò quasi un cadavere. La Licata gli mostra le piaghe di cui è coperto il suo corpo, gli racconta le torture sopportate, ed il procurator generale, vincendo ogni prudente riserva, redige processo verbale dei fatti, ma dalla polizia è costretto a lacerarlo, ed il codardo magistrato preferisce il conservar la carica al dovere ed all’umanità.

Un Giovanni Vienna da Messina nella metà di gennajo dello scorso anno recavasi a Palermo per affari di commercio; l’arrestavano come sospetto per ordine della polizia di Messina; frugato, gli trovarono una lettera in cifre, e senza indirizzo; interrogato non volle palesare a chi era diretta; la dimane il commissario di polizia Pontillo, l’inventore della cuffia del silenzio, lo faceva deporre in una barca con mani e piedi legati; indi ordinò ai birri vogassero verso il deserto capo Zafferano; quivi giunti rinchiudono il Vienna in un sacco, e lo tuffano nel mare, e ve lo tengono finchè non dà segno di vita. Lo ritirano allora, e con fregagioni ridestano in lui la vitalità, e lo esortano a parlare, e perchè l’intrepido uomo tace, lo rituffano in mare, indi lo ririportano a Palermo semimorto.

Vincenzo La Porta, fabbricante di paste, acciuffato per sospetti, è tanto tormentato, che perde l’uso delle braccia, essendosi rotte le articolazioni; il misero ora accatta il pane non potendo più lavorare.

In un villaggio presso Palermo un giovine, certo Scaduti, passando presso i birri è da costoro interpellato; se ne spaventa e fugge; un colpo di archibugio lo stende al suolo, e nessuno chiede conto dell’assassinio.

La polizia di Palermo cercava certo Casimiro Cusimano, e non riuscendo ad afferrarlo, imprigionò la di lui madre, la consorte ed i figliuoli, e tutti vennero torturati senza pietà pel sesso o per gli anni.

Alcuni proprietarj di giardini presso Palermo si nascondevano per non esser vittime della polizia; l’infernale genio di Maniscalco fece divergere l’aqua che irrigava i giardini, onde i miseri per salvare gli agrumi, loro unica ricchezza, si dessero in mano ai carnefici.

La tortura poi variava a norma dello spirito inventivo di ciascun commissario.

Pontillo faceva sedere il paziente nudo su d’un seggiolone a gratella, guarnito di lame di rasoj con al di sotto un braciere di carboni ardenti.

L’ispettore Luigi Maniscalco impiegava manopole di ferro con viti a pressione.

Il carceriere Bruno legava i prigionieri con la testa fra le gambe.

Altri servivansi di cordicine per stringere i cranj, finchè penetrassero fino alle ossa, stringendo quelle funicelle con un bastone.

Ve n’era per tutt’i gusti, per tutti gli appetiti.

Basterebbero questi strazj, uniti alla pessima amministrazione, per santificare la rivoluzione, ma altri ne racconteremo.

Furono arrestati e bastonati a Palermo moltissimi cittadini d’ogni classe, come impiegati di grado superiore, nobili, avvocati, negozianti, magistrati; nessuno poteva sottrarsi agli arbitrj ed alle feroci prepotenze del Maniscalco.

La polizia metteva inoltre le mani nei traffici, nella pubblica annona; un giorno, per mancati ricolti, i prezzi delle biade aumentarono; il feroce Carioca mise la mano sui sensali del grano, li accusò d’intendersela coi rivoluzionarj e li fece rinchiudere nelle segrete.

La città se ne commosse, i parenti implorarono da Maniscalco la libertà degl’innocenti sensali, e questi si lasciò commuovere ed ordinò che fossero fatti liberi; ma come i grani rincarivano sempre, nuove ingiunzioni della polizia imponevano loro di presentarsi dinanzi al noto Carrega; spaventati fuggirono, e allora la polizia riempì le loro case di birri che dovevano vivervi a discrezione, e nell’istesso tempo l’ispettore Maniscalco si faceva consegnare le chiavi dei magazzini dei più grossi negozianti di grani, e ne faceva vendere a prezzo infimo quella quantità che a lui piaceva, senza tener conto delle enormi perdite; si voleva contentare la plebe con la ruina di venti o trenta famiglie.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings