Note 64 — CAPITOLO XXIV.
Reading edition
Avendo il nostro autore riportato intorno all'abdicazione il sentimento di Dante, non dispiacerà ai lettori di vedere quale fosse l'opinione del Petrarca: «Ma più d'ogni altro (egli scriveva nel l. II, c. 18 De Vita Solitaria, che qui riferisco compendiosamente tradotto) illustre è l'esempio di Celestino, il quale, deposto il gravissimo carico del papato, con quella alacrità cercò di ripassare nella mal abbandonata solitudine, che altri avrebbe mostrata trovandosi improvvisamente sciolto dalle nemiche catene. Il quale magnanimo fatto del santissimo solitario ascriva ognuno liberamente a qualsisia motivo, e lo reputi degno di biasimo o di lode; che in quanto a me lo credo essere stato egualmente utile a lui ed al mondo, per l'inesperienza sua delle umane faccende, le quali, per essersi sempre occupato della contemplazione delle celesti, aveva affatto trascurate.... Ho udito dire da coloro che furono presenti quando usciva dal concistoro in cui aveva deposto il gran peso che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell'angelico. Nè a torto, perciocchè sapeva il valore di ciò che ricuperava, nè ignorava quello che perdeva. E certo egli passava dalle fatiche al riposo, dalle insane agitazioni della corte ai divini colloquj ec. — E se non glielo vietava il comando del suo successore, sarebbesi all'istante restituito, anche a piedi, su quell'ispido monte, da cui gli si apriva facile via al cielo.» N. d. T.