Note 389 — CAPITOLO LXXIV.
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Consigliò Francesco Sforza, i di cui affari in primavera del 1447 parevano affatto disperati a rifare la sua armata scoraggiata coll'abbandonarle a sacco Pesaro, sola delle città del suo dominio conservatasi fedele, e nella quale trovavasi inallora chiuso; soggiugnevagli che omai non doveva altro consultare che il proprio interesse, e non cercare ajuti che in se medesimo, rinunciando all'alleanza delle repubbliche, che non potevano amare gli uomini educati nella militare disciplina. Dice il Simonetta che lo Sforza rigettò quest'iniquo consiglio, e che si maravigliò d'aver ritrovato in così riputato uomo tanta barbarie. Joan. Simonetae, l. VIII, p. 388. NB. Questo aneddoto, raccontato dal solo storico di Francesco Sforza, intento ad allontanare dal suo eroe ogni sospetto di slealtà, ci darebbe una idea troppo svantaggiosa di un uomo che i suoi coetanei e la posterità collocarono fra i più illustri personaggi del 15.º secolo, e che ebbe per le sue virtù il nome di padre della patria. N. d. T.