Note 539 — CAPITOLO VIII.
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Il re Federico, raccolta avendo grande quantità di principi e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito Enrico, duca di Sassonia, e Federico figliuolo del re Corrado, ed altri principi, incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa Adriano, affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci, dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, Federico reprime lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili, mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che sospeso fosse a più alto patibolo.